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Quello scippo di parlamentari a danno del Mezzogiorno

Il taglio dei parlamentari a seguito del referendum del settembre 2020, fortemente voluto dal Movimento 5 stelle, unito all’attuale e deleteria legge elettorale, priva i territori del Mezzogiorno di una rappresentanza parlamentare degna di questo nome. Già lo avevamo previsto su queste pagine. Il Partito consociativo del Nord non si accontenta più di sfruttare il Mezzogiorno, di opprimere i suoi cittadini con i tanti, continui, scippi di fondi, ma adesso occupa, esautora e soppianta con propri candidati paracadutati in collegi “sicuri” da altri territori del Centro-Nord, anche le liste elettorali, proprio come si fa con una colonia, con l’effetto che i cittadini di molti territori del Sud resteranno senza una propria rappresentanza politica territoriale diretta. A meno che non si pensi davvero che un Franceschini, un Salvini o una Boschi, fra gli altri, abbiano a cuore e conoscano le problematiche dei territori nei quali sono stati paracadutati.

Analizziamo le conseguenze per il Mezzogiorno della riduzione dei parlamentari, in quello che potrebbe essere l’ultimo imbroglio, forse quello definitivo, per il Sud ed i suoi cittadini, approfondendo la spaccatura già presente nel Paese. La densità di popolazione, parametro per l’assegnazione del numero dei seggi alla Camera e al Senato, al Sud è più bassa che al Nord, mentre la desertificazione demografica causata dall’emigrazione cresce di anno in anno. La conseguenza è che il Sud, in un Parlamento ridotto, avrà un peso politico ancora minore del precedente.

Sicilia e Sardegna, ad esempio, avranno una più pesante riduzione dei rappresentanti in termini percentuali al Senato rispetto ad altre Regioni a Statuto speciale come il Trentino Alto Adige e la Val d’Aosta. La Basilicata e l’Umbria subiscono il taglio maggiore al Senato, i rappresentanti passano dagli attuali 7 a soli 3 (-57,1%) e qualsiasi partito sotto il 20% dei voti non eleggerà alcun rappresentante, inoltre visto che il Senato è eletto su base regionale, la Sardegna finisce per avere un senatore ogni 328mila abitanti, mentre il Trentino-Alto Adige uno ogni 172mila (a causa della legge che taglia i parlamentari, che tutela particolarmente la rappresentatività delle province autonome di Bolzano e Trento, ndr) rendendo evidente la sperequazione per cui il voto di un cittadino trentino vale il doppio di quello di un cittadino sardo.

Bisogna poi considerare che, in linea generale, gli attuali collegi sono diventati grandissimi, soprattutto al Senato, e che con la riduzione dei seggi il rischio, o meglio la certezza, è che solo il maggior partito riuscirà ad eleggere, soprattutto nelle regioni più piccole, così con questo meccanismo mancherà una rappresentanza di tutte le opposizioni al Senato non solo in Basilicata e Umbria, ma anche in Calabria, Abruzzo, Sardegna oltre a Liguria, Friuli, Marche, Umbria e Trentino.

Inoltre la riduzione degli eletti al Sud comporterà una loro minore autonomia, visto che sui pochi eletti graverà una maggiore pressione dei gruppi di potere economico e delle varie lobby, che come è noto sono concentrate al Nord. In altre parole, i già minori eletti del Sud saranno sottoposti a pressioni di ogni tipo per spingerli a scelte che spesso potrebbero essere contro l’interesse dei territori che devono rappresentare, inoltre l’inevitabile riduzione degli eletti del territorio a favore dei paracadutati sposterà ulteriormente il piatto della bilancia politica e di rappresentanza verso Nord.

Dunque, considerato che il numero dei seggi è minore di prima e che le liste dei candidati sono, come si è visto, compilate dalle segreterie di partito, e fatta salva la buonafede di tutti, la domanda che si pone è: sono stati candidati, al Sud come al Nord, i personaggi più autonomi, quelli che maggiormente possono fare gli interessi dei propri elettori oppure il rischio è quello che siano stati candidati quelli più propensi ad obbedire alle direttive del partito, a maggior ragione di fronte all’evidenza che, come visto, solo i maggiori partiti avranno possibilità di eleggere? Forse sarebbe stato il caso di procedere, parallelamente alla riduzione dei parlamentari a seguito del referendum, ad un ritorno ad una legge elettorale proporzionale, così come aveva detto durante la campagna referendaria l’allora segretario del Pd Zingaretti, ma purtroppo le cose non sono andate così.

Stupisce che l’artefice primo di questa manovra di riduzione dei parlamentari e di rappresentanza sia proprio il M5s che al Sud ha avuto un grande risultato alle ultime elezioni del 2018. L’ennesima giravolta, dopo il governo con la Lega, che mortifica i territori del Sud e ne tradisce le aspettative.

Ciliegina sulla torta in questa sottrazione di rappresentanza è il fatto che, non potendo comunque vietare il voto ai cittadini meridionali, lo si impedisce nei fatti ad oltre 4,9 milioni di cittadini “fuori sede”, cioè domiciliati in Italia ma che per motivi di studio, lavoro o perché devono curarsi, hanno momentaneamente il domicilio lontano dal Comune di residenza. Infatti, mentre un italiano che vive all’estero può votare con facilità, uno studente, un lavoratore, un malato in Italia deve necessariamente tornare al Comune di residenza per poter esprimere il suo voto. Inutile dire che la stragrande maggioranza di questi cittadini, privati così di un diritto costituzionale, sono meridionali.

Una vergogna indegna di un Paese civile che (a chiacchiere) si definisce democratico. L’ennesima evidente prova di una sottrazione di rappresentanza voluta e dettata da un razzismo di Stato che opprime da decenni il Mezzogiorno, tramutato così sempre di più in una colonia interna in cui larga parte dei cittadini non hanno, nei fatti, nemmeno più il diritto di voto. Politicanti e media mainstream come sempre diranno dopo le lezioni che nel Mezzogiorno l’astensionismo è molto alto, segno di un disinteresse per la politica. Insomma al danno si aggiungerà come sempre la beffa del pubblico ludibrio.

Ecco perché per il Sud si prepara l’ennesimo scippo. Uno scippo di rappresentanza e di democrazia che prelude consequenzialmente all’ennesimo furto di risorse.

 

* In foto: il ministro della Cultura Dario Franceschini, candidato al Senato nel collegio di Napoli nella lista del Pd

L’autore: Natale Cuccurese è presidente del Partito del Sud

Quello sguardo di Godard che ha segnato la storia del cinema

«Signor Parvulesco, qual è la più grande ambizione della sua vita?»
«Divenire immortale… e poi morire» (dialogo dal film A boute de souffle – Fino all’ultimo respiro)

È scomparso ieri, 13 settembre, all’età di 91 anni, Jean-Luc Godard, cineasta tra i più importanti della storia del cinema e tra i maggiori esponenti della Nouvelle Vague, insieme a Éric Rohmer, François Truffaut, Claude Chabrol e Jacques Rivette, con i quali condivide anche la critica militante e appassionata sui Cahiers du Cinéma (dove si firma, inizialmente, con lo pseudonimo di Hans Lucas). E furono proprio loro a infondere alla rivista l’impronta audace e battagliera che – da un certo momento in poi – contraddistinguerà le sue pagine. In quel periodo, il giovane critico frequenta i corsi di filmologia alla Sorbona, il più delle volte disertati per recarsi nei cineclub parigini del Quartiere Latino. Successivamente, insieme a Jean-Pierre Gorin e Gérard Martin, darà vita al collettivo Dziga Vertov, coraggioso promotore di un cinema di ricerca, militante e rivoluzionario.

Jean Luc Godard al festival di Cannes, 15 maggio 2001

«A mio avviso, il cinema è, allo stesso tempo, spettacolo e ricerca»: queste le parole di Godard in apertura della conferenza stampa indetta dai Cahiers il 16 febbraio 1968 e presieduta dal regista stesso, a difesa del ruolo preminente di Henri Langlois, da poco destituito dal ruolo di direttore tecnico e artistico della Cinémathèque.
Raffinato cineasta, Godard rivendica, fin dal suo primo lungometraggio, A boute de souffle (1960) – una personale e originale ricerca sul cinema, legata a una profonda e sempre rinnovata riflessione sul linguaggio. Mediante uno sguardo che privilegia la modalità di rappresentazione al racconto, marginale ed essenziale: un cinema antinarrativo, pionieristico nel sovvertire le norme codificate del découpage classico che ponevano in primo piano la linearità della storia. È nella modernità del suo sguardo che scorgiamo la portata innovativa e rivoluzionaria del suo cinema, nelle scelte stilistiche, nell’indagine minuziosa della realtà, dei corpi e del loro movimento, nell’attenzione al dettaglio. Pensiamo ai numerosi jump-cuts del suo primo film, veri e propri salti temporali che creano discontinuità all’interno dell’inquadratura.

Andrà sempre più a fondo con le successive pellicole – Vivre sa vie (1962), Le Mépris (1963), Une femme mariée (1964) in particolare – dove il singolo piano è costruito in modo tale da frammentare lo spazio e finanche il corpo dei personaggi; fino ad arrivare al rifiuto del campo/controcampo in Masculin féminin (1966), nel quale viene ratificata la violazione alla norma come segnale di poetica e, conseguentemente, rivendicata una sempre maggiore libertà di sperimentazione, anche nel rapporto tra visivo e sonoro. Fino ai più recenti e complessi Tout va bien (1972), ultimo film nato all’interno del collettivo Dziga Vertov, Passion (1982) e Nouvelle Vague (1990).

In primo piano i corpi femminili, sfuggenti nella loro totalità, come in Une femme mariée, dove il corpo nudo della donna viene maggiormente scomposto per inquadrarne dapprima le gambe, le mani, la schiena, fino ad arrivare al volto.
«Il cinema, diceva André Bazin, sostituisce al nostro sguardo un mondo che si accorda ai nostri desideri. Questo film è la storia di questo mondo», è quanto dichiarato all’inizio del film Le Mépris (nella sua versione originale, non in quella italiana, tristemente rimaneggiata). Qui, sono i piani sequenza e le composizioni geometriche nate dall’incontro del corpo di Camille (Brigitte Bardot) con quello di Paul (Michel Piccoli), all’interno della villa – che sembrano rievocare, anche per i colori utilizzati, le tele di Mondrian – a permettere a Godard di esplorare lo spazio in libertà.

Tra le scene iconiche realizzate dal regista francese, pensiamo all’indimenticabile corsa, all’interno del Louvre, dei protagonisti del film del 1964, Bande à part, che ha ispirato registi come Tarantino e Bertolucci. E ancora, a Michel (Jean-Paul Belmondo) e Patricia (Jean Seberg) lungo gli Champs-Élysées, o nella camera dell’Hotel de Suède dove la donna gioca con il proprio volto riflesso allo specchio.

Leone d’oro alla carriera nel 1982 e Oscar alla carriera nel 2011 (tra i numerosi riconoscimenti) Godard ha costantemente perseguito, nella sua ricerca cinematografica, il rapporto tra pensiero e linguaggio, unitamente a quello che lo lega alle altre arti.
Il drammaturgo e poeta tedesco Heiner Müller, ricordando il suo soggiorno a New York nel 1975 – quando guardò per settimane intere film americani, provando infine una sorta di repulsione per questa mentalità di action e plot – scrive: «Ad un certo punto ci fu una retrospettiva su Godard e mi sembrò di respirare, perché all’improvviso vidi di nuovo film che avevano a che fare con il pensiero, che producevano un’eccedenza di idee».

L’unico tetto di cristallo che sfondano è quello delle prebende

L’Italia è nel mezzo di una tempesta economica, immersa in una crisi energetica e con lo spettro di una recessione. Proprio qui dentro un decreto che si chiama “Aiuti bis” spunta il via libera per stipendi sopra ai 240mila annui per una serie di figure apicali della pubblica amministrazione. Non hanno avuto nemmeno la decenza di pensare a un ulteriore tetto. Nulla. Si fa solamente riferimento al «limite massimo delle disponibilità del fondo» per le esigenze indifferibili istituito presso il Mef, che ha una dotazione annua di 25 milioni.

Da Palazzo Chigi “filtra disappunto” – perché parlarne chiaramente mettendoci la faccia forse avrebbe sgualcito la capigliatura – scaricando la colpa sui partiti: «Dinamica squisitamente parlamentare», dicono. Il governo che scarica le responsabilità sul Parlamento è un’altra caratteristica dello sfaldamento di fine legislatura.

Dice il Pd che si tratta di un emendamento «di Forza Italia riformulato dal Mef, come tutti gli emendamenti votati oggi con parere favorevole». Matteo Renzi spiega giustamente: «Quello è un tetto che avevo messo io, oggi il governo ha fatto questa riformulazione e non avevamo alternativa che votarlo per evitare che saltasse tutto e saltassero 17 miliardi di aiuti alle famiglie». L’Ansa però scrive che l’emendamento è stato votato in commissione, prima dell’approdo in Aula, da Pd, Fi e Italia viva. Astenuti Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 stelle. Subito dopo fonti Pd fanno sapere nelle commissioni riunite al Senato (Bilancio e Finanze) l’emendamento «è stato votato da tutti». In Aula invece si sono registrate poi le astensioni di Fdi, Lega e M5s.

Le giurista ed editorialista Vitalba Azzollini giustamente fa notare che «Mattarella potrebbe non firmare la legge di conversione del decreto-legge contenente l’emendamento relativo al tetto agli stipendi dei manager pubblici, in quanto contenente norma disomogenea rispetto alla materia del decreto (sentenza Corte Costituzionale n. 3/2015)».

Così, a pochi giorni dal voto, possiamo gustarci tutti i sermoni sulla “disaffezione dalla politica” fingendo di non sapere perché accada.

Buon mercoledì.

Rischio guerra nucleare, a che punto siamo

Il pericolo di una guerra nucleare non è mai stato così alto dai tempi di Hiroshima e Nagasaki, ed è addirittura aumentato negli anni recenti: il Doomsday Clock, l'”Orologio dell’Apocalisse”, istituito dal 1947 dal Bulletin of the atomic scientists, aveva toccato durante gravissime crisi 2′ 30″ dalla fatidica Mezzanotte, ma da una ventina d’anni il rischio si è progressivamente aggravato finché tre anni fa il board del Bulletin è stato costretto ad avvicinare le lancette ad appena 100 secondi.

La guerra in Ucraina poi ha riportato d’attualità l’incubo nucleare. A dire il vero, siamo dominati da una disinformazione pilotata che ha celato all’opinione pubblica i programmi “triliardari” di cosiddetta “modernizzazione” delle armi nucleari, in tutti i Paesi che ne sono dotati (ovviamente in proporzione alle rispettive risorse), i quali hanno invertito i processi di disarmo nucleare degli anni 90, ed aggravato i pericoli in misura senza precedenti. Perché è vero che gli arsenali nucleari mondiali si sono ridotti dal picco demenziale di 70mila testate del 1985 a circa 12mila attuali (più del 90% di Usa e Russia), ma queste ultime non hanno paragone con quelle di 30 anni fa: basti pensare che una super-spoletta nucleare realizzata 5 anni fa ha triplicato, a parità di numero, l’efficacia dei missili nucleari della marina americana. Si è aggiunta poi l’ipertecnologizzazione dei meccanismi di controllo e lancio di queste armi, motivata dal pretesti di evitare l’“errore umano”, ma qualsiasi macchina è soggetta ad errori, e (quanto più è sofisticata) può essere ingannata, e un errore sarebbe irreparabile; così un articolo del Bulletin qualche mese fa recitava: «Se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari potremmo essere tutti morti».

In questo contesto generale si è conclusa a fine agosto a New York – nel disinteresse dei media italiani -, dopo quattro settimane di lavori, la decima Conferenza quinquennale di Revisione del Trattato di non proliferazione, RevCon del Tnp (rinviata della data prevista del 2020 a causa della pandemia), ma si è conclusa senza riuscire ad approvare un documento finale condiviso: cosa che è stata denunciata in generale come un fallimento della RevCon.

Più che formulare giudizi tranchant, vorrei cercare di impostare un ragionamento critico generale sulle 10 RevCon, quindi sulla funzione del Tnp relativamente al “disarmo” nucleare. Non v’è dubbio che questo fosse “anche” un obiettivo del trattato del 1970, sebbene sia importante osservare l’accennata lievitazione degli arsenali atomici da quasi 37mila a 70mila testate fra il 1970 al 1985 (+27mila dell’Urss, −5mila degli Usa). Infatti il Tnp aveva lo scopo prioritario di sbarrare la strada ad ulteriori Paesi che intendessero dotarsi della bomba atomica. Eppure, del Tnp faceva parte integrante l’art. VI, che imponeva negoziati “in buona fede” per arrivare al disarmo completo: di fatto, dall’entrata in vigore del Tnp nel 1970, tutte le RevCon hanno visto i Paesi non (dotati di) armi nucleari contestare agli Stati nucleari di avere disatteso in modo flagrante l’art. VI.

Fallimento della RevCon, o di una strategia?
Torniamo alla Conferenza di Riesame del Tnp conclusa il 26 agosto a New York, che si è conclusa senza un accordo unanime su un documento finale, cosa che ovviamente si deve deplorare. Intanto vale la pena ricordare che l’ultima volta che gli stati sono riusciti ad adottare un documento consensuale e un piano d’azione per il Tnp fu nell’ottava conferenza del 2010, ma la bozza di documento fu notevolmente annacquata per avere il sì di Usa, Francia, Gb e Russia (sebbene un anno prima il presidente Obama avesse pronunciato il discorso visionario di Praga): comunque il documento consensuale comprendeva la decisione di indire una conferenza internazionale per promuovere una Zona libera da armi nucleari e di distruzione di massa (Nefz) in Medio Oriente, alla quale Israele si è sempre opposto strenuamente, ma non è mai stata realizzata. E c’è chi ha indicato la questione della Nefz come una delle ragioni principali della mancata produzione di un documento finale consensuale nella successiva conferenza di revisione del 2015 (intanto l’Assemblea generale dell’Onu surrogò l’iniziativa realizzando due conferenze internazionali per la costituzione della Nefz nel 2019 e nel 2020, la terza fu sospesa per il Covid e dovrebbe tenersi nel prossimo novembre).

Dunque, arrivare o meno a un documento finale condiviso è l’indice univoco del Successo di una RevCom? Sarebbe lungo discutere quante sono state nella storia delle RevCon le indicazioni e raccomandazioni dei documenti condivisi che sono rimaste lettera morta: basti ricordare le 13 misure, “Thirteen steps”, del documento finale della sesta RevCon del 2000 nientemeno che «per gli sforzi sistematici e progressivi di attuazione dell’articolo VI», a posteriori suona come una presa in giro; o anche ai 64 punti programmatici del 2010.

Insomma, le raccomandazioni delle RevCom sono aria fritta se non sono supportate dalla volontà comune a tutti gli Stati nucleari! Ma anche in questo caso, che è comunque piuttosto raro, le decisioni cruciali trovano applicazione o meno assolutamente al di fuori dall’ambito di quelle conferenze, o dell’Onu. Gli accordi decisivi per la riduzione delle armi nucleari sono nati da negoziati indipendenti, soprattutto fra Stati Uniti e Unione Sovietica/Russia: la prima fu tra i presidenti Reagan e Gorbachev e portò al Trattato Inf (Intermediate nuclear forces) del 1987, che eliminò i missili nucleari a raggio intermedio ponendo così fine alla Crisi degli Euromissili; né il Tnp e tanto meno le RevCon giocarono alcun ruolo. Lo stesso può dirsi del trattato Nuovo Start del 2010, come pure delle difficoltà intervenute per il suo rinnovo: oggi il trattato è a rischio, ma la RevCon non ne ha discusso direttamente, sarebbe un’interferenza negli affari di due Paesi, eppure è un problema cruciale relativo agli armamenti e ai rischi nucleari.

Con queste argomentazioni non intendo in alcun modo negare che a questa decima RevCon si sia persa l’occasione per affermare alcuni punti importanti: la bozza del documento finale non approvata avrebbe infatti espresso profonda preoccupazione «per il fatto che la minaccia dell’uso di armi nucleari oggi è più alta che mai dall’apice della Guerra fredda e per il deteriorato ambiente della sicurezza internazionale», e avrebbe anche impegnato gli Stati aderenti al trattato «a compiere ogni sforzo per garantire che le armi nucleari non vengano mai più utilizzate». “Impegnato”? Ho appena discusso tante “promesse da marinaio”…

Ma vale la pena ricordare che proprio negli stessi giorni della RevCon la premier britannica Liz Truss (la Gran Bretagna è un Paese che ha deciso di aumentare il numero delle proprie testate nucleari, in barba al Tnp), ha dichiarato impunemente che sarebbe pronta a premere il bottone nucleare se fosse necessario: notare che il no-first-use era contemplato nel primo draft proposto alla conferenza, anche se poi cancellato dagli stati nucleari nell’ultima settimana a porte chiuse nella quale erano esclusi i rappresentanti della società civile, esempio eloquente del livello della “democrazia” in campo nucleare.
Sulla mancata condivisione del documento finale è poi opportuno specificare che in questa decima conferenza il tema si è allargato da quello delle armi nucleari alla denuncia dei rischi che siano le centrali nucleari per usi civili ad essere bombardate: ovviamente il riferimento era alla centrale di Zaporizya occupata dai russi, sebbene le accuse di bombardamenti siano rimpallate sia da parte ucraina che russa. In ogni caso, la guerra in Ucraina è entrata nei lavori della conferenza introducendo, nel bene e nel male, un tema squisitamente politico: così la Russia si è espressa contro il documento finale. Forse era stato messo nel conto.

Uno fra gli innumerevoli commenti sulla lista internazionale Ican, del giapponese Kawasaky, osservava con sconforto: «Penso che sia necessario creare un’ondata di opinione pubblica internazionale che accerchi le potenze nucleari in modo tale che non ci sia una situazione in cui le potenze nucleari abbiano potere di veto». A me sembra che sia come dire l’Onu ha fallito, e con esso il Tnp: da dove si ricomincia? … dal Trattato di proibizione nucleare?

In effetti, per completare succintamente il quadro generale c’è da aggiungere che proprio la frustrazione per il persistente rifiuto delle potenze nucleari di ottemperare agli obblighi dell’art. VI motivò circa 15 anni fa la Campagna internazionale per l’abolizione della armi nucleari (Ican), la quale diede origine al negoziato all’Onu che portò il 7 luglio 2017 al Trattato di proibizione della armi nucleari (Tpnw in inglese) approvato da 122 Stati. Il Tpnw, raggiunto il numero necessario di 50 ratifiche, è entrato in vigore il 22 gennaio 2021 nel diritto internazionale. A giugno di quest’anno si è svolta a Vienna la prima Conferenza degli Stati parte del Tpnw. Ad oggi il numero di ratifiche ha raggiunto 66, altri 20 Paesi hanno firmato ma non ancora ratificato: gli Stati parte del Tnp sono 191.

Insomma, il cammino per liberarci dalle armi nucleari è ancora lungo: è probabile che il pericolo di queste armi incomberà per molto, auguriamoci che non precipiti.

Omissione di soccorso: l’agenda Pozzallo

Se qualcuno si poteva aspettare che il confronto di ieri tra Enrico Letta e Giorgia Meloni avrebbe scaldato i cuori o spostato voti probabilmente stamattina sarà deluso. Però ieri abbiamo assistito alla differenza tra la destra e il centrosinistra con il solito nodo in gola, in un confronto tutt’altro che vivace e sorprendente.

Da una parte c’è Meloni nell’incredibile parte di colei che assicura il posizionamento euro-atlantico dell’Italia con Fratelli d’Italia al governo. Giorgia Meloni sa bene che razza di Paese siamo: mentre noi discutiamo ogni ora del giorno di campagna elettorale gran parte degli elettori basano la proprio preferenza sulla sensazione sedimentata nella narrazione generale degli ultimi anni, senza nessuna preoccupazione e nessun sapere di quali siano gli sviluppi particolari. Giorgia Meloni può addirittura fingersi europeista dall’alto della sua posizione consolidata. Letta su questo non la pungola e agevola la legittimazione della recita. Peccato.

Ci sarebbe da capire come sia venuto in mente al segretario del Partito democratico di dire «con Fratoianni e Bonelli abbiamo fatto un accordo per la Costituzione, non faremo un governo». Se il “campo largo” è solo una somma elettorale senza nessun disegno politico non si capisce allora perché lasciare fuori gli altri (M5s, ad esempio). Non è una grade idea rivendere come Comitato di liberazione nazionale un’alleanza elettorale caratterizzata dalle esclusioni.

Giorgia Meloni è Giorgia Meloni, un’insignificante retorica zeppa di niente che mischia cristianesimo, patriottismo, laicità dello Stato lasciando il dubbio che non conosca nemmeno i concetti di cui straparla. È Giorgia Meloni che chiede “più carceri” senza sapere che il pienone nelle celle dipende dall’orrenda legge Bossi-Fini e da questo Stato che certifica come devianza la fragilità e la disperazione. Uno Stato che non vuole usare le misure alternative trovando molto più comodo utilizzare il carcere come sacchetto dell’umido. E sarà peggio.

Significativo (e prevedibile) il passaggio in cui Giorgia Meloni si incarta sull’amore che vorrebbe normare. Meloni: «I bambini hanno bisogno di un padre e una madre». Letta: «No, i bambini hanno bisogno di amore». Meloni: «Lo Stato non norma l’amore». Letta: «Appunto: tu lo stai normando. Stai decidendo quale è amore e quale non è». L’ipocrisia della destra è tutta qui.

Ma il dibattito di ieri certifica ancora una volta che questo tiepido centrosinistra non ha le spalle abbastanza larghe per distinguersi sull’umanità, la pietà e l’amore, appunto. Mentre Meloni dimostra di conoscere ben poco il decreto flussi e le rotte dell’immigrazione, l’Europa si macchia dell’ennesimo reato di omissione di soccorso uccidendo deliberatamente quattro bambini e tre donne lasciati morire di stenti e di sete. Persone che si sfibrano in mezzo al mare mentre Grecia, Malta e Italia (ma anche Cipro e Turchia) lasciano squillare gli allarmi e tappano la bocca alle richieste di aiuto. Ieri era l’occasione per mettere al centro l’Agenda Pozzallo: tendere la mano a chi chiede aiuto. L’immigrazione è il filo su cui cade la destra feroce, il sedicente terzo polo (che nella migliore delle ipotesi sarà il quarto) che ne sa poco e male e su cui ha molto da farsi perdonare il M5s. E invece niente, occasione mancata.

Continua a sentirsi l’insopportabile olezzo dell’agenda Minniti.

(Non vale nemmeno la pena spendere una parola su quell’altro candidato e la sua scenetta del dibattito da imbucato in Dad. La politica è una cosa troppo seria per commentare cose così. Quando le modalità saranno almeno da adulti ascolteremo e commenteremo con piacere)

Buon martedì.

Nella foto: frame del video del confronto tra Enrico Letta e Giorgia Meloni al Corriere Tv, 12 settembre 2022

Cecilia Iannaco: La famiglia e la scuola non svalutino le richieste di aiuto psicologico dei ragazzi

Mentre le scuole stanno riaprendo in tutta Italia, qual è la situazione degli sportelli d’ascolto psicologico? Ne parla Cecilia Iannaco, psicologa e psicoterapeuta esperta di progetti di prevenzione a scuola e socia fondatrice di Netforpp Europa.

Da studentessa che partecipa alla vita della scuola e del giornale scolastico in modo attivo, vedo coetanei vivere situazioni di crisi e di malessere psichico; solo pochi però si rivolgono allo sportello d’ascolto. Lei, dottoressa Iannaco, che dirige da anni sportelli psicologici e progetti di prevenzione, che ne pensa?
La questione è articolata. Rispetto a 10-15 anni fa sono tanti i passi in avanti, non ultimi gli incentivi economici messi a disposizione in tempo di pandemia per implementare, in ambito scolastico, l’attività degli sportelli. Oggi sono più numerosi i ragazzi che si rivolgono a noi. Ciò nonostante, la sfida da vincere è culturale: far percepire ai giovani, in una società molto più volta al fare e alla prestazione che all’essere e all’introspezione, che stare bene significa conservare o ricreare il naturale equilibrio con cui siamo nati, fra lo stato psichico-emotivo e quello fisico. Obiettivo essenziale della psicologia scolastica è dare risposte ad ampio spettro: da individuare e contrastare fenomeni di rischio, a promuovere percorsi di prevenzione strutturati. Da fare da trait d’union fra istituzione scolastica e sistema sanitario presente sul territorio, a condurre colloqui con studenti che in un qualsiasi momento della loro crescita si pongono domande più o meno complesse sul proprio modo di stare al mondo. Obiettivo che si realizza solo lavorando su conoscenze e credenze e cercando di cambiare mentalità.

Confrontandomi con i compagni, so che ciò che scoraggia i giovani è la difficoltà ad avere fiducia nei confronti dello psicologo.
Non hanno sempre torto ad essere scettici. Dare risposte che chiariscano le idee e arricchiscano il mondo dell’adolescente è compito notevole: occorre essere competenti e sensibili. La competenza professionale è certamente imprescindibile per la conoscenza teorica e l’appropriatezza dell’intervento. Ma occorre anche avere la capacità di comprendere la richiesta di aiuto più vera, al di là di ogni generalizzazione sui ragazzi che potrebbe inquinare la disposizione all’ascolto. Non bisogna avere la presunzione di conoscere il mondo adolescenziale seguendo stereotipi e offrendo soluzioni scontate. Il giovane avverte immediatamente di essere “uno dei tanti”, di non essere, lì e in quel tempo, un ragazzo unico, differente da chiunque altro. L’esperienza professionale pregressa esiste e deve esistere perché ci rende senz’altro più abili ma deve anche, paradossalmente, sparire ogni volta per poter comprendere l’adolescente che abbiamo di fronte. È una sfida continua. Abbiamo un’unica occasione, ossia mezz’ora di tempo che decide se il ragazzo farà tesoro di ciò che viene detto, se tornerà, se rimarrà invece scettico o deluso, se consiglierà ai compagni di frequentare lo sportello.

Ciò che manca è anche la certezza di una intimità, di una riservatezza con lo psicologo.
Non mi stupisce affatto. Al di là del fatto che i ragazzi è bene sappiano che per professione abbiamo un obbligo di riservatezza da rispettare, posso ben comprendere una loro ritrosia nei confronti degli operatori. I giovani non sono abituati al rispetto della loro intimità da parte degli adulti. Non è affatto infrequente che sulla bocca di genitori, insegnanti e amici di famiglia passino considerazioni, commenti e informazioni del tutto riservate che riguardano la vita degli adolescenti. Si racconta ad amici e conoscenti dei loro amori, progetti, paure, sconfitte e successi con estrema nonchalance senza chiedersi che ne penserebbero se fossero presenti.

Visto che parliamo di scuola, mi interessa tanto la sua idea secondo cui la sfida da vincere è culturale. Vuole dire che se combattessimo certi modelli sociali i ragazzi sarebbero più invogliati a frequentare lo sportello?
Sì, possiamo dire così. Per quello che l’esperienza mi suggerisce vi sono deterrenti che allontanano i giovani da una ricerca psichica. Può essere un pregiudizio nei confronti della psicologia, può essere l’influenza di un modello sociale particolarmente volto al profitto e al successo. Non ultimo, può fare da deterrente un certo rapporto di identificazione con i genitori da parte di alcuni ragazzi.

Può dirci di più su questi aspetti iniziando dai pregiudizi nei confronti della psicologia?
Si opera un pregiudizio ogniqualvolta si pensi che chi si rivolge allo psicologo scolastico lo faccia perché ha seri problemi di ordine psichico. È falso. Così come è falso pensare che sia da deboli chiedere aiuto. Semmai è vero il contrario. I giovani ci cercano per un’occasione di ascolto in una società sorda alle tematiche interiori e nel farlo dimostrano un’intelligenza sensibile. L’opposto della debolezza. Alcuni vivono stati di ansia più o meno intensi e ne vogliono comprendere le cause. Altri avvertono una “povertà” interiore a cui non sanno dare un nome e sperano in un’occasione di sviluppo. Alcuni cercano un confronto su dinamiche psichiche che li toccano e rispetto alle quali non sanno muoversi; altri arrivano dopo una delusione sentimentale o per dissapori e scontri all’interno della famiglia o del gruppo di amici. In sintesi, lo scopo è comprendere meglio e arricchire la loro vita.

E perché un modello sociale, come dice lei, «particolarmente volto al profitto e al successo», ostacola la fiducia nella psicologia?
Lo stile di vita scolastico, un po’ troppo volto alla prestazione e al successo, che tanti giovani assumono può allontanare dall’incontro con la psicologia. Ovvio che si debba studiare e puntare ad una buona formazione. Ma diventare bravi studenti non può essere a discapito del benessere psichico. Accade invece che la scuola, prima ancora che come luogo di formazione, incontro e socializzazione, venga vissuta in funzione del profitto. Accade che la media dei voti conti più di stare assieme ai compagni e che essere popolari, “vincenti” e considerati dagli altri valga più del comprendere cosa si vive interiormente. Non è raro e non sorprende che in questi casi, in cui i vissuti emotivi vengono soffocati e annullati per lungo tempo, la psiche del giovane reagisca con una sintomatologia manifesta, quali attacchi di panico e disturbi d’ansia. E spesso è solo l’espressione del sintomo che mette in allarme.

E il rapporto con i genitori come può influire?
Il rapporto con i genitori, come del resto quello con gli insegnanti, agisce in maniera incisiva nel promuovere o inibire l’avvicinamento dei ragazzi alla psicologia. Nel passato il rapporto fra vecchie e nuove generazioni era piuttosto conflittuale ed essere adolescenti significava anche opposizione ai pensieri della famiglia. Oggi noto invece che alcuni ragazzi assumono un atteggiamento di vita simile a quello dei genitori. Sono più timorosi del confronto e dello scontro. Ora, c’è da dire che per lo più i genitori sono propensi a che il figlio partecipi a forum, incontri e progetti focalizzati su tematiche psicologiche. In tanti anni mi è capitato solo un paio di volte che le famiglie non dessero il consenso. Tuttavia, anche se non vi è alcuna opposizione, c’è un clima di sottovalutazione, a volte di svalutazione. La questione, di nuovo, è culturale. Molto dipende dall’apertura mentale della famiglia rispetto alla realtà psichica. L’ambiente in cui cresce un bambino può potenziare o mortificare la naturale curiosità; può accrescere o inaridire la sensibilità per la propria realtà interiore. L’ambiente influenza il pensiero e quindi la propensione o meno verso la ricerca psichica. C’è inoltre un aspetto relativamente nuovo che trovo limitante: l’atteggiamento protettivo nei confronti dei genitori che stanno sviluppando alcuni ragazzi. Venire allo sportello significa per questi deludere e far soffrire i genitori. Segni sottili che rischiano di passare inosservati, ma che per noi costituiscono chiavi di lettura preziose.

Il processo culturale a cui allude mi pare che, almeno nella mia generazione, sia in parte già in atto. Cosa possiamo fare a scuola affinché gli interventi siano più proficui e chi chiede aiuto non venga vissuto come “strano”?
Lavorare assieme sulle idee. Prima fra tutte l’idea della prevenzione. E prevenzione si può fare solo se passa l’idea che il malessere psichico non è un tratto del carattere, non è un destino, non è trasmesso geneticamente. Ci si ammala in più o meno gravi situazioni di deprivazione di presenza psichica, ci si ammala vivendo a contatto con familiari ammalati nella psiche che non sono in grado di permettere il naturale sviluppo psichico del bambino e del ragazzo. Una ragazza, spaventata dai suoi stati d’animo, si è espressa parlandomi di ‘tara mentale’. Dobbiamo chiarire le idee per chiarire il linguaggio e viceversa. Altro punto su cui insistere sempre: come ci si può ammalare, ci si può curare e guarire. Esiste la psicoterapia. A scuola non si fa terapia ma se ne può parlare e, parlandone, sconfiggere magari l’idea malcelata di inguaribilità. Mi ripeto, è una sfida di pensiero che, per ovvi motivi, trova nella scuola il luogo di elezione. A scuola si può parlare di sensibilità e sessualità in modo diverso da come sono abituati a fare i ragazzi, si può parlare di realtà non cosciente e di sogni. Non mancano da parte loro né la curiosità né la partecipazione. Ascoltano e scoprono dimensioni che hanno spesso trascurato ma che sanno di possedere. Si tratta di riscoprirle e valorizzarle.

Nella foto: inizio dell’anno scolastico in una scuola di Milano, 12 settembre 2022

L’ostinata ricerca della libertà del popolo del Burkina Faso

«Tu sei quello che a ottobre ha fatto la rivoluzione con noi» Sams’K Le Jah indica Christian quando lo scorge da lontano. Sams’K, musicista leader della rivoluzione del 2014 in Burkina Faso, non esita a riconoscere il regista italiano, cinque mesi dopo gli eventi dell’ottobre. Lo ricorda tra la folla della piazza mentre riprendeva con la sua videocamera i discorsi e le canzoni contro il presidente Blaise Compaoré. E mentre scappava dai lacrimogeni. E dagli spari.

Dopo aver ricevuto una lettera che invitava tutti gli stranieri a lasciare il Paese, il regista e produttore Christian Carmosino Mereu decide di restare. Prende parte alle proteste contro la riforma della Costituzione proposta dal presidente Compaoré per prolungare la propria permanenza al potere oltre il limite stabilito di due mandati.

Una scena del documentario “Il Paese delle persone integre”

Euforia, speranza e rabbia attraversano le immagini che hanno dato vita al documentario Il Paese delle persone integre, patrocinato da Amnesty international, la cui prima mondiale si è tenuta a Venezia il 4 settembre scorso, in occasione delle Notti veneziane, alle Giornate degli autori. È il racconto di un popolo in cerca di libertà attraverso lotte quotidiane che vanno oltre gli eventi della rivoluzione del 2014.

«Volevo decostruire lo stereotipo dell’Africa, che non è bisognosa di assistenza paternalistica, ma di libertà, ostacolata anzitutto dalle aziende straniere che fanno affari e sfruttano. Se i popoli africani fossero padroni delle proprie ricchezze, non avrebbero bisogno di emigrare. È quindi un film politico al di là delle vicende politiche» spiega Carmosino.

Mentre si mette al riparo dagli spari e dagli scontri, alcuni manifestanti vengono a chiamare Christian, esortandolo a riprendere. «Se non tu chi?» si sente dire il regista, unico straniero bianco in piazza. Attira l’attenzione e un gruppo di persone cercano di strappargli di mano il materiale per registrare. Ma altre persone gli vengono in soccorso. Tra questi Yiyé Constant Bazié, che sarà poi attivo nella vita istituzionale del Paese post rivoluzionario, impegnandosi in politica. Constant è uno dei quattro personaggi che l’autore decide di seguire anche nella successiva fase di transizione, entrando nella sua quotidianità: dalla visita al suo ufficio fino alle discussioni politiche al bar con gli amici. «Sono per lo più i miei personaggi che hanno scelto me, con unica eccezione di Ghost, il minatore. Constant mi è venuto in soccorso durante le proteste, Sams’K mi ha riconosciuto e mi ha accolto mesi dopo. Assanata si è semplicemente seduta accanto a me», commenta il regista.

Il rapper Sams’K Le Jah in una scena del documentario “Il Paese delle persone integre”

L’adrenalina del giorno si protrae fino alla notte e per quasi una settimana Carmosino non chiude occhio, preoccupato che possa venire sequestrato il materiale registrato dalle milizie del presidente Compaoré. In strada, anche in periferia, c’è fermento. Ogni notte si siede con lui su una panchina Assanata Ouedraogo, osservando insieme le barricate. «Se pur non in prima linea durante gli scontri, anche le donne hanno protestato – dice Carmosino -. Il secondo giorno di manifestazioni è stato chiamato dalle donne contro il carovita: sono loro a gestire la casa in tutti i sensi, compreso il budget. È stato un altro modo di schierarsi, per denunciare che mentre Compaoré voleva cambiare la Costituzione, venivano ignorate e dimenticate le condizioni di vita del popolo».

Prima tra le barricate e poi nelle case, uffici e bar durante la fase di transizione alla democrazia, la voce del regista si interseca con le voci del popolo burkinabè, in un dialogo costante. Sottolinea infatti il regista: «Non sono la cosiddetta “voce di Dio”, che parla dall’alto e con superiorità. Nel mio documentario io sono un personaggio che incontra altri personaggi. Alla mia voce volevo che gradualmente si sostituisse la loro».

Le scelte di ogni protagonista scandiscono la narrazione, mostrando l’immagine di un Paese pieno di dignità e forza, de Il Paese di persone integre. Il titolo del docufilm, d’altronde, altro non è che la traduzione di Burkina Faso, nome scelto dal rivoluzionario burkinabè Thomas Sankara, che commenta Carmosino «era una figura straordinaria che ha fatto tantissime riforme sociali e avrebbe potute farne tante altre se non fosse stato ucciso proprio da Blaise Compaoré, uno dei mandanti del suo omicidio. L’immagine di Sankara pesa tuttora, ha fatto arrivare in tutti i villaggi la sanità, le scuole, si è occupato di infrastrutture, dighe, ponti ecc. Lui era per un’Africa indipendente». La sua energia rivoluzionaria scuote ancora il Paese, senz’altro tormentato da una crisi umanitaria che mette a dura prova la speranza del popolo burkinabè.

Nonostante il documentario si fermi agli eventi della fase di transizione immediatamente post rivoluzionaria, con il fallito colpo di Stato del maggio 2015 e le elezioni dell’ottobre 2015, che hanno portato alla nomina del nuovo presidente Roch Marc Christian Kaboré, rimane tuttavia una parentesi aperta. Le lotte quotidiane dei singoli protagonisti continuano e danno una chiave di lettura per interpretare gli eventi attuali. «Avevo già realizzato un reportage televisivo l’anno successivo alla rivoluzione. Ma questa volta ho voluto dare una diversa prospettiva per poter avere una reale comprensione», così il regista descrive il proprio approccio narrativo che si esplicita anche come scelta stilistica. Commenta infatti Carmosino: «La rivoluzione, raccontata in bianco e nero, avviene sotto il regime, sotto oppressione della dittatura. Il momento in cui arriva il colore è il momento del vero incontro con i personaggi, in cui lascio spazio alle loro storie. Volevo un nuovo modo di guardare l’Africa. Gli interessi occidentali sono pesanti nel Paese e le persone che danno vita al film hanno una dignità che noi non conosciamo».

Assanata Ouedraogo e suo figlio, in un frame del documentario “Il Paese delle persone integre”

Una dignità che traspare con chiarezza nelle rivendicazioni politiche di Dieudonné Tagnan (detto Ghost), minatore in una miniera d’oro impegnato nella lotta sindacale. «Mi era stato detto che non avrei potuto capire il Burkina Faso, se non avessi compreso la situazione nelle miniere. Così mi sono messo in contatto con Ghost», spiega Carmosino. Un Paese depredato dagli interessi delle multinazionali e dei Paesi stranieri: ancora una volta il regista sottolinea l’urgente bisogno di libertà che il popolo burkinabè reclama ad oggi. «La situazione geopolitica attuale è complicata in Burkina Faso. Il precedente governo non è stato in grado di contrastare il terrorismo. I gruppi estremisti si stanno impadrondendo di ambiti importanti, come del traffico di esseri umani che, passando dal Sahel, non può non passare dal Burkina Faso, verso la Libia. Inoltre le organizzazioni terroristiche stanno cercando di impadronirsi delle miniere» spiega Carmosino.

Il colpo di Stato di inizio anno 2022 in Burkina Faso, compiuto da membri dell’esercito, consegue anche all’incapacità del governo di gestire la sicurezza all’interno del Paese, che sfiora già 2 milioni di sfollati interni in fuga dai villaggi occupati da gruppi legati da Isis e Al Qaeda. Nel frattempo, non sembra apportare miglioramenti la presenza stabile di contingenti militari di altre nazioni, che confermano invece gli interessi economici dei Paesi stranieri in Burkina Faso. «Oggi il popolo burkinabè si trova a lottare contro molteplici oppressori, dalle aziende multinazionali e occidentali agli estremisti religiosi. Tuttavia c’è stato un momento di speranza dopo la rivoluzione che fa sì che ci sia ancora grande forza».

Con delicatezza Carmosino nella sua opera lascia che la sua voce interagisca con la voce di chi ha fatto la rivoluzione e di chi, in forme diverse, cerca ogni giorno, da anni, la libertà. Segue con la videocamera chi lo invita a seguirlo, con umiltà guarda dove gli viene consigliato di guardare. E spegne, con un clic, quando il silenzio e il buio sono la miglior forma di rispetto e riflessione di fronte al dramma di un Paese tormentato. Conclude l’autore: «Noi occidentali dobbiamo abbandonare un approccio paternalistico e aiutare noi stessi: ci dobbiamo occupare dei nostri governi e di come si comportano e favoriscano lo sfruttamento in Africa. Serve un cambio di sguardo, come atto politico».

 

* In alto, un frame del documentario Il Paese delle persone integre di Christian Carmosino Mereu 

Di cosa parliamo quando parliamo di questa destra

In primis smettiamo di chiamarlo centrodestra. Non lo fa nessun giornalista della stampa internazionale: la coalizione che si prepara a vincere le elezioni è destra pura, una destra con Salvini che invoca le ruspe contro i disperati e con Giorgia Meloni che urlaccia ai comizi di Vox. Che la presenza di Berlusconi possa calmierare questo estremismo rivenduto come buon senso è un’illusione che serve a certa stampa italiana per renderli digeribili. Ma non sono digeribili.

Smettiamo anche di spaventarci per gli avvertimenti di Giorgia Meloni o Guido Crosetto: Fratelli d’Italia è un partito che è nato proponendosi come erede del fascismo (e noi no, non pensiamo che il fascismo possa diventare edibile nemmeno nella sua forma modernizzata) ed è un partito che continua ad allevare estremisti. Lo diceva Steve Bannon chiaramente descrivendo Fratelli d’Italia («Fratelli d’Italia è uno dei vecchi partiti fascisti», disse testualmente) e ce lo dicono la fiamma tricolore, quel «Mussolini è stato un buon politico, non ci sono stati altri politici come lui negli ultimi 50 anni» pronunciato dalla giovanissima Meloni e, arrivando al presente, i saluti romani di dirigenti e candidati e militanti di Fratelli d’Italia in occasione della celebrazione del 40esimo anniversario del Movimento sociale italiano.

Se serve altro c’è il braccio teso del consigliere comunale a Ventimiglia Ino Isnardi, ci sono le braccia tese dei tre consiglieri di minoranza – Valeria Amadei di Fratelli di Italia, Francesco Biamonti della Lega e l’indipendente Mauro Siri – a Cogoleto in occasione del Giorno della memoria, ci sono gli slogan ripetuti da diversi candidati (“boia chi molla”, “me ne frego”) e ci sono le divise nostalgiche come quella di Galeazzo Bignami con la svastica al braccio o quella da Ss di Gabrio Vaccarin, consigliere comunale di Nimis.

Volendo vedere c’é anche la vicinanza a organizzazioni che si autodefiniscono neo fasciste come Lealtà azione. Alla loro festa nel 2018 hanno partecipato l’ex eurodeputato Carlo Fidanza e il consigliere comunale di Saronno Alfonso Indelicato, un indipendente eletto nelle liste di FdI. A Monza è stato eletto (e nominato assessore allo Sport) Andrea Arbizzoni, che descrive Lealtà azione come la sua «comunità politica e umana». Nel 2019 a Lodi era diventato segretario cittadino di Fratelli d’Italia Omar Lamparelli, che è anche un militante di Lealtà azione.

