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Maria Gabriella Gatti: L’assurdità di considerare l’embrione e il feto vita umana

Il 24 giugno la Corte suprema degli Stati Uniti, con una decisione storica che riporta gli Usa indietro di 50 anni, ha annullato la sentenza Roe vs Wade del 1973, che proteggeva l’accesso all’interruzione di gravidanza fino al momento in cui un feto può vivere al di fuori dell’utero – ovvero intorno alle 23 o 24 settimane di gravidanza. Ed è stato proprio questo il punto dirimente attaccato dai giudici ultra conservatori  in sintonia con le associazioni anti abortiste e le Chiese evangeliche che negano la nascita umana e confondono il feto con il bambino. Per rispondere alle loro argomentazioni religiose e anti scientifiche abbiamo rivolto alcune domande a Maria Gabriella Gatti, che da anni svolge ricerche in questo ambito ed è autrice di molte pubblicazioni scientifiche. Psicoterapeuta, per tanti anni neonatologa dell’Azienda ospedaliera di Siena, insegna alla scuola di psicoterapia Bios Psychè a Roma.

Professoressa Gatti, facciamo chiarezza, quale è la radicale differenza tra feto e neonato?
Affermare che il “concepito” cioè l’embrione è un soggetto di diritto deriva da un pregiudizio ideologico di natura religiosa cristiana: l’identità umana sarebbe rappresentata dal solo genoma. Le sequenze nucleotidiche del Dna nello zigote o nella blastocisti sono necessarie ma non sono sufficienti a definire una singolarità umana biologica. Le cellule indifferenziate e tutte uguali della Blastocisti, dopo circa cinque giorni dal concepimento, quando avviene l’impianto nella parete uterina o qualche settimana più tardi, quando l’embrione non ha ancora formato la corteccia cerebrale, non possono essere considerate persona e quindi “soggetto di diritto”. Il genoma dello zigote è il punto di partenza per la costruzione della biologia umana ma non è persona. Il pensiero religioso completamente astratto altera sia il rapporto con la realtà materiale in questo caso biologica che con la realtà psichica umana. Possiamo pensare che l’embrione è persona senza far ricorso all’anima che scende dal cielo per dar vita ad una materia biologica senza pensiero? 

Cosa contraddistingue la nascita umana? Nel cinquantennale della pubblicazione di Istinto di morte e conoscenza quali sono le nuove acquisizioni delle neuroscienze e della neonatologia a conferma di ciò che Massimo Fagioli aveva affermato con la Teoria della nascita?
Lo psichiatra Massimo Fagioli in Istinto di morte e conoscenza pubblicato nel 1972 e di cui quest’anno si celebra il cinquantenario ha scoperto l’…

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Divieto di abortire o obbligo di partorire?

«L’America è tornata indietro di 50 anni” è la sostanza di quello che leggiamo in questi giorni sui giornali. Indietro a prima della sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti del 1973 “Roe vs Wade”, quando una donna texana (il cui nome di fantasia era Roe), abusata da un marito alcolista e violento, sposata a 16 anni, madre di due bambini e già vittima di violenza sessuale, assistita da un gruppo di avvocate vinse contro lo stato del Texas rappresentato dall’avvocato Wade. Quella sentenza (arrivata dopo tre anni) riconosceva il diritto all’aborto anche in assenza di problemi di salute della donna e del feto e si rifaceva al 14esimo emendamento della Costituzione che riconosce il diritto alla privacy e alla libera scelta per ciò che attiene alla sfera più intima dell’individuo. Permetteva inoltre l’intervento fino a quando il feto può sopravvivere al di fuori dell’utero materno.

Gli Usa non hanno una legge federale valida per tutti gli Stati e quindi il ribaltamento della storica sentenza del ’73 nei giorni scorsi, ad opera della Corte Suprema ora a maggioranza conservatrice (repubblicana), lascia liberi gli Stati di adottare le norme che vogliono. Almeno in 26 Stati abortire sarà illegittimo totalmente o parzialmente, con norme più restrittive e punitive; risultato per cui gli aggressivi movimenti pro-vita si sono adoperati in tutti questi anni. Quello che sta già succedendo e che succederà a breve è che un numero impressionante di donne in età fertile negli Usa (da 36 a 40 milioni di donne secondo le diverse stime) verrà privato della possibilità di ricorrere alla volontaria interruzione di gravidanza, se necessaria, in quanto vive in Stati che sono contrari all’aborto. Oppure verrà obbligata a… 

 

* L’autrice: Irene Calesini è psichiatra, psicologa clinica e psicoterapeuta, si occupa da anni di vittime di violenza domestica e collabora con la Scuola di psicoterapia dinamica Bios Psychè

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In Libia il sangue cola e il mondo resta a guardare

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 15-11-2016 - Mar Mediterraneo Operazione di salvataggio di 121migranti condotta dall'Ong Moas (Migrant Offshore Aid Station) e dalla Croce Rossa a bordo della nave Topaz Responder al largo della costa libica Vincenzo Livieri - LaPresse 15-11-2016 - Mediterranean sea News 121 migrants rescue operation carried out by the Ngo Moas (Migrant Offshore Aid Station) and the Red Cross on the Topaz Responder vessel off the Libyan coast

La Missione conoscitiva indipendente delle Nazioni Unite sulla Libia ha pubblicato un nuovo rapporto in cui riafferma i rapporti precedenti che evidenziavano gravi crimini contro l’umanità perpetrati nella Libia dilaniata dalla guerra. Ha specificato che le donne migranti sono spesso costrette a subire alcuni degli abusi più gravi.

Il rapporto afferma che “la missione ha ragionevoli motivi per ritenere che i crimini contro l’umanità di omicidio, tortura, detenzione, stupro, sparizione forzata e altri atti disumani siano stati commessi in diversi luoghi di detenzione in Libia dal 2016”.

Autorità, trafficanti di esseri umani e altri agenti trattengono regolarmente i migranti in Libia, che è diventato un importante punto di partenza per decine di migliaia di persone – che provengono principalmente dall’Africa subsahariana – che tentano di raggiungere l’Europa. I funzionari, tuttavia, continuano a negare davanti al mondo.

Il generale senso di anarchia che regna nel Paese da quando il sovrano libico Moammar Gheddhafi è stato rovesciato e ucciso nel 2011 è diventato una fonte di opportunità e profitto per i trafficanti di esseri umani organizzati.

Secondo il rapporto della missione conoscitiva, in Libia ci sono prove sostanziali che dimostrano che migranti e rifugiati sono sistematicamente esposti a “detenzioni arbitrarie prolungate”. Ciò include l’ abuso sessuale e la tortura dei bambini .

Gli inquirenti che hanno redatto il rapporto dopo aver compiuto numerosi viaggi in Libia, hanno dettagliato “atti di omicidio, tortura, stupro e altri atti disumani”, a cui sono sottoposti i migranti tenuti in cattività. Il rapporto sottolinea tra l’altro l’uso comune della “violenza sessuale per mano di trafficanti e trafficanti, spesso con l’obiettivo di estorcere denaro alle famiglie”.

“La missione ha anche documentato casi di stupro in luoghi di detenzione o prigionia in cui le donne migranti sono costrette a fare sesso per sopravvivere, in cambio di cibo o altri beni essenziali”, afferma il documento.

Il rapporto aggiunge che molte ragazze e donne migranti sono persino consapevoli del rischio di essere esposte a violenze sessuali, tanto che “alcune donne e ragazze migranti si mettono un impianto contraccettivo prima di recarsi lì per evitare gravidanze indesiderate a causa di tali violenza.”

Gli investigatori citano esempi di violenti abusi sui migranti in Libia nel loro rapporto; questi vanno da una donna che descrive in dettaglio come “i suoi rapitori hanno chiesto sesso in cambio dell’accesso all’acqua” a esecuzioni sommarie di persone scaricate in dozzine di fosse comuni.

La missione conoscitiva delle Nazioni Unite in Libia, creata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ohchr) nel giugno 2020, vedrà scadere il suo mandato tra pochi giorni.

Tuttavia, diversi Paesi africani hanno presentato al consiglio una bozza di risoluzione per consentirle di continuare per altri nove mesi, poiché la situazione in Libia continua ad essere instabile e altamente pericolosa.

Mohammad Aujjar, presidente della Missione conoscitiva in Libia, afferma che “la Missione ha denunciato gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, alcune delle quali equivalgono a crimini contro l’umanità e crimini di guerra”.

La missione ha anche redatto un elenco di individui e gruppi ritenuti responsabili di alcuni di questi crimini, ma per il momento lo mantiene riservato.

“L’obiettivo è porre fine all’impunità prevalente di fronte a schemi chiari e persistenti di gravi violazioni dei diritti umani, in molti casi perpetrati da gruppi di milizie”, ha aggiunto Aujjar.

“Ora più che mai, il popolo libico ha bisogno di un forte impegno per aiutarlo a portare pace e giustizia durature nel suo Paese e per stabilire uno stato basato sullo stato di diritto e sui diritti umani”.

Buon venerdì.

Se cento preti pedofili vi sembran pochi

Pope Francis prays during the opening session of the CEI, Italian Episcopal Conference, at the Vatican, Monday, May 16, 2016. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Un mese dopo essere stato annunciato dal nuovo capo della Conferenza episcopale italiana (Cei), il cardinale e arcivescovo Zuppi, il 23 giugno è stato avviato il primo Report della Chiesa italiana sulla pedofilia basandosi sulle attività dei Servizi regionali, dei Servizi diocesani/interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Cosa siano i Centri d’ascolto lo abbiamo raccontato su Left del 18 febbraio 2022. Qui per brevità ricordiamo che sono stati istituiti dalla Cei nelle diocesi italiane per raccogliere informazioni e segnalazioni dalle vittime di preti pedofili e dare loro sostegno psicologico e giuridico. Il Report rientra in una delle 5 linee di azione varate a maggio dall’assemblea generale dei vescovi e volte – a detta loro – a una “più efficace prevenzione” del fenomeno criminale.

Nella ricerca saranno coinvolti 16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto. L’esame dei dati raccolti spetterà a ricercatori dell’Università Cattolica del sacro cuore di Piacenza, specializzati in economia, statistica, sociologia con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding. Il risultato dell’indagine sarà reso noto in autunno e gli esperti avranno il compito «non solo di presentare una radiografia dell’esistente, ma di trarre suggerimenti e indicazioni per implementare l’adeguatezza dell’azione preventiva e formativa delle Chiese che sono in Italia».

La scelta dell’Università Cattolica spiega la Cei, si è fondata sul suo coinvolgimento come soggetto valutatore del progetto “Safe – Educare e accogliere in ambienti sicuri” che ha interessato per due anni, dal 2019 al 2021, la Comunità papa Giovanni XXIII, il Centro sportivo italiano, l’Azione cattolica italiana e il Centro interdisciplinare di ricerca sulla vittimologia dell’Alma mater studiorum di Bologna. Potrebbe sembrare tutto coerente – la Cei che si avvale dell’Università cattolica per affrontare un problema radicato profondamente all’interno della Chiesa – se non fosse che Zuppi, presentando il progetto a maggio, aveva dichiarato che l’incarico sarebbe stato affidato «a due centri universitari indipendenti».

E che cosa ha di “indipendente” l’Università cattolica rispetto alla Chiesa? Nulla di nulla. Come scrive Ludovica Eugenio su Adista – che insieme a Left e ad altre importanti realtà associative fa parte del Coordinamento ItalyChurchToo (v. Left del 18 febbraio 2022) – per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di diritto canonico (art. 807- 814), dalla Costituzione apostolica Ex corde ecclesiae sulle università cattoliche e dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali. Per capire ancora meglio ecco alcuni riferimenti giuridici. Art. 808 Cdc: «Nessuna università di studi, benché effettivamente cattolica, porti il titolo ossia il nome di università cattolica, se non per consenso della competente autorità ecclesiastica»; art. 4 Ex corde ecclesiae: le università cattoliche devono «servire a un tempo la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa»; art. 14: «In una università cattolica, quindi, gli ideali, gli atteggiamenti e i principi cattolici permeano e informano le attività universitarie conformemente alla natura e all’autonomia proprie di tali attività».
Lo stretto legame dell’ateneo con la Chiesa è codificato anche nello Statuto, precisa Ludovica Eugenio. La Cattolica «secondo lo spirito dei suoi fondatori, fa proprio l’obiettivo di assicurare una presenza nel mondo universitario e culturale di persone impegnate ad affrontare e risolvere, alla luce del messaggio cristiano e dei principi morali, i problemi della società e della cultura».

Tutto chiaro, no? Sicuramente i ricercatori della Cattolica sono preparati e formati per svolgere il compito che è stato loro assegnato ma di certo appartengono a un’istituzione priva totalmente della terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema in questione. Un problema che è gigantesco e che dal febbraio scorso noi di Left – che indipendenti lo siamo per davvero – stiamo cercando di fotografare in ogni suo aspetto (statistico, sociale, psichiatrico, storico, giuridico, etc) attraverso l’indagine permanente pubblicata nel nostro Database (consultabile su chiesaepedofilia.left.it).

E qui vi proponiamo un primo … “report” del lavoro di analisi dei dati in gran parte provenienti dall’unico Archivio esistente in Italia e che fa capo all’associazione di tutela delle vittime Rete L’Abuso. Ebbene, dopo un’accurata verifica delle fonti, su 126 posizioni esaminate (pari a poco meno di un quarto di quelle totali monitorate, circa 450) abbiamo individuato 100 casi di sacerdoti pedofili per un totale di 332 vittime in età prepuberale; 94 di questi crimini sono avvenuti tra il 2000 e i primi mesi del 2022, altri 6 tra il 1995 e il 1999 (e giudicati nei primi anni Duemila); 86 sacerdoti su 100 sono stati condannati in via definitiva, per 11 ecclesiastici sono in corso indagini o un processo “laico”, in 3 sono stati denunciati solo alle autorità ecclesiastiche; in 10 sentenze su 100 è stata emessa una condanna per pedopornografia, pertanto in questi casi il numero delle vittime è imprecisato; infine, i 100 sacerdoti coinvolti appartengono a 61 diocesi diverse, pari al 26,9% del totale.

E gli altri 26 casi? Per 5 di loro non è stato possibile completare le verifiche perché sono stati rimossi dagli archivi dei giornali tutti gli articoli sulla vicenda che li ha visti coinvolti. Gli altri 21 hanno compiuto reati che vanno dallo stalking alla violenza “sessuale” su minori non prepuberi o su persone maggiorenni (di cui una disabile), dal favoreggiamento della prostituzione alla resistenza a pubblico ufficiale, dallo spaccio di droga alla circonvenzione di incapace.

Questo nostro primo rapporto non comprende 111 casi indagati dal 2010 al 2021 dalle diocesi di Trento e di Bolzano (v. Left del 18 febbraio 2022). Quel che sappiamo è che nessuno è stato contestualmente segnalato dai vescovi alle autorità italiane.
In queste due diocesi come in tutte le altre con il “nuovo corso” inaugurato dal card. Zuppi, la Chiesa in Italia continua beatamente a lavare i panni sporchi in famiglia come se fosse il modo più efficace per prevenire e sradicare la pedofilia al suo interno. Di fronte a questa strategia – che resta un unicum a livello mondiale considerando che in altri Paesi sono state autorizzate dalle Chiese locali inchieste indipendenti che hanno portato innegabili risultati – noi di Left restiamo basiti di fronte all’inerzia totale dello Stato italiano. Oggi noi documentiamo 100 casi di pedofilia e il coinvolgimento di oltre un quarto delle diocesi a conferma dell’esistenza di un problema strutturale nella Chiesa italiana. Poi ci sono le segnalazioni ai vescovi di Trento e Bolzano.

Ma se in sole due diocesi in una decina di anni si contano 111 casi, quanti altri ce ne sono, sommersi, nelle altre 224? Quante vittime si devono contare affinché lo Stato inizi a muoversi? Affinché intervenga e non deleghi un’indagine delicatissima a chi è parte in causa? Noi riteniamo che sia compito delle istituzioni laiche indagare e ci sembra assurdo anche doverlo ribadire. Pertanto chiediamo nuovamente che intervenga il Parlamento italiano realizzando una Commissione d’inchiesta come quella sul femminicidio. Già perché questi due crimini, la violenza sulle donne e la violenza sui bambini, sono strettamente connessi avendo una matrice “culturale” comune fondata sull’alleanza tra mentalità patriarcale e pensiero religioso. È ora che in Italia se ne prenda atto.

La nostra inchiesta esclusiva è tratta da Left dell’1 luglio 2022 

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Talebani d’occidente

La scioccante sentenza della Corte suprema Usa del 24 giugno segna un passaggio epocale nella storia degli Usa, che fanno un salto all’indietro di almeno 50 anni.
D’un tratto la sentenza Roe versus Wade è stata cancellata e il diritto delle donne di poter accedere all’interruzione di gravidanza non è più riconosciuto a livello federale. Il che significa che ogni Stato ora deciderà per sé. La battaglia per abolire del tutto il diritto all’aborto è già cominciata in 50 Stati portando alla luce una vistosa spaccatura fra nord e sud, fra Stati democratici e repubblicani. E anche se lo Stato di New York dichiara di voler accogliere e dare risposta alle donne, anche se il divieto quasi totale di aborto nello Utah è stato bloccato almeno temporaneamente da un tribunale, anche se una corte della Louisiana ha sospeso la messa al bando dell’interruzione di gravidanza (e molte altre battaglie in tribunale sono attese) a livello nazionale saranno moltissimi i divieti e le discriminazioni.

Con tutta evidenza solo le donne delle classi medio alte potranno viaggiare e accedere ai servizi sanitari che negli Usa perlopiù sono fruibili solo con assicurazione privata. «L’aborto non è mai stato gratuito negli Usa. Se lo Stato lo richiedeva bisognava pagare» ha ricordato Emma Bonino, senatrice di Più Europa e protagonista di storiche battaglie radicali per affermare il diritto al divorzio e per la legalizzazione dell’aborto.

Molto peggio sarà ora negli Usa. Già è partita in molti Stati conservatori anche la battaglia contro l’aborto farmacologico e contro la pillola del giorno dopo, mentre si prepara una ancor più ampia retromarcia sui diritti che – come tristemente abbiamo già visto durante il Covid – colpirà soprattutto i neri, gli ispanici, i nativi americani. È la polpetta avvelenata lasciata dal suprematista Trump che, oltre ad aver tentato il golpe di Capitol Hill, ha blindato la Corte suprema nominando i giudici conservatori che hanno compiuto questo scempio del diritto e questo micidiale attacco alle donne, invocato a gran forza dai fondamentalisti pro-life e dalle Chiese evangeliche. Ora l’ex presidente e tycoon esulta: «L’ha voluto dio».

Rileviamo anche che nell’arco di soli 7 giorni la Corte suprema ha colpito il diritto all’autodeterminazione delle donne, ha autorizzato le preghiere nelle scuole pubbliche e ha rafforzato il diritto a portare armi dichiarando incostituzionale una legge dello Stato di New York che lo limitava. Con tutta evidenza impedire alle donne una sessualità libera slegata dalla procreazione è prioritario per la Corte, ma non lo è altrettanto tentare di fermare le stragi nelle scuole. Di fronte a tutto questo molte migliaia di persone in America si sono riversate nelle strade per protestare. Poco incisiva è parsa fin qui la risposta del presidente Biden su cui pende la spada di Damocle delle elezioni di Midterm.

Da sinistra lo ha incalzato la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ricordando un episodio doloroso della sua vita quando fu violentata poco più che ventenne. Drammaticamente oggi la possibilità di interrompere una gravidanza conseguenza di uno stupro, in molti Stati Usa, potrebbe non essere più possibile, aggiungendo dolore a dolore. “Talebani d’Occidente” avrebbe potuto essere il titolo della copertina di Left. Abbiamo scelto “Talebani di casa nostra” ponendo l’accento su quel che accade in Italia, dove la Chiesa – sulla scia della sentenza Usa – tenta di rimettere in discussione la legge 194 e di colpevolizzare le donne affermando contro ogni evidenza scientifica che l’aborto sia un omicidio. Del resto lo stesso papa Bergoglio aveva detto che le donne che si rivolgono a un medico per abortire assoldano un killer.

Per contrastare questa ennesima crociata oscurantista, rilanciata senza contraddittorio su media mainstream con interviste a cardinali e prelati, interpellati su temi medici che riguardano la salute psicofisica delle donne di cui nulla sanno, ci siamo rivolti a autorevoli esperte in ginecologia, psichiatria, neonatologia come Anna Pompili, Irene Calesini e Maria Gabriella Gatti. Già due settimane fa avevamo pubblicato un ampio speciale sul tema dell’aborto denunciando, dati alla mano, come la 194 sia disattesa e disapplicata. Avendo avuto più che sentore di quell’onda nera che stava montando negli Usa, con l’americanista Alessia Gasparini avevamo già fatto un quadro dei diritti delle donne minacciati Oltreoceano. Il filo dell’inchiesta continua su questo numero in cui siamo andati oltre la ricostruzione dei fatti interrogandoci sulla radice culturale, politica e religiosa di questo feroce attacco all’identità delle donne che non viene solo dai talebani in Afghanistan o dai wahabiti in Arabia Saudita, ma in maniera più sottile attraversa anche la civilissima Europa.

Basta guardare a quel sta accadendo in Ungheria e in Polonia dove il drastico restringimento della legge sull’aborto ha causato la morte di giovani donne per setticemia. Basta guardare a quel che accade in Croazia o a Malta (da cui proviene la presidente del Parlamento Ue, la conservatrice Roberta Metzola) dove l’aborto è proibito nella maniera più assoluta e i medici che lo favoriscono rischiano da tre mesi a 6 anni di carcere. Ma appunto parliamo anche e soprattutto dell’Italia che dalla legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita a oggi ha fatto molti passi indietro rispetto al diritto delle donne di poter scegliere se e quando fare figli, ma non solo. Dopo la sentenza americana politici anche di destra si sono affrettati a rassicurare che la legge 194 non è in pericolo. Intanto però è sabotata nei fatti dall’alto numero di medici obiettori mentre i governatori regionali della Lega e di Fratelli d’Italia hanno fatto di tutto in Umbria, nelle Marche e altrove per mettere paletti all’aborto farmacologico.

E spuntano ovunque cimiteri ad hoc per i feti. Da Roma a Marsala se ne contano almeno una cinquantina, scandalosamente.

L’editoriale è tratto da Left dell’1 luglio 2022 

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Corte suprematista

Abortion rights activists are seen through a hole in an American flag as they protest outside the Supreme Court in Washington, Saturday, June 25, 2022. The Supreme Court has ended constitutional protections for abortion that had been in place nearly 50 years, a decision by its conservative majority to overturn the court's landmark abortion cases. (AP Photo/Jose Luis Magana)

L’aborto è legale negli Usa dal 1973, quando la Corte suprema americana emise la famosa sentenza Roe vs Wade. Dopo quasi 50 anni, il 24 giugno, la stessa Corte si è pronunciata sul caso Dobbs vs Jackson women’s health organization, ossia sulla legittimità di una legge del Mississippi, che vietando l’aborto dopo la quindicesima settimana, violava apertamente i principi affermati nella Roe vs Wade.

Nella causa contro il governatore del Texas Henry Wade, Jane Roe, pseudonimo di Norma Mc Corvey, chiedeva che le fosse riconosciuta la possibilità di interrompere la terza gravidanza, in virtù del diritto alla privacy considerata come libera scelta riguardo a ciò che attiene alla sfera più intima di una persona. Allora, la Corte suprema stabilì che il diritto alla privacy, inteso come diritto all’autodeterminazione, aveva fondamento costituzionale, e ne definì la universalità; erano pertanto illegittime in tutti gli Stati le leggi che vietavano l’aborto. Nel 1992 questo principio fu ribadito e consolidato con la sentenza Planned parenthood of Southeastern Pennsylvania vs Casey.
Sebbene l’aborto fosse già stato legalizzato nel Regno Unito con l’Abortion act del 1967, la Roe vs Wade ha avuto un’importanza fondamentale, perché per la prima volta si ammetteva il diritto all’aborto, un diritto umano fondamentale, sulla base dei principi di autonomia e autodeterminazione. In virtù della dichiarata universalità del principio di autonomia, gli Stati Uniti non si sono dati una legge federale sull’aborto.

La sentenza della Corte suprema del 24 giugno ha di fatto cancellato la Roe vs Wade, riportando drammaticamente indietro gli Stati Uniti d’America, ad un periodo in cui i diritti civili erano privilegi per pochi. In essa si sostiene che la Costituzione non fa alcun riferimento al diritto all’aborto, e che dunque i singoli Stati sono nel pieno diritto di approvare leggi che lo vietano. Nel Texas, nel Missouri e in almeno altri 13 Stati, quelle leggi sono già pronte. A breve, secondo le stime del Guttmacher institute, l’aborto sarà vietato o pesantemente limitato in 26 Stati.
Se le donne vogliono l’aborto legale, affermano i giudici della Corte suprema, non devono far altro che votare, per cercare di eleggere democraticamente politici non contrari ad esso. Sono le regole della democrazia, bacchettano candidamente e arrogantemente quei giudici, per i quali le disuguaglianze e le ingiustizie fanno parte del gioco; nella loro delirante interpretazione è normale che i diritti all’autodeterminazione e alla salute siano subordinati agli equilibri e alle maggioranze politiche del momento e del luogo.

La sentenza rischia di rafforzare nel mondo posizioni ostili all’affermazione dei diritti sessuali e riproduttivi; di fronte a queste minacce sempre più concrete, l’8 giugno il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria, ha votato la “Risoluzione sulle minacce globali ai diritti all’aborto” che, auspicando che il presidente Biden e la sua amministrazione possano garantire in ogni caso l’accesso all’aborto alle donne americane, «chiede che l’Ue e i suoi Stati membri includano il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali».

«L’accesso all’aborto viene eroso», si legge nella risoluzione, che cita come esempi Malta, dove l’aborto è ancora vietato, la Polonia, l’Ungheria, la Slovacchia, ed anche l’Italia; il Parlamento europeo richiama tutti i Paesi membri a «depenalizzare l’aborto e a eliminare e combattere gli ostacoli all’aborto sicuro e legale e all’accesso all’assistenza sanitaria e ai servizi sessuali e riproduttivi».

Come negli Usa, anche in Italia la legalizzazione dell’aborto ha preso le mosse da una sentenza, ma ad essa è seguita una legge, la 194 del 1978. Pur riconoscendo che la tutela della vita dell’embrione/feto ha fondamento nell’art. 2 della nostra Costituzione, nel 1975 la Corte costituzionale affermò il principio secondo il quale il diritto alla salute di chi è nata prevale sul diritto alla vita di chi non è ancora nato. Nessuno spazio all’autodeterminazione, dunque; l’aborto è ammesso solo per garantire il diritto alla salute delle donne.

Nonostante la debolezza ideologica di tale impianto, la legge è solida, ed essendo…

*L’autrice: La ginecologa Anna Pompili è componente del consiglio generale dell’Associazione Luca Coscioni e cofondatrice di Amica (Associazione medici italiani contraccezione e aborto)

L’articolo prosegue su Left dell’1 luglio 2022 

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Un assaggio del governo che sarebbe con Giorgia Meloni

Se volete un antipasto del mondo che sarebbe con Fratelli d’Italia al governo vi basta fare un salto a Rieti dove il neo sindaco di Rieti, Daniele Sinibaldi (FdI), eletto al primo turno lo scorso 12 giugno, ha ufficializzato ieri mattina i nomi degli assessori che formeranno la nuova giunta comunale del capoluogo reatino, a trazione centrodestra. Della giunta fanno parte anche assessori della Lega, oltre che di Fratelli d’Italia e di liste che hanno sostenuto la candidatura di Sinibaldi.

Tra loro come assessora alla Cultura e scuola è stata nominata Letizia Rosati, una che si è meritata uno spicchio di cronache nazionali nel 2019 scrivendo in un post su Facebook, a proposito a proposito della candidatura della città per il Lazio Pride: «Il mondo Lgbt è contro i miei valori perché nega il dato biologico da cui deriva l’identità delle persone e soprattutto i diritti dei bambini che vengono strumentalizzati a scopi di cui non si parla mai a sufficienza. Utero in affitto, sdoganamento della pedofilia, poliamore sono gli obiettivi da raggiungere. Rassicuro pertanto che tale candidatura non è stata promossa dal Comune».

«Riteniamo inaccettabile la sua nomina a qualsiasi incarico istituzionale – spiega il portavoce del partito Gay LGBT+, Solidale, Ambientalista, Liberale di Rieti Fabrizio Marrazzo – è come se oggi per la comunità nera o ebraica nominassero un assessore antisemita o razzista. Peraltro è assurdo che una candidata non eletta che ha preso 200 voti contro i 330 di Domenico Di Cesare, nostro referente di Partito Gay LGBT+ , capolista di SiAmo Rieti, Ambiente, Diritti, Solidarietà, che è stato il più votato del polo progressista, possa imporre nelle istituzioni le sue idee medievali».

Fratelli d’Italia ha scelto come assessora Rosati non per meriti politici ma perché con certa destra accade così, mettere al comando le persone per marcare ostilità contro i diritti di qualcuno. Altro che progressisti, il gioco sta nell’intestarsi una regressione in nome della Patria e dei valori (che non lo sono) giocando sempre sul filo dell’odio. Poi accade inevitabilmente, come negli Usa, che un diritto dato per assodato improvvisamente si perda.

Buon giovedì.

 

Tommy Kuti: «Diritto di cittadinanza, avvisate i politici che il mondo è cambiato»

Tommy Kuti, al secolo Tolulope Olabode Kuti, nigeriano, è in Italia dall’età di due anni e ha avuto un’infanzia non proprio facilissima tra Mantova e Brescia. Poi l’incontro con una maestra «illuminata», e la laurea in Inghilterra. È tornato in Italia per fare musica, rap in particolare. Un altro incontro fondamentale è stato con Fabri Fibra. Un singolo dal titolo emblematico, Afroitaliano lo ha fatto conoscere al più ampio pubblico. «Sono tornato perché sentivo il desiderio, quasi una “missione”, di raccontare la mia storia, che era la storia della mia generazione. E avendo studiato Scienze della comunicazione, sentivo di poter dare il mio contributo», dice a Left. Detesta scegliere tra Africa e Italia, e infatti rappa così: «Sono troppo africano per essere solo italiano e troppo italiano per essere solo africano». E ancora: «Afroitaliano, perché il mondo è cambiato». Tommy Kuti punta il dito contro la politica anti immigrazione delle destre, ma parla anche dell’attesa per la proposta di legge sullo ius scholae e ci racconta anche della nuova strada che ha preso la sua musica: «Prima facevo principalmente canzoni rap, ora faccio canzoni afrobeat, che è il suono tipico della mia terra».

Giorgia Meloni in Andalusia ha tenuto un comizio a sostegno di Vox in cui è tornata a scagliarsi contro l’immigrazione. Che ne pensi? Uscire dalla pandemia non avrebbe dovuto renderci migliori?
Per un attimo ci siamo illusi di essere un pochino più umani di quello che siamo, però siamo ancora indietro da un punto di vista culturale.

Come sta dal punto di vista dell’integrazione, la città dove vivi, Milano, spesso al centro delle cronache per la presenza di gang giovanili?
Mi sento un privilegiato con il mestiere che faccio. A parte qualche persona anziana che sul tram ancora mi guarda e storce il naso, io vivo nell’ambiente musicale che ha una certa apertura mentale. Per quanto riguarda i giovani al centro delle cronache, sono tanti oggi i ventenni di seconda generazione che vivono in Italia e talvolta accade che si facciano sentire, anche in modo scorretto, perché avvertono che questo Paese non li accetta anche se sono cresciuti qua. Non li accetta, a cominciare dal…

L’articolo prosegue su Left del 24 giugno 2022 

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Tutti i casi di soffocamento. Altro che taxi (di terra e del mare)

La scoperta di 46 migranti morti all’intento di camion a San Antonio, negli USA, ha riacceso flebilmente la luce sulle condizioni di viaggio dei migranti che cercano la salvezza con tutti i mezzi possibili. È una bella lezione per tutti coloro che continuano a cianciare di “taxi del mare” o di “africani in vacanza”.

Ora, passata l’emozione dell’indignazione da social potremmo ricordare tutti gli altri episodi, tanto per avere il polso del dramma:

Inghilterra, 23 ottobre 2019: 39 migranti vietnamiti morti per soffocamento e ipertermia sono stati trovati in una roulotte fuori Londra. Quattro uomini sono stati incarcerati per omicidio colposo; uno di loro, un uomo vietnamita, è stato condannato a 15 anni di carcere a febbraio dopo essere stato condannato per essere il capobanda.

USA, 23 luglio 2017: otto immigrati sono stati trovati morti in una soffocante roulotte in un parcheggio di San Antonio Walmart nella calura estiva del Texas. Altri due sono morti in seguito negli ospedali, l’autista è stato condannato all’ergastolo. Le autorità hanno descritto l’incidente come un tentativo di traffico di immigrati andato storto.

Libia, 20 febbraio 2017: 13 migranti africani soffocati all’interno di un container mentre venivano trasportati tra due città della Libia. Secondo la filiale locale della Mezzaluna Rossa, un totale di 69 migranti per lo più maliani sono stati stipati nel container. Secondo quanto riferito, erano rimasti intrappolati nel container per quattro giorni.

Austria, 27 agosto 2015: la polizia austriaca ha scoperto un camion abbandonato contenente i corpi di 71 migranti iracheni, siriani e afgani. Tra le vittime soffocate c’erano otto bambini. Il camion, trovato parcheggiato lungo un’autostrada, era entrato in Austria dall’Ungheria.

Pakistan, 4 aprile 2009: 35 migranti afgani soffocati all’interno di un container abbandonato nel Pakistan sudoccidentale. Le autorità hanno affermato che più di 100 persone sono state stipate all’interno del container, che avrebbe dovuto essere portato al confine iraniano.

Thailandia, 9 aprile 2008: 54 migranti birmani soffocati nella parte posteriore di un camion frigorifero ermetico nella città meridionale di Ranong. Il camion portacontainer a 10 ruote, solitamente utilizzato per il trasporto di pesce congelato, era in viaggio verso l’isola turistica di Phuket. I morti includevano 37 donne e 17 uomini. Altri 21 sono stati ricoverati in ospedale e i restanti 46 sono stati arrestati dalla polizia per essere entrati illegalmente in Thailandia.

USA, 14 maggio 2003: 19 migranti sono morti all’interno di un soffocante rimorchio di un trattore mentre viaggiavano dal sud del Texas a Houston.

Inghilterra, 18 giugno 2000: 58 immigrati cinesi sono stati trovati morti all’interno di un camion nella città portuale inglese di Dover. Il camion olandese aveva trasportato gli immigrati attraverso la Manica dal Belgio.

Il traffico di migranti è un crimine orrendo che si poggia su due pilastri fondamentali: l’incuria verso persone che sono viste come “altro” da noi e l’ignoranza di credere che l’ultimo dramma di cui sappiamo sia un caso isolato. Poi ci sono i fiancheggiatori morali, sono quelli che parlano con superficialità di “taxi” senza essere capaci di rispettare l’odore della morte.

Buon mercoledì.

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Istruzione non può fare rima con discriminazione

BAMBINI AL 1 GIORNO DI SCUOLA, ALLA SCUOLA ELEMENTARE DI VIA DEI NARCISI (MILANO - 2009-09-14, Duilio Piaggesi) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

L’Italia ha una norma sulla cittadinanza – la legge 91/1992 – vecchia ormai di trent’anni che si distingue per miopia e insipienza nell’ambito dell’Unione europea: non solo perché nega il diritto legato al luogo di nascita, ma perché prevede misure straordinariamente restrittive in materia di residenza e tempistiche straordinariamente lunghe perché i minori possano ottenere la cittadinanza al compimento del diciottesimo anno di età.

Nel XXI secolo nessuna maggioranza parlamentare ha manifestato una vera volontà di modificarla nel senso dell’inclusione, dell’integrazione e dei diritti; l’unico tentativo intrapreso, nel 2015, è naufragato in Senato. A oggi, bambine e bambini, ragazzi e ragazze nonché adulti residenti di lungo periodo restano impietosamente esclusi dalla categoria di cittadino, ovvero dall’unica che rende titolari di pieni diritti.

L’Italia ha una legge sulla cittadinanza letteralmente incivile, perché del tutto inadeguata alle trasformazioni avvenute tanto nella società e nella composizione demografica del Paese quanto nel mondo intero. In coincidenza con la fine dell’anno scolastico 2021/22, la comunità educante ha avviato una mobilitazione perché questa legislatura approvi una riforma che almeno cominci a rispecchiare questi cambiamenti e a rispondere alle esigenze, alle sfide e anche alle opportunità che essi determinano e propongono. Il movimento parte dalle scuole, perché la legge sulla cittadinanza attualmente in vigore ha un impatto terrificante sulla comunità scolastica che si è creata in questi ultimi tre decenni, quella che è il nostro presente e a maggior ragione il nostro futuro: lascia infatti oltre 877mila minori, nati e/o cresciuti in Italia in una condizione di svantaggio rispetto ai coetanei in possesso della cittadinanza.

Nella scuola pubblica la diversità è un arricchimento che produce rapporti paritari, uguaglianza, emancipazione. Le pratiche virtuose della scuola pubblica dovrebbero trovare finalmente, in questa legislatura, una traduzione giuridica che inneschi un analogo arricchimento in tutta la società. Nella scuola si creano reti di rapporti interpersonali tra docenti, genitori, studenti e studentesse, ed è questa comunità che chiede di approvare una riforma della cittadinanza che sia a tutela dell’interesse dei e delle minori e a beneficio della convivenza e della salute del patto che tiene insieme la società italiana. Negare diritti, frammentarli, differenziarli significa, al contrario, gettare le basi di disuguaglianze, discriminazioni, gerarchie formali e informali.

Oggi, i minori stranieri scolarizzati in Italia sono esclusi, tra le altre cose, da percorsi ed esperienze scolastiche importanti (come gite di classe all’estero, scambi europei ed extraeuropei alla secondaria di secondo grado) e gli ostacoli sono se possibile ancora più alti al momento di passare all’università: impossibile immatricolarsi in quota studenti italiani, impossibile partecipare a…

Gli autori: Costanza Margiotta e Filippo Benfante fanno parte del movimento Priorità alla scuola

L’articolo prosegue su Left del 24 giugno 2022 

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