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Sospensione dei brevetti sui vaccini anti Covid, un cinico bluff

Health workers check the identity card of a woman before administrating COVID-19 vaccine at a residential area in Ahmedabad, India, Saturday, March 5, 2022. (AP Photo/Ajit Solanki)

Novembre 2021: di fronte al rischio che l’Unione europea si trovasse isolata davanti al mondo, in compagnia unicamente di Gran Bretagna e Svizzera, l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) ha rinviato la 12esima Conferenza interministeriale che aveva all’ordine del giorno la proposta di moratoria per i brevetti sui vaccini contro il Covid. La motivazione ufficiale è stata l’impossibilità di varie delegazioni di raggiungere Ginevra a causa della pandemia da Omicron; giustificazione risibile ma, come si sa, i potenti spesso pensano di poter trattare i popoli come dei perfetti imbecilli.
La prossima riunione interministeriale del Wto dovrebbe svolgersi, salvo ulteriori rinvii, nel giugno 2022; prorogare fino a tale data la contrapposizione tra Ue e i Paesi in via di sviluppo che chiedono la sospensione dei brevetti, riuniti sotto la leadership dell’India e del Sudafrica, costituirebbe un ulteriore ostacolo al tentativo dell’Occidente di costruire un’alleanza globale contro la Russia, tentativo che fino ad ora non ha convinto ad esempio l’India. È probabile che questa valutazione abbia contribuito a convincere la Commissione e i governi europei, da diciotto mesi avvocati di fiducia di Big pharma e totalmente insensibili ai destini dell’umanità, a dare un segnale di disponibilità, piccolo, ma amplificato dai media embedded.

La trattativa prosegue…
Usa, Ue, India e Sudafrica stanno negoziando in queste settimane un accordo in merito alla moratoria parziale sui brevetti dei vaccini anti Covid, che dovrà essere approvato in sede Omc da tutti i 164 Paesi aderenti, nessuno escluso. A inizio ottobre 2020 i governi sudafricano e indiano proposero all’Omc una rinuncia temporanea ai diritti di proprietà intellettuale per tutti i prodotti farmaceutici e diagnostici anti coronavirus, appellandosi a quanto previsto nella stessa carta fondativa dell’Omc, secondo la quale, in…

L’autore: Vittorio Agnoletto è medico e coordinatore in Italia della campagna “Nessun profitto sulla pandemia. Diritto alla cura”. Insegna Globalizzazione e politiche della salute all’Università degli Studi di Milano

L’articolo prosegue su Left dell’8-14 aprile 2022 

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Al Sud la crisi bussa due volte

Filed of harvested wheat at dawn in Sicily with a view of Mount Etna in the distance

Con la guerra in corso in Ucraina assistiamo ad aumenti di prezzi generalizzati che colpiscono tutti i cittadini italiani, a partire da quelli del Mezzogiorno dove addirittura il 10% delle famiglie e oltre il 12% degli individui si trovano già oggi in condizione di povertà assoluta, da dati Istat di inizio marzo 2022. Coldiretti ha lanciato un allarme nazionale sul picco di furti di cibo nei supermercati, richiamando il rischio alimentare per 5,6 milioni di cittadini italiani che si trovano in povertà assoluta. Si tratta di persone che per effetto dei rincari non riescono più a garantirsi un pasto adeguato, ma questo è solo la punta dell’iceberg di un disagio diffuso. Nello stesso tempo l’Onu ha lanciato l’allarme di carestia mondiale nel caso si prolungasse la guerra. Con questa situazione, invece di pensare ai cittadini che vivono difficoltà sempre maggiori in tutto il Paese, il governo aumenta al 2% del Pil il budget per la spesa militare e il senatore Ignazio La Russa (Fdi) non ha trovato di meglio che proporre di sostenere questo aumento «usando una quota del reddito di cittadinanza».

Il Mezzogiorno vedrà così la povertà crescere inevitabilmente, come accade da anni, mentre con l’acquisto di armi si arricchisce, anche in…

L’autore: Natale Cuccurese è presidente del Partito del Sud

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Come (non) funziona l’economia delle sanzioni

The shadow of the oil rig against the background of Russian money. concept of selling minerals for Russian rubles. Earn money from mining gas and oil energy resources

Vi è una profonda incertezza sul futuro delle nostre economie. La domanda che ci dobbiamo porre è se la guerra possa costituire, dopo la pandemia, un altro colpo alla globalizzazione, e se le sanzioni imposte alla Russia possano provocare modifiche nel sistema finanziario internazionale. Dagli anni Settanta del secolo scorso, infatti, esso si è sviluppato con un complesso meccanismo che può così essere descritto: la gran parte delle merci scambiate sui mercati internazionali è pagata o denominata in dollari, ma soprattutto gran parte delle riserve delle banche centrali, imprese e istituzioni finanziarie è investita in dollari o in titoli denominati in dollari. Questa massa monetaria e finanziaria è costituita da pezzi di carta, o meglio numeretti su schermi di computer, rappresentativi di impegni di pagamento per l’immediato o per il futuro. L’enorme debito americano alimenta il sistema finanziario internazionale con mezzi di pagamento, che poi crescono su sé stessi in modo autonomo.

Questo meccanismo, con cui appunto gli Stati Uniti offrono mezzi di pagamento per gli scambi internazionali e fungono da garanti dell’offerta di dollari anche delle altre banche centrali, fornisce agli americani la possibilità di consumare risorse che non producono, vivendo, come qualunque Paese indebitato, al di sopra dei propri mezzi. In cambio di questo privilegio, gli altri Paesi, cioè tutti, ricevono una moneta stabile e sempre spendibile in…

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La scuola dei migliori (tagliata, ancora)

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 04 Novembre 2020 Roma (Italia) Cronaca Studenti manifestano davanti al ministero della pubblica istruzione per chiedere lezioni in presenza Nella foto: gli studenti svolgono le ore di didattica a distanza davanti al ministero Photo Cecilia Fabiano/LaPresse November 04, 2020 Rome (Italy) News Students demonstrate in front of the Ministry of Education to ask for face-to-face lessons. In the pic: students carry out the hours of distance learning in front of the ministry

Il Documento di economia e finanza è stato pubblicato. Mario Draghi, quello che ci esortava a investire nel “capitale umano” ha tradito le promesse con un bel taglio sull’istruzione: dal 4% del 2020 al (se andrà bene) il 3,5%. Se volete avere un’idea di come agiscano gli altri nell’Ue su scuola e università vi basti pensare che nel 2019 la media era il 4,7% del Prodotto interno lordo dell’Unione, alcuni arrivano oltre il 6% del Pil  come Svezia, Danimarca, Belgio.

«La spesa per la scuola nell’arco temporale del Def 2022-2025, si vede ridotta di mezzo punto di Pil. Come si farà ad attivare le transizioni ecologiche, tecnologiche e digitali con risorse che cambiano importi e destinazione? La musica è sempre la stessa, scritta sullo spartito del neoliberismo che pensavamo, a torto, avesse mostrato tutti i suoi limiti dopo la pandemia e la guerra», è stato il commento a caldo del segretario generale della Uil Scuola, Pino Turi.

Tra l’altro anche nei prossimi decenni non c’è nessuna previsione di crescita perché il Governo dei migliori ci fa sapere che il crollo demografico farà il suo. Ecco quindi come lo racconteranno: ci saranno meno bambini quindi in fondo noi stiamo investendo di più.

Tutto questo dopo 2 anni di pandemia in cui ci hanno ripetuto che non si sarebbero ripetuti gli errori del passato tagliando i soldi alla scuole e all’università. Tutto questo mentre ci ripetono che l’Italia può allegramente aumentare le spese militari perché tutto il resto non ne risentirà. Quindi è tutto normale, va tutto bene. Stiamo a posto così.

Buon lunedì.

 

 

Effetto Truffaut

«Fa bene rivedere i suoi film, fa bene ripassare la sua vita. Perché sia i film che la vita di François Truffaut ci ricordano che è sempre possibile sottrarsi a destini decisi da altri … per scrivere la propria storia».
Sin dalla premessa Paola Malanga, autrice del libro Il cinema di Truffaut – edito da Baldini e Castoldi – introduce il lettore ad un viaggio immersivo all’interno della vita e dell’opera cinematografica del regista francese, per restituirne un ritratto appassionato. A oltre venticinque anni di distanza dalla prima pubblicazione del 1996, questa seconda edizione acquisisce particolare rilievo perché ci sembra rivendicare, in maniera ancora più dichiarata, un’idea di cinema che ritorni ad essere veicolo di idee.

La prefazione al libro, che Paolo Mereghetti titola “Que reste-t-il de nos amours?”, rilancia una riflessione in tal senso, rimarcando la necessità – soprattutto negli anni dello streaming e della serialità – del ritorno ad un’immagine in costante e fecondo rapporto con un certo tipo di linguaggio, di movimento e di pensiero. Affinché l’autenticità dei personaggi, la palpitante spregiudicatezza del cinema di Truffaut, unitamente all’eleganza e alla ricercatezza delle inquadrature e dei movimenti di macchina, non vengano stigmatizzate come cose d’altri tempi.

La forza delle immagini di Truffaut, la loro potenzialità espressiva, risiede probabilmente nella capacità di veicolare una riflessione specificamente cinematografica coniugando arte e vita, autobiografia e universalità. Ed è per questo, come sottolinea Paola Malanga (neo direttrice della Festa del cinema di Roma) che i film di Truffaut «restano, inattaccabili dal tempo che passa».

Grazie ad una…

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L’araldo di Putin

«La Russia porta con sé la libertà… La Russia è l’unico stato Slavo che è stato capace di diventare un impero mondiale… E di secolo in secolo l’oriente russo sta conquistando l’occidente russo sottraendolo all’ovest non russo. Perché noi siamo Roma. Perché Roma siamo noi». Questa frase dai toni sinistri, che dà eco nel nuovo millennio agli orrori nazionalistici del Novecento, è di Alexander Dugin, politologo e filosofo russo. È uno dei massimi ideologi del neo eurasianesimo, un’idea politica reazionaria che richiama alla gloria e alla rifondazione dell’impero russo, basata sul mito della Terza Roma (tanto caro anche a Mussolini). Tutto ciò deve avvenire sotto la guida di un unico uomo dai valori religiosi e morali cristiani. Da alcuni analisti Dugin è definito il Rasputin di Putin, a causa dell’ascendente (ancora non perfettamente chiarito) sul presidente della Federazione Russa. Altri invece sostengono che la sua influenza sull’ex capo del Kgb è solo presunta essendo troppo legata, per i gusti della pragmatica propaganda del Cremlino, alla filosofia europea.

Ma se sul quadro personale ci sono dei dubbi, tutti gli studiosi invece concordano che…

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L’arte di non fare la guerra

Street artist Hijack's mural titled "War Child" is seen on a building wall in the Fairfax District of Los Angeles, on Monday, March 21, 2022

«Abbiamo detto che la vita ci sottrae in continuazione possibilità e ci preclude mille strade. L’arte invece fa il contrario: apre vie, apre alternative. Ed è per questo che dobbiamo riconoscere che non è solo come “d’estate la limonata”, bensì l’aria stessa che respiriamo». Così Jurij Lotman conclude la seconda lezione del quarto ciclo intitolato «L’uomo e l’arte» (1990). L’arte apre vie, apre alternative. Eppure, la guerra di Putin si estende a macchia d’olio e invade ogni cosa, ogni campo, incluso quello della cultura e dell’informazione autentica, ostacolando così ulteriormente il cammino verso la pace. È di questi giorni la notizia della chiusura della testata Novaja gazeta, che aveva resistito 34 giorni dall’inizio dell’«operazione speciale». Altre testate indipendenti e storiche stazioni radio come Echo Moskvy (L’eco di Mosca) erano uscite di scena alla vigilia della repressione imposta dalla legge russa del 5 marzo, che prevede fino a quindici anni di carcere per chi diffonde notizie “false” sulla guerra in Ucraina (è sufficiente chiamare le cose con il loro nome – chiamare “guerra” la guerra, per esempio).

A prendere la parola per annunciare la decisione di chiudere le pubblicazioni è stato il caporedattore di Novaja gazeta Dmitrij Muratov, premio Nobel per la pace nel 2021. Al secondo ammonimento da parte del Roskomnadzor (il servizio federale per il controllo dei mezzi di comunicazione di massa), Muratov ha capito che..

 

* L’autrice: Giulia Marcucci è professoressa associata presso l’Università per stranieri di Siena, dove insegna Lingua e traduzione russa e dirige il Centro studi sulla traduzione (CeST)

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Una cassaforte digitale per i tesori dell’arte ucraina

A view inside the Mariupol theater damaged during fighting in Mariupol, in territory under the government of the Donetsk People's Republic, eastern Ukraine, Monday, April 4, 2022. (AP Photo/Alexei Alexandrov)

Il teatro di Mariupol distrutto, la statua del duca di Richelieu protetta da sacchi sabbia nella Odessa sotto assedio. Sono immagini di alcuni beni culturali ucraini nei giorni della guerra. Secondo l’Unesco dall’inizio dell’invasione russa sono 53 i siti culturali già distrutti o danneggiati. Un salvataggio, seppure a distanza e a livello digitale, è quello che sta realizzando un team internazionale che fa capo all’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) che guida un progetto europeo che si chiama 4Ch, Competence center for the conservation of cultural heritage. «Quando è scoppiata la guerra ci siamo guardati tra di noi, dentro 4Ch, in primo luogo con i colleghi del Pin (Polo universitario Città di Prato), abbiamo cercato di capire se in Europa sarebbe partita qualche iniziativa, e qualcosa è partito, abbiamo contattato altri progetti europei e poi ci siamo detti: proviamo a vedere quello che si può fare noi per salvare la documentazione digitale dei beni culturali ucraini», dice Francesco Taccetti, ricercatore Infn e coordinatore del progetto 4Ch.

Avvisata la Commissione europea che ha dato la sua approvazione e l’ambasciata ucraina a Roma, è stata lanciata l’…

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Manon Aubry: Le chance della sinistra alle presidenziali francesi

Reportage au Parlement Europeen a Bruxelles avec Manon Aubry, leadeuse de La France Insoumise et de GUE / NGL.Report to the European Parliament in Br

Nell’imminenza delle elezioni presidenziali abbiamo raggiunto Manon Aubry, parlamentare europea per France insoumise e co-presidente del gruppo The Left, a Strasburgo. Il suo partito, che dopo l’aggregazione con numerosi soggetti sociali si presenta come Union populaire e ha candidato Jean Luc Mélenchon, è accreditato nei sondaggi, mentre scriviamo, di un risultato, dice Aubry, tale da poter impensierire Macron e Le Pen.

Alle presidenziali del 2017 France insoumise prese quasi il 20%. Cosa può accadere con Union populaire?
Macron e Le Pen hanno rifiutato qualsiasi confronto ma tutti i sondaggi hanno mostrato che è necessario fare i conti con noi. Siamo accreditati al 15% nelle intenzioni di voto. Ciò che sembrava impossibile qualche mese fa è ora una seria probabilità. I sondaggi mostrano che potremmo raggiungere il secondo turno eliminando l’estrema destra per poi battere Macron al ballottaggio del 24 aprile. Questa situazione non è frutto del caso ma di un lavoro iniziato più di un anno fa.

Su cosa si è basata la vostra campagna?
Il nostro programma rivendica la rottura netta con le politiche neoliberiste e riflette l’enorme vitalità dei movimenti sociali in Francia degli ultimi 5 anni: marce per il clima, mobilitazioni femministe, manifestazioni antirazziste, contro la distruzione delle pensioni, ecc. Union populaire ha riunito gli attori di queste lotte non attorno a un uomo ma ad un progetto comune lanciando una campagna di mobilitazione a tutto campo con grandi raduni popolari (100mila persone in Place de la République a Parigi) e incontri pubblici guidati da deputati in ogni città e villaggio. Siamo gli unici a bussare alle porte, ad andare davanti alla gente, a cercare gli astensionisti. Una vittoria rappresenterebbe un segnale per tutta la sinistra europea e globale. Il dibattito politico non può essere ridotto al liberalismo estremo contro l’estrema destra. L’alternativa è possibile e intendiamo dimostrarlo.

Avete dato estrema importanza ai temi sociali.
Certo. In caso di vittoria la prima misura che adotteremmo sarebbe il varo di una legge di emergenza per le classi popolari. Salario e pensioni ad un minimo di 1400 euro, il blocco dei prezzi dell’energia e dei generi di prima necessità per contrastare l’inflazione, l’età pensionabile a 60 anni, un’indennità di autonomia giovanile a mille euro e la garanzia che nessuno in Francia viva al di sotto della soglia di povertà.

Programmi ambiziosi, considerando i “danni” prodotti da due anni di pandemia e la crisi sulla crisi provocata dalla guerra.
In questo lasso di tempo le fortune dei 500 più abbienti si sono raddoppiate mentre in Francia ci sono 10 mln di poveri. Noi vogliamo una rivoluzione fiscale affinché l’1% più ricco paghi il dovuto attraverso la tassazione di…

L’intervista prosegue su Left dell’8-14 aprile 2022 

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Quando Guerini voleva dimezzare le spese militari

Che la coerenza non sia una qualità di molta classe dirigente (non solo politica) in Italia lo sappiamo da tempo. Ma che il ministro della guerra Lorenzo Guerini provi a convincerci dell’ineluttabilità e addirittura della moralità che c’è nell’aumentare le spese militari è qualcosa che grida (pacifica) vendetta.

Era il 2014 quando Guerini (all’epoca vicesegretario del Pd) insieme all’allora sottosegretario Graziano Delrio con il gruppo Pd in commissione Difesa lavorava per equilibrare le «spese per la “funzione difesa” sulla base del paradigma 50-25-25, cioè 50 per cento per il personale, 25 per cento per l’esercizio e 25 per cento per gli armamenti». Se così fosse, si produrrebbero «risparmi nella spesa militare per armamenti non inferiori ad un miliardo di euro annui per il prossimo decennio». Avevano scritto proprio così.

Al tempo Guerini incassò anche gli applausi dell’allora Udc Pier Ferdinando Casini che disse testualmente: «Gli impegni militari servono ma io credo che faccia bene il governo, pur confermando gli impegni internazionali, ad alleggerire il programma previsto sugli F-35 perché siamo in una fase di difficoltà economiche e abbiamo necessità di dare ossigeno all’economia».

Era il periodo in cui il Pd veniva raccontato così su Huffington Post: «Rendere “sostenibile gli investimenti nel settore dei sistemi d’arma con le esigenze di finanza pubblica”. Nel mirino c’è il programma di acquisto dei cacciabombardieri americani F-35: da sospendere e ridurre. Ma c’è anche il programma “Forza Nec”, costo oltre 20 miliardi di euro: da sospendere. E poi ci sono anche le due portaerei in Marina militare: troppe, una delle due, via (probabilmente la Garibaldi). Creare “un organismo di controllo sulla qualità degli investimenti” perché al momento in Italia le spese le decidono i “singoli stati maggiori” senza coordinamento e spesso “in concorrenza” tra loro. Razionalizzare gli investimenti per i prossimi anni, che al momento risultano “superiori al 25 per cento del budget per la funzione Difesa”, mentre se questa quota fosse rispettata si produrrebbero “risparmi per un miliardo di euro all’anno per il prossimo decennio”».

Come si cambia, eh?

Buon venerdì.

Per approfondire: Left del 17 dicembre 2021

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