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Juntarte a Firenze, la danza cubana è senza confini

«Viaggiare al futuro e tornare: è questa la responsabilità di noi scrittori e artisti» afferma Rafael Gonzáles Muñozel, direttore dell’Associazione Hermanos Saìz (Ahs). È un viaggio nel tempo e nello spazio, sorvolando l’oceano da L’Avana fino ad arrivare a Firenze. Da qualche giorno Gonzáles Muñozel è arrivato nel capoluogo toscano e attende con emozione il 10 settembre, quando verrà messo in scena lo spettacolo preparato nel corso del progetto di cooperazione internazionale “Juntarte, la cadena creativa que hace la escena inclusiva” (Arteinsieme, la catena creativa che rende la scena inclusiva), iniziato nel 2021 a Cuba e gestito da Cospe onlus.

Juntos, insieme. Nuovi legami internazionali gettano le basi per il futuro che Gonzáles Muñozel (nella foto sotto), come molti altri artisti, spera per la cultura cubana. Un’arte che dialoghi e a cui sia permesso dialogare con il globale, che crei catene di solidarietà. «È compito di noi artisti alimentare uno spirito collaborativo e solidale; siamo chiamati a trascendere frontiere e a cercare un’unione universale al di là di credi, sistemi e forme di pensare. L’importante è immaginarsi un mondo più umano e vivibile» dice, mentre descrive la vivacità della scena artistica cubana in tutte le sue manifestazioni, tradizionali o moderne che siano. Ma che senz’altro fatica a farsi conoscere. Ed è questo il futuro che sogna, uno scambio che alimenti le connessioni globali oltre che un’interazione locale.

D’altronde in questa direzione si muove il progetto Juntarte che da più di un anno ha unito artisti cubani provenienti da percorsi di ogni tipo, oltre che da diverse aree geografiche di Cuba. Un incontro che ha permesso e sta permettendo un’attenta e progressiva decostruzione di confini sociali e di etichette rigide, lasciando irrompere con nuova potenza il tema della diversità e dell’inclusività nel panorama artistico cubano. Tra gli stessi partecipanti al progetto, molti sono membri della comunità Lgbtiq+ , che hanno apportato nuovi punti di vista capaci di raccontare temi urgenti nell’isola, come dimostra il referendum che si terrà il 25 settembre a Cuba per chiedere l’approvazione di un nuovo Codice della famiglia in grado di garantire maggiori diritti per le donne e la comunità lgbtiq+.

Dopo un’indagine sullo stato dell’arte a Cuba, progetti di vario tipo sono stati esposti e presentati nell’isola, fino ad arrivare oggi in Italia. Dieci danzatori e coreografi della scena contemporanea cubana stanno prendendo parte in questi giorni alla XXIX edizione di Fabbrica Europa, festival promotore dell’intreccio di culture e linguaggi. «Oltre che formare, il mio ruolo era quello di accompagnare gli artisti in un percorso autoriale attraverso il dialogo e lo scambio» racconta Cristina Kristal Rizzo, coreografa di Fabbrica Europa, mentre ricorda le settimane passate a Cuba per il progetto Juntarte. E continua: «È importante essere riusciti a portare in Italia per quest’occasione alcuni dei partecipanti al progetto. Nei miei giorni a Cuba ho potuto percepire il desiderio degli artisti cubani di stringere relazioni più forti con il resto del mondo».

L’embargo ha reso complicato per l’arte cubana (intesa in tutte le sue forme) farsi spazio nella scena culturale internazionale. «Non è che la cultura cubana sia chiusa, ma ci è stato precluso farci conoscere e apprezzare» commenta Gonzáles Muñozel. Le conseguenze dell’embargo si sono fatte sentire più profondamente a seguito della caduta dell’Unione sovietica, causando un periodo di crisi che ha impattato anche nella dimensione artistica e culturale cubana. Ma già da anni, anche prima della suddetta crisi, Cuba si era scontrata con l’isolamento della comunità internazionale. «Dal 1959, con il trionfo della rivoluzione, ogni tentativo di internazionalizzare l’arte locale è stato fortemente ostacolato. La globalizzazione culturale tende a standardizzare prodotti e renderli egemonici. Ciò che non passa e viene legittimato da Hollywood o ai saloni artistici di Miami, per esempio, rimane al margine del panorama artistico globale».

Gonzáles Muñozel cerca le parole giuste per descrivere le difficoltà vissute nel Paese. Parola dopo parola, racconta delle conseguenze della scarsità di materiale, scarsità data dall’alto costo delle importazioni provenienti da Paesi lontani, come la Cina. «Abbiamo pagato le conseguenze dell’embargo, non potendo accedere ai mercati vicini. La scelta di essere un Paese indipendente ha pesato anche in ambito artistico. Le gabbie imposte dalla comunità internazionale hanno avuto impatti forti, ma noi ci siamo appropriati di queste gabbie risignificandole e risemantizzandole» riflette Gonzáles Muñozel.

Per quanto Cristina Kristal Rizzo noti le difficoltà materiali e infrastrutturali del Paese, narra il suo stupore dopo il primo impatto con il mondo culturale cubano: «È stato interessante interfacciarsi con un modo diverso di concepire la produzione artistica. Per noi l’arte è una forma di economia all’interno del sistema capitalista. Per molti di loro non è necessariamente legata al profitto: ho visto artisti con talenti straordinari lavorare per ore e ore senza alcun compenso, capaci di creare un rapporto con la propria arte di una potenza straordinaria. Poi certo ci sono anche dei limiti». La possibilità di svilupparsi e mantenersi per le nuove generazioni si fa sempre più difficile e diviene tanto più urgente creare nuove connessioni con il panorama artistico globale e trovare nuovi modi sostenibili, anche a livello economico, di fare arte. «Il progetto ha permesso a Cospe, Asociaciòn Hermanos Saiz, Centro Oscar Arnulfo Romero (OAR) e altre associazioni di incontrarsi. Abbiamo stretto nuove relazioni di cooperazione con Paesi stranieri, come l’Italia. E inoltre, non meno importante, abbiamo avuto la possibilità di accedere a fondi europei riuscendo in tal modo a portare avanti studi, ricerche, workshop, laboratori ecc.», spiega Gonzáles Muñozel.

Lo scambio previsto da Juntarte non si muove solo su un piano culturale, ma sull’idea stessa di produzione dell’arte, aprendo un varco di possibilità che cerchi di sfidare le difficoltà che gli artisti cubani si trovano a dover affrontare, sostenendo un processo di cambiamento della percezione sia del valore produttivo ed economico che della funzione sociale e politica del settore. Conclude Rafael Gonzáles Muñozel: «Creare legami con la scena artistica globale e internazionalizzare l’arte è per noi una priorità. Vogliamo uno scambio, vogliamo che l’arte cubana possa essere apprezzata globalmente».

I morti che invece non piange nessuno

Il numero di vite rivendicate dal Mediterraneo continua ad aumentare. Mercoledì 7 settembre la Guardia nazionale tunisina ha riferito che le sue navi avevano recuperato altri tre corpi al largo della costa meridionale di Gabes. Le vittime erano state su una barca che trasportava altri quindici migranti quando è stata “intercettata” e riportata in Tunisia.

Dall’inizio di quest’anno, oltre mille persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo centrale cercando di raggiungere l’Europa, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Lo stesso giorno in cui le autorità tunisine hanno recuperato i tre corpi, più a sud nella città di Zarzis, le madri dei migranti scomparsi si sono riunite per chiedere la verità sui loro figli che sono scomparsi ormai da anni, in alcuni casi anche un decennio.

Decine di donne, alcune con i volti dei loro figli stampati sulle loro magliette, agitavano le foto dei loro amori scomparsi. Tra la folla c’erano anche cartelli che dicevano: “Stop alla violenza contro i migranti” e cartelli e magliette con lo slogan “Ferries, not Frontex”.

Per le madri quella marcia in città (che è luogo di partenza per il Mediterraneo) è il solo modo per mantenere viva la memoria dei loro figli e per chiedere risposte.

«Stiamo lottando per ottenere la verità sui nostri figli», ha detto Fatma Kasroui, una madre tunisina in lutto che non ha avuto notizie di suo figlio dal 2011. «Abbiamo bussato alle porte del ministero degli Interni e del ministero degli Affari esteri. Abbiamo organizzato sit-in. Ma non abbiamo avuto risultati. Come possono le autorità tunisine dirci che i nostri figli sono semplicemente scomparsi?».

