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O l’affitto o la vita

Alle spalle dalla Stazione centrale del capoluogo emiliano, sorge il rione della Bolognina. Nato con una vocazione operaia, proprio a causa della sua vicinanza con la ferrovia, ha mantenuto un forte tratto popolare. I tanti studenti, giovani lavoratori e stranieri che lo abitano vedono oggi coinvolto il loro quartiere in un processo di gentrificazione che lo ha portato ad essere il centro di un enorme progetto di riqualificazione, denominato Trilogia Navile. In queste settimane però è un palazzo del secondo dopoguerra ad aver guadagnato notorietà. I suoi cinquanta inquilini, quasi tutti trentenni e perlopiù precari, hanno aderito al Rent strike, una campagna attuata per la prima volta negli Stati Uniti nel 1839 come forma di protesta degli affittuari contro i grandi proprietari. L’immobile di cinque piani conta 15 appartamenti, 13 dei quali ospitano inquilini che hanno deciso di smettere di pagare l’affitto, almeno fino alla fine della crisi sanitaria.

Al primo piano c’è Maria Elena, un’avvocatessa che si è trasferita da poco nell’edificio e che oggi guida la protesta degli affitti del numero 6 di via Serlio. Racconta le motivazioni che li hanno spinti a far nascere il Rent strike Bolognina: «Abbiamo chiesto la sospensione o una riduzione dei canoni di locazione, legandole all’oggettiva impossibilità di assolvere alla prestazione lavorativa, determinata da cause a noi non imputabili, ossia alla chiusura delle attività produttive, la perdita di lavoro per alcuni e la riduzione degli orari per altri. La società di import export con sede a Roma proprietaria del fabbricato, che risulta inattiva dal 1998, non ci è mai venuta incontro. Ci hanno detto che sarebbe potuta esserci una riduzione del canone, ma avremmo comunque dovuto restituire la quota abbuonata a settembre. È una presa in giro perché non sappiamo ancora se sarà possibile lavorare per molti di noi entro quella data».«La composizione della maggior parte degli inquilini – aggiunge Maria Elena – è di giovani immersi in un mercato del lavoro iper flessibile senza garanzie di alcun tipo. Noi ci aspettavamo, data la situazione straordinaria che stiamo vivendo, una presa di responsabilità collettiva. Nel nostro caso era chiaro che si parlava della nostra sopravvivenza da una parte e dei loro profitti dall’altra. È per questo che abbiamo deciso di proclamare lo sciopero dell’affitto. Purtroppo quando ti trovi davanti a una grande proprietà hai molte più difficoltà di quando ti confronti con un piccolo proprietario. È tutta una questione di umanità, la gestione di un’azienda, il cui unico obiettivo è il profitto, è disumanizzata»…

L’inchiesta è stata realizzata in collaborazione con il progetto Un gioco di società

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La capitale della disuguaglianza

Sì, sembra davvero in questi giorni che tutti si siano, finalmente, accorti che a Roma esistono anche i poveri e che la città è profondamente diseguale. Eppure, se almeno il comunismo nella vecchia Europa prerivoluzionaria del 1848 era qualcosa che somigliava davvero a uno spettro in quanto sconosciuto ai più, difficile immaginare la stessa cosa delle disuguaglianze a Roma. Perché sia chiaro Roma non è certo una città diseguale da oggi e non lo è solo per la diversa disponibilità di reddito ma lo è soprattutto per le diverse opportunità offerte ai suoi cittadini, tra chi riesce ad «ampliare le proprie scelte» e a realizzare se stesso e chi per mancanza di opportunità non ci riesce. I numeri come sempre meglio di tante parole sintetizzano bene questa differenza in termini di opportunità.

Un numero per tutti: ai Parioli quartiere benestante della città i laureati sono il 42% della popolazione, ben otto volte il dato di Tor Cervara dove i laureati sono appena il 5%. In periferie come Tor Cervara, Torre Maura, Alessandrina, Tor Sapienza, Giardinetti-Tor Vergata e Tiburtino Nord il 27-30% dispone solo della licenza elementare o di nessun titolo di studio. Numeri da Paese povero più che da membro dell’Unione Europea. In quartieri come Tor Fiscale, Quadraro, Torre Angela, San Basilio, tra il 4 e il 6% della popolazione tra 15 e 52 anni non completa le scuole medie inferiori. Un dato che incide profondamente con…

* Salvatore Monni insegna Economia dello sviluppo all’Università Roma Tre. È coautore de Le mappe della disuguaglianza (Donzelli)

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Un commissario per salvare la Lombardia

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 24-04-2020 Roma Politica Coronavirus - Nicola Zingaretti e Roberto Speranza visitano l'edificio Alto Isolamento dell'ospedale Spallanzani Nella foto Roberto Speranza Photo Roberto Monaldo / LaPresse 24-04-2020 Rome (Italy) President of the Lazio region Nicola Zingaretti and the Minister of Health Roberto Speranza visit the High Isolation building of the Spallanzani hospital In the pic Roberto Speranza

Commissariare la Regione Lombardia per come è stata gestita l’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia da Covid-19 sin dai primi casi di contagio. È quanto chiedono il Forum per il Diritto alla salute (Fds), Milano 2030 e altre associazioni al ministro della Salute, Roberto Speranza, portando a sostegno della propria istanza un dossier in cui sono indicati i provvedimenti ritenuti necessari. Abbiamo chiesto ad alcuni attivisti di illustrarci i dettagli e le motivazioni dell’iniziativa. «Per prima cosa – spiega E. Comelli (Milano 2030) – associazioni, forze sociali e politiche si sono unite lanciando una petizione che ha raccolto 77mila firme, con lo scopo di fermare l’ecatombe che ha colpito soprattutto i cittadini più fragili, anche a causa di distorsioni del Servizio sanitario lombardo».

Perché chiedete il Commissariamento? «Bastano alcuni numeri» dice A. Barbato, medico psichiatra, presidente Fds: «Dal 21 febbraio all’1 maggio i contagi sono stati 77.002 (cioè il 36,8% del totale nazionale) e i morti 14.189 (56%). In Lombardia ci sono stati inoltre 141,4 morti ogni 100mila abitanti mentre in Emilia Romagna sono 81,4; in Liguria 77,1; Piemonte 71,8 e Veneto 30,4». Secondo A. Gazzetti, associato Fds, dietro questi dati ci sono due tipi di difficoltà: «Contingenti e storiche. Il 90% dei decessi riguarda persone con più di 60 anni, malati cronici, non autosufficienti, senza possibilità d’essere assistiti a domicilio. La mortalità è concentrata nelle Residenze sanitarie assistenziali, ove i decessi sono stati il 50%. Nei luoghi di cura e assistenza non erano disponibili mascherine, visiere, guanti, a ospiti, personale e visitatori. Non sono stati effettuati i tamponi dall’inizio, su contatti dei contagiati».

Chiediamo a S. Marsicano, associato Fds, quali sono i fattori storici: «Nel 1992 le Unità socio sanitarie locali sono diventate Aziende sanitarie locali. Oltre all’eliminazione del termine “sociale” hanno iniziato a prevalere gli aspetti contabili (pareggio di bilancio). Nel 2003, una nuova riforma ha spostato parte dell’investimento della sanità pubblica verso il privato convenzionato, in particolare in Lombardia, più orientato a investire e occuparsi delle cure più remunerative, rispetto a un servizio utile per tutti gli assistiti in sintonia con l’art. 32 della Costituzione». Quindi, da un lato…

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L’arte di uscire dalla crisi: Pietro Gaglianò

Cosa succederà al mondo dell’arte nel momento in cui sarà passata l’emergenza Covid-19 e riapriranno gli studi degli Artisti, i Musei, le Fondazioni, gli spazi no-profit, le gallerie private, le fiere d’arte?

Ci sarà stato un cambiamento della fruizione dell’arte, soprattutto di quella contemporanea? Si riuscirà a sostenere anche gli Artisti visivi e performativi che creano la bellezza, ma che nonostante questo sono senza Albo professionale e senza Associazioni di categoria e con difficoltà troveranno accesso alle misure governative di sostentamento?

Gli artisti si ritroveranno ad affrontare senza strumenti un’economia globale malmessa che difficilmente li considererà degni di tutela, questione con cui anche le gallerie private, curatori e direttori di Musei dovranno fare i conti. Si può sperare, come è successo in passato, che dopo una mostruosa crisi segua una grande ripresa economica, ma le riprese economiche non avvengono da sole. Gli addetti ai lavori dell’arte stanno cercando una “cura” che oltre alla guarigione possa strutturare anticorpi?

Foto di Mouhamed Yaye

Pietro Gaglianò, critico d’arte e curatore indipendente, risponde ai quesiti di Alessio Ancillai

La questione più importante, quando la collettività ricomincerà a incontrarsi dal vivo, quando torneremo a frequentare i luoghi della condivisione sociale, ancor prima di quelli della produzione culturale, riguarderà la percezione della libertà e della comunità. Abbiamo sperimentato quanto sia facile abituarsi al giogo di una limitazione drastica delle libertà individuali nel nome di un’emergenza che solo in apparenza non poteva essere gestita diversamente. È triste ammettere che in larga parte non sono stati il coraggio, l’amore per una causa condivisa o il senso civico a farci rinunciare al lavoro, agli amici, al vivere in comune; è stata la paura, quella di ammalarci e quella di incorrere in sanzioni. Questo atteggiamento restituisce il quadro di una società tragicamente egoista e passiva, incapace di organizzarsi se non sotto il peso della minaccia e gli argomenti dell’obbligo, audace solo nelle piccole violazioni commesse per miserabili tornaconto personali: una società che già da tempo ha praticato una malsana sottomissione agli imperativi del consumo contrabbandati per libertà di scelta.

Dovremo quindi apprendere di nuovo a conoscere la libertà e a praticare la solidarietà, che sono entrambe così facili da disimparare. L’arte, in tutte le sue declinazioni, grazie alla capacità di coniugare forme simboliche e funzioni sociali può giocare un ruolo centrale. Tuttavia è vano pensare che questo possa avvenire in un sistema simile a quello che governa o, per essere precisi, che tralascia di governare la produzione culturale oggi in Italia. La materia da disciplinare è vasta e complessa, e il nostro Paese in questi termini è indietro di decenni rispetto a quanto accade nella maggior parte delle nazioni europee. In queste settimane da molte aree del mondo delle arti visive e della cultura in generale, con movimenti dal basso, all’interno di gruppi informali, o in quelli tradizionalmente più corporativi del teatro, vengono articolate proposte e richieste. Ma queste, per lo più, sono afflitte da un peccato originale limitando le proprie istanze a una normalizzazione che non tiene conto dello stato di eccezione costituito dall’arte.

Come ho scritto altrove «l’arte è proprio l’anticorpo che mette in crisi il sistema: costituisce una garanzia di libertà, riuscendo a innescare cortocircuiti in un campo in cui il costrutto autoritario non è preparato a sostenere il confronto» (La sintassi della libertà. Arte, pedagogia, anarchia, Gli Ori 2020). La sfida quindi è quella di edificare una rete di garanzie e riconoscimenti per gli artisti che però non li trasformi in innocui impiegati. Si tratta di mettere in opera una sorta di paradosso che spingerebbe il sistema statale a nutrire, senza neutralizzarla, la critica ai propri costrutti; ma «l’arte è anche una misura, sia pure inesatta, parziale e sfuggente, del grado di libertà in uno Stato, e ogni sua vittoria in tale direzione potenzia la sua portata e rende un po’ più sottile, un po’ più porosa la cappa del controllo». Questa tensione può potenziare anche il valore delle comunità civiche (chiamiamole anche Stati, in questo caso), può bonificare il sentimento di appartenenza dai miasmi del populismo e dalla miopia dell’individualismo, può aprire spazi per imparare a pensarci parte di un insieme di persone, mantenendo intatta ogni soggettività ma difendendo le più deboli, come ogni società sana dovrebbe fare.

Il modo in cui le arti e la cultura vengono considerate accessorie o assimilabili alla macchina dell’intrattenimento (il ministro Franceschini ha sciaguratamente auspicato una «Netflix della cultura») è indicativo dell’arretratezza della situazione in Italia e ci mette in allarme spingendoci ad agire. In altri paesi esistono alcuni modelli, sia pure imperfetti, e ci sono realtà che si stanno impegnando ad analizzarli per rilanciarli in un confronto aperto su molti piani. Questa crisi apre lo spazio per l’occasione di ripensare i ruoli e le posizioni di tutti gli attori coinvolti. La tutela statale degli artisti e dei lavoratori della cultura, che non abbia come prezzo la loro autonomia, la loro libertà, può essere il cardine di una relazione che dovrà essere rinegoziata costantemente ma che dobbiamo iniziare a progettare adesso. «Non sarà la paura della pazzia a farci lasciare a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione» (André Breton, Manifeste du Surréalisme, 1924).

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L’arte di uscire dalla crisi – Leggi le altre interviste

Al via le celebrazioni religiose: solita corsia preferenziale per la Chiesa

«Ancora una volta la politica si mostra debole nei confronti delle richieste di corsie preferenziali che pervengono dalla Chiesa. Così il governo ha dato priorità alle riunioni di tipo religioso mentre altri tipi di riunioni continuano a essere vietate (teatro, presentazioni di libri, incontri in centri socio culturali, cinema, lo stesso diritto all’istruzione nella scuola pubblica)». Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così il protocollo firmato da Palazzo Chigi, approvato dal Parlamento, che dà il via libera alle messe coi fedeli a partire dal 18 maggio. «Di fatto – prosegue Grendene – su pressione dei vescovi, il governo ha attuato un regime speciale per le riunioni a carattere religioso, regime speciale proibito dalla sentenza n. 45/1957 della Corte costituzionale. La libertà di riunione non deve consentire privilegi per qualcuno e divieti per altri. Nemmeno se questo qualcuno si ritiene il rappresentante di Dio in terra».

La Uaar, osserva Grendene, ha una biblioteca che non può essere aperta e una sala riunioni inaccessibile: «Le nostre assemblee non si possono tenere: non è discriminazione questa? Suona poi quantomeno forte parlare di norme ferree per la ripresa delle celebrazioni religiose: le regole stabilite dal Protocollo sono in realtà spesso approssimative, un’applicazione di principi affidata a parroci o volontari. E considerato che le inadempienze religiose in fase 1 sono state già tante, le abbiamo documentate, le ha riprese la stampa, chi ci dice che in fase 2 andrà meglio? Insomma – conclude Grendene – ci stupisce che quello stesso comitato tecnico-scientifico che pochi giorni fa sosteneva che le messe presentassero “criticità ineliminabili” ora abbia dato parere favorevole al protocollo. Che fine hanno fatto quelle criticità? Sparite per intervento divino?».

 

 

Immigrati, le basi di una sanatoria in un Paese civile (video a cura di Adif)

La sanatoria. Le pillole di Adif, Associazione Diritti e Frontiere

 

Per approfondire:

Ma gli stranieri non ci avevano rubato il lavoro? di Leonardo Filippi

Patrioti! Ai campi!

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 04 aprile 2020 Roma (Italia) Cronaca Emergenza Covid 19, all’interno dell’azienda agricola della famiglia Della Porta vicino Roma si lavorano le colture stagionali, molte aziende sono state penalizzate dal blocco degli spostamenti per arginare la diffusione del coronavirus e la maggior parte dei braccianti agricoli che vengono dall’Asia non hanno avuto la possibilità di raggiungere i terreni per le raccolte stagionali Nella Foto : braccianti agricoli al lavoro nelle serre con le mascherine , per mantenere le distanze di sicurezza le file di raccolta vengono alternate Photo Cecilia Fabiano/LaPresse April 04 , 2020 Rome (Italy) News Covid 19 Emergency , seasonal agricultural harvest in Della Porta Family farm near Rome , many farms have been penalized by the lockdown imposed to stem the spread of coronavirus and most of the agricultural workers who come from Asia have not had the chance to reach the land for seasonal harvesting In the pic : agricultural workers in the greenhouses with safety facial masks, to keep the safety distances they work in alternated rows

«Ci rubano il lavoro!» gridano da anni con le vene del collo ingrossate. «Ci rubano il lavoro!» scrivono sui manifesti elettorali. E così il giochetto del pensiamo prima a noi viene facile facile, non c’è nemmeno bisogno di spingerlo troppo.

Solo che senza i lavoratori stranieri accade che nell’edilizia in alcune zone non si sia nemmeno in grado di costruire una cuccia per il cane, accade che il prosecco rimanga negli acini e accade, come sta accadendo, che la frutta e la verdura non riescano nemmeno ad arrivare agli scaffali del supermercato.

Così eccoci qui, nel bel mezzo di un dibattito assurdo in cui non si vuole regolarizzare chi sarebbe disponibile a lavorare ma allo stesso tempo non si trovano italiani che vogliano farlo e chi decide di non decidere (come al solito con la Lega in testa) semplicemente non sta proponendo nessuna soluzione: se si riuscisse a spostare la discussione dallo straniero al più generico lavoratore ci si accorgerebbe che della nazionalità agli imprenditori del settore agricolo (quelli onesti) interessa ben poco, servono le braccia.

Il dibattito sull’eventuale regolarizzazione però nasconde tutta l’etica imprenditoriale italiana quando dà il peggio di se stessa: le persone servono solo per il momento che servono, i diritti sono solo una gentile concessione che serve a regolarizzare la fatica, le persone esistono solo quando producono. E forse qualcuno dovrebbe avere il coraggio di riconoscere che l’agricoltura in Italia (come la logistica, i servizi, l’edilizia e altro) si sostiene sul caporalato e sul lavoro nero, quello che schiavizza le persone e che ruba soldi agli ospedali, ai servizi, allo Stato.

C’è anche un altro aspetto interessante, per tutti i nostri patrioti che vogliono difendere il lavoro dalla sostituzione etnica e dai lavoratori stranieri: potete andare a lavorare, eccolo qui il lavoro. O forse bisognerebbe avere il coraggio di dirsi che ci sono mestieri (anzi: condizioni lavorative) indegni di un Paese civile.

Che aspettate, fatevi sotto.

Buon venerdì.

La città ideale

Lo scenario delle nostre città d’arte rappresentate spettacolarmente dalle sole architetture è spiazzante. Palazzi e piazze, monumenti e tessuti minori, scorci inediti e luminosità nuova ci si parano innanzi e non sappiamo come guardarli.  Vediamo i luoghi in cui abitiamo nella stessa prospettiva con cui visitiamo, se si è fortunati, siti archeologici e vestigia monumentali che ci parlano di civiltà scomparse, la cui identità e i cui valori deduciamo da quanto è rimasto in piedi, dalla forma solida dei templi, dalle mura massicce, dalle decorazioni, dalla composizione dei materiali.

Eppure quando abbiamo la fortuna di rimanere soli con queste testimonianze commoventi di tanto tempo fa – mi è capitato, una volta al tempio egizio di Dendera in pieno deserto con le rovine che fuoriuscivano ancora dalle dune di sabbia; ma più recentemente nel nord dell’Afghanistan a poca distanza dalle mura timuridi di Balkh nel sito prezioso di Noh Gonbad o, caso estremo, percorrendo le rocce e le grotte ricoperte dalle toccanti pitture rupestri del Tassili d’Ajjer negli altopiani disabitati del Sahara algerino – l’emozione che ci prende è fortissima; ci sembra di poter rivivere quel tempo e di intendere in profondità i pensieri che lo attraversavano. Il silenzio e la solitudine sono una condizione, forse lo scenario indispensabile, perché si avveri questa epifania, perché si stabilisca il contatto e si realizzi il miracolo della conoscenza.

Sembra evidente che quello che proviamo nell’osservare le nostre città d’arte più note ai tempi del coronavirus non ha niente a che fare con questo sentimento. È vero che in un primo momento la sorpresa è forte, quei luoghi familiari ci appaiono nuovi e anche impressionanti; nella sospensione del tempo è come li vedessimo per la prima volta… Ma presto lo stato d’animo trasmuta in una sorta di estraneità, di non riconoscimento: quella città non è la…

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L’arte di riconquistare le città

A protester from the communist party-affiliated PAME union wearing a mask to protect against coronavirus, holds a carnation during a May Day rally outside the Greek Parliament, in Athens, Friday, May 1, 2020. Hundreds of protesters took part in traditional May Day march, despite authorities' pleas to unions to move their demonstrations to next week, after lockdown measures begin easing. (AP Photo/Petros Giannakouris)

È tutta nostra la città. È tempo di tornare dall’io al noi, è venuto finalmente il momento di riprendersi la polis, di esercitare la democrazia, in tutte le sue forme, avendo bene a mente che non siamo ancora fuori dalla pandemia e che dobbiamo muoverci nel massimo rispetto delle misure di sicurezza.

Fare della città un teatro vivo di democrazia, tornare ad essere anche concretamente una collettività è un’esigenza irrinunciabile come dice lo storico dell’arte, archeologo e accademico dei Lincei Salvatore Settis in questo sfoglio, perché è nel sociale, è nel rapporto con gli altri, che si realizza il pieno sviluppo della persona umana, come recita il bellissimo articolo 3 della nostra Costituzione. Dopo un periodo protetto, necessario per fermare il contagio, ora si tratta di affrontare una fase nuova di “svezzamento”: con fiducia torniamo a muoverci all’esterno e con grande senso di responsabilità. Tenendo gli occhi ben aperti perché i diritti di chi è tornato al lavoro siano tutelati in sicurezza. Perché siano rispettati i protocolli, i contratti collettivi, perché la riapertura non avvenga in deroga del codice degli appalti e delle garanzie costituzionali.

Se il 25 aprile – la festa più bella di tutte perché ricorda la liberazione partigiana dal nazifascismo – ci passavamo papaveri di terrazzo in terrazzo, come abbiamo raccontato con una fresca luminosa copertina di Left, ora ripensando al primo maggio ci torna in mente la bella immagine di una ragazza che impugna un garofano rosso con un guanto, manifestando in piazza ad Atene, insieme a tanti compagni, distanti ma idealmente vicini. Un’immagine potente quella che ci è arrivata dalla Grecia, tanto più pensando a come fu strangolata dalla Troika durante una crisi economica non troppo diversa da quella che purtroppo si prospetta ora. Non ci saranno le stesse condizionalità del Mes promette il ministro Gualteri; ormai lasciati alle spalle gli Eurobond, il presidente del Consiglio Conte insiste sul Recovery fund, di cui ancora non sono chiari i contorni. Ma è certo che su questa strada bisogna insistere, perché senza un’Europa solidale nessuno ne esce vivo.

Certo ci saremmo aspettati che la Unione europea, sulla via aperta da Danimarca, Polonia e Francia, vietasse aiuti alle aziende con sede in paradisi fiscali (come accade per la Fca, per le aziende di Berlusconi ecc.) ma così non è stato. Non smettiamo tuttavia di lottare per un’Europa dal volto più umano, non ci arrendiamo. Così come non smettiamo di vigilare sull’operato del governo.

È stata decisa una ripartenza più sulla base di motivazioni economiche che sulla base di evidenze scientifiche. Aspettiamo che i dati sull’andamento della pandemia affluiscano dalle Regioni, che siano diffusi più ampiamente alla cittadinanza che chiede una comunicazione chiara, trasparente, coerente. Mentre continuiamo a documentare e monitorare quel che avviene sui territori (a cominciare dall’area più colpita della Lombardia), in copertina torniamo ad occuparci di un tema a noi molto caro: la città come organismo vivente, come pubblica agorà. Un tema a cui abbiamo dedicato qualche mese fa un agile libro che ha ricevuto molta attenzione da parte dei lettori e splendide presentazioni, che – per chi volesse – si possono rivedere sulla nostra pagina Facebook. Frutto di anni di lavoro di Left il libro Le mani sulle città documenta la crescita delle disuguaglianze, l’esclusione di intere fasce sociali dai centri storici, anche attraverso l’istituzione di zone rosse – quando non ce n’era alcun bisogno – e un perverso armamentario di architettura ostile.

Abbiamo denunciato questa deriva in nome del diritto di tutte le persone all’abitare e ad avere accesso al patrimonio d’arte. Con la pandemia purtroppo le disuguaglianze sono aumentate, come documentano gli economisti Salvatore Monni e Paolo Brunori insieme a un gruppo di studiosi dell’Irpet. Con tutta evidenza, una cosa è stato vivere il lockdown in 70 metri quadri ai Parioli, ben altra è stata farlo in quattro persone chiuse dentro 30 metri quadri in periferia non avendo nessuna altra casa dove riparare. Le mappe di Roma di Monni lo mostrano in modo inconfutabile.

Ripensare la città in modo più umano e sostenibile è la grande sfida che oggi hanno davanti architetti, urbanisti e politici. La dura lezione che ci ha inferto la pandemia ci obbliga a scelte non più rinviabili. Tutti ci siamo meravigliati dei cigni nei navigli, dei delfini nei porti, di spicchi di natura che hanno ripreso vita nei centri urbani. Perché non trarne una lezione duratura, provando a ripensare le città abbattendo le barriere architettoniche, disegnando più piste ciclabili, per evitare di tornare ad affollare i mezzi pubblici e ad intasare le strade con i mezzi privati? Perché approfittando del crudele distanziamento fisico a cui ci obbliga il rischio di contagio non ne approfittiamo per restituire musei, gallerie, palazzi centri storici al piacere della conoscenza e al tempo lento e interiore della fruizione dell’arte? Perché non immaginare maggior spazi verdi e una buona architettura sostenibile, tornando a recuperare e a rigenerare l’antico (quando necessario) e a costruire ex novo, rilanciando la sfida di un progresso a dimensione umana?

In questo momento così duro per tutti sono fondamentali investimenti pubblici a fondo perduto, misure di sostegno come l’estensione del reddito di cittadinanza (ma senza condizionalità), come il varo di un reddito di resistenza, sono utili anche i bonus spesa, ma in prospettiva più che misure assistenziali serve creare nuovi posti di lavoro.

Allora perché non sfruttare questa situazione di crisi per cercare di mettere in atto quella rigenerazione urbana in senso green di cui tanto si è parlato? Perché non investire nel cablaggio di città e paesi per consentire a tutti pari accesso alla rete e alle possibilità di didattica a distanza che, necessariamente, dovremo sviluppare ancora fino a quando non sarà trovato un vaccino efficace per il Covid-19?

Qui c’è in gioco il futuro dell’Italia che non si risolve vagheggiando il ritorno al piccolo mondo antico e agreste, ma puntando sulla modernizzazione della città, sulla qualità e sicurezza degli spazi di vita e di lavoro, sulla ricerca, sulla formazione e su un nuovo modello di sviluppo a dimensione umana. La sfida è aperta.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dall’8 maggio

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Ma gli stranieri non ci avevano rubato il lavoro?

«Oggi il primo problema che abbiamo in agricoltura è quello di reperire la manodopera. Ci mancano, come sostengono tutte le associazioni agricole, tra i 270mila e i 350mila lavoratori e lavoratrici per le prossime campagne di raccolta. Non possiamo permettere che un litro di latte o un chilo di frutta o di ortaggi vengano distrutti perché non abbiamo trovato le persone che si fanno carico della raccolta di questi prodotti. Se non siamo in grado di reperirle dobbiamo dare l’opportunità di lavorare in modo regolare, e non attraverso lo schiavismo dei caporali, anche ai cittadini immigrati che sono bloccati nei ghetti e che negli anni passati hanno lavorato in agricoltura in nero».

La ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, incalzata da Roberto Vicaretti nella trasmissione Studio24 su RaiNews, è stata chiara. Il suo settore ha un grave problema. Mancano braccia disposte a raccogliere fragole, pomodori e prodotti di stagione. E presto i reparti frutta e verdura di supermercati ed alimentari potrebbero restare sguarniti. Per questo motivo si è riaperta in Italia la possibilità di una sanatoria, per regolarizzare i migranti senza documenti presenti nel Paese e disposti a lavorare in campagna. Una proposta per alcuni aspetti senza dubbio positiva, con cui si riconosce finalmente l’esistenza di decine di migliaia di “invisibili” impegnati in agricoltura, che spesso vivono e lavorano in condizioni indicibili. Ma il modo in cui il governo sembra intenzionato a procedere risponde principalmente ad esigenze economiche, mentre il benessere e i diritti del lavoratore finiscono in secondo piano. Senza considerare, inoltre, che restano del tutto aperte le criticità relative alle condizioni igienico-sanitarie a cui sarebbero esposti coloro che andrebbero a lavorare nei campi, ai loro alloggi, ai trasporti, alle loro tutele contrattuali. Temi rispetto ai quali perdura un consueto e preoccupante silenzio.

Ma, per analizzare il problema e le sue possibili soluzioni, partiamo dall’inizio. La penuria di braccianti si è manifestata principalmente per due motivi. Il primo è il blocco delle frontiere, che ha impedito l’accesso in Italia a decine di migliaia di lavoratori stagionali, provenienti perlopiù dall’Est Europa, Bulgaria e Romania in primis. Il secondo è la difficoltà per i lavoratori sans papier che abitano i vari ghetti del Sud (e non solo) di spostarsi e recarsi nei campi, con l’intensificarsi dei controlli di polizia durante il lockdown. Anche coloro che hanno i documenti in regola, in assenza di un contratto non possono muoversi con l’autocertificazione. Mentre i caporali, per paura, hanno fermato i furgoni. A Terracina, solo per fare un esempio, il 19 marzo la polizia ne ha fermati tre che viaggiavano stipati di braccianti: 25 lavoratori di origine bengalese e due italiani che li accompagnavano sono stati denunciati per il mancato rispetto delle disposizioni anti-contagio.

Così, le campagne italiane sono rimaste senza forza-lavoro. Una circostanza che, se consideriamo la disoccupazione al 9,7% di febbraio certificata dall’Istat, sconfessa in un colpo solo due dei luoghi comuni più amati dai fascioleghisti: “Gli stranieri ci rubano il lavoro” (poiché la loro assenza non è stata affatto rimpiazzata agilmente da braccia italiche) e “l’immigrazione irregolare spinge verso il basso tutele e salari” (visto che, anche con la temporanea assenza di un presunto dumping salariale, non si è registrato alcun balzo in avanti di retribuzioni e garanzie per i lavoratori agricoli).

Ora, per assicurare le raccolte in campagna, il governo sta lavorando ad una sanatoria. L’ultima si era avuta nel 2012, col governo Monti, ed era dedicata a colf e badanti. Nelle bozze di decreto che sono circolate negli ultimi giorni si spiega che «al fine di sopperire alla carenza di lavoratori nei settori di agricoltura, allevamento, pesca e acquacoltura», i datori di lavoro che intendano mettere sotto contratto di lavoro subordinato a tempo determinato «cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale in condizioni di irregolarità» possono presentare istanza allo sportello unico per l’immigrazione. Il contratto «non superiore a un anno» genera, dopo una serie di verifiche burocratiche, un permesso di soggiorno, che «può essere rinnovato in caso di nuova opportunità di lavoro offerta dallo stesso o da altro datore di lavoro, fino alla scadenza del nuovo rapporto di lavoro». La misura dovrebbe coinvolgere circa 200 mila migranti. (La ministra Bellanova ha successivamente parlato di «un permesso di soggiorno temporaneo per sei mesi, rinnovabile per altri sei», a cui potrebbero accedere 600mila lavoratori, ma ha anche aggiunto di non «essere in grado di dirlo con certezza», ndr)

«Ciò che serve è una sanatoria per tutti gli stranieri privi di documenti, non solo in agricoltura, e deve essere svincolata dalla necessità di un rapporto di lavoro già esistente. Affidare la richiesta di regolarizzazione al datore di lavoro, come vorrebbe fare il governo, innesta una dinamica di possibile ricatto rispetto alle condizioni lavorative. Senza poi considerare che è difficile, in queste condizioni, un incontro immediato tra domanda ed offerta di lavoro», spiega a Left Sergio Bontempelli, operatore legale ed esperto di questioni legate allo status giuridico dei cittadini, che con l’Associazione Diritti e frontiere (Adif) ha curato una proposta di riforma fondata sulla regolarizzazione di chi è qui senza documenti tramite il rilascio di un permesso di soggiorno per “attesa occupazione”, sull’abrogazione dei decreti Salvini e sulla reintroduzione della protezione umanitaria. La proposta è stata tradotta pure in un testo di legge.

Anche l’Associazione per gli studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) ha curato una controproposta simile, che ha raccolto centinaia di adesioni. «Se vogliamo sottrarre le persone prive di documenti al ricatto dei datori di lavoro dobbiamo concedere loro un permesso di ricerca lavoro di almeno un anno – ci dice Nazzarena Zorzella, avvocata e socia Asgi – durante il quale sia possibile trovare un’occupazione. Il nostro obiettivo principale deve essere quello di far emergere le persone da una condizione di invisibilità giuridica. Occorre riconoscere il diritto all’esistenza di uomini e donne che vivono già qui, in Italia, e bisogna farlo a prescindere dal settore in cui sono occupati. Ciò consentirebbe anche una più adeguata tutela della salute collettiva». Un’altra ipotesi è poi quella proposta da Emilio Santoro, docente universitario a Firenze e presidente del centro “L’Altro Diritto”. Egli suggerisce di utilizzare il decreto flussi, cioè il provvedimento con cui ogni anno il governo stabilisce il numero massimo di lavoratori stranieri autorizzati ad entrare in Italia. «Il decreto flussi anche in passato è stato usato per assumere chi già si trovava nel nostro Paese», spiega a Left il docente, «oggi la legge prevede che il visto di ingresso sia rilasciato nel Paese di origine del lavoratore, ma con la pandemia in corso e l’impossibilità di viaggiare si potrebbe prevedere di rilasciare direttamente il permesso di soggiorno in Italia a chi rientra nella quota prefissata. Prevedendo una quota sufficientemente ampia si potrebbero mettere in regola molti lavoratori stranieri, con una piccola modifica alla normativa vigente».

Regolarizzazione a parte, infine, restano inascoltate le richieste dei lavoratori agricoli circa la possibilità di trovare agilmente un impiego e di recarsi nei campi e trovare un alloggio in sicurezza. «L’articolo 8 della legge 199 (anticaporalato, ndr) istituisce le “sezioni territoriali” che hanno il compito di attuare il collocamento, il trasporto e l’accoglienza. Come mai non ci sono ancora in tutta Italia? – ha dichiarato Giovanni Mininni, segretario generale Flai, in un intervento sul Manifesto -. Quelle operative si contano sulle dita di due mani. Perché nel nostro Paese si consente il lusso di non applicare una legge se questa non piace ad alcune Istituzioni e ad una parte del mondo agricolo? Dov’è lo Stato?».

L’articolo è stato pubblicato su Left del Primo maggio

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