Home Blog Pagina 519

Igiaba Scego: Scrivo per decolonizzare la letteratura italiana

VENICE, ITALY - APRIL 14: Italian writer Igiaba Scego poses for a portrait session during 'Incroci di Civilta', Venice Literary Festival on April 14, 2011 in Venice, Italy. (Photo by Barbara Zanon/Getty Images)

Igiaba Scego è una scrittrice e militante culturale nata in Italia da una famiglia di origini somale. Scrive di cultura e società su diverse testate, con interventi legati ai temi dell’immigrazione e della cittadinanza, ha pubblicato diversi romanzi, tra i quali l’ultimo La linea del colore (Bompiani), Roma negata (Ediesse) – con il fotografo Rino Bianchi – percorsi postcoloniali nella capitale, e un libro sul celebre cantautore brasiliano Caetano Veloso, Camminando controvento (Add editore).

Oggi l’intellettuale, lo scrittore, è sospeso tra esibizione mediatica e aristocrazia accademica. In mezzo, c’è spazio per produrre un pensiero di critica sociale che riesca a incidere? O tutto è cancellato dal consumo, dal mercato?
Ho sempre visto lo spazio della letteratura italiana come uno spazio da decolonizzare. Sia a livello di contenuti sia a livello di corpi che agiscono nella piazza letteraria, scrittori/scrittrici ma anche altre figure come traduttori, editor, ecc. Solo mescolandoci si materializza la possibilità di un vero sapere e di una vera narrazione transculturale. Io penso alla fatica che ho fatto io insieme ai miei/mie colleghi/e di altra origine per essere considerati scrittori italiani. I nostri corpi e soprattutto i saperi, anticoloniali e antirazzisti, che portavamo erano guardati con sospetto e marginalizzati. Ora il rischio è essere fagocitati da un mercato che da noi vorrebbe solo storie di vita, se strappalacrime meglio. Ma è lì che deve intervenire il nostro essere rifiutando il diktat facile della testimonianza. Ecco perché abbiamo complicato i testi, i linguaggi, i piani della storia e della memoria. Non a caso abbiamo creato narrazioni e riflessioni che scavano nel non detto di questa Europa sempre più sanguinaria verso i corpi dei nostri fratelli e sorelle che stanno morendo lungo le frontiere. La battaglia per me passa non solo dalla riflessione personale, ma anche nel lavoro di scouting, ovvero portare dentro il mondo elitario (un mondo che per molto tempo è stato anche troppo bianco) della letteratura italiana corpi un tempo rifiutati. Certo il mercato può fagocitare le lotte, renderle innocue, ma sta a noi invece tornare ogni volta ad una riflessione intersezionale, dove classe, gender, appartenenze siano elementi che camminano insieme. Solo l’intersezionalità di quello che scriviamo potrà salvarci da essere carne da macello per il solo consumo di un mercato che fagocita parole e toglie loro ogni senso.

Quando ti ho proposto l’intervista, mi hai scritto che finiti questi tempi di emergenza del Covid, speriamo che a prevalere non siano i fascismi. Che volevi dire?
La mia frase nasce da una reale preoccupazione. L’Italia non ha fatto i conti con il suo passato coloniale e fascista. Vediamo riemergere sentimenti sopiti di odio e voglie più o meno latenti di uomini forti al potere. Lo vediamo come sono aumentati i casi di razzismo e di odio verso le donne. E sento più spesso inneggiare al duce, anche da persone insospettabili. Tutto ciò è preoccupante, soprattutto…

L’intervista prosegue su Left in edicola da venerdì 22 maggio

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

A settembre ripartiamo dalla scuola ecologica

Helping grandad do some planting

La scuola è a due passi dal mare e dal suo ufficio Maria De Biase vede il porto e le barche. A Santa Marina di Policastro, nel Cilento, si trova la sede centrale dell’Istituto comprensivo costituito da altri plessi scolastici sparsi in due comuni, tra le montagne e il mare. Dalla scuola dell’infanzia alla scuola media. Maria De Biase è la dirigente scolastica che, dopo anni di insegnamento a Napoli, è arrivata in questo lembo di Campania dove ha potuto mettere in pratica una particolare idea di formazione, attenta all’ambiente e alla salute. La scuola ecologica, la scuola fuori, la ecomerenda con pane e olio d’oliva, gli orti coltivati dai bambini e la mensa con i cibi sani di questa terra, sono solo alcune delle tappe del percorso in cui da dieci anni è riuscita a coinvolgere insegnanti, studenti e genitori.

«Questo è il momento in cui dalle periferie d’Italia, dal Sud, può arrivare un segnale di ripartenza per la scuola pubblica», sottolinea. Mancano tre mesi al fatidico settembre e mentre si attende la prova dell’esame di Stato “in presenza”, è un fiorire di proposte per quello che sarà uno dei più difficili inizi di anno scolastico, con la necessità di garantire la sicurezza a circa nove milioni di persone, tra studenti, insegnanti e personale Ata. Si parla molto di scuola diffusa, di lezioni all’aperto, di spazi che permettano il distanziamento fisico. La preside De Biase ha elaborato un progetto, con l’aiuto di docenti e del responsabile della sicurezza. «Sono partita da una considerazione semplice: il nostro Paese non è costituito solo da metropoli, c’è tutta una dorsale appenninica e anche costiera fatta di paesi, con scuole che hanno grandi spazi esterni in contesti naturalistici tra l’altro molto belli. E allora usiamoli, questi spazi». Nella sua scuola, spiega, da anni è già stata attrezzata «un’aula didattica ambientale» con una tettoia costruita con materiali ecosostenibili. «Per il futuro le scuole potrebbero…

L’articolo prosegue su Left in edicola da venerdì 22 maggio

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’onda lunga della pandemia

A child wearing a protective face mask to help curb the spread of the new coronavirus reads a book in a bookstore in Beijing, Sunday, May 17, 2020. China on Sunday reported five new cases of coronavirus, as the commercial hub of Shanghai announced the restart of classes for kindergarteners, first, second, and third-graders from June 2. (AP Photo/Andy Wong)

Il virologo americano Anthony Fauci, consulente di Donald Trump, ha sostenuto che il numero di vittime del coronavirus è probabilmente più elevato di quello ufficiale che solo negli Stati Uniti conta più di 81mila morti. I morti ufficiali non solo negli Usa ma anche in Italia costituiscono la punta dell’iceberg mentre all’orizzonte si profila il pericolo, nella prossima decade di un vero e proprio tsunami di natura diversa: un’ondata di suicidi potrebbe far seguito in tutto il mondo all’impatto con il virus nella fase emergenziale. È quanto ha affermato in uno studio recentemente pubblicato da John Westfall, direttore del Robert Graham Center for Policy Studies in Family Medicine and Primary Care. La stima delle probabili vittime in Nord America, classificate come “morti per disperazione” che includerebbero sia suicidi che decessi per overdose di droghe nel prossimo futuro, è di circa 75mila. Quest’ultima cifra è iperbolica e non sappiamo quanto la previsione, riportata dai media non solo italiani, possa essere attendibile.

Vero è che il Covid-19 si è abbattuto come un flagello negli Usa devastati dalle politiche e dalla raffica di dichiarazioni demenziali di Donald Trump in un Paese che (a detta dell’illustre psichiatra Allen Frances) ha uno dei peggiori presidi psichiatrici fra le nazioni occidentali. La richiesta di assistenza psicologica è cresciuta del 891% mentre è scattato l’allarme nello stato di New York per il boom di abuso di alcol, droghe e violenze domestiche. L’acquisto e il possesso di armi, garantito dal secondo emendamento, hanno avuto, con l’inizio dell’epidemia, un’impennata vertiginosa e pericolosa. Si teme (credo più a torto che a ragione) una disintegrazione dell’ordine pubblico, con furti saccheggi e omicidi, una rottura totale della legalità che corrisponderebbe in parte a quella condizione che Émile Durkheim già nel 1898 definì «anomia» (assenza di norme che regolino dall’esterno la condotta umana) e individuò come la possibile causa di una specifica forma di suicidio-omicidio.

Mutatis mutandis, senza cadere in un facile catastrofismo tipico della mentalità americana, in Italia le prospettive per il futuro non sembrano molto confortanti. Secondo lo psichiatra e epidemiologo Fabrizio Starace le conseguenze dell’impatto con il coronavirus sulla salute mentale interesseranno il 50% della popolazione non abituata all’isolamento e alle misure restrittive, all’esposizione continua a informazioni che colpiscono la sfera emotiva. Gli effetti psichici della pandemia all’inizio hanno rischiato di…

L’articolo prosegue su Left in edicola da venerdì 22 maggio

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Ora tutto il mondo è Taranto

TARANTO, ITALY - NOVEMBER 29: General view of the Arcelormittal plant and the Tamburi district on November 29, 2019 in Taranto, Italy. The former Ilva of Taranto, the largest steel plant in Europe, was acquired by the Arcelor Mittal group which committed itself to the construction of the coverage of the mining basin, an immense work destined to face the dispersion of highly harmful micro-particles for the health of the citizens of the nearby neighborhood of Tamburi and the entire city and to try to reduce the environmental impact consequently from the production phases. (Photo by Ivan Romano/Getty Images)

Negli anni Settanta dei miei vent’anni, d’estate andavo al mare da parenti in Puglia, da solo. Quando partivo mi batteva il cuore. Dopo ore e ore di viaggio, iniziava quella distesa gialla, il pensiero dei giorni a venire s’infilava nel caldo stanco di quella pianura sterminata, come acqua nella terra spaccata dal sole. E in treno, all’ultima curva prima della stazione d’arrivo, mettevo la testa fuori dal finestrino. Quando la corsa cedeva ai freni, gli ulivi smettevano d’inseguirsi, l’odore del ferro bruciato saliva dalle rotaie, s’infilava nelle narici pieno di promesse, col profumo di spighe e di giochi di ragazzi e, finalmente, il treno si fermava. Per strada, nessuno. Controra. Lì, d’estate, il sole picchia duro e asciuga tutto. Un cane attraversava indolente la strada, annusava qualcosa e s’allontanava. Se passava qualcuno non lo conoscevo, né m’interessava. I passi, sempre più svelti. La via principale, la piazza alberata con la fontana al centro, la chiesa. Gli ultimi metri, di corsa. Ero arrivato. In quella stagione ruvida nel suo appiccicarsi alla pelle e ai pensieri, i raggi del sole infilzavano persone e animali, penetrandoli di canicola. Solo quando tutto quel giallo si placava, cedendo all’azzurro della sera si potevano aprire bene gli occhi, e scrutare uomini, macchine, bestie. Noi, io e i miei cugini, salivamo sul tetto della casa, e gareggiavamo a lanciare i sassi contro l’orizzonte più lontano.

Quando lo sviluppo industriale in quella terra che per me era sinonimo di gioia ha cominciato a produrre morti, l’incantamento è finito. Scivolato via, come sabbia dalle dita in riva a quel mare la cui risacca di Lido Venere, il più bello e frequentato di Taranto, restituiva ormai scorie mortali. D’improvviso, la terra tarantina è diventata sinonimo di dolore, per quegli uomini e donne, ma pure bambini: tutti morti di “progresso”. Per meglio dire, d’incontrollato sviluppo industriale. Uno sviluppo chiamato Ilva, ma nato come Italsider in quel 1960 italiano miracolato da un boom economico che aveva creduto di declinare il futuro con l’acciaio. I contadini, i braccianti, gli edili diventati tutti metallurgici, lavorando quel metallo arrivato a primeggiare in Europa, a luccicare come specchio per un futuro radioso non solo per tutta la Puglia ma per il Mezzogiorno intero. Sappiamo come è andata…

Pino Casamassima è giornalista e scrittore. Autore di numerosi libri, ha diretto diverse testate.  Fra le sue numerose collaborazioni c’è anche Rai Storia. 

L’articolo prosegue su Left in edicola da venerdì 22 maggio

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

«Questa volta non possono dirmi di no». L’ultima volta che parlai con Giovanni Falcone

Ho incontrato per l’ultima volta Giovanni Falcone il 21 febbraio del ’92. Nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo si presentava la ricerca del Centro Impastato sui processi per omicidio, pubblicata nel volume Gabbie vuote, con un mio saggio sul maxiprocesso. Il titolo del libro fotografava una realtà: nel 1986 gli imputati detenuti erano 335, nel febbraio del ’91 erano 20. Ma a fine gennaio del ’92 la Cassazione aveva confermato l’impianto del maxiprocesso: Cosa nostra come organizzazione unitaria e la cupola che decide strategie e delitti. Una conferma della linea e del metodo elaborati da Falcone e dai magistrati del pool antimafia, avviato da Rocco Chinnici e formalizzato da Antonino Caponnetto.

L’intervento di Falcone rispecchiava la sua soddisfazione per la sentenza della Cassazione: «È una sentenza che ha fissato dei punti cardine, che sicuramente si riverbereranno su tante altre vicende processuali… È stata confermata, nella maniera più autorevole, la bontà di un’ipotesi investigativa, che ha trovato riscontri molto importanti». Nel mio saggio parlavo di «supplenza della magistratura» e Falcone chiariva: supplenza c’è stata «nel senso che ad un impegno straordinario della magistratura in un determinato periodo, non vi è stato un pari impegno da parte di altri organi statuali. Questa è una tesi che meriterebbe approfondimento e che sicuramente ha un fondamento di verità. Io ricordo ancora quella volta in cui un ministro dell’Interno, proprio qui a Palermo, ebbe a dirci che la mafia non era il problema prioritario dell’ordine pubblico in Italia». Nella mia replica dicevo che le sinergie che avevano generato il maxiprocesso si erano dissolte con lo sgretolamento del pool e che si era tornati a una magistratura mandata in avanscoperta, con le altre istituzioni più preoccupate che interessate al suo lavoro. E, ripensandoci, quel “voltare pagina”, individuando e colpendo la «convergenza di interessi mafiosi e interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica», di cui parlava l’ordinanza alla base del maxiprocesso, appariva come un proposito incompatibile con il sistema di potere.

Alla fine dell’incontro ho chiesto a Falcone: «Ma è proprio necessaria la Superprocura ed è sicuro che il Superprocuratore sarai tu?». Falcone era certo: «Questa volta non possono dirmi di no». Questo è l’ultimo ricordo che ho di lui: amareggiato ma fiducioso. Ma le amarezze non erano finite e riguardavano proprio la Superprocura. Ricordo un articolo di Alessandro Pizzorusso, dal titolo: “Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché”, su l’Unità del 12 marzo. Il perché era esplicito: troppo legato a Martelli. Prima, per bocciare la sua nomina a Consigliere istruttore, lo si era accusato di protagonismo, ora si tirava fuori una presunta dipendenza dalla politica. Le ragioni delle avversioni nei confronti di Falcone non erano solo dettate da invidie, gelosie professionali, che pure c’erano, ma riflettevano qualcosa di più grave: il suo lavoro, quello che aveva già fatto e quello che si riprometteva di fare, turbava equilibri, era un atto continuo di destabilizzazione.

Sono passati ventotto anni dalla strage di Capaci e in questi anni Falcone, con Borsellino, è diventato il santo-patrono dell’Italia che vuole giustizia. Alle celebrazioni degli ultimi anni hanno presenziato ministri di vari governi, difficilmente classificabili tra i campioni della legalità (ricordo uno striscione dei Cobas, con la scritta: “La mafia ringrazia lo Stato per la distruzione della scuola pubblica”, rimosso perché poteva turbare i begli occhi della ministra Gelmini), hanno partecipato migliaia di ragazzi inneggianti a Giovanni e a Paolo, ma cosa sanno in realtà di loro, oltre l’immagine degli eroi uccisi dai “cattivi” (in un libretto, Per questo mi chiamo Giovanni, si legge che Giovanni Falcone non ha pianto neppure da neonato, perché “gli uomini non piangono”, piangono le femminucce!)? Chi ricorda la via crucis che hanno dovuto percorrere fino all’ultima stazione, a Capaci e a via d’Amelio?

Quest’anno non c’è la nave della legalità, ci sono i lenzuoli ai balconi, come nel ’92, e si spera che ci sia spazio per una riflessione collettiva. A che punto siamo nella lotta alle mafie? Si avrà la verità sulle stragi o si continuerà con il copione di depistatori sempre evocati ma mai individuati e puniti? La relazione sul depistaggio delle indagini per l’assassinio di Peppino Impastato, redatta da un comitato della Commissione parlamentare antimafia presieduto da Giovanni Russo Spena, nell’ormai lontano 2000, continuerà a essere un caso unico nella storia dell’Italia repubblicana?

L’antimafia per tanti è una maschera che simula mutamento per coprire continuità, come dimostra l’ennesimo episodio in cui un presunto paladino della legalità, con tanto di medaglia al valore, è stato incriminato perché riscuoteva il 5 per cento sugli appalti. Cosa nostra si contenta, o si contentava, del 3 per cento. Nel frattempo le mafie hanno cominciato l’arrembaggio all’industria della pandemia. Cercheranno di lucrare sui fondi per appalti e forniture, fungeranno da agenzia di credito usuraio per le aziende in crisi e le annetteranno al loro bottino, allestiranno, ma hanno già cominciato a farlo, un loro welfare per il popolo degli emarginati, ulteriormente impoveriti. Si parla di 10 milioni di persone.

L’Italia è un Paese senza memoria o con una memoria programmata, che produce icone e cancella o sbiadisce la realtà. Peppino Impastato e la madre Felicia sono ormai le controfigure delle spettacolarizzazioni cinematografiche e televisive. Falcone e Borsellino e tutti coloro che la lotta alla mafia l’hanno fatta, pagando di persona, dai protagonisti delle lotte contadine ai nostri giorni, rischiano di diventare delle fotine di un memoriale rassicurante. Ma se si vuole andare oltre le liturgie ufficiali, bisogna recuperare per intera una storia che è fatta più di lacerazioni e conflitti che di condivisioni e trionfi.

Umberto Santino è fondatore, assieme ad Anna Puglisi, e direttore del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo

C’è ma non la vedono (la mafia)

Il 12 maggio una maxi operazione ha portato agli arresti 91 persone sparse tra Sicilia e settentrione d’Italia; con un sequestro patrimoniale di circa 15 milioni di euro ma soprattutto una mafia che dimostra di avere tutti gli strumenti per sfruttare la pandemia del Covid-19 e di saperli usare perfettamente per sfruttare la crisi dovuta alla quarantena e alle nuove disposizioni. Angelo, Giovanni e Gaetano Fontana sono tre fratelli che fanno parte dell’omonimo clan dell’Acquasanta, famiglia storia di Cosa Nostra a Palermo, la stessa che Tommaso Buscetta aveva descritto come una delle più pericolose. Secondo gli inquirenti i tre fratelli «sono, da tempo, insediati nella realtà del capoluogo lombardo dove praticano forme di riciclaggio e reimpiego di proventi illeciti, conseguiti con le estorsioni, il traffico di stupefacenti e il controllo del gioco d’azzardo».

Ma il punto interessante è un altro. «È emerso – scrive il Gip Piergiorgio Morosini nell’ordinanza di custodia cautelare – come i gestori di un supermercato si siano prestati a sovvenzionare la consorteria attraverso la vendita a credito di prodotti di consumo a persone segnalate dal sodalizio, per poi essere pagati con fondi provenienti dalla società cooperativa Spa.Ve.Sa.Na., società operante presso i Cantieri navali sotto il pieno controllo della famiglia Fontana. Disponendo di ingente liquidità e di complici commercianti, i componenti della famiglia mafiosa e i loro fiancheggiatori sarebbero in grado di soccorrere tanti lavoratori “in nero”, privi di fonti di reddito e difficilmente raggiungibili da ogni forma di sostegno alternativo da parte dello Stato (per esempio i buoni alimentari)». Se fosse tutto confermato in sede processuale, eccola qui la mafia che sfrutta il coronavirus per ingoiare bocconi di economia legale proprio mentre barcollano sotto il peso delle difficoltà economiche.

L’assistenza interessata delle cosche si sta già muovendo sotto traccia per andarsi a prendere i fragili che non riescono a trovare sostegno dallo Stato. Il governo italiano sa bene che il rischio che la criminalità organizzata si proponga come partner affidabile per superare la crisi. Il 27 marzo scorso il dipartimento di Pubblica sicurezza, guidato da Franco Gabrielli, ha diramato ai vertici sul territorio una direttiva…

L’inchiesta prosegue su Left in edicola da venerdì 22 maggio

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Li abbiamo chiamati invisibili ma li vedevamo benissimo

Foto Marco Alpozzi/LaPresse 11 Maggio 2020 Torino, Italia Cronaca Un centinaio di migranti e senza tetto, sono stati ospitati fino al 3 maggio presso la struttura Emergenza Freddo a Piazza d'Armi. Dal giorno della chiusura, alcuni di loro dormono davanti al comune, accampati sotto i portici in attesa di risposte da parte dell'amministrazione comunale a cui, tramite l'avvocato Gianluca Viltale, hanno chiesto un incontro con la Sindaca, Chiara Appendino e con la vice Sonia Schellino. in Piemonte - Nella foto: Le tende sotto i portici Photo Marco Alpozzi/LaPresse May 11, 2020 Turin, Italy News A hundred migrants and homeless people were hosted until 3 May at the Emergenza Freddo facility in Piazza d'Armi. Since the day of closure, some of them sleep in front of city hall, camped under the arcades. The lawyer the lawyer Gianluca Viltale of the Legal Team asked for a meeting with the Mayor, Chiara Appendino and with the deputy Sonia Schellino. In the pic: Tends under the arcades

Questa crisi sanitaria ci renderà migliori dicevano.
Il virus elimina le differenze, sociali ed economiche, colpisce tutti. 
Purtroppo spesso la drammaticità delle situazioni aumenta il ricorso alla retorica, specie nel mondo politico e dell’informazione, e la retorica non sempre è amica della verità.
Di queste belle dichiarazioni di intenti infatti, a due mesi giusti dall’ingresso nel lockdown totale, è rimasto ben poco. Abbiamo vissuto tante situazioni strane, tante difficoltà, siamo stati abili a superarle e a fare di necessità virtù, soprattutto al Sud, ma di quelle dichiarazioni di intenti è rimasto ben poco.

Il virus spesso non ci ha reso persone migliori, anzi, se possibile, ha reso più evidenti i limiti delle persone.
Il virus non ha livellato le differenze, anzi se possibile, laddove quelle differenze c’erano le ha amplificate e trasformate in strumento di morte e sofferenza. Certo in questo periodo siamo stati in grado di dare belle prove di resilienza e responsabilità civile, ma se siamo chiamati a un discorso “politico”, a fornire dunque una visione complessiva della realtà, non possiamo limitarci al particolare, che magari, potrà anche essere consolatorio e gratificante. 
Così come esaltare il senso civico di tanti cittadini meridionali, bravi a salvarsi dal virus grazie alla loro condotta ligia, non deve farci dimenticare il vero motivo dell’allarmismo, il motivo per cui è stato necessario dover attuare restrizioni sproporzionate all’effettiva diffusione del Covid-19 e cioè l’intrinseca debolezza di un sistema sanitario per nulla attrezzato rispetto a quelli settentrionali, così non possiamo accontentarci delle belle prove di solidarietà della società civile per ritenere la nostra un società davvero “civile”, perdonate il gioco di parole. La solidarietà ci commuove, ma non risolverà i problemi di una società imperfetta.

In un momento di grandissima difficoltà, laddove l’aiuto dello Stato avrebbe dovuto essere decisivo per salvare vite umane, sprofondate d’improvviso in un abisso di povertà, lo Stato ha continuato a “fare differenze”. Cassa Integrazione, buoni spesa, finanziamenti… non abbiamo salvato tutti coloro che erano in difficoltà economica, ma abbiamo scelto di salvare quelli che erano conformi alla nostra burocrazia. Gli altri: esclusi!
Li abbiamo chiamati invisibili, anche se li vedevamo benissimo e sapevamo dove abitavano, cosa facevano prima della pandemia, come l’Italia visibile li sfruttava. Migranti, extracomunitari, persone di colore…perché c’è sempre bisogno dell’aggettivo. Non ci è bastato definirli persone e basta, nemmeno mentre eravamo sotto la tagliola del Covid -19. 
E le frizioni a cui abbiamo assistito sulla sanatoria proposta dalla ministra Bellanova per i braccianti extra-comunitari, sono la metafora perfetta, la rappresentazione plastica più aderente ad un pensiero astratto, ma molto molto radicato.

Insomma se la pandemia doveva essere il momento della verità per avviare finalmente riflessioni profonde e ristrutturare il nostro sistema-Paese dalle fondamenta, visto il fallimento del modello privatistico della vita (dalla sanità alla prevenzione sociale, cioè la capacità dello stato di monitorare e intervenire velocemente sul tessuto sociale) le speranze ad oggi sembrano tutte disattese, in barba per l’ennesima volta al dettato costituzionale. 
Addirittura molti esponenti, sia dai banchi del governo che dell’opposizione, mortificano ogni ragionamento strizzando l’occhio al peggior caporalato. Insomma non è cambiato niente? Certamente constatiamo in questi episodi l’assenza della politica e la sua sostituzione con il marketing elettorale. Signori deputati, signori ministri, signori segretari, mi spiace doverlo ribadire, ma sono due cose diverse e finchè non la smetteremo di usare sempre e solo il secondo, non riusciremo mai a fare progressi veri.

Il virus non ci ha reso persone migliori e non è stato in grado, nemmeno lui, che ha fermato il capitalismo di tutto il mondo per la prima volta nella storia, di eliminare le differenze in Italia.

Sud, se non ora quando?

Seascape of a small lighthouse with their reflections on the sea at sunset. A man is fishing under the starry sky. Photo taken at sunset in Sabaudia beach, Italy

La pandemia da Covid19, dalla quale faticosamente stiamo uscendo, ha messo in luce alcune evidenze, impensabili solo fino a tre mesi fa. Le Regioni del Sud hanno saputo, coi propri scienziati, medici, politici, cittadini, organizzarsi e disciplinarsi contenendo l’ondata pandemica pur con mezzi ridotti all’osso dai continui tagli di risorse. Un Sud che ha rialzato la testa e che ha preso coscienza dei propri diritti violati e delle tante, troppe discriminazioni da sempre subite e ben descritte da Gramsci; dal 1930 immutate. Un Sud afflitto da enormi problemi, in gran parte causati dallo stato coloniale a cui da sempre è sempre stato ridotto dalle politiche governative, ma che ha dimostrato di avere ancora energie per ripartire con efficienza per tentare di uscire definitivamente da quella condizione di subalternità impostagli da politiche miopi e vessatorie.

Politiche che hanno portato nel 2001 alla catastrofica modifica del Titolo V della Costituzione aprendo la strada alla richieste di autonomia differenziata e alle conseguenti privatizzazioni, che proprio in questi giorni in campo sanitario hanno messo in evidenza a quale livello di caos ed inefficienza è stato ridotto il Paese. Un Servizio sanitario nazionale che ha retto, malgrado tutti gli attacchi a cui è stato sottoposto negli ultimi anni, solo grazie al laborioso sacrificio dei propri operatori, innalzandosi ad ultimo baluardo posto alla salvezza di un Paese oramai al collasso. E invece di fermare questa pericolosa deriva egoistica, questa Babele di norme regionali che rende intollerabile la vita dei cittadini, nell’ultimo Dpcm 16 maggio il governo di soppiatto avvia nei fatti e proprio in campo sanitario il regionalismo differenziato.

È chiaro che passata l’emergenza nulla sarà più come prima, vista anche la crisi economica in corso, ed è anche chiaro a tutti che il Mezzogiorno potrebbe rappresentare, grazie alla bassa penetrazione dell’epidemia, una grande possibilità di ripartenza per tutta l’Italia.

Con il Sud si può e si dovrebbe ripartire. Con le sue energie, la sua “fame” di…

L’editoriale di Natale Cuccurese prosegue su Left in edicola da venerdì 22 maggio

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Quindi la colpa è dei morti?

Foto Claudio Furlan - LaPresse 27 Aprile 2020 Milano (Italia) Politica Arrivo del presidente del consiglio Giuseppe Conte in Prefettura per un vertice con le istituzioni milanesi Nella foto: Attilio Fontana Photo Claudio Furlan/Lapresse April 27, 2020 Milan (Italy)Politics Arrival of the Prime Minister Giuseppe Conte in the Prefecture for a summit with the Milanese institutions In the photo: Attilio Fontana

Ieri alla Camera l’onorevole del Movimento 5 stelle Riccardo Ricciardi ha parlato di Lombardia. L’ha fratto in fretta e furia, con un discutibile spessore oratorio ma ha messo in fila la questione dei pazienti Covid all’interno delle Rsa (c’è una delibera di Gallera e ci sono degli indagati, l’inchiesta è in corso), ha parlato del progetto di lungo corso della destra lombarda di distruggere la medicina di base a favore dell’ospedalizzazione, ha citato esattamente i numeri di posti letto che si sono persi in Lombardia nel corso degli ultimi anni (mica solo in Lombardia) e ha citato l’immensa mole di denaro pubblico che viene versato nelle casse dei privati.

L’ha detto male? Sì, del resto il dibattito parlamentare è roba scarso da un bel po’ d’anni, niente di nuovo all’orizzonte? Ha detto cose false? No: del disastro lombardo ne abbiamo scritto lungamente sul numero di Left che abbiamo dedicato alla vicenda. Ovviamente l’abbiamo fatto con l’ampiezza che serve per illustrare una politica che incrocia solo in questi ultimi mesi la questione Covid ma che da anni in molti legittimamente criticano.

Ma delle responsabilità politiche in Lombardia si può parlare? Si può scrivere? Ma davvero in nome del rispetto dei morti si esige il silenzio? Ma davvero vige ancora questa forma di falsa cortesia per cui basta un Salvini qualsiasi che alzi la voce per farsi prendere dal senso di colpa? Se la strumentalizzazione dei morti è una pratica malsana (e lo è) mi piacerebbe capire perché si possano sventolare le vittime per chiedere silenzio (con il trucchetto di chiamarlo rispetto) e cosa c’entri l’analisi delle cause con l’indignazione generale.

Vogliamo condannare la semplificazione di Ricciardi? Prego, fate pure. Ma i morti? Ma tutte le persone che non sono state curate in tempo? Tutte le persone che ancora oggi non hanno avuto la possibilità di fare un tampone nonostante abbiano convissuto con famigliari che sono deceduti? Che ce ne facciamo di quel dolore?

Perché così, altrimenti, alla fine sembra che la colpa sia dei morti. No?

Ah, a proposito: le critiche al sistema lombardo sono arrivate anche dal Veneto di Zaia, oltre che da molti medici sul campo. Davvero, ne vogliamo parlare?

Buon venerdì.

Per approfondire, ti suggeriamo di leggere l’ultimo numero di Left

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Il ministro Provenzano: Non un soldo verrà tolto al Sud

La pandemia da Covid-19 ha aumentato ulteriormente le disuguaglianze in Italia. E il Sud continua a pagare un prezzo particolarmente alto su questo piano, come rilevano numerose ricerche, comprese quelle dello Svimez, di cui il ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano è stato vice direttore dal 2016 fino a quando è entrato a far parte del governo Conte II.

Ministro Provenzano c’è chi dice che gli interventi previsti dal governo non siano sufficienti. Si potrebbe fare di più?
La crisi sanitaria, economica e sociale che stiamo vivendo è una grande tragedia collettiva. Si dice che le tragedie uniscano, e in parte è vero. Ma allo stesso tempo fanno emergere e mettono in risalto le fragilità e rischiano di allargare le disuguaglianze, che nel nostro Paese hanno sempre una forte connotazione territoriale. Se la crisi sanitaria ha colpito soprattutto le Regioni più sviluppate, la ricaduta economica e sociale al Sud si somma a fragilità strutturali e alle ferite non ancora sanate dalla crisi precedente. Come governo, abbiamo mobilitato risorse senza precedenti nella storia d’Italia. In due mesi, 80 miliardi in deficit, quello che solitamente si fa in 4 o 5 manovre di bilancio. È stato necessario, per “non lasciare indietro nessuno”. Si può sempre fare di più. Io, per dire, avevo chiesto che il Reddito di emergenza valesse per tre mesi e non solo per due. Nel complesso, rivendico di esserci mossi per salvare il tessuto imprenditoriale ma anche quello sociale. E, me lo lasci dire, per la prima volta in una crisi di queste dimensioni, a pagare il prezzo non è stato il Sud. Nel decreto Rilancio l’impegno del ministro della Salute Roberto Speranza per aumentare i posti letto in terapia intensiva riguarda per quasi il 40% il Sud.

Lei, tuttavia, ha parlato di un necessario lavoro di ricucitura territoriale…
Sì, l’Italia ha bisogno di un lavoro di ricucitura territoriale, per questo nel decreto c’è un forte sostegno alle aree interne, non ridotte a un “piccolo mondo antico”, ma attraverso servizi moderni, innovazione produttiva e sociale, attenzione trasversale per la sostenibilità. Ma ha bisogno anche di ricucitura sociale, che le istituzioni non possono fare da sole. Il Terzo settore nel Mezzogiorno è un valore in sé, e per questo lo sosteniamo investendo 120 milioni. Le scelte che abbiamo preso per il Mezzogiorno indicano, credo, un percorso per tutto il Paese.

I fondi europei di coesione destinati al Sud potrebbero essere stornati?
No, l’ho detto in Parlamento e lo ripeto. Mettere in contrapposizione sviluppo e riequilibrio territoriale è un errore del passato, da non ripetere. Ricordo che tra il 2009 e il 2011, con l’allora ministro Tremonti, circa 26 miliardi di spesa in conto capitale vennero dirottati dal Sud per coprire spese nazionali. A pagare le conseguenze del mancato investimento nel Mezzogiorno è tutto il Paese. L’Italia, per rialzarsi, deve sanare le sue fratture sociali e territoriali. Ecco perché la riprogrammazione delle risorse europee e nazionali della coesione va fatta, ma nel rispetto dei vincoli territoriali. Un momento dopo che abbiamo sancito che le risorse restano al Sud, infatti, vanno spese. Recuperando i ritardi del passato, che erano uno scandalo prima e ora, con l’emergenza economica e sociale, diventerebbero un crimine. Detto questo, dobbiamo evitare un altro spreco: che queste risorse, pensate per investimenti strategici, per i quali abbiamo previsto con legge un meccanismo di salvaguardia, vadano a finanziare spese a pioggia, prive di coordinamento con le misure nazionali. Per questo ho proposto, d’accordo con la Commissione, delle linee guida nazionali per la riprogrammazione: questa riprogrammazione dev’essere l’occasione per rafforzare in maniera strutturale gli interventi sanitari, per colmare il divario digitale a partire dalla scuola, per sostenere i settori più colpiti anche con aiuti al circolante, per promuovere innovazione sociale con i Comuni e con le reti della cittadinanza attiva.

Ripartire dal Sud dove la pandemia ha avuto minore diffusione. Poteva essere un’occasione per evitare rischi di nuova esplosione del contagio nelle fabbriche del Nord e intanto per creare lavoro nel Meridione?
Per la verità, la scelta difficile del lockdown ha impedito che al Sud dilagasse il contagio e ci ha dato tempo prezioso per attrezzare il sistema sanitario meridionale a fronteggiarne un’eventuale esplosione. Sono tuttavia consapevole delle sue conseguenze drammatiche. La pandemia si abbatte su un mercato del lavoro più debole, su un tessuto economico più fragile, in cui hanno una forte incidenza settori molto colpiti, tra cui la filiera del turismo. Secondo le stime Svimez, il Sud a fine anno potrebbe trovarsi sotto di 15 punti di Pil rispetto al 2008, un dato senza precedenti nella storia contemporanea. È una prospettiva insostenibile, da scongiurare con coraggio, rilanciando gli investimenti, perché solo così si crea lavoro.

Poco prima del lockdown lo scorso febbraio lei aveva presentato il Piano Sud 2030, ora che ne sarà?
Per certi versi, il Piano Sud 2030 diventa ancora più attuale. Non solo per le missioni di investimento individuate: scuola, salute, connessione digitale, sostenibilità. Ma per un punto di fondo. L’Italia deve riaccendere i motori, si dice. Ecco, bisogna accenderli tutti, compresi quelli che prima giravano piano o erano rimasti a lungo spenti. Un Paese di 60 milioni di abitanti non può farcela puntando solo su poche aree urbane e su alcune imprese “gazzelle” in grado di competere nel mondo.

Come sottrarre il Sud al ricatto delle mafie che approfittano degli effetti della pandemia per riguadagnare terreno?
Sappiamo che nelle crisi le mafie approfittano dei vuoti dello Stato, dei ritardi della liquidità e delle risposte sociali, per incunearsi con la loro risposta criminale. Le istituzioni non si sono fatte trovare impreparate, credo: hanno avvertito il rischio – che io per primo ho sollevato – e mantenuto alta l’attenzione. Lo stesso giorno in cui intelligence e forze dell’ordine lanciavano l’allarme, il varo di un piano di aiuti alimentari di 400 milioni ha mostrato il volto di uno Stato che non vuole lasciare spazi alle mafie. La sicurezza si difende rafforzando gli argini sociali, dando risposte ai bisogni. Le mafie, dobbiamo ricordarcelo, coinvolgono tutto il territorio nazionale, ma al Sud c’è un motivo di preoccupazione ulteriore: il rischio di fallimento delle imprese meridionali è di quattro volte superiore che per quelle del Centro-Nord. Ed è qui che può indirizzarsi l’offerta di soccorso mafiosa. Dobbiamo arrivare prima noi. Dobbiamo essere più veloci. Questo significa migliorare sul fronte degli aiuti, ma anche in prospettiva, nella vera fase di rilancio degli investimenti, rifiutare la falsa alternativa tra controllo di legalità e semplificazione. Un commissariamento generalizzato, a parte il fatto che è impraticabile, non risolve il problema di un’amministrazione sempre meno capace di realizzare investimenti. Io ho proposto un percorso di semplificazione fondato su centrali di committenza unificate, standardizzazione e digitalizzazione delle procedure e dei bandi, che può metterci al riparo dalle infiltrazioni mafiose e al tempo stesso accelerare gli investimenti.

L’accordo che è stato trovato per far emergere i lavoratori “invisibili” è un «compromesso onorevole», lei ha detto. L’ala di destra del M5s ha creato molti ostacoli. Perché il Movimento, che ha fatto della legalità una sua parola chiave, ha frenato su un provvedimento per liberare i lavoratori dall’oppressione del caporalato?
C’è stata una discussione complessa all’interno del governo, riflesso dello scontro che su questi temi c’è nel nostro Paese. Mi dispiace che non ci sia stato lo spazio politico di fare di più, ma abbiamo ottenuto il massimo nelle condizioni date. Non è il caso di esultare, perché si tratta di un atto minimo di civiltà. Verso persone, non braccia. Sì, confermo, lo ritengo un compromesso onorevole e vedo che sta passando un messaggio errato, e cioè che si prevedono solo sei mesi di permesso temporaneo. Non è così. Con un contratto di lavoro si ottiene un permesso di soggiorno per motivi di lavoro, e se scade il contratto c’è un anno di tempo per trovarsi un lavoro. I sei mesi sono solo una possibilità in più per trovare un impiego nella legalità, per chi il contratto ancora non ce l’ha. Quanto al Movimento 5 stelle ho espresso rispetto per il suo travaglio interno, ma anche questa vicenda mostra, una volta di più, che deve fare chiarezza sulla sua natura politica. Perché non siamo in un terreno politico “post-ideologico”, qualunque cosa ciò significhi. Tutt’altro: le scelte difficili che prendiamo e prenderemo in questa fase non indeboliscono bensì rafforzano l’alternativa tra destra e sinistra.

Per risolvere alla radice questa enorme questione di ingiustizia sociale che riguarda lo sfruttamento di lavoratori immigrati bisognerebbe abolire la Bossi-Fini. Perché i governi di centrosinistra non l’hanno ancora fatto?
Avrebbero dovuto farlo i governi di centrosinistra negli anni scorsi, perché i rapporti di forza parlamentari erano ben diversi. Ora, la revisione non solo dei decreti Salvini, ma anche della disciplina generale sull’immigrazione era al centro della discussione sul governo, prima della pandemia. Dobbiamo riprenderla, fuori dalle bandierine ideologiche, facendo i conti con una verità: molte di quelle norme non sono solo ingiuste, sono criminogene. Il nostro compito è spingere per ottenere il massimo possibile nella situazione attuale.

Nel suo libro La sinistra e la scintilla (Donzelli) si legge «Occorre la forza e il coraggio di dedicarsi a un compito difficile, tornare a lottare per una società più giusta, che persegua la libertà nell’uguaglianza. Ci sono momenti nella storia come nella vita, in cui salvare se stessi e gli altri diventa una necessità vitale. E forse è arrivato uno di questi momenti». Lei lo scriveva l’anno scorso. La pandemia ora ci ha resi più consapevoli dell’interconnessione che ci lega, della necessità di una società più giusta e solidale?
Credo che questa tragedia non sia stata ‘a livella di Totò. Non ha colpito tutti allo stesso modo, non è stata dolorosa allo stesso modo per tutti. Come un pettine che, dopo molto tempo, va a lisciare una chioma arruffata, il Covid-19 ha mostrato tutti i nodi di questo Paese: l’eccessiva frammentazione del sistema sanitario nazionale, gli enormi squilibri tra territori, le diseguaglianze sociali sempre più profonde. Pensi a quanto è diversa l’esperienza della quarantena per un bambino, uno studente, che vive in centro a Roma o Milano e può connettersi a Internet con la fibra ottica da quella di un suo coetaneo che – magari – abita in quei paesi dell’Appennino dove non è ancora arrivato nemmeno il 4G. Oppure il rientro al lavoro di un manager che può sfruttare il lavoro agile, paragonato a quello di un lavoratore edile o di un operaio. In queste settimane abbiamo riscoperto l’importanza dei territori, di tutti i luoghi. Anche la disuguaglianza si combatte stando nei luoghi, e questo è il senso del mio Ministero, in cui provo a mantenere almeno una parte dell’ispirazione di fondo che anima il mio impegno politico. Dalla concentrazione dobbiamo passare alla diffusione dello sviluppo, dalla contrapposizione territoriale all’interdipendenza. Questa parola, così simile a “interconnessione”, nella crisi sembra avere assunto un nuovo significato, che risale alle nostre vite quotidiane ma riguarda anche i nuovi equilibri dello sviluppo, sociali e territoriali, e il rapporto tra uomo e natura. Si è evocato lo spirito della ricostruzione, in questi giorni. Ecco, non esiste ricostruzione senza giustizia sociale e ambientale.

È l’occasione perché la sinistra torni a fare la sinistra?
Credo ci sia ancora molto da imparare dalle grandi riflessioni dei classici che, in un modo o nell’altro, avevano saputo vedere ben oltre le nebbie dei loro tempi. Penso a Karl Polanyi e al suo libro sulla “Grande Trasformazione” del 1944: l’utopia di un mercato autoregolato, il pericolo dell’autoritarismo, il rapporto tra libertà, tecnologia, sensibilità sociale. Non parla forse del nostro tempo, se lo leggiamo con attenzione? Una delle cose mancate di più nella crisi precedente, la Grande recessione, è stata proprio la capacità di riconoscere l’attualità dei classici, di tornare a indagarli per formare non solo la riflessione degli studiosi, ma anche la cultura politica. Nei mesi scorsi insieme a Emanuele Felice abbiamo provato a ripercorrere le vicende del socialismo e del liberalismo. Ne è scaturito un dibattito interessante tra giovani sulla rivista Pandora. Il neoliberismo ha tradito il pensiero liberale, fino a travolgerne le fondamenta, a minare il rapporto con la democrazia. Io credo che le ragioni di un socialismo democratico, l’uguaglianza nella libertà, siano più attuali che mai e si nutrono di un pensiero che sempre ritorna: la centralità dell’umanesimo per costruire una società più giusta. La sinistra può e deve ripartire da qui niente di più e niente di meno.

L’intervista è stata pubblicata su Left del 22 maggio 2020

Per approfondire, leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO