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L’insensatezza della russofobia

Mural depicting the face of the Russian writer and philosopher Fedor Dostoevskij, created by the artist Jorit Agoch on the walls of the Righi industrial technical institute in Fuorigrotta. Fuorigrotta, Italy, March 16, 2022. (photo by Vincenzo Izzo/Sipa USA) Sipa Usa/LaPresse Only Italy 38196150

«La prima volta che mi hanno chiamato a parlare in televisione della guerra tra Russia e Ucraina, la prima cosa che ho detto è stata che non so niente di geopolitica, che mi occupo di una cosa meno importante, la letteratura. Uno degli ospiti in studio ha detto «No, be’, non è che sia meno importante», e quella è stata una delle pochissime volte, nella mia vita, che sono stato contento di essere contraddetto perché io, devo confessare, la penso proprio come quel signore lì.
Tanti anni fa ero a San Pietroburgo con un mio amico, passeggiavamo sul Litejnyj prospekt, siamo passati davanti alla sede del Kgb, il mio amico mi ha detto che c’era un funzionario del Kgb che aveva proposto di dichiarare quell’edificio monumento letterario. «Perché?», gli avevano chiesto, e lui aveva risposto «be’, son passati tutti di qui». Molti dei grandi scrittori russi del ventesimo secolo, Daniil Charms, Viktor Šklovskij, Iosif Mandel’štam, Anna Achmatova, Boris Pasternak, Michail Bulgakov, Iosif Brodskij, per esempio, hanno avuto a che fare, a Leningrado o a Mosca, col Kgb. In questo, il Novecento ha perpetuato la tradizione russa ottocentesca del potere costituito che, prima di tutto, ha paura della letteratura. Lev Trockij, in un saggio pubblicato nel 1923, scrive che…

*L’autore: Paolo Nori, scrittore e traduttore, è autore di saggi e romanzi. Tra i quali ricordiamo: Le cose non sono le cose, Bassotuba non c’è, Si chiama Francesca, questo romanzo, La grande Russia portatile. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij (Mondadori), finalista al Premio Campiello 2021. Una biografia sotto forma di romanzo che compone un ritratto inedito del romanziere e pensatore russo

L’articolo prosegue su Left dell’8-14 aprile 2022 

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Il ruolo della cultura per un futuro di pace

A view inside the Mariupol theater damaged during fighting in Mariupol, in territory under the government of the Donetsk People's Republic, eastern Ukraine, Monday, April 4, 2022. (AP Photo/Alexei Alexandrov)

L’orrore compiuto a Bucha dalle truppe al comando di Putin è indicibile. È stato un eccidio di civili, con esecuzioni sommarie anche di anziani, donne e bambini. Di fronte alle immagini delle fosse comuni e dei cadaveri per strada c’è chi ha l’ardire di dubitare, negando questa agghiacciante realtà comprovata anche dalle immagini satellitari oltre che dalle testimonianze dei sopravvissuti. Torna alla mente Primo Levi quando diceva che non riusciva a parlare dell’Olocausto perché nessuno gli avrebbe creduto.

Mentre scriviamo dalla tv arrivano, violentissime, le parole del ministro degli Esteri russo Lavrov che parla di manichini, attori, sceneggiate. Come è possibile, ci chiediamo, che trasmettano questa criminale propaganda sulla tv pubblica italiana senza contraddittorio?
La verità atroce con cui dobbiamo tutti fare i conti è che truppe allo sbando in ritirata da Kiev o comandate dall’alto hanno commesso stragi sistematiche. Lo dicono i cadaveri ritrovati con le mani legate dietro la schiena, uccisi con colpi alla testa, non colpiti “per sbaglio” da un missile.

