Home Blog Pagina 425

Non è il male, è malattia

Nicola Lagioia ha pubblicato nell’ottobre 2020 con Einaudi un romanzo, La città dei vivi, in cui ricostruisce, con ampia documentazione, una tragedia contemporanea. Nella notte tra il 4 e 5 marzo del 2016 in un quartiere della periferia romana un ragazzo di ventitré anni, Luca Varani, muore assassinato da due giovani di buona famiglia. L’omicidio non sembra avere un movente. La cornice dei fatti è quella di una città con il Comune commissariato a causa di una indagine giudiziaria nota come Mondo di mezzo. Roma invasa da topi e gabbiani, ma pure da fiumi di coca che, dopo essere stata negli anni 70 la droga dei ricchi, adesso fa da collante di un contesto sociale con meno morti, ma più violento. In effetti, se ne paventa negli atti un uso sconsiderato: «Pare si siano sparati 28 grammi di cocaina in tre giorni». Questi i toni sui giornali e nel web: «Manuel Foffo, ombroso fuoricorso figlio di un ristoratore dai modi spicci, stringeva amicizia con Marco Prato, disinibito figlio di un manager culturale, e insieme si divertivano a torturare un ventenne adottato da due ambulanti della Storta. Tre ceti sociali, tre fasce di reddito, tre diverse zone della città». Ma poi si aggiunsero elementi tali per cui Luca divenne vittima etero di due gay frustrati. Dunque, «l’omicidio di classe si contaminò con il tema dell’orientamento sessuale». La vicenda più pasoliniana degli ultimi decenni.

Il volume cattura il lettore con la suspense che, se da una parte si ripropone come nell’antica tragedia di Euripide, dall’altra coinvolge con vene più moderne.
Risuonano ad un tratto note di altro spessore. La password per accedere all’ascolto è quella del conflitto generazionale: boomers versus millennials. Emergono profili di adulti con una «colpa anagrafica, oggettiva»: frastornati da incontrollabili mutamenti del mondo circostante, essi difendono la loro compiutezza familiare e sociale arroccandosi in posizioni poco negoziabili. Alcune giovani menti in divenire possono reagire a questa scarsa empatia con vite parallele tessute a mo’ di arazzo che occulta un malessere profondo. Sta di fatto che, nonostante qualche strappo della tela, nessuno dei genitori coinvolti si era accorto di nulla: i figli erano ragazzi a modo ed era inaccettabile che una certa stampa minacciasse di calpestare la loro reputazione. Per meglio intendere, dopo aver letto sul blog le riflessioni del padre, Lagioia scriverà: «All’improvviso Marco Prato mi sembrò la persona più sola del mondo». Altro indizio di ascolto è la conversazione con il colonnello a cui era stato assegnato il caso. L’ingegnere investigatore dice di Marco e Manuel: «Si sono incontrati e questo è il problema». Ora, da che mondo è mondo i ragazzi si incontrano, e certe volte pure per fare danni. Ma qui, una persona informata dei fatti, evidentemente sa che si tratta di due soggetti che non godevano già da prima di un buono stato di salute mentale. Gli strappi di quella tela di forzata normalità, se pure in maniera differente l’uno dall’altro, c’erano stati; forse non erano stati considerati nella loro gravità. Così, alla festa di capodanno si realizza quanto non si sarebbe dovuto: le due giovani menti psicotiche «si riconoscono» e cadono in «quella cosa che non riescono a fermare»: una dinamica psichica pulsionale gravissima di introiezioni, identificazioni e proiezioni che si illuminano infine nel delirio condiviso di un deus ex machina da portare sul palco: la vittima.
Partono una ventina di whatsapp per assegnare la parte. Dopo qualche declinazione di invito e provino mancato da chi poi si sentirà uno scampato, Luca Varani, sventurato, rispose.

Al suo comparire, i due si guardano e sentono «con precisione» di avere di fronte chi li porterà al trionfo. Manuel dirà di avere avuto lì la sensazione che la loro scintilla «era ancora viva».
Imbottiti di un mix incredibile di alcool e coca, i due scellerati vanno in scena.
Il colonnello, saggiato l’interlocutore, gli confida alcune sensazioni nate in lui per lo scempio che gli si parò davanti, e avvalorate da un esorcista che morirà di lì a poco. Partigiano, giurista e collaboratore di diversi psichiatri, padre Amorth aveva dichiarato: «Dietro questo delitto non può che celarsi l’impronta di Satana». L’agnostico narratore oppone a questa una visione più terrena: il male come possessione di menti umane fragili che si incastrano in una lotta disperata di sopraffazione per la sopravvivenza.

La sua scommessa di scrittura è nel riuscire a rappresentare l’impalpabile tensione collettiva suscitata da una scena del crimine di quella portata non come elemento metafisico, ma come sensibilità profonda delle persone. Seminate considerazioni su libero arbitrio e conseguente assunzione di responsabilità, lo scrittore sente alla fine di dover lasciare andare vittima e carnefici. Uno dei quali si suicida in carcere dopo tre mesi. L’altro è condannato a trent’anni. I parenti di Luca, devastati da un senso di inconsolabile ingiustizia. A ripensarci, qualche storia maledetta si era già sentita e la memoria riporta quadri in cui cambiano solo i nomi e le città di sfondo. Un ritorno dell’uguale con a volte un uso dissennato di alcool e sostanze stupefacenti, per un vuoto interno senza fondo. Quando tutto accade nel complice silenzio di tanti, non resta che la valutazione postuma di ciò che consegue a quel crescendo di attività psichica annullante che genera la distruttività dell’umano.

Sia negli interrogatori che nelle cartelle cliniche o relazioni peritali, gli inquisiti risponderanno senza resistenza, come a ristabilire una normalità. Un comportamento adeguato in drammatico contrasto con l’incapacità di riconoscere violenze compiute in totale gratuità. La mancanza di un movente razionale, criminale. Rimandiamo ad altra occasione il tema della capacità di intendere e volere, e qui osiamo invece una comprensione del rompicapo inscenato dai folli rei soffermandoci sulla pulsione di annullamento, così nominata dal suo scopritore Massimo Fagioli. Chiamata in causa da uno stimolo avvertito come insostenibile, essa agisce dissecando l’unità di pensiero e, nel mantenere integre le funzioni cognitivo comportamentali, provoca invece lesioni delle immagini interne e sensibilità profonde. Senza quella integrità affettiva di vedere-sentire, ne risulta gravemente compromessa la capacità di scelta umana nelle dinamiche di relazione.
Si dovrebbe fare prevenzione su questo tipo di possessione, rifiutare una cultura che si attarda ottusamente su una concezione della malattia mentale come peccato da scontare in silenzio tra le mura domestiche. Appassionarsi in tanti e con coraggio a questa dialettica necessaria per recitare una volta per tutte l’eterno riposo del libera nos a malo.

*-*

L’autrice: Maria Rosaria Bianchi  è psichiatra e psicoterapeuta                                                                                                               


L’articolo è stato pubblicato su Left del 30 aprile –
6 maggio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

