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Su Melilla fate schifo

Migrants arrive on Spanish soil after crossing the fences separating the Spanish enclave of Melilla from Morocco in Melilla, Spain, Friday, June 24, 2022. Dozens of migrants stormed the border crossing between Morocco and the Spanish enclave city of Melilla on Friday in what is the first such incursion since Spain and Morocco mended diplomatic relations last month. (AP Photo/Javier Bernardo)

Venerdì 24 giugno a Melilla c’è stata una carneficina. «Tutto era sangue, tutto sangue», ha raccontato a El Pais un testimone, «sangue sulla testa, pelle lacerata, piedi rotti, mani rotte… Chi non è morto finirà per morire, perché è stato picchiato molto». Il confine tra Spagna e Marocco (chiuso nel 2020 approfittando della pandemia) ha registrato il più grande tentativo di ingresso degli ultimi anni. Una strage alle porte dell’Europa.

Ho voluto aspettare di leggere i giornali di ieri, che era lunedì, di spulciare tra le dichiarazioni dei politici italiani e europei augurandomi che un carnaio del genere non potesse passare sotto silenzio. La portavoce della Commissione europea Nabila Massrali ha rilasciato un comunicato che ha la temperatura di un annuncio in un supermercato: «Le violenze e le vittime» che si sono registrate alla frontiera di Melilla «sono oggetto di seria preoccupazione» da parte dell’Ue. «La sicurezza dei migranti e l’astenersi dall’eccessivo uso della forza e il rispetto dei diritti umani restano prioritari».

I politici italiani erano troppo impegnati per celebrare il consigliere comunale conquistato nel piatto sperduto borgo sventolandolo come una vittoria nazionale. Il governo spagnolo si è «rammaricato per la perdita di vite umane di persone disperate che cercavano una vita migliore», sebbene abbia mantenuto il suo sostegno all’azione del Marocco, che «combatte e subisce anche quella violenza» degli assalti, secondo loro. Ovviamente non è mancata una generica accusa alle mafie che sono sempre dappertutto quando si tratta di immigrazione mentre non si notano mai mentre gestiscono gli esercizi commerciali e riforniscono i nasi della classe dirigente.

In compenso i migranti morti sono già pronti per essere seppelliti.  L’Associazione marocchina per i diritti umani (Amdh) ha pubblicato sui social una foto scattata alla periferia del cimitero dove ha bollato come “scandalo” la decisione che le autorità si preparano a seppellire «una parte degli emigranti morti» solo due giorni dopo i corpi arrivarono all’obitorio in una forma totalmente opaca. «Senza indagini, senza autopsia, senza identificazione, le autorità cercano di nascondere il disastro», si legge nella nota.

I membri dell’Amdh chiedono che si indaghi sulle circostanze della morte e se si sarebbe potuto evitare la tragedia. Omar Naji, capo dell’Amdh a Nador, afferma di aver assistito venerdì alla scena di subsahariani rannicchiati a terra mentre venivano identificati dalla polizia, immagini scioccanti che la sua organizzazione ha diffuso attraverso vari video. Naji afferma di aver visitato l’obitorio dell’ospedale Hassani venerdì, dove vengono trovati i corpi di emigranti subsahariani, e assicura di aver contato almeno 15 morti. «Erano a terra. Ciò significa che l’obitorio è stato sopraffatto. E c’erano solo due persone che lavoravano lì». Lo stesso venerdì, l’Amdh aveva già avvertito della possibilità che i morti venissero spediti rapidamente e ha chiesto che i defunti non fossero seppelliti in fretta e che si aprisse «un’indagine globale, rapida e seria per determinare responsabilità e conseguenze».

Un numero delle vittime preciso non c’è ancora. Di sicuro ci sono tutti i contorni che servono per chiamarla strage. E il silenzio intorno fa schifo.

Buon martedì.

 

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Raffaele La Capria e il suo poetico litigio con Napoli

Raffaele_La_Capria_-foto_di_Augusto_De_Luca wikipedia

Per ricordare un grandissimo scrittore, Raffaele La Capria, riproponiamo la toccante Introduzione a me stesso, brano della conferenza che lo scrittore tenne alla Sorbonne di Parigi il 28 novembre 2003. Lo pubblichiamo ringraziando la casa editrice Elliot che nel 2014 ci permise di pubblicarla su Left.

Il mio poetico litigio con Napoli

di Raffaele La Capria

Per uno scrittore nascere a Napoli comporta sempre un pedaggio da pagare. Io, per esempio, ho scritto più d’una dozzina di libri, di questi alcuni – come Ferito a morte o L’armonia perduta – avevano Napoli come tema centrale, ma gli altri erano saggi che parlavano d’altro, parlavano di Letteratura, parlavano del “senso comune” come difesa dal dilagare delle astrazioni, parlavano dei libri e del modo di leggere i libri, parlavano dell’Italia e delle sue anomalie che si riflettono anche nella letteratura. Tutti questi miei libri sono ora raccolti in volumi dei Meridiani – una collezione simile alla Pléiade – e visti tutti insieme fanno capire meglio il senso e il significato del mio percorso di scrittore, e fanno capire meglio che ogni singolo libro, inserito nel contesto degli altri, assume un diverso valore. E anche tutto quello che ho scritto su Napoli, dunque, collocato nell’insieme della mia opera, può essere considerato adesso in una luce diversa.