Poi ci sarebbero i programmi. Questi giorni di campagna elettorale ci dicono che i temi su cui questa destra vuole costruire la propria credibilità sono il “blocco navale” che gli stessi compagni di partito di Giorgia Meloni riconoscono essere impossibile per legge. Nel programma della coalizione è prevista la «sostituzione dell’attuale reddito di cittadinanza» con «misure più efficaci di inclusione sociale e di politiche attive di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro» senza specificare quali. C’è la Flat tax che oltre a essere palesemente incostituzionale è l’ennesimo regali ai ricchi.

C’è molta confusione sulla soluzione della crisi energetica, con Meloni e Salvini in disaccordo sull’eventuale scostamento di bilancio e con il nucleare come vuota promessa elettorale, soluzione di tutti i mali. Non c’è una posizione precisa sulla guerra in Ucraina, con Salvini e Berlusconi che ogni giorno barcollano su Putin. C’è la leva militare obbligatoria perorata da Salvini. C’è l’ostilità contro l’aborto testimoniata dalla vicinanza di Giorgia Meloni all’associazione ProVita & Famiglia (potranno non abolirlo, gli basterebbe rendere inaccessibile).

Parliamo di questa roba qui. Buon lunedì.

 

* In foto, i consiglieri comunali di Cogoleto che il 27 gennaio del 2021, nel Giorno della Memoria, votarono alcune delibere di seduta facendo il saluto fascista: Valeria Amadei (Fratelli di Italia), Francesco Biamonti (Lega) e Mauro Siri (indipendente). I tre andranno a processo per violazione della legge Mancino

Un nuovo ceto politico per metterci alle spalle le logiche del capitale

L’epoca è segnata da contraddizioni clamorose, le più laceranti forse che abbiano mai segnato la condizione umana. Le società economicamente avanzate sono in grado di spedire navicelle nelle zone più remote della nostra galassia mentre in tanti villaggi dell’Africa milioni di bambini non hanno acqua potabile da bere. Ogni anno finisce nelle discariche 1 miliardo e 300 milioni di tonnellate di cibo, e nelle campagne del mondo i braccianti che lo raccolgono sono pagati con salari da fame, lavorando almeno dieci ore al giorno in condizioni di semischiavitù. In Italia il caporalato, vecchia piaga delle campagne meridionali dei primi decenni del Novecento, non solo è risorto, ma si è diffuso in tutto il Paese. Eppure questo eccesso di cibo è frutto di una agricoltura che incide per il 30% sul riscaldamento climatico, consuma il 70% dell’acqua disponibile, contribuisce a desertificare ogni anno tra 10 e 12 milioni di ettari di suolo fertile del pianeta.

In Occidente e in altre aree del mondo ricco si sono raggiunti alti standard di produttività del lavoro, un elevato reddito medio per abitante, eppure la gran parte degli operai e impiegati lavora ancora come 40 anni fa e tutti vivono in una perenne corsa come se dovessero ancora sfuggire a una condizione di miseria. Questa estate incendi vasti e indomabili hanno devastato i boschi di gran parte dell’Europa, piogge tropicali hanno infuriato anche sui lidi del Mediterraneo, la scarsa portata dei grandi fiumi come il Reno, il Danubio, il Po hanno messo in forse la navigazione interna, le acque del Rodano e della Garonna sono diventate troppo calde per raffreddare i reattori nucleari in Francia. Eppure in questo stesso 2022 gli Stati europei, che già spendono ingenti fortune in armamenti, hanno deciso di accrescerle ancora per ubbidire alla Nato. Armi per continuare a sterminare esseri umani dopo che il Covid 19 ne ha uccisi oltre 6 milioni e mezzo.

Forse non si era mai verificata in tutta la storia umana una divaricazione così drammatica tra le previsioni, i timori, gli ammonimenti degli scienziati per il futuro prossimo della Terra e il comportamento degli Stati. Nessuno sa quali catene di conseguenze catastrofiche può riserbarci lo scioglimento del permafrost ai Poli, nessuno è in grado di prevedere che cosa accadrà ai mari e agli oceani, il 71% della superficie del globo, con l’ulteriore innalzamento della temperatura. Cassandre inascoltate lanciano i loro allarmi mentre i governi continuano nella routine di sempre, come se il Pianeta fosse nelle condizioni di 100 anni fa.

E dunque chiediamoci: quale può essere la ragione ultima, fondamentale, alla base dell’assurdo che sembra essere l’unica forma di razionalità a orientare i gruppi dominanti del nostro tempo? Qual è l’ordine minimo rintracciabile nel caos? Qual è la causa prima che riassume una condotta di quasi tutti gli Stati, contraria a ogni ragionevolezza, irresponsabilmente votata a lavorare per il collasso definitivo della nostra casa comune?

Io credo che la risposta, nella sua essenzialità, sia ben evidente, purché si possegga uno sguardo radicale e una prospettiva storica. Negli ultimi trent’anni i grandi gruppi del capitalismo dei Paesi avanzati hanno vinto una partita storica contro la classe operaia, le organizzazioni sindacali e i partiti che per decenni l’avevano rappresentata e difesa. Nessuna forza sembra oggi in grado di contrastarli. Il capitalismo ha talmente vinto da essere diventato il modo di produzione non solo dei Paesi ex comunisti, come la Russia, ma anche di quelli che si ritengono ancora tali, come la Cina. La diffusione del pensiero unico quale religione totalitaria del nostro tempo costituisce il sigillo di tale universale dominio. Ma l’anima infernale del capitalismo spinge a un processo di accumulazione continua, senza tregua, che divora quotidianamente immani quantità di risorse.

Diventato l’unico modo di produrre e consumare in tutto il pianeta, lo sta divorando. Mentre i gruppi che lo comandano e ne traggono ricchezza e potenza, avendo a disposizione una forza lavoro assoggettata, legislazioni statali di favore, opinione pubblica manipolata dai media, non intendono arretrare di un pollice. Allo stesso modo i gruppi dominanti dei Paesi che sono arrivati dopo quelli europei e americani sono determinati a partecipare alla corsa con non minore voracità. Dunque, i ceti dirigenti di quasi tutti i Paesi del mondo sono in gara, gettati nell’agone competitivo, e ciascuno riconosce un’unica divinità da adorare: la crescita economica. Essi sono simili a robot caricati con un programma del secolo passato. E quale sia il destino delle società umane mantenendo inalterato l’attuale ordine internazionale è facile prevedere, e perfino vedere, se si considera lo scenario di guerra che oggi investe anche l’Europa.

E allora, quale può essere la via d’uscita, lo spiraglio che porta alla salvezza, il bandolo da afferrare per annodare una nuova tela? Allo stato attuale la via appare quanto mai impervia, ma, in linea teorica, non impossibile. Si tratta di un compito gigantesco, certamente, se non si assume il quale, tuttavia, l’umanità avrà un avvenire di catastrofi a catena e di incerta sopravvivenza. La leva su cui appoggiare la nostra forza è quella dello Stato di diritto, una grande conquista della modernità. È il potere pubblico, grazie alla potenza della legge, che può limitare il dominio sfrenato del capitale, regolare il mercato, puntare a un ordine cooperativo internazionale, imporre la pace e la trattativa quale metodo di risoluzione dei conflitti. Ma lo Stato in gran parte dei Paesi sono i partiti. E oggi i partiti son quasi tutti diretti da personale programmato anch’esso con culture del Novecento. Uomini e donne che nulla sanno di ciò che sta accadendo al pianeta, preoccupati di riprodurre se stessi come ceto, di conservare il proprio status imbonendo i cittadini con una perenne campagna elettorale.

Osservate lo spettacolo paradigmatico dell’Italia alla vigilia del voto. Tutti corrono al “centro”, cioé si mettono nella posizione più vantaggiosa per afferrare voti da tutti le parti, senza disturbare i poteri dominanti, e dunque conservando lo status quo. Nel frattempo il governo dimesso continua a mandare armi in Ucraina gettando miliardi nella fucina della guerra. Ma oggi rimanere fermi non significa conservare un equilibrio stabile, significa precipitare. Il mondo, e l’Italia in maniera più specifica, sono su un piano inclinato, se non cercano di risalire la china, rompendo gli attuali assetti catastrofici, franano in basso.

Per tale ragione oggi le formazioni politiche radicali che faticosamente stanno risorgendo sullo scenario politico – come la Nupes di Mélenchon in Francia, e da ultimo l’Unione popolare in Italia – hanno un compito nuovo ed enorme da affrontare, incarnando una delle poche vie d’uscita che l’umanità ha di fronte a sé per evitare l’abisso. Non devono solo mobilitare le masse per imporre un nuovo assetto sociale, devono indicare a tutti i Paesi la via di un nuovo corso politico, che non intenda limitarsi ad attutire la violenza del capitale, ma miri a limitarne il potere e trasformarlo puntando a un assetto cooperativo e solidale delle relazioni internazionali. Relazioni sempre più fra popoli e sempre meno fra Stati.

Sicché appare chiaro che uno spiraglio per approdare non solo a un assetto di equità sociale, ma anche per modificare il rapporto tra modo di produzione ed equilibri ambientali, passa attraverso un grande rinnovamento della scena pubblica. Bisogna sostituire il ceto politico vecchio e parassitario, che oggi sta al centro, diventato ormai, con ogni evidenza, anche pericoloso. Occorre che al più presto arrivi al potere la generazione più minacciata della storia.

Juntarte a Firenze, la danza cubana è senza confini

«Viaggiare al futuro e tornare: è questa la responsabilità di noi scrittori e artisti» afferma Rafael Gonzáles Muñozel, direttore dell’Associazione Hermanos Saìz (Ahs). È un viaggio nel tempo e nello spazio, sorvolando l’oceano da L’Avana fino ad arrivare a Firenze. Da qualche giorno Gonzáles Muñozel è arrivato nel capoluogo toscano e attende con emozione il 10 settembre, quando verrà messo in scena lo spettacolo preparato nel corso del progetto di cooperazione internazionale “Juntarte, la cadena creativa que hace la escena inclusiva” (Arteinsieme, la catena creativa che rende la scena inclusiva), iniziato nel 2021 a Cuba e gestito da Cospe onlus.

Juntos, insieme. Nuovi legami internazionali gettano le basi per il futuro che Gonzáles Muñozel (nella foto sotto), come molti altri artisti, spera per la cultura cubana. Un’arte che dialoghi e a cui sia permesso dialogare con il globale, che crei catene di solidarietà. «È compito di noi artisti alimentare uno spirito collaborativo e solidale; siamo chiamati a trascendere frontiere e a cercare un’unione universale al di là di credi, sistemi e forme di pensare. L’importante è immaginarsi un mondo più umano e vivibile» dice, mentre descrive la vivacità della scena artistica cubana in tutte le sue manifestazioni, tradizionali o moderne che siano. Ma che senz’altro fatica a farsi conoscere. Ed è questo il futuro che sogna, uno scambio che alimenti le connessioni globali oltre che un’interazione locale.

D’altronde in questa direzione si muove il progetto Juntarte che da più di un anno ha unito artisti cubani provenienti da percorsi di ogni tipo, oltre che da diverse aree geografiche di Cuba. Un incontro che ha permesso e sta permettendo un’attenta e progressiva decostruzione di confini sociali e di etichette rigide, lasciando irrompere con nuova potenza il tema della diversità e dell’inclusività nel panorama artistico cubano. Tra gli stessi partecipanti al progetto, molti sono membri della comunità Lgbtiq+ , che hanno apportato nuovi punti di vista capaci di raccontare temi urgenti nell’isola, come dimostra il referendum che si terrà il 25 settembre a Cuba per chiedere l’approvazione di un nuovo Codice della famiglia in grado di garantire maggiori diritti per le donne e la comunità lgbtiq+.

Dopo un’indagine sullo stato dell’arte a Cuba, progetti di vario tipo sono stati esposti e presentati nell’isola, fino ad arrivare oggi in Italia. Dieci danzatori e coreografi della scena contemporanea cubana stanno prendendo parte in questi giorni alla XXIX edizione di Fabbrica Europa, festival promotore dell’intreccio di culture e linguaggi. «Oltre che formare, il mio ruolo era quello di accompagnare gli artisti in un percorso autoriale attraverso il dialogo e lo scambio» racconta Cristina Kristal Rizzo, coreografa di Fabbrica Europa, mentre ricorda le settimane passate a Cuba per il progetto Juntarte. E continua: «È importante essere riusciti a portare in Italia per quest’occasione alcuni dei partecipanti al progetto. Nei miei giorni a Cuba ho potuto percepire il desiderio degli artisti cubani di stringere relazioni più forti con il resto del mondo».

L’embargo ha reso complicato per l’arte cubana (intesa in tutte le sue forme) farsi spazio nella scena culturale internazionale. «Non è che la cultura cubana sia chiusa, ma ci è stato precluso farci conoscere e apprezzare» commenta Gonzáles Muñozel. Le conseguenze dell’embargo si sono fatte sentire più profondamente a seguito della caduta dell’Unione sovietica, causando un periodo di crisi che ha impattato anche nella dimensione artistica e culturale cubana. Ma già da anni, anche prima della suddetta crisi, Cuba si era scontrata con l’isolamento della comunità internazionale. «Dal 1959, con il trionfo della rivoluzione, ogni tentativo di internazionalizzare l’arte locale è stato fortemente ostacolato. La globalizzazione culturale tende a standardizzare prodotti e renderli egemonici. Ciò che non passa e viene legittimato da Hollywood o ai saloni artistici di Miami, per esempio, rimane al margine del panorama artistico globale».

Gonzáles Muñozel cerca le parole giuste per descrivere le difficoltà vissute nel Paese. Parola dopo parola, racconta delle conseguenze della scarsità di materiale, scarsità data dall’alto costo delle importazioni provenienti da Paesi lontani, come la Cina. «Abbiamo pagato le conseguenze dell’embargo, non potendo accedere ai mercati vicini. La scelta di essere un Paese indipendente ha pesato anche in ambito artistico. Le gabbie imposte dalla comunità internazionale hanno avuto impatti forti, ma noi ci siamo appropriati di queste gabbie risignificandole e risemantizzandole» riflette Gonzáles Muñozel.

Per quanto Cristina Kristal Rizzo noti le difficoltà materiali e infrastrutturali del Paese, narra il suo stupore dopo il primo impatto con il mondo culturale cubano: «È stato interessante interfacciarsi con un modo diverso di concepire la produzione artistica. Per noi l’arte è una forma di economia all’interno del sistema capitalista. Per molti di loro non è necessariamente legata al profitto: ho visto artisti con talenti straordinari lavorare per ore e ore senza alcun compenso, capaci di creare un rapporto con la propria arte di una potenza straordinaria. Poi certo ci sono anche dei limiti». La possibilità di svilupparsi e mantenersi per le nuove generazioni si fa sempre più difficile e diviene tanto più urgente creare nuove connessioni con il panorama artistico globale e trovare nuovi modi sostenibili, anche a livello economico, di fare arte. «Il progetto ha permesso a Cospe, Asociaciòn Hermanos Saiz, Centro Oscar Arnulfo Romero (OAR) e altre associazioni di incontrarsi. Abbiamo stretto nuove relazioni di cooperazione con Paesi stranieri, come l’Italia. E inoltre, non meno importante, abbiamo avuto la possibilità di accedere a fondi europei riuscendo in tal modo a portare avanti studi, ricerche, workshop, laboratori ecc.», spiega Gonzáles Muñozel.

Lo scambio previsto da Juntarte non si muove solo su un piano culturale, ma sull’idea stessa di produzione dell’arte, aprendo un varco di possibilità che cerchi di sfidare le difficoltà che gli artisti cubani si trovano a dover affrontare, sostenendo un processo di cambiamento della percezione sia del valore produttivo ed economico che della funzione sociale e politica del settore. Conclude Rafael Gonzáles Muñozel: «Creare legami con la scena artistica globale e internazionalizzare l’arte è per noi una priorità. Vogliamo uno scambio, vogliamo che l’arte cubana possa essere apprezzata globalmente».