La festa alle mamme

Foto Fabio Ferrari/LaPresse 26 Maggio 2020 Ivrea, Italia News Emergenza COVID-19 (Coronavirus) - Fase 2 - Ivrea riapre le scuole: via libera all'attività all'aperto. Scuola all’aperto a Ivrea per aiutare le famiglie nel post lockdown. L’idea dell’amministrazione comunale che sperimenta il servizio per i bambini residenti in città tra i 3 e i 6 anni. Il progetto si svolge nei giardini delle scuole, Don Milani e Sant'Antonio. È prevista un’area triage dove effettuare il controllo della temperatura per consentire l’accesso in sicurezza dei bimbi, seguiti dalle insegnanti degli asili nido comunali a gruppi di cinque.  Photo Fabio Ferrari/LaPresse May 26, 2020 Ivrea, Italy News COVID-19 emergency (Coronavirus) - Phase 2 - Ivrea reopens schools: green light for outdoor activities. Outdoor school in Ivrea to help families in the post lockdown. The idea of ​​the municipal administration that tests the service for children living in the city between 3 and 6 years old. The project takes place in the school gardens, Don Milani and Sant'Antonio. A triage area is provided for temperature control to allow safe access for children, followed by the teachers of the municipal nursery schools in groups of five.

In questo tempo in cui tutti i giorni i politici non possono permettersi di dimenticare di onorare le feste ieri si è assistito a un profluvio di auguri dei leader (e pure di quelli meno leader) alle loro mamme e a tutte le mamme d’Italia (i patriottici) e a tutte le mamme del mondo (i globalisti). Ci siamo abituati, senza nemmeno farci più troppo caso, ad aspettarci dai politici gli stessi input di un influencer, mettiamo il mi piace alla sua foto con la mamma e ci scaldiamo per un augurio pescato su qualche sito di aforismi.

Le mamme, dunque. Su 249mila donne che nel corso del 2020 hanno perso il lavoro, ben 96 mila sono mamme con figli minori. Tra di loro, 4 su 5 hanno figli con meno di cinque anni: sono quelle mamme che a causa della necessità di seguire i bambini più piccoli hanno dovuto rinunciare al lavoro o ne sono state espulse. D’altronde la quasi totalità – 90mila su 96mila – erano già occupate part-time prima della pandemia. È questo il quadro che emerge dal 6° Rapporto Le Equilibriste: la maternità in Italia 2021, diffuso in occasione della Festa della mamma da Save the Children. Uno studio sulle mamme in Italia che, oltre a sottolineare le difficoltà affrontate fa emergere ancora una volta il gap tra Nord e Sud del Paese.

Già prima della pandemia la scelta della genitorialità, soprattutto per le donne, è spesso interconnessa alla carriera lavorativa. Stando ai dati, nel solo 2019 le dimissioni o risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro di lavoratori padri e lavoratrici madri hanno riguardato 51.558 persone, ma oltre 7 provvedimenti su 10 (37.611, il 72,9%) riguardavano lavoratrici madri e nella maggior parte dei casi la motivazione alla base di questa scelta era la difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze della prole.

Lo «shock organizzativo familiare» causato dal lockdown, secondo le stime, avrebbe travolto un totale di circa 2,9 milioni di nuclei con figli minori di 15 anni in cui entrambi i genitori (2 milioni 460 mila) o l’unico presente (440 mila) erano occupati. Lo «stress da conciliazione», in particolare, è stato massimo tra i genitori che non hanno potuto lavorare da casa, né fruire dei servizi (formali o informali) per la cura dei figli: si tratta di 853mila nuclei con figli 0-14enni, nello specifico 583mila coppie e 270mila monogenitori, questi ultimi in gran parte (l’84,8%) donne.

Il problema è urgente: nonostante gli asili nido, dal 2017, siano entrati a pieno titolo nel sistema di istruzione, ancora oggi questa rete educativa è molto fragile e, in alcune regioni, quasi inesistente. Una misura necessaria a dare ai bambini maggiori opportunità educative sin dalla primissima infanzia, che contribuirebbe a colmare i rischi di povertà educativa per le famiglie più fragili, ma anche a riportare le donne e in particolare le madri nel mondo del lavoro. La Commissione europea ha indicato come obiettivo minimo entro il 2030 per ciascun Paese membro di almeno dimezzare il divario di genere a livello occupazionale rispetto al 2019 ma per l’Italia, numeri alla mano, la missione sembra praticamente impossibile.

In un Paese normale nel giorno della Festa della mamma i politici non festeggiano la mamma ma illustrano le proposte. La politica funziona così: c’è un tema e si propongono soluzioni. Il dibattito politico ieri era polarizzato sui disperati che sono sbarcati (vedrete, ora si ricomincia) e su una libraia (una!) che ha liberamente scelto di non vendere il libro di Giorgia Meloni (censura! censura! gridano tutti).

E intanto un altro giorno da reality show è passato.

Buon lunedì.

L’ultima sconfitta di Abu Mazen

A Palestinian artist adds the final touches to a mural painting calling on people to vote during the upcoming elections (legislative in May and presidential in July) in a street in Gaza City, on March 24, 2021. (Photo by MOHAMMED ABED / AFP) (Photo by MOHAMMED ABED/AFP via Getty Images)

Tanto rumore per nulla. Il 29 aprile le tanto attese elezioni palestinesi sono state rinviate a data da destinarsi dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen: non si voterà né il 22 maggio per le legislative né il 31 luglio per le presidenziali.
La decisione era nell’aria, i palestinesi se l’aspettavano, dopotutto sono 15 anni che non si va alle urne e ogni volta che ci si prova la sospensione è l’unica meta. Ma sono anche tanti quelli che non nascondono la rabbia: i sondaggi davano un’affluenza sopra il 70per cento e una genuina voglia di esprimersi.

La giustificazione per il rinvio è iniziata a montare settimane fa, una sorta di preparazione all’inevitabile: Gerusalemme est. Territorio occupato militarmente da Israele nel 1967, secondo gli accordi di Oslo firmati nel 1993 da Israele e Organizzazione per la liberazione della Palestina, Gerusalemme est vota alle elezioni dell’Anp. Negli anni non è mai accaduto, le autorità israeliane lo hanno costantemente impedito e stavolta – dopo arresti di personalità gerusalemite di spicco – la mancata risposta israeliana alla richiesta di aprire urne nella Città “santa” ha servito gli interessi di un governo, quello palestinese, che di votare non aveva alcuna voglia. «Abbiamo provato con la comunità internazionale a costringere lo Stato occupante a far svolgere le elezioni a Gerusalemme – ha detto il presidente Abu Mazen – ma i nostri sforzi sono stati finora rigettati. Abbiamo deciso di sospendere le legislative fin quando non potremo garantire la partecipazione della gente di Gerusalemme».

In teoria un principio comprensibile, di fatto una via d’uscita. Perché queste elezioni si stavano trasformando nell’ultimo chiodo nella bara dell’Anp come l’abbiamo conosciuta. Un’entità governativa senza sovranità, un’amministrazione con le mani legate dall’occupazione, per molti il migliore strumento che Israele abbia mai avuto per non doversi preoccupare di fornire a popolo occupato il minimo di servizi che il diritto internazionale gli impone di garantire. E, nel tempo, un’elefantiaca struttura capace solo di mantenersi in vita. Secondo fonti interne all’Anp, che ne hanno parlato con Middle East Eye, al presidente erano state date delle alternative: seggi dentro le strutture dell’Onu a Gerusalemme o nelle ambasciate europee (da cui, va detto, non sono giunte risposte), voto elettronico. L’anziano leader le ha rigettate tutte. Secondo la stessa fonte, il…


L’articolo prosegue su Left del 7-13 maggio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Infanzia senza nido

Doveva essere la grande occasione per superare il divario nei servizi per la prima infanzia presente in Italia. E invece il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) inviato a Bruxelles dimostra che l’attenzione che il governo Draghi riserva alla questione educativa dei primi anni di vita di un bambino è ancora insufficiente rispetto ai bisogni reali del Paese e rispetto al diritto ad avere un servizio di qualità fin dalla nascita, come del resto stabilisce la legge 65 del 2017 che supera il concetto di «temporanea custodia» delle prime norme in materia, risalenti a 50 anni fa.

Secondo l’obiettivo fissato nel Consiglio europeo a Barcellona nel 2002, gli Stati membri si sarebbero dovuti impegnare a offrire servizi di prima infanzia almeno al 33% dei bambini sotto i tre anni. In Italia, come evidenzia bene l’ultimo rapporto Openpolis/Con i bambini, siamo al 25,5%, con 18,5 punti di divario tra Centro-nord e Sud. I bambini tra 0 e 2 anni nel 2020, ricordiamo, erano un milione e 300mila.

Secondo una bozza del Pnrr del 23 aprile i 4 miliardi e 600 milioni di investimenti per la prima infanzia sarebbero serviti per «la creazione di circa 228mila posti, di cui 152mila per i bambini 0-3 anni e circa 76mila per la fascia 3-6 anni». Nella stesura definitiva del Piano, la distinzione tra nidi e scuole dell’infanzia è scomparsa. Rimane solo la cifra generica di 228mila posti. Secondo la sociologa Chiara Saraceno, che si occupa da molto tempo della famiglia e delle politiche sociali ed è portavoce del think tank Alleanza per l’infanzia, questa modifica «è sicuramente allarmante perché già il numero previsto era al di sotto di quello che noi come Alleanza per l’infanzia e la rete EducAzioni avevamo stimato come necessario, cioè che fosse almeno di 300mila posti per…


L’articolo prosegue su Left del 7-13 maggio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Quanti soldi a certe fondazioni

Il 16 aprile è uscito lo Schema di decreto ministeriale con la tabella delle istituzioni culturali da ammettere al contributo ordinario dello Stato per il triennio 2021-2023. Un decreto previsto dalla legge 534/1996 che prevede finanziamenti per gli Istituti culturali che abbiano precisi requisiti a partire da un notevole patrimonio archivistico e bibliografico da mettere a disposizione di tutti. Dalle utenze, agli stipendi del personale, alle spese per garantire la conservazione e l’incremento di tale patrimonio, tutto o quasi dipende da questi contributi.

La legge individua chi può presentare le domande. Chi ha i requisiti viene incluso in una tabella del ministero della Cultura sottoposta a revisione ogni tre anni e inviata alle commissioni parlamentari competenti. Per essere inseriti nella tabella, le istituzioni culturali debbono: «Essere istituite con legge dello Stato, svolgere compiti stabiliti da detta legge o avere personalità giuridica; non avere fini di lucro; svolgere in modo continuativo attività di ricerca e di elaborazione culturale documentata e fruibile; disporre di un rilevante patrimonio documentario (bibliografico, archivistico, museale, cinematografico, audiovisivo), pubblicamente fruibile in forma continuativa; fornire servizi di rilevante ed accertato valore culturale, collegati all’attività di ricerca ed al patrimonio documentario; sviluppare attività di catalogazione e applicazioni informatiche finalizzate alla costruzione di basi di dati rilevanti per le attività di programmazione dei ministeri competenti nei settori dei beni culturali e della ricerca scientifica; operare sulla base di una programmazione almeno triennale; documentare l’attività svolta nel triennio precedente … ; disporre di sede idonea ed attrezzature adeguate. Per il primo inserimento in tabella è prescritto che le istituzioni siano costituite e svolgano attività continuativa da almeno 5 anni». Questo recita l’articolo 2 della legge. Nei seguenti articoli, che tengono conto di circolari successive e aggiornamenti, si stabiliscono dei punteggi. Più alto è il punteggio più si ha diritto a ottenere fondi.

Sono 210 le istituzioni, secondo lo staff dell’ineffabile ministro Dario Franceschini, che hanno raggiunto quello necessario. Di domande ne erano state presentate 283, 148 di istituzioni già sostenute nel triennio passato.
Colpisce la distribuzione geografica: oltre il 90% dei fondi (17.613.433 euro annui) vanno al Centro nord, mentre al Sud e isole solo un milione e 761 mila euro. Delle due l’una: o città che vantano immensi patrimoni culturali come Napoli, Palermo, Bari, Matera, Cagliari (per citare le più note) non hanno istituzioni adeguate (e allora non si capisce come mai i governi e i ministeri competenti non abbiano trovato il tempo per stimolarne la nascita e lo sviluppo), oppure il Mezzogiorno è stato penalizzato da…


L’articolo prosegue su Left del 7-13 maggio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Il jazz militante di Ada Montellanico

Musicista – senza ulteriori e forse inutili aggettivi – questa è la giusta definizione per un’artista come Ada Montellanico, laddove “cantante di Jazz”, seppure formalmente corretto, risulta senz’altro riduttivo rispetto allo spessore del personaggio. Ada, ormai da molti anni, è il vero direttore musicale di tutti i suoi progetti, discografici e non, nonché compositrice, autrice di testi ed interlocutore unico degli arrangiatori che volta per volta la affiancano nei suoi lavori. Lo dimostra la sua lunga ed approfondita ricerca nell’universo poetico di Luigi Tenco, nonché le molteplici collaborazioni di altissimo livello con musicisti del calibro di Jimmy Cobb, Enrico Rava, Lee Konitz, Enrico Pieranunzi, Giovanni Falzone e tantissimi altri. Inoltre è da sempre impegnata in prima linea a livello sociale, politico ed istituzionale in difesa dei diritti degli artisti e dei lavoratori dello spettacolo, essendo stata tra l’altro fondatrice e per quattro anni presidente del Midj – Associazione nazionale dei musicisti di jazz – con la quale ha anche partecipato all’organizzazione dell’ultima edizione di “Jazz italiano per le Terre del sisma” svoltasi a L’Aquila lo scorso settembre. L’abbiamo incontrata in occasione dell’uscita proprio in questi giorni della sua ultima fatica discografica, l’album We Tuba – featuring Michel Godard, inciso per la Incipit records.

Raccontaci di come è nata l’idea di questo progetto.
L’idea è partita da lontano, quando nell’autunno del 2019, in occasione del festival italo-francese “Una striscia di terra feconda”, coordinato da Paolo Damiani, ho avuto l’occasione di collaborare con Michel Godard, grande musicista, oltre che virtuoso del basso tuba. Avendo da sempre un debole per l’organizzazione di ensemble “asimmetrici” arricchiti dall’inserimento di strumenti poco usuali, è nato pian piano questo progetto, cui si sono aggregati volta per volta quattro musicisti con i quali si era stabilito negli ultimi anni un legame non solo artistico, ma anche un comune impegno umano, civile e politico in difesa del ruolo e della dignità dei musicisti nel difficile momento che stiamo vivendo. In primis Francesco Ponticelli al contrabbasso, con il quale avevo già a lungo collaborato, che ha scritto ben quattro dei nove brani del disco, dando altresì il suo decisivo apporto alla definizione complessiva del progetto; poi Simone Graziano al pianoforte, con cui c’era stato fino ad allora un forte sodalizio “militante” (Simone è il mio successore alla guida del Midj) che è finalmente sfociato in una collaborazione artistica, con l’apporto di due sue composizioni, ed infine ha completato l’organico l’arrivo di…


L’intervista prosegue su Left del 7-13 maggio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Nel Pnrr di Draghi solo briciole per la ricerca di base

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 12-01-2021 Roma Cronaca I laboratori ReiThera dove si sta sviluppando il vaccino anti Covid-19 tutto italiano Nella foto Ricercatori al lavoro nei laboratori di Castel Romano Photo Roberto Monaldo / LaPresse 12-01-2020 Rome (Italy) The ReiThera laboratories where the Italian anti Covid-19 vaccine is being developed In the pic Researchers at work

Non è purtroppo avvenuto con il Piano nazionale di ripresa e resilienza quel cambio di passo tanto atteso per la ricerca italiana, nonostante proprio l’Unione europea avesse riconosciuto la ricerca scientifica tra le priorità di investimento pubblico per il rilancio. Era necessario per l’Italia un cambio di paradigma che prevedesse un utilizzo coraggioso ed illuminato dei fondi del Next generation Eu per la ripresa post pandemia e per la costruzione del nostro futuro.

Oggi in Italia, gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo ammontano allo 0,5 % del Pil (0,32 % per la ricerca di base e 0,18 % per la ricerca applicata) che in termini assoluti corrispondevano nel 2019 a un investimento di 9,3 miliardi di euro (6 circa in ricerca di base e 3 in ricerca applicata) molto al di sotto della media dei…

* L’autrice: la biologa Serena Pillozzi è docente all’Università di Firenze e responsabile “Salute e ricerca” di Sinistra italiana


L’intervista prosegue su Left del 7-13 maggio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Politiche green, un’occasione persa

Foto LaPresse - Mourad Balti Touati 28/03/2018 Milano (Ita) - via hoepli Cronaca La sfida dell'energia - evento fondazione corriere presso l'auditorium San Fedele di via Hoepli Nella foto: Roberto Cingolani, direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova

Il governo Draghi, dal giorno del suo insediamento, si è definito il governo più ambientalista di sempre. La stesura del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) era quindi attesa da molti come il banco di prova per le credenziali verdi dell’esecutivo. L’esito? Tutte le associazioni ambientaliste del nostro Paese lo hanno definito decisamente insufficiente. Infatti la spesa per la “Rivoluzione verde e transizione ecologica” viene drasticamente ridotta dai quasi 70 miliardi inizialmente annunciati a meno di 60. Verrebbe da credere che nel governo ormai il verde della Lega abbia offuscato quello ecologista.

Sebbene alcuni aspetti positivi ci siano – come l’inserimento delle smart grid e delle comunità energetiche – nel complesso il Pnrr risulta miope alle vere sfide della transizione ecologica. In primis, manca una strategia sulle fonti energetiche rinnovabili: la nuova capacità rinnovabile prevista (ossia 4200MW) equivale solamente a quella necessaria per coprire meno di un anno di crescita per rimanere in linea con gli obiettivi europei. Nel Pnrr manca inoltre lo snellimento degli iter autorizzativi che dovrebbero porre fine all’assurdità per cui ancora oggi chi vuole investire in energie rinnovabili si scontra con lungaggini e ostacoli che spesso scoraggiano l’investimento.

Il portato di tale ipertrofia burocratica è che negli ultimi 9 anni in Italia si è registrato un calo dell’80% dell’installato. Inoltre il Pnrr presenta l’anomalia di uno sviluppo sbilanciato a favore del biometano e dei biocombustibili che assorbono il 30% delle risorse per le rinnovabili.

Il governo Draghi punta invece sull’idrogeno, una tecnologia sicuramente interessante ma non…

* Gli autori: Rossella Muroni è deputata iscritta al gruppo misto ed ex presidente nazionale di Legambiente. Insieme a Lorenzo Fioramonti ha fondato alla Camera il gruppo Facciamo Eco-Componenti Verdi. Fioramonti è stato ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca dal 4 settembre 2019 al 30 dicembre 2019 nel II governo Conte. Riccardo Mastini è ricercatore in Ecologia politica presso l’Universitat autònoma de Barcelona.


L’intervista prosegue su Left del 7-13 maggio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Una legge per eliminare ciò che resta del fascismo

Foto Cecilia Fabiano/LaPresse 04-06-2020 Roma, Italia Politica Sgombero Casapound Nella foto: l’edificio occupato dove ha sede il movimento politico CasaPoundPhoto Cecilia Fabiano/LaPresseJune 04, 2020  Rome, ItalyPoliticsEviction of CasaPound buildingIn the picture: the occupied building where the Casa Pound political movement is located

na legge antifascista è oggi più che mai necessaria, perché è fondamentale fornire e migliorare gli strumenti giuridici contro chi ancora oggi pratica la discriminazione come gesto politico. Il primo obiettivo, senza troppi giri di parole, è quello di consentire lo scioglimento e la confisca dei beni di organizzazioni condannate per «fattispecie di reato aggravate dal movente del fascismo o della discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi nei confronti di uno o più esponenti di un gruppo, un’organizzazione, un movimento, un’associazione o un partito politico», come si legge nel testo della norma che ho presentato in Parlamento ormai due anni e mezzo fa, e che lo scorso 26 aprile ha iniziato l’iter di esame in commissione Giustizia alla Camera. E sarebbe bello poter festeggiare il prossimo 25 aprile con una legge netta sul tema.

Sono decine i casi di cronaca in cui organizzazioni neofasciste, e che in realtà di una legge antifascista è oggi più che mai necessaria, perché è fondamentale fornire e migliorare gli strumenti giuridici contro chi ancora oggi pratica la discriminazione come gesto politico. Il primo obiettivo, senza troppi giri di parole, è quello di consentire lo scioglimento e la confisca dei beni di organizzazioni condannate per «fattispecie di reato aggravate dal movente del fascismo o della discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi nei confronti di uno o più esponenti di un gruppo, un’organizzazione, un movimento, un’associazione o un partito politico», come si legge nel testo della norma che ho presentato in Parlamento ormai due anni e mezzo fa, e che lo scorso 26 aprile ha iniziato l’iter di esame in commissione Giustizia alla Camera. E sarebbe bello poter festeggiare il 25 aprile dell’anno prossimo con una legge netta sul tema. Sono decine i casi di cronaca in cui…

* L’autore: Luca Pastorino è deputato di Leu e co-fondatore di èViva


L’intervista prosegue su Left del 7-13 maggio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Marco Cappato: Quei dati sul Covid che il governo non rende pubblici

People wear face masks to prevent the spread of COVID-19 at a subway station, in Milan, Italy, Wednesday, Oct. 14, 2020. Italian Premier Giuseppe Conte says the aim of Italy's new anti-virus restrictions limiting nightlife and socializing is to head off another generalized lockdown. (AP Photo/Luca Bruno)

Molti scienziati ce lo hanno ripetuto in queste settimane: il recente allentamento delle misure di mitigazione del Covid disposto dal governo va in direzione contraria rispetto a quanto ci indicano i dati della pandemia. Il “rischio ragionato” di Draghi, insomma, guarda più alle ragioni dell’economia che a quelle della salute, poiché le evidenze scientifiche imporrebbero maggior cautela. Già, ma di cosa parliamo realmente quando facciamo riferimento ai “dati” sul Covid? Quali conosciamo davvero e quanti sono pubblici nel nostro Paese? Quanto sarebbe importante che le informazioni in base alle quali vengono prese le decisioni che impattano sulle nostre libertà personali e sulle attività produttive, a tutela della salute pubblica, fossero liberamente accessibili alla cittadinanza?

Ad ormai 14 mesi da quando tutta l’Italia entrava per la prima volta in zona rossa, i dati di cui stiamo parlando sono ancora pochi, troppo pochi. E poco trasparenti. Non è solamente un problema di democrazia: è anche un freno che limita la ricerca scientifica e allontana la luce in fondo al tunnel del virus. Per questo, numerosi attivisti – e non solo – chiedono con forza che le informazioni riguardo al contagio siano raccolte meglio e vengano rese accessibili a tutti gli scienziati e cittadini (v. la campagna #DatiBeneComune, con annessa raccolta firme).

Ma andiamo per gradi. Al momento in Italia abbiamo a disposizione tre principali fonti di dati sulla pandemia. La prima fonte è…


L’intervista prosegue su Left del 7-13 maggio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO