«La giustizia deve essere garantita per tutti, nella stessa maniera. Soprattutto per gli ultimi. Ad oggi, i processi non sono a misura di persona poco abbiente. Perché gli avvocati costano, i medici legali costano, i periti costano. E non tutti abbiamo le stesse possibilità». L’incipit della nostra intervista a Ilaria Cucchi è già un manifesto politico. Dopo aver portato a termine la sfida più importante della propria vita lo scorso aprile, vincendo una battaglia legale durata 13 anni – dopo 150 udienze e 15 gradi di giudizio – che ha sancito che la morte di suo fratello Stefano è stata frutto di un omicidio preterintenzionale commesso da membri delle forze dell’ordine, Cucchi ha deciso di candidarsi alle politiche nelle liste dell’Alleanza verdi e sinistra. L’obiettivo? «Dare voce a tutti gli altri Stefano, partire da ciò che è successo a mio fratello e dalla nostra conseguente esperienza, nelle aule di giustizia e fuori, quando ci siamo trovati, e ci troviamo, a scontrarci contro l’ignoranza e la violenza verbale e metterlo a disposizione dell’intera collettività. È la mia ragione di vita».
Quanto pesa il Concordato
Non si parla granché di laicità. Anzi, se ne parla sempre meno, si è notato anche durante la campagna elettorale. Sarebbe fantastico se accadesse che, in quanto supremo principio costituzionale, la laicità fosse considerata da tutti i partiti un dato acquisito. E invece non è così: anzi, è esattamente il contrario. È un principio costituzionale che quasi nessuno sembra voler rivendicare. Non lo fa la destra, che rivendica ossessivamente le radici cristiane della nostra società, che esibisce ostentatamente la sua identità cattolica e che a livello internazionale è alleata con i partiti della destra religiosa più estremista. Ma non lo fa nemmeno gran parte della sinistra che, come le tre scimmiette, non vede, non sente e non parla quando Bergoglio definisce «sicario» chi abortisce o «nazista» la legalizzazione dell’eutanasia. La laicità è da anni un tema che fa venire il mal di pancia alla gauche papiste.
Il senso di Gramsci per la sinistra
Nel maggio 1789, adunatisi gli Stati generali, i membri del Terzo Stato si spartirono l’emiciclo: i conservatori si accomodarono a destra, i radicali e i rivoluzionari a sinistra. Il centro, spazio indistinto e senza identità, fu chiamato “palude”. Nasceva quel giorno a Parigi, con la Rivoluzione francese, la sinistra. Ad agosto la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino proclamava, sotto gli auspici dell’Essere supremo, i diritti naturali di tutti. Ma il biblico dissidio tra Caino e Abele, per la persistente matrice religiosa della Ragione, passò alla sinistra nelle forme di uno scissionismo irriducibile. Dalla mortale dialettica tra Robespierre e Danton, ghigliottinato come controrivoluzionario, il tragico scontro si è trasmesso fino ai pallidi epigoni odierni. Nella Russia prerivoluzionaria dei bolscevichi alimentò l’aspro conflitto che divise Lenin dall’ex amico Aleksandr Bogdanov sulle opposte sponde, economicista e culturale, dell’interpretazione di Marx.
La lungimiranza di Solženicyn
Aleksandr Solženicyn fu non soltanto un testimone degli orrori dell’esperimento sovietico, ma un lucido analista del mondo di poi, della “Grande catastrofe russa” post-1989. Vedremo subito come la lungimiranza e profondità della sua analisi sia ancor oggi di sconcertante attualità.
Nonostante il senso di liberazione per la caduta del regime comunista, Solženicyn fu da subito un critico inflessibile della “nuova Russia” di Putin. Raccolse le sue considerazioni in un saggio del 1994 (La “questione russa” alla fine del XX secolo, Torino, Einaudi, 1995), anno del rientro in Russia dall’esilio. Il premio Nobel era convinto che settanta anni di regime comunista avessero intaccato la fibra profonda del Paese, ipotecando anche il futuro: «Soltanto a voler fare del sarcasmo, a mo’ di scherno, si può chiamare democrazia, vale a dire potere del popolo, il potere esercitato nel nostro Paese nel 1991». Dunque dopo il comunismo nessuna democrazia. Ma neanche “libero mercato”: «Stiamo creando una società spietata, feroce e criminale, di gran lunga peggiore dei modelli occidentali che cerchiamo di copiare». E ancora: «Profitto! Profitto a qualunque prezzo! Sia pure con l’inganno, con la corruzione, con lo stupro, con la vendita dei beni della propria madre (la patria)! Il “profitto” è divenuto la nuova (e del tutto insignificante) Ideologia».
Lo sguardo senza limiti delle donne
Un concertato di visioni che ha per protagonista lo sguardo femminile, variamente declinato e altamente spregiudicato. Si dipana fino al 2 ottobre a Firenze, fra Villa Bardini e il Forte di Belvedere, un interessante percorso che esplora il carattere formale, l’audacia sperimentale, il contributo artistico e la dimensione storica dell’essere Fotografe, ieri e oggi, mettendo in rapporto, o come oggi si usa dire in “dialogo”, lungo un unico itinerario che a volte stride, altre collide, altre ancora forse disorienta, altre infine partecipa incrociando le traiettorie, come disposto in una sismica camera degli specchi, vecchie tracce risalenti agli albori di un mezzo che alla metà dell’Ottocento muoveva i primi passi in “vista” di una rivoluzionaria paternità del concetto stesso di realismo, a un intrigo di combinazioni e palinsesti contemporanei dettati dalle moderne apparecchiature tecniche.
L’epoca della Desistenza italiana
Lì dove molti vedono una donna a capo del governo per la prima volta c’è il governo più destrorso dalla seconda guerra mondiale. La destra in Italia non esiste, è solo una stampella dell’estrema destra dove Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni ha svuotato il suo vaso comunicante, la Lega di Matteo Salvini. La destra, al massimo, è quel sedicente terzo polo che invece è sesto (un’altra truffa lessicale in piena regola durata per l’intera campagna elettorale) che nonostante i proclami (e gli scherani tra i media) è riuscito a sommare i risultati dei due partiti personalistici, senza niente di più.
Nel Partito democratico si dicono stupiti che gli italiani abbiano visto in Luigi Di Maio un “pacco” in piena regola senza cascarci, si domandano attoniti perché Carlo Cottarelli non scaldi i cuori nemmeno nella sua città (è riuscito a perdere contro Daniela Santanchè, qualche genio democratico pensava di vincerci le elezioni regionali). Il capolavoro politico di chi ha passato settimane invocando “un fronte comune contro la destra” mentre non è riuscito nemmeno a tenere il fronte minimo facendo franare il “fronte largo” sia a destra che a sinistra. Come spesso accade da quelle parti la tentazione al Nazareno sarà di addossare tutte le colpe a Letta affilando i coltelli per il prossimo congresso e ricominciare di nuovo verso la prossima analisi della sconfitta.
E la sinistra? Bella domanda. La sinistra se n’è stata come al solito sparpagliata nelle tasche di qualche esponente del Partito democratico (Peppe Provenzano e Elly Schlein, per fare qualche nome) che difficilmente riuscirà a dare le carte; sta con il risultato in linea con le aspettative di Bonelli e Fratoianni coalizzati nella coalizione (nulla di esaltante) e nel risultato (deludente, bisogna avere il coraggio di dirselo) di Unione popolare che ora deve decidere se essere l’ennesimo cartello elettorale fallito oppure essere la pietra di inciampo di una strada lunga da costruire.
Poi, svestendosi dallo snobismo, toccherebbe dirsi che la sinistra è andata nel bacino di voti del Movimento 5 Stelle (sarà perché hanno fatto una misura di sinistra – il Reddito di cittadinanza – mentre gli altri si crogiolano nella loro aporofobia?). Come si potesse credere che un elettore di sinistra potesse scaldarsi di fronte agli inginocchiati dell’agenda Draghi è uno dei misteri di quest’ultima strategia elettorale.
Si registra che quelli che hanno sventolato la Resistenza in campagna elettorale (rispettandola pochissimo nelle occasioni di governo) sono i fautori della peggiore Desistenza italiana dalla seconda guerra mondiale in poi. Questa sconfitta ha molti padri, solo che essendo i cardini della nomenclatura del centrosinistra italiano finiremo per averli ancora tutti lì.
Buon lunedì.
“We want it all”, un inno alla libertà al Romaeuropa festival
Iniziare dalla fine. Direi che, in questo momento storico, attribuire al concetto di fine un’accezione positiva ha un valore costruttivo e potenziante ed è questo il messaggio veicolato dalla Ick dans Amsterdam, fondata da Emio Greco – Pieter C. Scholten, con lo spettacolo We want it all, presentato in prima nazionale l’8 e il 9 settembre alla Cavea dell’Auditorium, come opera inaugurale della trentasettesima edizione del Romaeuropa festival.
Nel pieno della crisi, con una guerra che sta scuotendo gli animi di tutto il mondo, il cambiamento climatico e l’emergenza energetica, quando la decostruzione è totale e la sensazione è quella di essere costantemente alla vigilia dell’apocalisse, la cosa migliore per reagire è sicuramente quella di ripartire dalla fine. Così We want it all è un inno alla vita e alla libertà.
Uno spettacolo corale, che nasce dall’unione di undici finali tratti dalle oltre 60 opere realizzate dal celebre duo italo-olandese tra il 1995 e il 2020 che, cuciti insieme, si trasformano in un nuovo spettacolo. Un’opera vibrante, all’insegna della speranza, della vitalità e della fantasia.
We want it all, dal retorico sottotitolo “Is this the end?” converte il famoso verso di Freddie Mercury in un appello collettivo di 15 giovani performer della junior company Ick Next che sembrano riunirsi sul palco per far fronte alle crepe del presente. E non c’è dubbio. We want it all è uno spettacolo sul presente, contemporaneo con la C maiuscola che affronta diverse tematiche chiave della nostra epoca; scandito da una colonna sonora che stupisce, perché alterna brani classici, come Bach, a canzoni rock e pop – lasciando inaspettatamente fuori i Queen, a cui la compagnia reca omaggio nel titolo – fino alla musica francese.
La questione dell’energia fa da sfondo a tutto il balletto. Specialmente in alcuni passaggi, sembra che i danzatori si trasformino in vere e proprie fonti energetiche, come se sprigionassero calore ed elettricità con i loro movimenti, rapidi e potenti. Nello stesso tempo, We want it all è un lavoro sull’inclusione, sull’importanza dell’accoglienza, sulle migrazioni. Celebra, dunque, l’uguaglianza che si traduce in un inno alla libertà quando, nella parte finale, tutti i performer entrano in scena vestiti di bianco e si muovono intorno ad un’enorme bandiera bianca.
La libertà in We want it all è un altro dei fili conduttori, uno statement che rispecchia l’identità stessa della compagnia, da sempre proiettata verso l’apertura e la curiosità. Pur stando perfettamente nel tempo e nel ritmo, ogni ballerino interpreta le coreografie in modo libero e personale e questo fa sì che il meraviglioso senso di libertà sprigionato dallo spettacolo non sfoci mai in una caotica anarchia. We want it all è un’opera che scuote ed emoziona, proprio perché offre una sana rappresentazione della libertà, in cui ognuno è se stesso senza ledere gli altri ma anzi contribuendo alla riuscita di tutti rafforzando la propria identità.
Trovo che questo sia un altro messaggio di vitale importanza, dal momento che oggi l’idea di identità mi pare venga messa spesso in discussione, a favore di una tanto decantata fluidità, concetto molto interessante ma foriero di confusione e travisamenti, soprattutto tra i giovanissimi. Il punto è che per crescere ed innescare un cambiamento ci vuole apertura verso ciò che è diverso ma anche coraggio di essere se stessi.
Lo spettacolo di Emio Greco e Pieter C. Scholten, esagerando il gesto coreografico, lasciando liberi gli interpreti di esprimersi, rompe con gli schemi, creando una vera e propria summa poetica; tuttavia, pur proponendo un’idea decisamente innovativa di danza, che respira e diventa vita, i due artisti rendono omaggio al balletto classico, “richiamando”, in maniera dolce, velata ed ironica il famoso Lago dei cigni.
Per tutti questi motivi, la scelta di Fabrizio Grifasi, direttore generale ed artistico del festival, di inaugurare questa 37esima edizione, intitolata Dialoghi, con lo spettacolo della Ick dans Amsterdam è particolarmente riuscita. Dal momento che, oltre che emozionare il pubblico, o meglio, i pubblici del Ref, perché il Romaeuropa festival si rivolge ad un parterre molto eterogeneo, We want it all innesca una serie di riflessioni costruttive, ideali per aprire una manifestazione che si propone come un faro “sull’oggi” e sui temi che più lo caratterizzano: diritti, inclusione, ecologia, patrimonio.
Il Ref 37 si occupa dell’oggi mettendo al centro il concetto di “Dialogo” essenziale per «sintetizzare un sentire profondo che rappresenta la dimensione plurale di scambio, incontro, discussione tra artisti, istituzioni e discipline che è costitutiva del Festival stesso» per citare il direttore. E questa edizione, che finalmente torna agli antichi splendori pre-pandemici, con 400 artiste e artisti da 5 continenti; oltre 80 spettacoli in 18 spazi della Capitale, per ben 74 giorni di programmazione, fino al 20 novembre, ha davvero tutte le carte in regola per rispondere ad un vasto pubblico che ha bisogno di creatività, fantasia, condivisione e per ribadire e sottolineare che dove c’è cultura non ci può essere guerra.
Nella foto: un momento dello spettacolo We want it all (ph. Alwin Poiana)
I narcos d’Albania, il crimine cavalca l’onda dall’Europa al Sud America
Nel complesso intreccio criminale degli ultimi anni, una delle forze più sottovalutate è stata quella della mala albanese. Gli episodi di microcriminalità sono un ricordo sbiadito, quelli delle bande che si organizzavano in Italia dopo gli sbarchi degli anni 90, per fame e antichi rituali molto simili alla criminalità del sud Italia. Il racconto di quegli episodi serve sporadicamente alla propaganda che descrive lo straniero come brutto, sporco e cattivo. Il crimine albanese negli anni si è invece evoluto, sedendosi al tavolo con le mafie italiane. I clan albanesi in un primo momento hanno fatto da manovalanza ai grandi traffici per poi imporsi come realtà in grado di creare connessioni intercontinentali. Il punto di partenza per i clan albanesi è stata la tratta di giovani donne, schiave del mercato del sesso. “I narcos albanesi”, il documentario prodotto da Videa Next Station, in onda sabato 24 settembre, in prima serata su Nove, comincerà la sua cronologia criminale dalla voce proprio di una donna che è stata prima vittima e poi ribelle di un sistema criminale feroce.

Giovani donne, dagli angoli più disparati dell’Albania, venivano vendute, grazie alla corruzione di agenti di frontiera e connivenze in Italia. La tratta e lo sfruttamento della prostituzione su tutto il territorio italiano è servito ai clan albanesi per dimostrare alla malavita italiana quanto potevano essere affidabili, violenti e intransigenti con i traditori. La conoscenza del mare, delle frontiere e degli scafi è stato poi il secondo step. La marjuana, quella che serviva alle piazze di spaccio italiane. I trafficanti albanesi in Patria riciclavano e in Italia portavano erba a quintalate. Le rapine degli anni novanta non interessavano più al clan degli albanesi, che si fanno conoscere come clan strutturati, non in maniera verticistica, ma orizzontale, grazie ad una rete fittissima di affiliati.
Le evasioni dalle carceri europee dei loro grandi boss diventano cronaca esaltante, che alimentano l’epica di cui ogni criminalità necessita. L’ostentazione dei soldi a Londra, Milano, Rotterdam è molla per giovanissimi pronti ad arruolarsi. La diaspora albanese criminale, che si infiltra tra i tantissimi albanesi che cercano solo fortuna e vita dignitosa in Europa, è numerosa in tutto il mondo e nessuno tradisce. In “Narcos albanesi” c’è la possibilità di ascoltare la testimonianza del primo pentito della mala degli albanesi.
Ci sono poi tantissime vittime, adescate per lavori che si rivelano grigi, in piazze di spaccio violente. In Albania restano famiglie in lutto, per regolamenti di conto inspiegabili, come la storia che il documentario racconta partendo da una famiglia in un angolo remoto dell’Albania, che finisce nel sangue di una mazza da baseball a Mantova.

I soldi col contrabbando i boss albanesi li sanno fare benissimo. Sanno anche reinventarsi, di nuovo, con la cocaina questa volta, dall’altra parte del mondo. Il loro know how criminale resta il mare e la capacità di infiltrarsi nei porti per i traffici. Paesi Bassi, Grecia, Italia ed Ecuador. In Latino America c’è l’ultima tappa, in Ecuador appunto, nella zona di Guajaquil, dove la guerra tra narcotrafficanti conta numeri impressionanti. Conquistare il porto di Guayaquil è fondamentale, per la coca purissima che arriva dalla Colombia. Gli albanesi conquistano quella zona a suon di mattanze e corruzione nelle carceri. “Narcos albanesi” arriva fino in Ecuador, per mettere assieme tutti i volti di questa incredibile ascesa criminale.
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Il documentario fa parte della serie “Mafia connection” ideata da Carmen Vogani e condotta da Nello Trocchia. La serie si compone di quattro episodi, per quattro sabato sera in prime time su Nove. Il primo episodio è proprio sulla mala degli albanesi, sabato 21.25 su Nove.
I prossimi cinque anni
Eccoci di nuovo da voi, cari lettori e compagni, con questa nuova, emozionante, avventura che vi avevamo preannunciato a luglio: ampliare l’offerta informativa di Left articolandola fra mensile cartaceo, sito e newsletter.
Chi ci ha seguito online nei mesi di agosto e settembre ha avuto modo di leggere interviste, analisi politiche, longform che raccontano e analizzano come sta cambiando la realtà in Italia e nel mondo. Ora è il momento di varare la nave dell’approfondimento facendo un passo oltre con questo nuovo Left mensile. Abbiamo deciso di iniziare il nuovo corso con un numero quasi monografico, molto ambizioso, fin dal titolo: Agenda 2022-2027 e che non a caso è uscito a ridosso delle elezioni politiche ( qui un consuntivo) dopo una campagna elettorale, breve e concitata, basata su slogan e promesse, durante la quale si è parlato pochissimo di contenuti. Anche per gli effetti collaterali di questa legge elettorale, il Rosatellum, frutto dell’era renziana, che obbliga a forzosi apparentamenti; una brutta legge con cui ci siamo ritrovati ad andare al voto, dopo lo sciagurato taglio del numero dei parlamentari e senza una necessaria riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Ma tant’è, questa è la dura realtà dei fatti. Ma non ci arrendiamo. Ora, dopo la vittoria della destra destra, guidata da Giorgia Meloni ci aspetta una opposizione serrata. Dispiace dire lo avevamo detto.
Sul nostro sito, per tutta l’estate abbiamo spulciato i programmi, incalzato i politici, smascherato le false promesse e i pericolosi attacchi alla Costituzione di un centro destra che è sempre più destra-destra, nera e clericale, ma anche del polo cosiddetto liberale, che ripropone fallimentari ricette neoliberiste in salsa democristiana. Senza lesinare critiche anche alla coalizione di centro sinistra e alla sinistra radicale quando, su specifiche questioni, non ci hanno convinto. Ma a noi di Left, si sa, non basta fare il “cane da guardia” dell’esistente.
Le quattro parole che formano l’acronimo della testata: libertà, uguaglianza, fratellanza e trasformazione, ci obbligano a uno sforzo maggiore, a “romperci la testa” per cercare una visione, insieme concreta e ideale, per cambiare questo Paese in chiave democratica, progressista, laica, pensando alle nuove generazioni.
Beninteso non è un programma politico quello che qui vi proponiamo. Non vogliamo certo fondare l’ennesimo partito! Da giornalisti di sinistra, impegnati da sempre sul versante della difesa dei diritti civili e sociali abbiamo chiesto alle migliori menti e alle migliori energie di questo Paese – dal premio Nobel Giorgio Parisi agli attivisti dei Fridays for future, da Ilaria Cucchi a tantissimi giovani ricercatori – di aiutarci a immaginare come il nostro Paese possa uscire dalla crisi e dalla stagnazione liberandosi da feroci disuguaglianze, dalla oppressiva cappa vaticana, dal razzismo, dalla discriminazione, dall’incuria e dalla devastazione del territorio.
Gettando il cuore oltre l’ostacolo e, al contempo, essendo ben consapevoli che l’autunno che ci aspetta sarà durissimo. Non solo per il caro bollette e per le difficoltà materiali.
Per battere sul lungo periodo questa destra nerissima, nazionalista e retrograda sul piano culturale, servono idee. Serve ripensare profondamente la sinistra. E noi che veniamo da una lunga storia di ricerca collettiva abbiamo l’ambizione di poter dare, insieme a voi, un contributo per costruire una strada che ci porti anche oltre il 2027. Su questo numero di Left diamo qualche spunto puntando alto: osando parlare di scuola e università pubblica e gratuita in un Paese che purtroppo oggi ha il più altro tasso di Neet in Europa, percentuali altissime di dispersione scolastica e vede oltre un milione e trecentomila di minori in povertà assoluta (fonte Istat).
Parliamo di nuove politiche per la ricerca che, dopo tante controriforme liberiste come quella firmata da Gelmini, non obblighino più i giovani ricercatori ad andare per forza all’estero o a rinunciare. Parliamo di sanità pubblica e di come rilanciare servizi, mettendo al centro un’idea di salute che non è solo assenza di malattia ma benessere psicofisico della persona e della collettività. Parliamo di una riforma fiscale equa basata sul principio costituzionale di progressività e di quanto danno possono fare i “tassapiattisti”. Parliamo di giustizia giusta e di riforma del sistema carcerario sulla base di esempi concreti che ci sono già come il “carcere aperto” di Bollate.
Parliamo di una legge sulla cittadinanza che vada ben oltre il timido ius scholae, per dare finalmente risposta a un milione di giovani italiani senza diritti. Parliamo di abolizione della legge Bossi Fini che ha istituito il reato di clandestinità, di abolizione dei decreti Sicurezza voluti da Salvini e varati dal governo Conte I ma anche dello scellerato memorandum con la Libia siglato dal governo Gentiloni. Parliamo dell’importanza essenziale della cultura, di diritto universale di accesso al patrimonio artistico, della funzione che potrebbero avere i musei non più solo come luogo di conservazione ma come centri di ricerca, ricordando quanto sarebbe rivoluzionario applicare pienamente l’articolo 9 della Carta e l’articolo 3 che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana.
Parliamo – ed è un punto cardine per noi – di pieno riconoscimento dell’identità delle donne che ancora non c’è nonostante tante conquiste sociali (e che oggi sono di nuovo messe in pericolo). «La sinistra deve occuparsi della realtà psichica e di ciò che è trasformativo e creativo» scrive la psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti su questo numero di Left. «La sinistra deve occuparsi della realtà psichica e di ciò che è trasformativo e creativo. Non si possono accettare compromessi con una cultura basata sulla violenza e la sopraffazione e sull’annullamento del diverso». Facciamo nostre le sue parole.
I putiniani che hanno fatto finta di non vedere
Ieri Silvio Berlusconi ha gettato la maschera. O forse la maschera gliel’hanno retta per mesi gli altri, quelli a cui faceva comodo la narrazione che “gli amici di Putin” fossero a sinistra (sono sempre loro, i bellicisti che usano la guerra per fare politica, in tutti i sensi) cogliendo l’occasione per attaccare Anpi, Emergency e tutti gli altri.
Invece è bastato mettere un microfono sotto la bocca di Berlusconi per sentirlo dire, ieri sera a Porta a Porta, che Vladimir Putin è stato trascinato alla guerra dalle pressioni interne e il suo obiettivo era «sostituire il governo di Zelensky con un governo di persone perbene». Del resto è lo stesso Berlusconi che qualche tempo fa ci spiegò che la Russia era entrata in guerra “per colpa di comunisti”.
«Sono andati – dice Berlusconi – da lui in delegazione dicendo “Zelensky ha aumentato gli attacchi delle sue forze contro di noi ed i nostri confini, siamo arrivati a 16mila morti, difendici perché se non lo fai tu non sappiamo dove potremo arrivare”». Quindi, prosegue Berlusconi, «Putin è stato spinto dalla popolazione russa, dal suo partito e dai suoi ministri ad inventarsi questa operazione speciale».
«Per cui – prosegue il racconto di Berlusconi a Porta a Porta – le truppe russe dovevano entrare, in una settimana raggiungere Kiev, sostituire con un governo di persone perbene il governo di Zelensky ed in una settimana tornare indietro. Invece hanno trovato una resistenza imprevista che poi è stata foraggiata con armi di tutti i tipi dall’Occidente». Qui il leader di Forza Italia sfocia anche nell’analisi militare e aggiunge: «Non ho capito perché le truppe russe si sono espanse in giro per l’Ucraina, mentre secondo me dovevano soltanto fermarsi intorno a Kiev». Ad oggi «la guerra dura da più di 200 giorni, la situazione è diventata molto difficile, io mi sento male quando sento parlare dei morti perché ho sempre ritenuto la guerra la follia delle follie», conclude Berlusconi.
Non serve che Giorgia Meloni e Matteo Salvini continuino a inscenare questo triste spettacolino degli atlantisti dell’ultima ora se sul più “moderato” della coalizione poi non trattiene la verità. Rimane una domanda: non provano vergogna quelli del Partito unico bellicista per avere perseverato in un furioso strabismo?
Buon venerdì.
Nella foto: Berlusconi e Putin al vertice Nato Russia a Pratica di Mare, Roma, 28 maggio 2002