Il raduno si è svolto 10 anni dopo la tragedia di una barca partita da Sfax con 130 migranti a bordo, diretti in Italia. Solo 56 sono sopravvissuti a quel viaggio. Un decennio dopo, rimangono molti dubbi su quanti siano effettivamente i morti.

L’Ue fornisce aiuti economici alla Tunisia, che è paralizzata dal debito. In cambio, il Paese si impegna a fermare i migranti che partono dalle sue coste, provando a impedire gli arrivi in Europa. Nonostante ciò, il numero di tentativi di attraversamento dei migranti – e delle sparizioni – dalla Tunisia continua ad aumentare.

Il numero di disastri causati da questi tentativi disperati è talmente alto che la Tunisia è a malapena in grado di seppellire i cadaveri. Ci sono due cimiteri di migranti in città, con quasi 1.000 corpi sepolti. Ormai non c’è più spazio.

Troppo facile usare l’immigrazione solo quando sarà un’utile arma d’opposizione contro il prossimo governo di destra. Troppo ipocrita essere “umanitari” a fasi alterna, nei momenti in cui torna utile per la propria battaglia politica. C’è in corso un guerra feroce da anni in cui l’Europa ha il triste ruolo del mandante.

Buon venerdì.

 

Mélenchon a Roma: «Non conosco Conte, sono qui per sostenere Unione popolare»

Mercoledì 7 settembre in una piazza della periferia sud di Roma a poche centinaia di metri dal Comando operativo interforze, la struttura militare più importante delle forze armate del nostro Paese, e poi il giorno successivo in conferenza stampa in un hotel del quartiere Prati, Jean-Luc Mélenchon, leader de La France insoumise e dell’aggregazione Nupes (Nuova unione popolare ecologica e sociale, ndr) che si è avvicinata alle ultime elezioni legislative a trionfare in Francia, è intervenuto in maniera per alcuni sorprendenti nella campagna elettorale italiana.

Della sua visita si parlava da giorni, alcuni media mainstream avevano lasciato intendere che l’arrivo fosse dovuto alla volontà di fare un endorsment al M5s di Conte, ma questo non è accaduto. Mélenchon ci ha tenuto a dire, sia dalla piazza, da cui ha parlato salendo su una sedia, sia poi davanti ai giornalisti e nelle trasmissioni televisive a cui ha partecipato, che la sua venuta era dovuta al fatto che in Italia è presente una lista elettorale il cui programma politico è identico al suo, ossia Unione popolare, guidata da Luigi de Magistris.

Confermando le proprie capacità di conquistare le folle, pur dovendo rivolgersi ai cittadini con l’aiuto di un interprete, quello che viene definito l’astro nascente della sinistra in Europa, nonostante la non giovane età, ha lanciato messaggi inequivocabili partendo da una parola in italiano: “Resistenza”. «Potevo restarmene nel mio letto in Francia mentre i compagni italiani stanno combattendo contro i fascisti?» ha domandato in maniera retorica.

E da lì, in una piazza attenta, a descrivere con cognizione di causa tanto le ragioni della sua amicizia con il portavoce di Unione popolare, la condivisione della battaglia per i beni inalienabili, primo fra tutti l’acqua, la centralità del pubblico e dello Stato, un’idea di Europa in cui non c’è spazio per le discriminazioni, per le “piccole patrie”, per la xenofobia e il razzismo. Un invito a non farsi ingannare né dalle sirene della destra di Meloni, «ve lo so dire perché noi conosciamo bene Marine Le Pen», né tantomeno dalle forze di sistema che non vogliono far altro che conservare i propri privilegi.

Mélenchon ha poi citato il grande patrimonio storico e culturale italiano da cui dichiara di aver appreso tanto: dall’umanesimo, dal movimento operaio e comunista, da Gramsci e da Pasolini. Ha incantato la folla che aveva già dimostrato di apprezzare de Magistris, raccontando di come la sua forza politica, partita dal nulla, sia riuscita, con un lavoro capillare, e certo lungo nel tempo, a conquistare non solo il voto ma anche il desiderio di partecipare alla vita politica dei giovani, delle classi popolari e delle persone più povere, affrontando temi e bisogni reali con parole chiare e senza accettare compromessi.

Il suo appoggio ad Unione popolare è stato da lui presentato come quasi scontato, naturale, considerando questa forza appena nata come fondata sugli stessi principi della Nouvelle union populaire francese. Ma se l’incontro in piazza è stato un momento dedicato a militanti e simpatizzanti – anche se, chi scrive, di persone venute con opinioni diverse per comprendere e ascoltare ne ha incontrate – è stata nell’atmosfera più pacata e puntuale della conferenza stampa di questa mattina che il leader transalpino ha potuto esplicare meglio il proprio pensiero. Reiterando la scelta di sostegno ad Unione popolare operata e grazie anche alle domande che gli sono state rivolte, ha parlato più approfonditamente sia delle aspirazioni della sinistra francese che delle prospettive della sinistra europea.

«Partiamo dai fondamentali – ha detto nel suo intervento introduttivo – la democrazia è dialogo, confronto, scontro a volte, ma spazio in cui si incontrano le opinioni divergenti. Io ricordo l’Italia in cui c’era un grande Partito comunista e una Democrazia cristiana che dibattevano e che rappresentavano due opzioni diverse per il Paese. Oggi, al di là di alcuni accenti, nessuno discute, tutti la pensano alla stessa maniera che è quella del sistema che sta distruggendo il pianeta intero. De Magistris pensa cose diverse, le vuole discutere. Non dico che debbano essere condivise ma per quale motivo nessuno si confronta con lui sui contenuti? Sulle sue proposte? Perché il Pd o il M5S che si dichiarano di sinistra non discutono con Unione popolare? Questa è la fine della democrazia».

E poi parlando del conflitto in Ucraina e condannando senza appello l’invasione russa ha esclamato, uscendo dagli ambiti italiani: «Intanto a me sembra serva maggiore chiarezza. Si abbia il coraggio di dichiarare di volere la pace oppure la guerra totale. Noi siamo sia contro la guerra totale che contro le guerre piccole, per noi la pace si deve ottenere in Ucraina come nei tanti conflitti che l’Occidente ha provocato. Serve coraggio e serve una scelta intelligente. Ma vi pare possibile continuare ad essere governati da incompetenti che prima applicano le sanzioni alla Russia e sei mesi dopo si preoccupano del fatto che queste mettono in ginocchio le economie dei Paesi europei? Non se lo aspettavano? Pensavano che la minaccia delle sanzioni avrebbe interrotto immediatamente l’invasione? Ora siamo nei guai, per colpa di questi incompetenti che non devono essere votati perché non sanno governare».

Una cartina di tornasole che bene illustra il pensiero di Mélenchon, condivisa dal portavoce di Unione popolare, riguarda il tema delle migrazioni: «Affrontare questa questione non è semplice ma servono dei presupposti condivisi. Il primo è che le persone non possono essere semplicemente respinte, il secondo è che il Mediterraneo non è un mare italiano o greco ma riguarda tutto il continente e non può rimanere un’immensa fossa comune nell’indifferenza di tutti i Paesi a partire da quello in cui vivo io fino a quelli nordici o all’Est Europa fascistizzata. Si possono cambiare le cose acquistando consapevolezza».

«Le persone fuggono dal proprio Paese per le guerre che finanziamo – ha aggiunto Mélenchon – a causa dei cambiamenti climatici di cui l’Occidente è principale responsabile e a causa dell’atteggiamento predatorio delle nostre economie nei Paesi nord africani e dell’Africa Sub Sahariana. Ma vi pare possibile che l’Europa decida quanto debbano essere larghe le maglie delle reti per la pesca per i Paesi del Nord Africa, in maniera tale che peschino solo alcuni pesci mentre altri li possono pescare solo le navi dei Paesi ricchi? Inevitabile che anche scelte del genere costringano le persone a migrare. Creiamo le condizioni per cui si possa scegliere di restare nel proprio Paese».

Il leader di Nupes ha poi ricordato come la Francia sia responsabile per la propria storia coloniale di tanti danni nel passato e nel presente. Ha parlato dei diversi Paesi interessati dal colonialismo francese, dal Mali al Chad, al Camerun, al Burkina Faso denunciando le interferenze nella loro vita democratica, le missioni militari a cui si succedevano bruschi ritorni a casa dei soldati senza nessun passaggio parlamentare o dibattito, i colpi di Stato che avvenivano senza che gli stessi servizi francesi impegnati in quei territori sembrassero accorgersene.

