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Se il clima fosse una banca l’avrebbero già salvato

Closeup of an open bank vault door with golden light peeking from inside. 3D Render

Il titolo sembra una battuta ma non lo è. La situazione è grave ma non è seria, la crisi energetica e la crisi ambientale sono argomenti buoni per accigliarsi. Se pensate che si stia facendo tutto quello che si può fare allora si potrebbe fare un salto per l’ennesima volta in Spagna dove, dopo avere fatto una riforma del lavoro per tutelare i diritti dei lavoratori e per ridurre sensibilmente la precarietà (e la legge funziona, anche) hanno deciso di muoversi per aiutare famiglie e imprese strozzati dalla crisi.

La Spagna imporrà una tassa straordinaria sulle banche come strumento per contribuire agli sforzi del paese di fronte all’inflazione e gli impatti economici della guerra in Ucraina. La tassa rimarrà in vigore per due anni e mira a raccogliere 1,5 miliardi di euro all’anno. Lo ha spiegato ieri il primo ministro Pedro Sanchez. Sanchez ha spiegato anche che l’imposta sugli extra profitti delle compagnie energetiche garantirà introiti per 2 miliardi l’anno per 10 anni. Inoltre saranno totalmente detraibili le spese per i trasporti.

«So che sta diventando sempre più difficile arrivare alla fine del mese. Capisco l’angoscia, la frustrazione e anche la rabbia di tutti perché è anche la mia», ha detto Sanchez presentando le misure. «Dobbiamo adottare misure di risparmio energetico», ha aggiunto, citando il telelavoro, la limitazione nell’uso di riscaldamento e dei condizionatori. «Possiamo farlo e lo faremo», ha assicurato. «Chiediamo alle grandi aziende di garantire che tutti i benefici eccezionali ottenuti grazie alle circostanze attuali vengano ritrasmessi ai lavoratori».

«Non tollereremo che qualcuno approfitti della situazione», ha detto lanciando poi una una frecciata alle società elettriche: «Quelli che vengono chiamati profitti altissimi non cadono dal cielo: escono dalle tasche dei cittadini».

Tra le misure in favore delle famiglie anche 100 euro mensili per i giovani dai 16 anni in su che stanno già ricevendo borse di studio, nell’ambito di misure tese a diminuire l’abbandono scolastico per motivi economici, una delle misure più applaudite in Aula durante il discorso durato ben un’ora e 25 minuti.

Non è difficile fare cose di sinistra.

Buon mercoledì.

Sevinaz Evdike: «Combatto per il Rojava armata di videocamera»

Regista e produttrice del Rojava film Commune, un collettivo di cineasti fondato nel 2015, Sevinaz Evdike fa parte anche del Kongra star, la confederazione di organizzazioni di donne nel Rojava nata nell’ambito della rivoluzione del 2011 che ha costruito un esperimento di democrazia all’insegna del confederalismo democratico seguendo i principi del femminismo, dell’ecologismo e dell’eguaglianza di genere. Abbiamo incontrato Sevinaz Evdike a Roma, durante la seconda rassegna del cinema curdo Venti di Mesopotamia che ha presentato documentari, opere prime e cortometraggi e che rientra nel più ampio progetto “Rewend – Cinema errante”; un’iniziativa di respiro europeo realizzata con Rojava film Commune e sostenuta dal Fondo del festival di Göteborg.

Sevinaz Evdike, quando ha iniziato a coltivare la sua passione per il cinema?
Ho sempre amato il cinema, e ho sempre voluto lavorare in questo campo. In realtà, il mio percorso non è stato lineare. Quando mi sono diplomata, la mia famiglia si trovava in una situazione economica difficile e non potevo permettermi di pagare gli studi all’Accademia di cinema. Alla fine sono stata costretta ad iscrivermi a psicologia, ma proprio durante l’ultimo anno di università le condizioni materiali sono un po’ sono migliorate e allora ho deciso di iscrivermi finalmente all’Accademia.

Cosa ha rappresentato per lei la Rojava film Commune?
Nell’anno in cui ho concluso i miei studi è stata un sogno che si avverava. Avevo sempre pensato che lavorare nel cinema sarebbe stato difficile ma la rivoluzione del Rojava del 2011 e la nascita della Rojava film Commune mi hanno dato una spinta fortissima e ho capito che della mia passione avrei potuto fare il mio lavoro. Anche se ho imparato a scrivere le sceneggiature e a girare con la macchina da presa all’accademia, il vero luogo di apprendimento per me è stato il collettivo di cineasti. Qui il cinema è un progetto collettivo, uno spazio libero. Ho avuto l’opportunità di sperimentare.

Quale è stato il suo primo progetto cinematografico?
Per la mia tesi di laurea ho girato un cortometraggio, Birth, ma non è mai stato distribuito. Il primo film con la Rojava film Commune è stato Mal – casa – ambientato a Raqqa nel 2018, in seguito alla liberazione della città dall’Isis. Il film racconta la…

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Lo dice anche l’Inps: il problema sono i salari, altro che il reddito di cittadinanza

Foto LaPresse - Mourad Balti Touati 08/02/2018 Milano (Ita) - Via conservatorio 7 Cronaca Protesta di alcuni studenti in un aula della sezione scienze politiche dell'università statale di via conservatorio - durante la presentazione di un libro sul lavoro e sui salari minimi gli studenti interrompono la discussione mostrando uno striscione contro lo sfruttamento del lavoro Nella foto: lo striscione mostrato dagli studenti

Dopo l’Istat lo dice anche l’Inps: il 23% dei lavoratori italiani guadagna meno di quanto sarebbe loro assicurato dal Reddito di cittadinanza (780 euro al mese). La quota include lavoratori assunti con contratti part time: sono circa 5 milioni di lavoratori. La retribuzione media lorda pro capite nel 2021 risulta pari a 24.097 euro, compresi i contributi a carico del dipendente, un valore ancora inferiore a quello del 2019 (-0,2%). Per le donne la retribuzione è più bassa in media del 25% rispetto a quella degli uomini: 20.415 euro. Se si considerano solo le occupazioni a tempo pieno e indeterminato il salario lordo annuo è di 39.973 euro per i maschi e 35.477 euro per le donne.

Nei primi 36 mesi di applicazione del Reddito di cittadinanza (aprile 2019-aprile 2022) la misura ha raggiunto 2,2 milioni di nuclei familiari per 4,8 milioni di persone, per un’erogazione totale di quasi 23 miliardi di euro. L’Inps nel suo report annuale scrive che l’importo medio mensile di reddito di cittadinanza risulta per il mese di marzo 2022 pari a 548 euro per nucleo familiare. La scorsa settimana l’Istat aveva calcolato che grazie al sussidio siano state salvate dalla povertà un milione di persone.

«Se il quadro occupazionale appare promettente, segnali più preoccupanti vengono dalla dinamica retributiva», si legge nel rapporto che spiega anche come questa dipenda fortemente dalla attività e dalla copertura contrattuale. Se la retribuzione media giornaliera per i dipendenti a full-time è pari a 98 euro, in sei tra i principali Contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) è inferiore a 70 euro mentre nell’industria chimica è pari a 123 euro. Sempre superiori a 100 euro giornalieri risultano anche i valori medi nei gruppi di Ccnl con meno dipendenti. Per i dipendenti a part-time la retribuzione media giornaliera è pari a 45 euro, ma risulta inferiore a 40 euro al giorno per i dipendenti di alcuni comparti artigiani (metalmeccanico, sistema moda, acconciatura/estetica). I lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 9 euro lordi l’ora in Italia sono 3,3 milioni, il 23,3% del totale. È il calcolo dell’Inps che sottolinea anche come il reddito reale sia inferiore rispetto a due anni fa a causa dell’inflazione.

«La crisi – scrive l’Inps – ha lasciato strappi vistosi nella distribuzione dei redditi lavorativi. Se si considerano i valori soglia del primo e dell’ultimo decile nella distribuzione delle retribuzioni dei dipendenti a tempo pieno e pienamente occupati, per operai e impiegati (escludendo dirigenti, quadri e apprendisti), emerge che il 10% dei dipendenti a tempo pieno di tale insieme guadagna meno di 1.495 euro, il 50% meno di 2.058 euro e solo il 10% ha livelli retributivi superiori a 3.399 euro lordi. La retribuzione media delle donne nel 2021 risulta pari a 20.415 euro, sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti e inferiore del 25% rispetto alla corrispondente media maschile».

Il problema non è il reddito di cittadinanza: sono i salari da fame. Ora notate chi punta il dito sui salari e chi invece continua a bastonare la povertà. Non è difficile.

Buon martedì.

Nella foto: protesta degli studenti e lavoratori contro lo sfruttamento, Università statale di Milano, 8 febbraio 2018

I forzati del lavoro povero

La crisi pandemica e la guerra di invasione della Russia nei confronti dell’Ucraina hanno fatto balzare in primo piano il tema del lavoro. Di recente, con la speculazione sulle materie prime e poi sulla loro carenza, si è innestata una spirale al rialzo. Un fenomeno che in queste dimensioni non conoscevamo più da moltissimi anni. Questa situazione colpisce in particolare il potere di acquisto dei lavoratori dipendenti, ma anche di quelli autonomi e delle pensioni. Come intervenire?

Le politiche dei sostegni una tantum attraverso i bonus di carattere emergenziale non funzionano più perché corrono il rischio di distribuire risorse a pioggia senza ottenere effetti duraturi di redistribuzione della ricchezza a vantaggio dei più deboli. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ci ha messi in guardia al fine di evitare una rincorsa tra prezzi e salari. Se di questo si tratta e se non vogliamo abbandonare a loro stessi i soggetti – come lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati – a più basso reddito, si renderà necessario mettere in cantiere una iniziativa che veda protagonisti governo e parti sociali, capace di incidere strutturalmente sulla distribuzione della ricchezza.

Occorre, dunque, operare alcune scelte che si muovano contemporaneamente su piani diversi: un primo punto con il quale dovremo fare i conti è il tema del salario minimo, reso più incalzante dalla recente decisione europea di emanare una direttiva su questa delicata materia. Noi riteniamo che adottare un criterio di salario minimo definito per legge, cosa che in Italia non esiste, possa rappresentare una scelta positiva. Da solo, però, questo strumento non può affrontare il tema dei bassi salari che caratterizza la situazione italiana, ma può intervenire al fine di superare la pratica largamente diffusa del dumping contrattuale e salariale, vale a dire dei cosiddetti “contratti pirata”.

A questo proposito condividiamo la proposta del ministro Andrea Orlando che consiste nella scelta di compiere un primo passo: assumere per legge le tabelle salariali dei minimi contrattuali, paga base più contingenza, definiti dai singoli contratti di categoria. Si tratta di individuare i contratti cosiddetti leader o meglio ancora, i migliori contratti esistenti all’interno di ciascun settore produttivo. Un salario minimo per i lavoratori del tessile, per i lavoratori metalmeccanici, chimici, e così via, che tenga conto delle diverse situazioni contrattuali e delle diverse dinamiche produttive. Se esaminiamo la situazione attualmente esistente possiamo affermare che, escludendo i contratti pirata stipulati da organizzazioni inesistenti, la contrattazione non in dumping oscilla, come minimi contrattuali orari, dai 7 ai 9 euro orari. Esistono anche situazioni, soprattutto nel settore dei servizi, per alcune specifiche categorie, ad esempio le…

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Una questione di vera giustizia

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 07-04-2022 Roma Politica Senato - Question time Nella foto Marta Cartabia Photo Roberto Monaldo / LaPresse 07-04-2022 Rome (Italy) Senate - Question time In the pic Marta Cartabia

Archiviata la sonora e prevedibile sconfitta di quella parte di ceto politico che pensava di regolare i conti con la magistratura per via referendaria, i seri problemi della giustizia nel nostro Paese restano tutti sul tavolo. Anzi, ogni giorno che passa la drammaticità di alcune situazioni (si pensi in particolare alle carceri strapiene) si acuisce vieppiù.
Molteplici sono i piani che necessiterebbero di un intervento legislativo; come Giuristi democratici, ci siamo sforzati di individuare soluzioni articolate su alcune materie, sulle quali a breve pubblicheremo una sorta di “libro bianco”, a cominciare dal lavoro, con un processo ormai ridotto ai minimi termini dalle nefaste riforme succedutesi nell’ultimo quindicennio.

Allo stesso tempo, con l’innalzamento repentino e continuato dei costi del contributo unificato, le cause civili sono diventate sempre più “roba per ricchi”, così spingendo i soggetti forti (banche ed assicurazioni in primis) a condotte spregiudicate.
Nondimeno, nello stesso arco temporale anche altrove sono stati fatti danni incalcolabili.
A cominciare dal diritto penale, dove quella che abbiamo denunciato come deriva panpenalistica ha condotto all’intasamento dei ruoli dei tribunali e degli uffici del giudice di pace. Il numero delle condotte illecite ritenute meritevoli di sanzione penale, e dunque di un processo, in questi anni è cresciuto a dismisura, andandosi a sommare ad altre antistoriche figure di reato – pensiamo ad esempio alla tutela penale del marchio -, sebbene le depenalizzazioni del 2016, l’introduzione dell’art. 131-bis al codice penale (ossia la non punibilità per la particolare tenuità del fatto) e la previsione della messa alla prova avessero lasciato presagire, se non una virtuosa inversione di tendenza, una presa d’atto della realtà.

Parallelamente, sempre meno incentivato è il ricorso ai riti alternativi, cioè quelli che consentono di ottenere lo sconto di un terzo della pena, con il concetto di premialità ormai vago ricordo.
E di riflesso, le carceri sono nuovamente al collasso, sempre più discarica sociale, come per primo disse Alessandro Margara, autore della riforma penitenziaria e della legge Gozzini. Con le connesse difficoltà di usufruire, per una larga fetta di detenuti, delle misure alternative; e con buona pace delle finalità rieducative e del reinserimento sociale previsti dalla Costituzione. D’altro canto, nessuna vera riforma è…

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Come tassare i gas-serra senza alimentare ingiustizia sociale

Uno degli elementi centrali delle politiche per la riduzione delle emissioni consiste nel far aumentare il costo dei combustibili fossili. Rendere progressivamente meno conveniente estrarre e bruciare queste fonti energetiche, infatti, è importante per spingere persone e imprese a consumarne di meno e a investire in fonti pulite e in tecnologie più efficienti, in modo da velocizzare il passaggio a pratiche alternative a minore impatto sul clima. Politiche di questo tipo comportano, però, una penalizzazione per i consumatori finali, e rischiano dunque di non ottenere il consenso necessario per essere portate avanti. La chiave sta dunque nel trovare strumenti che facciano seguire all’aumento del prezzo un qualche schema di redistribuzione che protegga la maggioranza meno abbiente della popolazione.

Il punto da cui occorre partire è che, in base agli obiettivi di Parigi del 2015, le emissioni annue nette a livello mondiale devono essere dimezzate entro il 2030 (rispetto al livello del 2010) e azzerate per il 2050. Il secondo dato da considerare è che la crisi climatica è in larga parte dovuta al fatto che i problemi provocati dall’emissione di gas serra – e dal connesso riscaldamento – non sono ancora tenuti sufficientemente in conto nei prezzi che paghiamo per i nostri consumi, spingendoci a consumarne più di quanto sarebbe sostenibile. Da qui l’urgenza di utilizzare anche lo strumento dei prezzi per segnalare la scarsità di una risorsa naturale: la capacità dell’atmosfera di assorbire carbonio.

Evidentemente, però, se i prezzi delle energie fossili salgono, a rimetterci sono le…

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I “taxi del mare” li gestiscono gli italiani (e non le Ong)

Lo scrive l’Ansa. Una sospetta organizzazione criminale avrebbe organizzato “viaggi di lusso” utilizzando gommoni veloci partiti dalla Tunisia per raggiungere le coste di Agrigento e Trapani, in Sicilia, garantendo la sicurezza e la riservatezza delle persone in fuga dalle autorità nordafricane, ha affermato mercoledì la Guardia di Finanza di Agrigento.

L’organizzazione transnazionale avrebbe incluso due fazioni: una formata da tunisini e un’altra da siciliani delle città di Canicattì e Marsala, riferiscono fonti investigative.

I 10 presunti membri del gruppo sono accusati di favorire l’immigrazione clandestina. Un numero imprecisato di membri è anche sospettato di stretti legami con organizzazioni terroristiche internazionali, hanno rivelato fonti investigative.

L’associazione sarebbe guidata da un uomo di 46 anni di Canicattì e da due tunisini, di 51 anni, sospettati di aver finanziato e organizzato le attività del gruppo, riferiscono fonti investigative.

Nel gruppo un altro nativo di Canicattì, 62 anni, sarebbe stato in contatto con associati tunisini mentre un altro membro dell’organizzazione, 39 anni, guidava le barche e si occupava della loro manutenzione e sicurezza.

Gli investigatori hanno affermato che l’indagine ha rivelato la capacità dell’organizzazione criminale transnazionale di offrire nuovi “servizi” nel traffico di migranti volti a rendere più sicuri gli attraversamenti, in cambio di tariffe più elevate.

L’organizzazione avrebbe anche garantito che i migranti non sarebbero stati identificati una volta giunti in Italia.

I collegamenti marittimi tra la Tunisia e la costa siciliana intorno a Trapani e Agrigento furono offerti a gruppi di nordafricani che potevano permettersi l’alto costo dell’esclusivo viaggio a bordo di barche veloci.

Secondo fonti investigative, il servizio offerto non si sarebbe concluso con lo sbarco ma prevedeva forme di assistenza volte a garantire la permanenza dei migranti sul territorio italiano.

La polizia ha documentato i continui contatti telefonici tra i presunti membri della banda indagati, l’acquisto di schede telefoniche, il noleggio di costose barche, automobili, telefoni, appartamenti per ospitare migranti e magazzini per riporre le barche. Secondo fonti investigative, i membri avrebbero anche utilizzato regolarmente messaggi crittografati e avevano una rete di contatti stabili con organizzazioni tunisine.

Chissà se Salvini e Meloni ora riusciranno a capire che come al solito hanno sbagliato mira, prendendosela con i poveri e tacendo vigliaccamente con i ricchi e potenti.

Buon lunedì.

Nella foto: frame di un video della Guardia di Finanza di Agrigento, 6 luglio 2022

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Sulle tracce di Armagèddon

Il bel volume di Eric Cline – La città perduta di re Salomone (Hoepli) – che racconta della famosa città di Megiddo legata inscindibilmente nell’Antico Testamento al figura eccezionale del Re Salomone, e soprattutto degli scavi che la videro protagonista, prende le mosse, direi inevitabilmente, da un famoso passo del libro dell’Apocalisse: «Poi dalla bocca del Drago, dalla bocca della Bestia e dalla bocca del Falso Profeta vidi uscire tre spiriti immondi, simili alle rane, cioè spiriti di demoni che avrebbero operato prodigi e si sarebbero messi a radunare i re di tutta la terra per la guerra del grande giorno di Dio, l’Onnipotente… E i tre spiriti radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armageddon».

Con queste parole nell’Apocalisse di Giovanni, omonimo ma probabilmente diverso dall’apostolo autore dell’ultimo dei Vangeli sinottici, ai versetti 14-16 che abbiamo qui sintetizzato e liberamente tradotto, si ricorda il luogo in cui i demoni, usciti dalla bocca della bestia e dei suoi seguaci, raduneranno i re della terra e dei quali dio decreterà poi la sconfitta per istituire alla fine della storia (il “grande giorno”) il suo regno infinito, la Gerusalemme celeste. Questo luogo è noto nella tradizione giudeo-cristiana, sulla base essenzialmente del passo citato, appunto come Armageddon.

Come tutti i vari, misteriosi aspetti di questo complesso ultimo libro del canone cristiano, anche il nome Armageddon è entrato prepotentemente nella cultura occidentale, accompagnato da una serie sinistra di meta-significati millenaristici (appunto, apocalittici), che sono molto cari anche alla cultura New Age contemporanea. Armageddon è, nella tradizione dell’Occidente sia colto che pop(olare), par excellence il luogo deputato alla “guerra”, anzi, è considerato il toponimo che racchiude simbolicamente in sé la quintessenza di tutte le guerre, fatte e fattibili, e ad esso gli uomini hanno fatto ricorso nella drammatica e crudele storia occidentale per descrivere sinteticamente e icasticamente quanto avveniva ai loro tempi (il nome è apparso, in epoca moderna, in relazione ad esempio alla due guerre mondiali e all’olocausto). E come per tutti gli altri “segni” che nel libro dell’Apocalisse si ritrovano, anche questo, considerato nella luce più pacata della realtà storica, rivela una premessa tutt’affatto drammatica.

Come mette in risalto da subito l’autore, Armagèddon (o meglio Harmagedòn, come si ritrova nella versione greca) è in realtà semplicemente la volgarizzazione greco-latina dell’espressione ebraica har megiddo, cioè il “monte della città di Megiddo” (si legga Armaghedon e Meghiddo, in ebraico non esiste la /g/ palatale), città cananaica realmente esistita, importante centro urbano sulla via che connetteva il levante e la Palestina da ovest alla valle di Jezreel verso l’Egitto, rotta utilizzata poi anche dai Romani, che la ribattezzarono come via maris, “la via del mare”: si tratta di…

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Il popolo curdo di nuovo tradito

Jin Jiyan Azadi (Libertà di vita delle donne)

L’allargamento della Nato del 2022 nasce sotto il segno di Erdoğan e del sacrificio dei diritti umani. Il governo turco aveva manifestato in un primo momento (con grande risolutezza) la sua contrarietà all’ingresso di Svezia e Finlandia nell’alleanza atlantica perché che i due Stati scandinavi danno ospitalità e riparo ai militanti curdi del Pkk e delle formazioni che operano in Siria. A cavallo del vertice atlantico di Madrid di fine giugno, Erdoğan ha cambiato posizione e si è impegnato a votare sì all’ingresso dei due Paesi purché essi adottino leggi antiterrorismo sul modello di quelle dalla Repubblica turca e rispediscano in Turchia una serie di persone curde accusate di terrorismo in quanto ritenute vicine al Pkk. La richiesta riguarda anche i presunti appartenenti a Feto, l’organizzazione che secondo Erdoğan avrebbe messo in piedi il tentativo di colpo di stato del 2016.

Il Pkk è considerato organizzazione terroristica dalla Turchia e anche dall’Unione europea, nonostante una serie di pronunce in senso contrario di diverse giurisdizioni che hanno riconosciuto la sua natura di organizzazione che rivendica l’autonomia delle diverse aree in cui è stato suddiviso il Kurdistan e nelle quali la popolazione curda subisce persecuzioni e discriminazioni e si vede negare diritti fondamentali. I presunti terroristi di cui si chiede l’estradizione hanno avuto il riconoscimento in Svezia e Finlandia dello status di rifugiati politici, alcuni di essi hanno nel tempo acquisito anche la cittadinanza dei Paesi ospitanti. Se queste persone (che hanno ottenuto il riconoscimento del loro diritto al non respingimento ed all’asilo) saranno …

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Con Pechino nel mirino

NATO Secretary General Jens Stoltenberg appears with the document 'The Strategic Concept', a key document for the Atlantic Alliance, during the first day of the NATO 2022 Summit at the IFEMA Trade Fair Center MADRID, June 29, 2022, in Madrid (Spain). The NATO 2022 Summit officially begins today and will conclude tomorrow, June 30. The celebration coincides with the 40th anniversary of Spain's accession to the North Atlantic Treaty Organization. The Russian invasion of Ukraine, the tensions between Moscow and the Alliance and the accession of Finland and Sweden mark the agenda of an event in which delegations from 40 countries participate and that turns Madrid into the epicenter of world politics during its celebration. 29 JUNE 2022;SUMMIT;NATO;DEFENSE;COUNTRIES;POLITICS EUROPA PRESS/E. Parra. POOL 06/29/2022 (Europa Press via AP)

Com’è ormai emerso in questi ultimi tre mesi grazie a una vasta documentazione, soprattutto di parte americana, l’allargamento della Nato agli ex Paesi del Patto di Varsavia rispondeva ad un preciso fine, che oggi appare perfettamente raggiunto: provocare un casus belli ai confini della Russia, far leva sull’orgoglio nazionalistico dei suoi gruppi dirigenti e impegnarla in una guerra aperta. L’aggressione di Putin all’Ucraina è, con ogni evidenza, il risultato di tale strategia, un successo lungamente perseguito dall’amministrazione americana attraverso la Nato, che oggi mostra tutti i suoi frutti.

Allargamento dell’Alleanza ad altri Stati europei, incremento delle spese militari di tutti i Paesi membri, mobilitazione su vasta scala di mezzi e uomini, maggiore coesione politica e ideologica. Senonché, come alcuni analisti avevano già fatto osservare – e tale aspetto è reso oggi più evidente dall’ingente impegno militare degli Usa a sostegno dell’Ucraina – la “guerra per procura” contro la Russia, è solo una tappa, un passaggio di un ben più ampio disegno strategico. Essa serve a destabilizzare uno dei contendenti dello spazio geopolitico mondiale, appunto il cuore dell’ex Unione Sovietica, ma l’obiettivo più ambizioso e più vasto è, fuori da ogni dubbio, la Cina. È il grande Paese asiatico che con la spettacolare crescita delle sue economie manifatturiere, l’espansione mondiale dei suoi commerci, il successo crescente nell’ambito delle alte tecnologie, è osservato sempre più dagli Usa come il contendente geopolitico più temibile e quindi – secondo la razionalità imperialista di gran parte dei suoi gruppi dirigenti – come il nemico da sconfiggere anche militarmente nel prossimo futuro.

Occorre avere ben chiara questa prospettiva, del resto esplicitamente…

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