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È che noi non siamo più gli stessi

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 25-10-2020 Roma Politica Palazzo Chigi - Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte illustra il nuovo Dpcm con le misure contro l'emergenza Covid-19 Nella foto Giuseppe Conte Photo Roberto Monaldo / LaPresse 25-10-2020 Rome (Italy) Chigi palace - Press conference of the Prime Minister Giuseppe Conte on the new Prime Minister's Decree In the pic Giuseppe Conte

Arriva il nuovo Dpcm. E arriva la nuova conferenza stampa del presidente Conte. E arrivano le nuove misure. Torna tutto, come uno schiaffo. E, sia chiaro, è uno schiaffo evidentemente necessario perché i numeri ci dicono che la crescita è ormai fuori controllo, perché le testimonianze dei medici e degli infermieri raccontano di ospedali che stanno tornando a straripare e perché no, non funziona che negare un problema lo elimini dal tavolo. Non funziona.

Però c’è un dato su tutto, che è un dato politico ma anche affettivo, economico, professionale e inevitabilmente politico che va registrato: noi non siamo più gli stessi di inizio pandemia. E di questo si deve tenere conto se si vuole provare a analizzare le difficoltà del momento e le inevitabili difficoltà di questa nuova decisione.

Non siamo più gli stessi perché nel Paese c’è gente, tantissima gente, che ha seguito le regole e che si è comportata responsabilmente in tutti questi mesi. C’è gente che, anche tra i professionisti e i piccoli imprenditori, che hanno adattato la propria quotidianità ai nuovi protocolli e sono stati molto attenti a tutti i gesti e a tutti i loro clienti. Il governo ha dato delle disposizioni, le regioni hanno dato le loro disposizioni e quelle regole sono state applicate per filo e per segno. E se all’inizio della pandemia tutti erano più disposti a sacrificare e a sacrificarsi ora i cittadini sono inevitabilmente intrisi di un risentimento contro chi le regole le ha evase o le ha scritte male: i trasporti pubblici ogni mattina sono un esempio paradigmatico di come sia difficile accettare il lockdown del proprio tempo libero mentre si registra una mostruosa pericolosità negli spostamenti lavorativi.

Non siamo più gli stessi perché abbiamo registrato, e qui su Left ne abbiamo scritto più volte, tutte le irresponsabili voci di chi quest’estate in nome dello spirito ludico ci ha voluto ripetere di non preoccuparci, di stare tranquilli, che era tutto finito, che era tutto passato e che non sarebbe tornato.

Non siamo più gli stessi perché abbiamo visto con i nostri occhi cosa significhi un sistema sanitario senza controllo, quello che lascia morire la gente in casa e che ti lascia per giorni in attesa perfino di una diagnosi, figurarsi una cura. E se prima c’era la giustificazione della pandemia improvvisa ora ci viene naturale chiederci perché farsi trovare impreparati a qualcosa di prevedibile e previsto.

Non siamo più gli stessi perché abbiamo provato sulla nostra pelle le cicatrici di un’amputazione sociale e affettiva, sappiamo cosa significhi avere paura del futuro, sappiamo che il welfare è quella cosa che deve permetterci di rimanere in piedi, anche ciondolando, garantendo la sopravvivenza economica oltre che sanitaria.

No, non siamo più gli stessi perché probabilmente ci siamo anche incattiviti e non siamo più disposti a sopportare errori ripetuti come se non ci fosse già stata un’esplosione epidemica. Non siamo disposti a non sentirci protetti.

I sacrifici ora devono essere accompagnati dai fatti. Conte l’ha capito benissimo e infatti ieri ha parlato dei sussidi economici come punto centrale del proprio discorso. La retorica non funziona più e nemmeno il paternalismo: se salvarsi “costa” sacrifici ora serve un Governo (e le politiche regionali) che sia disposto a pagarli.

Ma c’è un punto sostanziale: noi non siamo più gli stessi e qualcuno sotto traccia, in modo subdolo, cercherà di usare questa stanchezza per trasformarla in rabbia. Ci sarà qualcuno che proverà a usare diritti che sono messi sotto stress per usarli come innesco di odio e di violenza. È sempre lo stesso copione, funziona sempre così. È un momento delicato e importante, al di là del virus: bisogna pretendere il rispetto delle difficoltà di tutti senza cadere nel ventre molle di chi usa la disperazione come arma. Non è un momento facile. Non sarà facile.

Buon lunedì.

Riscoprire l’umanità, la coraggiosa ricerca di Franz Boas

«Questo libro tratta delle donne e degli uomini che si sono trovati in prima linea nella più grande battaglia morale dei nostri tempi: la lotta per dimostrare che, nonostante le differenze del colore della pelle, di genere, di abilità e di tradizioni, l’umanità è una sola» scrive Charles King nel nuovo libro La riscoperta dell’umanità da poco pubblicato in Italia da Einaudi (tradotto da D. Ferrari e S. Malfatti).

L’ultimo lavoro dello scrittore e docente statunitense (che mutua il titolo da uno scritto di Zora Neale Hurston, protagonista di ricerche etnografiche nei Caraibi) rende omaggio all’uomo e allo studioso Franz Boas (1858-1942), pioniere della moderna antropologia. E studioso di grande statura civile.