«Da francese mi vergogno enormemente della politica dei nostri governi in Africa – ha dichiarato – da francese vorrei che agli abitanti di quei Paesi venisse garantita la libertà di scegliere i propri governi senza interferenze economiche o politiche».

Tanti, insomma, i temi toccati e tante le proposte su cui Mélenchon ha chiesto di discutere partendo dal presupposto che la sinistra in cui lui era nato e cresciuto ha bisogno di rinnovarsi e di comprendere il XXI secolo con tutte le sue contraddizioni. Su una questione ha voluto essere netto: «Non so chi e perché abbia messo in giro la voce che sarei venuto ad appoggiare il signor Conte. Chi lo ha fatto non mi ha interpellato perché sarebbe stato smentito sin dall’inizio. Al Parlamento europeo ci sono state interlocuzioni con alcuni deputati del M5s ma non hanno portato a nulla. Anche loro sono nel sistema, non hanno una bussola e stanno con i potenti con cui hanno governato e con cui continuano a votare leggi anche in campagna elettorale. Non conosco Conte e sono venuto qui perché Luigi de Magistris e le persone che lottano con lui nell’Unione popolare sono credibili e rappresentano la parte migliore del Paese. Siete nati da poco ma avete un grande futuro davanti».

 

Tutto quello che stiamo concedendo a Giorgia Meloni

Per fortuna esistono media come Pagella Politica che si assumono la bega di andare a spulciare il passato, roba che qui da noi risulta indelicata e maleducata – chissà perché – in campagna elettorale. Così abbiamo l’opportunità di riscoprire comodamente che Giorgia Meloni contro le sanzioni alla Russia lo era fin dal 2014, quando dichiarava in Parlamento che quelle sanzioni fossero «inutili e masochiste» perché massacravano il mercato italiano. Perché conta ricordarlo? Perché una frotta di giornalisti inginocchiati (quelli che amano il potere, da qualsiasi parte provenga) oggi è impegnata a dipingere Meloni come la statista responsabile che sgrida Salvini e invece dicevano le stesse identiche cose.

Possiamo comodamente ricordarci quindi che il programma di Fratelli d’Italia per le elezioni europee del 2014 ci diceva che «l’euro e le sue regole si sono purtroppo rivelati un fattore di disgregazione dell’unità europea» e proponeva lo «scioglimento concordato e controllato dell’eurozona». Anche in questo caso lei e Salvini pari sono: accarezzano gli estremismi sperando (e spesso riuscendo) di potere incamerare i voti fingendo poi di normalizzare le posizioni. È un atteggiamento che non ha nulla a che vedere con la politica “matura” che leggiamo in giro. Anche in questo caso – vale la pena sottolinearlo – nessuno ha chiesto a Giorgia Meloni il perché di questa inversione a U, nessuno ha chiesto spiegazioni. Il voltafaccia le è concesso da una stampa collaborazionista anche con i politici più reazionari.

Ha dell’incredibile il fumus intorno all’irruzione sul palco di un attivista Lgbtqia+ salito a sorpresa sul palco durante un comizio di Giorgia Meloni a Cagliari: la leader di Fratelli d’Italia è riuscita a fare la figura della “progressista”. Giorgia Meloni si è opposta alle unioni civili con tutte le sue forze, declama lo slogan della “famiglia tradizionale” evidentemente contro le coppie gay (essendo lei non sposata è evidente che quello sia il suo obiettivo). Eppure Giorgia Meloni è riuscita a uscirne ancora più convincente per l’elettorato medio. Un trionfo di ipocrisia.

Potremmo (e dovremmo) anche ricordarci di Giorgia Meloni che è tutt’altro che “una responsabile energetica” (qui diventano responsabili e seri tutti quelli che sostengono una certa idea). Giorgia Meloni che oggi parla di “ideologia ambientalista” era la stessa che spingeva il referendum contro le trivelle. «Un referendum molto importante per la qualità del nostro ambiente e la difesa del nostro mare», diceva placida nel 2016.

Giorgia Meloni usa la stessa strategia di certo populismo di destra: passa una vita a votare “contro” e a assumere posizioni al limite del complotto per moderarsi improvvisamente nel tentativo di ricostruirsi una credibilità di cui non si è mai preoccupata. E noi, incredibile, glielo permettiamo e ci caschiamo.

Buon giovedì.

La Fondazione Gimbe analizza le proposte sulla sanità dei partiti in campagna elettorale

La pandemia Covid-19 ha progressivamente aumentato la consapevolezza sociale che un sistema sanitario pubblico, equo e universalistico rappresenta un caposaldo della nostra democrazia. «Se tuttavia inizialmente tutte le forze politiche convergevano sulla necessità di rilanciare adeguatamente il Servizio sanitario nazionale (Ssn) – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – con la fine dell’emergenza la sanità è “rientrata nei ranghi”, finendo di nuovo relegata ai margini dell’agenda politica». Di fatto, le criticità rilevate nel 2019 dal 4° Rapporto Gimbe sul Servizio sanitario nazionale sono ancora lontane dall’essere risolte e la pandemia, oltre a non aver mollato la presa, inizia a far vedere i suoi effetti a medio-lungo termine: ritardo nell’erogazione di prestazioni sanitarie, impatto del long-Covid, conseguenze sulla salute mentale, depauperamento e demotivazione del personale.

«Tra gestione della pandemia, attuazione del Pnrr, necessità di riforme strutturali, recupero delle prestazioni sanitarie e gestione ordinaria di oltre 130 miliardi di euro di spesa pubblica – spiega il presidente – la prossima legislatura sarà determinante per il destino del Ssn: per questo è indispensabile rimettere la sanità al centro dall’agenda di governo a prescindere dall’esito delle urne, perché il diritto costituzionale alla tutela della salute non può essere ostaggio di ideologie partitiche. Per tali ragioni, abbiamo ripetuto l’esperienza del 2018, realizzando un’analisi indipendente dei programmi elettorali sulle proposte relative a sanità, assistenza socio-sanitaria e ricerca biomedica».

L’analisi è stata condotta sui programmi elettorali depositati dai partiti entro il 14 agosto 2022 ai sensi della L. 165/2017 e pubblicati nella sezione «Elezioni trasparenti» del sito web del Ministero dell’Interno. Sono stati espressamente esclusi dall’analisi i programmi elettorali pubblicati sui siti web dei partiti, oltre che tutti i materiali divulgativi e le dichiarazioni degli esponenti politici.

Si riporta di seguito una sintesi delle proposte avanzate dalle principali coalizioni e schieramenti politici, rimandando al report integrale per la sintesi delle proposte dei partiti e per la valutazione delle singole proposte.

Pandemia Covid-19 e campagna vaccinale. Le proposte sulla gestione della pandemia riguardano interventi parziali: la coalizione di centrodestra punta su comportamenti virtuosi e adeguamenti strutturali. Azione-Italia viva su sanificazione ambientale, percorsi pandemic-free ed equipaggiamenti per le ambulanze; il Partito democratico sui sistemi di aerazione. Per prepararsi a future emergenze sanitarie +Europa e Azione-Italia viva propongono un’Agenzia nazionale di coordinamento e la coalizione di centrodestra di aggiornare i piani pandemici. «Di fatto – commenta Cartabellotta – la gestione della pandemia e della campagna vaccinale rimangono ai margini delle proposte elettorali, nonostante gli organismi internazionali di sanità pubblica suggeriscano a tutti i governi di predisporre piani di preparedness per il prossimo autunno-inverno».

Su pandemia e campagna vaccinale, invece, una pioggia di proposte da numerosi partiti minori e da Italexit per lo più in contrasto con il principio di tutela della salute pubblica: stop a obbligo vaccinale e green-pass, annullamento/risarcimento delle sanzioni amministrative, indennizzi per danni correlati alla vaccinazione, reintegro/risarcimento per i lavoratori sospesi, abolizione dello scudo penale per i medici vaccinatori, oltre all’istituzione di una commissione di inchiesta senza dettagli su metodi di indagine e composizione. 

Salute al centro di tutte le politiche. Solo Alleanza Verdi e Sinistra propone di inserire l’obiettivo “salute in tutte le politiche” e potenziare i servizi di prevenzione e tutela ambientale. 

Governance Stato-Regioni. Posizioni molto differenti che spaziano tra il ritorno alla gestione centrale della Sanità (Movimento 5 Stelle), all’estensione dei poteri esclusivi dello Stato (+Europa, Azione-Italia viva) sino all’attuazione del regionalismo differenziato (coalizione di centrodestra), proposto anche dal Partito democratico, previa definizione di alcune garanzie. Alleanza Verdi e Sinistra, invece, vuole “espellere” la sanità dall’autonomia regionale differenziata. «Seppur con differente enfasi – commenta Cartabellotta – il regionalismo differenziato appare dunque un obiettivo condiviso tra centrodestra e centrosinistra».

Finanziamento pubblico del Ssn. Da +Europa, Azione-Italia viva, Unione popolare la proposta di allinearlo alla media dei Paesi europei, da Italexit e Partito democratico quella di un generico rilancio e da Alleanza Verdi e Sinistra un piano straordinario di investimenti pubblici per l’ammodernamento strutturale e tecnologico della sanità pubblica. Azione-Italia viva propone di accedere al Mes. «Alle forze politiche che intendono rilanciare i fondi per la sanità – commenta Cartabellotta – utile ribadire che bisognerà invertire la tendenza sulla spesa sanitaria nel Def, visto che nell’attuale documento il rapporto spesa sanitaria/Pil decresce sino al 2025 toccando il 6,2%, ovvero al di sotto dei livelli pre-pandemia».

Livelli essenziali di assistenza (Lea). Solo Azione-Italia viva entra nel merito della metodologia di revisione dei Lea al fine di mantenere costantemente aggiornate le prestazioni offerte dal Ssn. Alleanza Sinistra e Verdi, Azione-Italia viva e Movimento 5 Stelle puntano su finanziamento, accessibilità e rimborsabilità delle terapie innovative e avanzate. Azione-Italia viva punta ad espandere i Lea per le malattie rare. Numerose proposte di inserimento nei Lea di nuove malattie o nuovi servizi non sempre in linea con le evidenze scientifiche, o addirittura in netto contrasto. «La classica strategia elettorale – commenta il presidente – che punta esclusivamente a raccogliere voti da specifiche categorie di malati».

Rapporto pubblico-privato. Pochissimi partiti affrontano il tema dell’integrazione pubblico-privato, con proposte generiche (Azione-Italia viva) o finalizzate ad espandere la sanità privata (Impegno civico).

Riduzione degli sprechi. Nessun partito ha formulato un piano organico in tal senso, anche se non mancano le proposte. Per ridurre l’eccesso di prestazioni inappropriate, Azione-Italia viva punta a contrastare l’antibiotico-resistenza e l’inappropriatezza prescrittiva dei farmaci. Per contrastare frodi e abusi Italexit e Movimento 5 Stelle mirano a ridurre le interferenze politiche nelle nomine dei direttori generali. Relativamente ai servizi e alle prestazioni sotto-utilizzate avanzate varie proposte generiche per rilanciare prevenzione e promozione della salute (+Europa, Alleanza Verdi e Sinistra, Azione-Italia viva, Di Maio) e la medicina predittiva (coalizione di centro-destra). Proposte anche per potenziare i servizi di salute mentale (Partito democratico), gli psicologi (Movimento 5 Stelle, Partito democratico) e i servizi per la salute delle donne (Alleanza Verdi e Sinistra). Sul potenziamento dell’assistenza territoriale convergono tutti i principali partiti (Alleanza Verdi e Sinistra, Azione-Italia viva, coalizione di centro-destra, Partito democratico) che, tuttavia, «se da un lato ricalcano spesso gli obiettivi già previsti dalla Missione Salute del Pnrr e dal DM 77/2022, dall’altro non tengono conto sia che la riorganizzazione delle cure primarie rimane ostaggio della riforma sui medici di medicina generale, sia che l’aggiornamento del DM 70/2015 sugli standard ospedalieri è rimasto al palo», precisa Cartabellotta. 

Assistenza socio-sanitaria. Numerosi partiti propongono in maniera generica di potenziare e/o investire sull’assistenza socio-sanitaria per anziani, persone fragili con disabilità e/o non autosufficienti, facendo riferimento all’assistenza domiciliare (+Europa, Alleanza Verdi e Sinistra, Azione-Italia viva), a quella residenziale (+Europa), all’integrazione in rete dei servizi sanitari e sociali (Alleanza Verdi e Sinistra, Azione-Italia viva). Molto numerose le azioni specifiche, ma estremamente frammentate e senza una visione di sistema. Tra le azioni normativo-istituzionali: riforma della non autosufficienza con incremento del finanziamento pubblico (Partito democratico); riforma per unificare, rafforzare e integrare la rete di servizi sociali e sanitari (+Europa); legge delega in tema di disabilità (Movimento 5 Stelle); istituzione del “Dipartimento per la terza età” e del “Garante dei diritti della terza età” (Azione-Italia viva). Propongono l’aumento delle pensioni di invalidità i partiti della coalizione di centrodestra e il Movimento 5 Stelle.

Personale sanitario. Solo +Europa propone di garantire programmazione, formazione, organizzazione e gestione del personale del Ssn con un quadro legislativo e finanziario coerente e incentrato su qualità e merito. Da numerosi partiti proposte generiche sulla necessità di potenziare il personale sanitario (+Europa, coalizione di centrodestra, Italexit). Alleanza Verdi e Sinistra propone l’assunzione di 40 mila operatori in tre anni; Azione-Italia viva-Calenda di semplificare le procedure per il riconoscimento di titoli di studio esteri per tutte le professioni sanitarie. Varie proposte per migliorare contratti e retribuzione (+Europa, Alleanza Verdi e Sinistra, Azione-Italia viva, Italexit, Movimento 5 Stelle). «A fronte di queste lodevoli intenzioni – commenta Cartabellotta – nessun partito, stando ai programmi depositati al Viminale, tiene conto che la prima azione politica per potenziare il capitale umano del Ssn consiste nell’abolizione dei tetti di spesa per il personale». Sui medici di famiglia Alleanza Verdi e Sinistra propongono il contratto dipendente; Italexit un aumento dei contratti di formazione per la medicina generale e il Partito democratico un nuovo “piano di assunzione” di Mmg. Sulle scuole di specializzazione i partiti della coalizione di centrodestra propongono un generico “riordino”; Azione-Italia viva e Partito democratico un contratto specifico di formazione-lavoro che superi il meccanismo delle borse di studio; Italexit di potenziare numero e importo delle borse di studio. A favore dell’abolizione del numero chiuso a medicina Italexit e Alleanza Verdi e Sinistra che lo chiede anche per gli infermieri, oltre al Movimento 5 Stelle, più in generale, per l’accesso all’Università. «Il “numero chiuso” – commenta Cartabellotta – in realtà è un “numero programmato”: la sua abolizione, oltre ad essere difficilmente attuabile per capienza degli atenei e disponibilità di docenti, in assenza di un parallelo incremento delle borse di studio per la specializzazione e per la medicina generale non risolve affatto la carenza di personale ed espande l’imbuto formativo, rischiando peraltro di alimentare il lavoro a basso costo e la fuga dei laureati verso l’estero».

Sanità integrativa. Alleanza Verdi e Sinistra propone di abolire i vantaggi fiscali per polizze assicurative sanitarie e fondi sanitari integrativi.

Informazione istituzionale. +Europa propone di attuare programmi di cultura scientifica nelle scuole e tramite i canali di informazione di massa.

Ricerca biomedica. Azione-Italia viva-Calenda propone di destinare almeno il 3% del Fondo sanitario nazionale alla ricerca, sostenere la filiera delle Scienze della vita e dei dispositivi e rimuovere gli ostacoli burocratici che rendono l’Italia poco attrattiva per le ricerche cliniche. Alleanza Verdi e Sinistra punta a potenziare la ricerca indipendente sui farmaci. Varie le proposte sulla ricerca in generale, senza riferimento specifico alla ricerca biomedica, con focus principale sull’incremento degli investimenti (Alleanza Verdi e Sinistra, coalizione di centro-destra, Di Maio, Movimento 5 Stelle, Partito emocratico).

Ticket. I partiti della coalizione di centrodestra propongono di estendere le prestazioni medico sanitarie esenti da ticket.

Liste di attesa. Numerosi partiti affrontano lo spinoso problema delle liste di attesa, ulteriormente allungate dai ritardi accumulati a causa della pandemia, ma solo due definiscono criteri quantitativi: Azione-Italia viva propone di ridurre entro un anno i tempi di attesa fino ad un massimo di 60 giorni per le prestazioni programmate e di 30 per tutte le altre; il Partito democratico si impegna a dimezzarli entro il 2027. Più genericamente, i partiti della coalizione di centrodestra propongono di ripristinare prestazioni ordinarie e procedure di screening rallentate dalla pandemia e di abbattere i tempi delle liste di attesa. «Nessun partito – commenta Cartabellotta – rileva che le difficoltà a recuperare le prestazioni ritardate a causa della pandemia sono prevalentemente da imputare alla carenza di personale, nonostante lo stanziamento di quasi 1 miliardo di euro e il piano di recupero delle liste di attesa varato dal Ministero della Salute».

Azioni internazionali. +Europa propone di rafforzare le competenze dell’Ue in materia di sanità pubblica con diverse azioni. Numerosi partiti minori e Italexit chiedono l’uscita dell’Italia dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Libertà di scelta terapeutica. Vari partiti minori e Italexit avanzano varie proposte sul tema: ove non ridondanti con norme attualmente in vigore, si tratta per lo più di azioni che contrastano il principio costituzionale di tutela della salute pubblica o di proposte anti-scientifiche.

«A fronte delle complesse sfide sulla sanità pubblica che attendono il nuovo esecutivo – conclude Cartabellotta – il nostro monitoraggio indipendente restituisce un quadro decisamente deludente. Se da un lato alcune tematiche (riforma della sanità territoriale, potenziamento del personale sanitario, superamento delle liste di attesa) sono comuni alle principali coalizioni e schieramenti politici, dall’altro per la combinazione di ideologie partitiche, scarsa attenzione per la sanità e limitata visione di sistema, le proposte sono frammentate, spesso strumentali, non sempre coerenti e senza alcuna valutazione dell’impatto economico. E, cosa ancora più inquietante, nessuna forza politica ha elaborato un adeguato piano di rilancio per la sanità pubblica, coerente con gli investimenti e le riforme del Pnrr, in grado di contrastare la privatizzazione al fine di garantire a tutti i cittadini il diritto costituzionale alla tutela del nostro bene più prezioso: la salute».

Il report “Elezioni politiche 2022. Monitoraggio indipendente dei programmi elettorali: sanità e ricerca biomedica” è disponibile a: www.gimbe.org/elezioni2022 

Buon mercoledì.

La politica fossile di Meloni mette a rischio la lotta al cambiamento climatico

«A 174 anni dal manifesto del comunismo di Marx, in Europa si aggira un altro spettro, quello dell’ambientalismo nella sua forma degenerata». Parola di Nicola Procaccini, uno degli uomini più vicini a Giorgia Meloni, responsabile nazionale del dipartimento Ambiente ed energia di Fratelli d’Italia, europarlamentare – attualmente indagato con le accuse di turbativa d’asta e induzione indebita a dare o promettere utilità, nell’ambito dell’inchiesta sulle concessioni demaniali a Terracina, la sua città natale.

Lo scorso 22 aprile, in occasione della Giornata mondiale della Terra, Procaccini ha presentato il “Manifesto dell’ecologia conservatrice”, ribadendo in questa occasione l’importanza dell’attenzione all’ambiente e del territorio da parte della destra italiana. Ma attenzione a non farsi illusioni, perché questa forma di rispetto non dovrà condurre «alla mortificazione delle attività economiche ma a un giusto equilibrio con i temi legati all’emergenza ecologica». Soprattutto, ci tiene a precisare il big di FdI, la Fiamma rifugge le posizioni ideologiche tipiche «di un certo ambientalismo di sinistra».

Servirebbe ricordare a Procaccini che spesso, a Bruxelles e Strasburgo, i gruppi della destra sovranista che siedono tra i banchi dell’europarlamento – di cui fanno parte anche il suo stesso partito e la Lega salviniana – hanno quasi sempre cassato le proposte per attuare le politiche ambientali ed energetiche contro il riscaldamento globale. E la loro eventuale vittoria alle elezioni del 25 settembre – molto probabile, secondo tutti i sondaggi – potrebbe mettere seriamente a rischio la lotta contro il cambiamento climatico.

Tuttavia, la strada per tener fede agli impegni europei di riduzione del 55% delle emissioni di gas serra al 2030 passa quasi sicuramente per un esecutivo a trazione sovranista, elezioni permettendo. La grande favorita a sostituire Mario Draghi a Palazzo Chigi sembra essere proprio la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che guida una coalizione di cui fanno parte anche la Lega di Matteo Salvini e Forza Italia di Silvio Berlusconi.

Ma che ne pensa la leader della destra italiana della questione climatica? Nel suo intervento alla conferenza programmatica di FdI dello scorso aprile, Giorgia Meloni non spende una parola contro la crisi climatica, e non perde tempo a incalzare Mario Draghi a chiedere all’Ue la revisione del Pnrr e dei suoi obiettivi ambientali e climatici definiti «irraggiungibili», figli di una strategia «poco intelligente» che sembra «scritta da Greta Thunberg». E riguardo ai combustibili fossili? Abbandonarli è “velleitario” secondo l’ex ministra della Gioventù.
Ma attenzione: non è che ai patrioti non interessi il tema, tutt’altro. Ma la sostenibilità ambientale può e deve essere coniugata con la sostenibilità economica al netto della “cieca ideologia green” che tutto blocca e impedisce.

Facendo riferimento alla mobilità elettrica, la leader di FdI chiede al suo uditorio se «vogliamo combattere l’inquinamento legandoci mani e piedi ai Paesi più inquinanti al mondo», ovvero la Cina da cui importiamo auto elettriche. Ovviamente non ci pensa nemmeno a far balenare l’idea di spronare gli imprenditori italiani a rinnovare la filiera automotive nazionale per renderla al passo con le sfide del XXI secolo. E sembra non saperne niente dei colossali investimenti europei sulle batterie e la mobilità elettrica.
All’interno del piano contro il cambiamento climatico, chiamato “Fit for 55”, che prevede la riduzione del 15% delle emissioni inquinanti dal mondo dei trasporti e dell’automobile entro il 2025, lo scorso 8 giugno il parlamento Ue ha approvato la proposta della Commissione Europea di vietare la produzione e la vendita di auto con motori termici a partire dal 2035.

Il testo è stato approvato con 339 voti favorevoli, 249 contrari e 24 astenuti. Tra gli oppositori i gruppi di estrema destra Identità e Democrazia (Id), di cui fa parte la Lega di Salvini (insieme ai francesi del Rassemblement National di Marine Le Pen, gli austriaci del Partito della Libertà e ai tedeschi di Alternative für Deutschland) e Conservatori e riformisti europei, di cui fa parte Fratelli d’Italia. A cassare la proposta sono stati anche alcuni membri del più moderato Partito popolare europeo, in primis gli italiani di Forza Italia.

Molto esemplificativo, in questo caso, è il discorso pronunciato in sede di discussione dall’eurodeputato leghista Paolo Borchia: il Commissario al green deal Frans Timmermans è definito “surreale”, mentre in realtà l’ambizione climatica maschererebbe «grossi interessi economici e un’overdose di ideologia». E le politiche green servirebbero non ai cittadini europei, ma alla Cina per «sferrare il colpo di grazia all’industria europea». Gli fa eco la compagnia di partito Isabella Tovaglieri: dopotutto, in questo momento «è davvero rischioso sacrificare le economie europee sull’altare dell’utopia ecologista della svolta verde».

La destra italiana ha dato il meglio di sé anche lo scorso 22 giugno, in occasione del voto per la riforma del mercato di carbonio e l’introduzione di un nuovo Fondo sociale per il clima, approvato grazie al sostegno dei principali gruppi parlamentari ma ovviamente osteggiato da Meloni, Salvini e dai loro omologhi europei. Per l’eurodeputata Silvia Baldassarre (Lega), le misure per il clima sarebbero una sorta di «autolesionismo politico» per l’Ue, mentre il Fit for 55 %, un pacchetto «che porterà a un aumento di tasse e bollette pur di rincorrere il solito idolo green a tutti i costi». Invece, per Raffaele Fitto (FdI) le posizioni pro-clima dello schieramento progressista sarebbero puro «furore ideologico».

