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I fratelli Grim e il meraviglioso salvataggio di Luis Sepúlveda a Guantánamo

Lettera nr. 16

Prof. Dr. Segismundo Ramiro von Klatsch
Tortitas, Patagonia

Egregio e ammirato professore: devo confessarle con rammarico che ultimamente sono stato un po’ seccato con Lei per non avermi invitato a condividere il suo spericolato viaggio a Baghdad.

Questa scomoda situazione sarebbe stata evitata se avesse convinto il suo amico Luis Sepúlveda a non andare in Iraq per presentare il suo libro Storia di una balena bianca, recentemente tradotto in arabo mesopotamico. È insolito che, prima di accettare l’invito a presentare l’opera nel principale seminterrato culturale di Baghdad, non lo avessero avvertito che i lettori di quella nazione non hanno mai visto una balena bianca, nemmeno in una delle stravaganti fotografie che Daniel Mordzinski pubblica spesso negli opuscoli su Animal Planet. Solo alcuni scienziati di quel mondo arido si vantano di aver trovato nella valle del Caucaso i resti ossei di un cetaceus rex, una balena del tardo Pleistocene, forse trascinata dal Mar Baltico da qualche mammut appesantito dall’irritante solitudine del tempo.

Per aggiungere la beffa al danno, egregio maestro, la presentazione del libro è stato un completo fallimento. Mi dica chi, con un po’ di buon senso, non avrebbe potuto sospettare che Ali Hussain Shaabaan e Jihad Ahmad Diyab, gli intellettuali siriani che hanno accompagnato l’autore cileno nella presentazione del libro, fossero sotto stretta sorveglianza dei servizi segreti yankee-iracheni, agli ordini dell’ossessivo colonnello Mohamed el-Zalame, pronto a rapirli di sorpresa. E come previsto, così è successo. Un commando d’élite iracheno entrò, scalciando spietatamente a destra e sinistra i cuscini fioriti del seminterrato pieni di avidi lettori, e tutto senza dire una parola, nemmeno quelle che sono riservate ai detenuti neri di Birmingham. Dopo aver urlato «lasciate i libri e mettete le mani dietro il collo dove possiamo vederle!» li incappucciarono tutti e tre – Shaabaan, Diyab e Sepúlveda – e li caricarono a spintoni su un furgone blindato con destinazione aeroporto di Baghdad. E senza poter cenare, farsi un bagno e radersi li imbarcarono su un Hercules 130 che li ha portati direttamente alla prigione di Guantanamo, nella lontana isola di Cuba.

Nella lettera n. 17, che mi ha portato il postino Miguel Strogonof dalla Patagonia, Lei caro professore, trascrive la conversazione premonitrice che ha avuto con Don Luis al Babylon Hotel di Baghdad. Appoggiati tra le macerie del bar mentre bevevano un spiritoso tè verde, il maestro gli avrebbe detto con quella voce rauca e grintosa che lo caratterizza: «Professore von Klatsch, se a causa di quei giochi del destino, mi accadesse qualcosa di imprevisto a Baghdad, provi a mettersi in contatto con i fratelli Grim e dica loro che la password in questa questione sarà Guantanamera. Solo quello. Loro capiranno e sapranno cosa fare».

Cercando di rispondere alla sua richiesta, illustre professore, ho girato il nord argentino alla ricerca dei gemelli Grim, finché li trovai al Festival de Payadores Postmodernos, organizzato ogni anno dal nostro collega e amico Güendolyn Giardinelli nell’Arena Resistencia Park del Chaco. In un incontro segreto nei camerini della tenda, parlai con Caino e Abele  Grim della missione quasi impossibile che avremmo dovuto affrontare, con il rischio persino di perdere la vita: trarre in salvo da una losca prigione dei Caraibi «al Lucho», come loro chiamano il progenitore delle loro vite: condannato all’ergastolo per aver introdotto in Iraq materiale anti nordamericano, camuffato da letteratura per bambini. Dopo aver pianto urlando, come fanno di solito i gemelli disperati quando gli tolgono il ciuccio, i Grim già più calmi dissero all’unisono: «Sì, professore, è nostro dovere». E senza ulteriori indugi, si misero a pianificare il salvataggio che è stato, caro professore, di un’audacia insolita. Il veicolo che li avrebbe dovuto portare alla loro destinazione segreta era una mongolfiera progettata da Caino Grim con il prezioso aiuto di Güendolyn Giardinelli, che, come Voi e io sappiamo, è il discendente ed erede di Jacques Montgolfier, l’inventore di questi dirigibili gonfiati con fumo da legna di bosco, cioè con elio. In un discreto spazio aperto alla periferia di Resistencia, attrezzarono la cesta della mongolfiera con dei letti, sedie di canna in stile Bauhaus con cinture di sicurezza, un angolo cottura con una griglia per fare hamburger alla brace e un armadio per gli strumenti musicali, cannocchiali ad alta definizione e il diario di bordo per registrare le ultime prodezze dei fratelli Grim. E niente di più. Non restava che abbellire la mongolfiera, che fu battezzata Arcobaleno, mentre la dipingevano con i colori allegri della diversità. Prima di alzarsi e partire sotto il cielo stellato all’alba, i gemelli Grim acquisirono familiarità con la bussola aerea che permise loro di volare senza particolare paura sull’Atlantico, mentre bevevano mate e canticchiavano tanghi ottimistici, alternandoli con la malinconica samba della Pampa. A metà strada, già nell’immensità dell’Amazzonia, splendidamente verde e quasi sempre in fiamme, si verificò un notevole gesto di fratellanza, che hanno registrato nel diario di bordo. È successo quando avvistarono un villaggio di indiani Guanabara che celebravano il quindicesimo compleanno della figlia minore del capo, e Abele, per ravvivare i festeggiamenti, ha avuto la felice idea di far cadere una delle dieci bottiglie di vino Yauquen Chardonnay de Mendoza che portavano nel cesto. Un gesto che i guanabara ringraziarono con un frastuono sfrenato, agitando mani, lance e cerbottane con dardi velenosi per dare la caccia ai bolsonari, detestabili predatori che, dai tempi di Álvarez Cabral, hanno reso la vita impossibile all’Amazzonia indigena. I guanabara placarono le infinite manifestazioni di affetto solo quando il palloncino multicolore passò su di loro e uscì dalla vista in direzione delle Guyana.

Egregio Prof. Von Klatsch: quattro giorni dopo l’Arcobaleno entrò nello spazio aereo che avrebbe dovuto essere cubano e che fino ad ora non ha alcuna intenzione di esserlo.

Un centinaio di metri più in basso, davanti agli occhi attoniti dei fratelli Grim, c’era la terrificante prigione di Guantánamo che ospita centinaia di ostaggi dall’Asia occidentale. Tra loro, gli intellettuali siriani che hanno presentato la Storia di una balena bianca nel seminterrato culturale di Baghdad e anche lo stesso autore cileno del famoso libro.

Davanti allo sguardo inquietante dei centoquarantotto marines che facevano la guardia alle torri di vigilanza, l’Arcobaleno iniziò a scendere lentamente fino a rimanere statico a un metro dal pavimento della prigione. Venti minuti che a Caino e Abele parsero eterni, se non fosse stato per l’apparizione inaspettata della massima autorità di Guantánamo. Era il comandante Anthony Benny Colgate in tenuta di fatica, determinato a sbarrare la strada al prigioniero trecento trentatré, che, seguito dai due siriani di Baghdad, cercava di avvicinarsi all’Arcobaleno che fluttuava spudoratamente in mezzo al cortile.

Il prigioniero trecento trentatré fissò senza pietà il suo sguardo ipnotico di fuoco mapuche, negli occhi pieni di malizia dall’Afghaniswtan del comandante Colgate, finché non riuscì ad ammorbidirlo e trasformarlo in un impotente e triste killer sentimentale.

In un impeto di ragionamento malinconico, con le lacrime agli occhi, quel biondo intenso, padre di tre bambine da madre cherokee, che attendevano la sua pensione in un pacifico allevamento di maiali dell’Arkansas, gli chiese con il tono triste di chi ha perso troppe guerre: «Che ne sarà di noi domani, Mr. Sepúlveda?». Come se avessero mantenuto una fiduciosa amicizia attraverso le sbarre della cella, il prigioniero trecento trentatré, che non era altro che l’autore della Storia di una balena bianca, rispose con tremula fermezza: «Me lo chiede, comandante? È ora che voi vi arrangiate come potete. Ma le anticipo che, da me, non avrete nessuna collaborazione».

Senza perdere altro tempo, “Mr. Sepúlveda” seguito dai suoi due compagni di sventura, saltarono dentro la canasta con sorprendente agilità.

Nel vasto cortile circondato da filo spinato elettrificato, si sentiva a malapena il ronzio dell’autopilota che teneva in posizione stabile l’Arcobaleno. Fu allora, già con i fuggiaschi in salvo, che Caino abbracciò la sua ribelle chitarra spagnola e Abele il suo affettuoso charango di Jujuy, per darsi a suonare quella versione libera per i payadores di Guantanamera che cominciò a essere canticchiata dalle guardie armate dalle torri di sorveglianza. Cucinati a fuoco lento dal sole dei Caraibi, i Marines battevano le mani con entusiasmo, ma era chiaro che non capivano un accidente del testo improvvisato dai Grim nella cesta della mongolfiera, pronta a decollare.

(Le guardie in coro) Guantanamera/ Guajira Guantanamera/ Guantanameeera, guajira guantanamera

(Caino) Siamo gemelli sinceri/ che non perseguono la fama/ E prima di morire, vogliamo liberare i fratelli dell’anima (le guardie in coro) Guantanamera/ guajira guantanamera (Abele) Partiamo oggi per sempre/con i fratelli dell’anima/ lo faremo con molta calma/ e non meno dissimulazione… (Caino) …perché se non lo facciamo/ quegli yankees figli di joputa/ ci romperanno il culo (le guardie in coro) Guantanamera/ guajira tralalá tralalá/ tralaláaaaa.

Sepúlveda interruppe gli abbracci e senza perdere la compostezza pronunciò il memorabile ordine del suo amico Vittorio Gassman: «E ora, ragazzi, resta solo una degna uscita: Scappiamo!».

Sulla via del ritorno, caro professore von Klatsch, senza che nessun caccia McDonnell Douglas F-15 Eagle disturbasse il pacifico girovagare del palloncino multicolore, per il capriccio insistente del Maestro Sepúlveda, l’Arcobaleno discese su El Idilio, un remoto villaggio dell’Amazzonia Ecuadoriana dove vivono gli indiani Shuar, per stringere in un abbraccio il caro amico Antonio José Bolívar Proaño, padre delle bellissime fanciulle gemelle Lameré e Yopatí Proaño. Come è noto attraverso una delle storie del suo amico, Antonio José ha sposato Mamaré, una donna Shuar che non sapeva baciare, quindi prima di andare a dormire, combatteva l’insonnia della vecchiaia leggendo romanzi d’amore a lieto fine.

Quando vide saltare a terra al maestro che lo aveva reso celebre in sessanta lingue, Antonio José non trovò parole per esprimere la sua gratitudine per l’invio che gli aveva fatto da Gijón, un pacco che ha percorso in canoa l’intero Rio delle Amazzone con delle opere complete di Corín Tellado. Nel frattempo, affascinati dalle gemelle Proaño, gli intellettuali siriani cominciarono a dubitare tra seguire quel pericoloso viaggio verso il nulla o restare a vivere in quel villaggio dove nessuno sapeva nulla di guerre fratricide né di inquinamenti notturni. «Io da qui non mi muovo», dicono che avrebbe detto Ali Hussain Shaabaan mentre la formosa Yopatí Proaño gli mordicchiava l’unico orecchio che li avevano perdonato a Guantánamo. Da parte sua, Jihad Ahmad Diyab abbracciò con calore amazzonico la gemella rimasta e in una lingua che comprese solo suo fratello, disse: «Neanche io». E mettendo da parte i ricordi polverosi delle macerie siriane, Ali e Jihad salutarono tra abbracci e piagnucolii l’equipaggio dell’Arcobaleno rimanendo per sempre al El Idilio, dove vivono felicemente educando sei bambini Shuar e fabbricando bombe all’uranio migliorato al vapore per fare saltare in aria le segherie clandestine dell’Amazzonia ecuadoriana.

Cosa vuole che le dica, ammirato professore von Klatsch? Sento che abbiamo più che adempiuto al salvataggio del suo amico Sepúlveda. Sia Caino che Abele Grim dimostrarono di avere delle palle come le uova di struzzo africano, con la dimostrazione di coraggio e solidarietà messi in evidenza durante il viaggio. E continuarono a farlo, perché dopo essersi liberati degli scomodi siriani, i fratelli Grim rifornirono l’Arcobaleno di mandioca, pane del villaggio fatto in casa, peperoncini piccanti e mezzo cinghiale disossato, che “el Lucho” Sepúlveda avrebbe trasformato durante il viaggio in hamburger amazzonici alla brace. Per fortuna nel cesto c’era ancora abbastanza vino di Mendoza per coprire la traversata dell’Atlantico. Da quanto ho potuto dedurre, affettuoso Professore, l’Arcobaleno sarebbe entrato in Europa attraverso lo spazio aereo del Portogallo, sorvolando la riserva di caccia dell’Infanta Manoela Ribeirao do Varzim e Minas Gerais, potendo da lì entrare sani e salvi nella madrepatria del prosciutto iberico. Quale non sarebbe stata la sorpresa dell’equipaggio dell’Arcobaleno, stimato professore, quando già in cielo spagnolo e costeggiando il Mar Cantabrico, trovarono migliaia di asturiani che guardavano passare a bocca aperta il palloncino colorato dei fratelli Grim. Fu mentre sorvolava la periferia di Gijón quando, senza staccarsi dal potente cannocchiale, che “el Lucho” fece un balzo pericoloso che li scosse come una foglia nella tempesta e gridò come un pirata cileno: «Per le corna di Belzebú Aznar! Guardate ragazzi, quella che vedete laggiù è Pelusa, mia moglie!». Infatti, mille metri più in basso, tra il possente fiume Piles e la spiaggia nudista di San Lorenzo, se facevi attenzione, poteva vedersi la mitica Pelusa Yáñez Pinzón, l’autrice del tango Senza Ritorno, che innaffiava le orchidee e i margaritoni del giardino mentre salutava con entrambe le mani. «Ce ne andiamo, amore mio! Ma torneremo e saremo migliaia!» gridò “El Lucho” con tutte le sue forze, soprattutto nella speranza che lei lo ascoltasse e, se fosse possibile, gli credesse. Con l’intenzione di dare un’atmosfera più consona a questa storia, i fratelli Grim iniziarono a suonare una versione estesa per grancassa e charango di El Condor Pasa, che accompagnò l’Arcobaleno fino alla fine del suo prodigioso viaggio verso il nord d’Italia, sebbene sospetto, meritevole Professore von Klatsch, che questi vagabondi incalliti si fossero persi di vista ben oltre la frontiera scomparsa.

Con la convinzione che morire sia restare un po’

l’abbraccio per sempre

Prof. Orson Castellanos

*Traduzione di Gabriela Pereyra*


Il racconto prosegue su Left del 16-22 aprile 2021

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SOMMARIO

Le sette vite di Lucho

È un romanzo d’amore il bel libro che Bruno Arpaia ha dedicato a Luis Sepúlveda, sodale di scrittura e di vita. I due scrittori si erano conosciuti molti anni fa alla Semana negra, il tellurico e un po’ “folle” festival organizzato da Paco Ignacio Taibo II a Gijón.

Da neofita Arpaia – che allora aveva esordito da poco nella narrativa – si aggirava con un’auto ironica targhetta con su scritto Gabriel García Márquez. Fu amicizia a prima vista con lo scrittore cileno. A un anno dalla sua scomparsa avvenuta il 16 aprile 2020, ora Arpaia saluta l’amico Lucho dedicandogli un libro, Luis Sepúlveda, il ribelle, il sognatore (Guanda), un racconto bio e autobiografico trascinante, allegro, pieno di vita ma anche molto commovente.

Fra un asado in giardino in Spagna e i due piatti di pasta che Sepúlveda ordinava come primo e come secondo quando era in Italia, si dipana il dialogo appassionato fra i due su arte, impegno e letteratura di cui resta testimonianza in Raccontare, resistere (Guanda).

In questo nuovo libro Arpaia sfuma se stesso in secondo piano volendo lasciare la scena alla vita avventurosa di Sepúlveda, vissuta senza risparmiarsi, anche nell’impegno politico e nella lotta contro l’ingiustizia. Fin da giovanissimo. Trovandosi poi a combattere contro la dittatura cilena, finendo in carcere e nelle mani di torturatori.

Come successe anche alla sua giovane compagna, la poetessa Carmen Yáñez che fu sequestrata e torturata nella famigerata Villa Grimaldi a Santiago del Cile.

Fortunatamente entrambi riuscirono a sopravvivere a quella terribile pagina di storia, trovandosi però costretti a vivere da esuli, uno lontano dall’altra.

Sepúlveda sperimentò sulla propria pelle la condizione di apolide e la cancellazione dell’identità a cui il regime cileno lo aveva condannato togliendogli il passaporto. (Ma lui diceva che in fondo quello non era stato il male peggiore, avendo sempre avuto fin da bambino la sensazione di non appartenere ad un luogo o a una patria).

Nel 2020, Carmen e Luis hanno affrontato insieme la prova del Covid-19 ma questa volta Lucho, quell’omone alto e roccioso dal fiero aspetto Mapuche ma dalla salute compromessa dalla prigionia, non ce l’ha fatta.

Accadeva un anno fa e la ferita è ancora aperta.

Mancano moltissimo la sua passione civile, il suo coraggio nel denunciare (l’ultima volta che l’abbiamo incontrato a Pordenonelegge ci parlò delle responsabilità e complicità di grandi famiglie industriali italiane che hanno spogliato le popolazioni indigene dei terreni dove vivevano da secoli).

Ci manca la sua straordinaria capacità affabulatoria, la risata fragorosa, la sua generosità che lasciava il posto a subitanee chiusure verso chi tradiva la sua fiducia. E manca soprattutto la sua letteratura, ciò che avrebbe voluto e potuto scrivere ancora. Bruno Arpaia racconta che un anno fa Luis Sepúlveda stava scrivendo un romanzo sulle devastazioni della costa meridionale del Cile causate delle multinazionali dell’allevamento del salmone. Il romanzo aveva già un titolo, Agua mala, e denunciava l’operato dei “Guerrieri di Dio” e delle nuove sette evangeliche al loro servizio. In quel romanzo avremmo potuto ritrovare Juan Belmonte, il guerrigliero cileno che avevamo conosciuto in Un nome da torero e ne La fine della storia, ma anche il suo spirito critico verso la religione, che Sepúlveda, da agnostico e buon allievo di Marx, giudicava oppio dei popoli.

La cosa che possiamo fare ora per ritrovarlo, oltre a leggere Luis Sepúlveda, il ribelle, il sognatore come consigliamo qui è tornare ai suoi libri e ai suoi scritti giornalistici.

Nell’ultimo, intitolato “Oasi secca” e pubblicato sull’edizione cilena de Le monde diplomatique (di cui Sepúlveda era co-editore), ricorda Arpaia, «scendeva in campo in difesa dei giovani che manifestavano per le strade di Santiago e si scagliava contro il presidente Piñera che aveva definito il Cile un’oasi di pace e di tranquillità in un continente in agitazione. Ma ciò che il presidente definiva l’oasi cilena, replicava Luis, non era la presenza esuberante di palme e di acqua fresca, bensì una cancellata di sbarre apparentemente insuperabile che lo circondava. I cileni erano dentro l’oasi e le sbarre erano di una lega composta da economia neoliberista, assenza di diritti civili e repressione. I tre elementi del più vile dei metalli».

Libertà di pensiero, idea alta della politica, responsabilità di rimboccarsi le maniche caratterizzano tutto il percorso di Sepúlveda e trapelano dalla sua scrittura. Nel bestseller Il vecchio che leggeva i romanzi d’amore, la leggerezza di Calvino, suggerisce Arpaia, era un modo per arrivare in profondità, in maniera concisa e icastica. «Le sue pagine ti scorrevano sulla pelle senza sforzo apparente». Ma con la solida concretezza di storie radicate in esperienza di vita, come quella che lo scrittore cileno aveva trasferito in quel romanzo avendo vissuto per mesi fra gli indios shuar.

Dobbiamo a questo libro di Arpaia la ricostruzione di episodi di vita che lui non sbandierava spesso.

A ripercorrere quelle vicende rocambolesche sembra incredibile che Sepúlveda sia riuscito anche a dedicarsi alle sue passioni (fra queste, fin da bambino, la lettura) e al contempo a fare letteratura.

Quando andava al liceo e dirigeva il giornale della scuola cominciò a far politica. E fin qui tutto normale. Ma già a 13 anni aveva chiesto di iscriversi al partito comunista, con grande scorno del nonno anarchico, diventando ben presto segretario della sezione Antonio Gramsci della gioventù comunista. Nel 1967 quando viene ucciso il Che in Bolivia entrò in rotta di collisione con il partito comunista che stigmatizzava la rivoluzione cubana come una rivolta guidata da una cricca piccolo borghese!

Nel frattempo vinse una borsa di studio in Unione sovietica ma ben presto lo espulsero per tradimento degli interessi del proletariato, infantilismo, deviazionismo, ecc. ecc. perché aveva una relazione con la moglie di un dirigente dell’istituto di ricerche marxiste di Mosca. Fu allora che decise di unirsi all’esercito di liberazione nazionale, una frazione guevarista legata al partito socialista. Sopravvissuto all’esperienza bolivariana, al ritorno in Cile si trovò nel bel mezzo della lunga campagna elettorale per le presidenziali del 1970. Lui e il suo gruppo non guardavano ad Allende con simpatia, in fondo lo ritenevano solo un borghese illuminato. Ma dopo essere stato eletto presidente si spostò a sinistra e Luis Sepúlveda entrò a far parte del Gap, la guardia personale che si era costruito Allende poiché non si fidava dell’esercito. Intanto cercava di completare la tesi su Pirandello e I sei personaggi in cerca di autore.

L’11 settembre del 1971 si sposa con Carmen e nasce il loro primo figlio. «L’11 settembre del 1973 la gioventù finisce di colpo con il golpe di Pinochet» chiosa Arpaia.

«Mentre la Moneda viene attaccata da terra e dal cielo, Lucho è di guardia a un impianto di acqua potabile a Vizcachas». Tenta di unirsi ad altri compagni per difendere alcune fabbriche, ma il 5 ottobre viene catturato e rinchiuso in una cella loculo «dove deve rimanere disteso fra una sessione di tortura e l’altra». Grazie all’intervento di Amnesty international la pena poi venne commutata in esilio. Il 17 luglio del 1977, ha raccontato Luis Sepúlveda a Pino Cacucci, lo portarono all’aeroporto di Santiago. Aveva il visto per la Svezia. Allo scalo di Buenos Aires riuscì a fuggire dal prete che lo ha in consegna. Per approdare poi in Ecuador e andare a combattere in Nicaragua con i sandinisti.

Anche lì si ribellò, denunciando la militarizzazione della società messa in atto dai sandinisti. Così finì in prigione. Salvato per il rotto della cuffia da un comandante sandinista suo amico, si ritroverà spedito ad Amburgo dove poi ha vissuto per 13 anni con Margarita Seven, facendo il giornalista per Die Spiegel che lo inviò in Mozambico.

Qualche anno dopo lo ritroviamo a solcare i mari come attivista di Greenpeace. Per quattro anni ha attraversato praticamente tutti i mari. Nell’estremo Sud, tra la Patagonia e la terra del fuoco contrastavano le baleniere, mentre nei mari del nord sbarravano il passo alle navi militari che trasportavano armi militari e scorie radioattive. «Era un lavoro da formichine», ha raccontato ne Il mondo alla fine del mondo.

La letteratura ha il potere di cambiare le menti più di ogni altra cosa? Ebbi l’ingenuità di chiedergli negli 2016. «Che la letteratura di per sé contribuisca a cambiare la realtà è un mito», fu la sua secca risposta. «Spetta ai cittadini e alle cittadine, solo loro possono e devono cambiare le cose. La letteratura può aiutare, forse, ma non possiamo dimenticare che uno scrittore è prima di tutto un cittadino e poi uno scrittore».

Cosa significa per lei essere uno scrittore latinoamericano oggi? Insistetti: «Significa essere un cittadino resistente agli abusi del potere. Per lo meno così la intendo io, ma non sono certo che la maggioranza la pensi allo stesso modo».

(nella foto Bruno Arpaia, il secondo da destra, con Sepulveda, Vàzquez Montalbàn, Ignacio Taibo e Fajardo)


L’articolo prosegue su Left del 16-22 aprile 2021

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SOMMARIO

Mamma schiava, cucina e lava

Foto Valerio Portelli/LaPresse 23-11-2019 Roma, Italia Corteo Nazionale Non Una Di Meno Cronaca Nella foto: Corteo Nazionale Non Una Di Meno Photo Valerio Portelli/LaPresse 23 November 2019 Rome, Italy National manifestation Non Una Di Meno News In the pic: National manifestation Non Una Di Meno

A Matera il Consiglio comunale ha deciso di tagliare pesantemente le risorse destinate ai servizi di mensa scolastica ed asili nido: una scelta in netta controtendenza con quello che accade nel resto d’Italia e un po’ dappertutto in giro per il mondo. Ma l’aspetto più inquietante della vicenda sta nelle parole del consigliere comunale Michele Paterino, promotore dell’emendamento di bilancio che è stato osteggiato perfino dalla presidente della Commissione Bilancio, Adriana Violetto: «La gran parte delle madri che fruiscono del servizio sono casalinghe», ha detto Paterino e quindi, a suo dire, possono occuparsi dei figli.

Come fa giustamente notare la segretaria di Filcams Cgil Matera, Marcella Conese: «A parte le svariate riflessioni sulle motivazioni che hanno determinato l’assise comunale a prendere questa decisione e sulla idea inquietante di società che traspare dalle dichiarazioni del consigliere che ha presentato l’emendamento, in cui le donne devono stare a casa a curare bambini e mariti, sfugge un fatto inequivocabile ed oggettivo: la riduzione delle risorse determinerà una riduzione di posti di lavoro (occupati prevalentemente da donne) sia nella mensa scolastica che negli asili nido».

Il consigliere Paterino è l’esempio perfetto di politici (più o meno importanti) che continuano a non rendersi conto (o che non vogliono rendersi conto) che occorre rendere universali servizi che troppo spesso vengono intesi come individuali e che si intrecciano con la condizione femminile: sono moltissime le donne costrette a rinunciare al lavoro proprio perché non esistono servizi di sostegno all’infanzia o perché sono troppo costosi. Poi, volendo, si potrebbe anche discutere del fatto che siano le donne a doversi occupare di questo per una gran parte del pensiero generale. Ma su questo c’è ancora molto da lavorare.

Poi c’è un trucco che viene spesso usato e che vale la pena notare: i servizi vengono rivenduti come “privilegi” concessi dalla politica, con la continua pretesa che i cittadini siano addirittura “grati” per ciò che invece gli spetta. Anzi: la politica è lì proprio per quello. Ed è un gioco sottile che trasforma i diritti in privilegi ed è pericolosissimo. Per questo va combattuto con forza.

Qualcuno dica al consigliere Paterino che è riuscito nella mirabile impresa di essere la sintesi di tutto quello che non ci piace. Bravissimo, complimenti.

Buon venerdì.

Arte, cultura e ricerca, la Costituzione tradita

FLORENCE, ITALY - JUNE 02: Some indicators on the floor called 'social distance signs' in front of Botticelli's painting Primavera the day before the reopening of the Uffizi, which was closed for almost three months due to coronavirus on June 2, 2020 in Florence, Italy. The Uffizi reopened as 'Slow Uffizi', with a new way of visiting due to anti-contagion rules. There will be half of the visitors allowed and 'social distance signs' which will indicate the exact points and how many people can stand in front of a painting, enabling a slower, calmer visit. (Photo by Laura Lezza/Getty Images)

A cosa serve l’arte? A intrattenerci? A farci svagare? A «farci divertire» come ebbe a dire l’ex presidente Conte con una uscita infelice? È il giacimento da sfruttare (da bruciare quindi) come diceva De Michelis ai tempi della Milano da bere? È un lusso che non ci possiamo permettere in tempi di crisi? Così hanno sostenuto tutti gli esponenti politici – di centrodestra e di centrosinistra – che negli anni hanno imposto politiche neoliberiste tagliando drasticamente i finanziamenti alla cultura (Bondi, ministro del governo Berlusconi, dimezzò il budget del ministero dei Beni culturali che non è più stato adeguatamente reintegrato).

A cosa servono i musei? Sono «macchine per far soldi», come disse Renzi? Noi invece la pensiamo come i costituenti che del diritto alla conoscenza, del valore immateriale dell’arte e della ricerca fecero il perno della nostra Costituzione. Tante volte ci siamo ritrovati a ricordare l’impegno di storici dell’arte, soprintendenti, partigiani che sotto il fascismo e in tempo di guerra rischiavano la vita per salvare opere d’arte. Erano dei folli? O piuttosto comprendevano il valore essenziale dell’arte e della cultura per ricostruire il Paese, per tessere la memoria collettiva, per immaginare e progettare un futuro diverso, più giusto e più umano? (Domanda pleonastica evidentemente).

Addolora molto notare che dopo oltre un anno dall’inizio della pandemia l’articolo 9 sia disapplicato e la Carta tradita. Avevamo pensato ingenuamente un anno fa, quando le persone facevano musica sui terrazzi e riscoprivano l’arte come linfa vitale per resistere alla pandemia, che quella ritrovata consapevolezza diventasse patrimonio comune anche della classe politica ma non è stato così.

Da quel 9 marzo 2020, quando l’Italia entrava in lockdown e i musei, i cinema, le mostre, i teatri, i concerti, le librerie, gli spazi culturali chiudevano i battenti poco è cambiato nella considerazione che il governo italiano ha per l’arte e della cultura. Le luci sono state spente e basta. Alle chiusure delle sale da concerto, dei teatri, dei cinema non è seguita una riflessione su come offrire alternative, non è stato impiegato questo tempo per costruire un sistema di sostegno agli artisti.

Non si è trovato un modo di valutare la “produzione” artistica che non sia basato sullo sbigliettamento, sulla logica consumistica dell’evento, su un modello impattante di turismo che espelle i cittadini dai centri storici, ostracizza i poveri in nome di una astratta idea di decoro e non offre ai turisti (visti e trattati come polli da spennare) la possibilità di fare una esperienza di conoscenza. Intervistato dall’Associazione stampa estera il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, ha detto che «per i musei non aspettiamo la ripartenza vera prima dell’anno prossimo. Dal 2022 ci aspettiamo il ritorno della grande richiesta che c’era prima della pandemia».

Come dire, nulla è successo, nulla è stato pensato, l’auspicio è il ritorno al modello precedente la pandemia, a quel modello distruttivo dell’ambiente, consumistico e socialmente discriminante che, come oggi sappiamo, è stato una delle cause scatenanti della attuale crisi sanitaria. Intanto però centinaia di migliaia di lavoratori del mondo dello spettacolo e dei beni culturali in Italia sono rimasti senza sostentamento e come prospettiva hanno solo quella di tornare a un sistema che li sfruttava come lavoratori precari, intermittenti, senza tutele.

Il governo Draghi come il governo Conte ha permesso che le chiese rimanessero aperte nonostante i gravi rischi per i fedeli perlopiù anziani, ma non hanno pensato a come riaprire in sicurezza cinema, teatri, musei e farne luoghi di cultura essenziali anche per la coesione sociale e per la tenuta psicologica delle persone, ben più degli oppressivi luoghi di indottrinamento e rassegnazione.

Mentre infuria la protesta di ristoratori e, su pressione della Lega e di CasaPound, Palazzo Chigi pensa a come riaprire gli esercizi commerciali, poco o nulla di concreto e praticabile è stato proposto (al di là di poco economicamente sostenibili proposte di biglietto e tampone all inclusive) per il variegato mondo della cultura e dello spettacolo in Italia. Non accade lo stesso in Francia e Germania come leggerete su questo numero. Un numero di Left in cui, soprattutto, abbiamo voluto dare voce agli artisti e alle loro proposte. Chiedono un pieno riconoscimento della propria identità di lavoratori, chiedono che gli siano riconosciuti diritti fin qui negati e hanno grandi idee e visioni innovative per immaginare e costruire un futuro più bello e più umano.


L’editoriale è tratto da Left del 16-22 aprile 2021

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SOMMARIO

Senza arte non si riparte

Precari. Misconosciuti. Discriminati. Le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, quasi 330mila persone (secondo l’Inps, ma è una stima al ribasso) tra attori, concertisti, orchestrali, tecnici, impiegati, ecc., hanno visto nell’ultimo anno sommarsi le difficoltà e i problemi dell’epoca pre Covid agli effetti del parziale congelamento delle nostre vite legato all’emergenza sanitaria.

Tradotto: se prima la maggior parte di loro guadagnava poco e aveva poche tutele, adesso la situazione si è esasperata. Molti professionisti non hanno visto un euro degli ambiti ristori.

Altri hanno ricevuto una somma che non permette una vita dignitosa. In tanti hanno dovuto arrangiarsi lavorando in altri settori. Per questo, in tutta la Penisola, sono nate mobilitazioni dal basso, organizzate da coordinamenti, collettivi, gruppi informali.

Il cui scopo non è solo garantire subito la sopravvivenza di chi lavora nello spettacolo, ma cogliere anche l’occasione per ribaltare quella famosa “normalità” che era assai problematica, arrivando a riconoscere una volta per tutte l’identità e il ruolo dell’artista. E la politica, dal canto suo, per la prima volta, sembra costretta ad interessarsi al tema.

«La pandemia si è rivelata anche un’opportunità, perché finalmente si sono accesi i riflettori su tutto il comparto», dice a Left Barbara Folchitto, attrice e animatrice di Presidi culturali permanenti. «Lo scorso anno abbiamo iniziato a mettere su una rete di attori, siamo partiti assieme a gruppi attivi già in precedenza, come Cresco, Facciamolaconta, poi siamo confluiti in Attrici e attori uniti, che è nata come chat Telegram. Da lì ci siamo divisi in tavoli di lavoro e abbiamo iniziato a studiare le nostre professioni, dal lato normativo e legislativo». La rete si è composta via via da professionalità di vario tipo.

«Siamo attori dell’audivisivo, della prosa, speaker, formatori in scuole pubbliche e private, ecc. e per alcuni di questi ruoli non esiste un inquadramento contributivo – prosegue Folchitto -. Il lavoro nero nel nostro ambito è diffuso e quando non ci sono regole chiare è facile che il Far west prenda piede. Tale situazione insostenibile si è manifestata in modo evidente quando il governo ha dovuto predisporre i ristori. Abbiamo dovuto chiedere che l’indennità Covid fosse concessa a chi avesse maturato anche solo sette giornate contributive dall’1 gennaio 2019, per evitare che la maggior parte di noi fosse esclusa dal bonus. Inoltre, i più fortunati tra noi che hanno avuto accesso a tutti i bonus nel 2020 hanno ricevuto solo 4.800 euro. È assurdo».

I ristori, insomma, hanno…


L’articolo prosegue su Left del 16-22 aprile 2021

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Cosa dovrebbe dirci Fukushima

Environmental activists wearing a mask of Japanese Prime Minister Yoshihide Suga and protective suits perform to denounce the Japanese government's decision on Fukushima water, near the Japanese embassy in Seoul, South Korea, Tuesday, April 13, 2021. Japan's government decided Tuesday to start releasing massive amounts of treated radioactive water from the wrecked Fukushima nuclear plant into the Pacific Ocean in two years — an option fiercely opposed by local fishermen and residents. (AP Photo/Lee Jin-man)

Riguarda anche noi quello che sta avvenendo in Giappone – seppure sia sentito come così lontano – ossia lo sversamento in mare di oltre un milione di tonnellate di acqua contaminata che dopo l’incidente di Fukushima, che ha messo fuori uso i sistemi di raffreddamento in circuito chiuso, è stata pompata nei noccioli per raffreddarli e poi raccolta in più di mille serbatoi di stoccaggio situati nel sito dell’impianto.

Ci interessa perché la scelta più sensata potrebbe essere quella di intombare i tre reattori incidentali come è già accaduto per il reattore di Chernobyl, magari, come suggerisce Greenpeace, in attesa di sviluppare una tecnologia con migliori capacità di filtraggio e aspettando che un parte degli isotopi radioattivi decada naturalmente. C’è una preoccupazione ambientale per la presenza del carbonio-14 che può entrare nella catena alimentare e perché nonostante molti scienziati siano d’accordo sul fatto che “l’impatto ambientale sarebbe minuscolo” non sono invece d’accordo quanto sia “minuscolo” il pericolo, sicuramente non pari a zero.

Ma la lezione di Fukushima è questo enorme dispiegamento delle lobby nucleari che spingono per raccontare una contaminazione come se fosse un trattamento e che sanno benissimo che tutta questa faccenda rischia di mettere in bilico la loro già (poca) credibilità.

La lezione di Fukushima dovrebbe anche servire per aprire finalmente un dibattito franco sull’energia nucleare (che è sparita dall’agenda dei media e della politica ma non nei programmi delle lobby) soprattutto alla luce della nomina del ministro per la Transizione ecologica Cingolani che promuove quella fusione nucleare di cui in Italia sentiamo favoleggiare da decenni e che, se realizzabile, arriverebbe molto tardi con una situazione ambientale già compromessa.

Insomma si tratta del Giappone ma ci siamo dentro anche noi, quello che accadrà qui e come potrebbero essere spesi i nostri soldi. Per questo conviene affezionarsi subito alla vicenda di Fukushima, dibatterne, anche al bar.

Buon giovedì.

Palazzo Chigi val bene una messa: teatri chiusi, chiese aperte

L’immagine più lampante è la chiesa con un cinema accanto, a Fiorano Modenese, dove il parroco don Paolo, evidentemente illuminato nel ruolo di direttore artistico della santità, ha deciso di aprire il Cinema teatro Primavera per trasmettere in streaming la messa pasquale. Gente seduta, luci soffuse da cinema, schermo abbassato e proiezione della messa: a parte i popcorn c’erano tutti gli ingredienti di una normale proiezione di un qualunque film, una serata qualsiasi di quelle che ormai da un anno i vari Dpcm vietano in tutta Italia.

Ma il prete, incalzato dai giornalisti, ci ha spiegato che «il Dpcm vieta le attività teatrali e cinematografiche, ma noi non abbiamo fatto né l’una né l’altra. Quella sala non viene utilizzata come cinema da ormai 13 anni, non abbiamo neanche più la licenza: semplicemente l’abbiamo impiegata come salone perché non sapevamo come altro mettere a riparo i fedeli». Insomma, la messa vale, il cinema no.

Poiché le chiusure sono figlie di una precisa politica sanitaria di prevenzione sfugge prepotentemente il motivo per cui la circolazione del virus cambierebbe in base al contenuto proiettato. In fondo è lo stesso dubbio che attanaglia i lavoratori del teatro che operano nelle medesime condizioni delle liturgie che al contrario non si sono mai fermate: un palco lì dove c’è un altare, una platea di spettatori lì dove invece ci sono i fedeli e un distanziamento che potrebbe essere rispettato in una chiesa come in una qualsiasi sala teatrale.

Forse esiste una variante santa del virus di cui non ci hanno dato spiegazione o forse semplicemente la laicità che dovrebbe essere garantita dalla Costituzione si frantuma ancora una volta contro gli interessi lobbistici di una Chiesa che rivendica (purtroppo con successo) una superiorità morale rispetto a qualsiasi altra attività umana che si svolge su suolo italiano. Tornando per un secondo a Fiorano Modenese sarebbe da rivedere la faccia del sindaco Francesco Tosi che si è affrettato a dichiarare in difesa del prete che «tutte le norme sono state rispettate», riuscendo perfino a contravvenire le più elementari regole di logica oltre alle condizioni dei Dpcm.

Sui social circola ormai da un anno una battuta, mestamente rilanciata dai…


L’articolo prosegue su Left del 16-22 aprile 2021

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Ayesha Harruna Attah: Leggere Jane Eyre nel cuore dell’Africa

Dopo aver scritto I cento pozzi di Salaga non riuscivo a smettere di pensare alle gemelle protagoniste Hassana e Husseina. Quando mi è stata offerta la possibilità di scrivere una storia young adults, non sono dovuta andare lontano. Volevo scoprire cosa era successo alle due ragazze. E mi sono ricordata dell’importanza che avevano avuto le mie letture da adolescente. Alcuni di quei libri che ho letto in quella fase della mia vita sono rimasti con me. Ho pensato che sarebbe stato davvero meraviglioso poter fare lo stesso per un giovane lettore dovunque egli sia». Così in una conversazione via mail la scrittrice Ayesha Harruna Attah ci racconta come è nato Il grande azzurro (MarcosyMarcos, tradotto da Francesca Conte).

Qual è il potere della letteratura per lei?
Credo che la letteratura abbia il potere silenzioso di cambiare menti e cuori. Può farci viaggiare senza che dobbiamo muovere un dito. Comprendiamo altre persone e luoghi leggendo libri e in questo modo possiamo stringere profonde relazioni con le persone.

Hassana legge Jane Erye di Charlotte Brontë. Le sue coetanee in Europa non leggevano autori africani. La colonizzazione si registra anche in questo?
Hassana è costretta a leggere i libri che i missionari hanno portato con sé. In Africa c’erano scrittori in lingue come l’arabo, ma Hassana avrebbe dovuto essere in un’altra parte di quella regione per avere accesso a quei testi letterari. E inoltre, avrebbe dovuto nascere in famiglia d’élite….

Ne Il grande azzurro, l’oceano è una presenza fortissima. È a sua volta un personaggio, quasi l’antagonista. C’è un fatto storico dietro tutto questo? Ha qualcosa a che fare anche con il presente, pensando alla tragedia dei migranti nel Mediterraneo?
Non direi che sia un antagonista. Separa le ragazze, ma le collega anche. Per molti africani della parte occidentale, il mare storicamente ha tolto molto alle famiglie, ma è stato anche un legame. Il mare è stato un sostentamento per molti di noi, ma ha anche portato gli europei e il cristianesimo sulle nostre coste. Quindi è una relazione complicata. E oggi, il mare sta…


L’articolo prosegue su Left del 9-15 aprile 2021

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La solitudine dei lavoratori delle Cooperative sociali

Mentre la pandemia genera l’ennesima crisi acuendo le differenze fra ricchezza e povertà, si ridisegnano silenziosamente gli equilibri di alcuni settori strategici. Il capitale domina l’offerta di lavoro in eccedenza che aumenta ed aumenterà per una combinazione di molteplici cause fra cui i cambiamenti tecnologici che aumentano sì la produttività del lavoro ma anche i licenziamenti e anche per una massa di persone che ancora non sono assoggettate al lavoro salariale in particolare del continente africano, ma anche asiatico e in parte sud americano.

La cooperazione sociale è dentro questa instabilità e sta, parafrasando il sociologo Harvey, riplasmando e reingegnerizzando se stessa. Le cooperative hanno iniziato da anni una trasformazione da luoghi familiari che occupavano nicchie di domande sociali senza risposta, ad imprese che grazie anche all’ultima riforma del terzo settore hanno trovato le condizioni per inglobare pezzi fondamentali del nostro welfare diventando imprese da migliaia di dipendenti sempre alla ricerca di forza lavoro a basso costo.

La cessione sempre più accentuata di interi settori a carattere pubblico, da quello della cura all’educazione, per non parlare dell’immigrazione, in anni di crisi economica dove la differenza nella gestione di molti servizi la fa esclusivamente il salario (da fame cit.) e con una notevole disponibilità di forza lavoro ricattabile, stanno creando un irrigidimento da parte del mondo cooperativo nei rapporti con i propri lavoratori e lavoratrici.

Sono evidenti i dati degli Osservatori provinciali sulla cooperazione dove i sindacati registrano la scarsa applicazione dei contratti collettivi che alcuni disdettano di fatto, l’aumento della percentuale di lavoratori e lavoratrici irregolari. Più i contesti si opacizzano, più si può agire indisturbati sul cambiamento ad esempio con l’introduzione di applicazioni per tracciare i dipendenti in contesti nei quali non ce n’è alcuno oggettivo bisogno, con la richiesta sempre maggiore di apporti di lavoro volontario a qualsiasi ora di giorno o notte senza che questo sia remunerato in alcun modo.

Fornire al capitale incentivi fiscali per il reinvestimento, può creare posti di lavoro come eliminarne, basti pensare ad un lavoratore licenziato per ragioni tecnologiche ed a un neoassunto perché appartenente ad una particolare categoria soggetta ad incentivi. Il capitale ha interesse sia alla produzione di disoccupazione che alla creazione di posti lavoro, gestire questo equilibrio, gestire la propria domanda di lavoro dà un potere enorme alle imprese tutte.

Il risultato sono lavoratori e le lavoratrici sempre più senza scelta e soli. Negli anni soprattutto per i giovani il messaggio culturale dell’inutilità o obsolescenza dei così detti corpi intermedi ha pagato. Per la maggioranza degli under 30 la funzione sindacale è quasi sconosciuta tanto è stata disincentivata. Da qui bisogna ripartire.

*-*

L’autore: Jacopo Landi lavora sul tema immigrazione dal 2006. Ha avuto esperienze in progetti di cooperazione internazionale ed è attivista in associazioni, campagne sociali e reti nazionali sui diritti degli immigrati

Possibili effetti indesiderati

Gli effetti indesiderati dell’Aspirina, la compressa con vitamina C:

Effetti sul sangue

  • prolungamento del tempo di sanguinamento,
  • anemia da sanguinamento gastrointestinale,
  • riduzione delle piastrine (trombocitopenia) in casi estremamente rari.

A seguito di emorragia può manifestarsi anemia acuta e cronica post-emorragica/sideropenica (da carenza di ferro) (dovuta, per esempio, a microemorragie occulte) con le relative alterazioni dei parametri di laboratorio ed i relativi segni e sintomi clinici come astenia (stanchezza), pallore e ipoperfusione (ridotta irrorazione sanguigna dei tessuti).

Effetti sul sistema nervoso

  • mal di testa,
  • capogiro.

Raramente può manifestarsi:

  • sindrome di Reye (*), una malattia acuta a carico del cervello e del fegato, potenzialmente fatale, che colpisce quasi esclusivamente i bambini.

Da raramente a molto raramente può manifestarsi:

  • emorragia cerebrale, specialmente in pazienti con ipertensione (pressione del sangue alta) non controllata e/o in terapia con anticoagulanti (medicinali usati per rallentare o inibire il processo di coagulazione del sangue), che, in casi isolati, può essere potenzialmente letale.

Effetti sull’orecchio

  • tinnito (ronzio/fruscio/tintinnio/fischio nell’orecchio).

Effetti sull’apparato respiratorio

  • sindrome asmatica,
  • rinite (naso che cola)
  • congestione nasale (naso chiuso) (associate a reazioni allergiche);
  • epistassi (perdita di sangue dal naso).

Effetti sul cuore

  • distress cardiorespiratorio (grave e acuta insufficienza respiratoria) (associato a reazioni allergiche).

Effetti sull’occhio

  • congiuntivite (associata a reazioni allergiche).

Effetti sull’apparato gastrointestinale

  • sanguinamento gastrointestinale (occulto),
  • disturbi gastrici,
  • pirosi (bruciore di stomaco),
  • dolore gastrointestinale,
  • gengivorragia (gengive sanguinanti),
  • vomito,
  • diarrea,
  • nausea,
  • dolore addominale crampiforme (associati a reazioni allergiche).

Raramente possono manifestarsi:

  • infiammazione gastrointestinale,
  • erosione gastrointestinale,
  • ulcerazione gastrointestinale,
  • ematemesi (vomito di sangue o di materiale “a fondo di caffè”),
  • melena (emissione di feci nere, picee),
  • esofagite (infiammazione dell’esofago)

Molto raramente può manifestarsi:

  • – ulcera gastrointestinale emorragica e/o perforazione gastrointestinale con i relativi segni e sintomi clinici ed alterazioni dei parametri di laboratorio.

Effetti sul fegato

  • raramente: epatotossicità (lesione epatocellulare generalmente lieve e asintomatica) che si manifesta con un aumento delle transaminasi.

Effetti sulla pelle

  • eruzione cutanea,
  • edema (gonfiore),
  • orticaria,
  • prurito,
  • eritema (arrossamento),
  • angioedema (associati a reazioni allergiche).

Effetti sui reni e sulle vie urinarie

  • alterazione della funzione renale (in presenza di condizioni di alterata circolazione del sangue nei reni),
  • sanguinamenti urogenitali (dell’apparato urinario e genitale).

Effetti sull’organismo in toto

  • emorragie peri-operatorie (subito prima, durante e subito dopo l’intervento chirurgico),
  • ematomi (raccolte di sangue al di fuori dei vasi sanguigni).

Effetti sul sistema immunitario

  • raramente: shock anafilattico (grave reazione allergica, potenzialmente letale) con le relative alterazioni dei parametri di laboratorio e manifestazioni cliniche.

(tanto per avere le proporzioni, perché sono importanti le proporzioni per costruire un pensiero ampio)

Buon mercoledì.