Home Blog Pagina 437

Le democrazie occidentali non sono immuni al Covid

Artists make a murals of characters wearing masks to spread awareness for the prevention of COVID-19 in Mumbai, India, Wednesday, March 24, 2021.(AP Photo/Rajanish Kakade)

Se si esce dal dibattito social tra chi denuncia la cosiddetta “dittatura sanitaria” e chi irride coloro che la evocano, si trova invece una discussione, anche istituzionale o tecnica, seria a proposito dello stato delle nostre democrazie. Peccato sia così scarsa l’attenzione che vi dedicano i mass media mainstream, che si confermano in questo attraversati dal problema. Una rapida carrellata su internet fornisce pochi articoli e molti rapporti ufficiali o di ricerca.
Le considerazioni sulla democrazia (e gli istituti che le generano) sono un materiale da maneggiare con la dovuta attenzione, perché troppo spesso sono state finalizzate a interventi (leggi: guerre) “umanitari” e a “difese attive” di modelli di vita considerati superiori. O sono intrise di logiche geopolitiche.

Ciò premesso, e tenuto presente, la condizione della democrazia in tempi di Covid viene giustamente attenzionata. Ancora pochi giorni fa, la sessantacinquesima conferenza delle Nazioni Unite dedicata alla condizione della donna, tenutasi a distanza, con l’intervento del direttore dell’Onu Guterres e della vicepresidente Usa Harris, ha visto levare un grido d’allarme sulla crescita della violenza e del gap sul genere e delle condizioni di disagio, esclusione, imposizione che subiscono le donne con la pandemia. Si va dall’esclusione o dal peggioramento delle discriminazioni sul posto di lavoro all’incremento del peso dell’impegno domestico, alla violenza tra le mura di casa, all’esclusione scolastica, all’aumento delle spose bambine.

Già nell’autunno del 2020 l’Onu aveva tenuto la sua sessione annuale sullo stato della democrazia nel mondo con tanto di rapporto presentato. Con una condizione di peggioramento degli indici sostanzialmente generalizzata. C’è da dire che i rapporti tendono a convergere su questo peggioramento. Un trend che riguarda sia i Paesi classificati come “democratici” che quelli “attenzionati” o “posti all’indice”.

È quanto emerge sfogliando il report dell’International institute for democracy and electoral assistance (Idea), istituto intergovernativo cui aderiscono una trentina di Paesi (ma non l’Italia) e che fa da consulenza anche all’Onu. Il rapporto di Idea affronta moltissimi aspetti della vita istituzionale, politica, sociale. Problemi di funzionamento democratico. Di ruolo dei mass media. Di crescita della corruzione. Ne emerge anche un dato sull’Italia che ha il record di stato di emergenza prolungato che è il più lungo al mondo insieme alle Filippine.

Il Democracy index 2020 elaborato dall’Economist intelligence unit e pubblicato dall’Economist nel febbraio di quest’anno, dice che lo stato della democrazia è in peggioramento abbastanza ovunque, in particolare se si guarda al rispetto dei diritti civili. L’indice attribuito sulla base di 60 quesiti rielaborati da esperti è il più basso da molto tempo. La classificazione viene fatta su quattro categorie di Stati, che vanno dai “Paesi pienamente democratici”, a quelli con difetti, agli ibridi, agli autoritari. L’Italia sta al ventinovesimo posto, con difetti. Ciò che emerge, come dicevo, è l’andamento generalizzato che riguarda sia i Paesi considerati pienamente democratici, che quelli più “precari”, che gli Stati considerati fuori dagli standard democratici.

Anche il Parlamento europeo ha affrontato il tema approvando una risoluzione non legislativa l’11 novembre 2020. Il testo di dodici pagine ripercorre alcuni punti chiave. Ad esempio sulle dichiarazioni dello stato di emergenza che in alcuni Paesi avvengono su base di legge costituzionale ed in altri (come l’Italia) con legge ordinaria. La risoluzione dice che è necessario agire all’interno di quadri normativi certi, di garanzia per le istituzioni e i cittadini; con strumenti proporzionati e temporanei. Questo riguarda anche lo svolgimento o il rinvio delle elezioni. Ci sono rischi di eccessi autoritari. Ci sono poi i temi dei cittadini più fragili, più esposti. Della informazione, delle fake news. Della gestione dei finanziamenti europei.