È proprio sui grandi interessi economici e fonti inquinanti, che si vede, anche in sede di voto europeo, quanto sia ambientalista la destra italiana. Quando una parte del Parlamento europeo (socialisti, verdi e sinistra) hanno provato a fermare la “tassonomia” della Commissione Europea – che bollava come green gli investimenti in nucleare e gas – i gruppi di Meloni e Salvini si sono, ovviamente opposti.

In poche parole, la destra è contraria a qualsiasi intervento politico volto a incidere su una trasformazione del nostro sistema economico improntata alla transizione energetica ed ecologica. E, se il deputato leghista Claudio Borghi sostiene di voler «buttare a mare» il Green Deal europeo, Giorgia Meloni afferma che «l’ecologismo non si impone dall’alto» ma che bisogna cominciare a «difendere il proprio giardino». L’idea è che nessuna iniziativa dall’alto debba mettere a repentaglio le iniziative economiche predatorie dell’uomo.

All’ambientalismo di sinistra, incentrato sulla lotta contro la crisi climatica e i combustibili fossili, Meloni e soci contrappongono l’ecologismo del pensatore ultraconservatore britannico Roger Scruton (deceduto nel 2020), alfiere di un ambientalismo mistico che riprende l’antica triade di Dio, Patria e Famiglia, dove alla questione ambientale non viene data un’accezione globale, ma territoriale e identitaria, un concetto di protezione della natura reazionario, avulso dalle moderne politiche sulla riduzione delle emissioni e di contrasto al cambiamento climatico.

Il prossimo 25 settembre toccherà al popolo italiano scegliere tra il “globalismo ecologista” che si contrappone al negazionismo climatico opportunatamente mascherato da ambientalismo: da una parte c’è chi chiede la transizione ecologica, la riduzione delle emissioni, lo stop all’uso delle fonti fossili. Dall’altra quelli come Procaccini, secondo cui «davvero un certo ambientalismo pensa sia più importante difendere un cucciolo di foca rispetto al cucciolo custodito nel grembo di una donna?».
Elettori italiani, a voi la scelta.

Nella foto: Giorgia Meloni all’Assemblea dell’associazione industriali di Cremona, 6 ottobre 2020

Di Novaya Gazeta, Safronov e della difesa della libertà

Dmitrij Muratov, direttore della Novaya Gazeta, è uno che lascia squillare il telefono non avendo voglia di rispondere all’ennesima telefonata di accuse e di minacce e poi scopre che dall’altra parte del filo c’era l’Accademia di Svezia che lo informava dell’assegnazione del premio Nobel per la pace.

Quando è andato a ritirare il Nobel il direttore russo l’ha voluto dedicare ai sei giornalisti ammazzati dalla fondazione del giornale – era il 1993 – fino a oggi. Tra quei nomi c’è anche Anna Politkovskaja, una stella polare del giornalismo mondiale che questa guerra ha dato in pasto agli smemorati con eroi alterni, in base alle situazioni geopolitiche.

Novaya gazeta è un fulgido esempio del giornalismo come dovrebbe esser fatto, incurante del conveniente ma innamorato del proprio ruolo di cane da guardia dei poteri (tutti i poteri) che vedono i giornalisti come semplici ingranaggi della grancassa.

Anche per questo l’ordinanza con cui il tribunale di Mosca vieta la stampa e la vendita in territorio russo dello stesso giornale che ha raccontato la guerra in Cecenia, l’orrore di Beslan e la guerra in Ucraina è uno scempio che deve stare a cuore a tutti.

Il giornale aveva già sospeso le pubblicazioni a fine marzo, quando le regole volute dal Roskomnadzor, l’agenzia statale delle comunicazioni russa, avevano reso difficilissimo raccontare la guerra senza incorrere in sanzioni. Parte della redazione si era trasferita per sicurezza personale in Lettonia.

«Oggi abbiamo ucciso i nostri colleghi già uccisi da questo Stato per l’adempimento del loro dovere professionale – Igor Domnikov, Yuri Shchekochikhin, Anna Politkovskaya, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Natalia Estemirova, Orkhan Dzhemal», scrive nel suo editoriale il direttore Muratov.

Nello stesso giorno la Russia ha condannato a 22 anni in un carcere di massima sicurezza Ivan Safronov, consigliere del capo dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, giornalista ex corrispondente di Kommersant e Vedomosti. Safronov è colui che nel 2019 raccontò della vendita di jet russi al Cairo, sollevando un imbarazzo politico che si paga caro dalle parti di Putin.

Scrive Muratov: «Novaya gazeta non ha bisogno delle vostre carte. Era, è e sarà. Anche quando non c’è né questo potere, né questi giudici, né questi impiegati. Lo spirito libero soffia dove vuole e come vuole».

Per ora Novaya gazeta continua sul suo sito internet (finché riuscirà a farlo) e sarebbe curioso sapere cosa ne pensano i giornalisti e politici nostrani, di quello che accade.

Buon martedì.

Enrico Calamai: Nuove destre, nostalgici e neoliberismo, quante analogie inquietanti tra il Cile e l’Italia

Il colpo di stato in Cile dell’11 settembre 1973 e dopo due anni e mezzo un altro golpe in Argentina: il fascismo prende il potere nei due Paesi del Cono sur facendo strage di un’intera generazione di lottatori sociali. Sono solo due tasselli della più generale guerra messa in campo dalla Cia dalla fine del secondo conflitto mondiale per imporre il modello economico Usa e colpire ovunque l’affermarsi di governi popolari, socialisti o anche soltanto progressisti che quel modello rifiutano. In quel quadrante, in quegli anni, si trova ad operare il giovane diplomatico italiano Enrico Calamai.
Il vice console Calamai infischiandosene della direttiva del “quieto vivere” del governo italiano decide di “restare umano” mettendo in salvo centinaia di persone, prima in Cile poi in Argentina.
Per questa sua azione umanitaria si è guadagnato l’appellativo di “Schindler di Buenos Aires” anche se lui, con profonda umiltà, risponde che chiunque al suo posto avrebbe fatto le stesse cose…
Oggi Calamai è candidato al Senato nelle liste di Unione Popolare e da parecchi anni è impegnato nella difesa dei diritti dei migranti. È stato lui per primo a definire le vittime delle tragedie in mar Mediterraneo i “nuovi desaparecidos” e le politiche che gestiscono il fenomeno migratorio un “…sistema complesso di eliminazione che richiama il Plan Condor praticato in America Latina…”. Per provare a costruire un ponte tra due epoche e due Paesi che solo apparentemente sono lontani e all’indomani della bocciatura della nuova Costituzione cilena, abbiamo rivolto a Calamai alcune domande.

Enrico Calamai

Dott. Calamai cosa pensa dell’esito del recente referendum costituzionale in Cile? Il 62% dei cileni ha rifiutato la nuova Costituzione, a detta di molti la più avanzata al mondo e non a caso nata da una sanguinosa stagione di lotte sociali contro il liberismo selvaggio introdotto proprio da Pinochet.
Il trionfo del “rechazo” (no) è per me un colpo doloroso e difficile da analizzare. In mancanza di elementi di valutazione sulla situazione attuale in Cile, posso soltanto dire che questo rifiuto ricorda l’amara novella di Pirandello, del canarino che trova lo sportello della gabbia aperto, ma preferisce non volar via. Ci leggo il permanere di un’oscura paura di un popolo che ha conosciuto le stragi su cui si è costruita la dittatura di Pinochet e che teme di scoprire il riproporsi di quell’orrore senza paragoni, come reazione a ogni tentativo di mutamento per il meglio.

Le masse neoliberiste vivono d’altronde in una paura che viene continuamente inoculata…
Esattamente. Paura del terrorismo, paura della violenza, paura del caos economico, paura di perdere il lavoro e la libertà, paura di un’invasione di migranti… L’egemonia culturale della destra neoliberista ricorre continuamente a una rappresentazione falsata e violenta della realtà, in cui a contare è soltanto l’economia, mentre la politica resta una partita inevitabilmente giocata tra pochi e tentar di cambiarla, questa realtà, è un ballare sul bordo dell’abisso.
Come si risponde a tutto questo?
È difficile da dire. Certo in Cile c’è stato un movimento travolgente che ha saputo spazzar via quanto restava del pinochetismo. Costruire il nuovo risulta essere ancora più difficile, ma una risposta la politica che ha saputo liberarsi dall’ingessamento del passato dovrà pur trovarla. Con il superamento delle divisioni a sinistra, con una più realistica percezione delle forze in campo, con tutta la mediazione che sarà necessaria, ma una soluzione comunque esiste e un popolo finisce per trovarla.

Nel corso della sua esperienza diplomatica ha conosciuto e affrontato l’omertà dei governi rispetto a palesi violazioni dei diritti umani…pensa sia cambiato qualcosa rispetto alle vicende che l’hanno vista protagonista?
Rispetto alle vicende degli anni ’70 i governi italiani avevano una maggiore preoccupazione in materia di diritti umani anche se questa preoccupazione era subordinata a trovare il modo di salvaguardare il ritorno economico e commerciale. Nascondendo quello che stava accadendo non si voleva cioè turbare l’opinione pubblica. Credo che dopo la caduta del muro di Berlino anche quest’ultimo scrupolo è stato spazzato via. Oggi non mi pare che i governi italiani e nemmeno quelli occidentali in generale abbiano una particolare sensibilità rispetto alla violazione dei diritti umani.

Siamo in campagna elettorale, il Pd di Letta punta tutto, ancora, sulla alterità rispetto alle destre. Secondo lei, in particolare sulla questione dei migranti, è possibile rintracciare questa differenza?
No, non c’è nessuna differenza. La differenza è solo di linguaggio. Minniti (ex ministro interni Pd, ndr) ha aperto ai memorandum con la Libia che sono in realtà una delega affinché i libici facciano il lavoro sporco per eliminare i migranti. Ma questa operazione non è stata sbandierata, è stata tenuta un po’ nell’ombra. Poi è arrivato Salvini che ha dato la massima pubblicità a questa azione politica diretta ad impedire gli sbarchi a qualunque costo. Poi è arrivata Lamorgese che ha continuato a fare come Minniti e Salvini ma sotto traccia, senza dichiarazioni roboanti. E’ cambiato l’abito, non la sostanza.

Madeleine Albright, democratica statunitense con importanti ruoli di governo, disse candidamente che la morte di 400mila bambini iracheni a causa delle sanzioni occidentali furono il prezzo da pagare per vincere la guerra. Il mondo occidentale sembra egemonizzato da due forme di suprematismo: uno apertamente razzista ed uno più subdolo e “politaclly correct”. La morte di migliaia di migranti nei lager libici voluti dal governo a guida Pd e poi rifinanziati da tutti i governi successivi sono il “prezzo da pagare” per vincere una guerra? Quale?
Non c’è nessuna guerra. Non c’è nessuna invasione. C’è un mondo in cui l’occidente ha un ruolo saccheggiatore, di sfruttamento, di assorbimento delle risorse specialmente energetiche ma non solo. Un ruolo dove l’occidente gestisce a volontà dittature, regimi, guerre, guerre civili…Tutto questo, unito ai cambiamenti climatici indotti dal modello produttivo dominante porta ad una conseguenza: la fuga dal proprio Paese è una necessità strutturale, la gente è costretta a migrare per sopravvivere e quindi è costretta a muoversi verso l’Europa. L’Europa neoliberista non li vuole e li elimina. Ma li elimina in modo che non si veda. Li elimina non diversamente da quanto fatto in Argentina con i desaparecidos, in modo incongruo rispetto alle alte dichiarazioni di valori democratici e di civiltà, li elimina in modo che l’opinione pubblica possa andare avanti dicendo di non sapere oppure di sapere e non sapere allo stesso tempo…Non molto diverso nemmeno da quanto succedeva nell’Europa nazi-fascista con la caccia agli ebrei.

Parliamo ancora di “prezzi da pagare”: il segretario generale della Nato Stoltemberg ha dichiarato che questo inverno l’Europa pagherà un prezzo molto duro per il sostegno all’Ucraina. Chi pagherà davvero questo prezzo? Per ottenere quali risultati? Letta cinque mesi fa diceva che le sanzioni avrebbero piegato il governo russo in pochi giorni…
Tanto per cominciare dobbiamo dire che siamo direttamente coinvolti in un teatro di guerra. Una guerra che però non riguarda il popolo italiano, una guerra voluta dalla Nato e sostanzialmente dagli Stati Uniti. L’Europa si trova in mezzo a questo confronto senza una politica lucida, razionale e consapevole: invia armi e applica le sanzioni pensando di esorcizzare i pericoli che la situazione comporta, pensando così di mantenere aperta l’emorragia che la continuazione della guerra comporta per la Russia ma che evidentemente non è sufficiente a piegarla. Hanno deciso di entrare in guerra con la Russia che è il principale fornitore di prodotti energetici. E questo evidentemente ha delle conseguenze. Il prezzo di cui parla Stoltemberg non lo pagherà lui anche se usa il “noi”, lo pagherà la maggioranza della popolazione europea trascinata in un’economia di guerra e già travolta dal caro vita e dalle speculazioni sui prezzi. Ma pagherà anche l’Europa come costruzione perché si trova a diventare marca di frontiera tra due superpotenze con gli Stati Uniti sempre più bellicosi e la Russia provocata da decenni di espansione Nato.

Cosa dovrebbe fare l’Italia per sganciarsi da questa guerra tra superpotenze il cui esito potrebbe essere una escalation nucleare fuori controllo?
Le rispondo col programma di Unione Popolare. L’Italia può e deve fare di tutto per riaprire una fase negoziale e di trattativa sulla guerra in Ucraina e più in generale sul disarmo convenzionale e nucleare. Per fare questo però è necessario proporsi con atti concreti di distensione: fermare l’invio di armi, uscire dalle sanzioni alla Russia che non sono servite a niente se non ad impoverire noi stessi, ritirare soldati e mezzi dal fianco est della Nato, liberarsi delle bombe atomiche statunitensi che teniamo sul nostro territorio nazionale. Solo con questi atti concreti l’Italia potrà prendere l’iniziativa e promuovere una conferenza internazionale di pace qui a Roma coinvolgendo tutti gli attori regionali. Ma è chiaro che se noi continuiamo ad armare il confine con la Russia non possiamo che aspettarci la stessa cosa dall’altra parte.

Dobbiamo completamente invertire la rotta?
Dobbiamo. L’Italia può e deve diventare protagonista della distensione anche con una campagna affinché l’Onu si liberi dai veti incrociati e diventi finalmente sede riconosciuta e rispettata di una sicurezza globale condivisa. Se non si agirà in questo senso, al più presto e con determinazione, l’escalation in corso potrà trasformarsi in un conflitto mondiale in grado di cancellare l’umanità dalla faccia della terra.

Tra Fiano e Rauti

Emanuele Fiano è figlio di Nedo, rimasto orfano a diciotto anni con la matricola A5405 a Auschwitz. La famiglia Fiano venne sterminata perché ebrea, Nedo ha partecipato a centinaia di incontri nelle scuole. «Porto con me l’odore, il buio, l’orrore e la ferita di quel tempo lontano. Lotto ancora e recito la parte di un uomo comune, come tanti altri. Ma sento spesso un inferno dentro, anche se cerco di apparire sereno e felice», raccontava.

Emanuele Fiano non è solo figlio di Nedo. Emanuele Fiano è uno di quei parlamentari che non è caduto nell’irresistibile tentazione di normalizzare l’indicibile e di annacquare l’antifascismo. Crede nella reale applicazione della legge Mancino (che per troppi, anche nel presunto centrosinistra, è semplicemente una raccomandazione ornamentale in memoria del tempo passato), indica il razzismo chiamandolo per nome.

Isabella Rauti è figlia di Pino. Pino Rauti è stato un neofascista della primissima ora. Subito dopo l’avvento della repubblica si è impegnato a ricostruire l’estrema destra sia istituzionale (con l’Msi nel 1946) sia d’azione (con la rifondazione, agli inizi degli anni 50, dei Far – Fasci di azione rivoluzionaria). I Far erano la destra estrema dell’estrema destra italiana. Filonazisti dichiarati si distinsero durante la loro breve vita per due attentati, uno al ministero degli Esteri ed uno all’Ambasciata Americana di Roma, entrambi nel 1951. Nel relativo processo per i due attentati gli appartenenti ai Far furono tutti condannati. Tutti tranne tre: Evola, Erra e Pino Rauti. Ha fondato l’organizzazione Ordine Nuovo. Rauti fu indagato per le stragi di Piazza Fontana a Milano e Piazza della Loggia a Brescia. Da assolto Rauti stesso rivendicava “la responsabilità morale delle stragi”. Poi anche Rauti è stato “normalizzato” da Silvio Berlusconi (che ha responsabilità enormi sullo sdoganamento del fascismo, ma ce ne siamo già dimenticati).

Fiano e Rauti in politica provano a trasmettere i valori dei propri padri. Lo ripetono entrambi. Sono candidati, l’uno contro l’altro, nel collegio di Sesto-Villa Pizzone-Legnano che copre anche la zona nord di Milano città, Cinisello e Paderno Dugnano. Collegio uninominale: chi prende più voti viene eletto. Isabella Rauti ha però un comodo paracadute in collegi plurinominale offerti dal partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia. Per capire il senso della sfida si può raccontare un episodio recente. Rauti chiede il voto perché «Sesto San Giovanni non torni ad essere la Stalingrado d’Italia» e lo dice con l’ignorante formuletta di chi spande anticomunismo senza conoscere la storia. Fiano le risponde: «Quel titolo Sesto l’ha guadagnato per la similitudine con la città industriale del Volga per la resistenza, poi vittoriosa ai nazisti. Stessa cosa che fece Sesto, fin dal 1943, nelle sue fabbriche e nei suoi quartieri, pagando un prezzo atroce con deportazioni nei campi di sterminio, fucilazioni, torture e violenze e ricevendo per questo, la Medaglia d’oro per la Resistenza. Quando ci vedremo, davanti alla Parrocchia di Santo Stefano, che fu sede del Cnl cittadino, avrò modo di raccontare a Isabella Rauti questa grande ed emozionante storia. La aspetto».

Cosa accade? Che i seguaci di Meloni (e di rimbalzo di Isabella Rauti) ricoprono Fiano di insulti antisemiti e qualcuno scrive: «Un confronto con te si dovrebbe fare solo davanti a un buon forno acceso». Si tratta di “odio dei social”? No, no. È il profumo di impunità per topi che escono dalle fogne. Fratelli d’Italia simula qualche spicciolo di solidarietà (sono diventati bravissimi a fingersi educandi in attesa di mettere le mani sul potere) e invita a «non parlare di storia del ‘900». Come se noi non fossimo la nostra storia.

Io non ho condiviso alcune posizioni di Fiano nella sua carriera politica. Chi ci legge sa quanto siamo critici con il Partito democratico (e anche su questa candidatura, ne parleremo a tempo debito) ma ogni volta che penso alla sfida di Sesto San Giovanni mi prende la sensazione del limite del dirupo a cui siamo arrivati. Decenni di antifascismo spolpati da un centrosinistra sempre timido (se non addirittura connivente) e una destra che ancora oggi viene chiamata “centrodestra” (solo da noi) sempre alla ricerca delle “anche cose buone”. Non posso non pensare che la sfida tra Fiano e Rauti sia una spaventosa carta tornasole di questo tempo. E mi dico: noi siamo ancora quel Paese in cui vince Fiano in quel collegio, vero?

Buon lunedì.

NRG Bridges: improvvisazione jazz, energia, pensiero

Per fare qualcosa di vero l’unico mezzo è essere se stessi. Parola di NRG Bridges, una formazione davvero particolare: un trio strumentale di soli fiati, nato dalla collaborazione tra uno dei grandi senatori del jazz in Italia, il clarinettista e polistrumentista Gianluigi Trovesi, ed i NovoTono, il duo dei fratelli Adalberto ed Andrea Ferrari: tre artisti di tre generazioni diverse, che mettono in comune clarinetti e il sassofono, in un progetto basato su di un interplay tanto fitto quanto profondo.
Il loro album pubblicato dalla Parco della Musica Records, Intertwined Roots, e registrato presso Artesuono di Stefano Amerio, si presenta come una serie di racconti, dal taglio quasi cinematografico, nel quale ciascun titolo nasce dall’ambizione di rappresentare il dipanarsi di una storia spingendo l’ascoltatore a viaggiare con la propria fantasia.
Radici intrecciate che si uniscono per dare vita ad un solo albero, è forse questa l’immagine più adatta ad esprimere il lavoro del trio, a partire dalle esperienze comuni ai tre musicisti, dalla loro formazione clarinettistica classica fino al lavoro di ricerca di nuovi e diversi mondi musicali, una ricerca sempre alimentata dalla linfa vitale di un terreno ricco di diversità, come ci racconta Adalberto Ferrari.
«Diciamo che NovoTono ha sempre avuto nel proprio Dna e nella propria mentalità artistica l’idea dello sviluppo e dell’evoluzione del linguaggio attraverso lo scambio e la contaminazione con altre modalità espressive pur mantenendo una propria e forte caratteristica identitaria».
Il trio nasce quindi con questa concezione dell’esperienza musicale, ovvero quella di costituire un’ identità nuova che fosse però l’integrazione e lo sviluppo delle idee di ciascuno dei componenti?
È evidente che ciò richiede una notevole preparazione, disponibilità ed apertura mentale, nonché una vera e propria unità di intenti. Il pensiero individuale deve essere finalizzato a comprendere a fondo le idee ed i ruoli di ciascun “attore”, a svilupparli in relazione alla propria individualità ed espressività; in tal senso l’unione di NovoTono con Gianluigi Trovesi si è presentata sin da subito molto “centrata”.
Il duo NovoTono si è confrontato in questo caso con uno degli esponenti “storici” più illustri del Jazz in Italia, aprendo un confronto “generazionale”, con Gianluigi Trovesi, come è nata la vostra collaborazione?
Effettivamente la forte intesa che si è creata nell’ensemble, ci ha consentito di definire un terreno comune e “fertile” che ha costituito, e costituisce tuttora, un’area di confronto e di collaborazione», dice Adalberto Ferrari, con Andrea. «Sebbene ognuno di noi abbia un proprio modo di agire una propria storia ed una propria personalità, si tratta proprio di alimentare il confronto utilizzando le risorse di ciascuno per creare un’integrazione tra le differenti modalità espressive. La diversità diventa così una ricchezza imprescindibile.
Il dialogo serrato tra i protagonisti in campo ed una sorta di “contrappunto continuo” è il segno distintivo di questa musica, nella quale l’improvvisazione ha un ruolo decisivo con un equilibrio “dinamico” tra parti scritte e parti improvvisate.
L’idea è quella di non tracciare mai una linea di separazione fra ciò che è parte scritta e improvvisazione. Nelle parti scritte usiamo molto quella parte di imprecisione tipica della scrittura musicale per poterla interpretare in modo libero – ma sempre coerente all’idea compositiva – allo stesso tempo nelle parti destinate all’improvvisazione sfruttiamo l’idea iniziale per portare il viaggio sonoro negli spazi che più ci interessano in quel preciso istante. Spesso le parti scritte possono diventare parzialmente improvvisate e viceversa molte idee improvvisate diventano nel tempo elementi fissi. Sostanzialmente non c’è davvero una parte più importante tra scrittura e improvvisazione.

L’empatia ed il rapporto umano tra i musicisti coinvolti resta l’elemento imprescindibile per la riuscita del progetto?

Con NovoTono abbiamo lavorato per molti lunghi anni prima di proporci al pubblico e continuiamo a lavorare a fondo, questo perché ci interessa sempre capire chi siamo davvero, potremmo dire- approfondisce Ferrari – che ci piace trovare quello che dell’uomo c’è nell’arte che fa, il che sembra la cosa più semplice e naturale, ma in realtà è davvero complicato. Bisogna conoscere quanti più linguaggi musicali possibili, approfondire, elaborare per poi dimenticare ciò che si è imparato per poter suonare liberamente, ed avere una tecnica strumentale e un suono che supporti le proprie idee». Ma non solo. «Occorre anche ascoltare, per poi approfondire la conoscenza di se stessi anche al di là della musica, sapersi mettere in relazione con gli altri e saper lavorare davvero in interplay, in un lavoro continuo che richiede anni di studio.
Per fare qualcosa di vero l’unico mezzo è essere se stessi e questo, come detto, è davvero un grosso e lungo lavoro».
IL progetto prevede ulteriori sviluppi?
Abbiamo tante cose in cantiere che si definiranno nel tempo; come NovoTono stiamo lavorando da parecchi mesi ad una nuova idea progettuale, credo entreremo in studio di registrazione nella seconda metà del 2022.
Stiamo anche confrontandoci con molti artisti di tutte le estrazioni, musicisti e non, per poter crescere e non fossilizzarci : fermarsi sulle proprie convinzioni e conoscenze crediamo sia davvero perdente.