Prima di avere un posto stabile alla Columbia University fu curatore scientifico del Museo americano di Storia naturale, che in quanto museo era una istituzione dell’establishment e ospitava conferenze sull’eugenetica e mostre sugli «effetti negativi dell’incrocio razziale». Fu in quel frangente che Boas ne comprese tutta la pericolosità. Negli anni Trenta pubblicamente prese coraggiosamente posizione contro ciò che stava accadendo in Germania dalla quale era partito giovanissimo per studiare e tentare la strada della ricerca trasferendosi in America. Quando denunciò le tesi naziste aveva già 70 anni e, dopo tanti anni di insegnamento, stava per andare in pensione. Ma non si mise le pantofole. Quel pronunciamento che lo esponeva anche a rischi personali era coerente con tutto ciò che aveva sempre trasmesso ai suoi studenti, stimolandoli a pensare con la propria testa e a smascherare la pseudo scienza che era alla base delle leggi restrittive sull’immigrazione negli Stati Uniti.

Nato in una famiglia borghese di origini ebraiche, Boas era inorridito nel vedere che i nazisti si erano ispirati proprio al lavoro pionieristico degli americani nell’eugenetica e più in generale al bigottismo statunitense. Lui che da sempre usava la parola “razza” tra virgolette, utilizzate come guanti chirurgici, vedeva in questa categoria una «finzione pericolosa». 

Da La riscoperta dell’umanità di King emerge uno sfaccettato e appassionato ritratto di Boas, fin dai suoi primi viaggi per conoscere la comunità Inuit. Da ricercatore sul campo decise di fare rotta verso l’Artico proprio perché, diversamente dall’Africa (meta soprattutto di soldati e mercanti), era un luogo di esplorazione nel suo significato più nobile. Ma questo libro non è la biografia di un geniale e solitario antesignano. Piuttosto è una biografia collettiva che abbraccia un intero gruppo di antropologi allievi di Boas, che seguirono e svilupparono il suo impegno. Avremo modo di riparlarne più avanti. Intanto riannodiamo i primi fili della storia: nelle prime pagine del libro di Charles King incontriamo Boas giovanissimo, disposto a fare lavoretti qualunque pur di poter fare ricerca sul campo. Poco dopo diventa redattore di Science, quando era una rivista che ancora faticava ad affermarsi, scrivendo articoli intraprendenti che sfidavano gli assunti accademici. Lo seguiamo nell’avventurosa impresa che lo portò sull’isola di Baffin ma anche fra gli indiani Bella Coola nella provincia canadese della Columbia britannica dove rimase affascinato dalla loro lingua e dalle danze che mettevano in scena con raffinate maschere di legno intagliate.

All’epoca, in quello scorcio di Ottocento, la parola antropologia – che esisteva fin dai tempi di Aristotele – cominciava ad assumere un senso pieno, come studio dell’essere umano, cercando di far luce su come si era sviluppato Homo sapiens. «Il trasferimento di Boas negli Stati Uniti coincise con l’epoca in cui si affermò la figura dell’antropologo, un termine che si cominciava ad utilizzare sempre più spesso per indicare chi viaggiava, raccoglieva artefatti, studiava lingue straniere e andava in cerca di ossa», scrive King. Proprio come Boas aveva fatto sull’isola di Baffin e sulla costa sud occidentale degli Usa. «Dandosi quel nome di antropologo si aveva la sensazione di fare un lavoro pionieristico. L’antropologo trovava di fronte a sé regni inesplorati, poteva attraversare a ritroso il tempo e osservare le origini dell’umanità». 

E Boas lo faceva con una mente laica e scevra da pregiudizi. Con un metodo che fece scuola e, soprattutto, lo portò a scrivere che l’edificio della gerarchia razziale era una fandonia. Le differenze tra diversi tipi sono, nel complesso, piccole rispetto all’arco di variazione all’interno di ciascun tipo, annotava Franz Boas. Non solo non c’era alcuna linea netta fra gruppi apparentemente diversi, «ma – scrive King – quando si provava a definire la razza, e ancor più a quantificarla con pinze e metri a nastro, in mano non restava altro che una manciata di polvere». 

Con il suo libro L’uomo primitivo (1911) Boas si dedicò a smantellare l’idea di una gerarchia fra razze e, in ultima istanza, della razza in sé. Ma a ben vedere c’era anche altro: già allora con quel testo si proponeva di parlare della mente delle popolazioni primitive (non a caso il titolo inglese del libro era: The mind of primitive man). Una nascita umana uguale per tutti? Ci sarebbe voluto un sessantennio per arrivare a questo con la moderna psichiatria. Ma resta straordinario il suo lavoro e il modo con cui ha cercato, personalmente e nel suo gruppo di antropologi ribelli, di sradicare le nozioni contrapposte di “noi” e “loro” e la paura dell’incontro con l’altro, lo sconosciuto. Resta il fatto che con coraggio, passione umana e civile, in un momento così buio della storia come quello segnato dal nazifascismo, insieme ad altri, si sia dedicato totalmente ad argomentare scientificamente che, nonostante il colore della pelle o la provenienza culturale di ciascuno, l’umanità è una sola. Boas e i suoi osarono affermare questo pensiero in un contesto, come quello americano, dove i bianchi al potere teorizzavano la superiorità intrinseca della civiltà occidentale. (Ancora oggi Trump e i suprematisti bianchi vorrebbero riportarci a quell’idea nazista). Boas sosteneva invece il pluralismo, il valore dell’empatia e della ricchezza culturale che nasce dall’incontro con l’altro. Invitando i suoi studenti a analizzare le proprie reazioni di “disgusto”, di “choc” per prendere consapevolezza dei propri pregiudizi più profondi. Fra i suoi allievi c’erano Ruth Benedict ed Ella Cara Deloria, ma c’era anche Margaret Mead poi compagna di Gregory Bateson. A lei Charles King dedica ampio spazio nel volume raccontandone la vicenda intellettuale fin da quando, a soli 23 anni, viaggiava da sola, avendo da poco terminato la tesi di dottorato con Papà Franz (così gli studenti chiamavano Franz Boas) che l’aveva incoraggiata a recarsi in luoghi dove poter fare un lavoro originale e lasciare il segno come antropologa. «Con una buona organizzazione e un po’ di fortuna – le scriveva – la tua ricerca potrebbe diventare il primo tentativo serio di addentrarsi nella mentalità dei nostri antenati». «Se ci riuscirai sarà l’inizio di una nuova metodologia di ricerca sulle tribù indigene», aggiungeva. Così Margaret Mead andò alle Samoa per cercare di capire perché l’adolescenza, secondo un pregiudizio consolidato, era considerata un problema presso quelle popolazioni. Per scoprire poi – dopo aver scalato montagne e aver vissuto nei villaggi trascrivendo storie di bambini e adolescenti – che invece in quella comunità le norme erano fluide, la verginità era un valore celebrato a parole ma tenuto in scarsa considerazione in pratica. Insomma i costumi samoa, secondo quanto documentato da Margaret Maed non erano affatto “primitivi”o retrogradi. E risuonavano profondamente con i valori rivendicati dalla generazione di Maed, quella più giovane e colta degli anni Venti. Alle spalle del suo lavoro, grazie a Boas, c’era una lettura dell’antropologia non solo come una scienza ma anche come vissuto e come esperienza non da idealizzare o museificare ma da cui trarre insegnamenti in una prospettiva di liberazione. Per questo le idee di Boas, indirettamente, aiutarono la lotta delle donne contro l’ordine patriarcale. Molti studiosi prima di lui avevamo lanciato teorie pretestuose su ciò che ai loro occhi era naturale. Boas suggerì che quelle cose potevano non essere così naturali, dopo tutto.

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Maher come Patrick Zaki. Nel buco nero dei diritti

GAZA CITY, GAZA - OCTOBER 18: A painting wall shows Palestinian prisoner in Israeli jail Maher Al-Akhras, who has been on a hunger strike for 84 days, rejecting the food, at Nuseirat Refugee Camp in Gaza City, Gaza on October 18, 2020. (Photo by Mustafa Hassona/Anadolu Agency via Getty Images)

C’è una forma di prigionia più ingiusta di altre, quella politica. E tra queste c’è una modalità di privazione della libertà più straziante di altre: quella senza fine apparente. È la detenzione cautelare, senza processo, spesso senza accuse ufficiali, senza limiti di tempo. Rinnovata di 15, 30, 45 giorni o di tre, sei, dodici mesi, senza soluzione di continuità fino a far diventare un tempo che per sua natura dovrebbe essere determinato in una prigionia indeterminata. Non conoscere la data di fine pena significa vivere senza certezza di libertà.
In Medio Oriente la detenzione cautelare è comune, ci sono governi che la utilizzano come strategia di piegamento della volontà, dentro e fuori le carceri: due di questi sono alleati europei, Israele ed Egitto. Così possiamo legare le prigionie, apparentemente lontane per contesto e storie personali, di Maher e Patrick.

Maher al-Akhras ha 49 anni, è palestinese. Nel luglio scorso è stato arrestato dall’esercito israeliano e posto in detenzione amministrativa (questo il nome della custodia cautelare nell’ordinamento israeliano) fino al 26 novembre in prima istanza, con possibilità di rinnovo. Non conosce i motivi dell’arresto (sembra sia accusato di appartenere alla Jihad islamica, ma non sono state presentate prove), la detenzione amministrativa non lo prevede: al tribunale militare basta visionare un file segreto dei servizi dove si spiegherebbe perché una persona è considerata una potenziale minaccia per autorizzare la detenzione di sei mesi, rinnovabile senza limiti.

Dal 27 luglio Maher al-Akhras rifiuta di mangiare. Ha deciso di usare il suo corpo come migliaia di prigionieri politici palestinesi prima di lui, come primordiale strumento di protesta: lo sciopero della fame. Una violenza che ci si auto-infligge per protestare, per togliere all’autorità il monopolio della violenza e ottenere ascolto: Maher chiede che si revochi subito la detenzione amministrativa, richiesta finora negata per ben due volte dall’Alta corte israeliana. O meglio, gli è stata presentata un’offerta: torna a mangiare e lo Stato si impegna a non rinnovare l’ordine di detenzione amministrativa dopo il 26 novembre. A meno che, si aggiunge, non si trovino altre prove segrete. Maher ha detto di no: vuole uscire subito, visto che non è accusato di nulla. E vuole che Israele, dopo 43 anni di incessante utilizzo della misura cautelare contro i palestinesi dei Territori occupati, non la utilizzi più.
Maher al-Akhras non mangia da oltre 90 giorni, è ricoverato in…

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Susan Abulhawa: Nemiche pubbliche del patriarcato

A Palestinian woman flies a kite during a demonstration ahead of the Land Day, at a tent city along the border with Israel east of Gaza City on March 29, 2018. Land Day marks the killing of six Arab Israelis during 1976 demonstrations against Israeli confiscations of Arab land.(Photo by Momen Faiz/NurPhoto via Getty Images)

Nahr è rinchiusa in isolamento nel Cubo, piccola prigione super-tecnologica di cemento armato. Condannata dagli israeliani per “terrorismo”. È da questo luogo-non luogo, che parte il racconto di Nahr, ormai con i capelli grigi. È lei la protagonista dell’ultimo libro di Susan Abulhawa Contro un mondo senza amore (edito da Feltrineli, traduzione di Giulia Gazzelloni).
La Nakba del 1948 e poi la Naksa del 1967, avevano condotto la sua famiglia in Kuwait, dove Nahr è nata e ha vissuto giorni felici, amici, mare, sole. Molte pagine sono dedicate a questo racconto, fino all’invasione irachena, poi la prima guerra del Golfo e una nuova fuga, fino alla Palestina, di cui non conosce nulla, se non vecchie storie di famiglia. Nella sua vita sperimenterà anche violenza e miseria, sempre con la forza di rialzarsi e di resistere, rifiutando qualsiasi etichetta, di prostituta come di rivoluzionaria…
Alla scrittrice e attivista umanitaria, autrice del romanzo Ogni mattina a Jenin, abbiamo rivolto alcune domande.

Contro un mondo senza amore: un titolo che mi piace moltissimo. Come lo hai pensato e qual è il suo significato per il libro?
Leggendo il libro si trova l’origine del titolo. L’ho preso da una riga di un saggio di James Baldwin, che Nahr e Bilal, combattente palestinese, leggono insieme. Infatti è Bilal che le fa conoscere gli scritti di James Baldwin e il titolo del romanzo è tratto da una frase di The Fire Next Time, pubblicato nel 1963, manifesto contro il razzismo negli Stati Uniti che invita a una sorta di amore politico dei neri «contro il mondo senza amore».

In questo romanzo anche più che nei precedenti, è una donna la protagonista, Nahr, che sperimenta violenza,  miseria e  finisce in carcere come “terrorista”. Una figura simbolica della storia della resistenza palestinese. Tu vedi le donne come spina dorsale della resistenza in Palestina, contro l’abituale narrazione dell’eroe maschio?
Non ho cercato di affermare una distinzione di ruolo delle donne e degli uomini nella resistenza e neanche di assegnare maggior peso alle donne. In tutti i miei romanzi cerco di raccontare storie dalla Palestina con…

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A.A.A vendesi rigenerazione urbana

Quello degli spazi sociali sotto minaccia di sgombero, purtroppo, non è un tema nuovo. Ciclicamente si torna a parlare di una qualche istituzione, soprattutto nelle grandi città, che non dialoga con le realtà associative presenti sul territorio, non ne riconosce il valore e il lavoro svolto e richiede indietro gli spazi – anche legalmente concessi ai diversi attivisti – per svolgere le stesse funzioni che già questi portano avanti da tempo. Usando parole come rigenerazione o riqualificazione. Un po’ quello che sta succedendo a Roma e Milano, con risposte diverse da parte delle realtà coinvolte.

Partendo dalla Capitale, la (triste) attualità è rappresentata da Scup, spazio autogestito nel quadrante est della città, vicino alla stazione Tuscolana, dopo Termini e Tiburtina una delle più importanti di Roma. Gli attivisti, presenti dal 2015 in alcuni stabili in disuso di proprietà di Rfi e concessi loro in comodato d’uso gratuito, oltre ad aver risistemato luoghi a dir poco fatiscenti, hanno creato nel tempo un vero e proprio incubatore di attività e di buone pratiche. A Scup hanno trovato casa una palestra popolare, un mercato, una biblioteca ma soprattutto tanti soggetti, da Libera ad associazioni che lavorano con i disabili, che non avevano uno spazio fisico per incontrarsi. Ci sono poi i corsi di teatro e le tante attività culturali portate avanti in una zona dove prima di Scup «non c’era niente, non un teatro, non uno spazio per i giovani», racconta Marco, uno degli attivisti.

A marzo 2021 però l’esperienza di Scup potrebbe finire a causa del…

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Il presidente Usa lo scelgono le donne

First-term U.S. Rep. Alexandria Ocasio-Cortez, D, New York, right, waits for passersby as she hands out leaflets explaining how to vote early or by absentee ballot at the Parkchester subway station in the Bronx borough of New York, Monday, June 15, 2020, in New York. Ocasio-Cortez is running against challenger and former journalist Michelle Caruso-Cabrera and others in New York's June 23 primary. (AP Photo/Kathy Willens)

Oltre 425 eventi in tutti gli Stati Uniti, migliaia di donne per le strade d’America nel rispetto delle regole anti Covid-19 per dire basta alla presidenza Trump. È la seconda Women’s March del 2020 e si è tenuta a 17 giorni dalle elezioni presidenziali che decideranno le sorti non solo del Paese e degli equilibri internazionali, ma anche della libertà delle donne. Il cuore della protesta è stato il tentativo, ancora in corso, di sostituire la defunta giudice della Corte suprema Ruth Bader Ginsburg, scomparsa meno di un mese fa, con la ultraconservatrice Amy Coney Barrett. La mossa, architettata dal presidente Donald Trump e appoggiata dal Partito repubblicano, è stata fonte di acceso dibattito nel panorama politico: se la giudice Coney Barrett fosse confermata dal Senato nei prossimi giorni (è ancora incerto nel momento in cui andiamo in stampa), alla Corte suprema si affermerebbe una schiacciante superiorità conservatrice che potrebbe pregiudicare l’esistenza di alcune sentenze che normano importanti diritti civili, come la Roe v. Wade che legalizza l’aborto a livello federale.

I quattro anni di amministrazione Trump non sono stati semplici per le donne statunitensi. The Donald è entrato alla Casa Bianca portando con sé l’immagine dell’uomo che non deve chiedere mai, per cui le donne vanno «prese per la vagina», come disse nel 2005 durante un fuori onda del programma televisivo Access Hollywood. La narrazione populista e machista proposta molto spesso dal presidente è stata subito vista come tossica da una parte dell’elettorato femminile: la prima Women’s March contro Trump risale a gennaio del 2017, mese del suo insediamento a Whashington D. C.. «La sua presidenza è iniziata con le donne che marciavano e ora finirà con le donne che votano. Punto» ha dichiarato ad Associated Press la direttrice esecutiva della Women’s March, Rachel O’Leary Carmona.

La questione del voto femminile a Donald Trump è alquanto spinosa. Nel 2016, Hillary Clinton ottenne un vantaggio di soli 14 punti sul voto femminile rispetto al suo avversario, mentre per quanto riguarda le preferenze delle donne bianche senza laurea fu Trump ad assicurarsi il vantaggio schiacciante di 23 punti. Oggi, le cose sembrano essersi rovesciate. Nonostante Joe Biden abbia ormai un vantaggio da doppia cifra sul suo avversario, non è di certo grazie al voto maschile. È con le donne che Biden va forte, un rivolgimento sorprendente viste le problematiche di…

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Vaccino, la grande sfida è a una svolta

In this Sept. 24, 2020, file photo, an employee manually inspects syringes of the SARS CoV-2 Vaccine for COVID-19 produced by Sinovac at its factory in Beijing. China is rapidly increasing the number of people receiving its experimental coronavirus vaccines, with a city offering one to the general public and a biotech company providing another free to students going abroad. (AP Photo/Ng Han Guan, File)

C’è chi lotta per salvare vite umane e chi per la supremazia geopolitica mondiale. La comunità medico-scientifica internazionale da un lato, i governi di Stati Uniti, Russia, Cina e dei Paesi Ue dall’altro. Realtà che spesso sono in antitesi tra loro ma che oggi “desiderano” tutte la stessa cosa e nel più breve tempo possibile: un vaccino in grado di prevenire l’infezione da coronavirus Sars-Cov-2. Come è noto, la corsa vera e propria alla produzione è iniziata a marzo nel pieno del primo picco pandemico. Ora per almeno quattro dei 46 candidati vaccini al momento testati sull’uomo (più altri 91 in fase preliminare di test sugli animali) siamo a un primo vero punto di svolta dal quale dipende la possibilità che durante l’estate 2021 possa prendere il via una vaccinazione di massa della popolazione mondiale (ma non è ancora possibile calcolare quanto tempo occorrerà prima che sia stato distribuito ovunque, di certo si arriverà almeno al 2022).

L’Agenzia europea per i medicinali (Ema), infatti, dopo aver avviato l’iter di autorizzazione per il vaccino sviluppato dalla tedesca BioNTech in collaborazione con Pfizer, per quello sviluppato dalla britannica AstraZeneca in collaborazione con l’università di Oxford e per quello statunitense prodotto da Moderna, sta per ricevere anche la richiesta della farmaceutica cinese CanSino-Bio. Che dunque esce dai confini nazionali e si sottopone alla revisione di soggetti deputati non cinesi. 

Per capirsi, di norma le autorità di regolamentazione di ogni Paese esaminano i risultati delle sperimentazioni e decidono se approvare o meno il vaccino. Durante una pandemia, un vaccino può ricevere l’autorizzazione all’uso di emergenza prima di ottenere l’approvazione formale. Una volta che è stato autorizzato, i ricercatori continuano a monitorare le persone che lo ricevono per assicurarsi che sia sicuro ed efficace. Il CanSino-Bio, uno dei quattro vaccini già autorizzati da Pechino (ma non ancora alla commercializzazione), è stato sviluppato in collaborazione con l’Istituto di biologia presso l’Accademia delle scienze mediche militari. E già questo, data anche l’ovvia segretezza, ha fatto molto discutere e messo in dubbio la validità dell’antidoto. Per di più, la Cina (come la Russia del resto) ha approvato i suoi vaccini senza attendere i risultati delle sperimentazioni di fase 3. Un processo affrettato che come è facilmente intuibile può presentare seri rischi, ma ora almeno per uno dei candidati vaccino cinesi arriverà la verifica dell’Ema. Va detto tuttavia che l’accelerazione dei test non è stata una prerogativa solo di Pechino e Mosca.

Anche per altri candidati vaccino anti-Covid l’iter di sperimentazione/approvazione che di norma richiede 4-5 anni è durato pochi mesi. In particolare si sono assottigliati gli step intermedi tra Fase 2 (test su qualche centinaio di “cavie” umane) a Fase 3 (test su qualche migliaio di “cavie” umane), e la Fase 1 (su un numero ristretto di persone) in diversi casi è stata saltata a pie’ pari. Tanto è vero che CanSino-Bio è arrivato a Bruxelles dopo Pfizer, AstraZeneca e Moderna e lo ha fatto seguendo questo iter: a maggio ha pubblicato i risultati dei test sulla sicurezza di Fase 1, a luglio si è conclusa la Fase 2 di sperimentazione sull’uomo che ha coinvolto i militari dell’esercito cinese (ancora non è chiaro se la vaccinazione sia stata facoltativa o obbligatoria) e a partire da agosto è passata ai test di Fase 3 su cavie umane anche in altri Paesi, tra cui Arabia Saudita, Pakistan e Russia. A parziale rassicurazione sull’efficacia del CanSino-Bio è arrivato nei giorni scorsi un articolo pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet nel quale i ricercatori cinesi descrivono i risultati dei test di Fase 1 e 2 che hanno coinvolto oltre 600 partecipanti volontari sani tra i 18 e gli 80 anni di età.

Secondo gli autori l’antidoto ha sviluppato una risposta anticorpale in tutti i partecipanti entro il 42esimo giorno. Come CanBio, anche Pfizer si muove ad “ampio raggio”. Per esempio sappiamo da fonti interne che da martedì scorso dosi del vaccino da testare su volontari ricoverati con sintomi sono arrivate in vari ospedali svedesi, incluso il Karolinska hospital di Stoccolma. Mentre, come è noto, al di là dell’Atlantico il vaccino Pfizer è “entrato” nella corsa alle presidenziali. Con Trump che ne ha annunciato l’arrivo prima del voto per poi essere seccamente smentito da Ceo di Pfizer, Albert Bourla. Peraltro è praticamente certo che l’approvazione da parte della Food and drug administration (l’equivalente Usa dell’Ema europea) arriverà invece dopo il 3 novembre e che le prime dosi saranno disponibili a novembre inoltrato. E questo termine temporale coincide con quanto annunciato il 6 ottobre scorso dal direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che però non aveva fatto il nome del vaccino che per primo avrebbe tagliato l’ambito traguardo dell’autorizzazione (v. Left del 16 ottobre). A proposito della Fda c’è da dire che negli Usa il vaccino di CanSino-Bio non è nemmeno in fase preliminare di approvazione. Non è un caso che, se uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Trump sia la propaganda anti-Pechino, le tensioni politiche e commerciali tra Usa e Cina trovino sfogo anche in ambito medico-scientifico. La guerra non convenzionale tra i due giganti si gioca dunque anche sul campo “nobile” della ricerca. Ma questa corsa a chi arriva per primo all’antidoto contro il Covid-19 coincide – non certo per una questione di umanità – con l’interesse per la salute di milioni di persone che a partire dalla prossima estate potrebbero evitare il contagio del virus pandemico grazie a uno di questi vaccini. Non importa quale.

*-*

Per approfondire, leggi anche: Il biotecnologo Valerio Azzimato: Il vaccino è essenziale ma nei primi mesi non sarà la panacea

L’articolo è stato pubblicato su Left del 23 ottobre 2020

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Un gigantesco crimine

#EndPoliceBrutalityInNigeria. Campeggiava questa scritta sulla maglia di calcio di Victor Osimhen, giocatore del Napoli e della nazionale del suo Paese. Un gesto forte che è servito a far alzare lo sguardo anche in Italia su quello che sta avvenendo nel grande Stato subsahariano. Tanti i testimonial che si stanno alternando per chiedere al governo di Abuja e alle forze di polizia di rispettare i manifestanti. Da Beyoncè a Rihanna, un unico simbolo, la bandiera nigeriana macchiata di sangue da lanciare sui social e da diffondere ai fan. Ma il silenzio resta, troppi gli interessi commerciali fra alcuni Paesi europei, le compagnie petrolifere in primis e l’immenso Paese subsahariano, un repubblica federale in cui vivono ormai 200 milioni di persone, divise in 36 stati ma soprattutto in oltre 250 etnie, lingue e dialetti. Al punto che l’inglese (e l’esercito) sono stati i veri elementi unificanti.

Una nazione con infiniti problemi, attraversata da sempre da conflitti interni, dalle pressioni integraliste degli jahedisti di Boko haram, al movimento indipendentista in Biafra, alle devastazioni sul delta del Niger. Ma un Paese in via di modernizzazione velocissima. Ad Abuja, la capitale amministrativa, ci sono business man che considerano normale avere il jet privato, caffè italiani che vanno per la maggiore e lusso sfrenato ma riservato a pochi. Ma il resto della Nigeria è una contraddizione continua. Da Benin City continuano a partire, vittime della tratta, ragazze, spesso minorenni, destinate al mercato del “sesso” a pagamento in Europa. Lagos, la antica capitale, vera megalopoli è un centro pulsante di ogni tipo di affari.

E sembra proprio il centro economico del Paese ad essere il cuore della rivolta per studenti, oppositori politici, persone stanche della corruzione e della violenza di Stato. La protesta ha un obiettivo. Si chiede lo scioglimento della Sars (Special Anti Robbery Squad) con cui l’attuale presidente, un generale in pensione, al secondo mandato ed ex golpista Muhammadu Buhari, ha formalmente sciolto il corpo di polizia militarizzato l’11 ottobre scorso. I giovani chiedono riforme in tutti i settori del governo e combattono la corruzione ma soprattutto le autorità dei singoli Stati impongono, come accaduto nell’Edo State, il coprifuoco col pretesto di proteggere i cittadini onesti.

Il 20 ottobre, davanti a un’ondata di manifestazioni, il governo ha imposto un coprifuoco a Lagos perché migliaia di giovani hanno sfidato pacificamente le autorità. Da quanto si apprende da fonti della diaspora nigeriana, i militari hanno interrotto la corrente elettrica e sparato sulla gente.

Secondo Amnesty international sono state uccise almeno 38 persone, centinaia i feriti. La carneficina, ripresa con gli smartphone da numerosi manifestanti, ha fatto il giro del mondo. Nei video si mostrano manifestanti colpiti alle spalle. Erano disarmati ed è difficile identificare gli assassini. Il governo nega ogni addebito ma secondo i rivoltosi ad agire sono state unità speciali senza divisa. Dall’Onu, Antonio Guterres, Segretario generale, con un comunicato ha condannato le violenze della polizia, di fatto confermando le notizie diramate dai manifestanti. Anche il segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in un comunicato rilasciato dal suo portavoce, condanna le violenze della polizia che si sono verificate ieri sera nella metropoli nigeriana. Dopo un coprifuoco di 24 ore imposto dal governatore del Lagos State, Babajide Olusola Sanwo-Olu, un migliaio di persone, per lo più giovani, hanno sfidato l’ordine impartito dalle autorità e sono scesi nelle strade per manifestare pacificamente.

Ci sono state ulteriori cariche, come hanno raccontato ad Africa ExPress, alcuni testimoni, in particolare nel quartiere di Lekki, nella periferia di Lagos e ancora ci sono stati morti e feriti.

Le cariche della polizia hanno investito manifestanti, in particolare a Lekki, un quartiere periferico di Lagos, lasciando una scia di dolore sul terreno. Africa ExPress ha ricevuto numerosi video e foto dai suoi stringer che confermano ciò che si è verificato nella serata di ieri. Gli organizzatori della protesta hanno fatto sapere: “I rapporti degli ospedali e testimoni oculari confermano la brutalità della polizia nei confronti di almeno mille manifestanti, che hanno sfilato pacificamente per chiedere una buona governance e di mettere la parola fine alle violenze delle forze dell’ordine”.

Le proteste proseguono e si estendono di giorno in giorno anche in altri Stati, alcuni edifici sono stati incendiati. Ci sono stati blocchi stradali e anche ad Abuja si sono verificati scontri al punto che molti leader tradizionali sono stati evacuati dalla polizia e le loro case sembrano essere state saccheggiate.

Dal Paese che ha dato i natali al nobel Wole Soyinka, che ha la terza industria cinematografica del mondo, al punto che la si chiama “Nollywood”, giungono sempre più segnali di disperazione che i Paesi ricchi sembrano poco propensi a cogliere. In Europa sono molte le aggregazioni della diaspora nigeriana in esilio. «Anche in Italia siamo tanti – racconta James, da tanti anni in Toscana – ma siamo divisi e non riusciamo ad organizzarci per far sentire la nostra voce».

L’Italia ha da anni un accordo di riammissione con la Nigeria. È stato e viene applicato per rimpatriare soprattutto uomini accusati – a torto o a ragione – di far parte di una organizzazione mafiosa potente che si è radicata in Europa e che controlla i racket di droga e prostituzione, ma troppo spesso, anche a causa di funzionari zelanti che quando vedevano come paese di provenienza la parola “Nigeria”, sono state espulsi richiedenti asilo, oppositori politici, ragazze che erano destinate alla tratta.

Ma l’importante è non disturbare i buoni rapporti di affari con il gigante africano, cosa importa se anche lì in mezzo alla ricchezza, riemerge la brutalità da regime. Meglio la criminalizzazione di un popolo multiforme che fare i conti con anni e anni di corruzione che hanno devastato non solo l’ambiente – il delta del Niger è una delle aree più inquinate del pianeta -, non solo le relazioni fra popoli che lentamente si riconoscono in un unico Paese, non solo distrutto culturalmente le prospettive riducendo tutto a mercato.

Il danno arrecato è peggiore, si sta togliendo giorno dopo giorno, ogni speranza di cambiamento. I giovani che manifestano sono una speranza enorme di invertire la rotta. Hanno scelto di lottare e non di imbarcarsi in viaggi senza speranza. Non lasciamoli soli.

La fiera delle falsità

Foto Claudio Furlan - LaPresse 06 Ottobre 2020 Cremona (Italia) News Assemblea Generale Associazione Industriali di Cremona presso CremonaFiere Nella foto: Matteo Salvini Giorgia Meloni Photo Claudio Furlan - LaPresse 06 October 2020 Cremona (Italy) Assemblea Generale Associazione Industriali di Cremona In the photo: Giorgia Meloni

Dura di questi tempi essere di centrodestra in Italia. Dura soprattutto dover essere di quel centrodestra che alliscia la teoria della dittatura sanitaria senza mai dirlo specificatamente, quelli che devono accarezzare i negazionisti di tutte le varie nature e lo fanno con trucchi riconoscibili a un chilometro di distanza. Il modello è sempre lo stesso: quello che porta Trump a riempire i social di notizie (false) volte a minimizzare la pandemia, tutto utile per lasciare immaginare che presunti poteri forti (qui in Italia dovrebbe essere il governo Conte, il potere forte) stiano partecipando a chissà quale oscuro disegno per ottenere chissà quale scopo. Basterebbe una domanda, una domanda sola a Salvini e ai suoi compari che gridano ogni giorno alla dittatura sanitaria: voi che fareste? Quali sono le vostre proposte? E vedrete che non ne esce niente, niente di niente, se non il gusto comodo e irresponsabile di andare contro il governo a muso duro.

La seconda ondata del resto li ha smascherati tutti. Matteo Salvini il 25 giugno di quest’anno aveva rilanciato l’idea di uno Stato “terrorizzante” assicurando che non ci sarebbe stata alcuna seconda ondata del virus. Badate bene: è lo stesso Salvini che il 16 ottobre ha urlato «cosa è…

L’articolo prosegue su Left del 23-29 ottobre 2020

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Concorso in spostamenti pericolosi

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 02-09-2020 Roma Cronaca Manifestazione dei docenti precari Nella foto Un momento della manifestazione a p.zza Montecitorio Photo Roberto Monaldo / LaPresse 02-09-2020 Rome (Italy) Demonstration of precarious teachers In the pic A moment of the demonstration

Mi scrive Alessandra:

«Si parla tanto della inopportunità del concorso stesso in piena pandemia, ma la ministra ormai abbiamo capito che non lo sposterebbe nemmeno se venisse uno tsunami combinato Adriatico-Tirreno o se un meteorite si abbattesse su Roma. E vabbè. Quello di cui non si parla è l’estrema superficialità con cui sono stati fatti gli abbinamenti candidati-sedi concorsuali, che obbligheranno 64mila persone a girare come trottole per l’Italia. E non parlo solo di chi dovrà spostarsi di regione perché nella sua il concorso non si svolge (dalla Sardegna al Lazio, dalla Sicilia alla Campania; dico: la Campania), ma di chi dovrà viaggiare anche se una sede concorsuale l’avrebbe sotto casa. Io sono stata destinata a Firenze, quindi prenderò un treno e poi un autobus, mentre con la bici sarei potuta arrivare tranquilla tranquilla (e sicura sicura, nell’ottica del contagio) all’Itc di Piombino. Dove invece nello stesso giorno sono attesi una quindicina di altri candidati, alcuni dei quali vivono a Firenze, magari vicino alla scuola dove farò io la prova».

Sul maxi concorso per la scuola che è iniziato proprio in questi giorni in effetti c’è qualcosa che andrebbe registrato e messo a posto. I sindacati hanno chiesto a lungo che il concorso venisse sospeso ma la ministra Azzolina ha adottato la tecnica della fermezza. Certo questi spostamenti proprio nei giorni in cui tutti dicono che non bisogna spostarsi sollevano più di qualche dubbio. «Si apre nel caos. Ci sarà una miriade di contenziosi, se non permettiamo agli insegnanti trovare una via di uscita con una prova suppletiva», dice Maddalena Gissi (Cisl).

E in effetti non si capisce cosa accadrà per quelli che per motivi di positività al Covid, di isolamento o quarantena non potranno partecipare alle prove. Il caso limite, ad esempio, è a Arzano, in Campania, che da giorni è zona rossa (quindi è vietato entrare e uscire) e proprio ad Arzano c’è una sede per gli esami. Che si fa? Qualcuno chiede una prova suppletiva ma la ministra ha chiarito che il parere della Funzione pubblica è stato negativo. Niente da fare? Sarà lunga, molto lunga perché i ricorsi saranno moltissimi. Secondo quanto riferisce l’Adnkronos il Tar del Lazio si è espresso già sulla richiesta di una docente che non potrà essere presente alle prove perché bloccata dall’emergenza sanitaria aprendo al diritto di avere una sessione suppletiva. Si attende la sentenza il 17 novembre.

Poi c’è la questione politica: l’opposizione si oppone (e vabbè) ma anche il Partito democratico ha espresso seri dubbi. Curioso il caso del Movimento 5 stelle che al governo parla di “strumentalizzazioni politiche” sul concorso mentre in Lombardia vota con la Lega una mozione per sospendere il concorso.

Una cosa è certa: “mischiare” le persone in giro per l’Italia non è una buona idea. Proprio no.

Buon venerdì.

Per approfondire il tema, leggi l’articolo di Donatella Coccoli su Left del 23-29 ottobre 2020

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