Ogni giorno si spalancano nuovi abissi di terrore. Non solo a Bucha ma anche a Irpin sarebbero state praticate torture di massa. E a Borodyanka ci potrebbero essere state più vittime civili che a Bucha. Arrivano notizie che parlano di stupri e atrocità di ogni genere con cui i soldati russi, le truppe cecene e i legionari della Wagner si sono accaniti sulle donne e sulla popolazione inerme, per distruggerne l’integrità psicofisica, arrivando poi a farne strage.

Conosciamo i crimini efferati e gratuiti che le truppe naziste in ritirata inflissero ai civili.
Ma guardando le immagini che arrivano da Bucha ci tornano alla mente anche i massacri compiuti nella ex Jugoslavia dai serbo bosniaci di Ratko Mladić, a cominciare da quello di Srebrenica.

E non sappiamo ancora quante persone sono state uccise a Mariupol, quasi rasa al suolo con la stessa tecnica a tenaglia che Putin aveva già usato ad Aleppo e a Grozny. Impossibile tacere. Non lo facemmo allora non lo facciamo oggi. Impossibile, da sinistra, non prendere posizione di fronte a questa atroce e insensata guerra in cui si fronteggiano un aggressore, la Russia di Putin e un aggredito, l’Ucraina di Zelensky, pur con tutti i difetti di una democrazia in fieri, con molte contraddizioni che non sono rappresentate solo dal battaglione Azov.

Fin dall’inizio di questa guerra nel nostro piccolo ci siamo schierati con nettezza per una proposta nonviolenta di risoluzione del conflitto, di costruzione della pace per via diplomatica, che non è stata ancora attuata con determinazione. Con dolore rileviamo che l’Europa non ha ancora esercitato quel ruolo che ci saremmo aspettati. Nata come sogno di pace, di costruzione democratica, inclusiva, basata sul rispetto dei diritti umani e sull’accoglienza, sta ancora mostrando troppo debolmente un volto democratico aprendo le porte ai profughi ucraini ma non facendo altrettanto con chi, di nazionalità diversa, fugge da questa o da altre guerre.

Cosa aspetta l’Unione europea a dare il via a una concreta iniziativa politica che porti a un cessate il fuoco e a una vera trattativa di pace? Perché in modo contraddittorio invia armi all’Ucraina ma poi continua di fatto a finanziare la guerra di Putin acquistando gas russo? Quante altre Bucha ci dovranno essere perché si decida per un embargo totale su gas e petrolio?

Invece di applicare sanzioni che ricadano in primis sullo zar e i suoi oligarchi, insensatamente, colpiamo il popolo russo isolandolo, mettendo al bando la sua straordinaria storia della letteratura e dell’arte, che innerva profondamente la cultura europea. Lavorare per un’Europa dei popoli e delle culture significa proteggere e preservare il patrimonio storico artistico ucraino (a cui – come raccontiamo su questo numero – sta lavorando anche l’Istituto nazionale di fisica nucleare italiano) ma significa anche non abbandonare quello russo, come scrivono ad apertura di questa storia di copertina lo slavista Lorenzo Pompeo, la docente di lingua e traduzione russa dell’Università per stranieri di Siena Giulia Marcucci e lo scrittore Paolo Nori che ha trasformato la minacciata censura delle sue lezioni su Dostoevskij alla Bicocca in un progetto da portare in giro per tutta l’Italia. I loro diversi punti di vista…

L’editoriale prosegue su Left dell’8-14 aprile 2022 

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E dopo il Covid fu la guerra

Le metafore militari e guerresche con cui giornalisti e intellettuali si sono affrettati a descrivere l’ondata pandemica in modo del tutto non appropriato, da un giorno all’altro, sono divenute perfettamente e drammaticamente calzanti e opportune. Il nemico non è più un elemento naturale che costringe a chiuderci nelle nostre case; ma assume il volto più noto della guerra, così terribilmente umana, che quelle case ce le rade al suolo facendo fuggire nei bunker, nelle strade e in paesi lontani milioni di profughi.

Pare di essere catapultati all’improvviso nell’Europa degli anni Trenta, dopo che il mondo era stato sconvolto dalla prima Guerra mondiale e si preparava a entrare nella Seconda: stessi interessi di potenza, stessa miopia e stessa debolezza dell’Europa, stesse mire espansioniste e stessi metodi di trattativa internazionale e di sanzioni economiche. Negli anni Trenta però la ricerca sul nucleare era soltanto iniziata, ancora la bomba atomica non era stata sganciata e Hitler, Mussolini e Stalin stavano attuando i loro regimi totalitari.

Nell’era della globalizzazione post ideologica e post guerra fredda, segnata dalla fine degli Stati-Nazione, dalla crisi dell’idea di “confine”, ritornano tragicamente in primo piano questioni di nazionalismo acceso e di espansionismo territoriale, che spaccano il mondo intero di nuovo in due blocchi: Usa e Russia, Occidente e Oriente. Il teatro di guerra è la piccola Ucraina che viene utilizzata dalle super potenze per fare i propri interessi meramente economici e di egemonia. Ai tempi della guerra fredda le chiamavano “guerre per procura” ed erano combattute lontano dagli occhi di noi occidentali che ci illudevamo di vivere nell’era più pacifica di tutti i tempi.

Se gli anni Venti del XX secolo mostravano il volto del fascismo più nero che contrastava il pericolo comunista alle porte con l’idea dell’uomo forte al comando, dell’ordine e della violenza deflagrando poi nella seconda Guerra mondiale, gli anni Venti del XXI secolo mostrano i segni evidenti della crisi assoluta di quel modello economico, politico, sociale e culturale che l’Occidente ha messo in campo in maniera continuativa dagli anni Cinquanta fino a oggi. Il crollo del Muro di Berlino è stato infatti letto come una sconfitta esclusiva del modello comunista e il liberismo si è riproposto con autorità indiscussa, senza pensare che la fine della guerra fredda fosse un monito per entrambi i protagonisti.

Il Patto di Varsavia si era dissolto, ma la Nato ha continuato a sussistere e a ingrandirsi nonostante che il nemico contro cui era sorta fosse deceduto. Prima la pandemia ha manifestato in tutta la sua drammaticità le lacune di una logica liberista che considera soltanto il profitto degli interessi capitalisti, riportando al centro della scena pubblica il mondo della scuola e della sanità, ora tornati a essere fanalini di coda delle decisioni governative che stanziano soldi per armi e mezzi pesanti; in questi giorni la guerra tra Russia e Ucraina evidenzia poi che la soluzione non può essere trovata all’interno degli schemi consueti della logica occidentale che risponde alle armi con le armi.

Ciò nonostante il dibattito pubblico si è acuito e polarizzato al punto che pare non si riesca più a ragionare per tentare di condurre un’analisi seria e profonda dei limiti, delle incongruenze di linee politiche ed economiche nostrane, che invece che fermarsi e proporre soluzioni alternative sfruttano il precipitare degli eventi per serrare le fila su se stesse.La razionalità occidentale fonda la sua egemonia su un’idea di essere umano naturalmente aggressivo ed egoista e trasla quest’idea ai rapporti internazionali.

Da Hobbes a Kant, da Hegel a Freud si è sempre affermato che l’individuo, e di conseguenza gli Stati, ricercano soltanto il proprio tornaconto personale per il quale sono disposti a uccidere e ad aggredire. Soltanto la razionalità e un consesso di Nazioni, al massimo, possono tenere a freno le pulsioni violente e animali che, ciclicamente, sono pronte a uscire lungo il corso della storia. Ma l’equilibrio raggiunto sarà sempre precario perché la vera natura degli uomini è la guerra di tutti contro tutti e, qualora essa scoppi, soltanto la paura del più forte potrà tenere a bada gli aggressori.

Se questa è l’antropologia sottesa è ovvio che la ragione si riproponga come unica soluzione, una razionalità che non sa che vedere se stessa e la sua logica e che non è disposta a mettersi da parte per liberare un pensiero nuovo e diverso che non agisce per un tornaconto personale e per un utile. Avere il coraggio di rompere gli antichi schemi, di uscire dal sistema significa, per esempio, sottrarsi all’egemonia statunitense, fondando davvero un’Europa politica e culturale e non soltanto economica, in grado di contrastare il richiamo fascista al nazionalismo etnico con un’idea di Unione culturale tra le genti.

Significa mettere definitivamente da parte gli antichi organismi militari sorti quando ancora era possibile difendersi senza rischiare di far perire l’umanità intera. Tecnologia e conoscenze scientifiche sono andate avanti in maniera esponenziale: mettiamole al servizio degli esseri umani e non per distruggerli. Il XXI secolo ha questo in più rispetto al XX: che viene dopo quest’ultimo e non può dire: “Non immaginavamo…”.

L’editoriale è tratto da Left dell’8-14 aprile 2022 

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L’ostacolo al cambiamento climatico? La politica. (E lo dice il Financial Times)

FILE --- A Uniper energy company coal-fired power plant and a BP refinery are seen beside a wind generator in Gelsenkirchen, Germany, Jan. 16, 2020. A senior German official predicted Tuesday that the war in Ukraine and its impact on fossil fuel prices worldwide will provide a “massive boost” for the means and measures needed to curb climate change. Patrick Graichen, Germany's deputy energy and climate minister, said rising global prices for oil, gas and coal will accelerate the uptake of low-emission technology that simultaneously reduce countries' reliance on imports from Russia. (AP Photo/Martin Meissner, file)

Il rapporto dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) è composto da 3mila pagine fitte di analisi su quali azioni intraprendere per scongiurare i pericolosi livelli di inquinamento già discussi a Parigi nel 2015.

In questi giorni sui media italiani è stato raccontato come un concentrato di speranza per limitare il riscaldamento globale a 1,5°. Come al solito si è scritto e discusso di stili di vita più ecologici a cui tutti noi dobbiamo aderire quanto prima ma secondo gli esperti dell’Ipcc sono necessari cambiamenti strutturali più radicali: ad esempio il consumo di gas, petrolio e soprattutto carbone deve diminuire drasticamente, anche se di petrolio e di carbone qui da noi si è tornato a parlare in questi giorni sfruttando la guerra in Ucraina.

Lo studio mostra che i prezzi delle alternative verdi ai combustibili fossili non solo sono diminuiti, ma sono precipitati. Tra il 2010 e il 2019, i costi dell’energia solare e delle batterie agli ioni di litio sono diminuiti dell’85%, mentre l’energia eolica è diminuita del 55%. I pannelli solari e le turbine eoliche possono ora competere con la produzione di energia da combustibili fossili in molti luoghi e lo sviluppo delle tecnologie verdi è aumentato vertiginosamente.

Ma in quel rapporto c’è scritto anche molto chiaramente che il problema più grande rimane sempre lo stesso: la politica. Addirittura il Financial Times (non propriamente un quotidiano comunista) lo scrive chiaramente: «Il problema più grande è la politica, come ha mostrato lo stesso Ipcc. Il suo rapporto è stato ostacolato da dispute tra i 195 Paesi che lo hanno approvato, alcuni dei quali dipendono fortemente dai combustibili fossili o non hanno le risorse per costruire un’economia più verde. Dopo più di un secolo di energia e uso del suolo insostenibili, il mondo ha iniziato a girare. È ora necessario trovare nuovi modi per spostarsi ancora più velocemente».

La guerra in Ucraina tra l’altro sembra favorire i conservatorismi che frenano lo sviluppo delle rinnovabili. Si inventeranno che non è il tempo, che siamo in emergenza, che è un problema di costi ma nasconderanno sempre la realtà: manca la volontà politica. Se n’è accorto perfino il Financial Times.

Buon giovedì.

Cosa diranno per spendere in armi

Repubblica titolava: “Perché l’aumento delle spese militari è un volano per l’economia”. La guerra per comprare armi è iniziata e trova i suoi scherani tra politici, giornalisti e presunti intellettuali. Ormai l’eccitazione è altissima.

Come scrive su Altraeconomia Lorenzo Guadagnucci «la logica di schieramento ha preso il sopravvento sul bisogno di riflessione. Le voci dissonanti, chi ha paventato un’estensione del conflitto, chi si è impegnato a ricostruire il ruolo della Nato dopo la fine dell’Urss con la sua discutibile espansione verso Est, chi ha fatto notare la discrepanza fra gli interessi della Nato a guida Usa e l’Unione europea, chi ha chiesto alla Ue di assumere un ruolo di mediazione anziché di parte in causa nel conflitto, chi ha parlato di resistenza civile da preferire a quella armata, è stato escluso dal dibattito, o relegato ai suoi margini. O, peggio ancora, è stato indicato come “amico di Putin”. La stessa manifestazione contro la guerra del 5 marzo è stata mal sopportata e quindi mal raccontata e poi espressamente attaccata (si è affermato nei media e in politica un esplicito antipacifismo). Un comodo “giornalismo di guerra” sembra avere preso il posto di un più difficile, ma necessario, “giornalismo nella guerra”. Comunque vada a finire, sarà difficile recuperare la credibilità perduta».

Ora partiranno i soloni a insegnarci che dobbiamo comprare armi per il nostro bene e Francesco Vignarca (di Rete italiana pace e disarmo) ha già suggerito cosa diranno: «Nonostante rapporti di forza in Parlamento non sarà così facile – scrive Vignarca – per governo (e fautori vari) concretizzare il “desiderato” aumento di spesa militare senza contrasto da opinione pubblica. Per cui, conoscendo i miei polli, ecco le “giustificazioni” pronte ad essere rilanciate: 1. “La spesa sociale e la spesa militare non sono in alternativa!” Forse a livello concettuale no (e ci sono vincoli che non permettono di trasferirla tutta…) ma ovviamente con risorse finite date se metti i soldi in una cosa non li hai più (o ne hai di meno) per l’altra… 2. “La spesa militare non è un costo ma un investimento!” Tutto da dimostrare, e comunque non vuol dire che si sa parlando di numeri astratti: sono soldi. In realtà è un gioco di parole (non si definisce nemmeno ambito semantico) per cambiare la “percezione”… 3. “La spesa militare conviene, ha ritorni economici!” Un “evergreen”, ampiamente smontato da numerosi studi… Certo qualsiasi spesa pubblica ha minimo ritorno economico e occupazionale (anche solo fordista) ma il problema è la minore efficacia e convenienza vs altri comparti. 4. “Aumento di spesa militare non è riarmo!” Certo c’è anche parte in uomini ed esercizio (pure missioni militari…) ma in media 25% va in nuovi sistemi d’arma (addirittura 30% per Italia recente). Quindi più spesa militare significa di certo più contratti per l’industria delle armi. 

Osservate bene i giornali e le dichiarazioni dei prossimi giorni e ci troverete dentro tutto.

Buon mercoledì.

Migranti detenuti in Ucraina, sotto le bombe

Men walk in a yard as smoke rises in the air in the background after shelling in Odesa, Ukraine, Sunday, April 3, 2022. (AP Photo/Petros Giannakouris)

Vicino alla città ucraina di Lutsk c’è un centro di detenzione per migranti finanziato anche dall’Unione Europea che sembra continui a trattenere un numero non precisato di migranti nonostante la guerra. Situato in una pineta nel nord-ovest dell’Ucraina, vicino al confine con la Bielorussia, il Zhuravychi Migrant Accommodation Center della regione di Volyn è un’ex caserma dell’esercito costruita nel 1961 che è stata trasformata in un centro di detenzione per migranti nel 2007 con fondi dell’Ue.

La moglie di un detenuto che è stato rilasciato la scorsa settimana ha detto che non c’erano rifugi antiaerei per i detenuti e che le guardie sono corsi giù per la strada quando è suonata la sirena. Un membro del personale di una Ong ha affermato di essere stata in contatto con diversi detenuti nelle ultime settimane. Al Jazeera ha visto i loro documenti d’identità e, in alcuni casi, i visti utilizzati per entrare in Ucraina. I detenuti provengono da Sudan, Pakistan e Bangladesh. Alcuni dei detenuti erano stati arrestati nei mesi precedenti all’invasione russa mentre cercavano di entrare nel territorio dell’Ue e sono stati riconsegnati alle autorità ucraine.

Niamh Ní Bhriain, coordinatrice del programma di guerra e pacificazione presso il Transnational Institute ha raccontato a Al Jazeera che il centro rientra nel programma di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione europea. L’Ucraina ha ricevuto 1,7 milioni di euro per attrezzarne il sistema di sicurezza perimetrale e per le sbarre per porte e finestre. Negli ultimi anni vi sono state trattenute circa 150 persone. Fino alle ultime settimane vi erano detenute circa 45 persone.

I casi della storia rapidamente trasformano i popoli che concorrevano nel respingere i disperati in disperati che chiedono di essere accolti. Questa è l’ennesima lezione, solo che noi non impariamo mai.

Buon martedì.

Nella foto: bombardamento a Odessa

I diritti non invecchiano

L’Italia attende da oltre 20 anni una riforma dell’assistenza di lungo termine per le persone anziane (Long term care – Ltc). Intanto, il numero di anziani con problemi di non autosufficienza ha raggiunto i 3,8 milioni di persone. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza offre l’opportunità di riformare il settore prima del termine della legislatura. Sono questi i presupposti che, l’1 marzo scorso, hanno portato il Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza a presentare una proposta di istituzione di un Sistema nazionale assistenza anziani.

Il welfare pubblico di fronte alla sfida demografica
Secondo i dati Istat, la quota di persone con oltre 65 anni rappresenta circa il 23% del totale della popolazione, un dato destinato a raggiungere il 33% tra il 2040 e il 2060. Si tratta di una percentuale nettamente superiore a quella registrata mediamente dagli altri Paesi europei e che pone il welfare italiano di fronte alla sfida della cosiddetta ageing society. Il rapporto sempre più squilibrato tra giovani e anziani è destinato a crescere in relazione, da un lato, all’invecchiamento della popolazione (in Italia, l’indice di vecchiaia è aumentato di circa 35 punti percentuali dal 2011 al 2021, passando da 145,7 a 179,3) e, dall’altro, al calo demografico dovuto alla riduzione delle nascite. Inoltre, oltre un terzo degli over 75 (circa 1,6 milioni) presenta una grave limitazione dell’autonomia e per un anziano su dieci questo incide sulle attività quotidiane di cura personale e domestica.
Nel prossimo futuro, l’invecchiamento della popolazione e il conseguente incremento dei bisogni di cura delle persone più anziane dovranno necessariamente essere accompagnati da una maggiore attenzione alle tutele (oggi insufficienti) e ai costi crescenti che derivano dalla perdita di autosufficienza e che, allo stato attuale, ricadono ampiamente sui nuclei familiari.

Ripensare la Long term care tra opportunità di riforma e reti di advocacy
La pandemia ha messo in evidenza l’inadeguatezza del modello italiano di assistenza agli anziani – i più colpiti dall’emergenza sanitaria e sociale – mentre l’invecchiamento richiama l’urgenza di una riforma organica del settore. Tuttavia, dagli anni Novanta, sono stati approvati solo interventi circoscritti, incapaci di limitare le ricadute di un sistema stratificato, disorganico e caratterizzato da crescenti disuguaglianze, territoriali e sociali. Nonostante siano state avanzate almeno 18 proposte di riforma, solo una è stata approvata: la legge 296/2006 di istituzione del Fondo per le non autosufficienze. Al contrario, il settore della Long term care è stato oggetto di profonde riforme in numerosi Paesi europei, tra cui Germania (1994), Francia (2002), Portogallo e Spagna (2006), Austria (2011).
Oggi il Pnrr e il fiorire di reti di advocacy rappresentano un’occasione preziosa per sostenere la spinta riformatrice necessaria per costruire il futuro della Long term care in Italia. È questo l’obiettivo del Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza che ha presentato le…

Le autrici: Franca Maino e Valeria De Tommaso fanno parte di Percorsi di secondo welfare, laboratorio di ricerca dell’Università degli Studi di Milano 

L’articolo prosegue su Left dell’1-8 aprile 2022 

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Caporalato, lo sfruttamento emigra al Nord

Workers during Vendemmia - grape harvest in a vineyard in South Italy, Puglia

Radicchio, asparagi, mele, pere, kiwi e uva. Sono la frutta e la verdura che stavano coltivando e raccogliendo sei braccianti, originari del Marocco, quando ispettori del lavoro e carabinieri sono arrivati a sorpresa nei campi. E hanno scoperto che il padrone, un imprenditore quarantenne, sfruttava il loro lavoro senza un regolare contratto. Inoltre, secondo gli inquirenti, il titolare di una nota azienda agricola avrebbe collaborato con una cooperativa che si occupa di intermediazione di lavoro agricolo, la quale avrebbe fornito altra manodopera su cui speculare, da mettere all’opera aggirando le leggi, e le paghe. Risultato: multa da oltre 100mila euro e denuncia penale.

L’episodio, avvenuto lo scorso 5 marzo, a prima vista potrebbe sembrare uno dei tanti casi di avidità, illegalità e razzismo che si consumano nelle campagne italiane del Mezzogiorno. Ma, piccolo particolare, i fatti non si sono svolti al Sud. Siamo a Codevigo, piccolo paese di seimila anime nel padovano, a ridosso del fiume Brenta e a due passi dalla laguna veneta. E proprio qui, non a caso, è…


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“Attività umanitaria illegale”

Sei attiviste accusate di “attività umanitaria illegale”. «Pochi giorni fa sei nostre attiviste di sono state fermate e accompagnate in caserma da parte della polizia bosniaca mentre erano intente a fornire trattamenti sanitari contro la scabbia alle persone in movimento bloccate alla frontiera tra Bosnia e Croazia. Dopo ore di duro interrogatorio, le autorità bosniache hanno notificato sei decreti di espulsione dalla Bosnia per attività umanitaria illegale e tradimento della Costituzione bosniaca». Lo scrivono YaBasta Bologna e Laboratorio salute popolare , presenti in Bosnia ed Erzegovina da inizio anno nelle zone vicine al confine con la Croazia con il progetto B.u.r.n. – Health on the move promosso insieme a No name kitchen.

La decisione delle associazioni è quella di impugnare il decreto di espulsione per «smascherare l’ipocrisia delle politiche migratorie dell’Unione Europea, delle misure di contenimento, tutela e accoglienza delle persone che attraversano le sue geografie per sfuggire a guerra, miseria, schiavitù. L’intensificazione dei controlli delle zone informali di stanziamento delle persone respinte dall’Europa in Bosnia sta svelando il fallimento e l’incongruenza dell’immenso ammontare di risorse investite sulla sorveglianza dei confini e negli hub per migranti: Lipa è quasi del tutto vuota e militarizzata. Pur di non finire recluse, le persone in movimento, si adattano al meglio lungo la frontiera, sottoponendosi alle reiterate violenze dei respingimenti pur di farcela, mentre, dall’altra parte, le organizzazioni umanitarie subordinate all’Iom (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ndr), distribuiscono quelle poche risorse che non sono state destinate all’equipaggiamento delle forze di sicurezza o alla costruzione di muri e torrette».

Le associazioni nella loro denuncia spiegano che «il pretesto è sempre legale e securitario, normalizzando forme di “razzismo istituzionale”, come il divieto di offrire un passaggio a persone senza documenti, l’impossibilità per Pom (people on movement, i migranti, ndr) di prendere mezzi pubblici, il divieto e la stigmatizzazione di azioni di solidarietà da parte dei locali, in forma organizzata o meno».

«L’ipocrisia dell’assetto securitario riscontrato qui sul confine croato-bosniaco svilisce il profuso impegno all’accoglienza delle donne e dei bambini in fuga dall’invasione Russa dell’Ucraina – chiosano le associazioni nella loro nota -. La politica differenziale adottata in questo caso segna l’ennesima inadempienza delle istituzioni europee nella tutela del diritto internazionale e della protezione umanitaria. Se è su questo che oggi l’Europa sta definendo se stessa, sulle frontiere, sulla militarizzazione dei confini, la sorveglianza e l’attraversamento differenziale delle sue geografie, dobbiamo opporre un contraltare che disegni una nuova geografia, una nuova protezione internazionale, una nuova rotta».

Buon lunedì.

 

* Nella foto di Laboratorio di salute popolare un intervento sanitario sul confine bosniaco-croato all’interno del progetto Burn – Health on the move

Massimo Zamboni: È il tempo di ridare senso alle parole

«Patria non è parola leggera. Contiene in sé anche il mascheramento delle diseguaglianze, l’esercizio della violenza in difesa di interessi personali o di casta». È così che Massimo Zamboni parla del suo ultimo album, La mia patria attuale, titolo straniante che anticipa la poetica antiretorica che caratterizza ogni brano.
Il disco è prodotto da Alessandro “Asso” Stefana, storico chitarrista di Vinicio Capossela, che ha anche partecipato come polistrumentista insieme a Gigi Cavalli Cocchi, Simone Beneventi, Cristiano Roversi ed Erik Montanari.

Il risultato è un album il cui sfondo è la migliore tradizione del cantautorato italiano del Novecento: Guccini, Battiato, De André con alcuni riferimenti ai Csi, soprattutto negli arrangiamenti.
Di questo lavoro colpisce subito il rigore della levità. Condotti da sonorità intense ma contenute, si entra in un bosco di parole a volte leggere, a volte spinose, che si impigliano un po’ ovunque e costringono a soffermarsi, a tornare indietro, a guardare ed ascoltare meglio, colti dall’effetto di uno straniamento garbato. Massimo Zamboni, scrittore e musicista, tra i padri fondatori del punk rock italiano, storico chitarrista e compositore, dei Cccp prima, dei Csi poi, approda a questo album solista dopo un percorso intenso e consapevole in cui l’oggetto della ricerca sembrano essere proprio le parole.

La mia patria attuale (Universal) esce dopo dieci anni dal tuo ultimo progetto musicale La macchia mongolica, che era un album quasi esclusivamente strumentale. Nel frattempo hai scritto un libro sulla Mongolia e poi un romanzo, La trionferà (Einaudi), in cui sono invece le parole ad essere protagoniste. A guardare da fuori questa tua ricerca stilistica, La macchia mongolica sembra rappresentare una sorta di cesura come se ci fosse un prima e un dopo separato da un momento in cui le parole erano scomparse ed era rimasta la musica. Come ne sono uscite poi queste parole, quale è stato il loro viaggio e come sono diventate?
Quando ho pensato l’album La macchia mongolica avevo bisogno di lasciare le parole. Perché la Mongolia ha spazi sconfinati che si possono evocare più con i suoni che con le parole. Le parole in Mongolia, sono più definite, più radicate, hanno un significato pieno che noi ci siamo in qualche modo dimenticati e che non riuscivo a restituire con la nostra lingua. La lingua italiana è una lingua ricchissima di parole, ma usiamo sempre le stesse che alla fine si svuotano di significato; vorrei andare alla ricerca dei…


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