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Nella mente di Macbeth

Quando calano le luci ed entrano in scena gli attori, affannati, stravolti e sporchi di sangue, si parte. Istantaneamente Roma diventa un ricordo lontano. Daniele Salvo con il suo Macbeth, di cui ha curato regia, traduzione e adattamento, ci porta in Scozia, più che un passato distopico, in quella che lui stesso definisce un’archeologia del futuro; perché le vicende narrate nel Macbeth hanno un indiscutibile valore universale.

L’opera riflette sulla pericolosità della cieca ambizione, su come un uomo possa esserne trasformato al punto da perdere la morale, il senso comune. Daniele Salvo, nella sua magnifica interpretazione, ci restituisce la complessità dell’opera shakespeariana nella sua integrità, amplificata dal sinistro valore ermeneutico che oggi quest’attenta analisi della psicosi del potere assume. Macbeth è un dramma articolato che presenta almeno un duplice livello di lettura: politico e psicologico.

Politico perché affronta le dinamiche distruttive che nascono dalla brama di potere e trasformano gli uomini in esseri meschini, pavidi e vili. Racconta lotte intestine, fratricide, tradimenti. Psicologico nella misura in cui affronta i processi psicologi che portano i protagonisti alle loro agghiaccianti azioni. In altre parole, l’autore approfondisce il processo attraverso cui la malattia riesce a farsi strada in una mente umana fragile, inquinata dalla vacuità.

Shakespeare è talmente intelligente da capire, molto prima del tempo, che la manifestazione della pazzia più grave non sta nei raptus, nelle passioni, ma nell’assenza delle stesse, nell’anaffettività più totale che conduce alla completa perdita del rapporto con la realtà. Infatti, nei due protagonisti, la psicosi si manifesta sotto forma di freddissima lucidità calcolatrice. Macbeth, non compie il delitto preso da un furore omicida, da una hybris violenta, ma in modo freddo e chirurgico, quasi senza rendersene conto. Uccidendo, con il Re Duncan, anche l’ultimo barlume della propria umanità. Non a caso, per descrivere l’azione Macbeth afferma: «Ho ucciso il sonno». Frase con cui, a mio parere, Shakespeare allude all’annullamento della realtà inconscia, ovvero della propria immagine interna. In altre parole, Macbeth è una profondissima analisi psicologica di una coscienza malata, che dimostra come l’ambizione fredda e disumanizzata «divora tutto, rende sterili, annienta il nostro essere più umani, toglie agli uomini e alle donne il senso del Tutto», per usare le parole del regista.

L’opera al Globe Theatre ha le «caratteristiche dell’allucinazione, dell’incubo, della fiaba marcita», rispecchiando la volontà di Daniele Salvo che intendeva creare un’atmosfera surreale, sospesa. Anche se, più che di dimensione onirica, parlerei di dimensione delirante, in cui il sogno lascia spazio ad una notte buia, senza speranza e umanità.
La formidabile recitazione degli attori amplifica e rafforza le intenzioni del regista. Tutti sono bravissimi a cominciare dai protagonisti. Graziano Piazza, interpreta magistralmente il ruolo di Macbeth, succube della sfrenata libidine e ingordigia della moglie, disposta a tutto pur di emergere. Melania Giglio, ovvero Lady Macbeth è prodigiosa. Incarna pienamente il ruolo di regina delle tenebre e della donna senza scrupoli. Ogni particolare in lei è calibrato e studiato al minimo dettaglio. Il cadenzato tono di voce ne sottolinea la dissolutezza, le movenze sensuali, da gatta maledetta o mantide religiosa, ne rappresentano l’insaziabile voracità. La sua sensualità, attraverso cui soggioga emotivamente il marito, ha un carattere demoniaco e, proprio tramite un metaforico amplesso, stringe un patto con il male, rappresentato dalle tre “strane sorelle”. Lady Macbeth offre se stessa all’altare della cupidigia e, rinnegando la sua umanità, inizia un percorso verso la perdizione, che la porterà al delirio allucinato e, da lì, alla morte.

Il Macbeth di Daniele Salvo è provocatorio, denso di simbologia, allusioni religiose e artistiche. Emblematica la scena dell’ultima cena di Re Duncan – Carlo Valli – in cui gli attori riprendono meticolosamente l’Ultima cena di Leonardo da Vinci, rimanendo esattamente immobili, nelle stesse identiche posizioni dei personaggi ritratti nel quadro, per tutta la durata del monologo di Macbeth e del successivo dialogo tra i due protagonisti. Ancora fortissime sono le allusioni all’eucarestia, come ad indicare il fatto, a mio parere, che la redenzione non va cercata nella vita ultraterrena ma nel presente, nel qui ed ora. E, se il personaggio positivo di Banquo, interpretato da Alessandro Marmorini, viene brutalmente ucciso, la sua nobiltà d’animo viene riscattata da altri personaggi, come Macduff, Alessandro Albertin, e Malcom, erede di Duncan, Alberto Mariotti.

L’elemento esoterico e quello religioso si mischiano e si compenetrano, senza giudizio, come a voler innescare – nella mia visione – una riflessione più alta sui concetti di “bene” e “male”. Concetti astratti, estranei all’essere umano. In relazione al quale, come sosteneva il grande psichiatra Massimo Fagioli, sarebbe più corretto parlare di sanità, incarnata nei personaggi positivi di Banquo, Macduff e Malcom e malattia, in Macbeth e Lady Macbeth. Come se Shakespeare, utilizzando il linguaggio proprio della sua epoca, ricco di riferimenti alla stregoneria e all’esoterismo, intendesse andare al di là di quello per dimostrare con i fatti che, indipendentemente delle profezie e dei rituali, la responsabilità dell’essere umano sta sulla terra e, proprio come il suo destino, risponde alle azioni che, di momento in momento, sceglie di compiere.

Per concludere, il Macbeth di Daniele Salvo è un capolavoro da non perdere. Un succedersi di immagini potentissime che rimangono fortemente impresse nella memoria. Insomma, la performance attoriale è di altissimo livello. Gli attori padroneggiano perfettamente i loro corpi, per citare un esempio, è dirompente la scena in cui le tre streghe sorelle, interpretate da Giulia Galiani, Silvia Pietta, Mària Francesca, fanno partorire simbolicamente un uomo – con un movimento pelvico e addominale convulso e così accentuato, da lasciare davvero esterrefatti.

Globe Theatre, Roma, fino al 25 settembre (dal mercoledì al venerdì ore 21, sabato e domenica ore 18)

Nella foto: Graziano Piazza e Melania Giglio

Manuale di come non gestire una crisi

La vicenda delle presunte molestie del senatore di Azione Matteo Richetti si risolverà molto prima del previsto. Nelle ultime ore è uscito il nome della donna, si sa che l’indagine (iniziata con una denuncia di Richetti per stalking) è vicina alla fine e la testata giornalistica Fanpage (che scrive di avere altre testimonianze) dovrà difendersi da una querela mostrando quindi tutti gli elementi in suo possesso. Calenda esulta perché la donna in questione era già stata denunciata, si è dimenticato di dirci che per la denuncia di Richetti è stata chiesta l’archiviazione. Ma non scrivo di questo.

Una notizia del genere, a pochi giorni dalle elezioni, è ciò che viene definito “crisi”. Dover gestire una crisi accade ai partiti, alle aziende e alle persone, ogni giorno in tutto il mondo. Nella gestione della crisi spesso accade che per l’urgenza e per l’emergenza si possano cogliere anche i lati spesso dissimulati. La gestione della crisi da parte di Carlo Calenda è stata disastrosa, comunque vada a finire.

Negli ultimi giorni Carlo Calenda è intervenuto inizialmente chiedendo garantismo per il suo senatore. Richiesta legittima (finanche costituzionale) se non fosse che lo stesso Calenda ha nel frattempo condannato la presunta vittima, definita “mitomane” e “stalker” con una condanna passata subito in giudicato nel tribunale degli account social del leader del sedicente terzo polo che al massimo può aspirare a essere il quarto. Non è tutto: è Calenda ad avere fatto il nome di Richetti. «Dall’inchiesta di Fanpage era facile risalire all’identità del senatore», dice Calenda. Poi è avvenuto tutto il resto: colpevolizzazione della presunta vittima senza nessun processo e accusa di non avere mai presentato denuncia (senza tenere conto che l’85% delle donne vittime di molestie non denunciano). Calenda ha anche dimostrato di saper declinare al femminile, quando vuole. Gli uomini innocenti fino a prova contraria, le donne bugiarde fino a prova contraria. Ci vuole parecchia insipienza per riproporre uno schema del genere.

La gestione di questa crisi poteva raccontarci molto di come il leader di Azione (e del cosiddetto terzo polo) poteva porsi di fronte a un tema troppo ampio e troppo complesso per essere ridotto alla difesa di un suo singolo senatore (in un fatto tutto da accertare): Calenda invece ha fatto il maschio, puro, nella sua accezione peggiore. E non si tratta solo di questo: la compulsività di Calenda cha non perde mai occasione di dire qualcosa anche quando si richiede cautela dimostra che il suo partito non ha nessun filtro e nessuna struttura in un momento emergenziale. Si dimostra, ancora una volta, che Matteo Renzi ha potuto cucinarlo a fuoco lento stando in disparte. Incredibile poi che le donne del partito che si sono ritrovate a gestire una questione del genere siano Gelmini e Carfagna, le stesse che dopo avere giustificato le cene eleganti di Berlusconi e Ruby nipote di Mubarak ora dovrebbero certificare la “serietà del maschio compagno di partito”. Sì, come no.

Dice Calenda che si tratta di una polpetta avvelenata confezionata da Fanpage. Anche questo avremo il tempo di scoprirlo. Di certo ha sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare.

Buon lunedì.

Contro tutte le politiche di esclusione e discriminazione, sosteniamo il “modello Riace”

Si prepara «una notte buia e tempestosa»? Possibile, ma l’antica saggezza popolare che raccomanda di «non fasciarsi la testa prima di rompersela», va tenuta in conto. È opportuno, in ogni caso, prevedere un periodo di “resistenza” (mi raccomando, le virgolette!) per impedire il peggio, raccogliere le forze e organizzare pratiche politiche razionali e intelligenti. È probabile, a esempio, che il governo di centrodestra – nel caso sia questo l’esito del voto – adotti una politica per l’immigrazione particolarmente restrittiva: e ciò rende ancora più necessari iniziative in controtendenza, scelte virtuose, progetti che abbiano un segno differente, indirizzati verso l’accoglienza e l’inclusione.

Per questa ragione è importante continuare a seguire e a sostenere quello che è stato definito il “modello Riace”: una politica dell’amministrazione locale di quel Comune e di quel territorio basata sulla convivenza tra nuovi arrivati e vecchi residenti, in luoghi dove la crisi economico-sociale ha prodotto fenomeni di spopolamento e marginalità con l’abbandono di borghi e attività, di risorse e speranze.

L’operato del Comune di Riace, guidato da Mimmo Lucano, ha costituito una esperienza fondamentale – conosciuta e apprezzata in tutto il mondo – che ha dimostrato nei fatti la possibilità di un’accoglienza diffusa sul territorio e capace di creare nuove opportunità di sviluppo. La sentenza del Tribunale di Locri (13 anni di reclusione e oltre un milione di sanzioni pecuniarie) ha colpito al cuore questa storia di solidarietà e convivenza pacifica, ma non l’ha sconfitta. Oggi, a Riace, migranti, profughi e richiedenti asilo trovano ancora la possibilità di inserirsi nel tessuto sociale e di accedere al sistema dei diritti di cittadinanza.

Nel villaggio globale di Riace, in questo momento, soggiornano già oltre quaranta persone in difficoltà e altre ancora sono attese: profughi afgani, nigeriani, eritrei e di altre nazionalità. Servono fondi per la sistemazione degli alloggi, le vettovaglie, le attività di inserimento socioculturale che erano state brutalmente interrotte dalle indagini e dalla sentenza. Per questo è stata lanciata una nuova raccolta di fondi – promossa da Alex Zanotelli e Sandro Veronesi, Elena Stancanelli e Gad Lerner, Valentina Calderone e Alessandro Bergonzoni – finalizzata al pagamento delle spese che richiede, ora, subito, nell’immediato, l’importante attività di accoglienza e integrazione in corso.

Consideriamo essenziale per tutti noi la prosecuzione dell’attività di accoglienza diffusa intrapresa da Mimmo Lucano, che non vuole arrendersi alle avversità. Si tratta di un esempio di solidarietà concreta che merita il vostro aiuto. Sosteniamo il “modello Riace” contro tutte le politiche di esclusione e discriminazione.

Vi chiediamo di dare il vostro contributo, piccolo o grande che sia, inviando un bonifico a:

A Buon Diritto Onlus
Banco di Sardegna
IT73H0101503200000070779827
causale “Per Mimmo”

Nota bene: A Buon Diritto Onlus sostiene e affianca l’iniziativa mettendo a disposizione un conto corrente bancario interamente dedicato alla raccolta di fondi. Le relative sottoscrizioni non sono erogate, quindi, a favore di A Buon Diritto onlus e pertanto non godono del beneficio della deducibilità fiscale.

L’autore: Luigi Manconi è presidente e fondatore di A buon Diritto onlus 

In apertura: Riace 2018, foto di Stefano Giorgi

La pace è rinnovabile, la guerra è fossile

Mentre andiamo a celebrare l’ennesima Giornata internazionale della pace, il 21 settembre, aumentano le spese militari dell’Italia. Sono in discussione in Parlamento richieste di investimenti in nuove armi per 12,5 miliardi, presentate dal governo nelle ultime settimane. Nonostante, in pendenza di elezioni, si dovrebbe occupare solo di affari correnti.

Invece sono ancora bloccati i regolamenti per le Comunità energetiche rinnovabili, previste ai sensi del decreto legislativo 199/2021, che dà attuazione alla direttiva europea Red II sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili. Regolamenti, principi e modelli che dovevano essere emanati, con decreti del ministro della Transizione ecologica, entro 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto, cioè entro maggio 2022. Ben quattro mesi fa. E questo sì che è un “affare corrente”. Perchè Cingolani ancora non emana i necessari decreti? Ormai è evidente che saranno lasciati al successivo governo con i ritardi biblici tipici di queste situazioni.

Mentre le rinnovabili rimangono bloccate, i “rigassificatori galleggianti” vanno avanti come treni, in barba a qualsiasi regola, anche di sicurezza, e con investimenti, già fatti, di centinaia di milioni di euro. Investimenti che proseguiranno per anni. Quello che hanno detto alcuni partiti, cioè che i rigassificatori galleggianti possono “essere smobilitati ben prima del 2050”, vuol dire confessare che ce li terremo ben oltre il 2030, nonostante gli obiettivi fissati dall’Unione europea sul clima e in particolare sulle energie rinnovabili (“Fit For 55”).

Un dubbio sorge lecito. Perché si vuole privilegiare il gas e penalizzare le energie rinnovabili? Il Portogallo in poco tempo ha già raggiunto il 60% di energie da rinnovabili e raggiungerà l’80% a breve. E le bollette costano 1/3 circa di quelle italiane. Impianti rinnovabili, anche di grandi dimensioni, possono essere istallati in meno di due anni. L’Italia ha tanti bacini idroelettrici ideali per il fotovoltaico galleggiante, tanti tetti pubblici, tanti capannoni industriali da riqualificare, tante scuole che possono essere fulcro di Comunità energetiche per i piccoli e numerosi paesi delle nostre province. Eppure si continuano a favorire le energie fossili semplicemente passando dal “pusher di gas” russo ad altri “pusher”, spesso Paesi con regimi altrettanto dittatoriali, invece di “disintossicarsi” con le rinnovabili.

In primo luogo è da rimarcare che, poichè le energie rinnovabili sono a disposizione di tutti e non in mano a poche multinazionali come avviene per il gas, il petrolio e il carbone, non ci possono essere vendute a caro prezzo come avviene con l’acqua che dovrebbe essere pubblica ma non lo è. E se le multinazionali non sono ancora pronte a venderci il nostro sole, il vento e il mare, le fonti rinnovabili possono essere usate in modo democratico e solidale, magari proprio con le Comunità energetiche rinnovabili.

La seconda osservazione è che le guerre, tutte le guerre e in primis quella in Ucraina, sono funzionali a perpetuare l’era fossile. Basta pensare che negli ultimi 100 anni quasi tutte le guerre sono state fatte per le fonti fossili. A partire dal carbone nel 1900 arrivando poi al petrolio e al gas degli ultimi 50 anni. E ormai le guerre vengono anche combattute con il gas e il petrolio. Ogni guerra poi rilancia l’energia fossile. Lo dimostrano la riapertura di centrali a carbone e la ricerca di nuove fonti di approvvigionamento di petrolio e di gas. Inoltre ogni guerra aumenta le diseguaglianze: l’Europa si impoverisce in favore degli Stati Uniti e della Cina e all’interno di ciascun Paese i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Le multinazionali del fossile, e i loro ricchi azionisti, si arricchiscono in maniera spropositata, 40-50 miliardi di extra-profitti solo in Italia. Basta questo per capire a chi giovano le guerre e perché si aumentano le spese per nuove armi.

La fine dell’era dell’energia fossile sarebbe invece una necessità impellente per l’umanità intera e per molte altre forme di vita sul pianeta. Le spese militari e i sussidi pubblici per le fonti fossili dovrebbero essere spesi interamente per la transizione energetica. Le spese militari sono ormai proiettate al 2% del Pil, 38 miliardi annui, i sussidi al fossile sono pari a oltre 20 miliardi annui… parliamo di circa 60 miliardi di euro annui cui aggiungere, almeno il primo anno, 40-50 miliardi di extraprofitti (altro che Pnrr) che dovrebbero invece essere usati per una transizione equa, per nuovi posti di lavoro, per riqualificare territori esausti.

L’urgenza è massima, la scadenza è ieri: come ci dicono da tempo gli scienziati questo modello sociale e questa spirale perversa stanno creando disastrosi cambiamenti climatici e sono ormai incontrovertibili le loro conseguenze, non solo sul territorio e gli ecosistemi, ma anche sull’uomo e sulla società, relativamente al suo benessere, alla sua sicurezza, alla sua salute e alle sue attività produttive.

Vediamo costantemente crescere la povertà e gli effetti della crisi energetica, aggravata dalla guerra in Ucraina, vengono pagati dalle fasce più deboli della popolazione, in Italia come nel resto del mondo. Ci troviamo davanti a due ipotesi, entrambe drammatiche: l’aggravarsi del conflitto fino ad un allargamento mondiale o l’ulteriore incancrenirsi di guerre endemiche di media intensità con crisi economiche e conflittualità sociali sempre più gravi. Si sta allargando il debito che lasceremo alle future generazioni: al gravoso debito economico italiano stiamo aggiungendo un sempre più grande e pericoloso debito ambientale e sociale. Invece di seguire la strada della transizione ecologica, come ci chiedono gli scienziati, ci stiamo avviando a una transizione basata sulla conflittualità tra Paesi ricchi e Paesi poveri e, all’interno di ciascun Paese, tra i più ricchi e i più poveri: invece di adottare politiche per rigenerare e distribuire equamente le non infinite risorse della Terra si combatte per accaparrarsele a favore di pochi e a danno di molti.

Eppure la Costituzione italiana delinea chiaramente il solco da seguire per intraprendere il percorso che ci indica la scienza: l’articolo 3 pone l’uguaglianza al centro degli obiettivi sociali, l’articolo 9 ci ricorda che la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, l’articolo 41 che l’attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e che l’attività economica pubblica e privata deve essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.

Questo il faro che deve guidare la politica, chiamata a trasformare in atti concreti i principi costituzionali, per riuscire a invertire i processi conflittuali in atto e avviare un percorso di transizione ecologica, di crescita sociale e lavorativa, di miglioramento delle condizioni di vita, di riduzione della povertà, di miglioramento della salute e per riuscire a eliminare le condizioni che scatenano i conflitti. La pace è rinnovabile, la guerra è fossile.


* L’autore: Guido Marinelli, co-autore di 5 brevetti internazionali, è stato professore di Elementi di economia nel progetto di sistemi all’Università di Roma Tor Vergata. È cofondatore delle associazioni Carteinregola, Ponti per il futuro, PerImolti e Ledd. Fa parte della segreteria provinciale dell’Anpi Roma

In foto: una protesta dei Fridays for future a Varsavia, 22 aprile 2022



L’evento: il 21 settembre, alle ore 17:30, nella sede di Left a Roma (via Ludovico di Savoia 2b) si terrà l’incontro LA PACE È RINNOVABILE, LA GUERRA È FOSSILE.  L’iniziativa è promossa dal Comitato Anpi provinciale di Roma e dall’Anpi Roma VII municipio, con la collaborazione di Left, in vista dello Sciopero mondiale per il clima del prossimo 23 settembre

Interverranno: 
• Antonello Pasini, climatologo, professore universitario, ricercatore del Cnr e promotore dell’appello “un voto per il clima” che ha raccolto già più di 220mila firme;
• Filippo Sotgiu, uno dei portavoce nazionali di FridaysForFuture;
• Maddalena Lamura, ricercatrice università di Vienna, esperta di povertà energetica;
• Francesco Cioffi, Università La Sapienza;
• Leonardo Filippo, Left;
• Fabrizio De Sanctis, Presidente provinciale Anpi Roma;
• Guido Marinelli, segreteria provinciale Anpi Roma.

 

Il risiko del nucleare civile tra guerre e tentativi di rilancio

Il nucleare civile è tornato prepotentemente alla ribalta per due aspetti: il primo – decisamente angosciante – riguarda l’eventualità che, in caso di guerra, una centrale nucleare possa essere bombardata, come si teme da settimane per l’impianto nucleare ucraino di Zaporizhzhia. Il secondo aspetto tocca da vicino il tema del Green new deal e quello dell'”indipendenza energetica”. Entrambi gli aspetti presentano elementi di criticità che vale la pena di mettere in luce.

Si può bombardare una centrale nucleare? La risposta a questo semplice ma fondamentale interrogativo è che, secondo le vigenti regole internazionali, non esiste il divieto assoluto di bombardare una centrale nucleare. Il documento a cui fare riferimento risale al 1977 (primo protocollo aggiuntivo della convenzione di Ginevra del 1949) che, all’art. 56, primo comma, stabilisce: «Le centrali elettriche nucleari, non possono essere oggetto di attacco, anche se tali impianti sono obiettivi militari, se tale attacco può causare il rilascio di sostanze pericolose e conseguenti gravi perdite tra la popolazione civile. Parimenti, gli obiettivi militari che si trovano nelle vicinanze di tali impianti, non devono essere attaccati se ciò può causare rilascio di sostanze pericolose e conseguenti gravi perdite tra la popolazione civile». Ma subito dopo, secondo comma dell’art. 56, è scritto che tale imposizione viene meno se «la centrale nucleare fornisce energia elettrica in modo regolare e diretto alle operazioni militari e se l’attacco alla centrale è l’unico modo per porre fine a queste operazioni».

Come si fa a dimostrare che l’elettricità fornita da una centrale nucleare, una volta messa in rete, non vada ad alimentare “operazioni militari”? Da Zaporizhzhia partono varie linee elettriche che alimentano sia il Donbass (dove opera l’esercito russo) sia il territorio dove opera l’esercito ucraino, quindi entrambe le parti in causa potrebbero, legittimamente, invocare il secondo comma sopra richiamato. Resta il fatto che l’esercito ucraino, accusato dai russi di attaccare le loro postazioni poste intorno alla centrale, violerebbe il secondo capoverso del primo comma, mettendo a rischio la popolazione civile. Gli ucraini, dal canto loro, sostengono che siano i russi a bombardare la centrale con l’intento di provocare una catastrofe. Al successivo comma 5 si sollecitano le parti a non collocare obiettivi militari in prossimità di una centrale nucleare (come hanno fatto russi), ma subito dopo si legittima la loro presenza se questa, non avendo parte attiva nel conflitto, ha per solo scopo la difesa dell’impianto (come sostengono i russi). Difficile immaginare che la missione Aiea a Zaporizhzhia possa venire a capo di questa intricata matassa, anche perché la materia fin qui descritta è di competenza dell’Onu, non dell’Aiea che invece è chiamata ad accertare che i materiali nucleari, le apparecchiature e gli impianti esistenti in Ucraina non siano utilizzati in modo tale da favorire alcuno scopo militare-nucleare.

Fuori da questo contesto normativo esistono altri modus operandi, riassumibili in due tipologie: il modello indo-pakistano e il modello israeliano. Il primo consiste nell’accordo stipulato nel 1988 tra India e Pakistan, tutt’ora vigente, dove i due Stati si impegnavano a non svolgere nessuna azione, diretta o indiretta, che potesse distruggere o danneggiare le rispettive installazioni nucleari. L’altro rimanda, come primo atto, alla distruzione del reattore iraqeno di Osirak da parte dell’aviazione israeliana avvenuta il 7 giugno 1981. Il reattore di Osirak non conteneva ancora materiale fissile al pari di due reattori iraniani che l’Iraq tentò di colpire durante la guerra con l’Iran e di quello siriano di Al-Kibar, distrutto da Israele nel 2007. Nel 1991 invece Saddam Hussein lanciò dei missili, per fortuna senza successo, contro il reattore israeliano di Dimona che era operativo, mentre nello stesso anno gli Usa bombardavano il centro nucleare iracheno di Al Tuwaitha in cui erano presenti due reattori di ricerca operativi.

È appena il caso di ricordare che Israele e Stati Uniti non hanno mai ratificato i protocolli aggiuntivi di cui sopra e le conseguenze non sono mancate. Bombardando Osirak, infatti, Israele non aveva solo infranto il tabù che “vietava” di attaccare siti nucleari, ma aveva aperto la strada alla “filosofia” dell’attacco preventivo e “legittimo”, la cui massima espressione si ebbe con la guerra all’Iraq del 2003. Nelle riunioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu del giugno 1981, il rappresentante di Israele dichiarò che «il raid contro il reattore atomico iracheno Osirak era stato un atto di autoconservazione col quale Israele aveva esercitato il suo diritto di autodifesa come inteso nel diritto internazionale e come richiamato nell’Art. 51 della Carta delle Nazioni unite». Sconcerta che a distanza di 45 anni, nel mentre si annoverano ben dieci conferenze di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, non si sia avviata alcuna revisione dell’art. 56 del primo protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra, tanto più data l’esistenza di un accordo, quello indo-pakistano, che senza troppi giri di parole stabilisce il divieto categorico di colpire qualunque installazione nucleare di tipo civile.

Piccoli reattori crescono. Il rilancio del nucleare civile, che negli Usa è stato pomposamente definito nuclear renaissence, data ormai da qualche anno, ma il suo cammino è accompagnato da segnali contrastanti. Diversamente dagli anni 70-80 del secolo scorso, quando la costruzione dei reattori nucleari era concentrata in Occidente, oggi sono i Paesi orientali (Cina, Corea del Sud, India, con l’aggiunta della Russia) a costruire reattori tradizionali di grossa taglia, mentre in Europa e negli Usa l’attenzione è concentrata sulle cosiddette nuove tecnologie come gli Smr (Small modular reactors) che tanto appassionano diversi uomini politici nostrani, ivi incluso il ministro della Transizione ecologica.

In realtà gli Smr, dal punto di vista dello sfruttamento dell’energia nucleare, non costituiscono né una novità, né una opportunità a portata di mano: dei 72 progetti di Smr censiti dalla Aiea nello yearbook del 2020, molti sono in fase di progettazione concettuale, mentre gli altri non hanno mai superato la fase del prototipo. Di mio posso aggiungere che 7-8 di questi progetti li esaminammo in Enel 40 anni fa, tanto è il tempo trascorso dalle promesse iniziali di certe innovazioni che tali sono rimaste. Se di novità si deve parlare, essa riguarda le modalità di costruzione che, come indicato dalla sigla, sono realizzate per moduli, cioè parti di impianto assemblate in fabbrica e poi montate sul sito dell’impianto allo scopo di accorciare i tempi di costruzione e diminuire i costi. Ciò implica, però, che i reattori abbiano una potenza contenuta come il prototipo della NuScale, recentemente licenziato dalla Nrc (Autorità di sicurezza Usa, nda), che sviluppa appena 77 mWe (megawatt elettrici) per cui, nel caso di potenze più elevate come quelle richieste nella produzione di energia elettrica, viene meno il concetto di economia di scala e quindi la redditività dell’impresa.

Diverso è il caso dei microreattori, sviluppati negli Usa, come il modello “eVinci” della Westinghouse e i prototipi realizzati dall’Argonne national laboratory nell’ambito dei programmi di ricerca del dipartimento dell’Energia. Si tratta di reattori a fissione che usano uranio arricchito fino al 20%; sono moderati a grafite e raffreddati ad elio in circolazione naturale (senza bisogno di pompe) con potenze variabile da 1 a 10 mWe. Il progetto di questi microreattori (detti anche nuclear battery) è ispirato al concetto del “plug and play”, cioè si attacca la spina e si mette in funzione come un normale elettrodomestico. Sono macchine versatili perché ci si può produrre calore per il riscaldamento o acqua potabile; hanno dimensioni contenute (stanno in un normale container da trasporto), la manutenzione è a carico del fabbricante ed hanno tempi di installazione dell’ordine dei mesi. Qui si schiudono orizzonti impensabili per l’energia nucleare se appena la si collocasse nello schema concettuale che molti “esperti” (ambientalisti e non) propugnano come modello di produzione elettrica distribuita sul territorio, simbolicamente rappresentata dalla smart grid, cioè una rete “intelligente” che proprio in virtù di una produzione elettrica non più concentrata in grandi impianti, è in grado di regolare i flussi di energia in modo bidirezionale (dai nodi periferici al centro di una rete elettrica e viceversa). Cosa c’è di più feasible di un microreattore nucleare dal punto di vista funzionale di una smart grid? Ci si può alimentare una fabbrica di medie dimensioni, un piccolo distretto industriale, una stazione di servizio per autoveicoli elettrici, Paesi singoli o consorziati che abbisognano oltre che di energia elettrica, anche di impianti di purificazione dell’acqua, e così via dicendo, fino ad un immaginifico impiego come “reattore di condominio” in grado di fornire anche acqua calda e calore per il riscaldamento.

Con la guerra in Ucraina e le conseguenti sanzioni alla Russia, tutti gli aspetti riguardanti la questione energetica risultano sconvolti. Dal punto di vista economico, il rialzo del prezzo dei combustibili fossili facilita lo sviluppo delle rinnovabili (e per certi versi lo impone come scelta più sensata), ma rimette in gioco anche l’energia nucleare che, apparentemente, vede ridursi il divario sul costo di produzione del kWh rispetto ad altre fonti. Sicuramente i piani formulati in sede internazionale da qui al 2050 (net zero emissions) saranno rivisti: la Germania e i Paesi dell’Est europeo hanno già rimesso in funzione tutte le centrali a carbone e a lignite di cui dispongono per ottemperare temporaneamente al “dogma”dell’indipendenza energetica che sarebbe raggiunta – questo è il messaggio per l’opinione pubblica – con lo sviluppo dell’energia nucleare dato che l’uranio si trova in aree geopolitiche stabili ed affini al punto di vista europeo-occidentale, come il Canada e l’Australia. Ai ritmi attuali di consumo però, ed immaginando che le riserve di questi due Paesi (42% del totale mondiale) siano destinate a rifornire esclusivamente l’occidente, l’uranio canadese ed australiano basterebbe a far funzionare le centrali nucleari europee e del Nord America per appena trenta anni. Giocoforza quindi approvvigionarsi anche da altri Paesi fornitori come la Nigeria e il Kazakhstan che, secondo i canoni occidentali, non possono certo definirsi stabili.

A conti fatti dunque la tesi per cui il nucleare svincolerebbe le economie occidentali da certi fattori di rischio geopolitici non è così convincente, anche perché c’è un altro aspetto sottaciuto dell’attuale mercato dell’uranio che dovrebbe indurre a più ponderate riflessioni: quello per cui l’approvvigionamento di questa materia prima risiede nelle mani di un cartello internazionale. La produzione mondiale di uranio infatti è controllata da quelle che potremmo chiamare «le sette cugine dell’uranio»: sette compagnie che controllano l’85% della produzione mondiale di uranio e appena tre compagnie che sono in grado di fornire i relativi servizi di arricchimento, in un regime di sostanziale monopolio e dunque in grado di condizionare pesantemente i futuri scenari energetici come, del resto, avvenne tanti anni fa per opera delle sette sorelle del petrolio.

In un mondo globalizzato l’indipendenza energetica, specie per un Paese come il nostro, è un wishful thinking (un pio desiderio) che, se messo in pratica a tutti i costi, non farebbe che confermare lo stato di condizionamento in cui versa l’Europa con ripercussioni incalcolabili sulla vita dei suoi cittadini.

Benvenuta catastrofe

I cambiamenti climatici sono qui. La pioggia di sei mesi in un pomeriggio, un sistema temporalesco nato ad ovest della Sardegna che ha attraversato il Tirreno prendendo energia sul mare caldissimo: come risultato ecco i nubifragi torrenziali sul crinale appenninico centrale e le piene drammatiche verso le Marche. Lo scrive Il Meteo.it: «Sono i cambiamenti climatici in atto, con l’eredità della caldissima estate 2022 che, a causa del mare caldo, lascia una possibilità di nubifragi intensi per almeno un altro mese. L’estate 2022 finirà ufficialmente domani con l’arrivo di venti fortissimi, maltempo e un crollo termico diffuso. Ma come visto ieri il rischio nubifragi estivi, a causa del calore accumulato, ci accompagnerà ancora per settimane».

Per ora siamo a 10 persone decedute e 4 dispersi, secondo i Vigli del fuoco che hanno lavorato tutta la notte per salvare centinaia di persone che si sono rifugiate sui tetti per scampare all’acqua. Acqua dappertutto. Acqua e fango cancellano le strade, travolgono cose e persone.

Ora la politica si spremerà in cordoglio e promesse. Eppure ciò che accade nel Marche accade già da tempo nel mondo. Il Pakistan ha un terzo del Paese sommerso dall’acqua, lì le vittime sono più di un migliaio. La catastrofe è già qua mentre la politica fischietta l’ambientalismo per qualche secondo durante i dibattiti, come se fosse un vezzo da mostrare per qualche secondo. L’unico vero conflitto globale è quel cambiamento climatico che alcuni politici, alcuni (per niente autorevoli) scienziati e alcuni pessimi giornali continuano a negare.

Negare la realtà non evita che accada: dovrebbe essere un concetto imparato da piccoli. Negare il cambiamento climatico è criminale al pari del negare una pandemia. Eppure quelli che negano da noi sono venerati come “competenti”. Alla fine, quindi, è anche colpa nostra.

Buon venerdì.

Il Meloni svedese sorpassa i conservatori e sposta a destra l’asse del Paese

Dopo la chiusura delle urne, comincia in Svezia la valvaka: la veglia elettorale, che dirigenti e attivisti dei partiti trascorrono nei rispettivi quartieri generali, ballando (spesso in abito da sera), bevendo e cantando. La festa continua anche quando si delinea il confine tra vincitori e vinti. A quel punto, con qualche certezza in più in tasca, i leader dei partiti arrivano alla spicciolata negli studi della televisione pubblica (Svy) per un primo commento sui risultati.

In mezzo a tanti lustrini e calici e musica, il più sorridente di tutti, la sera di domenica 11 settembre, era Jimmy Åkesson: il quarantatreenne leader dei Democratici di Svezia – partito nato alla fine degli anni Ottanta nel milieu dei gruppi di estrema destra, con molti esponenti incriminati, anche recentemente, per crimini d’odio e atti violenti – ha portato a casa un risultato storico. Non solo il suo partito ha visto crescere la percentuale di consensi del 3,1% rispetto al 2018 (arrivando così al 20,6%), ma ha superato i Conservatori, che scendono al 19,1% (perdendo lo 0,7), privandoli così, dopo decenni, dello scettro di primo partito del centrodestra.

La ripartizione definitiva dei seggi sarà annunciata solo mercoledì, quando verranno conteggiati tutti i voti espressi via posta e quelli degli elettori all’estero; al momento il centrodestra (sempre meno centro e sempre più destra) è in vantaggio di un seggio sulla coalizione di forze che sostengono la prima ministra uscente, la socialdemocratica Magdalena Andersson.

A prescindere dall’esito finale (quale governo sarà formato), il vincitore certo delle elezioni è Jimmy Åkesson. Anche nel caso il centrodestra non riuscisse, per una differenza minima di voti, a formare il governo, i Democratici di Svezia diventeranno ancora più influenti (a livello nazionale, regionale e comunale: in Svezia si vota nello stesso giorno – la seconda domenica di settembre – per tutte e tre le elezioni), ottenendo più posti e di maggior prestigio. Per giunta, anche se il candidato primo ministro del centrodestra in queste elezioni è stato Ulf Kristersson, il leader dei Conservatori, qualche esponente dei Democratici di Svezia già chiede se non dovrebbe essere Åkesson, in quanto leader del partito che ha preso più voti nella coalizione, a rivendicare il ruolo.

Per i Conservatori si tratta di una nemesi. Kristersson si è fatto immortalare in molti manifesti elettorali con il suo cane: mentre lo porta a spasso, lo accarezza, gli parla e così via. In mezzo a tanta cinofilia però il messaggio era uno e uno solo: legge e ordine, ripetuto (così come l’altro slogan: meno tasse) quasi con il pilota automatico, come a voler coprire la mancanza di un programma, e di una visione. Ciò di cui era stato capace Fredrik Reinfeldt, leader conservatore vincitore di due elezioni, nel 2006 e nel 2010. A furia di copiare i Democratici di Svezia (che fanno parte del gruppo europeo dei Conservatori e riformisti, insieme a Fratelli d’Italia di Meloni e allo spagnolo Vox, ndr), Kristersson ha ottenuto di esserne surclassato. Gli altri tre partiti del centrodestra (i Cristianodemocratici e i Liberali) calano entrambi lievemente (-0,9%), attestandosi rispettivamente al 5,4% e al 4,6%, ma esultano, perché capiscono che il vento è girato.

Magdalena Andersson, la prima donna a ricoprire la carica di primo ministro in Svezia, colei che ha impresso una svolta storica alla politica estera e di sicurezza del Paese imboccando il percorso di adesione alla Nato – tema del tutto assente nella campagna elettorale – può, sì, vantare un buon risultato (30,5%, +2,2 rispetto al 2018), ma rischia di non riuscire a formare un governo perché tra i suoi alleati solo i Verdi hanno incrementato i consensi (5,1%, +0,7), smentendo sondaggi che fino a poco tempo fa li davano al di sotto della soglia di sbarramento, che nel sistema svedese, puramente proporzionale, è del 4%. Del resto, il clima non è stato certo protagonista, in queste elezioni.

Il Partito di Centro, che, pur di non appoggiare un governo di centrodestra sostenuto dai populisti, ha rotto già nel 2019 con l’alleanza borghese e ha appoggiato i governi socialdemocratici di minoranza – prima con Löfven e poi con Andersson – è sceso al 6,7% (quasi 2 punti in meno); la sua brillante leader, Annie Lööf, ha dichiarato domenica sera che i voti in uscita sono verosimilmente andati ai Socialdemocratici, sia per l’autorevolezza dimostrata dalla prima donna premier sia perché il partito di Andersson ha assunto posizioni decisamente di centro.

Il Partito della sinistra non esce bene, da queste elezioni. Su assesta sul 6,7% delle preferenze, con un calo dell’1,3% rispetto alle scorse elezioni. Nooshi Dadgostar, leader dal 2020, ha chiarito da tempo che il suo obiettivo è un’alleanza di governo con i Socialdemocratici, non più un semplice appoggio esterno, che pure ha dato frutti importanti, come lo stop alla liberalizzazione dei canoni d’affitto negli alloggi di nuova costruzione e un significativo aumento delle pensioni più basse; risultati ottenuti sfruttando il fatto che i governi socialdemocratici di minoranza susseguitisi dal 2018 dipendevano dai voti del Partito della sinistra. Evidentemente però la determinazione a governare non solo con i Socialdemocratici (neoliberisti e atlantisti) ma anche con il Partito di centro, che si spende molto contro la xenofobia ma in materia di politica economica è assolutamente liberista, non ha convinto l’elettorato di riferimento.

Se sulla Nato il partito di Dadgostar ha tenuto una posizione ferma (pur non ritenendo opportuno uno scioglimento dell’Alleanza atlantica tout-court…), la strategia di rompere i ponti con il comunismo – senza la capacità di distinguere tra esso e lo stalinismo – e proclamarsi di fatto eredi della vera socialdemocrazia svedese è risultata troppo ambigua. Peraltro, né i Socialdemocratici né il Partito di centro hanno alcuna intenzione di accogliere nell’esecutivo il Partito della sinistra.

Il rebus del nuovo governo si scioglierà forse mercoledì o forse molto più avanti; in ogni caso rimarrà il velenoso lascito di una campagna elettorale molto americanizzata. Tra popcorn, musica tecno, falukorv (un particolare wurstel, specialità gastronomica nazionale, molto usato nella propaganda per ostentare la propria “svedesità”) e un’insistenza ossessiva sulla persona dei leader, anziché sui programmi, si è discusso quasi solo di criminalità delle gang giovanili (di immigrati, naturalmente…). Piaga che certamente esiste e alimenta un diffuso senso di insicurezza, ma va studiata e spiegata dati alla mano. Purtroppo è invece sfruttata per normalizzare la xenofobia. Le sparatorie tra gang nei sobborghi degradati sono il risultato delle politiche di quegli stessi partiti (i Socialdemocratici e i Conservatori) che, a livello nazionale come locale, hanno fatto del loro meglio per alimentare la segregazione residenziale (e la disoccupazione) degli immigrati, e ora, tallonati dai Democratici di Svezia, cercano di correre ai ripari, chiedendo pene più severe (anche per i minorenni), più polizia e via dicendo.

I Socialdemocratici ingentiliscono il programma con il richiamo al caro vecchio welfare (la marginalità sociale si contrasta non solo con la repressione, ma anche e innanzitutto con politiche sociali), ma con quale credibilità, dal momento che hanno contribuito attivamente al suo smantellamento e ora propongono, per i sobborghi degradati, criteri di assegnazione degli alloggi su base etnica? Questa ossessione per la criminalità (immigrata) ha finito per relegare in secondo piano i problemi che più stanno a cuore agli e alle svedesi: la sanità, innanzitutto, il welfare in generale e la lotta all’inflazione.

La svolta epocale di queste elezioni – il successo dei Democratici di Svezia, che diventano il secondo partito del Paese dopo essere stati banditi per anni dal salotto buono della politica – ci ricorda una volta di più che inseguire la destra radicale sul suo terreno (con proposte sugli immigrati semplicemente aberranti, formulate non solo, come è ovvio, da Åkesson ma anche dal centrodestra “perbene” e dai Socialdemocratici), lungi dal neutralizzare le spinte estremiste infetta l’intero panorama politico e culturale, perfino in un Paese che della solidarietà e dell’uguaglianza aveva fatto il suo vanto. Figuriamoci in paesi con tradizioni democratiche assai più fragili, come il nostro.

“Vivir bien”, dalla Bolivia il modello per una nuova convivenza sociale

Il concetto andino del Vivir bien è un paradigma innanzitutto biocentrico, perché preserva l’esistenza di tutti gli “esseri viventi”. È una proposta che nasce dalla sapienza dei popoli originari: gli Aymara, i Quechua, i Guaraní. Si crea e si ricrea con il passare del tempo come espressione della dinamica permanente delle culture ancestrali in relazione e conflitto con le dinamiche globali.

Il Vivir bien è una critica ai modelli di civiltà occidentali concepiti a partire dal colonialismo e dal capitalismo, un ripensamento dei modelli di sviluppo della “civiltà del progresso”, che si basano su un costante aumento della produzione e della circolazione dei beni, sulla natura consumistica degli esseri umani rispetto ad altre dimensioni della loro esistenza, sulla natura come fornitore permanente di risorse, vittima incessante dello sfruttamento umano, e sul mercato come regolatore dell’economia.

Il Vivir bien è una parte sostanziale del patto sociale espresso nella Costituzione politica dello Stato del 7 febbraio 2009 che, pur riconoscendo la diversità delle cosmovisioni dei suoi popoli e delle sue nazioni, afferma che: Lo Stato assume e promuove come principi etico-morali della società plurale.
Secondo il Piano nazionale di sviluppo attuato a partire dal 2006 con il primo governo di Evo Morales, Vivir bien è l’accesso e il godimento dei beni materiali e la realizzazione affettiva, soggettiva, intellettuale e spirituale, in armonia con la natura e in comunità con gli altri esseri umani. Un concetto che presuppone l’equilibrio e l’armonia con la Madre Terra, e che stabilisce come l’essere umano, la comunità, la natura e il cosmo siano parte di un tutto.

Il Vivir bien è l’incontro dei popoli, è il rispetto delle differenze, più che della diversità. Non è la tolleranza ma è la valorizzazione dell’identità culturale, il recupero del godimento di una vita basata su valori semplici. Una convivenza comunitaria senza asimmetrie di potere, perché uno non può vivere bene se vive male l’altro. Un’unione dei popoli in una grande famiglia, l’abya yala, dove lavorare nella reciprocità, nella gioia, perché il lavoro è una forma di crescita e non una fonte di guadagno. Dove rimettere al centro la cura, dando priorità alla vita e alla Pachamama, la Madre Terra, che della vita è origine.
Vivir bien non significa vivere meglio. Vivere meglio è un’aspirazione tutta capitalista che sottintende vivere a spese degli altri, sfruttare i propri simili e la terra, saccheggiare le risorse naturali, privatizzare i servizi di base. I popoli indigeni originari propongono di vivere bene per il mondo, in solidarietà, in uguaglianza e in armonia.
Vivir bien è una scelta etica, un modello alternativo di essere nel mondo.

Venti anni di vittorie e sconfitte

Gli eventi della guerra dell’acqua a Cochabamba, in Bolivia, nel 2001, hanno cambiato in modo permanente la traiettoria politica del Paese. Quello che è iniziato come un tentativo di privatizzazione dei servizi idrici nella città di Cochabamba ha portato a una straordinaria e suggestiva dimostrazione di solidarietà e coraggio tra i lavoratori boliviani, che testimonia la forza dei movimenti popolari. Una dimostrazione del potere dei lavoratori sulle imprese e sulle multinazionali orientate al profitto.Per comprendere la guerra dell’acqua, è importante capire come e perché l’acqua sia stata privatizzata in Bolivia. Alla fine del XX secolo, il neoliberismo e le politiche economiche di laissez faire hanno giocato un ruolo considerevole nella politica latinoamericana, incoraggiando il settore privato a rilevare molte industrie che un tempo erano considerate parte del settore pubblico.

Il caso della Bolivia è esemplificativo: le disastrose circostanze finanziarie hanno costretto il governo boliviano a rivolgersi alle organizzazioni monetarie internazionali, in particolare al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale. Organizzazioni in gran parte neoliberali, che hanno imposto alla Bolivia la privatizzazione di una serie di industrie nazionali strategiche. Tra queste, l’acqua.
La Banca mondiale riteneva che la privatizzazione in Bolivia avrebbe eliminato la burocrazia corrotta e portato a un aumento della qualità e dell’efficienza dell’industria idrica. In ottemperanza alle pressioni esterne, lo Stato ha pertanto venduto i diritti idrici della città di Cochabamba alla società privata Aguas del Tunari, della statunitense Bechtel Corporations.
La famigerata Legge 2029 ha ufficialmente permesso alla società di applicare prezzi elevatissimi per il diritto all’acqua, divenuta ormai un business nell’intera regione. Una legge che prevedeva persino la vendita di quelle risorse idriche che non avevano mai fatto parte del Servicio municipal de agua potable y alcantarillado (Semapa), autorizzando di fatto i nuovi concessionari a espropriare i sistemi idrici comunali indipendenti, addebitandone l’installazione ai residenti.

Nel giro di pochi mesi molte regioni di Cochabamba hanno visto i prezzi dell’acqua inizialmente raddoppiarsi, per raggiungere poi degli aumenti medi del 350% sulle tariffe minime, di fatto tramutando un bene di prima necessità in uno di lusso.
Il malcontento ha iniziato a crescere tra la popolazione, e a gennaio del 2000 sono iniziate, in modo pacifico, le prime proteste: in una dimostrazione di coraggio e solidarietà, centinaia di migliaia di boliviani, molti dei quali non vivevano neppure a Cochabamba, sono scesi in piazza per chiedere la nazionalizzazione dell’acqua. In particolare, erano contrariati dal fatto che le zone più povere della città non avessero lo stesso accesso all’acqua potabile.

Nel frattempo ai manifestanti si sono uniti i cocaleros, guidati dall’allora membro del Congresso Evo Morales, per chiedere la fine del programma di estirpazione delle coltivazioni di coca. Un’occasione, per il governo, per accusare i manifestanti di essere solo delle pedine nelle mani dei narcos: il ministro dell’Informazione Ronald MacLean Albaroa parlava delle rivolte come di una cospirazione finanziata dai trafficanti di cocaina.
Solo a febbraio le proteste sono diventate violente, quando il governo boliviano ha inviato i militari per disperdere la folla, e la disputa sull’acqua è diventata una vera e propria guerra, con il presidente Hugo Banzer che ha dichiarato lo stato d’assedio.

La violenza dell’esercito contro i manifestanti è diventata sempre più frequente nei due mesi successivi: centinaia di pestaggi e di arresti e 6 morti. In particolare, la morte dello studente diciassettenne Víctor Hugo Daza per mano di un ufficiale militare, ripresa dalle telecamere, è diventata il simbolo della brutalità delle repressioni indette dal governo. Ma i manifestanti sono rimasti fermi e le proteste sono proseguite fino ad aprile dello stesso anno, quando il governo ha finalmente ceduto alle pressioni e ha annullato il contratto con Aguas del Tunari comunicando ai dirigenti che non ne avrebbe potuto garantire la sicurezza personale e abrogando la legge 2029.

La guerra dell’acqua è stata in gran parte un grande successo per i manifestanti: la popolazione è stata in grado di opporsi alla privatizzazione dell’acqua e di sconfiggere efficacemente multinazionali e organizzazioni estremamente potenti. Tuttavia, l’eredità degli eventi di Cochabamba non si è esaurita e la battaglia contro le privatizzazioni è ancora in corso. La crisi di Cochabamba ha creato un senso di solidarietà internazionalista tra i lavoratori, oltre i confini della Bolivia. La lotta contro la privatizzazione ha portato i Boliviani a credere che le proprie azioni potessero portare a un cambiamento reale, anche di fronte alle immense ricchezze straniere. I movimenti popolari, guidati da leader e attivisti sindacali, sono tornati al centro del mondo politico del Paese.

Il governo neoliberale e moderato della Bolivia, lo stesso che aveva permesso le privatizzazioni, è stato rovesciato e nel 2005 è stato eletto presidente Evo Morales, leader sindacale ed ex agricoltore. Uno scenario possibile soprattutto grazie alla dimostrazione di forza popolare nella guerra dell’acqua. Una cultura politica più incentrata sul popolo e sull’azione diretta nel governo. Evo Morales si era già candidato alla presidenza del Paese nel 2002, quando era arrivato secondo, dopo Gonzalo Sánchez de Lozada, e aveva mandato già un segnale importante. Un cocalero Aymara poteva aspirare alla massima carica dello Stato.

Alle elezioni del 2005 Morales ha ottenuto quasi il 54% dei voti: il primo presidente di origine indigena. È stato rieletto alle elezioni del 2009 con il 64,22% dei voti e alle elezioni del 2014 con il 63,36%. È il terzo presidente boliviano nella storia della Repubblica a essere eletto con la maggioranza assoluta dei voti. Rimasto al potere per 14 anni, è uno dei leader più riconosciuti della sinistra latinoamericana. Nel 2008 la rivista Time lo ha inserito tra le 100 persone più potenti del mondo.

Durante il suo mandato, la Bolivia è stata uno dei Paesi con la più alta crescita economica del Sud America, con una crescita media annua del Pil del 5%: il “miracolo economico boliviano”. La povertà estrema in Bolivia è scesa dal 36,7% al 16,8% tra il 2005 e il 2015. Si è registrato anche un miglioramento nella distribuzione del reddito, con l’indice di Gini che è sceso da 0,60 nel 2005 a 0,47 nel 2016, secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica boliviano. In termini di istruzione, nel 2006 è stato attuato il piano di alfabetizzazione cubano Yo, sí puedo (Sì, posso), che ha permesso di ridurre il tasso di analfabetismo dal 13,3% del censimento del 2001 al 3,7%. Un dato che, nel 2008, ha portato l’Unesco a dichiarare la Bolivia “Paese senza analfabetismo”. Inoltre, nel 2010, il governo Morales ha approvato la legge sull’istruzione “Avelino Siñani-Elizardo Pérez”, che istituisce un’istruzione gratuita e interculturale.

Dal 2007 al 2014, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il budget stanziato per la salute è aumentato del 173%, rendendo la Bolivia uno dei Paesi sudamericani più impegnati a dare priorità alla salute. L’Organizzazione panamericana della sanità riferisce nel 2015 che le campagne di vaccinazione hanno eliminato o ridotto significativamente la poliomielite, la rosolia e il morbillo. Nel 2017, l’Oms riporta una diminuzione del 50% della mortalità infantile e del 14% della malnutrizione infantile, il tutto nel corso di un decennio. La Costituzione politica della Bolivia del 2009 stabilisce un Sistema sanitario unico che deve essere universale, gratuito, equo, intra-culturale, interculturale, partecipativo, con qualità, calore e controllo sociale (articolo 18).

Il golpe e la rinascita

Il panorama politico della Bolivia ha vissuto dei mesi di intenso fermento, che hanno generato un golpe e uno spaventoso conflitto sociale.
Il 21 febbraio 2016 è una data fondamentale per il futuro politico del Paese: è il giorno in cui il 51,3% degli elettori boliviani, tramite il referendum indotto dal governo del Mas, respinge la proposta di Evo Morales di modificare la Costituzione e correre per il quarto mandato consecutivo (2020-2025). È la prima grande sconfitta per il presidente boliviano, dopo anni di vittorie quasi costanti.

Il 4 dicembre 2018, tuttavia, il Tribunale elettorale supremo conferma la sua eleggibilità: il Presidente potrà ricandidarsi. Il 28 gennaio 2019, in un’elezione primaria senza precedenti, Evo Morales e altri otto candidati dell’opposizione confermano le loro candidature. L’opposizione denuncia che le primarie siano servite solo a dare legittimità alla candidatura del presidente.

Pochi mesi dopo, il 20 ottobre, la giornata elettorale si conclude con lo scandalo dell’interruzione del conteggio dei voti e le affermazioni dell’opposizione secondo cui il voto sarebbe stato modificato per favorire Evo Morales e impedire un secondo turno contro il candidato dell’opposizione ed ex presidente Carlos Mesa. Il 1° novembre, tra un’ondata di proteste sociali e scioperi nelle città che denunciavano brogli, il Tribunale elettorale supremo sancisce la vittoria di Evo Morales al primo turno. Dieci giorni dopo, tuttavia, l’Organizzazione degli stati americani (Osa) pubblica un rapporto preliminare che segnala irregolarità «molto gravi» nel conteggio dei voti.

Evo Morales si dimette dal potere dopo 21 giorni di proteste urbane, la “revolución de los pititas” (dal nome delle piccole funi con cui i manifestanti di destra bloccavano le strade), e soprattutto dopo la rivolta della polizia e il “suggerimento” delle Forze armate di lasciare l’incarico. Il 12 novembre 2019, in una concitata sessione del Parlamento, peraltro senza quorum, la seconda vicepresidente del Senato, Jeanine Áñez, si autoproclama presidente di transizione, appoggiata dalla Corte. Evo Morales fugge in Messico per chiedere asilo. È il colpo di Stato.

Il 24 novembre, Áñez firma una legge che indice nuove elezioni, inizialmente previste per il 3 maggio 2020. Tra il 20 ottobre e il 27 novembre, un totale di 32 persone ha perso la vita in violenti scontri e proteste antigovernative a causa delle dure repressioni delle forze dell’ordine. Il 10 dicembre, la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) definisce «massacri» le morti nel quartiere Alteño di Senkata e nella città di Sacaba durante le operazioni militari. Tra le vittime i sostenitori dell’ex presidente Morales.
Nonostante avesse detto più volte che non si sarebbe candidata, il 24 gennaio Jeanine Áñez annuncia la sua candidatura come tentativo di unire le forze che si oppongono a Evo Morales. Sono otto i candidati registrati per partecipare alle nuove elezioni del 3 febbraio 2020: tra questi, l’ex ministro dell’Economia Luis Arce, del partito Movimiento al Socialismo (Mas) di Morales, l’ex presidente Carlos Mesa e la stessa Añez.

Il 21 marzo, il Covid si inserisce nella crisi politica. Il nuovo Tribunale elettorale supremo (Tse) annuncia che, a causa della quarantena pandemica, le elezioni saranno rinviate al 6 settembre. Il 23 luglio il Tse annuncia un ulteriore rinvio delle elezioni al 18 ottobre, con eventuale secondo turno il 29 novembre.
A partire dal 1° agosto, la Centrale dei lavoratori boliviani e vari settori sociali e contadini simpatizzanti dell’ex presidente Morales avviano mobilitazioni e blocchi stradali per chiedere che le elezioni non vengano rinviate. Perciò il 13 agosto, di fronte alle pressioni, Áñez indice finalmente le elezioni per il 18 ottobre. La sua candidatura sarà ritirata di lì a un mese, dopo un sondaggio che indicava chiaramente un netto calo nei consensi.

Il bilancio del governo Áñez è impietoso: più di 100mila posti di lavoro persi in pochi mesi, più di 3 punti percentuali persi in termini di crescita e un aumento vertiginoso dei tassi di povertà. Senza contare la pessima gestione della pandemia: 75 morti ogni 100mila abitanti è lo spaventoso numero che porta la Bolivia al terzo posto al mondo per morti da Covid-19, nonostante dai dati dell’Anagrafe civile i decessi potrebbero essere ancora di più.
La giornata elettorale si svolge domenica 18 ottobre 2020 senza tensioni sostanziali. Nonostante la pandemia, l’affluenza alle urne è dell’87%. La vittoria è incontestabile: il 55,11% dei voti va al Mas. La distanza che separa Arce e Choquehuanca dal principale contendente Carlos Mesa è di circa 20 punti percentuali, ben oltre le aspettative che volevano un testa a testa con la necessità di un secondo turno per determinare il vincitore.

Il 21 settembre a Roma l’incontro con il vicepresidente Choquehuanca

Sarà il vicepresidente della Bolivia, David Choquehuanca (nella foto), a raccontare in Italia l’esperienza politica del Vivir bien e il rapporto tra socialismo e le culture indigene del Paese latinoamericano. L’incontro “Vivir bien, il paradigma del nuovo ordine mondiale”, è in programma il 21 settembre all’Università di Roma Tre (ore 16, Facoltà di giurisprudenza, Aula magna, via Ostiense 159) dove Choquehuanca terrà una lectio magistralis. Partecipano il rettore Massimiliano Fiorucci, l’ambasciatrice boliviana in Italia Sonia Silvia Brito Sandoval, il direttore del dipartimento di Giurisprudenza Antonio Carratta e l’europarlamentare S&D Massimiliano Smeriglio che ha contribuito a organizzare l’incontro.

Nella foto in apertura: la cerimonia per il giuramento del presidente Luis Arce, 8 novembre 2020

 

 

Pablo Echaurren nel mondo misterioso di Neanderthal

Oggetti trovati come ready made, neanderthalensis siamo.
Dalle Fantasticherie di un passeggiatore solitario di Rousseau dovremmo ripartire, con questa voglia di riscoprire il mondo in cui una volta si è passeggiato. L’uomo che si riscopre così anche collezionista di sé stesso. Perché in fondo la prima forma di sensibilità simbolica viene attribuita ad un australopiteco; una linea diretta che darà vita all’homo sapiens. La percezione che consiste nell’aver capito che l’ominino di secoli fa si era trovato tra le mani un minuscolo oggetto, una pietrina con incisa come una faccetta, in quella sperduta regione chiamata Makapansgat, nel sud Africa, e se lo era portato scientemente con sé. Senza sapere oltre. In questa sua volontà si riconosce la prima vera sensibilità che milioni di anni dopo darà vita alle reali forme di arte.

Raccogliere è così conoscenza di ciò che ti circonda, non si può definire onanismo. È cercare nella natura il vero stimolo. Ammirare. Oggi potersi riferire ad un aspetto del mondo antropologico e biologico vuol dire ritrovare le proprie radici, come fermarsi immobili, affascinati, davanti ai riflessi di un coleottero.
Ecco anche Dunchamp che ci torna a far pensare e ci fa tornare indietro, alle nostre radici e origini oscure. Riannoda il pensiero e proietta teorie antiche e modernissime sul piatto della contemporaneità.

Frame del lungometraggio Pablo di Neanderthal di Antonello Matarazzo

«Mi piace Duchamp perché nulla c’è da guardare, ma solo da leggere». Così mi dice Pablo Echaurren al limitare della proiezione del lungometraggio che lo ha visto protagonista e narratore, tra gli eventi delle Giornate degli autori al Festival di Venezia edizione 2022. Lo ha chiamato, insieme al regista Antonello Matarazzo e allo sceneggiatore e storico dell’arte e dell’immagine in movimento Bruno Di Marino, semplicemente Pablo di Nearderthal, dove il catenaccio recita di arte, evoluzione, bricolage. Che è un modo manifesto e vezzoso, da wunderkammer, di mescolarsi alla sua stessa storia, alla sua stessa vita. Come un modo di entrare dentro una sua opera, quelle meravigliose scatole parlanti e semoventi che oggi realizza e rendersi così figurina animata, essere parlante tridimensionale, che cerca nell’elettronica e nel digitale anche un nuovo modo di essere e di pensare.

Si schermisce Pablo Echaurren se lo incalzi sul suo fare artistico. Dopo essere stato indiano metropolitano, illustratore di libri, pittore puro, bassista, sia suonatore roccioso che vero grande collezionista, esperto di futurismo e in fondo lui stesso avanguardista e futurista mille anni dopo, ora dice di aver smesso di produrre arte. Preferendo questi piccoli mondi di object trouvé, composti con grazia e con malizia, con armonia e sottili prospettive. Racchiusi dentro scatole. Finti teatrini che animano e rilanciano il suo stesso pensiero. E chissà se si ricorda di Herbert Pagani? Prima pittore in quel di Parigi con le sue finte cattedrali alla Escher e poi cantante e cantautore.

Pablo Echaurren in un frame del lungometraggio di Antonello Matarazzo

Il lungometraggio di Matarazzo, regista esperto in esperimenti arditi di arti visive, un medialista insomma, come oggi si ama dire, ovvero uno che mescola e integra vari media, ma capace di farlo con sapienza e coraggio, ci spiazza e ci sorprende, ci cattura e si fa guardare come una grande inchiesta ad personam e sovrapersonale, suffragata da una lucida e spasmodica visione dell’arte.
«Anche se non sempre si hanno le prove per suffragare tutto – chiosa Pablo Echaurren, con quel suo modo pacato e dolcemente sofferente di parlare, avvolto dentro una sottana giapponese – ogni teoria, ogni storia. Certi caratteri negativi sono stati introdotti dal Sapiens nella storia dell’uomo. Le autoregolamentazioni di tipo gerarchico chissà chi le avrà mai create».

Il lungometraggio ha uno slogan, un sottotitolo, un sottopancia che più o meno recita: Cosa sarebbe successo se l’uomo di Neanderthal fosse prevalso sull’Homo sapiens? Come si sarebbe sviluppata la nostra specie? Che relazione c’è tra l’arte e l’evoluzionismo? E perché mai l’evoluzione si comporta come un bricoleur? E infine: cosa c’entra in tutto questo Marcel Duchamp? Questo non è un documentario e non è il portrait dell’artista Pablo Echaurren, ma una riflessione in forma di caleidoscopio sul nostro passato, sul nostro presente e sul nostro futuro.

Perfetta mimesis dell’evoluzione dello stesso artista Echaurren. Ma lui si schermisce se lo chiami tale. E così nell’estrema impresa di rintracciare coerenza di movimenti e di ricerca, nuovi fermenti nel bricoleur dell’arte, mette in scena in tridimensione, quasi una second life del suo evolversi o regredire verso quell’ominino che raccoglie selci e faccette misteriosamente apparse sulla pietra.

Mario Tozzi in un frame del lungometraggio di Antonello Matarazzo

«Fino a poco tempo fa l’evoluzione umana era vista come una linea continua dal basso verso l’alto, oppure in orizzontale. Perché da una scimmia l’uomo si fosse evoluto insomma». Apre proprio con queste parole il film. «In questa progressione si pensava che l’uomo di Neanderthal fosse il nostro antenato», mi racconta Pablo, ma non vuole convincermi, sia detto per inciso. La vita sulla terra e la sua evoluzione, se riavvolgessimo il nastro daccapo, suffraga il mega esperto Mario Tozzi, sarebbero diversi, non li rivedremo così come li abbiamo visti, studiati, certificati. E dunque? Ci sarà sempre una variazione, un’imperfezione che cambierà il risultato finale. Come una partita a scacchi, sottile, creativa. Ma se la creatività non fosse la semplice rappresentazione della realtà. Ma qualcosa bensì di più astratto e celebrale, concettuale? Come rispondere a queste domande complesse?

Il film ci dice in fondo che gli uomini fanno tanti errori, non usano sempre il cervello nel modo migliore. Come nella vecchia poesia citata ad arte di Salvatore Quasimodo: ”Ma tu sei ancora uomo della pietra e della fionda”?
Nel cammino di Pablo Echaurren che da ologramma di se stesso si mette in marcia verso luoghi ricchi di reperti della preistoria, ci accompagnano le splendide musiche di Rocco De Rosa e il suono curato da Canio Loquercio. Due ricercatori preistorici della musica capaci di entrare nel bricoleur del pentagramma.

È una maniera furba, intelligente di raccontarsi e di legare il proprio cammino di artista a quello dell’evoluzionismo. Ma con un sintagma, un punto oscuro: e se Neanderthal battesse Sapiens? Si potrebbe spalancare un futuro bricoleur, ode alla fine proprio a Duchamp. Sì perché Neanderthal, che fino ad oggi in molti hanno sempre visto come primitivo, ovvero involuto, aveva altresì un ben diverso carattere e misterioso sapere e sensibilità. Mai aggressivo e persino premuroso verso i suoi cari. Echaurren e il regista Matarazzo piano piano ci tirano così dentro questa teoria e ce la fanno sospirare e poi ce la regalano con grazia, dolcezza, stupore e soavità.

Ci interessa tutti questo discorso, che è poi quello della nostra specie, antenati, figli, padri. Ci riguarda tutti e ci fa immaginare un nuovo futuro antico
«Neanderthal – mi confessa Pablo al termine del nostro incontro – con un pizzico di malcelata dolce civetteria, mi permette di fare quello che facevo da bambino: passeggiare, guardare le pietre, poterle toccare, raccoglierle. Tu raccogli una pietra che è stata in mano ad una persona risalente a 200-300mila anni fa. Prima c’erano stati altri homo. Questi oggetti trovati o ritrovati sono in fondo per me il pre ready made. E per questo motivo uso l’espressione Duchamp neanderthalensis. Di Duchamp oggi si tende ad imitare l’atteggiamento artistico, il tipo di arte o di investimento che si mette nel proprio fare, poco o nulla invece si è dedicato a quello che era il suo insegnamento esistenziale che ha spiegato nelle tante interviste rilasciate, in cui racconta cosa pensa del ruolo dell’artista. Un anti artista, un anti esteta. Nel suo comportamento vive il vero terremoto: Duchamp non ha mai venduto un’opera, non ha mai fatto una mostra. È il suo disprezzo rispetto ad un sistema che ormai è capitalistico. E lui certo non era un uomo di sinistra. Ma capace di arrivare ad estreme conseguenze, come a dire che un artista non può che essere underground, ovvero clandestino».

Make art, not money. Come da una antica mostra di Pablo stesso. O come scrive nell’antico pamphletto Duchamp politico: «Duchamp, malgrado la sua orgogliosa laicità, è un po’ come certi santi la cui vita, sebbene vissuta in costante ritiro, lontano dai richiami della vanità, nella cocciuta rinuncia dei beni materiali, finisce per diventare pubblica, per manifestarsi in tutta la sua potenza di attrazione e di esortazione collettiva verso una scelta cruciale».
Tutto sta anche nell’attaccamento al lavoro nel senso più umile e nobile del termine. Travail desinteresse è travail superieur.
Lo pensava, a ben guardare questo film, anche Neanderthal. Nostro compagno di strada.

Come l’armata Brancaleone ma meno divertente e più pericolosa

Per uno strabismo tipico di certa politica gli articoli di questa campagna elettorale vertono sui disastrosi rapporti tra gli ex alleati di centrosinistra, di sinistra, né di destra né di sinistra e di sedicente terzo polo – che può essere al massimo il quarto – dimenticando di osservare e raccontare il disfacimento che si sviluppa a destra. Lì Giorgia Meloni si avvicina alla vittoria – che dà per certa – ogni giorno più sospettosa mentre Matteo Salvini – come lo scorpione sulla schiena della rana – piccona la sua alleanza pur di raccogliere qualche spicchio di visibilità.

Ieri sono accaduti almeno due fatti particolarmente significativi. Giorgia Meloni ha spinto talmente forte la sua propaganda che alla fine si è invertita: «Vogliamo dare il diritto alle donne che pensano che l’aborto sia l’unica scelta che hanno, di fare una scelta diversa. Non stiamo togliendo un diritto ma aggiungendolo», ha detto la leader di Fratelli d’Italia durante un comizio a Genova. Ricorda la parabola triste del capo di governo che chiude una corsia di un’autostrada a tre corsie, la riapre il mese dopo e dice «con la chiusura di una corsia su tre abbiamo segnato un -33% ma poi aggiungendo una corsia alle due esistenti abbiamo guadagnato un buon 50% quindi il saldo è positivo di 17 punti percentuali». Avere il coraggio di intestarsi un diritto esistente dalla notte dei tempi (le donne partoriscono fin dalle loro più lontane antenate) è un azzardo che potrebbe sembrare solo linguistico mentre è molto politico. Giorgia Meloni fingerà di avere a cuore i diritti, non si azzarderà mai a negarli platealmente ma semplicemente incaglierà quelli che non le piacciono. C’è una definizione per questi politici: reazionari. Non è un caso che ieri Meloni abbia confessato di sognare “il Paese dei nostri nonni”.

Ieri è accaduto anche che Salvini e Meloni se le siano date (metaforicamente parlando) per tutto il giorno. Da una parte il leader leghista ha passato la giornata a criticare “l’amica Giorgia” (Salvini ha imparato benissimo come trollare da ottimo epigono del “papà della bestia” Luca Morisi) per la sua opposizione allo scostamento di bilancio: «Rischiamo di perdere un milione di posti di lavoro se non ci muoviamo rapidamente. La Lega lo chiede da due mesi con insistenza ma da sola perché la maggior parte dei partiti, a sinistra il Pd ma anche Fratelli d’Italia in casa centrodestra, dicono che bisogna essere prudenti e non fare nuovo debito», ha detto, solo per fare un esempio tra tanti, ieri mattina a Rtl 102.5. Alla fine Meloni ha sbottato: «È qualche giorno che mi sorprendono alcune dichiarazioni di Salvini, sempre più polemico con me che con gli avversari», ha detto la leader di Fdi intervistata al Tg di La7, parlando di «polemica pretestuosa». Che ha fatto Salvini? Ha rincarato la dose: «Mi spiace che Letta dica di no, mi spiace che anche Giorgia, con cui vado d’accordo su tutto, dica di no», ha detto il leader della Lega arrivando a Pescara, rispondendo a una domanda dei cronisti sulle parole di Meloni.

Pericolosi e litigiosi. Molto probabilmente questo centrodestra vincerà le elezioni (più per demeriti altrui che per meriti propri, ma questo accade spesso in politica) ma che poi sia in grado di governare è tutto da verificare. Il problema è che ancora una volta lo verificheranno a proprie spese gli italiani.

Buon giovedì.