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Gli sgambetti della politica alle carriere dei ricercatori

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 15-12-2021 Roma, Italia Politica Senato - comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista Consiglio europeo 16-17 dicembre Nella foto: il Presidente del Consiglio Mario Draghi con la Ministro dell’Università Cristina Messa durante le comunicazioni al Senato Photo Mauro Scrobogna / LaPresse 15-12-2021 Politics Senate - communications from the President of the Council ahead of the European Council 16-17 December In the photo: Prime Minister Mario Draghi with the Minister of the University Cristina Messa during his communications to the Senate

La debolezza strutturale del sistema della ricerca italiana è nota da tempo all’opinione pubblica. Oltre alla questione del finanziamento della ricerca scientifica ridicolmente più basso rispetto ad altri Paesi avanzati – anche tra quelli dell’Unione europea – però, c’è un altro vulnus meno noto. Ossia l’ingiusta (e autolesionistica) esclusione dei ricercatori italiani dal riconoscimento della qualità del loro lavoro e dei risultati conseguiti, anche attraverso un adeguato percorso di carriera e di valorizzazione professionale.
Malgrado la condizione di forte svantaggio in cui il ritardo nella progressione professionale li pone rispetto ai colleghi stranieri, i ricercatori italiani riescono comunque ad acquisire ingenti finanziamenti internazionali in bandi competitivi, consentendo all’Italia di collocarsi al terzo posto in una classifica recente dei Paesi che attraggono finanziamenti europei per ricerca scientifica.

Il problema della mancata valorizzazione professionale, in realtà, affligge soprattutto gli enti pubblici di ricerca (Epr) e in primis il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) che è il principale e più importante di essi. I suoi ricercatori, dopo aver attraversato un periodo spesso molto lungo di precariato, devono superare un secondo collo di bottiglia, rappresentato dal congelamento al livello iniziale di carriera, che si protrae a volte per decenni e persino per tutto il corso della vita lavorativa, pur avendo conseguito abilitazioni scientifiche universitarie di professore associato o di ordinario o idoneità per livelli più alti nelle procedure di valutazione interna, che non si convertono in effettivi avanzamenti solo per mancanza di risorse economiche.

Tale sperequazione è stata chiaramente descritta su queste pagine da Federico Tulli (v. Left del 17 settembre 2021): più del 70% dei ricercatori del Cnr è fermo al terzo livello (quello di partenza); meno del 10% ha raggiunto il livello di vertice, mentre negli atenei italiani i professori ordinari e associati sono rispettivamente il 30% e il 48% dell’intero corpo docente. Una situazione particolarmente punitiva se si pensa che, ad esempio, al Cnr i ricercatori contribuiscono al bilancio dell’Ente per circa un terzo, attraverso i finanziamenti derivanti dai bandi competitivi vinti.

Qualcosa, in effetti, sembrava stesse cambiando. Da alcuni mesi è in discussione al Parlamento un disegno di legge (il ddl n.2285) che ridefinisce il percorso professionale nelle università e negli enti di ricerca con l’obiettivo di abbreviare significativamente la permanenza nei livelli iniziali per chi opera negli Epr. L’approvazione di questa legge renderebbe disponibili i fondi stanziati nell’ultima legge di bilancio, tramite un investimento pari a 40 milioni di euro, destinati per tre quarti a nuovi concorsi di progressione e per…

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Il Sud partigiano della Costituzione

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 07-05-2021 Roma , Italia Cronaca Street art - la Costituzione più bella del mondo Nella foto: L’opera dell’artista Greg Jager a celebrare la Costituzione italiana inaugurata su un palazzo nel quartiere di Garbatella Photo Mauro Scrobogna /LaPresse May 07, 2021  Rome, Italy News Street art - the most beautiful constitution in the world In the photo: The work of the artist Greg Jager to celebrate the Italian Constitution inaugurated on a building in the Garbatella district

In questa drammatica fase storica, fra guerra, pandemia e carestia, c’è l’urgente necessità in Italia di capovolgere la prospettiva geografica e in ottica euromediterranea iniziare ad operare politicamente per imprimere una grande spinta da Sud per controbilanciare la logica che da più di 160 anni prevale e mantiene ogni centro di potere finanziario, politico, culturale al Nord e che vede il Mezzogiorno solo come una colonia interna estrattiva. È ovvio che questo può avvenire solo in un’ottica marxista e deve necessariamente fare leva con chi non è compromesso da decenni di connivenza politica e finanziaria con l’“asse del Nord” e con la conseguente teoria della “locomotiva”, al fine di dare una degna e resistente rappresentanza ai territori del Sud, creando una sinergia positiva con quelle forze progressiste presenti in tutta la penisola che troppo spesso non hanno voce sui media, ma soprattutto per dare risposte concrete a tutti i cittadini, del Sud così come del Nord. Il tutto non in ottica revanscista, ma solo in rispetto dei principi costituzionali.

Quello che sta succedendo con l’accelerazione impressa dalla ministra Mariastella Gelmini sull’autonomia differenziata è infatti emblematico. La ministra degli Affari regionali ha prima ventilato di voler mettere in “soffitta” i Lep (Livelli essenziali delle prestazioni), per poi procedere la scorsa settimana, con un vertice romano fra i soli presidenti delle Regioni del Nord, cioè Veneto, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia e Toscana, per la condivisione definitiva della bozza di legge quadro sull’autonomia differenziata, il cui obiettivo strategico è mettere in cassaforte il frutto dei reiterati scippi perpetrati, a Costituzione rovesciata, ai danni del Sud, grazie alla legittimazione definitiva del “grimaldello” della spesa storica.  Questo senza nessuna condivisione preventiva del testo e discussione in Parlamento, ma tutto nelle segrete stanze. Scriveva Gramsci: «Poche mani, non sorvegliate da controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora perché non se ne preoccupa», o come in questo caso, perché i media non hanno mai approfondito il tema, spesso preoccupandosi più di blandire i governanti che non denunciare lo stato delle cose. Se la cantano e se la suonano da soli, esautorando il Parlamento, le Regioni meridionali, i cittadini.

Chi si richiama agli… 

* L’autore: Natale Cuccurese è presidente del Partito del Sud

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Un dittatore per amico

Italy's Prime Minister Mario Draghi, left, shakes hands with Turkey's President Recep Tayyip Erdogan after a joint news conference following their meeting at the Turkish Presidential palace in Ankara, Turkey, Tuesday, July 5, 2022. Draghi is on an official visit to Turkey. (AP Photo)

Giusto qualche giorno fa i draghiani più draghiani dello stesso Draghi (non c’è nemmeno bisogno di specificare di quali micropartiti, è fin troppo facile) difendevano il padrone del governo dei migliori che non rispondeva e poi tornava piccato da una giornalista del Corriere della sera che si era permessa di chiedere al presidente del Consiglio cosa pensasse dei curdi regalati a Erdogan in cambio dell’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia.

“Non è affar suo”, ci spiegavano gli azionisti e soprattutto gli italiani vivi, convinti che la politica per Draghi sia una perdita di tempo che debba giustamente trattare con sufficienza. La risposta è comunque arrivata ieri dal vertice di Ankara dove Draghi (che un anno fa definiva il presidente turco Recep Tayyip Erdogan «un dittatore», di cui si ha comunque «bisogno» e con il quale occorre dunque «cooperare» per assicurare gli interessi del nostro Paese) si è fatto fotografare sorridente con il dittatore affermando che «Italia e Turchia sono partner, amici, alleati».

Il motivo di questo cambio repentino è facile da indovinare: «La Turchia è oggi il primo partner commerciale per l’Italia nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa – spiega Draghi -. Nel 2021 l’interscambio è stato di quasi 20 miliardi di euro, in crescita del 23,6% rispetto all’anno precedente». Così è tutto un firmare di ministri, fottendosene allegramente di un dittatore ora diventato amichetto del cuore.

Risuonano le parole di Salih Muslim, presidente del partito curdo-siriano, il Pyd: «I Paesi occidentali non stanno tenendo conto delle conseguenze del proprio sostegno al regime turco. Sanno che la Turchia ha incarcerato centinaia di giornalisti, politici e magistrati. E che ha commesso crimini di guerra in Rojava contro i curdi. Tuttavia, Usa ed Europa chiudono un occhio su tutto ciò per tutelare i propri interessi. Noi, al contrario, rappresentiamo i valori di democrazia, umanità e libertà. Se sono onesti, devono stare con noi. Questo, alla lunga, servirà per portare stabilità e progresso nel Medio Oriente».

Buon mercoledì.

Le gaffe di Sasso

Oltre a essere un politico è anche insegnante ed è perfino sottosegretario all’Istruzione. Il leghista Rossano Sasso è ospite della trasmissione Omnibus per sparare contro lo ius scholae e si trova di fronte l’avvocato Hilarry Sedu, uno degli autori del disegno di legge, per di più nero.

La scena è una fotografia del Paese. Sasso parte in quarta spiegando che in Italia esiste già lo ius soli spiegandoci che è previsto «dall’art. 9, comma 1, lettera F, della legge 92 del 1991». Ovviamente lo ius soli non esiste ma, particolare non da poco, la legge a cui avrebbe voluto fare riferimento Sasso è la legge 91 del 1992. Qualcuno può pensare che si tratti di un errore veniale, una distrazione.

Continuiamo. Sasso spiega che lo ius scholae sarebbe uno “scudo” per impedire l’espulsione in caso di un reato. La spiegazione è la solita propaganda leghista: «Se un bambino di 8 anni ha un papà che delinque, e i dati dimostrano che sono tantissimi i reati compiuti dagli immigrati, quel papà non viene espulso. Ecco che allora si realizza il disegno della sinistra di estendere con questo ius soli mascherato la cittadinanza a tutti». Dall’altra parte il pacato avvocato Sede gli fa notare che «se il genitore del minore delinque e costituisce una minaccia per lo Stato e per l’ordine pubblico, viene comunque espulso», e siamo alla seconda figuraccia nel giro di pochi minuti.

Hilarry Sedu fa notare anche che etnicizzare un reato ha un nome preciso: razzismo. Il sottosegretario, come accade a tutti i leghisti, si indigna. Il finale è da brividi. «Macché razzista, come si permette?», urla Sasso. Sedu risponde: «Glielo dico perché sta facendo una serie di confusioni arrivando a dire addirittura agli italiani che in questo momento esiste lo ius soli. Per favore, quando si va in televisione, bisogna essere preparati, altrimenti si fa altro». Sasso non ci sta: «Avvocato, si ripassi l’art. 9 della legge», dice. Sedu sorride sconsolato: «Veramente sarebbe l’art. 4 e anche in questo lei è impreparato».

Sipario. Parliamo di un sottosegretario. Un sottosegretario del governo dei migliori.

Buon martedì.

Nella foto: Rossano Sasso, frame della trasmissione Omnibus, 3 luglio 2022

Chi pensa alla salute mentale dei giovani?

The young man with medical face mask stands on the crowded street

«Di recente ho avuto il Covid, proprio quando pensavo che ormai fosse tutto finito. Ho vissuto lo stigma sociale dell’appestata. Questa cosa ha avuto il suo peso su come ho percepito la mia personale solitudine, sentendomi reclusa non solo a livello pratico ma anche psichicamente». Sono le parole di Camilla, una studentessa di 23 anni che si è ritrovata a fare i conti con l’isolamento, causa contagio, in una casa di studenti universitari, accusando sulla propria salute mentale tutto il peso di una condizione non naturale per una ragazza della sua età. E non è l’unica.

Una sorta di pandemia dentro la pandemia sta infatti colpendo le fasce più giovani della nostra società, in una fase fondamentale dello sviluppo sia dell’identità personale che di quella sociale. Un quadro preoccupante che però secondo i diretti interessati trova scarsa attenzione da parte delle istituzioni. Per cambiare lo stato delle cose le associazioni sindacali studentesche Rete degli studenti medi (Rsm) e Unione degli universitari (Udu), in collaborazione con il sindacato dei pensionati Spi-Cgil, hanno promosso “Chiedimi come sto” una delle più grandi campagne di raccolta dati sul tema della salute mentale tra i ragazzi. Una ricerca che ha interrogato, sotto la supervisione dell’istituto Ires dell’Emilia Romagna, quasi 30mila studenti che frequentano gli istituti superiori e gli atenei universitari. Due dati per rendere subito l’idea: dal questionario è emerso che, dopo due anni di Covid-19, nove giovani su dieci affermano di manifestare sintomi di stress e forte disagio psicologico ed altri dichiarano di essere notevolmente spaventati per quanto riguarda la loro salute mentale.

«Durante il periodo pandemico – spiega Camilla Piredda, dell’esecutivo nazionale Udu – le esigenze dei giovani e degli adolescenti sono state totalmente ignorate; ci si ricordava di loro solo per additarli come responsabili della diffusione del Covid. Nella realtà palesavano la necessità di bisogno di aiuto a cui finora non è stata data risposta». I dati, estrapolati dalle domande dei questionari poste agli studenti, in questo senso non lascerebbero dubbi.
Uno dei fattori maggiormente critici è la manifestazione e la proliferazione di disturbi alimentari di vario genere, che nei più giovani sono uno dei primi campanelli di allarme per quanto riguarda la presenza di un disagio psichico. Il 30% degli studenti delle superiori e oltre il 23% degli universitari intervistati ha dichiarato in qualche modo di soffrirne. Altro comportamento preso in esame sono gli atti di autolesionismo, segnalati da quasi il 20% degli studenti sotto i diciotto anni e dal 7,5% di…

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Come un Minniti qualsiasi

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 04-05-2022 Roma, Italia Cronaca 161 anniversario di fondazione dell’Esercito Italiano Nella foto: Il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, L'Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Pietro Serino capo di stato Maggiore dell’ Esercito Photo Mauro Scrobogna / LaPresse May 04, 2022 Roma, Italy News 161 anniversary of the foundation of the Italian Army In the photo: Defense Minister Lorenzo Guerini, Admiral Giuseppe Cavo Dragone Chief of Defense Staff, General Pietro Serino Army Chief of Staff

Un gruppo di 20 persone è morto dopo essersi perso nel deserto libico nella zona di confine con il Ciad. Da due settimane non si aveva nessuna notizia. I dispersi sono stati ritrovati mercoledì 29 giugno dal servizio di emergenza libico che, con un comunicato, ha riferito che tutti e venti sono stati rinvenuti morti di sete nel deserto.

Come racconta Melting Pot nel suo report di giugno sono «almeno 770 le persone decedute ad oggi nel Mediterraneo centrale a cui si aggiungono le vittime dell’ultimo naufragio, avvenuto alla fine del mese, il 30 giugno, in Tunisia al largo di Djerba. In 17, tutti di nazionalità tunisina, viaggiavano a bordo di piccola imbarcazione: verranno rinvenuti 3 corpi mentre, altre 3 persone risultano disperse. Molte altre vite, scomparse in ignoti naufragi, resteranno senza un nome e, su di loro, non vi sarà neanche un lenzuolo a coprire tutte le speranze negate da una solidarietà e da una volontà politica europea arbitraria e discriminante. Nel mese di giugno 2022, 7.843 persone hanno raggiunto l’Europa attraversando il Mediterraneo centrale, approdando con imbarcazioni sempre più fatiscenti sulle coste siciliane e calabresi o, salvati miracolosamente in mare dagli operatori delle navi umanitarie presenti in area di ricerca e soccorso. Nel mese di giugno 2021 ne arrivarono 5.840».

Salvini e Meloni, con le elezioni che si avvicinano (e con lo ius scholae in discussione) stanno ripartendo con la propaganda dell’invasione. La Libia intanto è la solita polveriera, senza nessuna possibilità per ora di tornare una sua stabilità politica (anche questo tutto merito dell’Occidente che ha “esportato la sua democrazia”). A questo si aggiunge la povertà che sta attanagliando l’Africa, per la crisi climatica e per l’aumento di prezzi dei beni essenziali a causa della guerra.

In tutto questo il ministro della Guerra Lorenzo Guerini riesce a rilasciare un’intervista a Repubblica che ci ricorda, per l’ennesima volta, perché lo sentiamo e lo vediamo così poco in giro. Mentre discetta di guerre in giro per il mondo non riesce a trattenersi e ci fa sapere che sul Sahel «senza sviluppo non può esserci sicurezza. C’è il rischio di fenomeni migratori mai visti prima». Un ministro che parla di guerre e che riesce a ipotizzare la possibilità che portino “sviluppo” e che infine sventola le migrazioni come tema di “sicurezza”. Una roba indecente, così. Come un Minniti qualsiasi, semplicemente con più capelli e più profumo di incenso.

Buon lunedì.

Guerra e diplomazia, eppur Pechino si muove

Da quello sciagurato mese di febbraio quando Mosca ha deciso di attaccare militarmente il territorio della Repubblica di Ucraina la stampa nostrana si è a tratti interrogata su che cosa facesse Pechino. Mentre molti sembravano dare spazio ad un libro di un giornalista americano, in tutti i sensi, dal titolo di non difficile interpretazione Fermare Pechino, ecco affacciarsi – a tratti timidamente – chi tenta invece di spiegare che la questione è ben più complessa perché La Cina è già qui. Perché è urgente capire come pensa il Dragone, come recita il titolo di un ottimo libro della sinologa e giornalista Giada Messetti (Mondadori, 2022). In parole povere, fermare Pechino è una frase d’effetto, che tende a trasformare la geopolitica in un derby calcistico, ben più complesso è invece suggerire che dobbiamo “capire” e per fare questo non basta odiare e demonizzare come ci suggerisce l’autore americano, ma studiare e comprendere le ragioni, le condizioni, le storie, le tradizioni degli altri, come ci racconta Messetti.

Esattamente tutto quello che non sta accadendo per la guerra in Ucraina. È difficile capire le ragioni della nostra politica e dei nostri governanti europei, che spalancano la porta ad Ucraina, Moldavia e perfino Georgia, mentre inspiegabilmente continuano a lasciare sull’uscio i paesi dei Balcani che, come l’Albania, sono già nella sfera europea da decenni e sono reduci da una sanguinosa guerra etnica, che potrebbe con il loro ingresso in Europa trovare finalmente una composizione. Non riusciamo a capire come sia possibile che nessuno dalle nostre parti provi a capire cosa sta accadendo e si impegni per fermare questa guerra. Quando il conflitto cesserà, riporterà le lancette della storia al giorno precedente al suo inizio, quando Putin riconobbe le repubbliche filorusse del Donbass, la differenza saranno solo le migliaia di persone di ogni etnia e provenienza che hanno perso la vita. E non riusciamo a capire perché nessuno compia uno sforzo per avviare veramente una trattativa che possa portare ad un cessate il fuoco.

Molti hanno sperato che la Cina svolgesse un…

 

* L’autore: Federico Masini è ordinario di Lingua e Letteratura Cinese all’Università La Sapienza di Roma.

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Così la Cina si prepara, in Africa, all’esame di peacebuilding

Chinese and Hong Kong flags are hanged to celebrate the 25th anniversary of Hong Kong handover to China, in Hong Kong, Friday, June 17, 2022. Hong Kong is preparing to introduce new middle school textbooks that will deny the Chinese territory was ever a British colony. (AP Photo/Kin Cheung)

Nell’aprile del 1955, ventinove Paesi del Sud del mondo, compresa la Cina, si riunirono a Bandung, in Indonesia, per dire no al colonialismo. L’incontro terminò con l’adozione dei principi di non ingerenza e neutralismo, rimasti da allora le direttrici della politica estera cinese, nonché la pietra angolare dei rapporti con l’Africa e i paesi emergenti.

Oggi, quasi settant’anni dopo, la Cina torna capofila del Sud globale. Mentre il conflitto russo-ucraino ha riportato la guerra in Europa, ad Addis Abeba, in Etiopia, il 21 giugno si è conclusa la conferenza cinese per la pace nel Corno d’Africa. Un’iniziativa storica in quanto è la prima del genere a coinvolgere il gigante asiatico. Dalla fine degli anni 90 la Cina è diventata un’assidua frequentatrice dell’Africa: ha superato gli Stati uniti per interscambio commerciale e investito centinaia di miliardi di dollari in progetti di trasporto. Ma, fedele al comandamento della non interferenza, mai si era addentrata nello scivoloso terreno del “peacebuilding”.

La due giorni, che ha visto protagonista il nuovo inviato cinese per il Corno, Xue Bing, ha confermato l’importanza attribuita da Pechino alla regione con affaccio sullo stretto di Suez e ricca di risorse naturali. Strategica, quindi, ma scossa da colpi di Stato, lotte tribali, e minacciata dal terrorismo islamico. Xue ha annunciato che il governo cinese continuerà a supportare gli stati del Corno nella promozione del trasferimento di tecnologia, nello sviluppo delle infrastrutture e nel rafforzamento del settore finanziario. Di più. «La Cina sosterrà i Paesi della regione nella lotta al terrorismo, garantendo così pace e stabilità», ha dichiara l’inviato speciale. 

L’iniziativa nel Corno d’Africa ribadisce la…

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La scoperta di una inedita Irène Némirovsky

Tempesta in giugno, appena pubblicato da Adelphi, ha un titolo che sembra suscitare un effetto di straniamento nel lettore accaldato di questo torrido giugno 2022. Eppure, c’è un anelito simile tra il soffocante bollore di questi giorni e la “tempesta” che Irène Némirovsky sceglie come titolo inequivocabile nell’ultima versione della prima parte di Suite francese, al posto di un “temporale di giugno” forse troppo banale.

La scrittrice ebrea, nata a Kiev nel 1903, che aveva scelto la Francia come patria anzitutto come lingua e come cultura (fu educata in francese da una tata fin dalla primissima età), intuisce infatti che l’immane tragedia della guerra e dell’occupazione tedesca della Francia non solo provocherà morti e esuli, distruzione e sconquassi: la tempesta richiederà la sua vita, e le pagine che sta scrivendo, immaginando una sinfonia in cinque movimenti che si opponga al rumore delle bombe, saranno le ultime. «Niente illusioni: non è per adesso», lascia in un appunto.
La si avverte, leggendo questa versione inedita, l’urgenza della storia. Per i tanti lettori che hanno amato la scrittrice fin dal 2005 – anno di pubblicazione di Suite francese – questa versione è, al contempo, un ritorno e una rivelazione.

Una giovane e appassionata ricercatrice dell’università di Bari, Teresa Lussone, ha il merito di aver riportato alla luce questa seconda (o, per essere più precisi, terza versione) del capolavoro incompiuto di Némirovsky: si tratta di una dattilografia – a opera probabilmente del marito di Irène, Michel Epstein – corretta puntualmente da note a penna della scrittrice, contenente quattro capitoli nuovi e altri profondamente rimaneggiati, scoperta da Lussone negli archivi dell’Institut Mémoires de l’édition contemporaine (Imec), in Normandia. La studiosa, che ha anche integrato la traduzione di Laura Frausin Guarino con le parti mancanti, ha dimostrato con gli strumenti della filologia che questa dattilografia della prima parte di Suite francese è l’ultima rivista da Némirovsky, prima del suo arresto da parte della guardia nazionale francese nel luglio 1942 e del suo trasferimento a Auschwitz. È dunque, in definitiva, una versione che segue quella manoscritta, contenuta nella celebre valigia che le due figlie di Némirovsky si portarono appresso, scappando dai tedeschi.

Si tratta indubbiamente di un testo più maturo dal punto di vista della composizione narrativa e della cifra stilistica: la scrittrice sembra padroneggiare al meglio quell’arte dei “contrasti” che Némirovsky cercava per il suo ultimo capolavoro. Le bassezze e le viltà si stagliano con contorni più nitidi su un racconto che è strutturato su un ritmo più asciutto, più secco. A differenza di Suite francese, i capitoli portano titoli che identificano chiaramente le varie classi sociali che affrontano la fuga da Parigi invasa dai tedeschi. Al contempo, decidendo di limare il più possibile i commenti del narratore omnisciente o di eliminare i dettagli inutili, la prosa di Némirovsky fa emergere con nitore il…

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«Egr. cardinal Zuppi, al report della Cei sulla pedofilia mancherà proprio la serietà»

Foto Cecilia Fabiano /LaPresse 24/05/2022 Roma, Italia Cronaca : il Card. Matteo Maria Zuppi di Sant’Egidio , Arcivescovo di Bologna nominato Presidente della CEI rilascia una dichiarazione all’hotel Hilton di Fiumicino durante l’assemblea Generale dei Vescovi Italiani Nella Foto : Matteo Maria Zuppi Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse May, 24, 2022 Rome (Italy) News : Cardinal Matteo Maria Zuppi of Sant'Egidio, Archbishop of Bologna appointed President of the CEI , issues a statement during the General Assembly of the Italian Bishops In The Pic : Matteo Maria Zuppi

Il Coordinamento ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa (di cui Left fa parte), promotore di una linea di contrasto agli abusi clericali ben precisa, espressa articolatamente nella “Lettera ai vescovi” del 16 maggio scorso, giudica gravemente inadeguate e contraddittorie le scelte attuate dalla CEI in relazione al «I Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili», così come illustrate nel comunicato stampa del 23 giugno scorso e nell’intervista rilasciata dal presidente della CEI card. Matteo Zuppi ai maggiori quotidiani italiani (Corriere della Sera, la Repubblica, il Messaggero, La Stampa 23/6).

1) Presidente, i centri diocesani non sono indipendenti. Il Report in sé appare inadeguato a cogliere il dato quantitativo e qualitativo del fenomeno: in primo luogo perché in capo a una rete di servizi interna alla Chiesa e dunque non caratterizzato da quella terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema. Per fare un esempio, all’interno della Commissione per la tutela dei minori dell’arcidiocesi ambrosiana è stato nominato, nel 2019, l’avv. Mario Zanchetti, difensore di tanti preti accusati di abuso: non proprio un modello di neutralità. In secondo luogo, l’arco temporale sul quale tali servizi possono avere competenza è estremamente limitato (2020-2021), non essendo oltretutto essi nemmeno distribuiti in modo omogeneo in tutte le diocesi italiane. Contestiamo pertanto l’affermazione del cardinale secondo cui i servizi diocesani sarebbero assolutamente «indipendenti», con la curiosa precisazione che «a Bologna sono tutte donne, professioniste, guidate da una psichiatra. E discutiamo, sono assolutamente indipendenti». Un singolare sillogismo: ma non basta che un centro diocesano sia in mano a équipe femminili per avere la patente di indipendenza. A meno che le professioniste suddette, in quanto donne, nella visione del cardinale siano percepite come esterne alla Chiesa.

2) Presidente, la statistica non è un opinione, è una scienza. Il comunicato della Cei non fa alcun riferimento all’altra componente dell’“indagine”, che dovrebbe avere come oggetto i dati provenienti dal Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) inerenti al ristretto arco temporale 2000-2021. Nel frattempo, però, il cardinale Zuppi definisce nell’intervista «oggettivi», «sicuri» i dati in possesso del DDF, ponendoli in contrapposizione con i risultati del Rapporto francese della Commissione CIASE, giudicando negativamente la loro natura di «proiezioni statistiche», e affidandosi alla valutazione di «tre inchieste di universitari» che «demoliscono il lavoro della commissione». Un giudizio grossolano sull’enorme lavoro di ascolto delle vittime della Commissione d’Oltralpe, durato due anni, che abbraccia un periodo di 70 anni e che ha messo all’opera personalità di alto profilo: è un sorprendente e ingiustificato attacco alla Chiesa sorella. Il cardinale sembra ignorare che le “proiezioni statistiche” utilizzate nel Rapporto CIASE sono uno strumento caratterizzato da rigore scientifico, come ribadito anche di recente da p. Hans Zollner, il quale ha sottolineato come «la metodologia usata dal gruppo è quella utilizzata dalle istituzioni come l’OMS ed è una metodologia valida. È una stima e un’estrapolazione, certo, che viene usata ad esempio per scoprire quante persone a Parigi sono malate di cancro della pelle. Non si conoscerà mai esattamente il numero, ma si avrà un’immagine dell’ampiezza del fenomeno». (Paris, Centre Sèvres, IV Conferenza del ciclo “Dopo la Ciase, pensare insieme la Chiesa”). Oltretutto lo stesso cardinale dimostra di fidarsi di dati statistici ottenuti da proiezioni, quelli dell’Istat, quando afferma, nell’intervista rilasciata ai quotidiani italiani, che «in Italia ci sono sei milioni di persone in povertà, una su dieci, anche a causa della solitudine»

3. Presidente, “metodo qualitativo” ha un significato preciso. Nell’intervista, lei parla di metodo “qualitativo” come metodo che consiste nel «distinguere i numeri grezzi, capire le differenze». Non è corretto. Il metodo qualitativo non rappresenta infatti un lavoro “di qualità” su dati quantitativi ma raccoglie elementi da interviste in profondità e storie di vita: proprio il tipo di lavoro compiuto dalla Commissione Ciase.

4. Presidente, quali e quanti dati possiede il Dicastero per la Dottrina della Fede? Per quanto riguarda l’arco temporale dei dati del DDF ai quali i vescovi intendono fare riferimento (2000-2021), curiosamente si tratta dello stesso periodo preso in considerazione nell’indagine permanente del settimanale Left, avviata a metà febbraio e consultabile da chiunque su chiesaepedofilia.left.it. Inoltre, altrettanto singolare è che tale operazione contraddirebbe l’affermazione di mons. Scicluna che, nel 2014, incalzato dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia, dichiarò che i dati sugli abusi non sono nella disponibilità del DDF ma delle diocesi. Certo, sono trascorsi otto anni da allora, molto può essere cambiato nella collaborazione tra DDF e Chiesa italiana, ma pare di cogliere la stessa difficoltà appena un mese fa, quando il medesimo mons. Scicluna (ora segretario aggiunto della sezione disciplinare del DDF), interpellato sull’applicazione globale di “Vos estis lux mundi”, risponde che «oggi non disponiamo di un’indagine globale o di dati esaurienti», e che «molte diocesi e giurisdizioni hanno ora creato uffici dove si possono denunciare casi di abusi sessuali su minori». Che sarà, inoltre, dei casi di preti denunciati solamente alle autorità italiane e condannati dalla nostra giustizia?

5. Presidente, la Chiesa esamini se stessa. Sempre nell’intervista, lei mira a proporre il Report della Chiesa come strumento di prevenzione per «capire il fenomeno più vasto nella società, se non c’è pregiudizio». Anche questo elemento è irricevibile: la Chiesa non deve spostare il suo focus da ciò che accade al suo interno, e non è nelle condizioni di porsi come esperta o consulente in iniziative di carattere statale.

6. Presidente, qual è il suo concetto di “indipendenza”? Il Coordinamento ItalyChurchToo considera irricevibile la scelta dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza come istituzione “indipendente”, motivata dai vescovi con il suo ruolo pregresso di soggetto valutatore all’interno del progetto “SAFE”. L’Università Cattolica del Sacro Cuore, infatti, non soddisfa il requisito dell’indipendenza rispetto alla Chiesa: per statuto, come tutte le università cattoliche è regolata dal Codice di Diritto Canonico (can. 807-814), dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae (15 agosto 1990), dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali e dai suoi Statuti interni; la sua missione è di «servire a un tempo la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa» (Ex Corde Ecclesiae, art. 4); la sua missione è svolta «in armonia con il magistero della Chiesa» (art. 11). Insomma, l’alto profilo scientifico e accademico della Cattolica non è condizione sufficiente a garantire oggettività, terzietà e, nel caso del Report sugli abusi, valutazioni scevre da conflitti di interessi. Altrove sono state investite del compito istituzioni prive di legami con la Chiesa: in Germania, ad esempio, lo Studio nazionale MHG (2018) è stato portato avanti da tre università statali, quelle di Mannheim, Heidelberg e Giessen; stesso genere di incarico svolge l’Università di Zurigo per la Svizzera.

7. Presidente, la Cattolica di Piacenza ha partecipato al “progetto della Chiesa italiana” sugli abusi… La sede di Piacenza dell’Università Cattolica – come lo stesso comunicato della CEI riporta – ha oltretutto già lavorato “a fianco” della Chiesa, nel progetto “Supporting Action to Foster Embedding of child safeguarding policies in Italian faith led organizations and sports club for children – SAFE”, accanto a un altro istituto universitario, il CiRViS, Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, con l’obiettivo di creare le competenze per la prevenzione degli abusi su minori all’interno dell’associazionismo cattolico. Un lavoro – svolto in partnership con l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, il Centro Sportivo Italiano e la Presidenza Nazionale di Azione Cattolica Italiana – la cui efficacia è stata valutata proprio dalla Cattolica di Piacenza; un lavoro di tale rilievo per la Chiesa da essere definito, sul quotidiano Avvenire (18/2), “il progetto della Chiesa italiana”.

Per tutti i suddetti motivi, il Coordinamento ItalyChurchToo ritiene inaccettabili la metodologia, gli standard e i partner dell’operazione intrapresa dalla CEI e ribadisce la necessità di rendere accessibili tutti gli archivi ecclesiali ai fini di una indagine realmente esterna, indipendente, libera da conflitti di interesse, che riguardi un arco temporale molto più vasto: unica garanzia di verità, di giustizia per tutte le vittime e di reale ed efficace prevenzione.

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