Dunque il tema della democrazia in tempi di pandemia è giustamente tenuto sotto osservazione. Purtroppo con poca conoscenza e poca partecipazione informata, che non sia ridotta a tifoseria da Facebook. È un problema serio quello della informazione e della opinione pubblica europee, che Left e Transform proveranno ad affrontare prossimamente.
Ma intanto torniamo al qui e ora. Ad esempio c’è da chiedersi perché in Italia non si sia pensato di predisporre norme per permettere il voto a distanza e per posta. Il fatto che importanti elezioni locali, di Regione e di grandi città, sono state rinviate senza prendere in considerazione la possibilità di operare per permetterle in sicurezza deve far riflettere.

Anche perché quest’anno si è votato in tantissime parti, dagli Stati Uniti all’Olanda.
In Italia si è votato solo per il referendum “taglia Parlamento” che ha ridotto la rappresentanza. Rendendo quella legislativa italiana, considerando pure i Consigli regionali e il Parlamento Ue, tra le percentualmente più ridotte d’Europa, come documentato dal nostro settimanale.

In “compenso” c’è un governo di (quasi) tutti e con chi non lo ha votato che fatica a definirsi opposizione visti i legami che ha con chi sta al governo. A maggior ragione, al di là di ciò che ci raccontano gli studi tecnici, porci il problema di come sta la democrazia da noi è qualcosa di urgente.

Non ce n’è Covvidi!

I dati relativi all’andamento del contagio Covid che Regione Sicilia inviava quotidianamente all’Istituto superiore della sanità venivano alterati diminuendo il numero dei positivi e alzando il numero dei tamponi per rientrare nei parametri che evitano nuove restrizioni. È l’accusa rivolta dalla procura di Trapani ad alcuni dipendenti del Dipartimento regionale per le Attività sanitarie e osservatorio epidemiologico (Dasoe) dell’Assessorato della Salute della Regione Sicilia, indagati per falso materiale e ideologico. Per il giudice per le indagini preliminari si è trattato di un «disegno politico scellerato». E non si tratterebbe di qualche caso isolato: secondo la procura sarebbe accaduto almeno 40 volte. Si tratterebbe di un atteggiamento sistematico.

I dialoghi tra l’assessore alla Sanità della Regione Ruggero Razza (che ieri ha rassegnato le dimissioni) al telefono con la dirigente del Dasoe Maria Letizia Di Liberti sono di quelli che fanno venire la pelle d’oca per la ferocia e per il disinteresse verso la salute pubblica: discutono dei numeri dei morti dicendosi «Ma sono veri?». «Sì, solo che sono di tre giorni fa». «E spalmiamoli un poco…». «Ah, ok allora oggi gliene do uno e gli altri li spalmo in questi giorni, va bene, ok. Mentre quelli del San Marco, i sei sono veri e pure gli altri cinque sono tutti di ieri… quelli di Ragusa, Ragusa cinque! E questi sei al San Marco sono di ieri.. perché ieri il San Marco ne aveva avuti ieri altri cinque del giorno prima, in pratica. Va bene? Ok». «Ok». «Ciao, ci metto questi io».

Allo stesso modo ci si comportava con i nuovi contagi: «61 Agrigento, 75 Caltanissetta, 90 Catania, 508 Palermo…», snocciola il funzionario Salvatore Cusimano, uno dei tre dirigenti regionali finiti agli arresti domiciliari. Dati che fanno saltare sulla sedia Di Liberti, che urla: «Ma che dici? Ma che dici? No, scusa non può essere, se sono quei i dati definitivi, Palermo va in zona rossa subito, subito». E la zona rossa, come è accaduto anche dalle parti di Bergamo in Lombardia a inizio pandemia, deve essere evitata per non perdere soldi.

