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Pericolo Nato

British communications officers take part in the Swift Response 22 military exercise at the Krivolak army training polygon in the central part of North Macedonia, on Thursday, May 12, 2022. Hundreds of NATO soldiers have presented on Thursday airborne operations followed by parachuting, helicopters and ground activities to the top country's officials and diplomats, as allied airborne forces exercise "Swift Response 22" has entered in its final phase at the military polygon "Krivolak" in North Macedonia. The exercise, that includes about 4,600 soldiers from Albania, France, Greece, Italy, North Macedonia, Montenegro, the UK, and the U.S., was to demonstrate the NATO states' ability to deploy anywhere around the world and that it's soldiers can operate together professionally and successfully. (AP Photo/Boris Grdanoski)

Il nuovo “concetto strategico” della Nato approvato dal vertice di Madrid di fine giugno è il punto d’arrivo di una traiettoria tesa come un proiettile che comincia col vertice di Roma del 1991. Allora, subito dopo la prima guerra del Golfo, venne prospettata l’espansione verso est e la professionalizzazione delle forze armate alleate come presupposto per la proiezione della forza oltre i confini dei Paesi membri. In un trentennio di belligeranza e di allargamento l’Alleanza ha fatto a pezzi il diritto internazionale, rilanciato la sua piattaforma militare globale, avviato una nuova guerra fredda e trainato la corsa agli armamenti.

La Nato del 2022, come un mafioso che pretende di sedersi sullo scranno del giudice, si auto celebra entità morale globale senza dimostrare il minimo pudore rispetto a quell’immenso cumulo di macerie e disperazione lasciato in eredità ai popoli su cui ha puntato il suo micidiale mirino “democratico”. In perfetta aderenza con la narrazione mainstream e con recenti documenti europei come quello sulla cosiddetta “Bussola strategica”, risulterebbe infatti che il blocco euro-atlantico sia assediato da minacce formidabili. Minacce di ogni genere: simmetriche, asimmetriche, ibride, valoriali, statali, non statali, climatiche.

«…La nostra visione è chiara: vogliamo vivere in un mondo in cui la sovranità, l’integrità territoriale, diritti umani e il diritto internazionale siano rispettati e in cui ogni Paese possa scegliere il proprio cammino, libero da aggressioni, coercizioni o sovversioni. Lavoriamo con tutti coloro che condividono questi obiettivi. Siamo uniti, come alleati, per difendere la nostra libertà e contribuire a un mondo più pacifico…», si legge tra le tante asserzioni di principio contenute nel documento.

Nel frattempo si accetta l’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza in cambio della consegna dei curdi al dittatore Erdoğan (così lo ha definito Draghi) mentre gli si consente di…

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Né acqua né corrente

A view of the Po riverbed under Ponte della Becca (Becca bridge) shows the effects of the drought, near Pavia, Italy, Monday, July 24, 2017. Sky TG24 TV meteorologists noted on Sunday that Italy had experienced one of its driest springs in some 60 years and that some parts of the country had seen rainfall totals 80 percent below normal. (AP Photo/Luca Bruno)

Per la prima volta da quando fu costruita, negli anni 50, la centrale idroelettrica di Isola Serafini, nel Piacentino, si è dovuta fermare. E non a causa di un guasto. La siccità che ha svuotato il fiume Po ha reso impossibile far girare le turbine, che pescavano sabbia anziché acqua. Diverse altre centrali idroelettriche in Italia sono state costrette a rallentare la produzione. Ma la scarsità dell’acqua non ha compromesso solo questo tipo di impianti. Anche le centrali termoelettriche, come quella di Moncalieri, in provincia di Torino, o quelle di Sermide e Ostiglia, nel Modenese, hanno dovuto fermarsi. In altri casi, la potenza degli impianti è stata notevolmente abbassata. Le centrali termoelettriche hanno anch’esse necessità di consistenti quantità d’acqua per raffreddare e far condensare il vapore che esce dalle turbine e completare così il proprio ciclo produttivo. Ma dopo il secondo giugno più caldo di sempre in Italia dopo quello torrido del 2003 e dopo i primi sei mesi dell’anno più siccitosi da quando vengono effettuate le registrazioni, mancano all’appello circa 40 miliardi di metri cubi di acqua, oltre il 40% rispetto alle attese. E guardando al futuro prossimo, diverse previsioni stagionali sono univoche nell’indicare che quella da poco iniziata sarà un’estate più calda e più secca della media.

Morale della favola: mentre il governo Draghi spinge in Europa per sanzionare gas e petrolio russo e Mosca stringe i rubinetti verso l’Europa, la crisi energetica in Italia si aggrava anche a causa del climate change. «I cambiamenti climatici hanno un grosso impatto sulle questioni energetiche, sotto diversi punti di vista – spiega a Left Sergio Ferraris, analista energetico e direttore della rivista QualEnergia -. Sicuramente mette a rischio la…

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Contro il negazionismo climatico di Palazzo Chigi

05 March 2022, Berlin: Supporters and members of the environmental protection movement Extinction Rebellion have set up an oversized number on the Marshall Bridge, with the Reichstag building in the background. The number 1.5 stands for the goal of limiting the man-made global temperature increase due to the greenhouse effect to 1.5 degrees Celsius. By blocking the bridge, the 50 activists point out that in their opinion the goal of limiting the man-made global temperature increase due to the greenhouse effect to 1.5 degrees Celsius cannot be met on the basis of the latest world climate report. Photo by: Paul Zinken/picture-alliance/dpa/AP Images

Quando, nel corso del 2018, l’idea di Extinction rebellion cominciava a prendere quella forma che l’avrebbe portata il 31 ottobre alla prima grande dichiarazione di ribellione all’esterno del Parlamento britannico, era chiaro che sarebbe diventato un movimento radicato nei suoi principi ispiratori e radicale nelle sue modalità di contrapposizione all’intero sistema.

Le espresse esigenze di fermare la devastazione ecologica si intrecciavano già allora con istanze più larghe di inclusione praticata nel quotidiano, pace costruita mediante la nonviolenza e giustizia fondata sulla condivisione. Quelle modalità di azione non solo sono rimaste, ma si sono anche potenziate in modo del tutto naturale con la crescita a livello internazionale del movimento, la cui energia aumenta  in maniera esponenziale ogni volta che un gruppo di Extinction rebellion prende vita nelle comunità locali, che da area di sfruttamento capitalista, diventano zone  pulsanti di resistenza.

Questo originario e costante legame di Extinction Rebellion con le aspirazioni dei differenti  territori e con gli obiettivi di diverse lotte è risultata ancora più evidente quando le crisi che hanno investito l’ambiente, l’energia, le migrazioni, la salute ed i diritti fondamentali hanno recentemente rivelato tutta la loro interconnessione ed hanno spogliato i governi della più grande dote della quale si ammantavano: la capacità di tenere la situazione sotto controllo.

Ormai anche i massimi organismi sovranazionali riconoscono apertamente il livello di estremo pericolo che corriamo e i danni che già subiamo, e di conseguenza ammettono l’…

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Antonello Pasini: Così il Green new deal rischia di fallire

A demonstrator holds up a sign with writing reading "There isn't a spare planet' during a Fridays for Future rally demanding more action be taken to save the environment, in Rome, Friday, April 19, 2019. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

«Quando ho visto nero su bianco il Green new deal dell’Unione europea, devo dire che mi sono quasi commosso. È la prima volta, mi sono detto, che un intero continente, per contrastare il cambiamento climatico, fa qualcosa di quegli interventi che noi scienziati chiediamo da trent’anni». Antonello Pasini, fisico climatologo del Cnr e docente di Fisica del clima all’Università di Roma Tre ricorda quel momento – era la fine del 2019 – in cui l’Europa aveva preso la «strada corretta» verso la decarbonizzazione. «Poi, però, la guerra ha guastato molto, ha sparigliato le carte», aggiunge. I cambiamenti climatici Pasini li studia da anni: nel 2020 ha scritto per Codice L’equazione dei disastri e insieme a Grammenos Mastrojeni Effetto serra, effetto guerra (Chiarelettere, 2017 e la nuova edizione nel 2020). Un testo, quest’ultimo, dove è evidente il nesso tra crisi ambientale e crisi sociale rappresentata dal sorgere di conflitti, da violazioni dei diritti umani e dal fenomeno dei migranti climatici: 200 milioni previsti, scrivono gli autori, entro il 2050.

Con Pasini approfondiamo il nodo cruciale di come si inserisca la guerra della Russia contro l’Ucraina e le conseguenti politiche energetiche nello scenario in cui la lotta al cambiamento climatico aveva mosso i primi passi. Il fisico climatologo ci tiene a fare subito una premessa, per far capire quanto sia importante limitare le emissioni di gas serra. «Durante il lockdown inizialmente si pensava che…

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Colpa sua che si è fatta stuprare

Foto LaPresse - Claudio Furlan 11/04/2017 Milano ( IT ) Presidio della rete milanese 'Non una di meno' per denunciare l'inadeguatezza delle modalita' processuali e la mancanza di preparazione di giudici nel tutelare le vittime dei reati di violenza

A Torino un uomo condannato in primo grado per violenza sessuale è stato assolto dalla Corte d’Appello perché la vittima, si legge nella sentenza, avrebbe indotto l’imputato a «osare».

Eppure in tutta questa storia c’è una frase sostanziale della ragazza: «Gli dissi chiaramente: non voglio». Per questo ora la sentenza è stata impugnata dalla Corte di Cassazione.

Il fatto sarebbe avvenuto nel bagno di un locale di Torino. La ricostruzione dei giudici è da brividi. Scrivono che la ragazza «alterata per un uso smodato di alcol (…) provocò l’avvicinamento del giovane che la stava attendendo dietro la porta», che «si trattenne in bagno, senza chiudere la porta, così da fare insorgere nell’uomo l’idea che questa fosse l’occasione propizia che la giovane gli stesse offrendo. Occasione che non si fece sfuggire». L’imputato «non ha negato di avere abbassato i pantaloni della giovane» rompendo addirittura la cerniera: secondo il giudice della Corte d’appello, tuttavia, «nulla può escludere che sull’esaltazione del momento, la cerniera, di modesta qualità, si sia deteriorata sotto forzatura».

Il sostituto procuratore generale Quaglino nel suo ricorso definisce la sentenza «illogica» confermando che il dissenso della ragazza è stato espresso ripetutamente con «parole e gesti».

La sentenza, ci permettiamo di dire, oltre che illogica è pericolosa perché è l’ennesima porcata nel Paese in cui ci si ostina a dire alle donne “denunciate” e poi si raccolgono i cocci di un sistema che le rivittimizza senza pietà.

Buon venerdì.

Nella foto: presidio di “Non una di meno” per denunciare l’inadeguatezza delle modalità processuali e la mancanza di preparazione di giudici nel tutelare le vittime dei reati di violenza, Milano, 11 aprile 2017

Per un clima di pace

Ormai l’abbiamo capito: la crisi climatica – come ogni forma di degrado ambientale – causa e accelera i conflitti. La sparizione e dislocazione di servizi basilari dell’ecosistema, come la pioggia o la fertilità, ovviamente apre la strada ai litigi. Inoltre, molto peggio, il fatto che le risorse naturali in un clima impazzito non giungono più secondo cicli, ritmi e sequenze prevedibili disorganizza le economie e le società, le rende fragili soprattutto quando sono già fragili per altri motivi storici o istituzionali.

È ovvio: un clima che accumula ogni giorno l’energia equivalente all’esplosione di più di 400mila bombe di Hiroshima per effetto serra si comporta in modo caotico, disordinato e imprevedibile; come fa, allora, l’agricoltore a decidere quando seminare se non ha più nessuna certezza sull’andamento delle temperature o su quando arriverà la pioggia? E non è solo un problema per remote regioni rurali: come fa il gestore dell’acquedotto di Torino a pianificare la distribuzione d’acqua se non ha più alcuna certezza sull’innevamento delle Alpi? Tutto questo disorganizza i cicli produttivi, apre competizioni e nei casi peggiori conflitti costringe le persone a migrare in massa.

Quindi, effetto serra = effetto guerra. Ma l’uguaglianza – lo impariamo in aritmetica alle elementari – è una relazione biunivoca, vale nei due sensi poiché ovviamente il conflitto a sua volta distrugge l’ecosistema. Ovviamente… ma anche ben oltre l’ovvietà. Banalmente, anzitutto, l’uso delle armi moderne e la distruzione che esse creano provocano direttamente e indirettamente un’enormità di emissioni di CO2 e molte altre forme di degrado naturale e inquinamento.

Inoltre – un po’ meno banale ma sempre una conseguenza di superficie – il conflitto frammenta quell’unità fra Stati e popoli che oggi è essenziale per scongiurare tutti assieme il rischio di oltrepassare alcune soglie di non ritorno oltre le quali il sistema naturale collassa, forse al punto da non poter più sostenere il genere umano. Sono soglie molto vicine ed è ora o mai più, se non cooperiamo tutti è la fine per tutti: bell’idea, allora, farsi la guerra proprio adesso.
E c’è di più: i…

*L’autore: Grammenos Mastrojeni insegna Ambiente e geostrategia in vari atenei e si dedica da oltre vent’anni al tema dei cambiamenti climatici. Già coordinatore per l’ambiente della Cooperazione allo sviluppo, dal 2019 è segretario generale aggiunto dell’Unione per il Mediterraneo, con sede a Barcellona. Con il fisico Antonello Pasini ha pubblicato Effetto serra, effetto guerra (Chiarelettere).

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Effetto guerra, effetto serra. Una lunghissima estate calda

Burning world map made up of matches

La tragedia della Marmolada è una ferita aperta in primis per le vite umane perdute. Qualcuno dice che non si sarebbe potuta prevedere. Ma non possiamo negare che non si è voluto vedere cosa stava e sta accadendo: i ghiacciai alpini che ogni anno si ritirano mediamente di 30 metri, la lenta agonia delle montagne, il troppo caldo in quota (i dieci gradi registrati anche nel giorno della sciagura significano che il permafrost se ne va e sotto il ghiaccio si formano veri e propri fiumi d’acqua che portano via tutto).

Non si è potuto/voluto vedere che questo fenomeno andava avanti da tempo. «Non deve accadere più», ha detto il presidente del Consiglio Mario Draghi, «dobbiamo prendere provvedimenti». Ma intanto, rispondendo in maniera regressiva alla crisi energetica innescata dall’invasione di Putin all’Ucraina, il governo di larghe intese programma la riapertura delle centrali a carbone, trivelle nell’Adriatico e va a caccia di fonti fossili stipulando accordi con Stati che sono altrettanto dittatoriali della Russia. Tristemente, non ci si rende conto che serve una radicale inversione di marcia. Nei modi di produzione, nelle politiche, negli stili di vita, come scrivono gli attivisti di Extinction rebellion, su questo numero di Left. E non basta agire a livello nazionale, come spiegano il diplomatico Grammenos Mastrojeni e il fisico Antonello Pasini, autori del libro Effetto serra, effetto guerra (Chiarelettere) che hanno collaborato al nostro dossier. I cambiamenti climatici generano conflitti, esodi biblici.

Ma al tempo stesso la guerra, e quella che si sta consumando nel cuore dell’Europa in modo particolare, ha scatenato la guerra del gas, del petrolio, delle materie prime, oggetto oggi più che mai di grandissime speculazioni. Se l’aggressione all’Ucraina è stata feroce, pessima è stata la risposta da parte dei governi occidentali pronti a inviare armi, ma non altrettanto solleciti nell’applicare con coerenza sanzioni alla Russia e investire su rinnovabili e fonti alternative. La stessa Europa che nel bene e nel male ha cercato una risposta complessiva al covid (mettendo in comune il debito e investendo massicciamente sulla ricerca di vaccini) sulla questione energetica e della lotta al climate change non ha ancora preso provvedimenti sistematici e incisivi. Ogni Stato fa per sé, procedendo in ordine sparso, con la Francia che investe sul nucleare e la Germania che riapre le centrali a carbone. Non rendendosi conto che i fenomeni climatici estremi vanno aumentando e che serve un approccio globale come denunciano da tempo i ragazzi dei Fridays for future. Per farsene un’idea basta anche solo ripercorre le notizie dei mesi scorsi: a marzo i poli Nord e Sud hanno registrato temperature record. E un’ondata di calore ha colpito molte parti del mondo.

A Delhi, nel mese di maggio, facevano già 49 gradi. Quello che di solito era il picco dell’estate ora è la nuova normalità. Studi scientifici ci dicono che la megalopoli ha perso il 50-60% delle sue zone umide e dell’ecosistema naturale che aiutava a moderare le temperature. E nemmeno la tradizionale fuga dal caldo insopportabile della città verso la montagna offre più tregua. La feroce siccità che l’India sta vivendo porta con sé la distruzione dei raccolti (del grano in modo particolare), ma porte anche un aumento notevolissimo dei consumi energetici per il massiccio e impattante uso di condizionatori. Va detto che gli effetti di questa situazione non colpiscono tutti allo stesso modo. A soffrire di più di queste ondate di calore sono soprattutto i più poveri che vivono in case affollate e prive di climatizzatori, costretti a fare lavori di fatica avvolti in una bolla di calore che non lascia scampo. E non è un problema che riguarda solo il continente indiano.

Gli effetti del climate change si fanno sentire anche negli Usa, dalla Florida alla Louisiana, dal Mississippi al Kansas, dal Missouri al Minnesota e oltre. Le morti a causa del calore sono in aumento anche da questa parte del mondo. Tante altre volte abbiamo parlato – e torneremo a farlo – degli effetti devastanti del climate change sul grande continente africano, che sta già provocando desertificazioni e esodi di massa, soprattutto interni al continente, creando conflitti. Il recente rapporto dell’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) torna a ribadire che queste temperature da record non sono un evento naturale. Sono largamente determinate dall’influenza umana sul clima. Dobbiamo fermarci prima che sia troppo tardi.

L’editoriale è tratto da Left dell’8-14 luglio 2022 

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Il mondo ha fame, sempre più fame

An Afghan boy sits on the hill overlooking the IDP camp near Qala-e-Naw, Afghanistan, Tuesday, Dec. 14, 2021. Severe drought has dramatically worsened the already desperate situation in Afghanistan forcing thousands of people to flee their homes and live in extreme poverty. Experts predict climate change is making such events even more severe and frequent. (AP Photo/Mstyslav Chernov)

Nel mondo, il numero delle persone che soffrono la fame è salito a 828 milioni nel 2021. Si tratta di un aumento di circa 46 milioni di persone dal 2020 e 150 milioni di persone dallo scoppio della pandemia di Covid-19. Sono i dati di un Rapporto delle Nazioni Unite che fornisce nuove prove di come il mondo si stia allontanando ulteriormente dal suo obiettivo di porre fine alla fame, all’insicurezza alimentare e alla malnutrizione in tutte le sue forme entro il 2030.

L’edizione 2022 del rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World (Sofi) presenta aggiornamenti sulla situazione della sicurezza alimentare e della nutrizione in tutto il mondo, comprese le ultime stime sul costo e sulll’accessibilità di una dieta sana. Il rapporto esamina anche i modi in cui i governi possono ripensare il loro attuale sostegno all’agricoltura per ridurre il costo di diete sane, tenendo conto delle limitate risorse pubbliche disponibili in molte parti del mondo.

Il rapporto è stato pubblicato ieri congiuntamente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao), dal Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad), dal Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef), dal World Food Programme (Wfp) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).

I numeri dipingono un quadro cupo:

  • Ben 828 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2021: 46 milioni di persone in più rispetto all’anno precedente e 150 milioni in più dal 2019.
  • Dopo essere rimasta relativamente invariata dal 2015, la percentuale di persone affamate è aumentata nel 2020 e ha continuato a crescere nel 2021, raggiungendo il 9,8 per cento della popolazione mondiale, rispetto all’8 per cento nel 2019 e al 9,3 per cento nel 2020.

  • Circa 2,3 miliardi di persone nel mondo (29,3 per cento) hanno vissuto in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave nel 2021, 350 milioni in più rispetto a prima dello scoppio della pandemia di COVID 19. Quasi 924 milioni di persone (l’11,7 per cento della popolazione mondiale) hanno affrontato gravi livelli di insicurezza alimentare, un aumento di 207 milioni in due anni.

  • Il divario di genere nell’insicurezza alimentare ha continuato a crescere nel 2021: il 31,9 per cento delle donne nel mondo ha sofferto di insicurezza alimentare moderata o grave, rispetto al 27,6 per cento degli uomini, un divario di oltre 4 punti percentuali, rispetto ai 3 punti percentuali nel 2020 .

  • Quasi 3,1 miliardi di persone non hanno potuto permettersi una dieta sana nel 2020, 112 milioni in più rispetto al 2019, un riflesso degli effetti dell’inflazione sui prezzi dei generi alimentari al consumo derivante dagli impatti economici della pandemia di COVID-19 e dalle misure messe in atto per contenerla.

  • Si stima che circa 45 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni abbiano sofferto di deperimento, la forma più mortale di malnutrizione, che aumenta il rischio di morte dei bambini fino a 12 volte. Inoltre, 149 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni hanno avuto deficit di sviluppo a causa di una mancanza cronica di nutrienti essenziali nella loro dieta, mentre 39 milioni erano in sovrappeso.

  • Si stanno compiendo progressi nell’allattamento al seno, con quasi il 44 per cento dei bambini di età inferiore ai sei mesi che, in tutto il mondo, sono stati allattati esclusivamente al seno nel 2020, anche se si è al di sotto dell’obiettivo del 50 per cento entro il 2030. Desta grande preoccupazione il fatto che due bambini su tre non abbiano un regime alimentare diversificato, necessario per crescere e sviluppare il proprio pieno potenziale.

  • Guardando al futuro, le proiezioni indicano che, nel 2030, quasi 670 milioni di persone (l’8 per cento della popolazione mondiale) dovranno ancora affrontare la fame, anche prendendo in considerazione una ripresa economica globale. Si tratta di un numero simile al 2015, quando l’obiettivo di porre fine alla fame, all’insicurezza alimentare e alla malnutrizione entro la fine di questo decennio fu lanciato nell’ambito dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Nel periodo di pubblicazione di questo rapporto, la guerra in corso in Ucraina, che coinvolge due dei maggiori produttori mondiali di cereali, di olio di semi e di fertilizzanti, sta sconvolgendo le catene di approvvigionamento internazionali e facendo aumentare i prezzi di grano, fertilizzanti, energia, nonché degli alimenti terapeutici pronti all’uso per bambini che soffrono di malnutrizione grave. Ciò accade mentre le catene di approvvigionamento sono già colpite negativamente da eventi climatici estremi sempre più frequenti, specialmente nei paesi a basso reddito, e ha implicazioni potenzialmente preoccupanti per la sicurezza alimentare e la nutrizione globali.

«Questo rapporto evidenzia ripetutamente l’intensificarsi di questi principali fattori di insicurezza alimentare e malnutrizione: conflitti, shock climatici estremi e economici, combinati con crescenti disuguaglianze», hanno scritto nella Prefazione di quest’anno i capi delle cinque agenzie delle Nazioni Unite. «La questione in gioco non è se le avversità continueranno a verificarsi o meno, ma come intraprendere azioni più audaci per costruire la resilienza contro gli shock futuri».

Riqualificazione delle politiche agricole

Il rapporto rileva come debba far riflettere il fatto che il sostegno mondiale al settore alimentare e agricolo sia stato in media di quasi 630 miliardi di dollari l’anno, tra il 2013 e il 2018, di cui gran parte devoluta ai singoli agricoltori, attraverso politiche commerciali e di mercato e sussidi fiscali. Tuttavia, gran parte di questo sostegno non solo distorce i mercati, ma non raggiunge molti agricoltori, danneggia l’ambiente e non promuove la produzione di cibi nutrienti che sono al centro di una dieta sana. Ciò è in parte dovuto al fatto che i sussidi spesso sono usati per la produzione di alimenti di base, latticini e altri alimenti di origine animale, soprattutto nei paesi a reddito alto e medio-alto. Riso, zucchero e carni di vario tipo sono i prodotti alimentari più incentivati ​​in tutto il mondo, mentre frutta e verdura sono relativamente meno supportate, in particolare in alcuni paesi a basso reddito.

Con le minacce di una recessione globale incombente e le sue implicazioni sulle entrate e sulle spese pubbliche, un modo per sostenere la ripresa economica consiste nel ripensare il sostegno alimentare e agricolo indirizzandolo verso quegli alimenti nutrienti in cui il consumo pro capite non corrisponde ancora ai livelli raccomandati per diete sane.

L’evidenza suggerisce che, se le risorse che i governi stanno attualmente usando venissero convertite per incentivare la produzione, la fornitura e il consumo di cibi nutrienti, ciò contribuirebbe a rendere le diete sane meno costose, più convenienti ed eque per tutti.

Infine, il rapporto sottolinea anche che i governi potrebbero fare di più per ridurre le barriere commerciali per gli alimenti nutrienti, come frutta, verdura e legumi.

Buon giovedì.

Nella foto un ragazzo afgano presso il campo sfollati interni a Qala-e-Naw, Afghanistan, 14 dicembre 2021. L’Afghanistan è uno dei Paesi più colpiti dalla crisi alimentare

Per approfondire leggi Left del 10 giugno 2022

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A scuola di partecipazione

Universita Statale, Assemblea degli studenti di Filosofia davanti al passagglio per il rettorato, contro il numero chiuso (Milano - 2017-05-30, Maurizio Maule) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

La partecipazione studentesca costituisce uno tra i più importanti esercizi di democrazia e cittadinanza attiva che i giovani possono sperimentare, ma la sua importanza va oltre questo aspetto. Un’ampia letteratura, infatti, dimostra, come la partecipazione a scuola sia una leva che contribuisce a ridurre l’abbandono scolastico, un fatto che dovrebbe essere tenuto in considerazione soprattutto nel nostro Paese: secondo gli ultimi dati Eurostat (relativi al 2021), il 12,7% degli studenti abbandona precocemente gli studi e quasi un giovane su quattro è un Neet (23,1%), ovvero non studia, non lavora e non segue percorsi di formazione.
A partire dai risultati della ricerca realizzata da Percorsi di secondo welfare su incarico di ActionAid Italia Contrastare le disuguaglianze educative: partecipazione studentesca e orientamento scolastico questo articolo mostra i limiti della partecipazione studentesca e delinea alcune strategie utili al suo rafforzamento.

Cos’è la partecipazione studentesca?
La partecipazione studentesca riguarda tutte quelle attività che consentono ai ragazzi di essere coinvolti proattivamente nella vita della classe e della scuola. Ad esempio, si può parlare di partecipazione studentesca quando gli studenti intervengono nella realizzazione di attività didattiche curricolari ed extracurricolari (come la predisposizione di una lezione insieme all’insegnante), oppure quando votano i propri rappresentanti negli organi di governo dell’istituto e organizzano cogestioni.
Una vasta letteratura mostra che le pratiche partecipative generano negli studenti una serie di sentimenti positivi verso la scuola, portandoli a migliorare il proprio rendimento e a partecipare ancora di più alla vita scolastica. La partecipazione studentesca è quindi uno dei fattori che contrasta l’abbandono scolastico, dal momento che rende la scuola un luogo accogliente e di cui lo studente si può sentire parte.

I luoghi della partecipazione
In Italia, la normativa (D. Lgs. 297/1994, D.P.R. 567/1996 e sue successive modifiche e D.P.R. 249/1998 e sue successive modifiche) individua diversi strumenti di partecipazione studentesca: internamente alla scuola le assemblee di classe e d’istituto con i rispettivi rappresentanti, oltre al comitato studentesco; esternamente alla scuola la Consulta provinciale, il Consiglio nazionale dei presidenti delle consulte provinciali e il Forum nazionale delle associazioni studentesche. La normativa riconosce poi agli studenti ampia possibilità di auto-organizzazione attraverso i collettivi, le liste aperte e le commissioni paritetiche.

I limiti della partecipazione
Nonostante la numerosità degli strumenti in campo, la partecipazione studentesca è di fatto debole. Secondo la recente indagine Gli studenti e la partecipazione realizzata per ActionAid Italia da Ipsos (che ha coinvolto 803 studenti nell’agosto del 2021), già prima della pandemia quasi uno studente su due svolgeva assemblee di classe e d’istituto poche volte l’anno o…

L’articolo prosegue su Left dell’1 luglio 2022 

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Gli sgambetti della politica alle carriere dei ricercatori

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 15-12-2021 Roma, Italia Politica Senato - comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista Consiglio europeo 16-17 dicembre Nella foto: il Presidente del Consiglio Mario Draghi con la Ministro dell’Università Cristina Messa durante le comunicazioni al Senato Photo Mauro Scrobogna / LaPresse 15-12-2021 Politics Senate - communications from the President of the Council ahead of the European Council 16-17 December In the photo: Prime Minister Mario Draghi with the Minister of the University Cristina Messa during his communications to the Senate

La debolezza strutturale del sistema della ricerca italiana è nota da tempo all’opinione pubblica. Oltre alla questione del finanziamento della ricerca scientifica ridicolmente più basso rispetto ad altri Paesi avanzati – anche tra quelli dell’Unione europea – però, c’è un altro vulnus meno noto. Ossia l’ingiusta (e autolesionistica) esclusione dei ricercatori italiani dal riconoscimento della qualità del loro lavoro e dei risultati conseguiti, anche attraverso un adeguato percorso di carriera e di valorizzazione professionale.
Malgrado la condizione di forte svantaggio in cui il ritardo nella progressione professionale li pone rispetto ai colleghi stranieri, i ricercatori italiani riescono comunque ad acquisire ingenti finanziamenti internazionali in bandi competitivi, consentendo all’Italia di collocarsi al terzo posto in una classifica recente dei Paesi che attraggono finanziamenti europei per ricerca scientifica.

Il problema della mancata valorizzazione professionale, in realtà, affligge soprattutto gli enti pubblici di ricerca (Epr) e in primis il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) che è il principale e più importante di essi. I suoi ricercatori, dopo aver attraversato un periodo spesso molto lungo di precariato, devono superare un secondo collo di bottiglia, rappresentato dal congelamento al livello iniziale di carriera, che si protrae a volte per decenni e persino per tutto il corso della vita lavorativa, pur avendo conseguito abilitazioni scientifiche universitarie di professore associato o di ordinario o idoneità per livelli più alti nelle procedure di valutazione interna, che non si convertono in effettivi avanzamenti solo per mancanza di risorse economiche.

Tale sperequazione è stata chiaramente descritta su queste pagine da Federico Tulli (v. Left del 17 settembre 2021): più del 70% dei ricercatori del Cnr è fermo al terzo livello (quello di partenza); meno del 10% ha raggiunto il livello di vertice, mentre negli atenei italiani i professori ordinari e associati sono rispettivamente il 30% e il 48% dell’intero corpo docente. Una situazione particolarmente punitiva se si pensa che, ad esempio, al Cnr i ricercatori contribuiscono al bilancio dell’Ente per circa un terzo, attraverso i finanziamenti derivanti dai bandi competitivi vinti.

Qualcosa, in effetti, sembrava stesse cambiando. Da alcuni mesi è in discussione al Parlamento un disegno di legge (il ddl n.2285) che ridefinisce il percorso professionale nelle università e negli enti di ricerca con l’obiettivo di abbreviare significativamente la permanenza nei livelli iniziali per chi opera negli Epr. L’approvazione di questa legge renderebbe disponibili i fondi stanziati nell’ultima legge di bilancio, tramite un investimento pari a 40 milioni di euro, destinati per tre quarti a nuovi concorsi di progressione e per…

L’articolo prosegue su Left dell’1 luglio 2022 

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