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I Fridays for future: Basta chiacchiere sul clima

Trasporti pubblici gratuiti, comunità energetiche in ogni comune, stop ai jet privati, efficientamento energetico di scuole e case popolari e introduzione del salario minimo.

Sono queste le principali rivendicazioni dei Fridays for future, i giovani ambientalisti che oggi, in occasione dello Sciopero globale per il clima, scendono in piazza in tutto il Pianeta, in un momento molto delicato per il mondo intero e per il nostro Paese – mancano infatti solo due giorni alle elezioni politiche.

I ragazzi e le ragazze che seguono le orme di Greta Thunberg sfilano in oltre 70 città italiane, urlando gli slogan “Quale voto senza rappresentanza” e “Basta chiacchiere sul clima”: sullo sfondo, oltre alla crisi energetica innescata dall’escalation del conflitto in Ucraina, c’è l’accelerazione della crisi climatica, come testimoniano gli eventi metereologici, ultimo in ordine di tempo l’alluvione nelle Marche.

Ma in tutto questo come si sta comportando la politica nell’affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici? Secondo uno dei portavoce nazionali, Filippo Sotgiu, 21 anni, sardo d’origine e trasferitosi a Roma per studiare al conservatorio, al di là dei numeri, le misure intraprese dall’Italia sono evidentemente insufficienti sotto diversi punti di vista, dagli ostacoli che ancora sussistono all’installazione di energie rinnovabili e le comunità energetiche (che infatti procedono estremamente a rilento) alla mancanza di piani seri per un potenziamento del trasporto pubblico locale (urbano e regionale).

«La politica ha di fatto ignorato la crisi climatica, che è rimasta ai margini della campagna elettorale, e molti partiti hanno taciuto sulle misure più efficaci che si sarebbero potute mettere in pratica per ridurre le emissioni e al tempo stesso aiutare le persone in difficoltà a causa della crisi energetica» afferma Filippo, che afferma senza mezzi termini che «la politica non riesce a rappresentarci».

Certo, il distinguo tra la sinistra e la destra è abbastanza netto: almeno a grandi linee i programmi della sinistra contengono effettivamente molte delle misure che il movimento ritiene necessarie, e hanno il pregio di prevedere politiche che affrontino le disuguaglianze climatiche. Viceversa, un governo e una maggioranza guidati dalla destra, che si dichiara, a suo dire, avversario del movimento ambientalista «rischia indubbiamente di rendere il nostro lavoro più difficile».

Ma il giudizio del giovane ambientalista nei confronti dei progressisti italiani è duro, le loro proposte «poco ambiziose» e prive di coraggio.

La principale colpa del Partito democratico e dei suoi alleati, per Filippo, è quello di non riuscire «a trasmettere alla gente il messaggio fondamentale che affrontare la crisi climatica vuol dire anche affrontare i tanti problemi sociali che affliggono il nostro Paese, e che una transizione ecologica giusta non lascia indietro nessuno».

Ancora più dura è Laura Vallaro, un’altra portavoce dei Fridays italiani, piemontese, studentessa di Scienze forestali all’Università di Torino: per la giovane, i politici hanno preferito «nascondere la testa sotto la sabbia» nonostante gli scienziati ci avessero messo in guardia per farci cambiare rotta.

«Nell’attuale sistema politico non troviamo e non troveremo le risposte alla crisi climatica». Per Laura è impossibile attuare e rispettare l’Accordo di Parigi sul clima siglato nel 2015: per farlo, secondo la giovane attivista «è necessario strappare contratti e bloccare progetti legati ai combustibili fossili, e dentro a questo sistema non è possibile. Ci sono molti modi per fare politica e partecipare alla vita democratica, e in questo momento più che mai è necessario essere persone attive, per difendere il clima e la democrazia. Quindi dato che la politica ha fallito nel dare le risposte noi vogliamo creare un altro tipo di politica che sia davvero democratica».

Mancano solo due giorni alle elezioni politiche italiane, e negli ultimi sondaggi rilevati la destra è saldamente in testa. Nel frattempo, la crisi energetica e quella climatica incombono, e nello stesso tempo il conflitto in Ucraina sembra volgere sempre più al peggio.

Ma come potrà incidere su questi scenari lo Sciopero globale per il clima? I due giovanissimi portavoce mi lasciano con una nota di ottimismo. Qualunque sia l’esito delle elezioni, ragionano Laura e Filippo, il nuovo governo non potrà ignorare il fatto che la crisi climatica rimane una delle principali preoccupazioni dei cittadini. Infatti, se c’è abbastanza pressione pubblica, chiunque vinca le elezioni deve considerare le persone che sono scese in piazza per chiedere protezione del clima.

Insomma, se nessuno ci rappresenterà nel prossimo parlamento, chi meglio di questi ragazzi può rappresentarci?

Nella foto: Fridays for future in corteo “Join the fight! Time is now”, Torino, 29 luglio 2022

Braccio teso e poco coraggio

Al funerale di Alberto Stabilini, noto esponente dell’estrema destra milanese e in passato membro del Fronte della gioventù, c’era anche l’assessore alla Sicurezza di regione Lombardia Romano La Russa, fratello meno celebre di Ignazio. Nel momento in cui è stato invocato il nome del defunto tutti hanno risposto «presente!» con il solito braccio teso. Non si è sottratto – figurarsi – l’assessore La Russa, soprattutto in un momento come questo in cui si intravede lo sdoganamento di una certa cultura.

L’opposizione in Regione ha chiesto al presidente Fontana di intervenire e censurare. Figurarsi: Attilio Fontana è appeso a un filo e i rapporti di forza si sono invertiti con la Lega che ormai è una succursale dei meloniani.

Ma l’elemento significativo è la risposta del partito di Fratelli d’Italia che scrive: «Emerge con chiarezza – si legge nella nota diffusa alla stampa – che il movimento del braccio di Romano non ha nulla a che fare col saluto fascista, ma al contrario testimonia il suo invito ai presenti ad astenersi dal saluto. Basta verificare il movimento del suo braccio, peraltro assente durante le chiamate consecutive che comunque la Cassazione ha sancito non essere reato se effettuato in un funerale». Quindi il partito cerca di giustificare La Russa dicendo che «era stato chiesto in vita dal defunto Alberto Stabilini», di cui Romano La Russa era cognato e amico da sempre, l’estremo saluto immortalato in un video che sta diventando virale sul web. Siamo, come dice Mario Lavia, al Var del fascismo.

Riccardo De Corato, candidato per Fratelli d’Italia, ha il coraggio di dire: «Chi vuol confondere il rito del presente con il saluto fascista è ignorante, nel senso che ignora una tradizione militare che vige da secoli». Eccola, la loro natura. Braccio teso e poco, pochissimo, coraggio.

Buon giovedì.

 

 

Enrico Letta: Lavoro, giustizia sociale, diritti delle donne. Così li difendiamo dagli attacchi delle destre

Elezioni, Enrico Letta alla conferenza stampa del PD a Milano

«Il Jobs act è figlio di un’altra epoca, anche del Pd». Il segretario dem Enrico Letta non usa mezzi termini nell’esibire l’intenzione di “rottamare” l’era renziana delle riforme neoliberali del lavoro. Così come è netto nel giudicare l’alternanza scuola-lavoro, da «riformare radicalmente», e la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, «una sciagura». A pochi giorni dal voto che rischia di creare le condizioni per la nascita di un governo trainato dall’ultradestra, gli abbiamo chiesto di prendere posizione su alcuni dei temi che la nostra rivista ha maggiormente a cuore.

Pochi giorni fa, a Noventa di Piave, Giuliano De Seta è morto schiacciato da una lastra di metallo di un paio di tonnellate. Aveva 18 anni e stava partecipando ad un progetto di alternanza scuola-lavoro. Per Zingaretti questi progetti vanno «sospesi e rifondati», ma a metterli a regime è stato proprio il Pd di Renzi e nel vostro programma elettorale non vengono nominati. Cosa intendete fare su questo fronte?
Morire sul lavoro è sempre inaccettabile, ma quando succede a un ragazzo di 18 anni nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro lascia senza fiato. Da padre so che qualunque parola è inutile, è solo retorica. Non lo è un’azione decisa. L’alternanza scuola-lavoro, come gli stage, si è trasformata spesso in sfruttamento. I giovani dovevano entrare nelle aziende per imparare a lavorare, non per lavorare gratis, senza tutor e senza tutele. Noi vogliamo radicalmente riformare l’alternanza e abbiamo detto basta agli stage extracurriculari non retribuiti.

Come intendete migliorare, più in generale, i controlli sulla sicurezza sul lavoro?
Il pallino del ministro Orlando in questi anni è stata la sicurezza sul lavoro, che sappiamo essere una vera emergenza. Abbiamo aumentato l’organico dell’Ispettorato nazionale del lavoro: tra amministrativi e nuovi ispettori abbiamo assunto o previsto di assumere nel prossimo anno 2.100 persone. Abbiamo raddoppiato, in alcuni settori triplicato, i controlli. Ma soprattutto con il Rapporto 2021 dell’Ispettorato nazionale del lavoro abbiamo squarciato il velo. Basta alibi: non sono incidenti. Il lavoro più è precario, intermittente e instabile e più è insicuro, perché anche la sicurezza dipende dall’esperienza, oltre che dai protocolli. Anche per questo vogliamo superare il Jobs act e incentivare il lavoro a tempo indeterminato.

Rispetto al Jobs act, sulle nostre pagine Susanna Camusso ne ha invocato l’abolizione, mentre Cesare Damiano ha ricordato che il Pd deve riconquistare la fiducia dei lavoratori. Lei al Manifesto ha detto di voler di superare il Jobs act «sul modello di quanto fatto in Spagna contro il precariato». In che modo intendete procedere concretamente?
Innanzitutto, il Jobs act è stato già oggetto di revisione da parte della Corte costituzionale con sentenze in favore dei lavoratori, contro i licenziamenti. Ora si tratta di applicare le indicazioni della Corte stessa sull’Articolo 18 e andare avanti in una logica di forte sostegno al lavoro stabile, come hanno fatto in Spagna. Non c’è un motivo al mondo per non cambiare se non l’ossessione di Renzi e Maria Elena Boschi per i feticci della loro nouvelle vague a Palazzo Chigi. Bisogna voltare pagina, avere il coraggio di dire dove abbiamo sbagliato e ricominciare a fare politiche di sinistra sul lavoro, senza paura di entrare nei luoghi del conflitto. Noi vogliamo incentivare il contratto a tempo indeterminato attraverso un massiccio taglio ai contributi a carico del datore del lavoro. E comunque il lavoro stabile deve diventare più conveniente e quindi di nuovo centrale nel mondo del lavoro. Come si può anche solo progettare il proprio futuro se le prospettive di stabilità sono a tre o sei mesi? Come si può pensare di metter su casa o famiglia senza un minimo di protezione e sicurezza?

Invocare un voto per sbarrare la strada alle destre senza prima aver fatto di tutto per costruire una alleanza col M5s, che gli ultimi sondaggi pubblicabili davano in crescita, pare ai più una pretesa difficile da comprendere, date le poche chance di vincere divisi. Perché non vi siete battuti sino in fondo per un patto con Conte?
Guardi, cito solo tre misure e mi dica lei se sono di destra o di sinistra: salario minimo, ius scholae, stipendi più pesanti. Se Conte non avesse innescato la miccia che ha permesso alla destra di far cadere il governo Draghi, a quest’ora avremmo già quelle leggi, e non solo quelle, ma anche la riforma del catasto e del fisco, quella sul consenso per cui se una donna dice “no” è “no”, la legge sulle molestie nei luoghi di lavoro. E le lavoratrici e i lavoratori avrebbero stipendi e salari più pesanti con cui fronteggiare l’inflazione, subito. Conte ha fatto tutto da solo e lo ha fatto per interessi personali, per racimolare consenso, come si vede anche dalla campagna elettorale tutta contro di noi. Ognuno si assuma le proprie responsabilità, il Pd ha cercato di allargare il campo del centrosinistra, fino all’ultimo, non ho rimpianti.

Il tema principale dell’agenda politica dei prossimi mesi sarà l’inflazione. In attesa di un tetto europeo ai prezzi dell’energia, in Spagna e in Portogallo hanno già pensato ad un tetto nazionale. Perché in Italia non è stato fatto?
Noi lo abbiamo proposto. Così come abbiamo proposto prezzi calmierati per dodici mesi, la bolletta luce sociale per le piccole e medie imprese e per le famiglie a basso reddito, il raddoppio del credito di imposta per non far chiudere le aziende. Per affrontare l’inflazione ci vogliono redditi più alti, noi vogliamo un taglio del cuneo fiscale radicale con una mensilità in più all’anno, anche per i pensionati.

Per quanto riguarda l’immigrazione, nel vostro programma dite di voler “abolire la Bossi-Fini”. E per quanto riguarda i migranti intrappolati in Libia, esseri umani innocenti trattenuti in condizioni disumane nei vari lager del Paese?
La legge Bossi-Fini è una sciagura all’origine di molti dei problemi legati all’immigrazione. Vogliamo abrogarla e vogliamo una legge sull’immigrazione che preveda corridoi umanitari e flussi per l’ingresso delle persone migranti con un regolare permesso di lavoro. Ricordo a tutti che è stato il Pd a condurre un’aspra battaglia perché i decreti Sicurezza voluti da Salvini, approvati dal governo gialloverde, venissero finalmente abrogati. Ci siamo riusciti definitivamente il 18 dicembre 2020, con l’approvazione della legge che, tra l’altro, ha reintrodotto il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Sappiamo bene cosa accade nei lager libici, per noi ogni collaborazione con la Libia passa per il rispetto dei diritti umani. Lo abbiamo provato chiedendo al governo Draghi con un emendamento di rivedere i rapporti dell’Italia con la Guardia costiera libica. Ciò non è avvenuto, non abbiamo votato il rifinanziamento. Della Libia ci dobbiamo occupare tutti, l’Onu in primis.

Nel suo discorso da primo ministro al Parlamento nel 2013 aveva subito parlato della necessità di una “convenzione” per la riforma della Costituzione. Oggi invece dice che se il centrosinistra andrà al governo non stravolgerà la Carta e che occorre fare di tutto per fermare ogni possibile sua manomissione da parte di Meloni. Perché gli elettori dovrebbero fidarsi della vostra promessa?
Perché abbiamo di fronte la peggiore destra retrograda e oscurantista di sempre e noi siamo gli unici che possiamo fermarla e facciamo sul serio. Altro che riforme condivise, Meloni, Salvini e Berlusconi vogliono stravolgere la Costituzione a colpi di maggioranza. Fratelli d’Italia vuole il presidenzialismo perché vuole la donna forte al comando, che non è diversa dall’uomo solo al comando. È un pericolo che l’Italia non può correre.

Le parole d’ordine delle destre sulla libertà e i diritti delle donne fanno paura. Crede che con Meloni al governo il diritto all’aborto sia a rischio?
È già così. Nelle regioni governate da Fratelli d’Italia, come le Marche, è diventato già più difficile ricorrere a un’interruzione volontaria di gravidanza, mentre la pillola abortiva autorizzata dal ministero della Salute è di fatto vietata. Il diritto a non abortire di cui parla Meloni è già garantito dalla legge 194 che garantisce una gravidanza consapevole e sicura. L’aborto è sempre una scelta difficile, colpevolizzare le donne è disumano. La verità è che Giorgia Meloni comanda dentro il suo partito perché non mette in discussione le regole del patriarcato. Si comporterebbe allo stesso modo anche da premier. Dio, patria e famiglia significa donne a casa a fare figli, con meno diritti. Credo che sia abbastanza. Votare Pd serve a non riportare indietro l’Italia al dopoguerra.

Damiano Coletta: Se la destra voterà la sfiducia sarà un danno per Latina

Damiano Coletta a Latina ha battuto la coalizione di destra per la terza volta dal 2016. È accaduto il 4 settembre nelle elezioni suppletive che si sono svolte in 22 sezioni, imposte a luglio scorso dal Tar che aveva riscontrato irregolarità nel precedente turno elettorale del 2021. Allora Coletta aveva battuto il suo avversario Vincenzo Zaccheo ribaltando il risultato del primo turno in cui la coalizione di centrodestra aveva sfiorato la vittoria. Ma si è verificata la situazione della cosiddetta “anatra zoppa”. A Latina è successo così che un sindaco venisse eletto al ballottaggio, con la maggioranza dei cittadini che lo aveva scelto a guidare l’amministrazione, ma senza avere i numeri per governare. È quella che Damiano Coletta definisce una “anomalia legislativa” che dovrebbe essere superata, sottolinea. Perché al vincitore del ballottaggio non viene concessa una minima maggioranza per poter governare.

Ora, mentre tutti guardano al voto nazionale, Latina è in una situazione di stallo, con un sindaco che vuole completare l’opera iniziata fin dal primo mandato, quando, eletto con la lista civica Latina bene comune aveva rappresentato una cesura netta con la storia politica e culturale di una città sempre dominata dalle destre. La coalizione di Zaccheo, che di fatto ha la maggioranza in consiglio comunale, ha annunciato che voterà la sfiducia al sindaco. Intanto Coletta si è insediato l’8 settembre. In attesa del primo consiglio comunale che si terrà il 28 settembre, dopo quindi il voto del 25, nell’attuale frangente politico così polarizzato, abbiamo cercato di comprendere cosa sta accadendo a Latina, anche perché è evidente che sul centro pontino si sta giocando una partita che è non solo locale.

Sindaco Coletta, come ha vissuto questa improvvisa campagna elettorale estiva che ha coinciso anche con quella, altrettanto improvvisa, a livello nazionale?
Intanto la sentenza del Tar è stata abbastanza inaspettata. È stata una campagna elettorale molto anomala, in pieno agosto. Per i miei avversari era l’ultima chance, per cui questa volta, rispetto al precedente primo turno, ho trovato tutta la destra compatta. Quindi ero sfavorito nei pronostici. Però poi alla fine, anche se c’è stato un lieve incremento del mio avversario, il risultato è stato sostanzialmente sovrapponibile al precedente. Abbiamo tenuto, e non era semplice. Loro hanno utilizzato una campagna molto avvelenata, le irregolarità sono state attribuite a brogli, è stata attivata una macchina del fango nei miei riguardi. Ma alla fine ho vinto, grazie alla mia storia e a quello che ho fatto in questi anni.

Una campagna difficile anche per il clima che si è respirato a livello nazionale?
Sì, sottolineiamo anche il contesto nazionale. Si sono spostati anche tutti gli equilibri, che ha riguardato anche chi era in maggioranza, come Forza Italia – per questa anomalia legislativa dell’”anatra zoppa” per cui anche se avevo vinto nettamente al ballottaggio poi non avevo i numeri per governare, così come non ce li ho adesso. Certo, il contesto nazionale ha influenzato.

Veniamo allora al problema della governance: l’opposizione ha 19 consiglieri, la sua lista 13. La coalizione di destra ha comunicato di voler votare la sfiducia. Cosa potrebbe accadere? Arriverà il commissariamento? Con quali conseguenze per la città?
La possibilità di sfiducia c’è, perché, ripeto, adesso siamo sotto elezioni nazionali. Mi sembra che in vista del 25 settembre ci sia una strategia, un tatticismo da parte della destra. Avrebbero già dichiarato che voteranno la sfiducia e sarebbe un atto di grave irresponsabilità nei confronti della città che ha fatto una scelta precisa. Quindi sarebbe anche una mancanza di rispetto per le scelte dei cittadini. Il loro sindaco l’hanno scelto per la terza volta: io sto ai risultati del ballottaggio in cui ho vinto in maniera inequivocabile. Quando sei sindaco, io ci tengo a dirlo, sei sindaco di tutti. C’è una città che non aspetta altro che un governo stabile, perché ci sono importanti scadenze, atti da realizzare in cui serve la politica, perché il commissariamento diventa una gestione che riguarda l’ordinario. Latina non può permettersi uno stallo di ulteriori 8-9 mesi in un momento così delicato della storia sia a livello nazionale che a livello europeo ma anche a livello locale. Non ci dobbiamo dimenticare che abbiamo dovuto gestire una pandemia – e io penso di averla gestita bene – e la città aspetta di andare avanti. Le risorse stanno arrivando con il Pnrr e serve una guida stabile per ripartire. Sarebbe quindi davvero irresponsabile una scelta di questo genere. La politica in certi momenti deve saper andare oltre le differenze ideologiche perché prima di tutto ci sono il bene comune e la comunità che si deve rappresentare .

Che cosa pensa di fare?
Io cerco di muovermi sempre nel rispetto dei ruoli, quindi ci sono dei passaggi istituzionali da fare. In questo momento ho intenzione di incontrare tutti i partiti che fanno parte del consiglio comunale mettendo sul tavolo dei punti programmatici chiari, non tanti, ma magari quei cinque punti da fissare e su cui poter lavorare insieme, dandoci un tempo. Credo che sia una proposta che va nella direzione del rispetto dei cittadini. È ovvio che in questa situazione sembra che tutto sia in funzione di quello che accadrà il 25 settembre, considerando che il consiglio comunale sarà convocato per il 28 settembre.

L’opposizione guarda più a Roma che non a Latina?
Certo, il vento è in quella direzione. La mia esperienza però racconta che ho vinto tre volte e le ultime due contro i favori del pronostico, quindi vorrei dire che i risultati non possono mai essere dati tutti per scontati.

E allora, ci racconti, come ha fatto a battere la destra a Latina?
Credo che abbia pesato sempre il fatto che comunque ho cercato di rappresentare innanzitutto il concetto di bene comune, il che ha cambiato un po’ il vocabolario, la cultura della città, entrando nella grammatica della politica di Latina. Che significa aver lavorato quindi in questo senso, aver favorito processi partecipativi, lavorando sulla sostenibilità, sui diritti, sul contrasto anche alla diseguaglianza sociale. Ecco, dopo aver gestito l’emergenza della pandemia, credo che la gente abbia percepito il fatto di avere un sindaco che aveva una sua trasparenza anche in virtù di una storia che è conosciuta in città (Coletta è stato calciatore e cardiologo a Latina ndr). Nella scelta del ballottaggio penso che abbia prevalso la mia figura per come è stata la mia storia e per come è stata percepita durante la mia attività amministrativa condotta con un approccio ad un metodo anche rigoroso – che costa anche consenso – e con l’intento di spiegarlo anche alla testa delle persone, non tanto alla pancia. Ecco, credo che poi tutto questo alla fine ti premia. Ed essere riusciti a fare un risultato tale in una realtà come Latina, significa che questo processo di cambiamento si sta attivando, anche se ci vuole comunque tempo.

Come si può cambiare una situazione in cui dal punto di vista ideologico ci sono schieramenti sclerotizzati, anche originati da eredità del passato? Occorre un’operazione a livello culturale, ma come?
Questa operazione culturale ci deve essere. Io stavo tentando di fare una pacificazione della storia nel senso che da una parte, l’area progressista nella storia di questa città ha avuto certi passaggi che non possono essere negati e allo stesso tempo dall’altra parte non si può sempre guardare in modo nostalgico indietro rivendicando un’origine che deve essere perpetua nel tempo. Bisogna guardare avanti. Io ho avuto consenso da parte dei giovani. Ricordo che nella prima consiliatura mi sono aperto molto al rapporto con l’università, La Sapienza sta investendo sul polo pontino. Questo significa cercare di aprirsi al futuro, perché se investi sull’università investi sui giovani e di conseguenza devi investire sull’innovazione digitale e tutto ciò che rappresenta il mondo giovanile. Latina è una città giovane che va verso il centenario. Io credo che il lavoro che ho fatto con molta pazienza sia stato un lavoro sul “motore”, però mi fa piacere che sia cambiato il linguaggio della politica. Questo è un processo culturale che si è attivato. Certo, c’è chi chiede giustamente più attenzione alle strade, agli aspetti del decoro urbano, ma non dobbiamo dimenticare che questa città purtroppo aveva situazioni molto complesse che rischiavano proprio di mandarla in default, per cui il mio lavoro nella prima parte dell’amministrazione è stato quella di metterla in sicurezza. Spesso questo lavoro, ripeto, porta a perdere consensi. Ma non si possono sempre promettere “ricchi premi e cotillons”. Io credo che l’onestà di fondo – sarò un idealista – alla fine deve pagare.

Cosa significa amministrare e quanto conta lavorare sulla partecipazione dei cittadini?
In questi sei anni mi sono chiesto tante volte quale sia il ruolo del sindaco. Per me è il prendersi cura della comunità, che, va detto, non è curare. Prendersi cura significa avere attenzione per tutta la comunità, soprattutto nei confronti di quella parte della popolazione più fragile, che sta nelle periferie. Tutti questi temi per me sono molto più urgenti di altri. Come abbiamo visto anche nell’emergenza pandemica, vengono colpiti sempre i più deboli. La prova provata l’ho avuta proprio durante la pandemia, quando il sindaco era il punto di riferimento, doveva dare delle risposte e creare le condizioni per aiutare chi in quel momento stava nello stato di maggiore sofferenza. Anche la mia esperienza e il mio vissuto di medico mi porta a pensare in questa maniera. L’altro aspetto è mettere al centro la persona, che è il lavoro che abbiamo fatto anche con i servizi sociali: abbiamo puntato molto sul welfare. Mettere al centro la persona e passare da una visione meramente assistenzialistica a una visione che comprenda la presa in carico della persona, nel suo insieme, non solo dal punto di vista materiale: ecco, questo concetto credo di essere riuscito un po’ a farlo passare. Anche se è difficile, perché quando si amministra una città si guarda sempre al risultato oggettivo: asfaltare una strada, fare un’opera pubblica. Ma un sindaco deve avere anche questa sensibilità di fondo.

Un’ultima domanda: come si sente adesso?
Io mi sento a posto con la coscienza. L’ho detto anche durante quest’ultima campagna elettorale che è stata, ripeto, molto sui generis. È chiaro che riguardando indietro, forse avrei fatto alcune scelte diverse, ma mi viene da dire che solo chi non fa non sbaglia. Credo che la percezione, comunque, da parte dei cittadini sia questa, che mi abbia riconosciuto il fatto di essere una persona che può aver commesso anche degli errori ma che non aveva secondi fini, ho sempre agito con la massima trasparenza e onestà. Adesso, però, è un momento molto difficile dal punto di vista politico perché il tuo destino non dipende solo da te ma dipende anche dalle scelte degli altri e siccome ci tengo molto a completare l’opera, proprio perché è un momento delicato, proprio perché servono dieci anni per un cambiamento della città, mi sento in una situazione in cui vorrei tornare a lavorare per Latina. Non vedo l’ora di poterlo fare.

Da dove potrà ripartire questo Paese a pezzi

Il Paese chiamato alle elezioni politiche del 25 settembre è un Paese a pezzi, sfiancato, ove a questioni ormai croniche sono andati sommandosi, negli ultimi mesi, problemi che appaiono rendere fosche le prospettive per il futuro.
L’elenco è noto: dalle disuguaglianze alla povertà, dalla precarietà del lavoro alla sua insicurezza, dagli squilibri territoriali all’abbandono delle aree interne, dal consumo di suolo, la cementificazione e la depredazione del territorio alla transizione ecologica che non decolla. Un elenco che è lo stesso da tempo, le cui tendenze in atto hanno radici antiche sulle quali poco o nulla è stato fatto per invertirle. In un macabro gioco delle parti, la campagna elettorale ci ha mostrato un surreale rimpiattino tra quelli che pure sono stati al governo del Paese negli ultimi trent’anni, a fasi alterne.

Le disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza sono maledettamente persistenti, se non maggiori e l’Italia, in questo, primeggia in Europa. Se le politiche redistributive hanno contribuito ad attenuarle, rimangono sperequazioni terribili a monte: nei livelli salariali, nelle differenze tra redditi da lavoro e redditi da capitale e rendite, nella concentrazione della ricchezza mobiliare e immobiliare. La mobilità sociale è quasi assente: per fasce di reddito – i figli degli operai restano operai – come nei livelli di istruzione – i figli di chi non ha titolo di studio secondario o terziario resta senza titolo secondario o terziario – come nelle caratteristiche della famiglia di origine: chi nasce al Sud hai meno opportunità di chi nasce al Nord.

La povertà, nelle sue varie forme, oggi affligge un quarto della popolazione italiana (a anche in questo primeggiamo in Europa). E molti poveri hanno un lavoro che non li fa uscire da quella condizione. Il lavoro precario è aumentato, per non parlare del lavoro nero e sotto pagato, sempre presente e diffuso. Il lavoro è sempre meno tutelato e insicuro, come testimonia il triste bollettino quotidiano delle morti e degli incidenti sul lavoro, cui si aggiungono ora i morti tra i tirocinanti.

Gli squilibri territoriali sono andati aumentando, cronicizzandosi, non solo tra Nord e Sud ma anche nelle stesse regioni. Il destino economico di vaste aree appare segnato ormai, da decenni, e sembra che nulla si possa fare per invertire la rotta. Il Meridione continua ad essere caratterizzato da emigrazione, interna ed esterna, bassi livelli di spesa pubblica nei servizi, scarso dinamismo economico, bassa domanda di lavoro, industria e servizi che arrancano, a fronte di un’agricoltura su cui negli anni non si è investito. Inoltre, le aree interne del Paese – soprattutto quelle montane e collinari, un tempo più popolose – sono sempre più esposte, dove al calo demografico si aggiunge l’abbandono del territorio.
Il consumo di suolo procede indiscriminato e la cementificazione non vede sosta, con nuovi edifici residenziali e industriali, nuovi raccordi stradali, sottraendo terreno e contribuendo all’aumento dell’emissione di gas serra. I trasporti privati e pubblici sono ancora fondamentalmente su gomma e pochissimo viene fatto per la loro riconversione ecologica e per un più largo uso da parte del pubblico. La transizione ecologica, peraltro, è rimasta quasi lettera morta: l’uso di combustibili fossili viene ancora sussidiato, l’uso di energie rinnovabili non viene incentivato come dovrebbe, mentre si riparla, ora che la disponibilità di gas è stata messa in forse, di gassificatori e termovalorizzatori.

Ora, come si può vedere, questo elenco sommario evidenzia questioni le cui radici sono profonde ma nelle quali l’intervento di governo, le politiche, avrebbero potuto fare molto, se non moltissimo. Quella legislatura che era partita all’insegna del richiamo “anti-casta” ed egalitario (M5s) e del “sovranismo” securitario, all’insegna dell’«apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno», si è chiusa anticipatamente dopo aver prodotto il reddito di cittadinanza ma anche i decreti “sicurezza” – mai davvero superati – e poc’altro, se non il governo “dei migliori” che doveva mettere in pista il Pnrr e la “rinascita” dell’Italia.
Per il resto, infatti, non è stato fatto nulla. Non per aumentare la progressività delle imposte né per andare a tassare i grandi patrimoni e i redditi altissimi. Non per non lasciare che fosse il mercato che decidesse livelli stipendiali e remunerazioni, quando i salari sono fermi da anni, in termini reali. Non per invertire la rotta in tema di ambiente e cura del territorio, di disparità territoriali, di riconsiderazione delle aree interne.

A tutto ciò negli ultimi due anni e mezzo si è aggiunta la pandemia, arrivata come una mannaia a fare ancor più a pezzi il tessuto sociale. L’Italia ha avuto una mortalità altissima, più degli altri Paesi europei occidentali. Se il sistema sanitario nazionale frammentato nelle regioni ha contribuito, due sono stati i fattori che più hanno inciso, amplificando gli effetti della pandemia. Da un lato, una sanità pubblica cui negli anni sono state destinate sempre meno risorse, dove ha prevalso il potenziamento delle strutture ospedaliere a danno delle strutture di cura e trattamento diffuse sul territorio e della medicina di base. Dall’altro, una popolazione fragile soprattutto in alcune fasce, di età e condizione socio-economica: non a caso, in Italia l’85% dei decessi ha riguardato gli “over 70”, che sono quelli con altre patologie, la maggior parte delle quali dovute alle loro condizioni di vita. La pandemia, in questo, è stata una sindemia che ha avuto un impatto molto più forte sulle persone in condizioni disagiate. A questa “disuguaglianza della pandemia”, si è poi aggiunta una sua gestione inefficiente e spesso improvvisata su una materia – la salute individuale – nella quale molta più attenzione avrebbe dovuto essere riservata alla condizione delle persone.

Le elezioni di domenica prossima segneranno una svolta. Non tanto perché a vincere saranno le destre – e non è la prima volta – ma perché il partito maggioritario sarà quello di Giorgia Meloni. E sarà una svolta perché si andrà finalmente a un redde rationem per il Pd e la sinistra tutta. Dal 26 settembre, la storia della sinistra in Italia riparte.
Perché segna il fallimento del “progetto Pd”, un partito di centro-sinistra che ha solo legittimato l’impianto liberista delle politiche economiche e sociali volute da Bruxelles, a cominciare dall’austerity per finire con i tagli alla spesa sociale. Perché se c’è una ragione per cui aumenterà l’astensionismo e diminuirà il consenso del centro-sinistra, è perché le classi popolari sono state abbandonate. Il numero dei voti della destra non aumenteranno, ma caleranno, di molto, quelli dei 5 Stelle, ora ambiguamente riposizionati a sinistra, mentre ne guadagnerà l’altra sinistra. Con un governo di destra, il conflitto sociale riesploderà rancoroso e, se la sinistra saprà finalmente fare la sua parte, unitariamente, potrà ritrovarsi in un nuovo soggetto politico. Tutto dipenderà da come classi dirigenti vecchie e nuove sapranno leggere la società e i suoi bisogni, offrendo una prospettiva nuova.

L’autore:  Pier Giorgio Ardeni è professore ordinario di Economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna. È candidato per Unione popolare in Emilia Romagna

Nostalgici del fascismo sospesi per finta

Una storia piccola ma significativa. Calogero Pisano è un candidato di Fratelli d’Italia nel collegio uninominale della Camera ad Agrigento, con molte possibilità di essere eletto. È coordinatore provinciale del partito nel capoluogo siciliano e componente della direzione nazionale. È bastato spulciare nel suo profilo Facebook per trovare post che inneggiavano a Hitler, al fascismo e trionfali post di sostegno a Putin.

Cosa accade? Alcuni giornalisti segnalano l’indecenza e Giorgia Meloni, impegnatissima ad arrivare in piedi alle elezioni, lo sospende: «Da questo momento in poi Pisano – si legge in una nota – non rappresenta più FdI a ogni livello e a lui viene inibito anche l’utilizzo del simbolo». La sospensione di un candidato, si sa, è un’azione che non influisce minimamente sulla sua possibile elezione. Da parte sua Pisano mette in scena la parte del contrito e scrive chiedendo scusa «a chiunque si sia sentito offeso da quei post che a distanza di anni giudico indegni»: «Anni fa – ha aggiunto – ho scritto cose profondamente sbagliate. Avevo cancellato il mio profilo personale su Facebook perché mi vergognavo delle cose che erroneamente avevo pubblicato».

Solo che Pisano pensa di essere scaltro e invece è poco furbo. Manda un messaggio vocale ai suoi sostenitori in cui il tono cambia completamente: «Questa, tra virgolette, sospensione – dice – è dovuta solo al fatto di questo post e quindi abbiamo dovuto prendere le distanze e anche io mi sono dovuto sospendere solo per questi due-tre giorni, fino a quando non arriviamo alle elezioni. Quindi state tranquilli che resta in carica (la candidatura ndr) e siamo sempre più forti di prima». Insomma, è tutta una finta. Del resto, è finta la moderazione che Giorgia Meloni ha improvvisamente indossato per rendersi credibile e per rivendersi come rassicurante a livello internazionale.

Pisano viene beccato di nuovo. Passa qualche ora e Pisano rassegna le sue “dimissioni volontarie dal partito”. Ora fateci caso, segnatevelo su un foglietto da qualche parte: verrà eletto e entrerà nel gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia. E sarà l’ennesimo caso di fuffa politica, l’ennesima presa di distanza utile solo agli smemorati.

Buon mercoledì.

 

“Free Assange”, un libro per ribellarsi al potere che censura la verità

Free Assange edito da Left a cura di Patrick Boylan, attivista di Free Assange Italia e Peacelink, non è un semplice libro che ci narra la vicenda umana e giudiziaria del giornalista australiano Julian Assange, è qualcosa di più. È un’antologia di pensieri, riflessioni, punti di vista di grandi nomi e intellettuali del panorama mondiale da Noam Chomsky al Premio Nobel Esquivel. È un taccuino di guerra, che ci rivela i crimini portati alla luce da Assange e WikiLeaks. È un diario di bordo e di viaggio, dove possiamo leggere l’intervista alla giornalista d’inchiesta Stefania Maurizi, dove possiamo prendere atto della violazione dei diritti umani attraverso la voce di Tina Marinari di Amnesty international.

Giornalisti, intellettuali, attivisti coronano questo libro di annotazioni, punti di crisi e di svolta della nostra umanità. Perché il caso di Assange non è l’attacco ad un semplice uomo ed editore, è un attacco, un monito del potere a tutti noi. È la libertà che viene messa sotto processo, è il meccanismo perverso dove i criminali vengono rilasciati e il crimine resta impunito, è la verità, al contrario, incarcerata e messa a tacere.

Free Assange è un testo che ci offre infinite opportunità di riflessioni. Che ci mette di fronte alla possibilità di trasformare l’ingiustizia attraverso la pratica dell’azione e dell’attivismo. Che ci pone interrogativi sulla prassi politica degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che mette di fronte a tutti noi, l’impunità di cui gode il potere, quello che Maurizi definisce “il potere segreto”.

Free Assange è “un libro da battaglia”, come lo definisce bene la direttrice della rivista Left Simona Maggiorelli. Un testo che vuole farsi largo tra le persone, passare nelle mani dei lettori, attraversare questo tempo così complicato e oscuro, lasciare squarci di luce, nuovi modi di ripensare la nostra società. È un libro che si fa dovere morale e collettivo, voce del popolo e di qualsiasi passante sconosciuto che noti questo testo, che vuole entrare nelle vite di ognuno di noi e informarci, renderci partecipi e consapevoli del presente e del futuro del nostro mondo. Un testo fluido, diretto, semplice, che si svuota di fronzoli grammaticali e linguistici, che non vuole ergersi a pretesa o a somma sapienza.

Un testo umano, ricco di interventi, che vuole arrivare e toccare l’umanità di ognuno di noi. E ricordarci che siamo tutti uomini, possibili bersagli, che l’ingiustizia è forte e silenziosa, ma più forte possono essere tutte le nostri voci, a gridare, a protestare, nella folla o nel silenzio, a dire semplicemente a chi ci è accanto una sola frase: “Free Assange”.


* La recensione di Dale Zaccaria che rilanciamo sul nostro sito è stata pubblicata su Pressenza

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De Magistris e Iglesias insieme contro le destre

Il 17 settembre a Napoli si è svolto il convegno “Il potere mediatico. Come l’informazione in mano ai pochi può danneggiare la democrazia”. Tra i partecipanti, Luigi de Magistris, portavoce nazionale di Unione popolare, e Pablo Iglesias, politologo, ex vicepresidente del governo spagnolo, uno dei fondatori di Podemos e adesso direttore del podcast La Base. Iglesias ha evidenziato il parallelismo tra Italia e Spagna rispetto all’ascesa delle destre e l’incontro ha sancito una sorta di gemellaggio politico tra Up e Podemos. L’incontro di Napoli è stato l’occasione per presentare in anteprima il libro di Luigi de Magistris Fuori dal sistema (Piemme), in uscita nelle librerie. Anticipiamo qui la postfazione scritta da Pablo Iglesias, mentre la prefazione è di Nino Di Matteo.

Poco dopo un vertice della Nato a Madrid, ho pranzato con l’ex presidente José Luis Rodríguez Zapatero. José Luis è una rara avis nel suo spazio politico: lo era a capo del governo spagnolo e continua a esserlo ora quale lucido analista della realtà e figura internazionale. Neanche Zapatero teme le questioni scomode per il suo stesso partito. Lo ha dimostrato in America Latina difendendo posizioni di sinistra non comuni tra i dirigenti socialisti e lo ha mostrato nel commento che mi ha fatto in quel pranzo, e che voglio usare qui come spunto per parlarvi di Luigi de Magistris.

Il vertice della Nato ha generato notevoli tensioni tra Podemos e il Psoe (alleati in un governo di coalizione) ma anche tra Podemos e altri settori della sinistra alternativa al Psoe. Di fronte all’entusiasmo atlantista dei socialisti, che non hanno esitato a presentare la Nato come un baluardo della democrazia europea e hanno insistito sulla necessità di infliggere alla Russia una sconfitta militare, non a tutti, alla sua sinistra, erano chiari gli sforzi che dovrebbero essere dedicati alla critica della Nato e all’invio di armi in Ucraina. La precandidata sindaco di Madrid del partito Más Páis è arrivata al punto di dichiararsi orgogliosa del fatto che Madrid abbia ospitato il vertice, e alcune correnti dello stesso Unidas Podemos hanno creduto di dover evitare di esporre i loro leader principali (soprattutto quelli titolari di importanti ministeri) a un dibattito sulla Nato e sulla guerra in Ucraina. Erano stati Podemos e la sua segretaria generale e ministra Ione Belarra a mantenere una posizione inequivocabile di critica alla Nato, così come avevano sempre sostenuto che inviare armi all’esercito e alle milizie ucraine fosse un errore. In un contesto nel quale tutti i media, soprattutto quelli presunti progressisti, hanno criminalizzato e spudoratamente ridicolizzato il pacifismo, la posizione di Belarra, in linea con Melénchon e Corbyn, si è dimostrata coraggiosa, in contrasto con la scelta di altri settori della sinistra di mantenere un basso profilo e persino di far propria un’infamia ampiamente pubblicizzata dai media e da gran parte dell’ala sinistra di quello che in Spagna è già noto come “partito degli editorialisti” per la sua importanza sulla stampa e in televisione, ossia che l’Ucraina era in una situazione paragonabile alla Repubblica spagnola nel 1936, quando un colpo di stato sostenuto dalla Germania nazista e dall’Italia fascista finì per distruggere la democrazia spagnola di fronte all’inerzia delle forze democratiche europee.

Se nelle settimane successive all’invasione russa dell’Ucraina si è assistito a un linciaggio contro Belarra e Podemos, il vertice della Nato è stato il pretesto per riproporre la stessa criminalizzazione del pacifismo che, come ho detto, si è infiltrata in misura notevole in molti ambiti della sinistra. Attenzione, non credo nemmeno che la sinistra che ha deciso di sostenere l’invio di armi in Ucraina e di non criticare troppo la Nato ritenga che mandare armi risolva qualcosa o che la Nato sia un baluardo di libertà. Penso, al contrario, che questa parte della sinistra veda nella critica alla Nato una battaglia politica già persa, e che per puro pragmatismo consideri necessario concentrarsi su questioni che attengono al progresso sociale e su una generica difesa dell’ambiente, tenendosi lontana da temi che porteranno la sinistra a isolarsi ed essere esclusa dal quadro politico. Questa sinistra si ritiene più sofisticata e concreta rispetto a ciò che interpreta come una radicalizzazione di Podemos e dei suoi principi, che allontanerebbe la sinistra dalle maggioranze sociali e la condannerebbe a un trattamento editoriale assai aggressivo da parte dei media progressisti. È convinta che criticare la Nato oggi significhi uscire dall’ineludibile perimetro di consenso imposto dal potere mediatico e pensa che attaccare i media sia un errore perché questi continuano a essere gli arbitri del gioco politico. In effetti, il dispiegamento alla radio, alla televisione e sulle colonne dei giornali di presunti esponenti di sinistra che hanno difeso con entusiasmo la Nato e le armi all’Ucraina, ha esercitato una pressione tale da spingere molti movimenti politici più a sinistra del Psoe a credere che non abbia senso combattere battaglie ideologiche che non si possono vincere, e che per una cittadinanza che fondamentalmente pensa alla bolletta della luce e al prezzo della benzina sia meglio non discutere di questi temi troppo “politici”. Allo stesso modo percepiscono che chi scommette sulla lotta ideologica su questi argomenti è condannato alla marginalità politica e a un’ostilità mediatica a cui è impossibile resistere.

Ed ecco quel che mi ha riferito Zapatero, e la sua relazione con questo libro di Luigi de Magistris. Zapatero, con la sua lucidità da vecchia volpe della politica, mi ha detto in quel pranzo: «Iglesias, guarda la faccia dei capi di governo al vertice Nato. Vediamo quanti saranno ancora in sella tra un anno». Il primo a confermare la profezia del mio amico José Luis, che non è sospettabile di radicalismo né di votare per Podemos, è stato Mario Draghi. Il terremoto italiano ha generato una crisi politica in Europa, con buona parte delle élite atlantiste europee che corrono come suore in fuga da un incendio davanti alla caduta del loro tecnocrate italiano e alla prospettiva che la nuova alleanza della destra/ultradestra italiana (con include molti vecchi putiniani oltre a berlusconiani e fascisti impenitenti) salga al governo della terza maggiore economia della zona euro dopo le elezioni del settembre 2022.

Ma la convocazione delle elezioni politiche in Italia ha anche accelerato il processo di articolazione dell’Unione popolare e la candidatura di de Magistris. Il libro di cui sono stato invitato a scrivere la postfazione risponde anche a questa urgenza e alla necessità di raccontare un progetto politico alternativo in costruzione, oltre che la traiettoria personale e il pensiero politico di chi lo guida.

Ho letto la bozza con entusiasmo durante il mese di agosto 2022. Non ho nulla da dire ai lettori italiani sulla figura di Luigi de Magistris come Pm impegnato in una tormentata e contrastata lotta alla corruzione, e nemmeno sulla sua brillante esperienza da sindaco di Napoli. I lettori italiani lo conosceranno molto meglio di me, tanto più dopo aver letto Fuori dal sistema. Ma nella parte finale del libro ho sottolineato due passaggi che mi hanno fatto ammirare quella che reputo non solo una dimostrazione di coraggio, ma anche un’immensa lucidità di leader politico da parte di Luigi. Permettetemi di riportarli qui.

«Immagino un’Italia protagonista per la pace. Un’Italia che davvero ripudi la guerra e non invii più armi come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Oltre a firmare il trattato per la messa al bando delle armi nucleari dal nostro territorio, bisognerà diminuire le spese militari in favore dei corpi civili di pace e della protezione civile impegnata in difesa del territorio e di ben altre guerre: quelle eco-ambientali, per i diritti pubblici».

«Il nostro Paese deve impegnarsi senza sosta per creare un’Europa dei popoli, delle città, della fratellanza, della giustizia ambientale, del lavoro, della libera circolazione delle persone, anziché un’Europa unita solo dall’euro e dai vincoli di bilancio, asservita alla finanza e alle banche. Un’Europa umana, e quindi protagonista nella corsa al disarmo. In quest’ottica, l’Italia non deve rinunciare all’amicizia con gli Usa, ma non da sudditi e subalterni: anzi, bisogna pensare al superamento della Nato, organizzazione che non aiuta a costruire in Europa rapporti pacifici dal Portogallo alla Russia. La guerra illegale e sanguinaria di Putin, non così diversa dalle guerre illegali americane e della Nato, non può essere il pretesto per costruire la nuova guerra fredda in Europa. E un’Europa che tagli i ponti con la Russia non può esistere, e sarà ancora più subalterna agli interessi statunitensi e forse della Cina in ascesa».

Il pensiero di de Magistris non è quello di un leader della sinistra radicale avulso dal senso comune generale. Basta leggere questo libro per verificare che Luigi è soprattutto un democratico, un difensore dei diritti umani e dello spirito sociale e antifascista che è nel Dna della Costituzione italiana. Ma in questo paragrafo che vi segnalo, mostra un’enorme lucidità quando si tratta di comprendere le sfide che affrontano i democratici e la sinistra in Europa.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia (il cui sistema politico autoritario, peraltro, è stato elogiato fino all’altro ieri dalle democrazie europee, da quando l’autocrate Eltsin prese il potere) ha conferito alla Nato un ruolo di primo piano in Europa senza precedenti dai tempi della guerra fredda. Ma la Nato non è un’organizzazione militare delle democrazie, come sostengono le destre e i sedicenti partiti socialdemocratici, ma piuttosto uno strumento geopolitico degli Stati Uniti per la loro lotta fino alla morte contro la Cina. La strategia politica della Nato è oggi una delle principali minacce a ciò che resta delle libertà e dei diritti sociali nell’Unione Europea, e ha messo i Paesi membri dell’Unione davanti a una crisi energetica ed economica ancora difficile da calcolare, la quale ha fermato i timidi passi che si stavano compiendo per contrastare la crisi climatica e si sta aggravando in una dinamica che spinge a destra i media e le società europee e che minaccia, oggi in Italia ma molto presto in altri Paesi, i minimi comuni denominatori della democrazia liberale.

Affrontare con decisione e senza scuse la durezza dell’imminente battaglia ideologica è il più grande esercizio di pragmatismo politico che possa esistere per una sinistra europea che, ancora una volta, è chiamata a difendere la democrazia e i diritti dei lavoratori. Il successo di Melénchon in Francia, con un discorso ideologico senza complessi di inferiorità, indica la strada a chi è ancora convinto che rinunciare a posizioni ideologiche sia un esercizio di intelligenza politica. L’Italia, che ha avuto la sinistra elettorale, sociale e ideologica più forte di tutta l’Europa occidentale, è oggi la migliore prova del fallimento di una certa propensione al compromesso.

C’è chi ha interpretato come sintomo di lucidità che nel 1976 Berlinguer abbia rivendicato «l’ombrello della Nato» dalle pagine del Corriere della Sera. Non sarò io a giudicare se sia stato un successo allora, ma oggi, ovviamente, non lo sarebbe. Al di là della realtà dei blocchi geopolitici, la lotta culturale e ideologica continua a essere il terreno fondamentale della politica, e sicuramente l’insegnamento più attuale del maestro Gramsci.
Mi riempie di orgoglio vedere Luigi de Magistris e i suoi compagni impegnarsi in questo compito.

Nella foto: frame di un video de Il Mattino sull’incontro a Napoli il 17 settembre tra Luigi de Magistris e Pablo Iglesias

«Troppe contestazioni»

Dal palco di Caserta Giorgia Meloni ha puntato il dito contro la ministra dell’Interno: «È il sesto comizio che faccio e ci sono ancora contestatori che provocano – dice indicando un gruppo di persone con manifesti su dl Zan e cannabis – Chiamerò di nuovo il ministro dell’Interno Lamorgese, che evidentemente non sa fare il suo lavoro. Perché le altre volte si poteva parlare di incompetenza, ma ora penso sia una cosa fatta apposta. Si sta cercando l’incidente». Poco dopo su Facebook ha pubblicato un video proprio per denunciare la gestione della ministra e il rischio incidenti.

Particolare fondamentale: i “contestatori” di Giorgia Meloni sono semplici cittadini che alzano cartelli. Sembra una piccola cosa nel frastuono di questa campagna elettorale e invece è molto significativa: «troppe contestazioni» significa fondamentalmente non riconoscere il diritto di manifestare idee contrarie al presunto potere. Roba da regimi. Non è diverso da quel che pensa Matteo Salvini e da quel che Salvini faceva da ministro all’Interno, quando abitazioni private venivano perquisite per avere esposto striscioni che contestavano il leader della Lega, senza contenere né insulti né offese.

Quando Giorgia Meloni dice che «Lamorgese non sa fare il suo lavoro» sta implicitamente dicendo che il mestiere di un ministro all’Interno sia quello di evitare il dissenso. Non c’è altro da aggiungere. Non serve troppa fantasia per capire a cosa riporti il voler silenziare le idee piuttosto che sconfiggerle politicamente. Non si tratta di un lapsus, è questione di natura.

Buon martedì.

Nella foto da facebook manifesti satirici nei confronti della politica di Fratelli d’Italia

Perché serve uno scostamento di bilancio per proteggere i più vulnerabili dal carovita

L’attuale impennata dei prezzi dell’energia, al di là delle temporanee scosse di assestamento, non ha precedenti storici. La crisi del 1973 vide un aumento del prezzo del barile di petrolio all’incirca del 30/40%, quella del 1979 un raddoppio dei prezzi. La crisi attuale ha visto il prezzo del megawattora passare da 30 euro a 200, con picchi anche decisamente più alti. Perché questo è avvenuto? La risposta è semplice perché la dimensione della finanziarizzazione dei prezzi dell’energia è oggi infinitamente maggiore rispetto agli anni settanta. Peraltro, la diminuzione dell’offerta reale di petrolio nelle due crisi petrolifere è stata decisamente maggiore rispetto all’attuale contrazione.

Dunque, la trasformazione dell’energia in una scommessa finanziaria è una novità assoluta, in termini storici, che ha generato un aumento dei prezzi altrettanto sconosciuto. È evidente che la fisionomia del sistema produttivo è ancora legata ad un livello di prezzi dell’energia che non può subire oscillazioni vertiginose come quelle attuali perché rischia di dissolversi assai più rapidamente di quanto non sia avvenuto negli anni Settanta quando la crescita dei prezzi non era incendiata dalla speculazione. Nel caso italiano, poi, l’inflazione sta producendo profondi effetti distorsivi, di carattere strutturale anche sul piano sociale. È sempre più evidente infatti che il rialzo dei prezzi accentua le disuguaglianze. L’inflazione è, attualmente, vicina al 9%, ma risulta ben oltre il 10 per le fasce di reddito più basse e inferiore al 6 per quelle più alte; una differenza che dipende in primis dalla struttura dei consumi. Dunque i poveri saranno sempre più poveri.

Ma c’è un altro dato rilevante. I prezzi aumentano in misura maggiore nei grandi centri; questo fenomeno impedisce sempre più le possibilità di spostamento di lavoratori e studenti. La cosiddetta mobilità interna che ha caratterizzato la storia italiana ed è stata uno strumento di riduzione delle disuguaglianze sta venendo meno per effetto dei differenti livelli di inflazione. Per famiglie con redditi bassi è impossibile mandare i figli e le figlie a studiare nei grandi centri, così come per lavoratori con salari bassi diventa impossibile mantenere un’occupazione nei grandi centri. In altre parole, l’inflazione sta erodendo rapidamente il tessuto sociale.

Non è possibile, allora, affrontare un simile fenomeno ricorrendo soltanto a misure di finanza ordinaria. Sostenere che non serva uno scostamento di bilancio per far fronte all’attuale situazione può essere una speranza, ma in termini concreti è quasi impossibile, come dimostrano i numeri. Negli ultimi sei mesi il governo Draghi ha impegnato oltre 60 miliardi di euro per far fronte all’impennata dei prezzi dell’energia, coprendone una parte rilevante con nuovo debito. Appare molto probabile che almeno nei prossimi sei mesi l’inflazione difficilmente calerà in modo sensibile (i tempi per un tetto europeo sono difficili e lunghi, al di là dell’efficacia della misura, la speculazione sembra destinata a continuare e l’Europa non pare intenzionata a cambiare la Borsa di riferimento, l’introduzione di un tetto nazionale al prezzo del gas sarebbe costosissima); dunque serviranno altri interventi pubblici, probabilmente non dissimili in termini quantitativi da quelli già erogati.

Ma se non si ricorre allo scostamento, con nuovo debito, come si coprono altri 30-40 miliardi di euro di spesa? Con gli extraprofitti? Sarebbe auspicabile, ma sappiamo che ad oggi di 10 miliardi che dovevano essere incassati, siamo fermi a 1,5 miliardi. E, in ogni caso, gli extraprofitti potrebbero partorire, forse, altri 10 miliardi a cui aggiungere, nella migliore delle ipotesi ulteriori 6-7 miliardi di maggior gettito Iva. E poi? con cosa finanziamo il resto del fabbisogno senza applicare alcuna riforma fiscale, perché in quasi nessuno dei programmi elettorali si parla di nuove, significative entrate?

Alcune forze della destra immaginano persino di ridurre le tasse al minimo e di cancellare i crediti fiscali dello Stato, restringendo ulteriormente le risorse disponibili ma, in ogni caso, anche ammettendo le politiche più “virtuose” è chiaro che, in queste condizioni inflazionistiche, il bisogno di maggiori spese e di maggiori interventi imposti dal caro prezzi richiede risorse che non possono non derivare da un maggior debito pubblico. In tal senso, quindi, piuttosto che immaginare entrate inesistenti, in nome di facili slogan, occorrerebbero misure per attrarre verso il debito pubblico il risparmio italiano e una politica in sede europea per frenare, altrettanto rapidamente, il rialzo dei tassi della Bce, che rende complicatissimo il collocamento del debito italiano.

A questo riguardo è opportuna un’ultima considerazione. Le principali beneficiarie del rialzo dei tassi della Bce sono le banche, come sta dimostrando l’andamento dei loro titoli. In estrema sintesi, la Bce rende più caro il costo del denaro e le banche migliorano i loro margini. Si tratta di un’operazione che ha un valore quasi interamente finanziario visto che è molto difficile che questa strategia del rigore possa frenare l’inflazione, almeno in Europa. Del rialzo non beneficia certo l’economia nel suo insieme che, oggi, avrebbe bisogno di tutto meno che di una nuova stagione di rigore. Avere affidato per intero le politiche monetarie a banche centrali che rispondono in primis a soggetti finanziari per effetto della struttura stessa delle banche centrali tende a favorire i grandi fondi hedge, proprietari di fette rilevanti del sistema bancario, piuttosto che l’economia. Non una grande scelta, ma la politica pare aver rinunciato a questo strumento fondamentale.

 

* L’autore: Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. È autore di numerose pubblicazioni e articoli sulle tematiche della storia economica e dell’economia

In foto: un’iniziativa contro il caro bollette di Confcommercio e Fipe, i supermercati abbassano le luci per evitare consumi troppo elevati. Nella foto, un punto vendita della grande distribuzione a Roma, 31 agosto 2022