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Che sia almeno ius scholae

TORINO - SCUOLA ELEMENTARE LESSONA - CLASSE MULTIETNICA - BAMBINI STRANIERI - ALUNNI - STUDENTI - BANCHI - EXTRACOMUNITARI

Tra i temi che in maniera ciclica si riaffacciano nel dibattito pubblico, la riforma della cittadinanza ha un ruolo di primo piano. Ci separano trent’anni dall’introduzione della legge attualmente in vigore. Più volte in questi tre lunghi decenni l’approvazione di una nuova disciplina è sembrata a portata di mano. Puntualmente, le iniziative legislative finalizzate alla riforma della legge n. 91 del 1992 sono state interrotte per motivazioni contingenti – inerzia, assenza di coraggio, mancanza di una maggioranza parlamentare.
È in corso un nuovo iter parlamentare che potrebbe concludersi con l’approvazione di una nuova legge. Si tratta della proposta «ius scholae» elaborata da Giuseppe Brescia, presidente alla Commissione affari costituzionali della Camera.
L’esito positivo del percorso parlamentare di riforma non è scontato. Ci sono molte variabili: la tenuta del governo, la posizione dei gruppi parlamentari, la fine della legislatura che incombe. Le prossime settimane saranno cruciali: il 29 giugno è previsto che il testo approdi in aula; dovrà essere discusso e approvato dalla Camera per poi passare all’esame del Senato. È una corsa contro il tempo densa di incognite.

Una proposta di mediazione
La locuzione utilizzata per definire il testo elaborato da Brescia è esemplificativa del suo contenuto. La proposta presentata dal relatore alla Commissione affari costituzionali il 3 marzo prevede che il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età, che abbia risieduto legalmente e senza interruzioni in Italia e che abbia frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni uno o più cicli scolastici, otterrebbe la cittadinanza italiana. La cittadinanza si acquisirebbe a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell’interessato, da entrambi i genitori legalmente residenti in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore.
La frequenza scolastica è al centro della proposta. Se l’iter di riforma dovesse concludersi positivamente, la condizione giuridica dei minori in linea con i criteri disegnati da Brescia cambierebbe significativamente. L’esclusione dalla cittadinanza italiana produce effetti molteplici e stratificati. Durante la minore età sono spesso poco visibili; col passare degli anni diventano sempre più marcati. Con il compimento dei diciotto anni la privazione della cittadinanza italiana diventa un problema strutturale. Chi è privo della cittadinanza ha molte più difficoltà a spostarsi attraverso i confini, ha spesso una posizione subalterna nel mercato del lavoro, è escluso dal pieno godimento del diritto di voto. In definitiva, l’esclusione dalla cittadinanza produce diseguaglianze strutturali che derivano dalla condizione giuridica dei propri genitori: è inaccettabile. L’idea di…

L’autore: Francesco Ferri è programme developer migration di ActionAid

L’articolo prosegue su Left del 24 giugno 2022 

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Gli altri 546 milioni di studenti

Secondo l’Unicef e l’Oms, nonostante il costante calo della percentuale di scuole prive di servizi di base per l’acqua e di servizi igienici nel mondo, persistono profonde disuguaglianze tra i Paesi e all’interno degli stessi. Gli scolari dei Paesi meno sviluppati e dei contesti fragili sono i più colpiti e i dati che emergono mostrano che poche scuole dispongono di servizi idrici e igienici accessibili alle persone con disabilità.

Le scuole svolgono un ruolo cruciale nel promuovere la formazione di abitudini e comportamenti sani, ma nel 2021 molte non disponevano ancora di servizi idrici e igienici di base. Secondo gli ultimi dati del Programma di monitoraggio congiunto Oms/Unicef (Jmp):

  • A livello globale, il 29% delle scuole non dispone ancora di servizi di base per l’acqua potabile, con un impatto su 546 milioni di studenti; il 28% delle scuole non dispone ancora di impianti igienici (bagni) di base, con un impatto su 539 milioni di studenti; il 42% delle scuole non dispone ancora di impianti idrici (strutture per lavarsi le mani) di base, con 802 milioni di studenti.
  • Un terzo dei bambini privi di servizi di base nelle loro scuole vive nei Paesi meno sviluppati e oltre la metà vive in contesti fragili.
  • L’Africa subsahariana e l’Oceania sono le uniche due regioni in cui la copertura dei servizi igienici di base nelle scuole rimane inferiore al 50%; l’Africa subsahariana è l’unica regione in cui la copertura dei servizi di base per l’acqua potabile nelle scuole rimane inferiore al 50%.
  • Per raggiungere la copertura universale nelle scuole entro il 2030 è necessario aumentare di 14 volte gli attuali tassi di progresso per l’acqua potabile di base, di tre volte i tassi di progresso per gli impianti igienici di base e di cinque volte per gli impianti idrici di base.
  • Nei Paesi meno sviluppati e nei contesti fragili, il raggiungimento della copertura universale degli impianti igienici di base nelle scuole entro il 2030 richiederebbe un aumento di oltre 100 e 50 volte dei rispettivi tassi di progresso attuali.
  • Il miglioramento della preparazione e della risposta alle pandemie richiederà un monitoraggio più frequente dei servizi idrici e igienici e di altri elementi di prevenzione e controllo dei contagi nelle scuole, tra cui la pulizia, la disinfezione e la gestione dei rifiuti solidi.

«Troppi bambini vanno a scuola senza acqua potabile, bagni puliti e sapone per lavarsi le mani, rendendo difficile l’apprendimento», dichiara Kelly Ann Naylor, direttore Unicef per l’Acqua e i servizi igienici e il clima, l’ambiente, l’energia e la riduzione del rischio di disastri. «La pandemia da Covid-19 ha sottolineato l’importanza di fornire ambienti di apprendimento sani e inclusivi – aggiunge -. Per proteggere l’istruzione dei bambini, la strada verso la ripresa deve includere la fornitura alle scuole dei servizi più basilari per combattere le malattie infettive oggi e in futuro».

«L’accesso all’acqua e ai servizi igienici non solo è essenziale per un’efficace prevenzione e controllo dei contagi, ma è anche un prerequisito per la salute, lo sviluppo e il benessere dei bambino», spiega Maria Neira, direttore del dipartimento per l’Ambiente, il cambiamento climatico e la salute dell’Oms. «Le scuole dovrebbero essere ambienti in cui i bambini prosperano e non sono sottoposti a difficoltà o infezioni a causa della mancanza o della scarsa manutenzione delle infrastrutture di base».

Fornire servizi idrici e igienici accessibili alle persone con disabilità nelle scuole è fondamentale per raggiungere un apprendimento inclusivo per tutti i bambini. Tuttavia, solo un numero limitato di Paesi fornisce informazioni su questo indicatore e le definizioni nazionali variano, e un numero molto inferiore fornisce servizi idrici e igienici accessibili ai disabili.

I dati nazionali emersi mostrano che la copertura dei servizi idrici e igienici accessibile ai disabili è bassa e varia ampiamente tra i livelli scolastici e le località urbane e rurali, e le scuole hanno maggiori probabilità di avere acqua potabile accessibile rispetto a servizi igienici accessibili. Nella metà dei Paesi con dati disponibili, meno di un quarto delle scuole dispone di bagni accessibili ai disabili. Ad esempio, nello Yemen, 8 scuole su 10 avevano bagni, ma solo 1 scuola su 50 era dotata di bagni accessibili ai disabili.

Nella maggior parte dei Paesi con dati, è più probabile che le scuole abbiano infrastrutture e materiali adattati – come rampe, tecnologie assistive, materiali didattici – che bagni accessibili ai disabili. Ad esempio, in El Salvador, 2 scuole su 5 hanno infrastrutture e materiali adattati, ma solo 1 su 20 ha bagni accessibili ai disabili.

Buon venerdì.


In foto, due alunne di una scuola di Nairobi (Kenya) a lezione durante la pandemia da Covid

Diritto di cittadinanza, è la volta buona?

La cittadinanza indica la condizione di appartenenza di un individuo ad uno Stato e gli conferisce diritti e doveri nei confronti del proprio Paese. Attraverso l’esercizio della cittadinanza acquisiamo il diritto di voto, la possibilità di ricoprire dei pubblici uffici, ma anche l’obbligo di pagare le tasse, rispettarne le leggi o difendere lo Stato in caso di aggressione. Da anni la legge che ne disciplina le modalità di acquisizione in Italia, la legge 91 del 1992, è al centro del dibattito politico. La campagna “Dalla parte giusta della storia” è un’iniziativa promossa principalmente da organizzazioni di giovani in attesa di cittadinanza per chiedere che la cittadinanza sia un diritto da riconoscere a quanti nascono e/o crescono in Italia e non una concessione legata alla discrezionalità dei funzionari delle prefetture. L’assunto di base è che l’Italia abbia subito delle profonde trasformazioni che rendono inadatta una legge formulata oltre trent’anni fa per tutelare la discendenza degli emigrati italiani. Rispetto ai 200mila stranieri residenti nel ’92 oggi si parla di oltre 5 milioni di cittadini di origine straniera. Una riforma impatterebbe soprattutto sui giovani che vivono in una condizione di sospensione per cui sentono di appartenere al contesto italiano, perché nati o cresciuti qui, ma sono costretti ad attendere ben oltre i dieci anni richiesti dalla legge prima di…

*L’autrice: Ada Ugo Abara è una project manager di origine nigeriana, specializzata in cooperazione, sviluppo e tecnologie digitali. Attivista sociale e politica, è co-fondatrice di Arising africans Aps, una delle associazioni promotrici della campagna “Dalla parte giusta della storia”.

L’articolo prosegue su Left del 24 giugno 2022 

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Lotta alla pedofilia, la “via italiana” del card. Zuppi? Inadeguata e forse anche dannosa

Il 27 maggio, in conferenza stampa, il neo-presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), card. Matteo Maria Zuppi, ha illustrato quella che ha definito la “via italiana” nella lotta agli abusi nella Chiesa, in cinque punti. In una nota diffusa il 23 giugno, il Coordinamento valuta le cinque linee d’azione non solo carenti, ma segno di una direzione divergente rispetto all’assunzione di responsabilità e trasparenza richieste. Andiamo per ordine:

1. Potenziamento della rete dei referenti diocesani e dei relativi Servizi per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili e
2. Implementazione della costituzione dei Centri di ascolto

Il Coordinamento ritiene che i servizi diocesani per la tutela dei minori, così come sono concepiti, non abbiano le caratteristiche di terzietà necessarie per accogliere la denuncia delle vittime, spesso restie a rivolgersi a un centro istituito dalla stessa istituzione all’interno della quale hanno vissuto l’abuso. La resistenza a fare riferimento a tali centri è spesso aggravata dalla presenza di preti quali referenti diocesani; nel merito, i Centri d’ascolto, inoltre, lungi dall’offrire una disponibilità di contatto continuativa e articolata, sono spesso affidati a singole figure con una limitata offerta di tempi e qualità di ascolto.

3. Realizzazione di un primo Report nazionale – poi annuale – sulle attività di prevenzione e formazione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni (2020-2021), raccolti e analizzati da un Centro accademico di ricerca, ai fini di un monitoraggio permanente dei dati e dell’efficacia delle attività messe in campo.

Il Coordinamento ritiene inutile, per i motivi di cui sopra, un Report annuale basato sui soli dati raccolti dai servizi diocesani, destinati a risultare gravemente lacunosi e parziali e, pertanto, a fornire un’immagine falsata del fenomeno. La collaborazione con un Centro accademico di ricerca in fase di analisi dei dati non costituisce quella garanzia di indipendenza necessaria a raggiungere la conoscenza più ampia possibile del fenomeno, che può essere ottenuta soltanto grazie all’accessibilità di tutti gli archivi ecclesiali, messi a disposizione di un Ente o una commissione super partes dotata di altissima competenza interdisciplinare.

4. Analisi quantitativa e qualitativa dei dati custoditi presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, facenti riferimento a presunti o accertati delitti perpetrati da chierici in Italia nel periodo 2000-2021, condotta in collaborazione con Istituti di ricerca indipendenti.

Il Coordinamento ritiene insufficiente il ricorso ai dati in possesso della CDF, che notoriamente costituiscono solo il dato emerso e giusto a definizione processuale canonica.
Ritiene, inoltre, discriminatorio l’arco temporale preso in esame, in quanto escludente le vittime emerse in tempi precedenti, ma anche quelle non emerse in quanto non ancora giunte a maturazione della consapevolezza dell’abuso subìto, il cui tempo è stato attestato, anche in sede scientifica, fino a 30, persino 40 anni; tale arco temporale risulta inoltre insufficiente a determinare sia contesti in cui l’abuso sia stato sistemico, sia dinamiche strutturali più profonde, che solo possono essere individuati esaminando un periodo più ampio. Inoltre, non sono state pronunciate parole chiare in merito al tema dei risarcimenti morali ed economici, passaggi essenziali per dare concretezza alla ricerca di verità e all’offerta di giustizia.

5. Partecipazione della CEI in qualità di invitato permanente all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, istituito con legge 269/1998.

Il Coordinamento ritiene inappropriata tale partecipazione, soprattutto alla luce della previa necessità di operazioni di verità e di giustizia che devono precedere qualsiasi sguardo su un futuro di prevenzione – al quale l’Osservatorio è per natura vocato, nonostante lunghissimi periodi di inattività –, nonché qualsiasi coinvolgimento diretto della CEI in qualità di “invitato permanente”.

I vescovi definiscono queste cinque linee di azione «non un elenco chiuso a eventuali sviluppi, tutt’altro: è volontà dei Vescovi compiere qualsiasi passo perché il fenomeno degli abusi venga contrastato decisamente, promuovendo ambienti sicuri e a misura dei più piccoli e vulnerabili».

Il Coordinamento ritiene che l’orientamento impresso all’operazione complessiva costituisca una scelta di campo ben precisa, difficilmente passibile di aggiustamenti che possano mutarne radicalmente la natura fino a trasformarla in un’operazione radicale e orientata decisamente alla verità e alla giustizia, quanto potrebbe invece essere assicurato da un’indagine indipendente.

Il mancato coinvolgimento attivo delle vittime fin nella sua concezione – realizzato, al contrario, ad esempio durante i lavori della Commissione CIASE in Francia, che hanno visto anzi la preminenza dell’ascolto dei sopravvissuti – lascia la porta aperta a gravi dubbi riguardo alla reale volontà della CEI di prendersene cura in primo luogo.

Il Coordinamento ItalyChurchToo, nato da un’iniziativa femminile che ha coinvolto donne e uomini sopravvissute/i a crimini di pedocriminalità, ad abusi psicologici e spirituali, non può non rilevare che la resistenza manifestata dalle gerarchie ad accogliere le legittime istanze di riconoscimento/riparazione di tali colpe si associa al parallelo rifiuto del riconoscimento delle offese e dei reati perpetrati nei secoli dal magistero cattolico contro il genere femminile.

Il Coordinamento ItalyChurchToo ringrazia le numerosissime persone che a vario titolo, da ogni settore della società e della cittadinanza e in particolare dalla base cattolica, dall’Italia e dall’estero, hanno aderito alle istanze promosse, dimostrando quanto sia radicato il bisogno di reale verità, giustizia e prevenzione per le sopravvissute e i sopravvissuti agli abusi.

*-*

Per approfondire leggi l’inchiesta di Federico Tulli su Left “CHIESA E PEDOFILIA, LO STATO INESISTENTE” e visita il nostro Database, un’indagine permanente sui crimini compiuti dal clero italiano, che non si limita al mero calcolo statistico ma – per contribuire a sradicarlo dalla nostra società – indaga le cause profonde della sconcertante diffusione di questo reato violentissimo all’interno della Chiesa dando la parola alle vittime e ad esperti LAICI di varie discipline: psichiatri, avvocati, psicoterapeuti, magistrati, storici, sociologi etc

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La lotta antirazzista riparte dallo ius scholae

“Con tutti i problemi degli italiani che non arrivano a fine mese, dobbiamo pensare agli immigrati?”. Questa è la frase che come un mantra, tutta la destra, con odio, ripete ogni qualvolta un giornalista chiede loro un commento sulla legge di cittadinanza. Sono decenni che usano questa scusa per negare diritti sacrosanti a giovani che in questa Italia ci sono nati o ci sono arrivati da piccolissimi. Stiamo parlando di quasi un milione e mezzo di ragazzi e di ragazze che a stento conoscono la lingua dei loro genitori, che invece parlano i dialetti delle città in cui vivono, che dicono “ti amo” in italiano e mangiano la pizza e gli spaghetti col parmigiano (citazione da Tommy Kuti).
A loro, che sono gli amici dei nostri figli, i loro compagni di banco, il futuro di questo Paese, hanno strappato via non solo la dignità ma anche il senso di appartenenza. Spesso mi chiedono: “Da dove può iniziare il nostro Paese per diffondere una vera cultura antirazzista?”.
La mia risposta è sempre la stessa: “Da una vera legge di cittadinanza. Perché se lo Stato riconoscerà come suoi figli tutti questi giovani, sarà naturale e normale farlo, anche per la società civile. Allora nessuno penserà più, vedendo un nero, che è uno straniero e che, in quanto nero, non può essere italiano.
Il razzismo è cosi profondamente insito nella nostra cultura che solo una legge così potente potrebbe aiutare il lento processo di decolonizzazione culturale.
Mia figlia ha 11 anni, è nata in Etiopia ed è di nazionalità italiana. Nel suo saggio di musical, con un ben noto teatro milanese, tutte e quattro le insegnanti hanno pensato bene di farla recitare con un accento inglese. L’unica nera sul palco, l’unica con un accento non italiano.
Cosa voglio dire con questo piccolo esempio? Che l’Italia è ancora troppo bianco-centrica per poter anche solo immaginare che una ragazzina con il colore della pelle diverso dal bianco possa essere italiana.
Questo accade a tutti i nostri figli, ogni giorno, quando vengono sistematicamente fermati dalle forze dell’ordine che invece di chiedere loro la carta d’identità, esigono il “permesso di soggiorno”, quando vengono seguiti in un negozio perché potrebbero rubare, quando gli servono al bar il caffè in una tazzina di plastica, quando le signore sull’autobus, vedendoli salire, si spostano e stringono al petto le borsette, quando gli sguardi li trafiggono come una lama tagliente.
Queste micro aggressioni, che non sono “episodi rari” ma quotidianità, ci raccontano quanto sia pericoloso questo sentimento afrofobico che viene alimentato anche dallo Stato. Come? Mettendo in un angolo buio giovani vite che chiedono solo quello che gli spetta di diritto, essere considerati alla stregua dei loro compagni, con gli stessi diritti e le stesse opportunità.
Negli anni, lo ius soli e lo ius culturae sono stati raccontati male e, in fondo, neanche la sinistra ci ha mai creduto. Si è arrivati a pensare che l’unico modo per diventare cittadini italiani fosse meritarselo. Se sei bravo nello sport, se eccelli in qualche attività, se salvi delle vite, invece della medaglia, ti do un bel premio: la cittadinanza.
Per questo motivo, un anno fa, la mia associazione, Mamme per la pelle, insieme all’avvocato Hillary Sedu e ad Amin Nour ha pensato di scrivere una nuova legge che potesse accontentare tutti i partiti, proprio perché questa non fosse una lotta politica ma di civiltà. Dopo mesi di studio, è stato scritto lo ius scholae, che abbiamo presentato a molti partiti e che il deputato Giuseppe Brescia ha sposato in pieno e fatto suo. Ottenere la cittadinanza alla fine della terza media, per chi è nato qui o è arrivato da piccolo. Questo perché la scuola è il primo luogo che cerca disperatamente di includere e perché la cultura è diritto di tutti.
Il 24 giugno verrà discussa in Parlamento, dopo vari rinvii e dopo centinaia di stupidi emendamenti scritti dalla destra, forse durante una cena molto alcolica. I più divertenti? Quelli che, come requisito per la cittadinanza, richiedevano il conoscere i santi patroni, le ricette regionali, le sagre di paese.
Sappiamo da chi e come sarà osteggiata la norma ma vorrei fare un appello a tutte quelle forze politiche che credono ancora nell’essere umano e nella giustizia.
A tutte quelle forze politiche che sanno che non stiamo parlando di immigrazione, di “barconi”, di “cittadinanza facile per tutti”.
Questa legge non toglierà nulla a nessuno di noi, neanche a quegli italiani “che non arrivano a fine mese”, darà solo diritti, orgoglio e dignità a tutti quei bambini nati o arrivati qui in età prescolare, che sognano sin da piccoli di poter gridare forte quello che sono e che sentono già nel cuore: “Io sono Italiano”!

Gabriella Nobile è scrittrice, attivista e fondatrice dell’associazione Mamme per la pelle

L’editoriale è tratto da Left del 24 giugno 2022 

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Ci è voluto un terremoto per ricordarsi dell’Afghanistan

Afghan children stand near a house that was destroyed in an earthquake in the Spera District of the southwestern part of Khost Province, Afghanistan, Wednesday, June 22, 2022. A powerful earthquake struck a rugged, mountainous region of eastern Afghanistan early Wednesday, killing at least 1,000 people and injuring 1,500 more in one of the country's deadliest quakes in decades, the state-run news agency reported. (AP Photo)

Era il 30 agosto quando gli esponenti del governo italiano (e di tutti i governi europei) insieme alla grancassa dei media promettevano all’Afghanistan che non si sarebbero dimenticati di loro. Se ne sono ricordati ieri, sono bastati più di un migliaio di morti (numeri definitivi non ce ne sono) e 1.500 feriti per un terremoto che ha aggiunto dolore al dolore.

Il terremoto ha colpito poco dopo le 01:30 (21:00 GMT martedì) mentre la gente dormiva. Centinaia di case sono state distrutte dall’evento di magnitudo 6.1, che si è verificato a una profondità di 51 km (32 miglia). È il terremoto più letale che ha colpito l’Afghanistan in due decenni e una grande sfida per i talebani, il movimento islamista che ha ripreso il potere l’anno scorso dopo il crollo del governo sostenuto dall’Occidente. Il terremoto ha colpito a circa 44 km dalla città di Khost e si sono sentite scosse fino al Pakistan e all’India. Testimoni hanno riferito di aver sentito il terremoto sia nella capitale dell’Afghanistan, Kabul, che nella capitale del Pakistan, Islamabad. Funzionari talebani hanno chiesto alle Nazioni Unite di «sostenerli in termini di valutazione dei bisogni e risposta alle persone colpite», ha detto Sam Mort dell’unità Kabul dell’Unicef alla Bbc.

Parlando con l’agenzia di stampa Reuters, la gente del posto ha descritto orribili scene di morte e distruzione. «Io e i bambini abbiamo urlato», racconta Fatima. «Una delle nostre camere è stata distrutta. I nostri vicini hanno urlato e abbiamo visto le stanze di tutti». «Ha distrutto le case dei nostri vicini», ha detto Faisal. «Quando siamo arrivati c’erano molti morti e feriti. Ci hanno mandato in ospedale. Ho visto anche molti cadaveri». «Ogni strada che vai, senti persone piangere la morte dei loro cari», ha detto un giornalista nella provincia di Paktika alla Bbc. L’agricoltore locale Alem Wafa ha pianto mentre diceva alla Bbc che le squadre di soccorso ufficiali dovevano ancora raggiungere il remoto villaggio di Gyan – uno dei più colpiti. «Non ci sono operatori umanitari ufficiali, ma persone provenienti da città e villaggi vicini sono venute qui per salvare le persone», ha detto. «Sono arrivato stamattina e io stesso ho trovato 40 cadaveri». La maggior parte dei morti, ha detto, erano «bambini molto piccoli». L’ospedale locale semplicemente non aveva la capacità di affrontare un tale disastro, ha aggiunto l’agricoltore.

Intanto sono ancora bloccati i corridoi umanitari dall’Afghanistan. Persone in pericolo di vita per cavilli burocratici. Un’assurda vicenda che coinvolge 1.200 persone in attesa di partire: nelle ambasciate italiane mancano le macchinette per prendere le impronte digitali e si posticipano le partenze. Miraglia (Arci): «Aspettano da mesi, i visti stanno per scadere non possono tornare in mano ai talebani».

“Non vi dimenticheremo”, dicevamo.

Buon giovedì.

Blaterano di meritocrazia e poi risparmiano sulla formazione

Sembra una notizia locale e invece è il termometro della deriva di questo Paese. In Lombardia, grazie a Letizia Moratti, dopo il super-infermiere sta per arrivare il vice-infermiere: Oss con 300 ore di corso post base potranno sostituire il professionista infermiere e a basso costo. Ciò che conta è avere manodopera poco formata che viva ogni occasione di lavoro come un privilegio, disposta a essere pagata sempre il meno possibile.

Lo scrive bene Assocarenews: «L’idea è dell’assessore al ramo Letizia Moratti, che già qualche settimana fa aveva introdotto la figura del super-infermiere o vice-medico, il professionista sanitario capace di sostituire il medico nelle cure primarie e di base. Insomma una confusione di ruoli e di responsabilità legate a presunte carenze da una parte di medici, dall’altra di infermieri. In realtà si cerca di risparmiare il più possibile attribuendo a figure come infermieri od Oss compiti di professioni più elevate. Pertanto il super-infermiere e il super-Oss servono a sostituire da una parte i medici di famiglia, dall’altra gli infermieri in Rsa e case di riposo e farlo a bassissimi costi. Da mesi si polemizza sul super-Oss in Veneto, ora la polemica si sposta in Lombardia dove anche la Federazione nazionale dei medici (Fnomceo) ha ribadito più volte che “un infermiere non potrà mai sostituire un medico”. Di contro la Federazione nazionale degli infermieri (Fnopi), ad oggi, non si è mai espressa direttamente contro la nascita del super-Oss. Eppure gli Infermieri restano insostituibili. Vedremo cosa accadrà, il rammarico resta e resta la sensazione che nel nome del dio denaro tutto è possibile, anche chiamare infermiere un operatore socio sanitario (senza laurea e con lo stipendio da Oss) o medico un infermiere (con laurea triennale, ma con stipendio da fame)».

Intanto sulla presunta “ripresa del mercato del lavoro” la Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione pubblicata da Istat, ministero del Lavoro, Inps, Inail e Anpal ci dice che un terzo dei 2,1 milioni di contratti a termine (mai così tanti, osservando le serie storiche) attivati tra gennaio e marzo era per incarichi di meno di 30 giorni, il 9,2% un solo giorno. Solo il 27,5% da due a sei mesi e un piccolo 1% scavalla l’anno. Ma c’è di più: dalle Comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro si rileva una crescita dell’incidenza dei contratti di brevissima durata sul totale delle attivazioni. Quelli fino a una settimana sfiorano il 20%, ossia il 2,9% in più rispetto al primo trimestre del 2021. E sono in aumento anche i lavoratori somministrati e quelli a chiamata. Insomma il precariato impazza e questi la chiamano occupazione.

Quando ci si renderà conto della piega che ha preso questo Paese diventeranno minuscole le beghe di partito con fuoriusciti e nuovi fondatori. Siamo un Paese che non ha speranza nei numeri e che continua a non accorgersene.

Buon mercoledì.

Un governo senza energia

Foto Riccardo Antimiani/POOL Ansa/LaPresse 18 marzo 2022 Roma - Italia Politica Conferenza stampa del Presidente Draghi per illustrare i nuovi provvedimenti di contrasto al caro energia e agli effetti economici della crisi in UcrainaNella foto: Roberto Garofoli, Mario Draghi, Roberto Cingolani, Daniele FrancoPhoto Riccardo Antimiani/POOL Ansa/LaPresseMarch 18, 2022 Rome - Italy Politics (L-R) Italian Undersecretary to the Presidency of the Council of Ministers Roberto Garofoli, Italian Prime Minister Mario Draghi, Italian Minister of Ecological Transition Roberto Cingolani. and Italian. Economy Minister Daniele Franco, during a press conference at the end of the Council of Ministers, to illustrate the new measures to combat expensive energy and economic effects of the crisis in Ukraine, at the Multifunctional Hall of the Presidency of the Council of Ministers in Rome

In questo contesto di guerra e perdurare della pandemia l’Europa deve accelerare o rallentare la transizione ecologica? Molto più brutalmente l’interrogativo a cui le istituzioni europee dovrebbero rispondere è se l’invasione russa dell’Ucraina e il perdurare dei contagi consigliano di rinviare ad un futuro imprecisato il Next generation Ue o invece, proprio per questi motivi, bisogna accelerarne l’attuazione, eliminando tutte le ambiguità su cui

L’articolo prosegue su Left del 17 giugno 2022 

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A Verona si sostiene la destra nel nome di dio

Foto Claudio Martinelli/LaPresse29 marzo 2019, Verona, ItaliacronacaNella foto: Mons. Giuseppe Zenti vescovo di Verona al suo arrivo al World Congress of Families ospitato alla Gran Guardia a Verona.

Immancabile, a Verona, scende in campo il vescovo. Che accada in una delle città più neofasciste d’Italia (dove associazioni come Circolo Pink Lgbte Verona, Sat Pink Aps, Pianeta Milk Verona, Non una di Meno Verona, Yanez, Udu Verona, Rete degli Studenti Medi Verona, Eimì sono al fronte per difendere i diritti) non è un caso. Monsignor Giuseppe Zenti lo scorso 18 giugno ha preso in mano la penna per vergare una lettera ispirata da uno spirito tutt’altro che santo per ricordare a sé stesso «e ai fedeli di individuare quali sensibilità e attenzioni sono riservate alla famiglia voluta da Dio e non alterata dall’ideologia del gender, al tema dell’aborto e dell’eutanasia».

Al netto di questa spiritualità meschina l’invito è quello di votare al prossimo ballottaggio per le elezioni amministrative in città il sindaco uscente Federico Sboarina, candidato di Lega e Fratelli d’Italia, preferendolo all’ex calciatore Damiano Tommasi (sostenuto dal Pd, M5s e liste civiche). Del resto parliamo dello stesso vescovo che nel 2015 scrisse agli insegnanti di religione per condividere il programma elettorale di una candidata della Lega alle elezioni regionali. È lo stesso personaggio che sul ddl Zan disse che «l’omosessualità praticata non è un valore agli occhi di Dio» scrivendo, dimostrando di avere poca capacità di comprensione delle leggi, «auspichiamo che si possa continuare a dire, che non resti traccia nel ddl di bavagli o di possibili carceri. Sarebbero residuati da Gestapo».
Essere gretti nel nome di dio dovrebbe essere peccato, nel mondo dei comandamenti giusti. Il vescovo Zenti mostra tutto il suo buio nelle lettere che scrive e nei modi in cui le scrive.

Per avere idea di come sia più arioso e libero il mondo basta buttare l’occhio sul documento politico del Comitato Verona Pride 2022: «La nostra Verona sta reagendo, stiamo costruendo una comunità democratica forte e coesa, le cui discussioni infervorano sempre di più gli spazi di confronto. Solo attraverso questo movimento politico possiamo aprirci a tutte le soggettività con le quali percorrere questo cammino.  “Casa nostra” è dove siamo. I nostri corpi sono “case nostre”. Tutto il mondo è “casa nostra”.  Ma se tutto il mondo è casa nostra, allora, anche la piazza lo è, e non possiamo più farci marginalizzare né accettare le violenze che ci infliggono. Dobbiamo continuare a ripopolare le piazze, a farle nostre, ed è compito di tuttз tenere il passo per vivere la città in una forma nuova. Plasmiamo la società che desideriamo, cominciando con l’educare chi – in buona o in malafede – non conosce l’Abc del vivere insieme. Ecco quindi che le nostre rivendicazioni devono essere intersezionaliste e vigili sulle esigenze collettive. Facciamo di Verona una grande piazza in cui insegnare a chi la vive come rispettare il diritto di tuttз all’autodeterminazione».
Il personale è politico, sempre. Se la Chiesa si butta in politica trascinata dalle idee mediocri di un monsignore non resta che combatterla.

Buon martedì.

Nella foto: Monsignor Zenti al Congresso delle famiglie, Verona, 29 marzo 2019

Pål Brunnström: Alleanza atlantica? No grazie

Army Gen. Mark Milley, chairman of the Joint Chiefs of Staff, and Swedish Prime Minister Magdalena Andersson meet in Stockholm, Saturday, June 4, 2022. (Fredrik Persson/TT News Agency via AP)

La Svezia e la Finlandia hanno avuto una lunga storia di neutralità in campo internazionale. Per quanto riguarda la Svezia, questa dura da più di un secolo. Ciò le ha evitato la partecipazione al conflitto mondiale (non senza diverse contraddizioni, come la decisione di lasciare passare le truppe naziste dirette verso il fronte finlandese). Questa posizione ha permesso a un piccolo Paese come la Svezia di avere un ruolo importante in campo internazionale a sostegno della pace, dei diritti umani, della lotta contro il razzismo. Questa posizione di lunga durata, sedimentatasi nei decenni nel popolo svedese, viene oggi stravolta sull’onda dell’emozione per la guerra in Ucraina da un governo socialdemocratico di minoranza a pochi mesi dal voto. Non tutti sono d’accordo in Svezia, tanto tra la popolazione che in Parlamento. Per questo abbiamo intervistato Pål Brunnström, membro del consiglio direttivo del Vänsterpartiet (Partito di sinistra), un forza politica solidamente schierata a difesa della neutralità svedese.

Nei giorni scorsi tutti i media hanno parlato della domanda di adesione alla Nato di Svezia e Finlandia. I due Paesi hanno abbandonato la loro storia di neutralità in favore di un’adesione all’alleanza militare. Cosa comportava la neutralità precedente? E quale valutazione ne dava il Vänsterpartiet?
La Svezia è stata neutrale per molto tempo. Ma la sua neutralità è stata continuamente contestata e messa in discussione dai partiti della destra. Con l’obiettivo, per esempio, di coinvolgere il Paese nei combattimenti della Prima e della Seconda guerra mondiale, in entrambi i casi per allearsi con i tedeschi. Se la Svezia ha potuto finora restare neutrale è grazie all’…

L’articolo prosegue su Left del 17 giugno 2022 

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