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Tomás Hirsch: La nuova Costituzione libererà il Cile dall’ombra della dittatura

Il 4 settembre il Cile vota per approvare il testo della nuova Costituzione. Questo evento storico è largamente ignorato o poco seguito dai media, soprattutto da quelli europei. Ne abbiamo parlato con Tomás Hirsch, deputato di Acción humanista e soprattutto attivista politico che ha seguito fin dall’inizio l’intera questione costituzionale.

Tomás Hirsch 
Foto (da Wikipedia): René Lescornez A.

Gli umanisti hanno sempre messo in cima alle loro priorità la necessità di una nuova Costituzione in Cile. Tomás, potresti fare un breve riassunto di come siamo arrivati a questo plebiscito?
Questo plebiscito è il risultato di una lunga lotta del popolo cileno, di varie organizzazioni sociali e partiti politici. Molti credono che l’origine sia nelle proteste del 18 ottobre 2019, ma la cosa è iniziata molto prima. Già quando, nel 1980, la Costituzione della dittatura è stata proclamata a ferro e fuoco, abbiamo iniziato a organizzare e mobilitare i vari movimenti sociali e partiti politici per avere una Costituzione democratica. Inoltre, porre fine alla Costituzione del 1980 era uno degli impegni del primo governo dopo la dittatura, che però non è stato rispettato. Per noi umanisti questa è sempre stata una delle richieste fondamentali per cui ci mobilitavamo; quando ero candidato alle elezioni presidenziali abbiamo fatto un gesto che è rimasto impresso nella memoria del Cile, ossia gettare nella spazzatura la Costituzione di Pinochet. Questo atto, che ha scandalizzato alcuni potenti e i membri dell’élite politica, economica e militare del nostro Paese, ha risuonato profondamente nel nostro popolo. Questa mobilitazione è continuata per decenni, fino a quando, dopo la rivolta dell’ottobre 2019, per dare corso e incanalare le diversissime richieste sociali si è giunti alla convinzione che non si trattava di sistemare uno o due aspetti dell’attuale legislazione, ma di andare al cuore del modello. E questo significava partire dal presupposto che viviamo da decenni sotto una Costituzione profondamente antidemocratica sia nella sua origine che nel suo contenuto, che non garantisce alcun diritto, che stabilisce differenze brutali tra una piccola minoranza e le grandi maggioranze del Paese. Fu allora che si raggiunse un accordo per procedere verso una nuova Costituzione generata in democrazia. È stata eletta un’Assemblea Costituente (nell’ottobre del 2020, nda), che ha elaborato una proposta per un anno ed è questa proposta che sarà votata il 4 settembre con due opzioni: approvo o rifiuto. In un primo plebiscito, l’80% degli elettori ha votato a favore di una nuova Costituzione e lo stesso 80% ha votato a favore del fatto che fosse redatta da membri dell’Assemblea costituente eletti a tale scopo e non da parlamentari. Così sono iniziati i lavori di questa Assemblea, la prima al mondo completamente paritaria, con il 50% di uomini e il 50% di donne, con un’ampia partecipazione di rappresentanti degli 11 popoli nativi e con una significativa presenza di indipendenti. Se il testo proposto viene approvato, inizia il processo di implementazione della nuova Costituzione e di generazione delle centinaia di leggi che devono essere promulgate per renderla realtà; se viene respinto, la Costituzione della dittatura viene formalmente mantenuta. Tuttavia c’è già un accordo sul fatto che il mandato popolare ha chiesto la stesura di una nuova Costituzione e quella attuale, sebbene ancora in vigore dal punto di vista legale, è già morta politicamente e nel cuore del popolo cileno. Pertanto, anche se il testo verrà respinto nel plebiscito, promuoveremo la creazione di una nuova Assemblea Costituente per presentare un nuovo progetto che possa essere approvato.
Ma naturalmente speriamo e siamo convinti che l’approvazione vincerà e che avremo una nuova Costituzione a partire dal 4 settembre.

La nuova Costituzione cilena è stata definita d’avanguardia e rivoluzionaria. Quali sono, secondo te, i suoi punti più importanti?
Non c’è dubbio che questa nuova Costituzione sia assolutamente all’avanguardia e rivoluzionaria, perché non solo pone fine a una Costituzione generata sotto una dittatura, che come abbiamo già detto è antidemocratica nella sua origine e nel suo contenuto, ma soprattutto perché ci permette di affrontare le sfide del XXI secolo in modo nuovo e migliore. In questa Costituzione sono presenti i diritti della natura – e credo che sia la prima volta al mondo – così come la protezione delle altre specie, riconoscendole come esseri senzienti. Viene data particolare enfasi alla cura dell’ambiente e al riconoscimento della crisi climatica attuale, che viene segnalata come una delle sfide da affrontare. È una Costituzione che dal primo all’ultimo articolo garantisce, protegge, incoraggia e promuove l’uguaglianza di genere, i diritti della diversità e della dissidenza sessuale e include i diritti delle persone transgender, questioni che non erano mai state considerate prima. La nuova Costituzione definisce il Cile come un Paese plurinazionale in cui sono riconosciuti gli 11 popoli indigeni originari del nostro Paese, una novità assoluta. L’acqua viene ripristinata come bene comune che non potrà mai essere privatizzato e lo stesso vale per il mare e per le risorse naturali. La nuova Costituzione promuove inoltre la democrazia partecipativa diretta con iniziative di legge popolari, revoca del mandato, revoca popolare delle leggi e referendum municipali. In altre parole, si struttura lo Stato in base alla partecipazione diretta dei cittadini alla politica. È una Costituzione che garantisce i diritti sociali in modo molto importante; l’articolo 1 definisce il Cile come uno Stato sociale e democratico basato sullo Stato di diritto, plurinazionale, interculturale, regionale ed ecologico. Credo che l’articolo 1 sintetizzi in modo molto profondo un cambiamento culturale strutturale del nostro Paese e per questo ci dà tanta speranza di avanzare verso la costruzione di un Paese più giusto, più democratico, più partecipativo, più decentrato e con più diritti per tutti.

Alcuni sondaggi danno un risultato incerto a favore dell’approvazione: qual è la tua impressione in base all’azione quotidiana in campagna elettorale?
È vero, i sondaggi continuano a mostrare un risultato in cui il rifiuto è vincente. Tuttavia, nelle ultime settimane c’è stato un cambiamento di tendenza e l’approvazione sta aumentando di due o tre punti ogni settimana. Credo che nei sondaggi delle prossime due settimane assisteremo a una sua vittoria. Non ho dubbi che il 4 settembre vinceremo, perché c’è un’immensa maggioranza di cileni che vuole una nuova Costituzione che garantisca tutti questi diritti. Tuttavia, quello che è successo in questi mesi è stata una campagna brutale da parte della destra, che ha diffuso fake news e manipolato l’informazione grazie al controllo che ha su tutti i media – canali televisivi, giornali, stazioni radio e anche attraverso le reti sociali – con campagne multimilionarie in cui hanno soprattutto squalificato la proposta basandosi su falsità, vere e proprie falsità: sostengono che le persone si vedranno portare via la casa, che i loro fondi pensione saranno espropriati, che i popoli nativi controlleranno il sistema giudiziario. Insomma, una serie di bugie incredibili, ma che in molti casi sono state credute dai cittadini e hanno generato paura, incertezza, dubbio, ed è questo che negli ultimi tempi si è riflesso in una possibile prevalenza del voto di rifiuto. È chiaro però che questa tendenza si sta invertendo, perché nell’ultimo mese le forze che sostengono l’approvazione sono scese in piazza in massa e sono andate nei quartieri a parlare con la gente. Stiamo portando avanti una campagna chiamata “due milioni di porte per l’approvazione”, che parla con le famiglie, cosa che il rifiuto non può fare perché non ha il sostegno popolare. Quindi in quest’ultimo mese, come è successo nel ballottaggio presidenziale dello scorso anno (si riferisce ai sondaggi che davano Boric perdente al secondo turno, in cui l’attuale presidente del Cile ha poi vinto con ampio margine ndt), siamo fiduciosi che il risultato volgerà a favore dell’approvazione .

Cosa possiamo fare noi, dal resto del mondo, per sostenere questo processo costituente?
Penso che il sostegno che possiamo ricevere dal resto del mondo sia molto importante: in primo luogo, per motivare le comunità cilene che vivono in altri Paesi a partecipare, a votare, a essere presenti: questa nuova Costituzione significa anche migliori condizioni per loro. In secondo luogo, per aiutare a diffondere il testo anche in altri Paesi. In terzo luogo, per mostrare attraverso le reti il sostegno all’approvazione e a coloro che stanno lottando duramente per questo. Penso che queste siano alcune azioni molto concrete che si possono realizzare in altri Paesi e che senza dubbio aiuterebbero molto nella campagna per l’approvazione di una nuova Costituzione in Cile.

* L’intervista di Olivier Turquet a Tomás Hirsch è stata pubblicata su Pressenza il 21 agosto 2022

Il testo della Nueva Constitucion politica de la Republica de Chile su cui si voterà il 4 settembre 2022 si può leggere qui

Alla scoperta della lingua universale inventata per abolire la guerra

La Federazione italiana esperantisti ha appena organizzato a Brescia, l’89esimo Congresso italiano di esperanto con un programma davvero corposo: dalla storia della lingua e della cultura occitane ai corsi di esperanto; dai seminari riguardanti gli attuali conflitti nel Mediterraneo alle città gemellate che si uniscono grazie all’arte; dalle relazioni sui temi artistici agli inizi del Novecento al ricordo di Ludwik Lejzer Zamenhof, inventore dell’esperanto, e di Giuseppe Pinelli anarchico ed esperantista.

Una pagina da Una libro per russi, 1887

La storia della Lingvo Internacia (Lingua internazionale)
L’esperanto, lingua pianificata, nasce tra il 1872 e 1887. Il suo inventore, l’oculista polacco Ludwik Lejzer Zamenhof, la espone in un libro, Primo libro (Unua Libro, Varsavia 1887) e la presenta a Varsavia nel 1887 come Lingvo Internacia. Prende il nome di esperanto (“Colui che spera”) dallo pseudonimo di “Doctor Esperanto” utilizzato dal suo inventore. Il grande obiettivo del medico polacco è quello di far comunicare fra loro i popoli del mondo e favorire la pace. Le regole della grammatica dell’esperanto sono semplici da apprendere, Zamenhof le scelse tra le tante lingue studiate perché arricchissero la lingua pianificata con l’espressività di una lingua etnica. Per Zamenhof l’assenza o la difficoltà di dialogo tra i popoli dovuta alle differenze linguistiche, è stata una delle cause, se non la principale, di violenze e guerre infinite nel corso dei secoli.

Dette il nome di Lingvo Internacia alla lingua da lui inventata perché avrebbe dovuto essere usata tra le diverse nazioni per dialogare tra loro e comprendersi, proteggendo nello stesso tempo le lingue minori e la differenza linguistica: una lingua in più quindi e che, soprattutto, non sostituisce la propria. Nella Dichiarazione di Boulogne (9 agosto 1905, Boulogne sur-Mer, congresso mondiale di esperanto) e nel Manifesto di Praga (luglio 1996, Praga, congresso universale di esperanto) sono espressi gli ideali del movimento nei quali si sottolinea la sua neutralità rispetto a ogni tipo di organizzazione o corrente (politica, religiosa, o di altro tipo) e si evidenzia, nello stesso tempo, l’indipendenza di ogni esperantista dal movimento.
Ma esperanto è una parola affascinante che spinge a leggere di più per scoprire il senso profondo della sua storia e dell’idea di quel medico, un oculista, che cercò di “vedere”, e soprattutto sperare in qualcosa che non c’era più tra gli esseri umani perché era stata perduta.

Un’immagine dell’uscita dal Congresso Universale di Boulogne-sur-Mer del 1905 (Caudevelle, 6 agosto 1905)

A Michela Lipari, responsabile dei grandi eventi culturali della Federazione esperantisti italiani e presidente del comitato organizzatore del congresso mondiale di Torino 2023, chiedo un approfondimento anche sul tema del Congresso italiano di esperanto: “La pace non capita per caso: il ruolo attivo delle città gemellate nella costruzione di un popolo europeo”. E subito il suo entusiasmo mi coinvolge: dice che nemmeno le lunghe e continue restrizioni dovute al Covid hanno mai scoraggiato gli esperantisti di altri Paesi dall’incontrarsi, sia pure on-line, per scambiarsi idee e progettare eventi, men che mai gli esperantisti italiani che, l’anno scorso, con attenzione e rispettando le regole imposte per evitare i contagi, si sono incontrati anche di persona.

Quest’anno a Brescia, il movimento ha presentato una grande novità: la première del film in esperanto Pino – Vita accidentale di un anarchico, dedicato all’esperantista Pinelli, e il cui soggetto è stato scritto dalle figlie Claudia e Silvia Pinelli. Brescia è una città che appoggia e incoraggia molto il Movimento esperantista organizzando per i cittadini numerosi eventi d’arte in cinema e teatri. Gli studi sulla lingua esperanto continuano e si approfondiscono e ogni anno vengono scritte oltre cinquanta tesi su questo tema. L’Università di Parma ha istituito, dal 2009 il premio “Giorgio Canuto” alla miglior tesi in “Interlinguistica ed esperantologia”. Il premio è dedicato al professor Giorgio Canuto, rettore dell’Università di Parma dal 1950 al 1956, e presidente internazionale del Movimento esperantista dal 1956 al 1960. Parlando anche di scuola, Michela Lipari racconta l’esperienza portata avanti per due quinquenni nell’Istituto comprensivo “Don Milani” del comune di Verdello (Bg); sul sito della scuola si legge che l’anno scorso, 2021, nonostante il Covid e le lezioni svoltesi on-line, a maggio tutti e venti i ragazzi del corso di esperanto del secondo quinquennio hanno superato l’esame con esito positivo.

Chiedo un parere e un approfondimento sull’esperanto anche allo scrittore fiorentino Massimo Acciai Baggiani, esperantista, glottoteta, docente di lingua italiana e direttore della rivista Segreti di Pulcinella, il quale mi dice che, in realtà, l’esigenza di una lingua universale nasce prima dell’Ottocento; c’era già nel Seicento con Leibnitz e le lingue filosofiche. Umberto Eco ne approfondisce il tema nel saggio La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea. È una storia antica. Massimo Acciai Baggiani ritiene che l’esperanto sia oggi una realtà viva e vitale, vittima di pregiudizi portati avanti anche da uomini di cultura (il che è grave) e che sia una lingua bella, magari migliorabile ma ormai consolidata e con tutto un mondo meraviglioso dietro, purtroppo del tutto sconosciuto ai non esperantisti.

Alla scoperta dell’Esperanto in Italia
Per conoscere di più le origini di questa lingua, un contributo fondamentale viene dal libro Alla ricerca della democrazia linguistica: l’Esperanto in Italia (Casa editrice Il Poligrafo, 2007, su Academia.edu) di Carlo Minnaja, professore di matematica applicata presso l’Università di Padova e membro dell’Accademia internazionale delle scienze di San Marino dal 1989. Il professore ha scritto numerosi libri sull’esperanto, per lui lingua madre perché figlio di genitori esperantisti. In questo libro ripercorre la storia dell’esperanto e di altre lingue “pianificate” come il Volapűk, il quale, dopo essere stato all’apice della sua diffusione nel 1880, declinò rapidamente perché l’estrema deformazione delle radici linguistiche toglieva alle persone la possibilità di sentirla come propria, di sentire in essa qualcosa di sé.

Minnaja racconta che Zamenhof, vivendo fin da piccolo in un ambiente composto da varie etnie, per esprimersi poteva solo scegliere tra una lingua morta da secoli e una lingua imposta da chi opprimeva il suo Paese. Gli ebrei dispersi nella diaspora non avevano più una lingua comune con la quale comunicare tra loro come se fossero riuniti in un unico territorio, per questo nacque in lui il sogno di una lingua universale, non nazionale, e neutrale, che avrebbe ridato loro l’indipendenza e una possibilità nuova per comunicare. Zamenhof studia per due anni all’Università di Mosca senza mai smettere di interessarsi alle lingue continuando, in segreto, ad elaborare la sua. Nel 1885, a Varsavia, si laurea in medicina, specializzandosi in oftalmologia l’anno dopo. Pubblica la prima grammatica nel 1888, ben presto diffusa presso librerie, accademie, riviste e presso numerosi intellettuali. Con il 1889 la lingua internazionale del dott. Esperanto comincia ad essere chiamata semplicemente con lo pseudonimo del suo fondatore, e saranno chiamati esperantisti coloro che la parleranno. La rivista La Esperantisto (“L’Esperantista”, 1889-1895) introduce in Italia l’esperanto, che si diffonde sempre di più. Molti scrittori e poeti traducono in questa nuova lingua opere scritte in arabo e in altre lingue, ed anche la musica ne viene conquistata. Nel 1905 si svolge, come già detto, a Boulogne-sur-Mer, località turistica sulla Manica, il primo Congresso mondiale di Esperanto: 688 persone di 30 nazioni si incontrano.

Ludwik Lejzer Zamenhof

La lingua ha ormai più di diciotto anni e ha dimostrato la sua utilizzabilità a tutti i livelli, anche nelle semplici conversazioni. È un incontro su vasta scala molto importante e, anche se la maggior parte dei partecipanti ha imparato la lingua su un manuale senza mai praticarla a voce con altre persone di diverse nazioni, la pronuncia e la comprensione risultano perfette. Questo non poteva esprimere valori artistici. In Italia, nel 1918, il giovane Antonio Gramsci, non era per niente d’accordo con i socialisti dell’Avanti! (vedi anche Gramsci e l’esperanto. Quello che si sa e quello che si deve sapere, a cura di A. Montagner, introduzione di C. Minnaja, Arcipelago edizioni, Milano 2009) che invece erano entusiasti della lingua di Zamenhof.

Gramsci diceva che la lingua internazionale era uno sproposito dal punto di vista scientifico, in quanto le lingue non possono essere suscitate artificialmente. Egli considerava già “esperanto” la lingua italiana, perché imposta dall’alto, anche se era necessario impararla per uscire dall’isolamento culturale, sociale e politico in cui si trovavano le genti di quasi tutte regioni italiane, soprattutto quelle che vivevano nelle isole, a causa del dialetto, unica lingua parlata, anche se ricca di grande espressività. Gramsci si esprime contro l’idea di una lingua internazionale, in quanto la vede proposta prima che se ne creino le condizioni politiche, economiche e sociali. Il prof. Minnaja, approfondendo il problema sostiene che, se la lingua è nata e si è moderatamente sviluppata creando valori artistici, vuol dire che le condizioni c’erano sia pure in ambiti più ristretti. In seguito Gramsci, nei Quaderni del carcere (Einaudi, 2007), nei “Saggi sulla grammatica e sulla lingua unica”, parla dei sostenitori fanatici delle lingue internazionali. La sua posizione fortemente scientifica si ritroverà poi anche in altri intellettuali di scuola non marxista.

Ma l’esperanto progredisce comunque, guardato però con diffidenza da altri intellettuali, i quali non gli perdonano la nascita pianificata a tavolino. È ancora famoso il manuale del linguista, filologo ed esperantista Bruno Migliorini, pubblicato da Paolet nel 1925, tutt’oggi in uso, riaggiornato e ripubblicato (l’ultima edizione del 1995 ha una prefazione di Tullio de Mauro). Il nazifascismo perseguita pesantemente gli esperantisti classificandoli come elementi pericolosi, cosmopolitici e filocomunisti, moltissimi di loro vengono fucilati o mandati in Siberia. La guerra termina, gli anni del dopoguerra scorrono veloci. Il 1951 segna l’anno di svolta con il 23° Congresso italiano di esperanto a Pisa, dove interviene il
ministro dell’istruzione Antonio Segni. All’Unesco vi fu una campagna ostile nei confronti dell’esperanto ma, in una petizione firmata da 895mila persone, tra cui 1.600 linguisti e oltre 5mila professori universitari e da 492 associazioni in rappresentanza di oltre 15 milioni di cittadini, si chiese alle Nazioni Unite di considerare il problema della lingua internazionale e la soluzione offerta dall’esperanto. La risoluzione viene approvata dopo una serie di rimandi il 10 dicembre 1954 a Montevideo (e riapprovata ulteriormente dall’Unesco a Reykjavìk nel 1985) ma ammetteva solo che l’esperanto, usato ormai da oltre sessant’anni, era uno strumento valido per lo scambio di valori culturali. C’era solo il mandato di seguire l’evoluzione della lingua nei vari Stati, per altro normale compito dei Comitati dell’Unesco, ma nessun impegno per gli Stati membri.

In Italia, il ministro della Pubblica istruzione, il socialdemocratico Paolo Rossi, riconferma la circolare del 1956 a firma del ministro Antonio Segni, con la quale si portava l’esperanto nelle scuole ed è così che la Fei (Federazione esperantisti italiani) punta alla possibilità di inserire l’insegnamento dell’esperanto nelle scuole in via ufficiale. La legge suddetta consente l’avvio sperimentale della scuola a tempo pieno e l’istituzione di posti nell’organico pubblico per gli insegnamenti speciali e le attività integrative. A Cesena, nella scuola elementare “Oltresavio” viene avviato un progetto con l’offerta di insegnamento di una lingua straniera. Fu scelto l’esperanto anche perché molti genitori erano esperantisti e perché lo studio dell’esperanto predisponeva all’apprendimento di altre lingue ed educava all’internazionalismo e alla fraternità. Il movimento esperantista fu principalmente di matrice cattolico-liberale, ma vi furono anche componenti, associazioni di lavoratori in sintonia con altre associazioni che si erano staccate dal movimento borghese. Il “Laborista Esperanto” (gruppo esperantista dei lavoratori) di Genova, pubblicò in esperanto I doveri dell’uomo di Giuseppe Mazzini. Altri collettivi esperantisti si attivarono contro la corsa agli armamenti e a Forlì, negli anni Settanta, “Libere cane esperantista kubo” (Club esperantista dei liberatori) pubblica ad opera degli anarchici esperantisti i ritratti di L.L. Zamenhof e di Giuseppe Pinelli ritenendo che il modo migliore di commemorare entrambi fosse quello di far circolare, attraverso la meravigliosa lingua dell’esperanto, le esperienze di lotta e d’impegno quotidiano.

La storia dell’esperanto continua nel libro del prof. Carlo Minnaja seguendo i movimenti della lingua internazionale e le opere di tutti gli scrittori e poeti che la adottarono e la adottano ancora oggi. Mi fermo qui perché la data del 1872, anno in cui nasce e si sviluppa l’esperanto, mi riporta ad un’altra data, estremamente importante: il 1972. La bacchetta da rabdomante mi trema tra le dita e quindi scavo ancora. Azzardo nessi in un silenzio segnato dallo scorrere del tempo e mi chiedo se quella di L. L. Zamenhof fosse una grande intuizione, rimasta però incompleta. Il medico oculista cercò di “vedere” quello che mancava agli esseri umani perché era stato perso o tolto, e inventò una lingua fatta di “nuove” parole che, pur conservando in parte la loro radice linguistica, rinascevano, in modo diverso, da essa e dalla fusione con radici linguistiche di altre lingue. Parole “nuove” nelle quali tutti potevano ritrovare ancora una parte della loro storia e cultura, e con le quali comunicare tra loro e con le persone di altri Paesi europei e del mondo.
1972, cento anni dopo: un altro medico, Massimo Fagioli, psichiatra e scienziato, pubblica il primo di quattro libri in cui è esposta una fondamentale scoperta riguardante la nascita umana e la grande teoria che ne consegue, teoria della nascita, fonte di immense ricerche ed infinite possibilità per la conoscenza della psiche degli esseri umani, e per la sua cura e guarigione, qualora si dovesse ammalare nel lungo e difficile cammino della vita. Lui non crea parole nuove, usa quelle conosciute ma in modo nuovo, perché è nuovo il pensiero dalle quali esse nascono e rinascono. È quel tanto, e molto di più, che però forse fu solo intuito dal medico oculista Zamenhof e da altri grandi e che, come una sorgente d’acqua pura continua a sfociare, inesauribile, dagli anni Settanta del secolo scorso per aggiungere alla speranza la certezza dell’esistenza di altri esseri umani con i quali è possibile rapportarsi nel modo più bello e profondo perché parla di immagine interna, che dà alle parole conosciute significato e senso vero e profondo.

Nella foto d’apertura, il magazine Esperanto, novembre 2015 

La pena di morte funziona benissimo

L’altro ieri Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, diceva: «Il carcere non è una condanna a morte. È necessario intervenire affinché il dramma che sta interessando gli istituti di pena italiani in questo 2022 si possa fermare». Eravamo a quota 57 suicidi nel 2022. Nel frattempo se n’è suicidato un altro.

Nei primi 8 mesi di quest’anno sono stati 58 i detenuti che si sono tolti la vita nelle carceri. Gli ultimi due in Sicilia, uno a Caltanissetta e l’altro a Siracusa. Ad agosto abbiamo registrato 15 suicidi, più di uno ogni due giorni. 57 furono le persone che si suicidarono in carcere in tutto il 2021.

«Proprio in questo mese così drammatico la nostra associazione – prosegue Gonnella – ha lanciato la campagna “Una telefonata allunga la vita”, chiedendo una riforma urgente del regolamento del 2000 che porti ad una liberalizzazione delle telefonate per i detenuti. In un momento di sconforto, sentire una voce familiare, può aiutare la persona a desistere dall’intento suicidario. I 10 minuti a settimana previsti attualmente non hanno più nessun fondamento, né di carattere tecnologico, né economico, né securitario. Cambiare quel regolamento non comporta alcun atto legislativo e il governo potrebbe farlo anche in questa fase transitoria».

«Dell’importanza dell’affettività per i detenuti – continua il presidente di Antigone – ci parla anche la relazione finale della Commissione ispettiva del Dap, chiamata ad indagare sulle ragioni delle rivolte che scoppiarono nelle carceri nel marzo 2020».

Secondo questa relazione, ad innescare le proteste non fu infatti una cabina di regia criminale. Il motivo va invece ricercato nell’insoddisfazione della popolazione detenuta per la poco dignitosa qualità della vita penitenziaria e, soprattutto, nella sospensione dei colloqui in presenza con i familiari.

«All’indomani di quelle chiusure – sottolinea Patrizio Gonnella – la nostra associazione chiese che a tutti i detenuti fossero concesse chiamate e videochiamate in più rispetto a quanto previsto dai regolamenti. Quella richiesta fu accolta e nel giro di pochi giorni nelle carceri di tutto il Paese arrivarono oltre 1.000 tra cellulari e tablet, senza che ci fossero problemi dal punto di vista organizzativo e della sicurezza. Questa iniziativa servì a riportare la calma negli istituti di pena e consentì ai detenuti di mantenere il rapporto con i propri affetti anche in quel periodo di chiusure parziali o totali».

«Oggi il dramma che sta attraversando il carcere non è il Covid ma sono i suicidi. La risposta, oggi come allora, passa anche dalla possibile vicinanza affettiva. Oggi come allora è urgente che il governo prenda provvedimenti e si liberalizzino le telefonate» conclude Patrizio Gonnella, che auspica che a settembre, alla ripresa dei lavori parlamentari, deputati e senatori osservino un minuto di silenzio per commemorare tutte le persone che si sono tolte la vita mentre erano sotto la custodia dello Stato.

Noi auspichiamo che qualcuno abbia il coraggio di parlarne in questa brutta campagna elettorale.

Buon martedì.

Venezia si apre ai mille linguaggi del cinema nel segno dei diritti e della ricerca artistica

Manca davvero pochissimo all’apertura della 79esima Mostra internazionale d’arte cinematografica della Biennale di Venezia – diretta da Alberto Barbera – che si terrà dal 31 agosto al 10 settembre. E, anche quest’anno, l’attesa è accompagnata da grande entusiasmo ed emozione sia per gli appassionati cinefili che per gli addetti ai lavori. Un’edizione che conta ben 56 Paesi presenti (qui il programma) e che si apre all’insegna di due importanti anniversari: la celebrazione dei novant’anni dalla sua fondazione (la prima Esposizione d’arte cinematografica si tenne nel 1932) e i dieci anni di attività della Biennale College Cinema.

Sul red carpet del Lido sfileranno ospiti italiani e internazionali, tra i quali Julianne Moore, scelta per presiedere la Giuria internazionale del Concorso, che assegnerà il Leone d’Oro per il miglior film e gli altri premi ufficiali. L’attrice statunitense – vincitrice dell’Oscar per Still Alice (2014), e premiata al festival di Berlino per le sue interpretazioni in The Hours (2002) e in Maps to the Stars (2014), e a Venezia per Lontano dal paradiso (2002) – sarà affiancata da Mariano Cohn, Leonardo Di Costanzo, Audrey Diwan, Leila Hatami, Kazuo Ishiguro e Rodrigo Sorogoyen.

Una immagine del film White Noise di Noah Baumbach

White Noise, atteso film d’apertura della Mostra, segna il ritorno al Lido – dopo Storia di un matrimonio presentato nel 2019, in concorso, a Venezia 76 – del regista e sceneggiatore statunitense Noah Baumbach autore, tra gli altri, di The Squid and the Whale (2005), Frances Ha (2012) e The Meyerowitz Stories (2017). Interpretato da Adam Driver e Greta Gerwig, White Noise è tratto dall’omonimo romanzo di Don DeLillo il quale, afferma Baumbach, «cattura perfettamente l’assurdità, l’orrore e la follia dell’America» della fine degli anni Ottanta. «L’ho riletto nei primi mesi del 2020 e mi è sembrato come se fosse adesso».

Altro grande ritorno è quello del regista messicano Alejandro G. Iñarritu, ospite nel 2014, a Venezia 71, con Birdman. Presentato in concorso, Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades è, come Iñarritu stesso afferma, il racconto di un viaggio, «un viaggio tra realtà e immaginazione», dove la storia privata di Silverio, un noto giornalista e documentarista messicano che vive a Los Angeles, si intreccia con la storia della sua terra natale, il Messico.

Tra le altre pellicole internazionali, sempre in concorso, Blonde di Andrew Dominik – tratto dall’omonimo romanzo di Joyce Carol Oates – ripercorre la vita dell’icona hollywoodiana Marilyn Monroe dall’ascesa al successo fino alla tragica scomparsa avvenuta sessant’anni fa. Nel cast Ana de Armas e Adrien Brody.

E ancora, con Shab, Dakheli, Divar (Oltre il muro), il regista Vahid Jalilvand – ispiratosi a un famoso poeta iraniano – si interroga, attraverso la storia di Ali e della fuggitiva Leila, sui concetti di rinascita e di speranza.
Argentina, 1985 è il film di Santiago Mitre ispirato alla storia vera dei procuratori Julio Strassera e Luis Moreno Ocampo – interpretati da Ricardo Darín e Peter Lanzani -, i quali nel 1985 seguirono coraggiosamente le indagini sulla fase più sanguinosa della dittatura militare argentina, perseguendone i responsabili.
The Banshees of Inisherin di Martin McDonagh, con Colin Farrell e Brendan Gleeson, segue le vicende di Padraic e Colm, due amici di vecchia data. A fare da scenario, una remota isola al largo della costa occidentale dell’Irlanda.

The Son di Florian Zeller con Hugh Jackman e Laura Dern affronta il tema dei complessi legami familiari e della malattia mentale.
E, con Les enfants des autres, Rebecca Zlotowski racconta la storia intima di una donna che si innamora di un padre single e del rapporto profondo che stringe con Leila, la figlia di quattro anni dell’uomo.

Tár di Todd Field è ispirato alla vita della prima donna, nella storia, a divenire direttrice di una delle più importanti orchestre tedesche di musica classica. Come sottolinea il regista, il copione del film «è stato scritto per un’artista: Cate Blanchett. Se avesse rifiutato, il film non avrebbe mai visto la luce. … Sotto ogni punto di vista, questo è il film di Cate».

 

Il regista dissidente iraniano Jafar Panahi

Khers Nist (Gli orsi non esistono) di Jafar Panahi – vincitore del Leone d’Oro nel 2000 con il film Il cerchio -, è il ritratto di due storie d’amore, alle prese con le influenze della superstizione e le dinamiche del potere. La proiezione sarà preceduta da un flash-mob, organizzato dalla Biennale a «dimostrazione della massima solidarietà del mondo del cinema nei confronti del regista e di tutti i colleghi che si trovano nella sua situazione». Panahi, cineasta dissidente iraniano già arrestato e condannato in passato, è stato nuovamente privato della libertà personale lo scorso luglio per aver manifestato, insieme ad altri suoi colleghi, per l’arresto di altri due registi, Mohammad Rasoulof e Mostafa Aleahmad, a seguito delle proteste contro la violenza militare sui civili iraniani.

Ancora uno sguardo alla selezione ufficiale dei film in concorso, passando in rassegna alcune delle pellicole italiane presenti: Bones and All di Luca Guadagnino (co-produzione Usa) adattamento dell’omonimo romanzo di Camille DeAngelis, con Taylor Russell e Timothée Chalamet nei panni di Maren e Lee alle prese con il primo amore.

Una immagine del film L’immensità di Emanuele Crialese con Penelope Cruz

L’immensità di Emanuele Crialese con Penélope Cruz – a Venezia 79 anche nella sezione Orizzonti con il film En los márgenes (On the Fringe) di Juan Diego Botto – e Vincenzo Amato, ambientato nella Roma degli anni Settanta, racconta la storia di Clara e Felice e della loro impossibilità a separarsi, nonostante la fine del loro rapporto. «L’immensità è il film che inseguo da sempre», dichiara il regista «è sempre stato “il mio prossimo film”, ma ogni volta lasciava il posto a un’altra storia, come se non mi sentissi mai abbastanza pronto, maturo, sicuro. È un film sulla memoria che aveva bisogno di una distanza maggiore, di una consapevolezza diversa».

All’interno della selezione ufficiale – Fuori Concorso, si segnalano: The Hanging Sun di Francesco Carrozzini con Alessandro Borghi e Peter Mullan, tratto dal libro Midnight Sun di Jo Nesbø, Living di Oliver Hermanus ispirato al film Ikiru di Akira Kurosawa, Dreamin’Wild di Bill Pohlad (dal romanzo Fruitland di Steven Kurutz) con Casey Affleck e Zooey Deschanel, Kõne Taevast (Call of God) di Kim Ki-duk. Infine, Dead for a Dollar, con Christoph Waltz e Willem Dafoe, di Walter Hill (I guerrieri della notte, 48 ore, Ancora vivo), al quale verrà assegnato il premio Cartier Glory to the Filmmaker.

Nella sezione Orizzonti, particolarmente attenta agli autori emergenti, alle cinematografie minori e meno conosciute, troviamo: Obet (Vittima) di Michal Blasko, che racconta la storia di Irina, un’immigrata ucraina in cerca di giustizia in una società razzista, Innocence di Guy Davidi, un documentario tratto dagli inquietanti diari tenuti da bambini ai quali è stata negata l’infanzia, e costretti all’arruolamento; Chleb I Sól (Pane e sale) di Damian Kocur, tratto da una storia vera e interpretato da attori non professionisti: Tymek, giovane e talentuoso pianista iscritto al Conservatorio di Varsavia, torna in vacanza nella sua città natale, dove si trova ad assistere a crescenti conflitti tra alcuni abitanti del posto, un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato. Infine, La Syndacaliste di Jean-Paul Salomé con Isabelle Huppert nei panni di Maureen Kearney, la storia vera della rappresentante sindacale della centrale nucleare di una multinazionale francese che lottò per portare alla luce gli scandali al loro interno e difendere migliaia di posti di lavoro.

Zapatos Rojos di Carlos Eichelmann Kaiser, Nezouh di Soudade Kaadan, la pellicola iraniana Bi Roya (Senza di lei) di Arian Vazirdaftari e Valeria Mithatenet (Valeria si sposa) di Michal Vinik, sono alcuni dei titoli presenti, invece, nella sezione Orizzonti Extra. Della Biennale College Cinema – laboratorio di alta formazione, ricerca e sperimentazione per lo sviluppo e la produzione di lungometraggi a basso budget, dedicato a registi e produttori di tutto il mondo – si segnalano i due lungometraggi: Come le tartarughe, diretto e interpretato da Monica Dugo, e montato da Paola Traverso, e Banu di Tahmina Rafaella.

Una immagine da Come le tartarughe, regia di Monica Dugo, montaggio di Paola Traverso

Tra i film restaurati nel corso dell’ultimo anno e presentati nella sezione Venezia Classici, Stella Dallas (1925), con Belle Bennett, Ronald Colman, Lois Moran e Douglas Fairbanks Jr, diretto da Henry King, è il film scelto per la serata di pre-apertura di martedì 30 agosto. Il classico del cinema muto sarà proiettato in prima mondiale nel nuovo restauro digitale in 4K realizzato dal Museum of Modern Art (MoMA) di New York e dalla Film Foundation presieduta da Martin Scorsese. Tra le altre pellicole di Venezia Classici , Kaze no naka no mendori (Una gallina nel vento, 1948) di Yasujiro Ozu e La marcia su Roma (1962) di Dino Risi.

Dunque, grandi classici ma anche innovazione, rilanciata anche in questa edizione da Venice Immersive, nuova denominazione della sezione Venice VR Expanded, tesa ad accogliere la crescita dei media immersivi al di là delle tecnologie di Virtual Reality, includendo tutti i mezzi di espressione creativa XR – Extended Reality: video 360° e opere XR di qualsiasi durata, incluse installazioni, live performance e mondi virtuali. Sedici i progetti – sia originali che adattamenti – di Storie Immersive (11 europei e 5 da tutto il mondo), tra cui film di finzione, documentari, film animati e installazioni interattive.
Dodici saranno, invece, i cortometraggi presentati a Venezia 79. tra cui In quanto a noi (5’), con voce di Wim Wenders e A guerra finita (5’), con voce di Gino Strada, entrambi di Simone Massi, Fuori Concorso. I corti saranno disponibili gratuitamente in tutto il mondo e visibili dal sito www.labiennale.org, con proiezioni collocate per conto della Mostra sul sito operato da Festival Scope (www.festivalscope.com). Mentre i diciotto lungometraggi italiani presentati all’interno delle sezioni Fuori Concorso, Orizzonti, Orizzonti Extra e Biennale College Cinema, saranno visibili dal sito www.labiennale.org, con proiezioni collocate sul sito operato da MYmovies.it all’indirizzo www.mymovies.it/ondemand/biennalecinema/.
Fra i lungometraggi disponibili online, anche i quattro film italiani: Gli ultimi giorni dell’umanità di Enrico Ghezzi e Alessandro Gagliardo e The Matchmaker di Benedetta Argentieri (Fuori Concorso), Notte fantasma di Fulvio Risuleo (Orizzonti Extra), e un film della Biennale College Cinema, Come le tartarughe di Monica Dugo. Grazie alla nuova piattaforma streaming Biennale Cinema Channel, ogni film sarà trasmesso a partire dalle ore 21 (ora italiana) del giorno della presentazione ufficiale, per poi rimanere disponibile per ulteriori 5 giorni.

Per giovedì 8 settembre è stata prevista un’importante iniziativa, l’Ukrainian Day, a sostegno degli artisti ucraini attraverso alcuni eventi mirati. Al panel, dopo i saluti e l’introduzione del presidente della Biennale, Roberto Cicutto, e del direttore, Alberto Barbera, parteciperanno, tra gli altri: l’ambasciatore dell’Ucraina in Italia, Yaroslav Melnyk, la responsabile del National cinema institution dell’Ucraina, Marina Kuderchuk, il regista del film Freedom on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom, Fuori concorso, Evgeny Afineevsky.
Ospiti d’eccezione e spettatori in fermento accompagnano un programma articolato e dal respiro internazionale. Si dia, dunque, inizio alla visione!

Nella foto di apertura: il manifesto della 79esima Mostra del cinema di Venezia opera di Lorenzo Mattotti

Camusso: Il jobs act va abolito, partiamo da qui

Presidenzialismo, leva militare obbligatoria, aiuti alle imprese e non ai lavoratori, blocco navale contro i migranti, attacco alla autodeterminazione delle donne…È quanto “promettono” le destre. Giorgia Meloni è stata applaudita al meeting di Comunione e liberazione come se fosse un ritorno a casa. Il rischio che alle elezioni del 25 settembre vinca una destra clerico affarista è reale. I sondaggi parlano di una distanza siderale fra centrodestra e centrosinistra. Cosa fare? Chiedo di getto a Susanna Camusso, ex segretaria generale della Cgil che si candida con il Pd (al Senato collegio Campania 2 ndr).

Lei resta un attimo in silenzio. E poi con la calma di chi ha fatto molte battaglie sociali: «Guardi…io però non la prenderei così».

Camusso, non vede rischi in caso di un governo di destra-destra guidato da Fratelli d’Italia?
Aspetterei il voto degli italiani. Mi sembra più serio. Non vorrei far passare l’idea che il voto sia insignificante, che non c’è niente da fare. Quella che ci aspetta è una stagione assai difficile per questioni molto concrete come il prezzo dell’energia, il caro bollette ecc. Perciò proprio non darei per scontata la narrazione corrente che finisce per avvantaggiare la logica delle profezie che si auto avverano.

Il suo punto di vista?
C’è una partita da giocare in un Paese che è molto preoccupato. C’è un’indubbia condizione di difficoltà e senso di solitudine, in particolare nel mondo del lavoro. Noi dobbiamo impegnarci per costruire una apertura di prospettiva. Questa è la funzione della politica.

Partiamo dal lavoro. I dati ci dicono che donne e giovani sono stati i più penalizzati dalla crisi dovuta alla pandemia, anche perché avevano contratti a tempo determinato, part time involontari, lavoro mal retribuito e a nero. Come invertire questa tendenza che ha radici lontane?
Bisogna contrastare la precarietà, per questo continuerò a battermi. Dobbiamo costruire prospettive per i giovani, ma anche per le lavoratrici che, giovani o meno, sono a loro volta estremamente colpite. Vanno costruiti percorsi solidi, ben retribuiti, di lavoro dignitoso.

Da segretaria della Cgil propose la Carta dei diritti che cancellava il Jobs act.
Su questo abbiamo un bagaglio di esperienze molto significative. Dobbiamo contrastare la precarietà ma anche l’idea che si possa non pagare il lavoro o pagarlo poco. E se sarò eletta vorrei ripartire proprio dal testo della Carta dei diritti e da quelle proposte.

Le destre e Italia Viva vogliono abolire il reddito di cittadinanza perché, per dirla con Rosato: «Disincentiva i giovani dal cercare lavoro», che ne pensa?
È una costruzione del tutto inventata per continuare a mantenere l’idea che i giovani possono essere pagati poco e male. È inaccettabile. Danneggia i giovani e non fa bene all’Italia. Un Paese non lo costruisci sulla precarietà e sul lavoro a basso costo. Qui entra in campo la contrattazione, ma fondamentale è il Parlamento che è chiamato a correggere il disastro di deregolamentazione che è stato costruito in questi ultimi anni e a ricostruire certezze, in particolare per i giovani e le donne.

È sufficiente?
Ovviamente per cambiare il quadro bisogna fare delle scelte: cosa si pensa di fare riguardo all’energia? Cosa si pensa di fare per mettere in opera un Pnrr che comporti piani di politica industriale? Viviamo una stagione in cui si potrebbero fare cose molto importanti. Invece vedo molta deresponsabilizzazione: c’è chi dice diamo soldi alle imprese come se questo risolvesse i problemi. Come è noto non è così. Servono precisi orientamenti: bisogna decidere che la lotta al cambiamento climatico è una partita urgente, drammaticamente urgente. E che ogni rinvio costa alle persone, costa al Paese, esattamente come costa mantenere i giovani in precarietà.

La transizione ecologica può portare alla creazione di nuovi posti di lavoro? In che modo?
Detto in estrema sintesi se davvero vogliamo fermare il climate change in primis dobbiamo puntare sulle energie rinnovabili. Il che significa occuparsi di cosa produce energia ma anche di reti di alimentazione, di infrastrutture, di accesso e di riconversione della rete perché sia adatta a supportare le rinnovabili come fonte primaria di energia. Questo è tutto lavoro. Anche in prospettiva, non solo sul breve periodo.

E poi?
E poi c’è poi tutto il tema dell’economia circolare. Il che significa non puntare ad aumentare i beni consumabili oggi, ma pensare anche a come ridurre la dimensione di rifiuti e dei prodotti che diventano obsoleti e non hanno più la possibilità di essere riutilizzati. Tutto questo implica ricerca, rapporto con i territori, prospettive. Rinnovabili ed economia circolare sono due grandi praterie di politiche industriali che si potrebbero percorrere.

Non rappresentano il vecchio, come qualcuno dice?
Al contrario sono una straordinaria opportunità di favorire lo sviluppo del territorio senza danneggiarlo né esaurirne le risorse ma anzi contribuendo a curarlo. Potrebbero anche essere un indirizzo importante del digitale. Non parlo della digitalizzazione come elemento astratto, figlio esclusivamente delle multinazionali, ma della digitalizzazione come servizio alle esigenze di trasformazione delle politiche industriali.

Veniamo a un tema chiave: la formazione. Tajani ha parlato di ulteriori aiuti alle scuole paritarie e incentivi per la scuola- lavoro, d’accordo con Meloni che punta sulle scuole professionali e chiede di accorciare a 4 anni le superiori. Sul fronte opposto Letta propone l’obbligo scolastico fin dalla scuola dell’infanzia e Fratoianni parla di scuola pubblica gratuita compresa l’università. Quale è il suo punto di vista?
Io credo che la proposta della scuola pubblica gratuita rappresenti una traduzione necessaria dei principi costituzionali. Di questi tempi bisogna ribadire ogni giorno che è bene attuare la Carta in tutti i suoi aspetti. Si chiama diritto allo studio. Vuol dire considerare la Costituzione come un riferimento per ridurre le disuguaglianze. Invece di concentrarsi sulla retorica della meritocrazia, spesso usata per giustificare queste diseguaglianze, dovremmo ricominciare, in particolar modo sull’educazione, a rivendicarne l’universalità. Dobbiamo ricostruire quel terreno minimo di opportunità e di cittadinanza che l’istruzione rappresenta. Da questo punto di vista nella coalizione di centrosinistra la proposta del Pd e quella di Sinistra italiana delineano una presa di posizione netta. Io credo che sia molto importante ampliare l’obbligo anche alla scuola dell’infanzia dando risposta al diritto dei bambini e delle bambine ad avere accesso all’insieme del percorso di istruzione. Mettere mano a un sistema di istruzione come diritto obbligatorio è un investimento, non è un costo. Di pari passo dobbiamo dare agli insegnanti una retribuzione all’altezza dell’Europa. Impoverire il corpo insegnante – che ha sempre avuto una funzione fondamentale – è servito a svalorizzare la scuola. Detto questo io penso anche che il diritto allo studio debba essere garantito attraverso l’istruzione pubblica. Con ciò non vieterei nulla a nessuno.

Guardando a quel che accade in altri Paesi europei, per promuovere il lavoro stabile in Spagna sono stati disincentivati contratti a tempo determinato. Intervenire concretamente si può, non è utopistico?
No, non è utopistico. Quella attuata in Spagna è una di quelle riforme che non comportano neanche grandi costi per lo Stato. Non richiede particolari risorse, richiede una decisone politica, una scelta politica di privilegiare e di premiare il lavoro stabile rispetto al lavoro precario. L’esperienza in Spagna sta già dando risultati importanti in termini di stabilizzazione del lavoro. Non ha prodotto quelle catastrofi sul piano dell’occupazione che tutti preconizzano ogni volta che cerchi di cambiare regole del mercato del lavoro. Era una strada aperta anche nel nostro Paese, ma poi è stato deciso di de-regolarizzare in tutt’altro modo. È il sintomo della debolezza del nostro sistema produttivo che non investe sulla qualità del lavoro e sulla possibilità di spendere maggiori competenze e maggiore impegno. Ci vedo una forma autodistruttiva di un sistema che invece vorrebbe definirsi competitivo rispetto al resto dell’Europa.

In questa campagna elettorale i partiti di destra fanno a gara a proporre la flat tax, ciascuno con percentuali diverse. Anche i liberali di centro promettono di abbassare le tasse. Non sarebbe più efficace e equo fare una riforma fiscale secondo un principio di progressività e offrire più servizi di qualità?
Ho sempre pensato che ci fosse un inganno dietro all’idea per cui basterebbero meno tasse per fare felice il mondo. In quel modo fai felice alcuni (tendenzialmente una minoranza) e pesi su chi ha più difficoltà e meno risposte in termini di servizi pubblici in termini di benefici che derivano da una struttura pubblica organizzata. Noi abbiamo bisogno esattamente dell’opposto; abbiamo bisogno di più cura, come ci ha dimostrato la pandemia, di una maggiore risposta di servizi. Non si può far saltare il fondamentale patto di cittadinanza in virtù del quale al pagamento delle tasse corrispondono l’erogazione dei servizi e una struttura pubblica efficace del Paese. Non si può distruggere perché così si incrementano le disuguaglianze a svantaggio dei più deboli. Da questo punto di vista io penso che si debba tornare ai fondamentali. E l’elemento fondamentale che ci offre la nostra Costituzione è la progressività. Ma dobbiamo anche ricondurre il sistema ad unità perché il sistema è oggi molto frazionato, a seconda delle professioni, delle collocazioni ecc.

È il risultato delle politiche dei bonus?
È anche per l’effetto di una certa modalità di governo che ha caratterizzato gli ultimi anni, fatta di bonus di de-contribuzioni. Un giornalista tedesco mi disse tempo fa: da noi ogni cittadino sa esattamente cosa l’aspetta sul piano fiscale, le regole sono certe, sono note, ognuno ci si può misurare. In Italia non accade perché progressivamente è stata costruita giungla. Io penso che serva un sistema progressivo e unitario in modo che tutti i cittadini sappiano a cosa vanno incontro. Ma deve essere anche un sistema che premia il lavoro. Non si può dire alla classe lavoratrice che il lavoro è fondamentale e poi penalizzarlo dal punto di vista delle scelte e della redistribuzione della ricchezza nel Paese.

Da ultimo, un questione prioritaria: fermare la violenza contro le donne. E, aggiungerei, anche di chi ci marcia. Che il video della stupro subito da una donna a Piacenza sia stato rilanciato da alcune testate e rilanciato dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è estremamente grave. Lei è sempre stata in prima linea su questi temi che ne pensa?
Per prima cosa vorrei esprimere tutti gli abbracci possibili a questa signora che è stata colpita anche da una seconda violenza esercitata nei suoi confronti sia dalla testata che ha deciso di mettere in rete quel video sia da una leader politica in campagna elettorale e che lo ha utilizzato a fini elettorali. Tutto questo è di una violenza inaudita. Vedo anche un’incapacità di ascolto straordinaria perché se c’è un tema su cui il movimento delle donne e tante associazioni hanno lavorato moltissimo è proprio quello della vittimizzazione secondaria. Purtroppo il modo in cui viene trattata e raccontata la violenza sulle donne determina una nuova vittimizzazione, che è l’opposto di quello di cui ci sarebbe bisogno. L’argomentazione usata dalla Meloni è di una debolezza infinita: non c’è bisogno di un video per denunciare. Se vuoi denunciare la violenza contro le donne ben venga ma lo fai innanzitutto difendendo le vittime, non aggredendole ulteriormente. E poi chiamando le cose con il loro nome.

La destra xenofoba addita i migranti. I dati Istat dicono che oltre il 67 per centro degli stupri avviene in famiglia al netto di quelli compiuti da ex e conoscenti. Per chiudere su un tema così importante, un suo commento?
La violenza maschile contro le donne non è “razzializzabile”. L’operazione di indicare il nemico esterno nasconde questa responsabilità maschile. Basta guardare all’incremento dei femminicidi e che caratteristiche hanno. Ho notato, devo dire un abisso di cinismo e di disinvoltura che non mi sarei mai aspettata, ancor meno da chi tiene a specificare ogni giorno di essere donna. Credo che sia preoccupante per il clima sociale prima ancora che politico che si vuole produrre nel Paese e mi viene da pensare che aveva ragione quella signora (Simone de Beauvoir ndr) che diceva “donne si diventa non si nasce”.

Per Meloni e Salvini sarà una resa dei conti, sulla pelle degli italiani

Da quella parte sono bravi a sottolineare le spaccature nel campo del centrosinistra. Meloni, Salvini e Berlusconi hanno avuto gioco facile nelle prime settimane di campagna elettorale con Calenda e la sua strategia dei due forni di andreottiana memoria, con il sedicente terzo polo che invece è il quarto (tra l’altro i sondaggi ogni giorno ci ricordano quanto li stiamo sopravvalutando) che sta facendo la migliore campagna elettorale possibile per Fratoianni e Bonelli rilanciando Sinistra italiana e Verdi tutti i giorni sui giornali.

Ma l’ostilità che pagheranno gli italiani è una serpe in seno all’alleanza di centrodestra. Matteo Salvini e Giorgia Meloni oggi a Messina si rincorrono per la città con comizi quasi contemporanei e i loro scherani sono già pronti per sfoderare l’applausometro da sventolare. Dentro la Lega solo Salvini spera in un miracoloso recupero che gli permetta di ritrovare i voti che in questi ultimi mesi sono passati alla sua competitrice interna. Fratelli d’Italia incoronerà Meloni il prossimo 25 settembre ma gli eventi da un minuto dopo le elezioni saranno meno lineari di quello che si pensa.

Meloni sta portando avanti la campagna elettorale fingendo che Salvini non esista, concentrata solo a non commettere grossolani errori e sperando che la magistratura non rovini la rincorsa a Palazzo Chigi (nel caso sarebbe già pronta la narrazione berlusconiana delle “toghe rosse”, ovviamente). Meloni e Salvini non si parlano. «Con Giorgia faremo in modo di vederci: io non ho l’agenda degli altri, se saremo nella stessa città, troverò il modo di abbracciarla, ma io, onestamente, faccio la mia corsa in giro per l’Italia e non so dove vanno gli altri», dice Salvini con il solito infastidito distacco che non riesce a nascondere una competizione mal sopportata da entrambi.

Meloni intanto si propone ogni giorno come sicura Presidente del Consiglio («se Fratelli d’Italia risultasse il primo partito», ripete sapendo che sarà così) avanzando dubbi su Mattarella. La preoccupazione della leader di FdI in realtà è rivolta agli “alleati” Salvini e Berlusconi e ai loro rapporti con il Quirinale che potrebbero – più per giochi interni che per preferenze del Capo dello Stato – fare svanire il sogno.

Una cosa è certa: Meloni e Salvini cominceranno a combattersi sul serio dopo la campagna elettorale. Troppo difficile la convivenza tra due leader di partiti che ormai sono sovrapponibili nell’offerta politica. La resa dei conti avverrà nel governo, in un momento difficilissimo per l’Italia, sulla pelle degli italiani.

Buon lunedì.

Tassare ed arginare le speculazioni finanziarie è ancora un tabù

Gli ultimi dati forniti dall’Istat indicano che la povertà in Italia è sensibilmente cresciuta negli ultimi dieci anni, con un picco drammatico a partire dal 2020. Nello stesso decennio, la ricchezza finanziaria ha raggiunto i 5.256 miliardi di euro, con un incremento di oltre 1.700 miliardi. Si tratta di una ricchezza fortemente concentrata che si è spostata, durante il decennio, dai titoli di Stato all’acquisto di azioni e di altri prodotti finanziari in larghissima misura esteri. Ora, con questi numeri davanti, ho provato a leggere i punti contenuti nei programmi dei principali partiti italiani e, con notevole sgomento, ho trovato misure di cosmesi nel migliore dei casi e nel peggiore – dal mio punto di vista – destinate ad approfondire le disuguaglianze.

Non si parla di imposizione sulle rendite finanziarie, anzi si ipotizzano regimi più favorevoli, in realtà senza grandi differenze tra i principali partiti, non si immaginano forme di incentivazione vera all’acquisto di titoli di Stato da parte dei piccoli risparmiatori italiani, che potrebbero garantire una più solida tenuta dello Stato sociale. Manca peraltro qualsiasi riflessione sulla natura degli acquisti finanziari da parte dei fondi di previdenza complementare ed anzi si auspica una generalizzata riduzione dell’imposizione sui capital gain. Mi sarei aspettato al contrario una serie di proposte che, partendo dalla marcata distanza tra povertà diffusa e ricchezza finanziaria cresciuta e polarizzata, provassero a ridurla; invece non mi pare affatto che un simile sforzo emerga e gran parte delle proposte si traducono in bonus e sussidi di brevissimo respiro che saranno cancellati dall’inflazione.

Il sistema fiscale italiano ha una base imponibile talmente ridotta da rendere la progressività, principio costituzionale fondamentale, inapplicabile se non a danno dei redditi da lavoro e da pensione. Attualmente, infatti, il sistema fiscale italiano dipende troppo dall’Irpef che è pagata praticamente solo da lavoratori dipendenti e pensionati. L’evoluzione storica delle imposte è molto chiara in tal senso. Nel corso del tempo dall’Irpef, che già non contemplava i redditi da capitale e da fabbricati, sono state escluse numerose fonti di reddito, così come è avvenuto per l’Irap che ha finito per gravare come l’Ipref, di fatto, sugli stessi soggetti, peraltro con aliquote ridotte. Considerazioni analoghe valgono per le addizionali comunali dell’Irpef. Al di fuori dei redditi da lavoro e da pensione sono moltiplicate le cedolari secche e le flat tax e continua la pressoché totale esenzione fiscale per le piattaforme digitali, rispetto alle quali per ottenere un prelievo sarebbe indispensabile agire sui ricavi e non sui profitti. Nel contempo, i redditi da lavoro e da pensione sono penalizzati sul versante della spesa sociale perché l’applicazione di una progressività distorta fa sì che paghino spesso per prestazioni che non ricevono mentre tutte le altre forme di reddito ricevono prestazioni che, in larghissima parte, non pagano.

In estrema sintesi, se non si cambia la base imponibile ampliandola e estendendola finalmente a tutti i redditi e non solo a quelli da lavoro, la progressività è lo strumento per impoverire la platea sociale che oggi regge, ingiustamente, la gran parte della spesa pubblica finanziata con le imposte. Pensare a flat tax in tale contesto è puro egoismo: in Italia, le fasce medio basse della popolazione in termini di reddito già pagano un’aliquota Irpef inferiore al 23%; si stima che quasi il 50% dei contribuenti italiani abbia un’aliquota più bassa, se si considerano deduzione e detrazioni. Ridurre tutte le aliquote Irpef al 23% anche per i plurimilionari significa fare loro un enorme favore, che diventa insostenibile per tutti gli altri nel momento in cui verrà meno, con tale misura, circa un terzo del gettito con cui lo Stato finanzia la scuola, la sanità pubblica e gran parte del Welfare.

È indispensabile, alla luce di ciò, invece una tassazione finanziaria più rilevante che vari, nettamente, a seconda della durata dell’“investimento”. Peraltro sarebbe necessario il divieto assoluto delle vendite allo scoperto come dimostra la recente vicenda dell’acquisto di titoli del debito pubblico italiano da parte di speculatori. Sta circolando infatti la notizia dei fondi hedge, in termini più semplici, speculativi, che scommettono contro il debito italiano. Naturalmente gran parte dei media riportano la notizia legandola alla crisi presente nel nostro Paese dovuta all’“allontanamento” di Mario Draghi e a tutte le nefaste conseguenze generate e generabili dalle elezioni. Colpisce che in pochissimi però si soffermino sull’assurdità di quanto sta accadendo.

Alcuni fondi speculativi americani, come accennato, hanno acquistato “allo scoperto” titoli del debito italiano per circa 40 miliardi di dollari a prezzi decisamente bassi prevedendo un caduta del valore di tali titoli e dunque vincendo la scommessa al ribasso. Ora, in tutto ciò sono evidenti diverse assurdità. Gli acquisti fatti dai fondi hedge sono di fatto delle prenotazioni non pagate – allo scoperto significa questo – di titoli di uno Stato sovrano, fatte solo per lucrare sulle sue difficoltà che proprio quelle scommesse finiscono per determinare, con l’ausilio della stampa e dei media che ne danno ampia notizia. Allora, perché bisogna ritenere legittimo che soggetti dichiaratamente speculativi – i fondi hedge lo scrivono nei loro statuti – possano acquistare, o meglio prenotare, senza soldi veri titoli del debito di un Paese – che sono di fatto soldi della collettività per gli effetti che producono – per trarre giovamento dalle sue difficoltà e persino dal suo default? Perché non è possibile mettere una regola che dica espressamente che non si possono fare le vendite allo scoperto e i fondi hedge non devono occuparsi dei debiti pubblici, così come dell’energia, del grano e delle commodities?

Servono poi misure, possibili anche con la normativa nazionale, per ridurre il numero dei soggetti che interagiscono nelle transazioni finanziarie rispetto alle dinamiche dello scambio reale. In altre parole, un freno ai derivati che oggi sono il vero motore dell’inflazione energetica. Per questo occorre una chiara ridefinizione, in sede normativa, degli operatori bancari e finanziari. Occorre affrontare, parimenti, il tema dell’Iva sui beni di lusso così come non è rinviabile una vera rimodulazione dell’imposta di successione. Serve poi una rimodulazione del metodo tariffario; non è possibile che l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente – l’Arera – usi il metodo “giornaliero” che spinge l’inflazione e che l’attuale sistema della tutela non funzioni ed anzi sia peggiore di quello del mercato libero. Non si può neppure continuare a tenere totalmente legati i prezzi dell’energia all’ingrosso agli hub finanziari e a costruire la filiera dei prezzi dell’energia su quello del gas. In estrema sintesi, occorre una grande riforma fiscale che abbassi la pressione sul lavoro in maniera significativa e l’aumenti sulle rendite.


* L’autore: Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. È autore di numerose pubblicazioni e articoli sulle tematiche della storia economica e dell’economia

In foto: il dito medio di Cattelan con lo smalto rosa in occasione della Giornata internazionale della donna. Milano, 8 marzo 2021

Militant A (Assalti Frontali): Coraggio, ricreiamo il senso della collettività

Tanta è l’emozione sul palco del Forte Prenestino, storico centro sociale romano, che Militant A si dimentica di mettere i tappi per le orecchie. Se ne accorge dopo qualche canzone, ma decide di farne a meno. Soffre di acufene, ma questa volta, dopo quattro anni, vuole sentire la musica a pieno. Mentre canta, assapora ad una a una le note del nuovo album degli Assalti Frontali, Courage, durante il primo concerto di presentazione del 15 luglio. Vive il reincontro di cui parla nella canzone di apertura, stesso titolo del disco: «Siamo qui, siamo vivi e siamo ancora noi / mentre usciamo da sto baratro e fuggiamo gli avvoltoi / respiro con la pancia, tiro fuori l’ansia».

Così Assalti Frontali tornano sui palchi alla ricerca di un senso collettivo perso nel disorientamento della pandemia e della guerra. «Quando ho scritto questa canzone mi sono immaginato quando l’avrei cantata dal vivo. Avrei ritrovato le persone, una comunità», spiega Militant A, nome d’arte di Luca Mascini.

Militant A, nome d’arte di Luca Mascini

«Racconto di un brutto momento che abbiamo vissuto non tanto per il virus in sé, ma per la gestione liberista e capitalista che ha creato un’atmosfera di diffidenza, mettendoci l’uno contro l’altro». Disertori, untori, bene e male. E un sentimento di solitudine pervasivo, ma difficile da combattere perché «piano piano ognuno è diventato sempre più isolato / neanche ci dispiace soli stiamo bene / ma chi si sente libero le soffre le catene», come cantano gli Assalti nella seconda canzone dell’album, “Perdere la testa”. Di fronte a questa situazione apparentemente senza futuro, il courage, avere coraggio, è la chiave per cercare nuovi spazi di possibilità, per immaginare un futuro. E così Militant A canta per trovare e al tempo stesso per dare courage. Courage; non per la dolcezza della lingua francese, ma per quella del ricordo della madre scomparsa durante la pandemia. Originaria di Brest, titolo della canzone di chiusura del disco, la madre rivive nel rap del figlio, che commenta: «Quando è scomparsa abbiamo salutato mia mamma al lago della Snia a Roma ed è stato un momento di grande unione, anche con la terra. Ho pensato che questo courage è un coraggio che viene dalle generazioni passate e noi siamo il tramite per passarlo a quelle future. “Brest” è una canzone per chi è venuto prima e ci ha lasciato questa energia».

Energia che Marguerite, la madre di Militant A ha devoluto all’insegnamento e ha lasciato esplodere danzando nei balli popolari della sua terra, rievocati nella canzone a lei dedicata. Le note dal sapore bretone si aggiungono alle diverse musicalità dell’album, frutto di diverse collaborazioni. Bonnot, dj e produttore dei precedenti dischi, ha (per quanto possibile) contribuito a distanza in seguito al suo trasferimento alle Canarie, mentre la produzione musicale è stata affidata quasi interamente a Luca D’Aversa, cantautore romano, la cui musicalità permea arrangiamenti e ritornelli dell’intero disco. Il tocco musicale di Daniele Tittarelli al sax e Pietro Lussu al pianoforte aggiunge ricchezza all’album, così come le giovani voci del “Coro se…sta voce” e del coro dell’Antoniano. Cantano fieri quest’ultimi: «e saremo noi stessi, noi stessi come artisti / artisti in una squadra dove tutto quadra / artisti di un sogno che abbiamo inseguito / capaci di toccare il cielo con un dito” nella canzone “Gol Gol Rap”, elogio al calcio popolare.

Le nuove generazioni, con cui da anni Assalti Frontali comunicano e dialogano, irrompono con una forza nuova in Courage. A loro viene tramandato il coraggio necessario per non perdere la voce e non naufragare. Ma diventano anche protagonisti, artisti di una squadra che non può andare avanti e vincere senza la solidarietà tra i suoi componenti. Due figure incappucciate si prendono per mano nella cover di Courage: sono due generazioni che si accompagnano e che muovono un passo dopo l’altro, insieme. «Andate nelle scuole, formate i collettivi / organizzate la rivolta finché siete vivi»: l’esortazione decisa di “Cattivi maestri”, il messaggio di ribellione della canzone manifesto in molti cortei studenteschi degli ultimi anni, non viene sostituito, ma assume una nuova forma, frutto di un percorso decennale di laboratori rap nelle scuole.

«I valori e le idee restano, però il modo in cui bisogna esprimerli cambia; quindi si deve cercare nuovi linguaggi. Questo disco arriva dopo dieci anni di lavoro nelle scuole. Ho fatto rap con i ragazzi e mi sono identificato con loro. Insieme ci siamo presi per mano», spiega Militant A, che aggiunge: «Da una parte vogliamo spronare come in “Cattivi maestri”, dall’altra sentiamo più un senso di comunità con le nuove generazioni, con cui vogliamo cambiare le cose insieme. Anche perché tutti noi non sappiamo cosa ci aspetti». Il primo e netto dualismo che viene sfidato nell’album è la distanza tra nuove e vecchie generazioni, che qui comunicano e dialogano, prendendosi egualmente la responsabilità di pensare a nuove soluzioni di fronte ai binarismi contemporanei. «Quello in cui credo è più forte di prima / vive dentro a ogni rima / se ho conosciuto una sconfitta era solo una nuova fitta» recitano le rime di Militant A nella canzone “Sogno ancora”, decisa affermazione contro la disillusione attuale.

«Senti quanto spaccano ancora gli Assalti» canta insieme a Militant A il giovane e appena diplomato Er Tempesta, che fa tesoro della storia del gruppo per trovare senso e coraggio nella lotta. Un incontro tra passato e presente. In “Vecchi Pirati” o “Ufo nella scena” (come s’intitolano due delle canzoni del disco) gli Assalti Frontali raccontano di sé, tramandando l’impegno di lotta che dai loro albori li ha caratterizzati. Il gruppo nasce all’interno di Radio Onda Rossa con il nome di Onda Rossa Posse, rilasciando il primo disco Batti il tuo tempo nel 1990. Da questa esperienza nascono poco dopo Assalti Frontali. Occupazioni e centri sociali autogestiti divengono la loro casa, lì si fanno conoscere, primi a fare rap in italiano in un panorama per lo più in lingua inglese. «I centri sociali autogestiti sono uno spazio unico, comunitario, solidale, nessuno ti può prevaricare. Ci sono anche tanti problemi e lacune; però è un’esperienza di cui avevamo bisogno negli anni Novanta di fronte all’irruzione del mercato nello spazio pubblico, corrotto. Non è nè pubblico nè privato; è uno spazio sociale dove noi della nostra generazione siamo cresciuti» commenta Militant A. Una terza via che oggi si trovano a ricercare per creare nuovi modi di stare insieme, per «tenere insieme una comunità distrutta» (“Courage”). Per sfidare i dualismi, rompere frontiere che separano e creano astio: «Ci sono dei popoli a cui non importano i confini e l’identità nazionale, popoli che stanno insieme al di là di questi limiti e si riconoscono fratelli».

Frame dal video degli Assalti Frontali Courage (Visual Lyrics)

Il coraggio che attraversa i testi del disco è anzitutto volto alla ricerca del giusto, al di là di legale e illegale, facilmente manipolabile da «uno stato immorale» che come cantano gli Assalti «ci fa la morale / con un banchiere e un generale e mi rende illegale» (“La Morale”). Un concetto di illegalità che porta non solo alla criminalizzazione di chi agisce fuori dal coro, ma anche alla netta condanna dell’utilizzo di droghe leggere o gesti di micro delinquenza. «Sono altre le vere prevaricazioni. Il fatto che venga colpita la dimensione del pubblico, che c’è chi ruba veramente: chi ti ruba l’aria, chi ti ruba la spiaggia libera. Nessuno dice niente e poi magari fai te piccole azioni di illegalità e ti criminalizzano. Anche se c’è una legge o un codice, non significa che sia automaticamente sinonimo di giustizia» commenta Militant A.

E con quale forza, con quale courage, si può continuare a cantare nelle manifestazioni il coro «i soldi per la scuola si possono trovare tagliando la spesa militare?»; con quale speranza scendere ancora in piazza e cercare una voce diversa nell’ipnosi? «Adesso c’è sfiducia nella coscienza collettiva, nel poter agire tutti insieme. Tanti pensano che non ha senso tentare di cambiare, che ci abbiamo provato in tutti i modi ed è inutile sperare di riuscirci ancora». In Courage sono molteplici le risposte di Assalti Frontali contro tanta disillusione. E tra queste spicca il racconto della determinazione delle tre volte prevaricata Lala «perchè donna, donna libera e perché donna rom» della canzone “Il mio nome è Lala”, scritta per un film di Ludovica Fales, in uscita. «La protagonista è una ragazza rom incastrata nel limbo dell’illegalità perchè senza documenti: questo compromette anche la sua possibilità di essere una mamma. La sua lotta per cercare di esistere e semplicemente essere come tutti gli altri, è una lotta che secondo noi rientra nel ragionamento del courage che volevamo comunicare» dice Militant A. Sull’onda di questo coraggio, Assalti Frontali cantano per unire i puntini sparsi di una collettività frantumata: «Metto il sole in una poesia/ ricostruiamo una community con l’empatia / faccio rime vitamine per il villaggio / e sembra di tornare a casa dopo un naufragio» (“Perdere la testa”).

Nella foto d’apertura: frame dal video degli Assalti Frontali Courage (Visual Lyrics)

I concerti

2  settembre a Roma, Parco Schuster- Renoize

3 settembre: Milano – Leoncavallo

4 settembre: Pescara – Hardcore Fest

9 settembre Narni Euphebia fest

10 settembre Livorno, Arena Astra

11 settembre  Prato, Santa valvola fest

16 settembre Roma – Sweet Brunch- Festa uscita Lp

 

Quella ricerca del benessere che non è effimera

Mettere al centro della propria riflessione la felicità può facilmente apparire, di primo acchito, occuparsi del godimento effimero, dell’edonismo individualistico che domina l’epoca. Fraintendimento a cui sfugge subito chi un po’ ricorda l’origine storica di questo lemma e soprattutto chi conosce l’autore che ne tratta. Domenico De Masi nell’agile e denso libretto La felicità negata (Einaudi) fuga subito il possibile equivoco, mostrando come il termine sia figlio dell’Illuminismo. Esso compare nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti nel 1776 quale diritto di tutti gli uomini alla «vita, la libertà, la ricerca della felicità».

Sappiamo peraltro che la felicità civile di cui parla De Masi diventa lo scopo del buon governo nelle teorizzazione degli illuministi napoletani, da Galiani a Filangeri e si ritrova nella Costituzione giacobina del 1793 in Francia. Ma l’autore la rintraccia addirittura nel 1759, addirittura in Adam Smith. Il fondatore dell’economia politica, che per decenni è stato evocato da migliaia di politici e intellettuali orecchianti per nobilitare il più sfrenato mercatismo, considera virtuosa la ricerca della felicità. Come fa nella Teoria dei sentimenti morali, dove tuttavia considera vera virtù solo la ricerca della felicità comune, mentre «il meno virtuoso…. è quello che non tende ad altro che alla felicità di un individuo». Quale grandezza in questa borghesia del Settecento, di fronte alla famelica ottusità di quella dei nostri anni.

In questo testo arioso, scritto con il nitore narrativo di chi ha lunga familiarità con i temi trattati, l’autore compie a mio avviso un’operazione compositiva geniale, che contiene alla fine una critica dirompente al sistema capitalistico giunto a questa fase estrema di sviluppo. Un’apertura di orizzonte di cui dovrebbero impossessarsi e trasformare in discorso corrente la politica radicale, le nuove generazioni. De Masi, dopo una breve introduzione in cui elenca tutte le conquiste grazie alle quali potremmo essere tutti felici, ricostruisce la vicenda di due grandi e contrapposte scuole di pensiero: la Scuola di Francoforte e la Scuola austriaca, che dà cui è nato neoliberismo. Seguono due capitoli, uno dedicato al lavoro, com’era e come è diventato, e un altro all’ozio, nel quale l’autore offre 5 soluzioni possibili per risolvere il problema della sua crescente rarefazione del lavoro nella società postindustriale e per il conseguimento della felicità civile.

Non mi soffermerò sulla vicenda delle due scuole nelle quali il lettore, oltre a una ricostruzione agile ma circostanziata, troverà un vero repertorio di notizie particolari, che rendono l’analisi ricca di sorprese. A dispetto della vasta letteratura accumulatasi su queste due grandi correnti che hanno attraversato il Novecento, De Masi rende nuova questa pagina storica soprattutto grazie alla sua competenza e al suo sguardo di osservatore dei nostri anni. Egli può mostrare le ragioni per cui il rinnovato marxismo incarnato dalla Scuola di Francoforte, portatore di originalissimi contributi di analisi dei fenomeni culturali della società capitalistica, abbia avuto scarsa efficacia politica. Fatta eccezione per l’annus mirabilis 1968 e la fine di quel decennio, in cui Eros e civiltà e L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse, diventarono testi sacri per una intera generazione, il resto della produzione non ebbe l’ influenza che arrise alla scuola avversaria. Intellettuali della statura di Theodor Adorno, Max Horkheimer, autori di un testo memorabile come Dialettica dell’illuminismo, Friedrich Pollock, Erich Fromm, Walter Benjamin che ancora gettano luce sul nostro tempo, non andarono oltre una influenza di natura intellettuale. Ma quasi tutti i grandi studiosi che diedero vita all’Institut für Sozialeforschung fondato nel 1923, erano ricchi borghesi che fecero poco o nulla per diffondere le loro idee e per imprimere ad esse efficacia politica.

Diversamente da come operarono Böhm Bawerk, Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e altri economisti, che nella Vienna tra fine Ottocento e primi del Novecento (formidabile crogiolo intellettuale prima del tramonto), diedero vita a quella corrente che verrà chiamata neoliberismo. Costoro, anch’essi ricchi borghesi, erano intenzionati a combattere il socialismo e la classe operaia e misero in piedi circoli per diffondere le loro idee, entrarono nei consigli delle banche, delle imprese, nelle università, nelle redazioni delle riviste più prestigiose. Insomma misero in piedi, sul piano culturale, una esplicita lotta di classe. Alcuni di loro guardarono con favore perfino al nazifascismo.
De Masi ricostruisce la fortuna di questa scuola che negli ultimi decenni si è trasformata nel pensiero unico dell’umanità, la «nuova ragione del mondo» e ci regala anche una pagina storica di applicazione di quel pensiero all’economia italiana: la svendita del patrimonio industriale pubblico da parte di Mario Draghi.

Ma il messaggio più profondo e dirompente del libro, in pagine ricche di analisi in cui splendono i pensieri di Marx, di Keynes, di Simon Weil è che l’infelicità presente, il disorientamento psichico e morale dell’epoca è frutto dello sfruttamento sempre più totalitario del lavoro. Sfruttamento e disoccupazione strutturale che, come dice André Gorz, «è anche un’arma per stabilire l’obbedienza e la disciplina nelle imprese». Uno strumento di ricatto con cui il potere non contrastato del capitale distrugge per cieca ricerca del profitto la società e saccheggia le risorse della Terra. Eppure, ricorda l’autore: «Già oggi basterebbe che tutti i cittadini in grado di lavorare dedicassero al lavoro un ventesimo del loro tempo di vita per soddisfare i bisogni materiali dell’intera umanità». Noi potremmo consentirci, grazie al patrimonio tecnologico di cui disponiamo, la possibilità  «di coniugare il lavoro per produrre ricchezza con lo studio per produrre conoscenza e con il gioco per produrre allegria». La felicità civile è a portata di mano ma l’enorme squilibrio nei rapporti di forza fra capitale e lavoro, ha come esito una società ingiusta, frenetica, fonte di alienazione e malessere. Eppure, luminoso messaggio affidato alle parole di Marx, può esserci felicità anche nella lotta, nell’impegno a migliorare la vita degli altri: «L’esperienza definisce felicissimo l’uomo che ha reso felice il maggior numero di altri uomini. Se abbiamo scelto nella vita una posizione in cui possiamo meglio operare per l’umanità, nessun peso ci può piegare, perché i sacrifici vanno a beneficio di tutti; allora non proveremo una gioia meschina, egoistica, limitata, ma la nostra felicità apparterrà a milioni di persone, le nostre azioni vivranno silenziosamente, ma per sempre».

In foto, Bonheur de vivre di Henri Matisse

Piombino e la trappola del rigassificatore

Non c’è pace per Piombino. La città medaglia d’oro della Resistenza al nazifascismo che nel suo passato vanta anche una clamorosa sconfitta dei turchi, immortalata in un’opera dal Vasari ed esposta a Firenze, e che per due secoli ha prodotto acciaio e macinato fatturato per il Paese oggi è di nuovo in trincea.
La Parigi della Val di Cornia, come veniva chiamata affettuosamente da Elisa Bonaparte, quando Piombino era un Principato e la reggente era la sorella di Napoleone, è oggi di nuovo al centro del dibattito politico.

Con una decisione a sorpresa il 6 aprile scorso è stato annunciato dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani un rigassificatore dentro il porto della città per contrastare l’emergenza energetica causata dalla guerra tra Russa e Ucraina. Il gas sarà acquistato dall’America, trasportato allo stato naturale liquido nel porto di Piombino e lì riportato allo stato gassoso.
Senza zone di interdizione, come accade a Livorno, dove peraltro il rigassificatore è stato ubicato a 23 chilometri dalla costa. Senza gli accorgimenti di altre piattaforme, che prevedono sistemi a circuito chiuso meno impattanti nell’ambiente.
E ora anche senza valutazione di impatto ambientale. Lo ha comunicato il governo con una lettera all’Unione europea lo scorso 12 agosto. «Se salta la valutazione di impatto ambientale saltano le regole e se saltano le regole salta la democrazia – dice MirKo Lami , membro direttivo della Cgil Toscana – il problema è che Piombino non è adatta per accogliere una nave di quel tipo, c’è solo una strada di entrata e di uscita dal porto, non a caso ha sempre concesso l’ingresso solo a minicrociere».

La cittadinanza è in allarme da tempo, ma a niente sono valse le proteste, gli appelli e l’opposizione netta dell’amministrazione comunale, dei comuni limitrofi di Follonica, San Vincenzo, Suvereto, dell’Elba, di tutte le associazioni ambientaliste, Wwf, Legambiente, Greenpeace, Italia Nostra, delle associazioni di volontariato, di tutti i partiti politici territoriali senza distinzione, dagli attivissimi comitati cittadini, Piazza val di Cornia, Comitato di Salute pubblica, Gruppo Gazebo 8 giugno e Insieme liberi. Per il 27 agosto (ore 21) è in programma una manifestazione promossa da tutti i comitati cittadini che fanno parte della rete No Rigassificatore.

Una vetrina di un negozio nel centro di Piombino, 26 agosto 2022

Neppure la caduta del governo Draghi ha rallentato alcunché, anzi. Il presidente della regione Eugenio Giani, nominato per l’occasione commissario straordinario, ha firmato l’inizio dell’iter procedurale lo stesso giorno in cui il premier Draghi saliva al Quirinale e da allora è stato un susseguirsi di annunci, sull’urgenza del rigassificatore, sul numero di anni che dovrà rimanere in porto. Venticinque ha chiesto Snam, la società energetica che gestisce la rete italiana dei gasdotti e che ha acquistato il rigassificatore per 350 milioni di dollari tramite Fsru Snam Rsl Italia, nata due anni fa con un capitale sociale di appena 10mila euro. Tre anni ha replicato Giani, almeno tre ha rilanciato Snam. Dovrà essere operativa da aprile 2023, hanno detto più volte dal governo.

Di certezze ce ne sono ben poche. Di certo si sa che la Golar Tundra, questo il nome della nave, è un colosso lungo oltre 300 metri e largo 40 e, sarà ubicata nella banchina est, dove il fondale è alto 20 metri. Dovrà trasformare in gassoso il gas liquido che si trova a una temperatura di -160 gradi e per farlo prenderà oltre 600mila metri cubi di acqua ogni giorno dal mare per poi ributtarvela con 7 gradi in meno di prima e con una quantità di ipoclorito di sodio che oscilla dai 50 agli 80 chili. Non proprio la stessa acqua. Con buona pace degli allevamenti ittici vicini che rappresentano da soli il 60% del fabbisogno nazionale. Poi, c’è la questione maltempo, Snam esclude il pericolo di trombe d’aria per la zona, ma Maurizio Acerbo di Rifondazione comunista e Fabrizio Callaioli di Unione popolare puntano il dito: «L’immagine della ruota panoramica travolta dalla tempesta dei giorni scorsi basta e avanza per smentire l’analisi dei rischi di Snam». Insomma, il progetto non convince.

«Per forza, fa acqua da tutte le parti – dice Alessandro Dervishi del comitato Piazza Val di Cornia – La piantina del porto usata non corrisponde a quella attuale perché non c’è la parte più recente della diga, le prove sono state fatte al computer con una nave che assomiglia alla Golar Tundra ma che non è lei. Inoltre, non sono stati considerati fattori come il flusso delle acque, l’ostacolo all’attività industriale e commerciale di Piombino. Non si sono considerati i venti che a volte impediscono alle navi di ormeggiare e neppure è stato previsto l’impatto sul traffico per l’Elba durante il rifornimento».

I turisti si imbarcano al porto di Piombino, 26 agosto 2022

Tra Piombino e l’Elba ci sono 120 corse giornaliere nel periodo estivo, tanti turisti che formano lunghe code sulla strada che porta al porto, ma anche tanti pendolari, insegnanti, infermieri, medici che la mattina prendono il traghetto perché all’Elba ci lavorano. «Cosa ne sarà di loro – continua Dervishi – Ogni 5-7 giorni è previsto l’ingresso di un’altra metaniera per il rifornimento che impiega due ore per entrare e dalle 24 alle 48 ore per completare il travaso. Si blocca tutto così».

A niente valgono le rassicurazioni fatte dal presidente Giani e dai vari partiti sulle compensazioni che riceverebbe in cambio la città. A Piombino solo a sentire la parola si storce il naso. «Le compensazioni sono atti già sottoscritti dallo Stato e mai portati a termine – dice Ugo Preziosi sempre del comitato Val di Cornia – il prolungamento della statale 398 è già finanziato e il primo lotto è già in cantiere, così come è già stata finanziata la bonifica della falda del sito di bonifica di Piombino». Ma anche questo è un altro film già visto. «L’opera doveva essere conclusa nel 2020, invece non è mai iniziata – continua Preziosi – Dei 47 milioni di euro finanziati 24mila sono già stati spesi per studi e consulenze, ne rimangono solo 13 e ne servono 21».

L’area industriale di Piombino in una foto di alcuni anni fa

Anche la bonifica va a sommarsi alle promesse mai mantenute, eppure Piombino è uno dei luoghi d’Italia identificati dal ministero dell’Ambiente come Sin, un acronimo che sta per sito di interesse nazionale e definisce un’area contaminata che necessita di interventi specifici di bonifica del suolo, del sottosuolo e delle acque.

Decenni di attività siderurgica hanno lasciato il segno e le parole date dai politici di elezione in elezione e mai mantenute hanno portato la rossa Piombino negli ultimi anni dritta nelle braccia della destra (il sindaco Ferrari è di Fratelli d’Italia, il cui cofondatore Ignazio La Russa si è detto favorevole al rigassificatore ndr) . Ai banchetti raccogli firme contro il rigassificatore, onnipresenti per tutta la stagione nelle strade del centro, la gente allarga le braccia. «Piombino ha già dato – dice una signora – anni e anni con i fumi che uscivano dalla fabbrica e la polvere che ci ricopriva tutti, la discarica in località Ischia di Crociano negli anni 90, fatta anche quella contro il volere della popolazione, da 7 metri di altezza è arrivata a 36, e poi la chiusura dell’altoforno e la disoccupazione. E ora che la città sta cercando a fatica una ricollocazione a livello turistico ci arriva questa tegola sulla testa».

La tegola sembra inarrestabile, ma nessuno ha voglia di mollare. Le osservazioni che potevano essere presentate alla Regione dai cittadini tramite pec sono arrivate a valanga. «Il paradosso è che si potevano inviare osservazioni solo fino al 20 agosto – dice Roberta Degani del comitato di Salute pubblica – mentre Snam può presentare le integrazioni al progetto richieste dai vari enti che partecipano alla Conferenza decisoria fino al 30 agosto, dunque le nostre osservazioni sono su qualcosa di incompleto». L’iter procede dritto, il 19 settembre è stata indetta la Conferenza dei servizi e il 29 ottobre Giani dovrà esprimersi.

Fuori dal perimetro comunale la politica nicchia, pochissimi i partiti che si sono espressi per il no, Rifondazione, Unione popolare, Sinistra italiana, poco altro, gli altri ripetono come un mantra che siamo in emergenza energetica. E i problemi ambientali, la disoccupazione, le promesse non mantenute? Si sorvola e si dice che i piombinesi sono dei nimby, dall’inglese non nel mio cortile, un modo finto elegante per dire che lì pensano al proprio orticello. Peccato che l’orticello sia diventato una palude.