Dico tutto questo perché uno scrittore per il semplice fatto di essere nato a Napoli viene definito “scrittore napoletano”, e l’aggettivo napoletano gli viene imposto come un marchio di fabbrica, tutto quello che scrive è made in Naples. Io però dico – senza voler nulla rinnegare della mia identità – che i miei libri, anche quando parlano di Napoli, parlano prima di se stessi, cioè di come sono scritti, e poi di Napoli. Dico che una cosa è parlare di Napoli e un’altra cosa è essere parlati da Napoli. Io ho la pretesa nei miei libri di aver parlato di Napoli e non di essere stato parlato da Napoli, anche se senza la mia identità napoletana e il mio “poetico litigio” con la città, forse quei libri non li avrei mai scritti. Dunque non è l’argomento Napoli che definisce un libro, ma l’operazione letteraria messa in atto, il linguaggio, la costruzione, lo stile, e così via. Per uno scrittore napoletano però è quasi impossibile venir considerato, come tutti, uno scrittore e basta. Lo si deve sempre mettere in un angolo: scrittore sei, te lo concediamo, ma napoletano. Se si parla di Calvino non si aggiunge subito “scrittore ligure”. Se si parla di Moravia, non si aggiunge subito “scrittore romano”. E non lo si fa perché si riconosce come valore primo quello che hanno scritto, cioè i loro romanzi. Ecco, io vorrei lo stesso trattamento. Lo dico anche perché se sei uno scrittore napoletano finisci sempre intruppato con gli altri scrittori napoletani. Di notte, dice il proverbio, tutti i gatti sono grigi. E gli scrittori napoletani sono come i gatti, hanno tutti lo stesso colore, si confondono insomma tutti e sono tutti uguali nella notte napoletana. Ma per uno scrittore quel che conta è la differenza.

Tutto il suo lavoro è fatto per crearsi una sia pur piccola differenza che lo faccia riconoscere immediatamente per quello che è, per il suo stile, per la sua musica particolare. E visto che prima ho parlato di gatti, anche lo scrittore, come il gatto, vuole segnare il suo territorio. In uno dei saggi che ho scritto, Il sentimento della letteratura, c’è un capitolo dal titolo “quella piccola differenza”. Per quanto piccola, quella differenza per uno scrittore è tutto, perché lì è la sua “originalità”. Non è facile conquistare questa originalità, ma, ammesso che lo scrittore sia riuscito a conquistarla, è altrettanto importante che gli venga riconosciuta. E a uno scrittore napoletano questo non sempre accade. Io ammiro e rispetto Domenico Rea, ma non voglio essere confuso con Rea solo perché entrambi siamo nati a Napoli. Così non voglio essere confuso con la Ortese o con Prisco o con chiunque altro. E invece, un po’ per pigrizia un po’ per la tiepida corrente omologante che tutti ci trascina, si preferisce annegare ogni differenza nelle acque del Golfo di Napoli.

Ricordate Shakespeare? «Non è grande chi per una grande causa prende le armi, ma chi per una pagliuzza è capace di sollevare il mondo». Quella pagliuzza che mette in gioco l’onore è, per uno scrittore, la sua piccola differenza.

Questa premessa era necessaria per parlare del mio romanzo Ferito a morte, e voglio subito accennare rapidamente alla sua piccola differenza, a ciò che lo fa diverso dagli altri romanzi scritti a Napoli nello stesso periodo di tempo. La prima differenza sta nel fatto che Ferito a morte ha tenuto in conto, e ha fatto i conti, con la letteratura del Novecento, cioè con quella rivoluzione formale del romanzo che sta tutta nella sua costruzione, o meglio nella sua struttura simbolica. Che cosa intendo con struttura simbolica? Intendo quella disposizione figurata delle varie parti di un romanzo e dei vari elementi della narrazione capace di irradiare energia nel linguaggio e mettere in atto contemporaneamente più possibilità di significati, di diventare, al di là della trama e dei personaggi, il vero contenuto del racconto. Nei Faux monnayeurs André Gide ha spiegato bene l’importanza della struttura del romanzo novecentesco, e se pensate alla Recherche di Proust o ai romanzi di Virginia Woolf, di Joyce, di Faulkner e a come sono costruiti, e come la loro struttura sia importante per determinare la scrittura e per dare al tutto un significato ulteriore che va al di là di ciò che è esplicitamente scritto, e al di là del significato letterale, capirete meglio cosa voglio dire quando parlo di struttura simbolica e di rivoluzione formale del romanzo novecentesco.

Fanno parte di questo romanzo l’applicazione di tecniche narrative come il flusso di coscienza o monologo interiore, la concezione del tempo sincronica invece che diacronica, la polifonia, la minore importanza della psicologia o della trama, o del personaggio, perché appunto è il contesto che prevale, e cioè la struttura e il linguaggio. Quando Camus scrisse L’étranger, aveva capito bene come dalla costruzione e soltanto dalla costruzione del suo romanzo poteva venir fuori il vero suo significato. Infatti nella prima parte la descrizione della realtà vista da Meursault dà luogo a un linguaggio fatto di frasi brevi e staccate, ognuna indipendente dall’altra e ognuna equivalente, così come erano equivalenti tutti i momenti della sua vita immersi nell’immediatezza di un presente per lui vuoto e ingiustificabile. Naturalmente qui tutti i verbi sono al presente indicativo, un presente immediato e fuggevole. Nella seconda parte vediamo la ricomposizione di quella stessa realtà ma dal punto di vista dei giudici e dei testimoni in tribunale, e qui la sintassi cambia, ci sono frasi che rispettano l’ordine, le connessioni e le motivazioni normalmente accettate dalle persone comuni. Ed è questa differenza di linguaggio a far risaltare e a rendere immediatamente percepibile l’estraneità dello “straniero” Mersault e la distanza che lo separa dagli altri. Da lì verrà, senza bisogno di altra spiegazione, il sentimento dell’assurdo. Vedete bene come qui la struttura simbolica del libro non solo ne determina il linguaggio e dunque influisce sulla scrittura, ma diventa il suo vero contenuto. In qualsiasi altra maniera più esplicita si fosse detto, mai un lettore avrebbe percepito con più forza il senso dell’assurdo che il romanzo voleva trasmettergli. Una cosa simile ho fatto io nel mio libro Ferito a morte. Qui io ho sottratto al soggetto, al protagonista Massimo, la sua complessità e l’ho trasferita nella struttura del romanzo, in modo che questa parlasse per lui e facesse comprendere la sua condizione in mezzo agli altri (…).

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Come salvare l’Amazzonia?

A boy plays with a flower in front of a banner with images of British journalist Dom Phillips, left, and Indigenous expert Bruno Pereira and the word "Justice" written in Portuguese, during a rally demanding authorities conduct a thorough investigation into the circumstances leading to their deaths, and do more to protect indigenous lands against illegal miners, loggers, and fishermen, in Brasilia, Brazil, Sunday, June 19, 2022. (AP Photo/Eraldo Peres)

Per il suo nuovo libro il giornalista britannico Dom Phillips aveva scelto un titolo eloquente: “Come salvare l’Amazzonia”. E per documentarsi aveva chiesto all’indigenista Bruno Pereira, ex Coordinatore generale per la protezione degli indigeni isolati della Funai (Fondazione nazionale per l’Indio) di collaborare con lui. Il tema del libro era lo sviluppo sostenibile dell’Amazzonia nel rispetto dei nativi.
Bruno Pereira era stato rimosso dal suo incarico alla Funai nel 2019, dopo aver coordinato un’operazione che aveva portato alla distruzione dei mezzi e attrezzature utilizzate dai cercatori d’oro illegali (garimpeiros) all’interno del territorio Yanomami, nello stato di Roraima. Il suo braccio destro, Maxciel Pereira dos Santos, era stato ucciso pochi giorni prima. Diventato oggetto di mobbing all’interno del Funai e minacciato di morte da parte del crimine organizzato, l’indigenista è stato esautorato dal questore e pastore evangelico Marcelo Xavier, a capo della Fondazione. L’incarico che aveva fin lì svolto con successo è stato poi assegnato al missionario evangelico Ricardo Lopes Dias.

Il 5 giugno 2022, Dom Phillips e Bruno Pereira, sono scomparsi nel nulla dopo essere stati visti per l’ultima volta lungo il fiume Itaquaí ai confini con il Perù e la Colombia.
Alcuni indigeni, deputati al controllo di quell’area, hanno inviato due sms di allerta all’Ong Unijava (União dos povos indígenas do Vale do Javari), con la quale Bruno Pereira collaborava, informandoli di aver visto un potente motoscafo, con a bordo tre individui armati, inseguire il giornalista e l’indigenista..
In un’intervista pubblicata dal Wwf-Brasile a dicembre, Bruno Pereira aveva spiegato che grazie al progetto dell’Unijava per il controllo del territorio, le popolazioni indigene, di cui si occupava, avevano formato squadre addestrate all’uso di droni, computer e gps al fine di velocizzare le segnalazioni e quindi l’intervento delle forze dell’ordine per fermare le attività illegali all’interno dei territori protetti. «È assolutamente necessario che i popoli indigeni cerchino le proprie forme di organizzazione, istituendo un sistema di monitoraggio in grado di arginare i conflitti violenti», aveva affermato l’indigenista.

Mentre l’Ong e i nativi si adoperavano per ritrovare i due uomini scomparsi, le forze armate, nonostante i tecnologici mezzi a disposizione, giustificavano la loro inerzia adducendo come motivo la mancanza di «ordini superiori».
Sotto pressione dell’ambasciata britannica, delle famiglie degli scomparsi, delle Ong, del movimento indigeno e ambientalista e della stampa nazionale ed estera, al fine di minimizzare l’indignazione collettiva, il ministero della Difesa ha infine dispiegato finalmente le sue forze.
Per due anni Dom Phillips e Bruno Pereira si erano addentrati nella…

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Israele ha ucciso la giornalista Shireen Abu Akleh. E ora che fate?

A mural of slain of Al Jazeera journalist Shireen Abu Akleh adorns a wall, in Gaza City, Sunday, May 15, 2022. Abu Akleh was shot and killed while covering an Israeli raid in the occupied West Bank town of Jenin on May 11, 2022. (AP Photo/Adel Hana)

«Lo choc per l’uccisione a #Jenin in un raid di una giornalista di #AlJazeera. Chiediamo #veritàegiustizia per #ShireenAbuAkla», scriveva il segretario del Partito democratico Enrico Letta lo scorso 11 maggio. La verità è arrivata. Si è conclusa venerdì 24 giugno l’indagine indipendente dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) sull’omicidio di Shireen Abu Akleh, la giornalista palestinese uccisa a Jenin, in Cisgiordania, l’11 maggio 2022, mentre stava svolgendo il suo lavoro per l’agenzia stampa Al Jazeera. Secondo l’Onu, non ci sarebbero più dubbi in merito alla responsabilità dell’uccisione della professionista: il proiettile letale sarebbe stato sparato dai soldati delle Forze armate Israeliane (Idf), colpendola alla testa e uccidendola sul colpo. Non c’entrano nulla i «palestinesi armati» di cui aveva parlato il governo israeliano, non esistono.

Scrivono le Nazioni Unite: «Secondo i nostri risultati, l’11 maggio 2022, poco dopo le 06:00, sette giornalisti, tra cui Shireen Abu Akleh, sono arrivati all’ingresso occidentale del campo profughi di Jenin nella Cisgiordania occupata settentrionale per coprire un’operazione di arresto in corso da parte delle forze di sicurezza israeliane e gli scontri che ne sono seguiti. I giornalisti hanno detto di aver scelto una strada laterale per avvicinarsi onde evitare la posizione dei palestinesi armati all’interno del campo e che hanno proceduto lentamente al fine di rendere visibile la loro presenza alle forze israeliane schierate lungo la strada. I nostri risultati indicano che non erano stati lanciati avvertimenti e che non si erano veroficati spari  in quel momento e in quel luogo.

Intorno alle 06:30, mentre quattro dei giornalisti imboccavano la strada che porta al campo, indossando caschi antiproiettile e giubbotti antiproiettile con scritto “Press”, sono stati sparati contro di loro diversi proiettili singoli, apparentemente ben mirati, dalla direzione delle forze di sicurezza israeliane. Un singolo proiettile ha ferito Ali Sammoudi alla spalla, un altro singolo proiettile ha colpito Abu Akleh alla testa e l’ha uccisa all’istante. Diversi altri proiettili singoli sono stati sparati mentre un uomo disarmato tentava di avvicinarsi al corpo di Abu Akleh e un altro giornalista illeso che si rifugiava dietro un albero. I colpi hanno continuato a essere sparati mentre questo individuo alla fine è riuscito a portare via il corpo di Abu Akleh».

«L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet continua a sollecitare le autorità israeliane ad aprire un’indagine penale sull’uccisione di Abu Akleh e su tutte le altre uccisioni e gravi ferite da parte delle forze israeliane in Cisgiordania e nel contesto delle operazioni di applicazione della legge a Gaza. Dall’inizio dell’anno, il nostro Ufficio ha verificato che le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 58 palestinesi in Cisgiordania, tra cui 13 bambini».

Quindi ora c’è la verità ma manca la giustizia. Che fanno ora Enrico Letta e tutti gli altri?

Buon lunedì.

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I crimini della Chiesa dimenticati: lo sterminio dei Catari

Ci sono autori di cinema che realizzano i propri film ispirati dalla cronaca, da episodi di vita vissuta, da figure o avvenimenti storici. Altri che indagano il presente, le relazioni fra gli uomini. Per il mio ultimo film Bogre – la grande eresia europea a ispirarmi è stata quella parola: bogre. La diceva mio padre, classe 1916, con cui parlavo occitano, per dire di una persona inaffidabile, bugiarda, di un povero babbeo da cui era meglio girare alla larga per non farsi imbobinare, altra parola occitana che sta per “circuire, sedurre…”. L’esplorazione delle parole ci riserva sempre delle sorprese. Ho scoperto così il vero significato di bogre, che è “bulgaro”, e ha a che fare con la più importante eresia del Medioevo in Europa. Bogomìli e Catari sono infatti i protagonisti del mio film. Bogomìli: così furono chiamati nel mondo balcanico, in particolare in Bulgaria dov’erano numerosi già nel decimo secolo, e in Bosnia. Dalla Bulgaria la predicazione bogomìla giunse in Italia, Francia, Occitania (ovvero il Midì della Francia) e nei Paesi di lingua germanica. Qui vennero chiamati Catari, che deriva dal greco e significa “puri”.

In Italia i Catari furono detti anche Patarini o Manichei; in Francia Tessitori; nelle Fiandre Pifles, in Occitania Bogre, quel bogre che sentivo dal babbo.
Era il Medioevo: fino a pochi decenni fa lo dicevano immobile e buio, mentre oggi sappiamo come le idee viaggiassero, con le merci dei mercanti, con gli eserciti delle crociate, con l’internazionale del monachesimo benedettino, con i matrimoni fra nobili, re, principi e duchi e con gli eretici.
Bogomili e Catari furono combattuti aspramente. I processi dell’Inquisizione – un’organizzazione che oggi potremmo dire di stampo staliniano e fascista – mandarono…

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Un messaggero di storie chiamato Paco

© CRISTIANO LARUFFA/ LAPRESSE 16-06-2003 ROMA CULTURA LO SCRITTORE SUDAMERICANO PACO IGNACIO TAIBO II

Nei dieci metri di vicolo che portano all’hotel arriva poca luce, ma per Paco è già troppa. Lo vedo che fuma, lo chiamo e vado ad abbracciarlo, la prima cosa che mi dice è questa: troppa luce, la città gli sembra avvolta da una nebbia che alle sette di sera di un giorno di giugno, con tutto l’amore che Perugia può nutrire per la nebbia, è impossibile. Gli occhi di Paco sono minuscoli, e l’occhio destro, oggi, ancor più dell’altro. La cataratta, mi fa lui, una settimana fa. Fuma, ci sediamo al tavolino solitario piazzato sui sampietrini a metà del vicolo. Non ci vediamo da tre anni.
Al festival Encuentro Paco Taibo II c’è sempre stato, fin dalla prima edizione, nel 2014. Quella di quest’anno è l’ottava, considerando anche la versione ridotta del 2021 ma non la versione online del 2020, in piena pandemia, quando proprio grazie a Paco e al suo Fondo de cultura económica siamo riusciti ad allestire una serie di dibattiti via Zoom di grande qualità.

Questo scrittore messicano nato in Spagna mentre l’Europa si leccava ancora le ferite della seconda guerra mondiale, uno degli intellettuali più illuminanti che si potrebbero incontrare in giro per il mondo di questi tempi, è un uomo generoso.
Non solo con gli amici, ma noi siamo amici, il che ha un peso. Quando ha accettato l’invito a Encuentro 2022, un paio di mesi fa, ci ha detto che non voleva nemmeno sapere cosa gli avremmo fatto fare. Senza nuovi libri in uscita noi lo consideriamo patrimonio integrale del festival: costruiamo il programma e cerchiamo di resistere alla tentazione di ficcarlo da tutte le parti, in ogni incontro possibile e immaginabile. Anche stavolta ci siamo riusciti poco, e in quattro giorni Paco ha finito…

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Figlicidi, quei segnali negati e ignorati

Nel pesante bilancio delle morti in famiglia dei giorni scorsi grava come un macigno la tragedia della piccola Elena, uccisa brutalmente a neanche cinque anni, in un piccolo centro del catanese, dalla giovanissima madre. E se è vero dei femminicidi che, sempre accanto alle ragioni culturali che innegabilmente li accomunano tutti, esiste la varietà delle dinamiche di rapporti umani malati, il figlicidio ribalta completamente la gerarchia dei fattori in gioco, chiamando immediatamente in causa la drammatica assenza dell’amore materno, un amore che si dà per scontato non debba, non possa mai mancare, come fosse istinto animale tramandato dal codice genetico.

La maternità è invece rapporto umano profondo, perché il neonato prima, il bambino poi, non hanno solo bisogni animali, hanno un’identità umana che esige di svilupparsi trovando conferme nel confronto con gli altri esseri umani: è questo il senso della nostra lunga dipendenza dall’altro, così lontana dalla quasi istantanea autonomia degli altri mammiferi. Dipendenza alla quale il bambino si lascia andare felice, finché può. Lo si vede bene dalla corsa di Elena tra le braccia della mamma arrivata a prenderla all’asilo, ripresa dalle telecamere e rimbalzata ovunque, nell’era dei social. Stando alle cronache Martina Patti, la madre ventitreenne, aveva già in mente l’orrendo piano che avrebbe messo in atto subito dopo: pare lo studiasse da tempo, tanto che gli inquirenti le imputerebbero anche la premeditazione. Di certo, malgrado i media abbiano riportato dichiarazioni della donna secondo le quali si sarebbe sentita come «posseduta» mentre agiva, l’intenzionalità di uccidere la bambina è maturata nel tempo e la sempre inverosimile teoria del raptus in questo caso non si è neanche ventilata. C’erano dei segnali di forte malessere: la nonna paterna avrebbe riferito episodi di gravi maltrattamenti della madre nei confronti della piccola Elena ma, come accade quasi sempre, nessuno ne ha colto il potenziale di devastante violenza. Giustamente si chiede a gran voce – come ha fatto Lucia Ercoli, coordinatrice dell’Osservatorio nazionale sui minori vulnerabili – un cambio di passo sulla tutela dei minori, così trascurata nel nostro Paese, stanziamento di fondi che possano aumentare le “sentinelle” capaci di intercettare il disagio
familiare. Ma la domanda più urgente, quella che purtroppo ci si pone sempre a posteriori, è come sia possibile che…

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Santiago Gamboa: La mia Colombia alza la testa. E svolta a sinistra

Gustavo Petro, presidential candidate with the Historical Pact Coalition, right, speaks during an event presenting his running mate Francia Marquez, left, in Bogota, Colombia, Wednesday, March 23, 2022, ahead of May 29 elections. (AP Photo/Fernando Vergara)

La Colombia compie un passo storico. Dopo lunghi anni di oppressione sotto due presidenti ultra conservatori come Uribe e Hernández (“il Berlusconi colombiano”) i cittadini hanno scelto di voltare pagina andando a votare in massa il candidato di sinistra alle presidenziali Gustavo Petro e la sua vice Francia Márquez.
«Il 19 giugno è come se avessimo realizzato una seconda indipendenza. Questa svolta doveva avvenire quando firmammo gli accordi di pace, ma il problema fu che una parte della popolazione si oppose per via referendaria. A sei anni di distanza celebriamo la vittoria della maggioranza dei colombiani su quel no», dice a Left lo scrittore Santiago Gamboa che abbiamo raggiunto telefonicamente a Bogota all’indomani del voto al ballottaggio.
Autore di numerosi romanzi (molto apprezzati anche da García Márquez) è da poco uscito in Italia il suo nuovo Sarà lunga la notte (Edizioni e/o), un thriller sulla corruzione delle Chiese evangeliche che sostengono le forze politiche più reazionarie. E allo stesso tempo un appassionato affresco di quell’altra parte della Colombia – i nativi, le donne, i giovani, le minoranze – che oggi cerca un riscatto, un futuro diverso, dopo lunghi anni di guerra e di feroce repressione. A cui il nuovo governo potrà – si spera – finalmente mettere fine.

Santiago Gamboa perché l’elezione di Petro e Márquez è storica tanto che lei parla di «rifondazione dello Stato colombiano»?
Fin qui la Colombia è stata una Repubblica oligarchica: tutte le persone che venivano elette appartenevano a una élite sociale e politica. L’economia e il commercio sono sempre state gestite da una esigua minoranza della società. Gustavo Petro è il primo presidente di sinistra nella storia del nostro Paese, la Colombia sarà finalmente uno Stato democratico, per questo parlo di “rifondazione dello Stato”.

Ex guerrigliero di M19, ex sindaco e parlamentare, che tipo di sinistra incarna il nuovo presidente?

Non rappresenta una sinistra in stile Maduro o Ortega. Io lo definirei piuttosto un socialdemocratico modello europeo: il suo programma politico punta molto sul welfare, sulla protezione sociale, sulla sanità pubblica, sull’educazione finanziata dallo Stato per una uguaglianza di opportunità. Nel suo discorso di insediamento ha detto anche che lui vuole creare ricchezza dando un messaggio molto chiaro ai mercati. La Colombia non diventerà un Paese comunista, ma socialdemocratico in stile europeo. Tra l’altro, una cosa che forse non tutti sanno, Petro ha anche la cittadinanza italiana, la sua famiglia è di origine siciliana.

Il suo romanzo Sarà lunga la notte è un potente affresco della Colombia di oggi. Scava profondamente nel sociale, raccontando un Paese percorso da profonde ferite e disuguaglianze, ci parla dei nativi ancora discriminati, dell’oppressione delle Chiese evangeliche, dei narcos, della corruzione. Riuscirà Petro a costruire un governo per affrontare queste questioni strutturali? Con quale rischio anche per la sua vita dacché sfida apertamente la corruzione?

La sua coalizione, Pacto historico, ha una forte maggioranza al Senato. Petro non dovrebbe avere problemi a fare un governo solido. Ma è anche vero che oggi comincia un’epoca, siamo agli inizi. La presidenza in Colombia dura quattro anni. E Petro ha già detto che non farà come il presidente di estrema destra Uribe che cambiò la Costituzione per avere un secondo mandato e oltre. La scommessa ora sarà far crescere persone in gamba. Ce ne sono tante nella sinistra colombiana che potrebbero portare avanti questo processo di cambiamento. Siccome non avevamo mai avuto un governo democratico le cose da fare sono tantissime. Il lavoro sociale è lungo e i mezzi sono comunque limitati. Va ricordato che la Colombia è un Paese in via di sviluppo, non è certo fra i 25 più ricchi del mondo, assolutamente no. È ricco in tante altre cose: acqua, aria pulita, verde, però è un Paese che continua ad appartenere a quello che una volta chiamavamo Terzo mondo.

Pedro punta molto sull’istruzione come leva per il cambiamento…

Ha proposto una cosa che a me sembra importantissima: fare della Colombia una potenza della conoscenza. L’educazione prima di tutto, per tutto. Qui in Colombia funziona un sistema all’americana nel gioco fra pubblico e privato. L’università pubblica è ottima per qualità ma è piccola. Su un milione di ragazzi che, supponiamo, vogliano andare all’università pubblica sono a disposizione 60mila posti. C’è l’università privata ma ha costi elevatissimi. Per farmi capire: una buona università di Bogotà costa una media di 6/7mila euro ogni semestre. Per una famiglia con due o tre ragazzi stiamo parlando di circa 40mila euro l’anno, oltre al vitto e all’alloggio. Cosa significa mi pare chiaro. Ossia che l’educazione in Colombia fin qui è sempre stata il primo filtro sociale. Annunciando una svolta radicale Petro ha detto che la scuola e l’università devono diventare il luogo dove tutti trovano una opportunità. Poi ognuno farà quello che può in base dal proprio talento e impegno, ma l’importante è che tutti partano senza discriminazioni.

Colpisce l’alta affluenza alle elezioni e al ballottaggio del 19 giugno. I giovani, gli studenti, sono stati protagonisti?

I giovani si sono ribellati all’oppressione del governo di destra e si sono presi per la prima volta la scena. Hanno preso la parola fortemente. Per la prima volta l’anno scorso si sono resi protagonisti della lotta. Hanno vissuto la repressione peggiore che ci sia stata negli anni della pandemia. Questo governo di destra che sta finalmente per finire, solo per far cassa, ha imposto tasse sul cibo, sul latte, riducendo le tasse e facendo sconti alle grandi imprese e alle banche. Ha attuato politiche antisociali. I ragazzi, soprattutto, sono usciti nelle strade e nelle piazze e sono stati repressi in un modo pazzesco. Nel suo discorso dopo la vittoria Petro ha dato il microfono alla madre di uno dei ragazzi uccisi durante una manifestazione dell’anno scorso. Il segnale che ha voluto dare, se ci pensiamo, è di una portata gigantesca. E poi non è solo Petro. È Gustavo Petro e Francia Màrquez. Perché come dice lui stesso non è uno e due ma uno e una.

La neo vice presidente della Colombia Francia Màrquez è avvocata ambientalista, femminista, nera. Ci dica di più di lei.

Quando dicevo che ora comincia un’epoca di democrazia piena pensavo anche a lei. Ora la cittadinanza colombiana è più rappresentata perché alla vice presidenza c’è una donna competente e che ha sperimentato sulla propria pelle i problemi di tante donne in Colombia. Giovanissima madre single ha dovuto lottare contro il razzismo. È un meravigliosa donna, un esempio per tutti. Entrambi, presidente e vice, vengono da strati sociali medio bassi. Fin qui i presidenti provenivano sempre delle famiglie più ricche, avendo alle spalle i poteri forti dell’industria e del commercio. Gustavo e Francia vengono dal popolo vero. Sta emergendo l’identità profonda di un Paese che finalmente riconosce se stesso.

Che ruolo hanno oggi le donne nella società colombiana, specie in un momento così cruciale di cambiamento?

Quella colombiana è una società molto complessa. Da una parte è molto tradizionalista con un ruolo molto forte della Chiesa, come racconto anche nel mio romanzo. Ma dall’altra parte, l’aver sofferto tanta violenza, tanta povertà, tanta ingiustizia ha fatto sì il dibattito sociale sia molto, molto acceso. La Colombia è comunque un Paese in cui le donne hanno un ruolo molto forte, importante. Da noi i diritti sociali degli omosessuali e delle comunità Lgbtq sono riconosciuti. Il matrimonio fra persone dello stesso sesso è legale. La vittoria alle presidenziali è la vittoria di quella Colombia che ha sviluppato di più un dibattito sui diritti civili. Quella che ha perso è quella parte del Paese che vuole che i diritti siano di pochi; è la Colombia maschilista rappresentata da Rodolfo Hernàndez, che si mostra su lussuosi yacht con giovanissime escort in bikini.

Protagoniste di Sarà una lunga notte sono due belle figure femminili, la giornalista Julieta e la sua collaboratrice Johanna, ex guerrigliera delle Farc che l’aiuta a leggere le matrici dei delitti. Julieta ha il coraggio di essere giornalista, donna, atea. In Colombia i giornalisti sono costretti a diventare eroi?

Sì e ci sono tante colleghe giornaliste bravissime. Tante giornaliste sono state uccise, penso per esempio a Silvia Dusan, un caso a cui fece riferimento anche Garcia Màrquez nel suo Notizie di un sequestro. Julieta è una giornalista che fa le cose per bene. Anche se la sua vita personale è un po’ un disastro, comunque va avanti, non molla. E poi c’è Johanna che è una ex guerrigliera delle Farc e oggi è una cittadina a pieno diritto dopo l’accordo di pace. Ho scelto come protagoniste queste due donne coraggiose, insieme a un ragazzino di origine indigena che è molto speciale, molto solitario. Per me sono un po’ la rappresentazione della società che emerge oggi. Io non avevo pensato a queste cose quando ho scritto il romanzo. Scrivo in modo intuitivo, ma oggi rivedo tutta questa galleria di personaggi e penso che questa svolta a sinistra è un po’ una vittoria politica del mondo che rappresentano.

Come potrà cambiare lo scenario geopolitico dopo la svolta a sinistra della Colombia, che fa seguito a quella del Messico, del Cile e, speriamo, prossimamente anche del Brasile con Lula?

Il messaggio più bello per il nostro nuovo corso è arrivato proprio dal presidente del Cile Boric. Speriamo che Lula fra un mese e mezzo riesca a cacciare quella specie di clown che è Bolsonaro. Sarebbe la vittoria di una nuova sinistra socialdemocratica latino americana che può trovare alcuni punti in comune con Biden. È molto importante che si sviluppi una sinistra democratica che lavori per affermare pienamente la parità uomo-donna, una sinistra ambientalista, una sinistra che si occupi delle sfide del presente.

Da ultimo una domanda sull’inquietante proselitismo delle Chiese evangeliche che riescono ad abbindolare le persone che hanno meno strumenti, derubandole. Nel romanzo sono rappresentati alcuni di questi predicatori carismatici, che sono acclamati come rockstar. Che origine ha questo fenomeno enormemente esteso per esempio in Brasile?

Accade la stessa cosa anche da noi in Colombia. Negli anni Settanta aveva preso piede la Teologia della liberazione in Latinoamerica. Alcuni sacerdoti presero parte anche alla guerriglia. Ernesto Cardenal fu protagonista della rivoluzione in Nicaragua e ministro della Cultura. Gli esponenti della Teologia della liberazione furono attaccati dalla Chiesa di destra proveniente dagli Stati Uniti. Le Chiese evangeliche sono spesso roccaforti di potere politico e riciclano i soldi sporchi. Sono il luogo ideale per questo. Non dimentichiamo anche che Trump dette alle Chiese evangeliche un avamposto nella Casa bianca. Il riciclaggio di soldi sporchi che passa per la Chiesa coinvolge tutti i Paesi del Nord. Trump aveva il sostegno di queste Chiese che sono tutte di destra. È un fenomeno continentale.

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L’insostenibile peso delle divise

Shadows of police officers are cast on a wall as people wait for Vatican Swiss guards to close the main door of the papal residence in Castel Gandolfo, south of Rome,Thursday, Feb. 28, 2013. Benedict XVI greeted the faithful for the last time as pope on Thursday, telling tearful well-wishers that he is beginning the final stage of his life as "simply a pilgrim," hours before he becomes the first pontiff in 600 years to resign. (AP Photo/Oded Balilty)

Era in servizio presso la Squadra mobile della Polizia di Salerno e con la sua pistola d’ordinanza si è tolto la vita. È accaduto il 15 giugno. Due giorni prima, a Canosa di Puglia, un altro poliziotto suicida, stesse modalità. Il 30 e 31 maggio erano stati due carabinieri, rispettivamente a Roma e a Fermo, a essere trovati dai colleghi privi di vita dopo essersi puntati la pistola contro e aver aperto il fuoco. Il 29 maggio, sempre a Fermo, di nuovo un poliziotto. E mentre scriviamo un ispettore della Polizia di Stato si trova in rianimazione (dal 19 giugno) dopo esser precipitato da una finestra della sua abitazione. Molto probabilmente si tratta di un gesto volontario, in tal caso sarebbe il terzo tentativo di suicidio tra le forze dell’ordine e militari (Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Esercito, Marina etc) dall’inizio dell’anno. Già questa sequenza basterebbe a segnalare un fenomeno poco noto all’opinione pubblica tuttavia oltremodo preoccupante. La preoccupazione aumenta se si considera il dato dei suicidi tra gli operatori della sicurezza dall’1 gennaio scorso in Italia. «Sono stati ben 29» racconta Eliseo Taverna, segretario generale del Sindacato nazionale finanzieri (Sinafi). A lui ed altri sindacalisti delle forze dell’ordine – Felice Romano (Siulp) e Giuseppe Tiani (Siap) – abbiamo rivolto alcune domande per indagare le cause di questo fenomeno e per cercare di capire se e in che modo le istituzioni si stiano orientando per prevenire nuovi casi.

Stando alle cifre fornite dall’Osservatorio sui suicidi in divisa, tra il 2019 e il 2021 sono stati ben 177 le donne e gli uomini appartenenti ai vari corpi di polizia e dell’esercito che si sono tolti la vita, per una media di casi noti che sfiora i cinque al mese. Stessa media del 2022. Se consideriamo i soli agenti delle forze dell’ordine, ben 355 si sono tolti la vita dal 2014 al 2021, secondo i dati raccolti dall’Onsfo, l’Osservatorio nazionale suicidi. Questo significa che il suicidio è la prima causa di morte tra i carabinieri, i poliziotti, i finanzieri e gli agenti di Polizia penitenziaria e Polizia locale.

«È una strage continua e silenziosa» chiosa Taverna «ma questo sembra non scuotere le coscienze più di tanto. Talvolta i suicidi vengono bollati come “soggetti fragili” poco inclini alle ferree regole ed allo sforzo fisico e psicologico a cui sono chiamati a far fronte e il cerchio si chiude e il problema rimane». Ovviamente la “fragilità” c’è e molto probabilmente ha radici profonde ma si lasciano pochissimi spiragli a un’analisi più approfondita delle motivazioni e del contesto in cui si è sviluppata la “decisione”. Dietro ognuna di queste morti, prosegue il sindacalista, c’è …

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Che sia almeno ius scholae

TORINO - SCUOLA ELEMENTARE LESSONA - CLASSE MULTIETNICA - BAMBINI STRANIERI - ALUNNI - STUDENTI - BANCHI - EXTRACOMUNITARI

Tra i temi che in maniera ciclica si riaffacciano nel dibattito pubblico, la riforma della cittadinanza ha un ruolo di primo piano. Ci separano trent’anni dall’introduzione della legge attualmente in vigore. Più volte in questi tre lunghi decenni l’approvazione di una nuova disciplina è sembrata a portata di mano. Puntualmente, le iniziative legislative finalizzate alla riforma della legge n. 91 del 1992 sono state interrotte per motivazioni contingenti – inerzia, assenza di coraggio, mancanza di una maggioranza parlamentare.
È in corso un nuovo iter parlamentare che potrebbe concludersi con l’approvazione di una nuova legge. Si tratta della proposta «ius scholae» elaborata da Giuseppe Brescia, presidente alla Commissione affari costituzionali della Camera.
L’esito positivo del percorso parlamentare di riforma non è scontato. Ci sono molte variabili: la tenuta del governo, la posizione dei gruppi parlamentari, la fine della legislatura che incombe. Le prossime settimane saranno cruciali: il 29 giugno è previsto che il testo approdi in aula; dovrà essere discusso e approvato dalla Camera per poi passare all’esame del Senato. È una corsa contro il tempo densa di incognite.

Una proposta di mediazione
La locuzione utilizzata per definire il testo elaborato da Brescia è esemplificativa del suo contenuto. La proposta presentata dal relatore alla Commissione affari costituzionali il 3 marzo prevede che il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età, che abbia risieduto legalmente e senza interruzioni in Italia e che abbia frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni uno o più cicli scolastici, otterrebbe la cittadinanza italiana. La cittadinanza si acquisirebbe a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell’interessato, da entrambi i genitori legalmente residenti in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore.
La frequenza scolastica è al centro della proposta. Se l’iter di riforma dovesse concludersi positivamente, la condizione giuridica dei minori in linea con i criteri disegnati da Brescia cambierebbe significativamente. L’esclusione dalla cittadinanza italiana produce effetti molteplici e stratificati. Durante la minore età sono spesso poco visibili; col passare degli anni diventano sempre più marcati. Con il compimento dei diciotto anni la privazione della cittadinanza italiana diventa un problema strutturale. Chi è privo della cittadinanza ha molte più difficoltà a spostarsi attraverso i confini, ha spesso una posizione subalterna nel mercato del lavoro, è escluso dal pieno godimento del diritto di voto. In definitiva, l’esclusione dalla cittadinanza produce diseguaglianze strutturali che derivano dalla condizione giuridica dei propri genitori: è inaccettabile. L’idea di…

L’autore: Francesco Ferri è programme developer migration di ActionAid

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