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John Axelrod: La mia idea di orchestra democratica, grazie alla lezione di Bernstein

John Axelrod è oggi uno dei più interessanti direttori d’orchestra. Musicista di grande prestigio e cultura, si è formato in particolare sotto la direzione di Leonard Bernstein da cui ha appreso non solo la pratica direttoriale ma quella relativa alla comunicazione. Ed è questo il punto forte di Axelrod: la sua vena comunicativa, per cui è impressionante come le sue interpretazioni risultino sempre intense e perfette nell’esecuzione. Frutto di un giusto equilibrio fra musicisti. Lo abbiamo incontrato a Salerno presso il Teatro Verdi dopo uno dei concerti della tournée estiva dell’Orchestra nazionale della Rai. Nei giorni 5 e 6 settembre Axelrod dirigerà la Philharmonia Orchestra nei due concerti inaugurali (dal titolo Luci immaginarie), a Torino e a Milano, di MiTo settembre musica.

John Axelrod, mi può parlare di Leonard Bernstein?
Bernstein aveva una personalità molto speciale. Come professore era il migliore di tutti, non solo perché era un grande divulgatore nei programmi televisivi, ma perché riusciva ad arrivare a tutti noi studenti, a noi musicisti. Io sono stato suo allievo a Houston che è la mia città, dove realizzò A Quiet Place la sua ultima opera andata in scena nel 1983 e ho avuto l’opportunità di studiare assieme a lui per tre mesi. Avevo paura di non essere capace, di non essere come lui. Bernstein lo capì e mi disse: «Tu sei direttore d’orchestra perché ami molto le persone e lo strumento del direttore d’orchestra sono i musicisti». Era un umanista, non un autocratico o un director dictator.

Leonard Bernstein nel 1973 (foto di Allan Warren)

Lui era un musicista profondamente umano.
Sì, lo era. Veniva da una famiglia ebraica, era un uomo dotato di grande empatia, intelligente, saggio. Una espressione che usava spesso era: «Ci sono due tipi di musica, una positiva e una negativa. Quando suoniamo la musica e la eseguiamo bene, allora la vita è bella». Ed aveva ragione, non solo nel suonare bene la musica classica, ma il jazz, il pop, il rock. Una fortuna avere avuto da lui questo insegnamento: è stato molto importante, un grande regalo per la vita.

È vero quello che dice, perché si percepisce questa sua dimensione di comunicatore, dagli orchestrali al pubblico, ed è una dote che non tutti i direttori hanno.
La comunicazione è l’elemento più importante anche per l’educazione e poi conta molto l’unità, perché la musica è una somma di parti individuali. Per me tutto ciò è una filosofia politica e l’orchestra deve essere un luogo democratico.

Infatti Bernstein è stato sicuramente uno dei pochi, se non il primo vero direttore democratico.
Lui ha iniziato a dirigere dagli anni Quaranta quando c’era una forte tendenza autocratica e il direttore d’orchestra era uno specchio della leadership nel mondo. Si dirigeva da director dictator come Arturo Toscanini, che non faceva altro che rispecchiare quello che succedeva nel mondo. Le cose sono poi cambiate, sono nati i sindacati per la tutela degli orchestrali e dei musicisti. E in tutto questo Bernstein è stato esemplare, è stato contrario all’autocrazia direttoriale. Lui era quasi come John Kennedy: infatti compose la Sinfonia n. 3 Kaddish in memoria dell’assassinio del presidente. Insomma, Bernstein era democratico e aperto. E fu messo duramente alla prova durante il periodo del maccartismo. Il suo esempio è stato fondamentale proprio per rendere l’orchestra un luogo democratico e questo ha permesso l’ingresso delle donne.

Ma c’è ancora qualcuno che non vuole le donne in orchestra…
Questo accade perché stiamo vivendo un nuovo periodo di autocrazia nel mondo e quindi oggi viene considerata importante la visione del direttore d’orchestra nel senso della leadership. Così come però è importante, in questa figura, la fusione di leader e di manager: ci sono direttori come Riccardo Chailly, Riccardo Muti, Daniele Rustioni che riescono a ricoprire questo ruolo e garantiscono democrazia all’orchestra. Trovo stupido poi chi ancora continua a sostenere la differenza di genere nella vita come nella direzione d’orchestra.

Lei come si sente e come vive questi tempi?
Naturalmente seguo la scuola di Bernstein, è evidente. Aveva ragione, io amo le persone. Stasera (a Salerno ndr) mi ero reso conto che per il caldo una musicista stava soffrendo e le ho quindi portato dell’acqua per farla stare meglio.

Un gesto encomiabile che cancella quella idea che la musica classica deve essere seria, rigida, difficile. Perché succede questo?
È importante sapere che la sala è come una chiesa, pensiamo solo al silenzio che vi deve essere durante un concerto, ad esempio. Tutto questo serve a sentire la spiritualità. Se lei ci pensa, tranne questa sera che fa caldo, l’orchestrale maschio indossa il frac che è la sua divisa da lunghissimo tempo. Due, sono le divise che nel corso del tempo non sono mai cambiate: quella dell’orchestrale e quella del sacerdote. In tempi più antichi il musicista era considerato malissimo a livello sociale. Dopo il 1650, la situazione è migliorata, nel ruolo che aveva nella società. Durante l’epoca di Haydn, di Mozart, e perfino di Beethoven, il musicista era a servizio dell’aristocrazia e quindi doveva avere un abbigliamento che fosse conforme a quello del pubblico che ascoltava i concerti. Lo stesso è successo nell’Ottocento quando gli spettatori maschi indossavano il frac e anche il musicista ha iniziato ad indossarlo. Dopo Liszt, dopo Wagner, dopo Verdi, il ruolo del musicista è decisamente cambiato: è diventato l’eroe. Non più quindi l’artista che serve il pubblico. Il musicista a questo punto diventa il dominatore della scena e il pubblico ne vive il fascino. Come ad esempio succede oggi in un concerto con un grande tenore, anche se succedeva ieri anche con Liszt. Oggi il direttore d’orchestra è posto su una pedana, è al di sopra di tutti. Questo dà la sensazione di stare più vicini al Paradiso.

Anche lei prova questa sensazione quando dirige?
No, assolutamente, io sento il Paradiso e la Terra, il bene e il male e come Buddha sento l’universo di tutto.

Lei ha scritto un libro su Stradivari, ce ne parli.
In verità ho scritto un libro nel quale ho studiato, ho cercato il motivo del dilagare del mercato degli strumenti musicali rari, degli Stradivari, appunto. Cosa ho scoperto? Che questo mercato è un settore più importante di quello delle criptovalute!

Nella foto: John Axelrod (dal sito di MiTo Settembre musica)

Enrico Galiano: La scuola deve essere un luogo dove i ragazzi stanno anche bene

Il nuovo libro dell’insegnante e scrittore Enrico Galiano, Scuola di felicità per eterni ripetenti, è appena uscito ed è già in odore di ristampa. Anche se questa volta non si tratta di un romanzo ma di un saggio in parte autobiografico, scritto provando a mettersi dall’altra parte del banco «per ascoltare le lezioni che ci possono dare i più giovani». Pubblicato da Garzanti si articola in 21 piccole lezioni sullo scegliere, sul coraggio, sulla libertà, sul rispetto, sulla pace. E proprio su questo tema: scegliere e costruire la pace Galiano è intervenuto  il 3 settembre al Festival di Emergency a Reggio Emilia in un incontro dal titolo Make art not war. E il 15 settembre sarà a Pordenonelegge coinvolgendo anche le scuole

Gino Strada diceva che la guerra è disumana. Potremmo dire che l’arte è l’esatto opposto dacché ci parla di vita e di valori umani universali. Che ne pensa Galiano da scrittore e da insegnante?
Quando vinse il Nobel, quasi schermendosi Montale disse: «Io per tutta la vita ho scritto poesie. Non ho fatto niente di speciale, però scrivendo poesia non ho mai fatto male a nessuno». E già questo mi sembra un fatto importante. L’arte può impedirti di fare male a qualcuno. Nell’attuale momento storico mi sembra importante. E poi certo il valore dell’arte è anche quello educativo. Io lo vedo per esempio nella vita spicciola quotidiana a scuola. I ragazzi che hanno avuto la fortuna di crescere in ambienti familiari dove circola arte e dove circola letteratura sono molto spesso più propensi al dialogo e non al conflitto a tutti i costi. Anche questo mi sembra un aspetto significativo

L’arte può essere uno strumento di resistenza, mi riferisco a uno dei tanti esempi che si possono fare. Tra il 1992 e il 1996 a Sarajevo ci fu un tripudio di spettacoli, di mostre, nonostante la situazione (ne ha scritto Andrea Caira per Left), come se fosse un’esigenza profonda per resistere in tempo di guerra. Che ne pensi?
Ti rendi conto quanto l’arte sia un’esigenza primaria solo quando qualcuno te la vuole togliere. Quando ce l’hai lì sempre a portata di mano… invece… Io avevo letto la stessa cosa all’indomani della fine della guerra in Kosovo, quando tantissimi giovani si sono trasferiti a Pristina in una città bombardata, distrutta, l’hanno resa anche nel corso di poco tempo una città dei giovani in Europa, dove tutto è più bello, dove c’è più freschezza, dove c’è più vitalità.

Dall’altra parte i regimi totalitari ma anche quelli fondamentalisti odiano l’arte.
Anche la mafia….

Penso ai Budda di Bamiyan distrutti dai talebani, ma si può pensare anche all’Isis, alla distruzione del patrimonio iracheno e siriano. Cosa non sopportano dell’arte?
Io farei una riflessione sulle parole, esiste un contrario di arte? Io credo che il contrario di arte sia rassegnazione, esprime ciò che arte non è. E sia i regimi totalitari, oppure come stavo dicendo la logica mafiosa, si basano sulla rassegnazione del popolo.Le persone devono essere rassegnate per poterle poi assoggettare meglio e appunto qualunque manifestazione artistica che sia l’opposto della rassegnazione è vista come il nemico, come qualcosa che va sfregiato o addirittura distrutto.

Avvicinare i ragazzi al nostro patrimonio artistico è anche un modo per avvicinarsi a una finestra sul futuro. Noi abbiamo uno straordinario articolo 9 della Costituzione, veramente rivoluzionario…

E’ un po’ come la storia delle finestre rotte. Se tu vivi in un quartiere con delle finestre rotte poi magari ti viene di lanciare sassi verso altre finestre rotte. Quando vivi in un quartiere dove non esistono finestre rotte, hai remore anche a buttare una cartaccia per terra, istintivamente vuoi preservare questa bellezza che trovi intorno a te. Se tu fai crescere un bambino senza arte, senza bellezza lui sarà istintivamente portato a non preservare nessuna bellezza, non sa nemmeno che esiste. Se lo porti da piccolo a vedere la Notte stellata di Van Gogh, se lo porti da piccolo a vedere la torre di Pisa farai crescere il suo desiderio di bellezza e quindi anche il suo desiderio di proteggerla di conservarla di custodirla

Il ruolo della scuola da questo punto di vista?
Il ruolo della scuola è quello di dare a tutti le stesse possibilità. Non tutti nascono in famiglie in cui puoi andare a vedere la Notte stellata. Non tutti se lo possono permettere culturalmente, la scuola ci serve proprio a questo. A permettere proprio a chi non può di mettere al primo posto questo sentimento. Non può essere più come nell’800 un posto dove vai a reperire informazioni che poi ti serviranno nel posto del lavoro. Ormai queste cose non funzionano più. Si informazioni nel mondo della scuola ce ne sono fin troppe. La scuola ha tutt’altro ruolo rispetto al passato, ha il ruolo di aiutare ogni bambino, ragazzo o ragazza a riconoscere la bellezza e a difenderla.

In questo senso il lavoro dell’insegnante è anche creativo. Tu ti sei inventato delle forme di comunicazione diverse da quelle istituzionali e hai avuto un grande successo usando i social network, i nuovi media che sono più vicini ai ragazzi, è necessario anche da parte degli insegnanti per rendere più saldo e più forte il rapporto con i ragazzi?
E’ necessario fare questi corsi di “nuove lingue”. I linguaggi in cui si esprimono gli adolescenti sono diversi dai nostri e i tentativi che faccio io sono tentativi di parlare una lingua che per me magari è un po’ straniera, mentre per loro magari è una lingua madre. Bisogna poter comunicare, va trovato un modo per comunicare insieme, per poter trovare un punto di incontro. Poi va demandato alla sensibilità di ogni insegnante. Ognuno deve seguire anche le cose più congeniali altrimenti diventa scimmiottare e può diventare molto pericoloso.

Ma hai anche inventato la web serie Cose da prof che ha fatto venti milioni di visualizzazioni. Giusto?
Sì ormai per me è giurassico questa cosa qua si parla degli anni 2015-2018 pre covid, pre tik tok, un mondo che mi ha aiutato molto ad arrivare ad oggi. Ma molte carte sono state cambiate in tavola. Ci sono nuovi mezzi, nuovi social. Sono andato anche su Tik tok per cercare di capire come si usa, è una fatica. Immagino che con gli anni lo sarà sempre più, non è semplicissimo ma è anche divertente, dai diciamo.

Ma tu hai mutuato anche pratiche dalla Beat generation, e di Ferlinghetti che bombardava le città di poesie. Ho letto che sei stato fautore di poetiteppisti con flash mob di studenti, che portano la poesia nelle città.
A proposito di difendere la bellezza, l’idea era quella di far portare la poesia fuori dalla scuola. Poi questo flash mob è stato emulato da tanti colleghi che andavano in giro per l’Italia, attaccavano queste poesie sulle macchine, sulle vetrine, sui bancomat, è stato un modo per far vedere che certi versi di poeti anche di canzoni possono uscire dalla polvere del libro ed entrare nelle nostre case, nelle nostre vite.

Come si compone in questo quadro la tua narrativa, anche quello è uno strumento per arrivare ai giovani? Tu sei seguitissimo.
Forse è lì che arrivo più lontano perché attraverso i libri e le storie porto quello che vedo. Io ho una grande passione per quel mondo magico che sono gli adolescenti. E soprattutto ho una grande curiosità, voglio esplorarlo nei libri e nelle storie porto un volto di cui non si parla tanto. Nel senso che gli adolescenti fanno notizia quando fanno qualcosa di male, quando ci sono notizie di cronaca. Ma io voglio raccontare anche un’altra faccia. Le paure, i bisogni degli adolescenti, il fatto che a volte urlino e noi non li sentiamo. Provare a sentire cosa ci urlano.

La Rete degli studenti medi ha fatto una ricerca con il supporto della Spi Cgil che s’intitola “Chiedimi come sto”. I giovani pretendono maggior attenzione alla loro salute mentale. Cosa ne pensai?
Insieme al tema dell’arredo scolastico che andrebbe aggiornato, insieme al tema del reclutamento degli insegnanti che andrebbe rivoltato come un calzino, un altro tema che mi sta molto a cuore è quello della presenza di uno psicologo in ogni scuola e della formazione degli insegnanti riguardo gli aspetti della psicologia degli adolescenti. Non è più procrastinabile questa cosa. C’è una percentuale sempre crescente di Hikikomori, ragazzi che si chiudono in casa e non escono per mesi , i disturbi dell’alimentazione ormai cominciano a 13 anni, è una roba che fa paura, così come la dispersione scolastica ai massimi livelli Ocse. Mi pare evidente che stiano male. E cosa vogliamo fare? Continuare a pensare solo alle declinazioni, ai monomi e polinomi o iniziare a pensare al loro benessere e alla loro salute mentale? La scuola deve essere un luogo dove i ragazzi stanno anche bene.

Il 25 settembre rottamiamo draghismo, neoliberismo e logica della guerra

L’Italia ha la grande necessità di ridurre le disuguaglianze, disuguaglianze che sono venute crescendo nella società e sul territorio, spinte dalle leggi non regolate del mercato e dal succedersi delle cosiddette “emergenze”, dalla pandemia alla guerra. Non si tratta più soltanto di differenze riconducibili alla storica questione meridionale, che mantiene tutto il suo peso, ma di disparità sociali e territoriali che attraversano l’intero Paese: tra ricchi e poveri, tra città e campagna, tra costa e entroterra, tra montagna e pianura. Il risultato è che ci sono strati sociali e ambiti territoriali nei quali è minore l’accesso ai diritti e alle opportunità.

Così oggi per tante persone è più difficile frequentare una scuola o un asilo, utilizzare mezzi di trasporto, fruire dei servizi sanitari, trovare un’occupazione, esercitare un mestiere o una professione, fare sport o andare all’università. Tutto ciò contrasta con la nostra Costituzione che afferma l’uguaglianza dei cittadini e stabilisce che la Repubblica è tenuta a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3). La politica ufficiale, sostanzialmente piegata all’economia e ai poteri forti, ha fallito su questo, facendo aumentare tali ostacoli anziché rimuoverli. Quindi occorre cambiare rotta.

Ne sa qualcosa il Molise, un territorio piccolo e bello che è l’emblema delle aree interne italiane, vittime sacrificali di politiche che sul lungo periodo hanno privilegiato i poli urbani, industriali e commerciali, trascurando la maggior parte del territorio italiano: campagne e paesi spopolati e marginalizzati, feriti e qualche volta perfino derisi. Non si tratta affatto di disuguaglianze ineluttabili, ma frutto di scelte compiute, di una incapacità del sistema politico di restare dalla parte delle persone, delle comunità locali, dei territori, che infatti hanno reagito con un sentimento sempre più diffuso di sfiducia verso la politica e di allontanamento dalle istituzioni. Ora che ci troviamo di fronte all’ennesimo teatrino dei partiti in vista delle imminenti elezioni politiche, i nodi ritornano al pettine.

Il 25 settembre ci saranno tante liste, quasi tutte orientate al draghismo, al neoliberismo, alle logiche della guerra, del privato e del mercato, responsabili di una società disgregata e disuguale e di un territorio sempre più insidiato e abbandonato. Ecco perché lo scopo primario di chi si impegna nella cultura come nella politica deve essere quello di ridare voce a chi l’ha perduta, riportare al centro chi è finito ai margini non per colpa del destino, ma di chi ha governato fin qui lo Stato e le Regioni: centrodestra o centrosinistra non sono stati in grado di arrestare il processo di declino, tanto meno di invertirlo; incapaci entrambi di lanciare l’idea di un modello alternativo, di giocare un’altra partita: quella della solidarietà al posto della competizione, della giustizia sociale e ambientale al posto degli interessi economici.

Le cosiddette aree interne – campagne e paesi, territori fragili e lontani – possono essere un ambito privilegiato per la sperimentazione di una nuova idea di politica: aree come il Molise dove è più impellente bisogno di rinascita, ricche di una umanità profonda ma stanca, un patrimonio territoriale diffuso ma dimenticato. Territori dove non è difficile incrociare lo sguardo dei giovani in cerca di futuro e quello dei paesi bisognosi di cure. Altro che autonomia differenziata, altro che business dell’energia, altro che presidenzialismo, altro che armi per restare in guerra…

Occorre un reale impegno di pace, una effettiva solidarietà tra regioni, una cura del territorio e un uso sostenibile delle risorse, una vera conversione ecologica dell’economia, uscendo dal fossile e dalla guerra; un rilancio della democrazia e della partecipazione. Un impegno che può essere assicurato con coerenza e credibilità solo da quei soggetti politici che mettono il dito nelle contraddizioni del sistema, cercando di scardinarlo e di sperimentare forme nuove di assistenza, di economia, di cultura, di mobilità, che propongano agli elettori un’alternativa vera, per la pace, l’uguaglianza, i beni comuni.

Su questo terreno regioni come il Molise possono giocare da protagoniste la loro partita, rifiutandosi finalmente di assecondare lo stesso modello, gli stessi partiti e le stesse persone che sono responsabili della loro marginalizzazione. Vediamo se gli elettori sapranno andare oltre il pernicioso schematismo centrodestra-centrosinistra, che spesso ha visto gli stessi politici spostarsi di poco per passare di qua o di là pur di stare al potere e di mantenere status e privilegi. Le stesse definizioni di centrodestra e centrosinistra (con o senza improvvisati terzi poli) sembrano essere funzionali a una partita da giocare tutta al centro, sulla linea di un patologico trasformismo, in difesa di un sistema da non mettere mai in discussione alla radice. Ecco perché è necessario giocare un’altra partita, di scelte radicali (nel senso di andare alla radice, appunto) per aprire una stagione nuova, fatta di proposte alternative e di persone credibili. Sarebbe un bene per l’Italia, per tutti coloro che ormai percepiscono la politica e lo Stato come lontano dai bisogni e dai desideri dei cittadini e dei territori.

 

* L’autore: Rossano Pazzagli è professore all’Università del Molise, dove insegna Storia moderna e Storia del territorio e dell’ambiente. Direttore della Scuola di Paesaggio “Emilio Sereni presso l’Istituto Cervi, fa parte della Società dei Territorialisti e dell’Officina dei Saperi. È candidato al Senato in Molise per Unione popolare con De Magistris.

Vaiolo delle scimmie, la caccia agli untori e quel (brutto) ricordo dei tempi dell’Hiv

Accade nelle Marche, laboratorio politico della destra dove si aspetta con ansia di vedere Giorgia Meloni alla guida del Paese.

Sabato scorso Fabio (chiamiamolo così) è stato contattato dall’Asl. L’anno prima si era sottoposto a un test per l’Hiv (per sicurezza sua e del suo compagno) presso la struttura ospedaliera di Urbino e aveva compilato un questionario in forma anonima. Una gentile voce femminile al telefono gli propone il vaccino per il vaiolo delle scimmie spiegando che secondo i dati a loro disposizione la trasmissione sarebbe molto più facile tra uomo e uomo (è vero, ad oggi gli studi dicono questo).

Fabio risponde di avere una relazione stabile da una anno e quindi di non correre nessun rischio. La gentile voce femminile serafica risponde: «Eh, ma si sa voi come fate». Quel “voi”, ça va sans dire, sta a indicare gli omosessuali, tutti, indistintamente. Del resto per questa destra peggiore di sempre l’omosessualità rientra nelle “devianze” che vorrebbero estirpare, anche se non hanno il coraggio di confessarlo apertamente.

La Regione Marche lo scorso gennaio, dopo 2 anni di pandemia e in piena quarta ondata, non era ancora dotata di un sito regionale per la prenotazione di tamponi o di vaccini. Quando Fabio all’inizio dell’anno ha contratto il Covid è stato rimbalzato da un numero all’altro perché (dopo 2 anni di pandemia globale) perché nessuno sapeva dare i riferimenti per il tracciamento. Fabio è stato chiamato solo dopo un mese dalla sua guarigione.

La ricerca dell’untore invece è velocissima. Troppo appetitoso scovare i malati tra i froci. Il compagno di Fabio, chiamiamolo Alessio, mi dice: «Mi sembra di tornare agli anni 80 e la campagna per l’Hiv e i gay visti come untori».

Non sarà breve, non sarà agevole ma rischiano di riuscirci.

Buon venerdì.

Il nucleare di Calenda? Costa fino a 400 miliardi e non risolve i nostri problemi

Il leader della coalizione Azione-Italia viva Carlo Calenda, e quelli della destra Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, hanno proposto nel loro programma elettorale il ritorno al nucleare. In particolare Calenda propone la costruzione di sette centrali nucleari da 40 Gw totali. Calenda e la destra, però, non hanno volutamente detto due cose. Primo, quanto costa il programma nucleare da loro proposto. Secondo, dove si costruiranno le centrali nucleari.

Come riportato da uno studio della danese Aarhus university sui rischi di progetto delle varie tecnologie per la produzione elettrica, il nucleare è un vero disastro in quanto a costi che lievitano e a ritardi. Dei 180 impianti nucleari censiti dallo studio, per 117,6 Gw di potenza, a fronte d’investimenti iniziali per 459 miliardi di dollari si sono avuti sforamenti per 231 miliardi e per 9 centrali su 10 si è speso più di quanto preventivato.

La centrale nucleare di Flamanville, in Francia, con reattore terza generazione plus da 1,6 Gw, in costruzione dal 2007 e i cui lavori non sono ancora terminati, i costi sono passati da 3,7 miliardi di euro a 19 miliardi di euro. Nella centrale nucleare di Olkiluoto 3 (Ol3) da 1,6 Gw, in Finlandia, il costo è passato da 3 miliardi di euro a 11 miliardi di euro, cifra che non tiene conto degli oneri finanziari. La società Areva è fallita a causa delle perdite economiche del cantiere di Ol3 ed è stata riorganizzata con due nuove newco. A Hinkley Point, Inghilterra, sono in costruzione due reattori da 1,6 Gw l’uno, i lavori non sono terminati, ma i costi sono arrivati a 26 miliardi di sterline ovvero 30 miliardi di euro con un aumento del 50% rispetto alle previsioni.

Il costo medio a consuntivo per 1 Gw di energia nucleare, prendendo a riferimento il costo più basso, è di 7 miliardi di euro mentre quello medio di 10 miliardi di euro. Pertanto il costo a consuntivo per il programma nucleare di Calenda di 40 Gw va da un minimo di 280 miliardi di euro a 400 miliardi. Chi pagherà? in Francia il nucleare è totalmente a carico dello Stato.

Électricité de France (Edf), il colosso dell’energia francese che gestisce le centrali nucleari, dopo una capitalizzazione in borsa pari a 3,1 miliardi di euro e la nazionalizzazione del restante 16% di azioni pari a 9 miliardi di euro, ha subito nel primo semestre 2022 una delle perdite più pesanti della sua storia, 5,3 miliardi di euro. In Francia su 58 reattori nucleari una buona parte sono fermi a causa della corrosione e della siccità (un reattore da 1 Gw necessità di 1.800.000 litri di acqua al minuto per il raffreddamento).

Calenda e Salvini non dicono agli italiani dove prenderanno i soldi per realizzare le loro centrali nucleari. Chi pagherà la gestione delle scorie nucleari e dove realizzeranno le centrali, nonché il deposito di scorie? Vi presentiamo una mappa dove Calenda, Berlusconi, Salvini e Meloni con molta probabilità realizzeranno le loro centrali nucleari.

Per noi di Europa Verde e dell’Alleanza verdi e sinistra non esiste alcun sito compatibile nel nostro Paese a causa della densità della popolazione, della sismicità e della siccità che interessa l’Italia. Lavoreremo per proporre soluzioni più sicure, economiche e rapidamente realizzabili contro quella folle idea di riportare il nucleare in Italia, energia costosa e pericolosa che è stata bocciata con due referendum.

Un’emergenza che dobbiamo affrontare subito è la speculazione sul prezzo del gas che sta portando famiglie e imprese italiane verso il massacro sociale. Il prezzo del gas alla borsa Ttf di Amsterdam il 26 agosto ha raggiunto i 339 euro Mwh, un anno fa il 26 agosto 2021 era 28 euro circa. Ci troviamo di fronte ad una speculazione alimentata anche dalla guerra russa in Ucraina che ha portato ad aumenti inaccettabili, ingiustificati e insostenibili per famiglie e imprese. Se non interverranno provvedimenti urgenti in Italia le bollette rischiano di decuplicare rispetto ad un anno fa. Non possiamo mandare alla disperazione famiglie e far chiudere migliaia di imprese. È necessario prelevare integralmente gli extraprofitti che si sono generati dalla speculazione che da settembre 2021 a giugno 2022 sono stati pari a 50 mld di euro.

Per spiegare cosa sono gli extraprofitti è fondamentale fare degli esempi. La sola Eni nell’ultimo trimestre 2021 ha conseguito un utile del +3.870% e nel primo semestre del 2022 un +670% per un totale di extra profitti di 9 miliardi di euro. Questo accade perchè le società energetiche acquistano il gas con contratti pluriennali sottoscritti anni fa a prezzi fissati, 0,30 centesimi euro metro cubo mentre oggi vendono anche a 1,5 euro mc.
Le società energetiche hanno accumulato un’enorme ricchezza a causa della speculazione, una ricchezza che deve essere restituita a famiglie e imprese direttamente sui loro conti correnti. Il governo aveva previsto un tassazione del 25%, misera, che doveva essere versata entro il 30 giugno 2022. A quella data su 10 miliardi attesi solo 1 mld è stato versato. Per questo abbiamo presentato un esposto alla procura perché se un cittadino non paga le tasse la finanza e l’Agenzia dell’entrate bussano alla loro porta.

La nostra seconda proposta è mettere un tetto al prezzo del gas, 90 euro al mWh, anche nazionale se l’Europa non si deciderà. Il meccanismo può essere quello spagnolo e portoghese, il governo mette la differenza tra il tetto e il prezzo di mercato. Il 29 agosto il prezzo dell’energia in Francia era di 733 euro al mWh, in Italia di 730 euro al mWh, in Spagna e Portogallo 188 euro al Mwh, un costo quattro volte minore rispetto ai Paesi europei.

Terza proposta: sganciare, temporaneamente, il gas dal mercato elettrico per abbassare il prezzo attraverso le energie rinnovabili. Quarta proposta: istituire una fascia gratuita di energia per famiglie e imprese più vulnerabili fino a 1.800 kWh l’anno. Quinta proposta: fornire subito le autorizzazioni per installare in tre anni 60 Gw di rinnovabili che possono sostituire l’equivalente di 15 miliardi di metri cubi di gas. Sesto: stop al trading con il gas in Italia che ha portato nei primi sei mesi del 2022 a esportare 2 miliardi di metri cubi di gas.

In questa fase di emergenza dobbiamo utilizzare le capacità delle infrastrutture energetiche esistenti, ad esempio gli attuali rigassificatori in Italia sono sotto utilizzati perché lavorano al 55%. Il problema che abbiamo di fronte non è la quantità di gas che arriverà in Italia ma quanto lo pagheremo, con il gas liquido i costi aumenteranno di circa il 40%, ecco perché dobbiamo liberarci dalla dipendenza dalle fonti fossili per pagare meno l’energia e dare un contributo alla crisi climatica. Abbiamo bisogno di un piano strategico sul risparmio, l’efficienza energetica e per arrivare nel 2030 al soddisfacimento dell’80% del fabbisogno elettrico dalle rinnovabili per pagare sempre meno l’energia perché la responsabilità di quello che stiamo vivendo si chiamano fonti fossili.

 

* L’autore: Angelo Bonelli è co-portavoce di Europa verde

Buondonno (Sinistra italiana): La scuola deve formare persone, non addestrare al lavoro

La scuola purtroppo non figura tra i temi principali della campagna elettorale. E gli scarni programmi dei partiti su questo tema talvolta risultano perfino regressivi e conservatori, come nel caso del centrodestra che persegue nel sostenere il bonus scuola per le famiglie e quindi sostanzialmente apre ancora di più le porte ai privati, indebolendo l’istruzione pubblica, già sotto attacco dopo decenni di pseudoriforme.

Abbiamo chiesto a Giuseppe Buondonno, responsabile scuola di Sinistra italiana e candidato in Lombardia per Alleanza Verdi Sinistra di raccontarci i punti fondamentali del programma sulla scuola e le sue idee sulla formazione. Buondonno è un insegnante, docente di italiano e storia da trent’ anni nel liceo artistico di Fermo, nelle Marche, «una scuola dove è meraviglioso vedere quanti siano i linguaggi espressivi degli studenti». Inoltre, con Giuseppe Bagni, presidente del Cidi, ha scritto Suonare in caso di tristezza. Dialogo sulla scuola e sulla democrazia (Pm, 2021), un epistolario che ha abbracciato anche il difficile periodo della pandemia, quando le domande di sapere si scontravano con l’emergenza della didattica a distanza.

Buondonno, nei programmi elettorali manca una visione organica, di lungo e medio termine sulla scuola. Lei che è anche insegnante, che idea si è fatto?
Prima di tutto va detto che la scuola è stata sì dimenticata nei programmi dei partiti, ma purtroppo in passato molte forze politiche se ne sono occupate in modo estemporaneo e propagandistico senza un minimo coinvolgimento del mondo della scuola. Dalla “riforma” Gelmini alla Buona scuola, ci sono stati tutti interventi calati dall’alto senza nemmeno tener conto della letteratura pedagogica che aveva prodotto idee e proposte. Quindi la prima cosa da affrontare, su qualunque proposta di legge futura, è provare a coinvolgere seriamente il mondo della scuola – lo dico da insegnante che ha vissuto sulla propria pelle una serie di cambiamenti, come il passaggio degli istituti d’arte a licei artistici voluto da Gelmini, su cui ci sarebbe molto da dire.

Come è nato il vostro programma, qual è la ricerca che c’è dietro?
Questo nostro programma è stato preparato da un lavoro lungo, perché quando non avevamo la più pallida idea che il governo sarebbe caduto in estate, noi come Sinistra italiana abbiamo promosso lo scorso maggio a Pisa l’iniziativa “Pensiero stupendo. Sapere è democrazia”. Il documento che allora è stato prodotto insieme all’elaborazione di Europa verde è stato alla base della nostra proposta programmatica. A Pisa c’erano undici tavoli di lavoro a cui hanno preso parte i sindacati, Cidi, Cgd, le associazioni degli studenti. Il lavoro era articolato in due sessioni: una sulla scuola e l’università e un’altra su come cambia il sapere, il sapere nell’era digitale. Quindi, in sintesi, il programma è stato il frutto di una elaborazione, non di una improvvisazione, un lavoro che voleva ribaltare la logica di una scuola pensata unicamente per il mercato del lavoro, selettiva e prestazionale. Il che non significa che non debba essere una scuola seria, che formi, ma che debba formare persone non pezzi di ricambio per la produzione.

Quali sono i punti che ritiene fondamentali per un miglioramento della formazione?
In questa ottica di ribaltare la visione mercantile della formazione – tanto mercantile per cui si è arrivati a parlare di didattica orientativa al lavoro alle scuole elementari – uno dei punti fondamentali è la riduzione degli alunni a un massimo di 15 in ogni classe. E non per problemi di Covid o in previsioni di emergenze pandemiche, ma per poter realizzare una didattica che possa essere veramente attenta ai problemi che queste generazioni hanno di concentrazione, di analisi, di attenzione, di riflessione, determinati da una rivoluzione digitale che dura da decenni. Sto parlando di una didattica che sia veramente inclusiva nel senso profondo del termine, non che si limiti ad accogliere, ma che accolga formando, integrando le differenze. Insomma, non ci possono essere classi numerose, bisogna eliminare la situazione assurda che abbiamo solo noi in Italia per cui è previsto un numero minimo di alunni per classi ma non un numero massimo.

La riduzione delle classi numerose, che non è mai stata voluta né dai governi di centrodestra né di centrosinistra, che cosa comporterebbe?
Naturalmente per far questo servono più spazi, aule nuove, o meglio, aule che per esempio in molti casi – noi lo scriviamo a latere del programma – possono essere recuperate, coinvolgendo i governi locali, in spazi pubblici esistenti e non utilizzati senza realizzare nuove edificazioni. Ma non c’è solo l’edilizia scolastica. Ridurre il numero degli alunni significa assumere molti più insegnanti, e in pianta stabile. Il sistema continua a produrre precariato e tra l’altro non garantisce spesso la nomina dei docenti all’inizio dell’anno scolastico, come accadrà adesso, visto che si prevedono ancora 150mila supplenti. Serve assumere, se necessario stabilizzare i precari storici ma creando un sistema che sia veramente formativo, smantellando questa cosa dei Cfu (Crediti formativi universitari) che costano solo un sacco di soldi. Serve garantire una formazione seria e un percorso lineare e semplice. Noi abbiamo bisogno di insegnanti preparati, non di percorsi a ostacoli per l’accesso all’insegnamento. Così come abbiamo bisogno di insegnanti di sostegno che abbiano un percorso di formazione serio, lineare e certo. A questo aggiungiamo interventi che per me sono importantissimi.

Vale a dire?
L’estensione del tempo pieno e prolungato in tutta la penisola e in ogni ordine di scuola. Credo che questo vada discusso con il mondo della scuola, per esempio il tempo pieno nella primaria e il tempo prolungato alla scuola media e alle superiori, dove nel triennio potrebbe essere anche con accesso volontario. E tutto questo confrontandoci con i collegi docenti, con le organizzazioni sindacali, con gli studenti, con il personale Ata. Si tratta di pensare come tradurre tutto questo creando una progettazione che sia didattica e formativa anche aperta ad altre esperienze del territorio, culturali e artistiche ma che sia comunque incentrata su un progetto formativo della scuola, elaborato dalla scuola, non dato in appalto come avviene per i Pof. Quello non è tempo scuola.

La scuola, in certe aree marginali dal punto di vista economico e sociale, può fare poco se attorno non esiste una rete “protettiva”. È il problema che poi è all’origine della dispersione scolastica, di cui il nostro Paese detiene un record negativo in Europa. Cosa proponete?
È un punto importante del nostro programma. Riguarda la definizione delle Zone di educazione prioritaria e solidale. Siamo partiti da un dato di fatto: è vero che il problema della povertà educativa è più generale, però è indiscutibile che ci sono zone del Paese – zone geografiche e zone sociali come le aree montane o le periferie delle città – in cui al fenomeno generale si aggiunge una difficoltà, un disagio sociale profondo, qualche volta anche un deserto culturale fuori della scuola, con interi quartieri senza biblioteche, cinema e teatri. Insomma, luoghi dove non c’è quella rete di supporto alla formazione che è importantissima. Quindi, in accordo con le amministrazioni locali, si tratta di individuare queste zone e di portarvi un maggiore contributo in termini di risorse e di personale, finanziando veri e propri progetti specifici per contrastare l’abbandono scolastico, anche con interventi rispetto all’orientamento, per affrontare il delicato passaggio soprattutto dalla scuola media alle superiori.

Questi interventi necessitano di molte risorse.
È vero, tutto questo costa, qualcuno potrebbe dire che il nostro è un libro dei sogni. Però rispondo citando Me-ti di Bertolt Brecht: «Bisogna essere radicali come la realtà». Credo prima di tutto che sia indecente che un Paese come l’Italia investa così poco (3,9 %) rispetto al Pil anche rispetto alla media europea (4,6%). Dobbiamo portare la spesa per la formazione al 6% del Pil, e non con finanziamenti straordinari ma con il bilancio ordinario dello Stato. Non è una battaglia che si può vincere in un anno, ma l’orizzonte è questo, non bisogna andare in direzione contraria. La tendenza, anche del governo Draghi, è stata quella di risparmiare, con la motivazione che è diminuita la natalità. Ora faccio notare che questo fenomeno per un governo non dovrebbe essere un problema statistico ma un problema da risolvere, visto che la natalità diminuisce perché i giovani sono sempre più precari, malpagati e quindi non in condizione di costruire un progetto di futuro. E poi, se mai è proprio questo il momento di diminuire il numero di alunni per classi, non di continuare ad accorpare classi, come stanno facendo gli uffici scolastici regionali, sempre nella logica di risparmiare.

Ma dove pensate di recuperare i soldi per finanziare questo insieme di interventi?
Li dobbiamo prendere con una battaglia, con un conflitto. Questo è un Paese in cui si è deciso l’aumento della spesa militare – stiamo parlando di 100 milioni di euro a giorno, quando verrà portato a regime – ed è gravissimo investire sulle armi invece che sull’istruzione, perché risponde ad un modello di umanità altro rispetto a quello che noi proponiamo. Poi ci sono 120 miliardi all’anno di evasione fiscale: una parte del recupero di questa cifra basterebbe ad alzare l’investimento per la scuola, per non parlare degli extraprofitti delle aziende energetiche, della tassa aggiuntiva costituita dalla corruzione… Insomma, bisogna mettere mano a tutto questo per finanziare l’istruzione. Noi abbiamo proposto e raccolto firme per la Next generation tax che prevedeva appunto una tassazione solidale sui grandi patrimoni. Una patrimoniale finalizzata in qualche modo al futuro delle nuove generazioni perché non possiamo immaginare che l’orizzonte che lasciamo, oltre il disastro climatico, sia questo a livello sociale, fatto di abbandono scolastico e di un basso numero di laureati (sempre un record in Europa). Per superare questo gap, nel nostro programma proponiamo la gratuità del sistema formativo, dal nido all’università, che purtroppo è tornata classista. E tutti questi, sottolineo, sono problemi che dalla scuola si riflettono sul sistema Paese.

Il problema è che nella politica italiana – basta scorrere le riforme della scuola degli ultimi decenni – è sempre mancata una visione di medio lungo termine.
Sì, bisogna investire sulla formazione, ma con un’idea che rifiuta la concezione miope secondo cui si investe sulla formazione solo in termini di competenze lavorative. L’investimento profondo è la formazione di esseri umani e di cittadini, anche perché con le trasformazioni che sono in atto anche nei processi produttivi, è se mai l’elasticità della formazione, la capacità di conoscenze generali, di astrazione, che consentono poi ad una persona la possibilità di adattarsi alle esigenze lavorative. Noi insegnanti non facciamo gli addestratori, facciamo i formatori e gli educatori e questo deve fare la scuola, secondo quanto chiede la Costituzione. A me interessa questo, non quello che chiede il mercato, anche perché ciò che prescrive la Costituzione è l’espressione di un’idea di società, di organizzazione della vita e delle relazioni umane.

Voi siete in coalizione con il Pd, ma molti degli interventi che hanno impoverito la scuola in passato sono venuti proprio dal centrosinistra. Come pensate di muovervi in futuro?
Sono perfettamente consapevole che molte di queste controriforme sono state fatte anche dai governi di centrosinistra, ma noi continueremo a fare la battaglia su questo programma in Parlamento.

A partire dal ministro Luigi Berliguer la sinistra ha mostrato un ritardo, una miopia nei confronti della formazione intesa come strumento di emancipazione individuale e collettiva, cosa che sosteneva Gramsci, la cui lezione sulla scuola è sempre stata ignorata.
Più che di un ritardo, io parlerei di un cedimento culturale alla logica neoliberista. Ora bisogna con forza cambiare radicalmente questa prospettiva. Anche il ministro Bianchi è stato il distillato di quella che io considero una involuzione culturale e che noi continueremo a combattere per cambiare completamente l’asse. Certo, lo faremo molto meglio se al governo non ci sarà la destra che vuole cambiare la Costituzione.

Una domanda sul libro che ha scritto insieme a Giuseppe Bagni, Suonare in caso di tristezza, un dialogo anche sui cambiamenti del sapere all’epoca del digitale. Che tipo di scuola vorrebbe?
Noi siamo partiti da una considerazione, che per quanto mi riguarda è diventata quasi un’ossessione. Lo Stato ha fatto una pioggia di pseudo riforme senza mai fermarsi a ragionare seriamente su un aspetto fondamentale: come sta cambiando il sapere. E questo nel pieno di una rivoluzione digitale che non impatta solo sui processi conoscitivi ma anche sui processi emotivi, relazionali, su come e se sta cambiando il cervello di homo sapiens.

Il digitale cambia il cervello?
Secondo me il funzionamento cerebrale, le funzioni atte alla praticità e alla rapidità sono molto più stimolate, affievolendo l’elemento riflessivo dell’assimilazione lenta. Il problema è che la conoscenza richiede tempi lunghi, la conoscenza profonda delle cose, dico. Credo che la scuola debba rimanere prima di tutto un luogo che dà tempo ai ragazzi per svolgere i propri processi di assimilazione, che rispetti il loro tempo di crescita. Serve una pedagogia per far sì che la scuola, anche nel pieno di questi cambiamenti, anzi, soprattutto nel pieno di queste trasformazioni, continui ad essere un luogo che produce pensiero critico e pensiero complesso. Questo è il problema principe che una democrazia si deve porre perché i processi sul piano conoscitivo e anche quelli della vita democratica sono strettamente correlati. Non cogliere questo nesso secondo me è molto grave. È un problema della democrazia non solo della sinistra .

Riprendendo un po’ Gramsci, forse il vero problema rispetto ai giovani, è quello della mancanza di idee da proporre loro. Non diamo troppa importanza al digitale?
Rispondo con una battuta: insieme a Gramsci c’è anche MacLuhan che diceva che il mezzo è il messaggio. Il cellulare ormai è un arto, l’impatto di questo strumento è enorme e non è paragonabile all’impatto della televisione. Io, che sono di formazione marxista, è chiaro che non sono contrario alla modernizzazione. Sono contrario a viverla in modo subalterno e inconsapevole. I processi vanno governati consapevolmente e collettivamente, sapendo che ci sono dei cambiamenti. Poi tu dici giustamente che mancano le idee: io credo che su questo incida il fatto che anche la politica nel corso dei decenni, più che essere diventato un luogo di elaborazione collettiva di formazione delle coscienze, è diventato un luogo di riferimento del consenso. E invece bisogna tornare a ridare alla politica la forza di un grande strumento formativo di massa perché altrimenti i luoghi della complessità saranno sempre più ristretti e autoritari, producendo messaggi semplificati e inducendo le masse a svolgere una funzione di subalternità. Questo modello va ribaltato. Non ci dobbiamo rassegnare. Se facciamo politica è per cambiare il mondo nel senso dell’uguaglianza e della libertà, non per inseguire un cantuccio nel mercato del consenso.

Nella foto: sit in degli studenti al Pantheon a Roma per la mancanza di interventi nelle scuole dopo la riapertura, Roma, 18 gennaio 2021

No, Calenda, fingere di stare nel mezzo non è serio

Che l’immigrazione sarebbe stata la clava elettorale della campagna elettorale della destra in queste elezioni lo sapevano anche i sassi. Matteo Salvini ieri ha voluto superarsi con una visita lampo all’hotspot di Lampedusa. Lo scopo della visita improvvisata era, a dir suo, non dare il tempo di “sistemare” il campo e fotografare la realtà. La realtà, come sappiamo da anni, è una carrellata di disperati ammassati in attesa che la svogliata burocrazia europea possa garantirne l’identificazione e la distribuzione sui territori.

Matteo Salvini ha gioco facile: lo sdegno iniziale per il diverso trattamento tra profughi “buoni” (ovvero bianchi) e profughi “cattivi” (ovvero nero) si è dissolto in campagna elettorale di fronte a emergenze ritenute più importanti. È il lato crudele della politica quello di dover scegliere le priorità senza avere il tempo e lo spazio di occuparsi di tutto. Da parte sua Giorgia Meloni continua con il suo comico martellare sul blocco navale che viene smontato dai suoi stessi compagni di partito. Prima l’ex magistrato Carlo Nordio e ieri il responsabile del programma di Fratelli d’Italia ci hanno spiegato che il “blocco navale” non è possibile (lo avevamo scritto nel #buongiorno già tempo fa) e che si tratti di un “trucco semantico”. Insomma, è un trucco di propaganda svelato dagli stesso meloniani. Una roba da pacchisti. Ma nessuno se ne cruccia.

Ieri sul tema immigrazione è intervenuto anche Carlo Calenda, presunto leader del cosiddetto terzo polo che nel migliore dei casi sarà il quarto, con la solita modalità da marketing della serietà. «Basta con il bipopulismo porti aperti – porti chiusi. I confini vanno presidiati e le rotte di immigrazione illegale chiuse. Ma chi è in Italia va integrato e occorrono flussi regolari e selezionati. Parliamo di immigrazione seriamente», scrive Calenda, aggiungendo l’hashtag #italiasulserio che è l’ennesima autocertificazione di competenza che si sono inventati da quelle parti.

In Italia la cosiddetta immigrazione illegale è dovuta principalmente all’assenza di vie legali praticabili per trasferirsi in Italia per lavorare dai Paesi al di fuori dell’Unione Europea. La legge che di fatto impedisce l’immigrazione legale e controllata, fra le più stringenti in Europa, è stata introdotta nel 2002 dal governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi e porta il nome dei due principali alleati dell’allora presidente del Consiglio: Umberto Bossi e Gianfranco Fini, all’epoca leader della Lega Nord e di Alleanza Nazionale, che portarono molto a destra il governo sul tema dell’immigrazione. Per parlare seriamente di immigrazione bisognerebbe sapere che non esistono rotte legali per arrivare in Italia. Quindi delle due l’una: o Carlo Calenda è ignorante oppure il suo programma elettorale sull’immigrazione è identico a quello di Giorgia Meloni, anche se lo appoggia con apparente delicatezza.

Chiunque parli di immigrazione senza pretendere l’abolizione della legge Bossi-Fini sta rimestando nello stesso manico della destra. Accade per l’immigrazione come per molti altri temi (la transizione energetica, per esempio): la tiepidezza di chi vuole distinguersi da destra e centrosinistra fingendo una posizione mediana che non significa nulla è un barare. Nient’altro.

L’importante è accorgersene e saperlo.

Buon giovedì.

«A Palermo con la mia carrozzina, vi racconto una città inedita»

“È più facile andare a Capo Nord”. “Non si va al Sud in agosto”. “Muoversi in città è complicatissimo”.
Queste erano più o meno le frasi che sentivo quando esprimevo il mio desiderio di viaggiare, di andare a Palermo in solitaria. Ho mandato tutti al diavolo, amici, parenti, conoscenti. Ho preso la mia carrozzina, la mia tetraplegia, e ho provato. Non volevo fare mio lo sguardo sociale che spesso fa corrispondere disabilità a impotenza.
È stata una trafila di telefonate, di linee che cadevano, di centralini che non rispondevano, di informazioni incomplete e contradditorie. Ma alla fine ho delineato un quadro complessivo abbastanza sicuro.

Gianfranco Falcone all’aeroporto in partenza per Palermo (foto dalla sua pagina Facebook)

Sono arrivato in volo a Palermo la sera del diciotto. Lo scirocco aveva soffiato per tutta la giornata. C’erano stati quarantatré gradi, un forno. Per fortuna nelle ore serali la temperatura era scesa. Davanti all’albergo mi sono messo a ridere. Quattro gradoni mi separavano dall’entrata. Mi hanno fatto entrare da un vicolo. Anche la stanza non era il massimo.

Sono sempre più convinto che gli albergatori italiani non abbiano idea di ciò che significa accessibilità e agibilità. Il personale ha sopperito a tutte le carenze con grande gentilezza. Ma la disabilità non è una questione di gentilezza. Spesso non è neanche un problema di disabilità. Sono un cliente. Mi hanno venduto un prodotto che non aveva le caratteristiche promesse. Poco importa. Non volevo fare un Trip Advisor sull’accessibilità degli alberghi. Mi premeva Palermo.

Ce l’avevo fatta. Ero arrivato.
Il primo impatto con la città è stato in compagnia di Gabriella, figlia di amici di famiglia.
È passata a prendermi in albergo. Ha aspettato venti minuti a causa della mia lotta feroce con le calze elastiche.
Il caldo era tollerabile. Il cielo era di un blu intenso, le nuvole erano gonfie e bianche. Sono subito stato avvolto dai frastuoni della strada, dai profumi, dai rumori delle carrozzelle trainate dai cavalli, dalle motorette Ape che portano in giro i turisti. Ci siamo avviati verso Palazzo delle Aquile, sede del municipio. Lì ci raggiunto il fratello di Gabriella, Davide avvocato a Palermo. Mi ha chiesto se volevo intervistare il sindaco Roberto Lagalla.
Ho nicchiato. Ma mi sono lasciato convincere. Il sindaco aveva passato la notte a Bellolampo dove aveva preso fuoco una delle vasche della discarica più grande del Mezzogiorno.

Ho posto alcune domande a Lagalla, anche sulla disabilità. Non mi ha sorpreso che lui, politico consumato, ma anche Fausto Melluso presidente dell’Arci di Palermo, sui problemi della disabilità non fossero pronti. Da provetto ex maestro elementare mi è venuta voglia di rimandarli a settembre, al tempo delle elezioni.
Sono stato misericordioso. Non ho ricordato loro che il problema della disabilità non è soltanto un problema di accessibilità dei luoghi. Il problema della disabilità è anche un problema di accesso al lavoro, di articolazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea); è un problema di ampliamento e di gestione dei fondi per i titoli sociali, che servono alle persone anziane e non autosufficienti per pagare i badanti. Il problema della disabilità è anche un problema di detrazioni fiscali.

Dopo il palazzo ci siamo spostati a Ballarò che mi ha investito con una sferzata di energia, di bellezza, di chiasso, con una dimensione popolare vivace e intrigante. Abbiamo pranzato lì. Ed è lì che ho iniziato a fare il gioco che mi ero ripromesso, Il conto delle rotelle.
In Italia secondo l’Istat ci sono tra i quattro e i cinque milioni di disabili. Ero curioso di vedere quante persone disabili avrei visto in giro per le strade di Palermo. La media è stata di due al giorno. Ben pochi.

Quelli di Palermo sono stati giorni entusiasmanti, pieni di incontri, pieni di passione, con l’entusiasmo di potercela fare. Mi sono saziato di immagini, di profumi, di colori. Mi sono rimpinzato di cibo da strada: pane con la milza maritata, cioè col pecorino; la frittola, interiora non meglio identificate che un cuoco improvvisato raccoglieva a manciate da un cesto; arancine, (a Catania sono al maschile); la stigghiola, ancora interiore cotte alla brace; calamari impanati e fritti avvolti nella carta.
La vendetta di Montezuma non si è fatta attendere. Mi ha impedito di andare a Segesta con Lina.

Lina Prosa si è comportata come una sorella. Mi ha portato in giro, mi ha coccolato.
Adoro la sua scrittura apparentemente semplice ma profonda. Ho divorato le pagine del suo Trilogia del naufragio e del suo Pentesilea. Allenamento per la battaglia finale. Insieme ad Anna Barbera ha fondato il centro Amazzone che si occupa di donne, fornendo consulenza per la prevenzione oncologica e consulenza legale. Lina con il centro Amazzone cerca di creare una sintesi tra teatro, mito e scienza, coinvolgendo le donne in spettacoli teatrali che scrive appositamente per loro.
Mi ha parlato del progetto su Le déluge che sta realizzando a Losanna. Secondo lei non vogliamo renderci conto della situazione drammatica in cui ci troviamo. Continuiamo a essere dediti alla religione del consumo mentre rischiamo l’estinzione e non abbiamo più un’Itaca a cui tornare.

Anna e Lina mi hanno portato sul Monte Pellegrino. Da lì si vede Palermo spalmata sulla piana, circondata dalle montagne. Un doppio arcobaleno ci ha inseguito per tutto il viaggio. Lina aveva un sorriso bambino. Anna ha degli occhi verdi color dell’agata di una bellezza straziante. Poeti le hanno dedicato versi. Ignazio Butitta le ha scritto una dedica «Ad Anna. La si può corteggiare a patto di non guardarla negli occhi. Perché altrimenti si cade tramortiti».
Mi piacevano i racconti di Anna sulla Palermo degli anni Settanta, su Guttuso, sulle sue acque forti. Di Guttuso ho amato i dipinti sulla Vucciria. Oggi quella Vucciria non esiste più. È semplicemente un mercato a cielo aperto.

Anche Shobha Battaglia mi è stata amica nei giorni di Palermo. Shobha è diversa da Lina. Tanto claustrale e asciutta sembra Lina, quanto rumorosa, eccessiva, diretta, colma di appetiti che ricordano i miei, è Shobha. Una gaudente le ho detto. Mi ha guardato e mi ha corretto dicendo che in India la chiamano donna tantrica. Mi è sembrata una donna senza pregiudizi, senza moralismi, capace di cogliere la bellezza del mondo, di entusiasmarsi. È una di quelle donne dotate di una creatività straordinaria che elaborano progetti a getto continuo.
Ciò che unisce Lina e Shobha è l’idea di un’arte che deve dare voce.

Lina dice che oggi l’arte fa fatica a parlare di temi essenziali come la morte e il limite. Chiedeva a me se la disabilità può rappresentare una chiave di lettura del reale, la premessa per una rivoluzione culturale. Non lo so. Forse la disabilità costringe a porsi delle domande ma non penso che la trasformazione culturale possa essere appannaggio esclusivo di una categoria.
Shobha mi ha affascinato con i suoi racconti. Mi ha parlato del festival che si tiene nel sud dell’India a Saundatti, in Karnataka, dedicato a Yellamma, la Madre della fertilità e dei diversi. Lì lavora con le donne sciamane che leggono le pietre.
«Loro fanno tre ritiri l’anno sotto la luna piena in un luogo dove arrivano cinquantamila persone, donne, si spogliano nude sotto la luna piena e fanno dei rituali di rinascita. Buttano via tutti i vestiti dell’anno, li strappano, fanno una catasta. Tu immagina tutte queste donne sotto la luna piena che danzano, urlano, si buttano a terra. E sono tutte contadine. Però nel momento in cui loro abitano la dea, perché in questi tre giorni diventano dee, sciamane, canalizzano. Quindi, cambiano».
Shobha è una globe trotter dell’arte. Lavora in India, in Asia, in Italia. Le sue fotografie sono spudoratamente belle. Lei fa poesia.

Mi è venuta in mente la sua fotografia che ritrae due ragazzi down. Lei stringe tra le mani il volto di lui con uno sguardo innamorato. È uno scatto colmo d’amore, di tenerezza. Rappresenta «un momento sospeso prima del bacio, dove si intuisce che quel momento d’amore, che ognuno vuole, è possibile».
È stata Shobha a dirmi che «Palermo si evolve e si involve continuamente. Ed è una malattia questa. Perché arriviamo all’estasi. Poi cadiamo nella merda, nella depressione. Quindi, Palermo è bipolare».
Se Palermo è così posso sicuramente affermare che invece Milano è maniacale.

Nelle ore in cui sono stato solo ho visitato il Centro Internazionale di Fotografia, la Cappella Palatina, la cattedrale, divertendomi ad essere carogna con gli impiegati del bar del Teatro Massimo, che non ha una toilette accessibile. Ma del resto non c’è l’ha neanche La Feltrinelli. Avrei potuto fare spallucce. Sarebbe stata la cosa più semplice. Invece, mi sono ostinato a chiedere spiegazioni. Se La Feltrinelli mi crea problemi sia a Palermo che a Milano significa che la proprietà ha qualche problema con la disabilità.
Alla Cappella palatina mi hanno aiutato gli addetti Sebastiano, Zaira, Giuseppe, portandomi a braccia la dove i montascale erano rotti.

A Palermo ho incontrato anche Luigi Carollo, organizzatore del Palermo Pride. È stata una conversazione effervescente. Dialogando con lui mi sono reso conto che il mondo della disabilità dovrebbe prendere spunto dal modo in cui la comunità Lgbt presenta i propri corpi, le proprie istanze. Purtroppo il mondo della disabilità è ancora troppo frammentato per riuscire ad avere una voce forte, in grado di diventare lobby.
Ci sono stati incontri voluti ma anche incontri fortuiti. A Molti Volti, centro che fa parte della più grande associazione antimafia Libera, ho incrociato i ragazzi del Teatro al Verso che, provenienti dalla provincia di Siena, erano a Palermo di passaggio per partecipare al PaceFest a Caltabellotta. Ho chiesto di recitarmi qualche battuta dello spettacolo che avrebbero presentato. Lucrezia è stata un momento in silenzio poi ha iniziato.
«Prima di combattere la mafia bisogna farsi un auto esame di coscienza. E dopo averla sconfitta dentro di te puoi passare a combattere la mafia nel giro dei tuoi amici. Perché la mafia siamo noi e i nostri comportamenti. È il nostro modo sbagliato di comportarci.
Erano le parole che Rita Atria, testimone di giustizia, scrisse su un biglietto prima di lanciarsi dalla finestra, dopo la strage di via D’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta».
Non c’è stato bisogno di dirci altro.

A Palermo mi sono sentito coccolato, accolto, tant’è che sto cominciando a fantasticare di andare a Bombay a trovare Shobha insieme a Lina. Immergendomi ancora una volta in un mondo femminile ricco e potente.

L’autore: Gianfranco Falcone è un blogger (Viaggi in carrozzina,  DisAccordi) e collabora con la rivista on line Mentinfuga, dove scrive di temi culturali, di teatro e diritti. Da alcuni anni è costretto a vivere su una sedia a rotelle 

Nella foto: i cieli di Palermo (dalla pagina Facebook di Gianfranco Falcone)

Intanto, nel nuovo rinascimento saudita, 45 anni di carcere a una donna per un messaggio sui social

45 anni di carcere: è l’ultima scioccante sentenza pronunciata contro Nourah al-Qahtani per alcuni post non graditi al regime pubblicati sui social in Arabia Saudita.

Secondo un documento del tribunale e le informazioni ottenute dal sito Dawn, la Divisione d’Appello della Corte penale specializzata ha emesso la sentenza contro al-Qahtani ad agosto, probabilmente nell’ultima settimana, per aver «spezzato il tessuto sociale nel Regno» criticando i governanti sauditi, e per «produzione e conservazione di materiali che incidono sull’ordine pubblico e sui valori religiosi».

«Solo poche settimane dopo la scioccante condanna a 34 anni di Salma al-Shehab di questo mese, la condanna a 45 anni di Nourah al-Qahtani mostra quanto le autorità saudite si sentano legittimate nel punire anche le critiche più lievi dei suoi cittadini», ha affermato Abdullah Alaoudh, esponente dell’organizzazione per i diritti umani Democracy for the Arab World Now (Dawn), fondata dal giornalista saudita Jamal Khashoggi, quello ucciso e fatto a pezzi nell’ambasciata saudita di Istanbul per le sue posizioni anti regime.

Qualche giorno fa era stata condannata a 34 anni Salma al-Shehab. La sua colpa? Aver aperto un profilo Twitter e avere ritwittato i messaggi di alcuni dissidenti. Salma al-Shehab studiava all’Università di Leeds ed è stata arrestata durante una vacanza nel suo Paese. Esattamente come Patrick Zaki. La donna era stata condannata a tre anni di carcere per il “reato” di utilizzo di un sito Internet finalizzato a «causare disordini pubblici e destabilizzare la sicurezza civile e nazionale», poi una corte d’appello ha emesso la nuova condanna a 34 anni di carcere per altri presunti crimini.

Quindi? Come va questo nuovo rinascimento?

Buon mercoledì.

Nella foto: una ciclista davanti al manifesto con il ritratto del principe Bin Salman

Cesare Damiano: Letta ha rimesso il lavoro al centro. Ma il Pd deve riconquistare la fiducia dei lavoratori

La guerra in Ucraina e la speculazione non si fermano. I prezzi del gas e delle materie prime schizzati alle stelle stanno mettendo a rischio imprese e moltissimi lavoratori. Quello che ci aspetta rischia di essere un autunno esplosivo dal punto di vista della tenuta sociale. Abbiamo chiesto all’ex sindacalista ed ex ministro Cesare Damiano un’analisi di questa difficile congiuntura sulla base delle ricerche del suo Centro studi Lavoro&Welfare. Quali strumenti mettere in campo per uscire da questa crisi che si annuncia lunga e durissima? Come invertire la rotta?

«Siamo in una situazione nella quale bisogna pesare le parole per non creare equivoci», premette Damiano. «Di fronte all’aggressione dell’Ucraina compiuta da Putin penso sia stato giusto rispondere con le armi e le sanzioni. Ma, detto questo, è giunto il momento di chiarire la questione strategica: se l’esito di questa sciagura fosse una nuova guerra fredda sarebbe un disastro per tutti. Lo dico con cognizione di causa perché appartengo a una generazione che la guerra fredda l’ha vissuta. Ho vissuto anche il tempo della ricerca della distensione fra i due i campi, Occidente e Oriente, pur in un contesto di equilibrio fra armamenti atomici. Dopo la stagione della Guerra fredda abbiamo sperimentato una globalizzazione selvaggia delle relazioni economiche, vissuta in modo troppo positivo ed acritico riguardo alla possibilità di importare ed esportare anche i diritti, le tutele e maggiore eguaglianza. Questo non è avvenuto».

Le conseguenze a cascata della guerra in Ucraina stanno colpendo su vasta scala. La strategia delle sanzioni non ha funzionato?
La narrazione, a mio avviso, ha peccato di eccessivo ottimismo. È un po’ come se avessimo messo la testa sotto la sabbia. Il risultato delle sanzioni è inferiore a quello che ci aspettavamo. Qualcuno afferma che Putin con il rincaro delle materie prime ci abbia guadagnato. Il rublo mi pare che stia tenendo. L’annunciato default della Russia non mi pare che sia alle viste, mentre le ripercussioni sull’Occidente sono state sottovalutate. Ci troviamo in una situazione dannatamente complessa e pericolosa. Basta guardare a quel che succede con l’inflazione che colpisce lavoratori, famiglie, imprese. Non ci voleva un genio per capire che con la chiusura delle forniture dell’energia avremmo corso il rischio di una recessione economica.

Si parla della potenziale chiusura in Italia di centoventimila imprese…
È uno scenario molto preoccupante. Se calcoliamo una media di tre quattro lavoratori per impresa – e mi tengo molto basso – sono 300/400mila posti di lavoro a rischio. Il mio Centro studi Lavoro&Welfare da mesi avverte che, accanto al dato della cassa integrazione complessivamente in calo (ordinaria, in deroga e fondo di solidarietà), c’è un allarme che riguarda, invece, un aumento importante della cassa integrazione straordinaria. Se guardiamo al settore della trasformazione dei metalli, per esempio, siamo al 900 per cento. Sono segnali che, a mio avviso, sono stati sottovalutati. C’è poi il tema dell’aumento del costo del gas che nei giorni scorsi ha sfondato i 300 euro al megawattora alla Borsa di Amsterdam. Tutto questo impone un intervento immediato del governo Draghi, seppur nelle more della sua azione di carattere amministrativo, visto che il governo è caduto. Insomma, a me pare che se Atene piange Sparta non ride. Quello che mi stupisce è che sia proprio Salvini, dopo che ha fatto cadere il governo, a chiedere a Draghi di intervenire. Si è accorto del danno che provocato al Paese? Il Pd, coerentemente, ritiene che un intervento sia necessario. Enrico Letta ha indicato come intervenire, sia nell’immediato sia nel lungo periodo: occorre un tetto europeo al prezzo del gas che va disaccoppiato da quello dell’energia, ma da subito occorre un regime di prezzi amministrati, per esempio per i prossimi 12 mesi. Un’altra misura importante è poi quella definita “bolletta luce sociale” per microimprese e famiglie con redditi medi e bassi, con la fornitura di energia elettrica da fonti completamente rinnovabili e gratuita fino alla metà del consumo medio (che è di 1.350kWh/anno) con prezzi calmierati nella parte eccedente.

Tutto questo si somma a problemi preesistenti: la precarietà, l’impoverimento dei salari, lavori non di qualità, disoccupazione. Problemi che, durante la pandemia, hanno colpito soprattutto donne e i giovani. Quali sono gli strumenti da mettere in campo non solo per l’immediato?
Mi auguro davvero che la politica riconquisti la capacità di avere una visione strategica: dovrebbe essere in grado di mettere insieme le scelte che riguardano il futuro con le contingenze immediate, quotidiane, che colpiscono la condizione materiale delle persone. Cosa intendo dire? Il primo punto è stare nel solco del Pnrr. Si può migliorare sicuramente. Ma non si può mettere in discussione questo strumento essenziale per il nostro Paese. Semmai si può precisare il suo cammino a fronte di queste emergenze. In secondo luogo, come ho già ricordato, bisogna intervenire subito per quanto riguarda il tema del prezzo dell’energia. Giustamente i commercianti espongono nelle vetrine il pagamento dei canoni di un tempo e di quelli attuali: basta vedere la differenza, la moltiplicazione assurda dei costi che rischiano di far chiudere le attività. E poi dobbiamo saper selezionare alcuni interventi, da una parte per quanto riguarda le imprese, dall’altra per quanto riguarda il lavoro, che in Italia, ormai, è povero e precario.

Provvedimenti come il Jobs act hanno prodotto precarietà. Le destre poi si sono infilate nel disagio sociale come lama nel burro?
A me quello che fa specie è che la destra che ha teorizzato la flessibilità del lavoro che si è trasformata in precarietà, l’ha praticata con le sue leggi, non ha mai curato l’aspetto della stabilità del lavoro, adesso si voglia far paladina della sua tutela. Ho letto una notizia che per la mia storia è sconvolgente. Gli operai della Mirafiori interpellati in una inchiesta di Repubblica hanno dichiarato che voteranno per Giorgia Meloni. Da giovane ero un funzionario della Fiom alla Mirafiori quando in quella azienda c’erano 60mila dipendenti, non i 10mila attuali la cui sopravvivenza è legata alle commesse che vengono decise oltralpe. Quei lavoratori, nel Novecento, votavano in prevalenza per il Pci per il Psi. Alcuni votavano altri partiti come la Dc, fino al Msi, ma questa era una parte assolutamente minoritaria. Adesso siamo al capovolgimento. È noto che il Partito democratico è poco votato dai lavoratori e dai ceti più deboli. Se veniamo classificati come il partito della Ztl qualcosa sarà pur successo. Se c’è un distacco dai ceti più popolari che facevano parte della nostra tradizione, questo è il risultato della cura non soltanto di Matteo Renzi presidente del Consiglio, ma anche di Renzi segretario del Pd: ha reso più facili i licenziamenti dei lavoratori e ha introdotto nel mercato del lavoro una flessibilità che si trasforma in precarietà. Oggi il Pd è tornato ad essere il partito che parla alle persone, a chi ha un lavoro dipendente o autonomo che sia, e che chiede di guardare con attenzione ai cambiamenti in corso senza essere abbandonato. Non si tratta di tornare al passato ma si tratta di riscrivere il nostro profilo politico culturale.

Il centrosinistra deve, in primis, tornare ad occuparsi di lavoro?
Ora il programma del Pd, guidato da Letta, ha ripreso il filo di un ragionamento sui temi del lavoro, anche se ci vorrà del tempo prima che si riconquisti la fiducia di chi si è rifugiata o nel populismo della destra o nell’astensionismo. Quale è questo filo? Parliamo del lavoro precario che rappresenta una parte importante nel mercato del lavoro. Io credo, come c’è scritto nel programma, che sia importante affermare un principio: che la stella polare della sinistra deve essere il lavoro a tempo indeterminato che va sostenuto con assunzioni incentivate. Oggi non è esattamente così.

In concreto?
Prendo un esempio facile: la decontribuzione sud. Come è stato certificato dall’Istituto nazionale di analisi delle politiche pubbliche (Inapp) con essa si é realizzato un importante volume di nuove assunzioni attraverso gli sgravi fiscali, al lavoro stabile al lavoro a termine. Il risultato però è che l’85 per cento di quelle assunzioni è con contratto a termine, occasionale, interinale o stagionale. Solo il 15 per cento è andato a vantaggio del lavoro a tempo indeterminato. E poi ci lamentiamo della precarietà. Si tratta di cambiare strada. Dobbiamo affermare un principio: quando il lavoro è stabile deve costare di meno all’imprenditore, quando è flessibile deve costare di più, non l’esatto contrario, se vogliamo davvero puntare alla qualità del lavoro.

Questo è un principio che lei sostenne fattivamente come ministro del Lavoro del secondo governo Prodi e che oggi appare più importante e attuale che mai come dimostra anche la recente, riuscita, riforma spagnola. Quanti danni ha fatto la flexicurity?
È stato un un imbroglio, dobbiamo dirlo con chiarezza. La flessibilità c’è stata in abbondanza, la sicurezza no. E la flessibilità senza sicurezza si trasforma in precarietà soprattutto per le giovani generazioni. Io sostituirei quella formula con una nuova: flessibilità e stabilità. Ha senso accettare l’idea di una flessibilità della prestazione di lavoro: la banca delle ore, la salita e la discesa dei turni di lavoro a seconda delle stagioni, la salita e la discesa degli orari di lavoro. Se produci frigoriferi d’inverno lavori 48 ore alla settimana e 32 d’estate, i week end di lavoro possono essere gestiti nella grande distribuzione. Si può adottare il part time volontario e non imposto e la possibilità di usare modelli basati sul lavoro agile, che ti consente di cogliere le esigenze di una nuova organizzazione del lavoro per obiettivi. Ma in cambio bisogna assicurare un contratto a tempo indeterminato, questo deve essere il nuovo orizzonte. Mi pare che il programma del Pd vada in questa direzione. Come Letta ha giustamente ribadito non è giusto che i ragazzi in Italia incontrino gli stage e tirocini gratuiti come primo rapporto di lavoro e poi il lavoro nero, e poi il lavoro grigio e poi il lavoro precario e forse, arrivati ad una certa età, uno straccio di lavoro a tempo indeterminato. La filosofia del rapporto fra lavoro e modalità di assunzione va completamente rovesciata rispetto alla stagione della flexicurity, che può andare bene in Danimarca, un Paese che ha 6 milioni di abitanti. Non tutti i modelli funzionano allo stesso modo nelle situazioni in cui vengono applicati.

In questi giorni di campagna elettorale le destre e Azione-Italia Viva chiedono a gran voce l’abolizione del reddito di cittadinanza che a loro dire spingerebbe i giovani a non lavorare, a stare sul divano. Dal suo punto di vista?
Il reddito di cittadinanza c’è in tutta Europa e va mantenuto. Ma va fatto meglio. Fare troppe parti in commedia non funziona. Il reddito di cittadinanza deve essere destinato alle persone realmente in stato di povertà, ai nuclei familiari che non ce la fanno, a chi non approderà facilmente al lavoro, perché in quei nuclei familiari esistono delle condizioni oggettive di disagio, di difficoltà che rendono necessario un sostegno. Legare l’erogazione di quel reddito anche all’offerta di lavoro secondo me lo trasforma in un oggetto improprio.

Per esempio?
Il salario di un cameriere è di 1.500 euro lordi mensili, il che corrisponde a 1.150 netti. Rappresenta una cifra superiore rispetto al reddito di cittadinanza, che è pure indirizzato a un nucleo familiare. Quando si parla di lavoro rifiutato difficilmente si parla di queste cifre. Siamo sicuri che il lavoro rifiutato sia un lavoro full time, regolare, che rispecchia gli standard dei contratti di lavoro oppure è un part time con un’aggiunta di lavoro nero, sotto pagato e chiaramente poco concorrenziale rispetto al reddito di cittadinanza? Va fatta chiarezza e si possono fare miglioramenti.

In questi giorni si è tornati anche a parlare di riduzione del cuneo fiscale. Sembrano tutti d’accordo ma a ben vedere destra e sinistra ne hanno una visione opposta?
La riduzione del cuneo fiscale deve andare tutta a vantaggio dei lavoratori. Io non condivido l’idea del centrodestra: due terzi ai lavoratori, un terzo alle aziende, perché se lo diamo a tutte le imprese corriamo il rischio di regalare la diminuzione del costo a imprese che fanno extra profitti. Io sono invece per darlo tutto ai lavoratori e, per quanto riguarda le imprese in difficoltà, sono per definire interventi di carattere specifico.

Letta ha rilanciato anche la campagna per il salario minimo. Che ne pensa di questa misura che inizialmente aveva fatto discutere i sindacati?
Dobbiamo adottare il salario minimo legale. Il salario minimo non serve per aumentare il potere di acquisto, serve per sconfiggere i contratti pirata. Fissare un minimo legale, categoria per categoria, differenziandolo, può essere utile: chi sta al di sotto è fuori legge e quindi quel contratto deve essere cancellato. Ipsoa ha fatto una indagine su circa 200 contratti e ha visto che questi contratti al 75 per cento hanno salari minimi compresi tra i 7 e i 9 euro lordi orari. Sto parlando di paga base e contingenza. Quali sono i contratti che stanno sotto a quella soglia? Quelli mal pagati. Ne possiamo elencare alcuni: i lavoratori domestici, i florovivaisti e gli addetti alla cultura. L’Italia è il Paese della cultura, ma gli addetti alla cultura sono fra i peggio pagati. A causa della scarsa rappresentatività sindacale sono contratti deboli e possono essere oggetto di un intervento particolare. Governo e parti sociali, possono creare un osservatorio per questi settori per un adeguamento del salario minimo proprio perché al di sotto di uno standard dignitoso.

In conclusione?
La situazione è particolarmente complessa, ma ci sono alcuni interventi che possono dare il segno di una vera equità: quando ho parlato del cuneo fiscale tutto a vantaggio dei lavoratori condivido totalmente l’obiettivo che si è dato Letta di fare in modo che attraverso questa misura il risultato sia una mensilità in più a loro vantaggio. Così come una mensilità in più a vantaggio dei pensionati potrebbe esserci con una rivalutazione, almeno fino a 1.500 euro mensili, della cosiddetta quattordicesima mensilità che io avevo instituito nel 2007 per i pensionati più poveri e che è ancora in vigore. Dobbiamo dare segni tangibili di attenzione agli ultimi, a chi sta in difficoltà sia sotto il profilo del lavoro stabile, della qualità del lavoro e della retribuzione.