Allora conviene fare un passo indietro, al 5 novembre scorso, quando il presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci sparava fuoco e fiamme contro il governo nazionale per le restrizioni imposte alla sua regione: anche in quell’occasione aveva parlato di un complotto antisiciliano, di un governo che chiudeva tutto senza «evidenza di dati» e di una «Sicilia senza colpe». Accade in Sicilia ma è un refrain a cui ormai siamo abituati: le restrizioni viste come “una punizione” possono essere buone per la propaganda di qualche complottista ma che a lanciare l’accusa siano stati spesso dei presidenti di Regione ha alimentato non poco l’idea di una dittatura sanitaria appiattendo un dibattito che invece meritava (e merita) di essere fatto senza che sia sempre e solo propaganda e scontro.

Non è una questione di profili penali (quelli ci penserà la giustizia a approfondirli): si tratta di un uso spregiudicato del potere che sembra non avere mai la capacità di valutare la salute pubblica serenamente, senza metterla in competizione con il fatturato. Siamo sempre qui, siamo ancora qui. E forse la questione è molto più larga della semplice Sicilia: da mesi molti analisti (gente che i numeri li maneggia per mestiere) segnalano “stranezze” nei dati giornalieri. E il dubbio è che il tempo ci mostri il vero volto del potere in questa pandemia. E non sarà un bel vedere.

Buon mercoledì.

* In foto, l’assessore alla Sanità della Regione Sicilia Ruggero Razza e il governatore Nello Musumeci

Scusa, Cuba

Foto Claudio Furlan/LaPresse 22 Marzo 2020 Varese (Italia) cronaca Arrivo della delegazione di medici cubani che verranno impiegati nell’ospedale da campo allestito all’ospedale di Crema Photo Claudio Furlan/LaPresse 22 March 2020 Varese (Italy) news Arrival of the delegation of Cuban doctors who will be employed in the field hospital set up at the Crema hospital

Ve lo ricordate il 22 marzo 2020? 53 medici cubani della Brigata internazionale Henry Reeve arrivarono in Lombardia, c’erano medici, epidemiologi, anestesisti, rianimatori e infermieri specializzati in terapia intensiva. La Lombardia in quel momento era l’epicentro mondiale della pandemia nel mondo e i medici cubani, specializzati nel trattamento delle malattie infettive, vennero spediti nell’ospedale da campo di Crema. Gli “hermanos de Cuba” li chiamavano affettuosamente i colleghi italiani. La sindaca di Crema Stefania Bonaldi disse: «Ci sentiamo fortunati. All’alba siamo saliti sul loro autobus con la bandiera di Cuba tra le mani e con gli occhi lucidi per ringraziarli ancora una volta – raccontò ancora la sindaca -, ma ci piace pensare che sia stato solo un arrivederci e non un addio, perché continueremo a fare cose belle insieme». Se andate a cercare le dichiarazioni ufficiali del governo invece sono poche, rare.

Alcuni sostennero quei medici cubani addirittura come candidati al Nobel per la Pace. Peccato che l’arrivederci affettuoso che abbiamo riservato ai cubani sia uno schiaffo in faccia: nel Consiglio dei diritti umani cinque giorni fa è stata votata una risoluzione, inappuntabile giuridicamente dal punto di vista del diritto internazionale, che rilevava il pesante impatto negativo che le sanzioni, ovvero, con termine più tecnico, le misure coercitive unilaterali hanno sui diritti umani. Tra questi ovviamente c’è anche l’anacronistico embargo che gli Usa impongono a Cuba dal 1962. 59 anni di sanzioni durissime con cui lo Stato più forte impone sofferenze durissime a uno Stato più debole per piegarlo alle proprie decisioni, un bombardamento senza bombe per imporre la propria politica estera.

La risoluzione è ovviamente passata ma l’Italia è riuscita a farsi notare votando contro, in nome di un becero atlantismo che risulta assolutamente fuori tempo e che sembra essersi dimenticato dell’aiuto ricevuto in questi ultimi mesi. Un voto infame (che al momento non ha spiegazioni ufficiali) e di cui ci sentiamo di chiedere scusa. L’embargo durante la pandemia tra l’altro in campo sanitario mette a rischio anche l’approvvigionamento di macchinari indispensabili per affrontare il virus. «Potrebbe mancare qualsiasi cosa – spiegava l’Ambasciatore Josè Carlos Rodriguez Ruiz -: un componente di un apparecchio sanitario, una tecnologia o un principio attivo che potremmo reperire negli Stati Uniti, ma che non può raggiungere Cuba a causa del blocco. In quel caso saremmo costretti a rivolgerci altrove a costi molto più alti ma con grandi difficoltà. Un esempio: se volessimo acquistare una macchina della multinazionale tedesca Siemens dotata di una porzione di tecnologia statunitense non potremmo farlo…».

Scusa Cuba.

Buon martedì.

Le domande illegittime a un colloquio di lavoro

Businesswoman and businessman HR manager interviewing woman. Candidate female sitting her back to camera, focus on her, close up rear view, interviewers on background. Human resources, hiring concept

Ciclicamente qualcuno se ne ricorda e ne scrive ma in fondo sembra non cambiare mai niente. In nome di una certa apprensione (se non disperazione) nel cercare un lavoro spesso ci si ritrova di fronte a domande che violano la sfera personale e che potrebbero essere considerate offensive dal candidato eppure ci sono leggi come il Codice delle pari opportunità o lo Statuto dei lavoratori che da tempo le vieterebbero.

In un’epoca in cui ci si è schiacciati sull’idea che il datore di lavoro sia una sorta di benefattore universale, come se non fosse uno scambio di prestazioni ma addirittura una salvezza, si moltiplicano le domande che i candidati si ritrovano mentre dall’altra parte si apre una vera e propria inchiesta sulla vita privata.

Ci sono le donne, innanzitutto, e quella solita questione di vedere la maternità come un inghippo alla produttività. Sono forti questi capi d’azienda: si lamentano della bassa natalità in Italia (che gli deve garantire sempre nuove generazioni di consumatori) ma vorrebbero che a fare figli siano le dipendenti degli altri, mica le loro. Così la domanda sulla situazione sentimentale di una candidata (che non accetteremmo nemmeno dalla nonna durante la cena di Natale) diventa un episodio ricorrente. A ruota c’è il solito “vuole avere figli?” che qualcuno prova a mimetizzare dietro il più vago “come si vede tra 5 anni?” (temendo la risposta “mamma”): peccato che per l’articolo 27 del decreto legislativo 198 del 2006, il Codice delle pari opportunità fra uomo e donna, «È vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale». Il secondo comma dell’articolo spiega che la discriminazione è proibita anche se attuata attraverso il riferimento allo stato matrimoniale, di famiglia o di gravidanza.

Se ci sono figli si accavallano anche le domande come “Hai la nonna che li gestisce?”, “Ma quanti anni hanno i tuoi figli?”, anche queste illegittime. Chi cerca lavoro si organizza gli impegni famigliari senza il bisogno della consulenza o dei timori del suo capo personale. Grazie no, no grazie.

Anche sapere che lavoro facciano i propri genitori non è interessante ai fini di un colloquio, come dice il decreto 198 del 2006. Poi c’è, importante, l’articolo 8 dello Statuto lavoratori, secondo cui: «È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore». Lo stesso Statuto dei lavoratori vieta la domanda su un’eventuale iscrizione a un eventuale sindacato, con buona pace di qualche nuovo idolo del liberismo. Un datore di lavoro non può basare le sue decisioni su una persona in base alla sua nazionalità. Chiedere a qualcuno le sue origini viola il decreto legislativo 215 del 2003 “Attuazione della direttiva 2000/43/CE per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica”.

Ci sono regole già chiare (e giuste) scritte per evitare discriminazioni. Ogni tanto capita di rileggerle e accorgersi che il mondo là fuori invece non si è modificato per niente come sperava il legislatore. E allora vale la pena ricordarle.

Buon lunedì.

Il piano del Sultano: in Turchia, zero opposizione

DIYARBAKIR, TURKEY - MARCH 21: People dance and sing songs as they celebrate Newroz festivities on March 21, 2021 in Diyarbakir, Turkey. Newroz is the Kurdish celebration of Nowruz, the Persian New Year and the spring equinox, which is celebrated by diverse communities across western and central Asia. Newroz is the most important festival in Kurdish culture and has taken the form of political expression among Kurds in Turkey. A top Turkish prosecutor filed a case with the constitutional court on Wednesday demanding the closure of the pro-Kurdish People’s Democratic Party (HDP), in the culmination of a years-long clampdown on Turkish Parliament’s third largest party. (Photo by Burak Kara/Getty Images)

Ha scelto la settimana del Newroz il presidente turco Erdog˘an per lanciare, indirettamente, l’ultimo attacco – il più pericoloso – al Partito democratico dei popoli, l’Hdp, formazione di sinistra pro-curda, che raccoglie sotto il suo ombrello movimenti di base curdi e turchi, aleviti e armeni, Lgbtqi+, ambientalisti, socialisti. Un partito plurale, capace di portare in Parlamento le voci delle comunità marginalizzate dall’uniformità agognata della turchizzazione di Stato.

Il 17 marzo è stata la giornata clou: prima Ömer Faruk Gergerlioğlu, deputato Hdp, è stato privato del suo status di parlamentare, il 14esimo negli ultimi anni a perdere lo scranno dopo un voto dell’aula. Poche ore dopo le agenzie hanno battuto la notizia attesa e temuta: il capo procuratore della Corte d’appello della Cassazione ha depositato alla Corte costituzionale un atto di accusa contro il partito chiedendone la messa al bando per aver attentato «all’indivisibile integrità dello Stato turco con la sua nazione», di concerto con il Pkk. Non è piovuta dal cielo, sono mesi che l’Mhp, il partito ultranazionalista al governo insieme all’Akp di Erdogan, ne chiede la chiusura, una campagna martellante sui social e suoi giornali contro la terza forza parlamentare del Paese.

Come ricordano i due co-portavoce agli Affari esteri dell’Hdp, Feleknas Uca e Hişyar Özsoy, «in Turchia la chiusura dei partiti politici, specialmente i partiti filo-curdi, non è un’eccezione storica. Finora la Corte costituzionale ha vietato sei partiti filo-curdi». Il primo, l’Hep nato nel 1990, è stato messo al bando nel 1993. Da lì l’operazione di cancellazione è proseguita. Fino all’Hdp, erede della tradizione precedente ma capace di allargarsi ad altri settori della società, diventando un riferimento politico oltre i confini del sud-est a maggioranza curda.

«Dalla fondazione della Repubblica turca i partiti pro-curdi si sono dovuti concentrare sulla…


L’articolo prosegue su Left del 26 marzo – 1 aprile 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

La visione di Laura Conti, partigiana dell’ecologismo

Ho molto condiviso la sfida lanciata da Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi con il loro libro Laura non c’è, col quale calano nella realtà di oggi Laura Conti, il suo sterminato lavoro scientifico e impegno politico sociale. C’era un grande bisogno di questo tentativo perché in un periodo così difficile per l’intera umanità si sente un grande bisogno della genialità di Laura Conti, che invece è stata dimenticata. È stato fatto quindi un lavoro utile, reso possibile dalla casa editrice Fandango libri che lo ha pubblicato, dandogli però ulteriore forza proponendo la ristampa di una delle opere più suggestive di Laura Conti “Una lepre con la faccia di bambina”.

Mi ha convinto l’idea delle due autrici non tanto e non solo per il legame di amicizia ed affetto che mi lega ad entrambe, in particolare a Marina, ma perché ho trovato convincente la loro idea di riportare Laura Conti e il suo ambientalismo scientifico al centro del confronto político culturale che si sta sviluppando su come uscire da questa terribile crisi causata dalla pandemia. Ragionare su Laura Conti se non altro ci aiuta a non dare per scontato nulla, soprattutto quella paccottiglia ideologica che televisioni e giornali spesso diffondono e cioè che la tragedia comune in cui la specie umana è coinvolta ci ha reso più solidali, pronti a rivedere egoismi e stili di vita insostenibili. Laura avrebbe ridicolizzato questi predicatori interessati, fatto capire che la sostenibilità sociale ed ambientale è solo una delle opzioni, che però solo una lotta collettiva può rendere viabile, perché tanti “ecofurbi” stanno alacremente lavorando per tornare alla normalità di prima, con le sue disuguaglianze e insostenibilità ambientali.

La diffusione dei saperi e della cultura sono condizioni indispensabili per uscire da questa crisi tremenda. Un popolo e un Paese senza memoria, in cui non esiste diffusione dei saperi e cultura non può incamminarsi verso nessuna transizione, tantomeno quella ecologica. Anche per questa ragione è importante il lavoro fatto dalle due autrici, così come la decisione di Fandango di ristampare Una lepre con la faccia di bambina.
Laura non c’è immagina una Laura Conti viva e centenaria immersa nelle tragedie di oggi. Con un linguaggio tutto al femminile, propone sette dialoghi con altrettante donne, rappresentative delle grandi domande di cambiamento, dalla donna medico alla ragazzina di Friday for future, dalla femminista all’attivista vegana. Barbara Bonomi e Marina Turi ci riconsegnano una Laura Conti pienamente coinvolta nelle terribili inquietudini del mondo odierno, travolto dalla crisi ambientale, di cui il cambio climatico è solo…

*

L’illustrazione è tratta dalla copertina del libro Laura Conti. Alle radici dell’ecologia di Chiara Certomà, edizioni Legambiente Onlus


L’articolo prosegue su Left del 26 marzo – 1 aprile 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Poesia, arte e politica in Chiaraluce

Giuditta Chiaraluce è una disegnatrice marchigiana che negli ultimi anni ha accompagnato il lavoro creativo a quello culturale e politico, collaborando con artisti, case editrici, e dando vita con altri a un piccolo festival comunitario di poesia, “I fumi della fornace”. Artista dal segno lirico-ribelle, dal tratto grafico essenziale dallo stile a china e a tinte pastello, il suo mondo è composto da un ampio animalario fantastico fatto di pipistrelli, cervi volanti che scalano il cielo, leprotti scattanti e asini malinconici, mentre le sue esili figure umane hanno sempre forti sembianze di gioiosa e terrestre vitalità ed eleganza formale.

Possiamo definire i tuoi disegni poetici e politici? Mi pare che nel tuo segno, nel tuo bestiario, c’è sempre un tratto ribelle.
La parola ribelle direi che è una delle mie preferite e quindi risponderei sì. Fin da piccola mi dicevano che avevo uno spirito ribelle, e pur non capendo bene cosa significasse mi…

 

* In alto, l’illustrazione “Ciao, c’è vento” di Giuditta Chiaraluce


L’articolo prosegue su Left del 26 marzo – 1 aprile 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Fulvio Iannaco e il lato oscuro della filosofia di Hegel

In alto a destra il disegno di Massimo Fagioli che compare sulla copertina del libro

Fino agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso l’attenzione nei confronti dell’hegelismo non sembrava certo in discussione, segnatamente in certi ambienti della sinistra marxista italiana. Questa attenzione viene gradualmente diminuendo nei decenni successivi, e in particolare è il nesso fra gli studi sull’hegelismo e i grandi accadimenti storici, è l’Hegel politico e interprete della storia, l’Hegel predecessore rovesciato di Marx, che non è più al centro del dibattito culturale. Ma non solo. L’affermarsi di prospettive antitetiche al razionalismo totalizzante di matrice hegeliana, sembrerebbe aver dato il colpo di grazia al padre dell’idealismo tedesco… Hegel filosofo superato, allora… Fulvio Iannaco, nell’introduzione al suo lavoro, però avvertiva: «Ma non è vero, a nostro avviso, che sia mai stato superato dai filosofi. È vero piuttosto che esso ha finito col prevalere perché anche il superamento dell’hegelismo è stato, a ben vedere, un “superamento” hegeliano… Ha prevalso perché qualsiasi possibile critica razionale al sistema della ragione dialettica non può, logicamente, che farne parte».

E qui noi troviamo una prima risposta alla domanda del perché di questa pubblicazione. La frammentazione dei saperi, la pretesa autonomia delle cosiddette scienze sociali, o il “successo” del pensiero debole con la sua decostruzione di nozioni centrali della tradizione filosofica quali quelle di “verità” e “ragione”, in altre parole tutte quelle impostazioni di pensiero degli ultimi decenni che possiamo definire “anti-hegeliane” o “post-hegeliane” possono ancora esser lette, con Hegel, come momenti o fasi del “negativo” nella storia delle idee, destinate anch’esse a tramontare in vista di una inedita visione sintetica e globale del sapere e dell’affermarsi della…


* In alto, il disegno di Massimo Fagioli che compare sulla copertina del libro di Fulvio Iannaco, “Hegel in viaggio da Atene a Berlino” (L’asino d’oro edizioni)

 


L’articolo prosegue su Left del 26 marzo – 1 aprile 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

La scelta di Pablo Iglesias: difendere Madrid dai neofascisti

Leader of the far-left party Podemos party Pablo Iglesias arrives to give a press conference in Madrid, on May 27, 2019, a day after Spain held European, local and regional elections. - Podemos, which had conquered the biggest Spanish cities in 2015 with other radical left movements, lost all these municipalities and suffered a humiliating defeat in the polls. (Photo by OSCAR DEL POZO / AFP) (Photo credit should read OSCAR DEL POZO/AFP via Getty Images)

In un video di otto minuti girato in una sala istituzionale ornata di bandiere, il vicepresidente del governo spagnolo, Pablo Iglesias, camicia bianca e lunghi capelli raccolti in uno chignon, spiega la sua decisione di lasciare la nomina governativa per candidarsi alle elezioni anticipate della Comunità autonoma di Madrid, indette per il prossimo 4 maggio. «Metterò in gioco tutto quello che ho imparato in questi anni per costruire una candidatura di sinistra forte e ampia». Aggiunge che è una sfida convinta alla presidente in carica Isabel Ayuso e al suo governo regionale finora dominato dalla vecchia destra del Partito popolare e da quella nuova e estrema di Vox. Ossia da quelle forze diventate sempre di più una minaccia per la democrazia spagnola.

Ora che è evidente l’idea di Ayuso e di Vox di fare della capitale il laboratorio della futura destra dell’Europa occidentale, per creare le condizioni per il trumpismo in Spagna, Iglesias si candida «come madrileno e antifascista» perché «la Comunità di Madrid ha bisogno di un governo di sinistra». La posta in gioco è alta e non è un azzardo sostenere che il risultato di queste elezioni regionali è destinato a influenzare gli equilibri politici nazionali e riguarda anche la tenuta del governo di coalizione progressista.

Proprio mentre Podemos sembra…


L’articolo prosegue su Left del 26 marzo – 1 aprile 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Il senso del centrodestra (e non solo) per Mussolini

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 02-06-2020 Roma Politica Flash mob del centrodestra "L'Italia non si arrende" Nella foto Antonio Tajani, Giorgia Meloni, Matteo Salvini Photo Roberto Monaldo / LaPresse 02-06-2020 Rome (Italy) Flash mob of the center-right parties "Italy does not give up" In the pic Antonio Tajani, Giorgia Meloni, Matteo Salvini

Certe pagine storiche non possono non bruciare e infiammare ancora. Nel 1923, pochi mesi dopo il suo arrivo al governo, le città presero a conferire in massa la loro cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Tra le prime Bologna, Napoli, Firenze. Il boom ci fu l’anno seguente, nella primavera del 1924 assunse le fattezze di un’operazione celebrativa in pompa magna. Complici, ma era un pretesto, l’anniversario della Grande guerra e l’insediamento del nuovo Parlamento, dopo elezioni martoriate da gravissimi episodi di squadrismo. E il rapimento e l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti erano dietro l’angolo. Anche grazie a questi provvedimenti di matrice sublimante, il dittatore si accingeva ad assurgere al rango di duce, figura mitica e avulsa dal presente, proiettata sul palcoscenico dei millenni. È passato un secolo, ma siamo fermi lì. In diverse parti della penisola l’onorificenza è tuttora valida. Nel 2017 il problema era stato sollevato, con un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro dell’interno Marco Minniti, dal segretario nazionale di Sinistra italiana. Nicola Fratoianni gli chiese se non intendesse «valutare la sussistenza dei presupposti, anche mediante iniziative di natura legislativa, per revocare tutte le cittadinanze onorarie a Mussolini. Non un approccio giacobino alla memoria, bensì una scelta in linea con la Costituzione repubblicana, perché non si possono onorare nello stesso elenco il fondatore del fascismo e chi lo ha combattuto».

Un appello però caduto nel vuoto. Anzi, bypassato dallo stillicidio di cronache. Vediamo gli ultimi casi. Inizio marzo…


L’articolo prosegue su Left del 26 marzo – 1 aprile 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO