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Domenico De Masi: Rendiamo il lavoro più bello e più creativo

PARIS, FRANCE - APRIL 19: A picture shows a clock taken from inside of the Orsay museum on April 19, 2016 in Paris, France. The clock of the Orsay museum is one of the few remnants of the days when the museum was a station. (Photo by Thierry Chesnot/Getty Images)

Lavorare meno lavorare tutti, un’idea che torna a farsi strada nelle socialdemocrazie del Nord Europa. La giovane premier finlandese Sanna Marin ne aveva parlato in un convegno. Salita ai vertici del governo, intanto, si sta adoperando per difendere e rilanciare il welfare nel suo Paese e chissà che in futuro non tematizzi più concretamente la questione. In Italia di riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio ha parlato il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico e il tema è stato evocato in un documento congressuale dal segretario generale Cgil Landini. Certo passare ai fatti non è così facile, ma auspichiamo che il dibattito possa finalmente decollare anche da noi, nonostante la feroce levata di scudi di conservatori e neoliberisti, dislocati anche nel centrosinistra.

Chi ha scritto molto sulla necessità di un giusto riequilibrio fra tempi di lavoro e di vita, sfruttando gli aspetti migliori dello sviluppo tecnologico, è il sociologo Domenico De Masi, già autore del monumentale Il lavoro nel XXI secolo (Einaudi, 2018), un volume di oltre 800 pagine che offre una ricca disamina delle diverse concezioni del lavoro e del «tempo liberato» nelle varie epoche, dall’otium letterario dei latini e prima ancora dei cittadini greci (in una società basata però sullo sfruttamento e sulla discriminazione degli schiavi e delle donne) per arrivare al lavoro concepito come condanna per il peccato originale nel medioevo cristiano e a mezzo di elevazione nell’ideologia protestante consustanziale alla nascita del capitalismo, come rilevava già Max Weber. Ma non solo. Interessantissimo è anche il quadro sinottico tratteggiato da De Masi che, fuori da un orizzonte eurocentrico, propone di approfondire il senso che il lavoro ha assunto nelle differenti concezioni orientali, per esempio nella visione confuciana o in quella taoista, attenta all’equilibrio uomo e natura, fuori dall’ossessione produttivistica di cui è affetto anche il capitalismo di Stato cinese. Una ossessione che domina anche l’attuale discussione sulla riduzione dell’orario di lavoro sui giornali mainstream in Italia.

Professor De Masi, davvero ridurre l’orario di lavoro a parità di salario sarebbe una débâcle  comportando un crollo vertiginoso della produttività?
Non è così. Torno a segnalare un trend accertato dai fatti. Ecco qualche dato: nel 1891 gli italiani erano circa 40 milioni, allora si lavorava in media 6 ore al giorno per 6 giorni alla settimana; in un anno 70 miliardi di ore lavorate. Cento anni dopo, nel 1991, gli italiani arrivano a 57 milioni. Entrate in vigore le prime leggi di riduzione dell’orario, si parla di 60 miliardi di ore. Eravamo 17 milioni in più e lavoravamo 10 miliardi di ore in meno, non so se è chiaro. Eppure producevamo 13 volte di più rispetto a 100 anni prima. Passano trent’anni e arriviamo a noi oggi. È aumentato il progresso tecnologico ma anche la globalizzazione. Siamo 60 milioni e abbiamo lavorato 40 miliardi di ore. E abbiamo prodotto 600 miliardi di dollari in più. Come vede, in 130 anni è un trend inarrestabile. Di fatto noi stiamo imparando a produrre più beni e più servizi lavorando meno ore.

A fronte di questo però in Italia ci sono immigrati che lavorano 12 ore al giorno per 2 euro all’ora. Ancora pochi giorni fa un’operazione anti caporalato a Reggio Calabria ha riportato alla luce questa quotidianità inaccettabile.
Abbiamo due anomalie fortissime che contrastano con il trend generale. La prima riguarda questi lavoratori quasi sempre immigrati, senza nessuna garanzia, per i quali non c’è ancora nessuna tutela, nessun contratto che stabilisca un minimo salariale; persone che a costi infimi sono costrette a lavorare per molte più ore. E l’Italia in media ha già un monte ore di lavoro molto più alto della media dei Paesi Ocse.

In concreto?
Un italiano in media lavora 1.723 ore all’anno, un tedesco in media lavora 1.356 ore, c’è una bella differenza. Questo è anche uno dei motivi per cui i tedeschi hanno il 79 per cento di occupazione e noi invece abbiamo il 58 per cento. Ma abbiamo un’altra anomalia rispetto alla Germania e ad altri Paesi, che viene messa poco in luce. Manager e quadri del pubblico e del privato lavorano più ore rispetto a quanto ne comporti il contratto, ma questo vale per i giornalisti, per i consulenti ecc. I dirigenti sono 260mila e facendo in media 2 ore di overtime al giorno, 5 giorni alla settimana, sono 114 milioni di ore, praticamente tolgono lavoro a 66 milioni di disoccupati. E non si è mai capito perché un manager tedesco esca alle 17, mentre un manager italiano, se è donna torna a casa perché deve accudire i figli, se è maschio resta una, due, tre ore in più e se ne vanta mentre è un killer seriale di lavoro. In Germania lavorano il 20 per cento in meno ma producono il 20 per cento in più. Questo è uno scandalo di cui non si parla mai, perché la produttività non dipende dai lavoratori ma dipende dai datori di lavoro e dai manager. Qui non si parla del fatto che se in Italia c’è il 20 per cento in meno di produttività è per colpa della incapacità dei dirigenti.

In questi giorni si discute molto di pensioni. In Francia gli scioperi dei lavoratori hanno costretto Macron a ritirare in parte il suo progetto di riforma delle pensioni, con cui intendeva spostare l’età pensionabile da 62 a 64 anni. I sindacati  in Italia hanno lanciato la proposta della pensione a 62 anni, cosa ne pensa?
In generale, fatta eccezione per i lavori usuranti, io sono dell’avviso che si dovrebbe ridurre l’orario di lavoro ma non gli anni di lavoro. Se sono 40 miliardi di ore quelle che lavoriamo oggi vanno portate a 30, ma queste 30 vanno distribuite per più anni, per un fatto semplicissimo: un tempo la pensione era a 55 anni per le donne e 60 anni per i maschi. Ma all’epoca si moriva a 50 anni. Era  una truffa perché l’Inps si prendeva i contributi tutta la vita e poi doveva erogare la pensione ma il pensionato era morto. Oggi la vita media degli uomini è di 80 anni, 86 per le donne, e si va in pensione a 65 anni. Questo cosa comporta? Ci sono 20 anni di inerzia. Io trovo che il lavoro vada reso bello, perché sia sempre migliore, ma quando è reso bello lo si svolga il più possibile. Grazie alla tecnologia, la parte negativa del lavoro, quella noiosa, ripetitiva, pericolosa potrebbe essere delegata sempre più alle macchine. Il lavoro ora può essere più creativo. Oggi un 65enne è come era un 40enne un tempo, è uno con una vita attiva, l’amore, lo sport; lo vogliamo mandare a portare il cane ai giardinetti?

Politica e sindacati dovrebbero contribuire ad elaborare una visione nuova della società e ripensare il lavoro perché sia sempre più una realizzazione sociale e umana?
È compito anche degli intellettuali, che purtroppo oggi hanno rinunciato a  ripensare la società. Lo avevano fatto gli intellettuali della rivoluzione francese. Lo aveva fatto Marx e con lui quei pensatori che si sono messi a studiare aprendo orizzonti di liberazione dall’oppressione. Nel contesto attuale, in cui pochi ricchi sono sempre più ricchi e aumentano le disuguaglianze, compito prioritario è pensare a come creare opportunità per tutti e tutele, è prioritario studiare i modi per redistribuire lavoro, ricchezza, potere e sapere.

L’intervista di Simona Maggiorelli a Domenico De Masi è stata pubblicata su Left del 17 gennaio 2020

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SOMMARIO

Spremono anche i malati

Foto Claudio Furlan - LaPresse 24 Febbraio 2020 Milano (Italia) News Conferenza stampa in regione Lombardia per fare il punto sulla emergenza Coronavirus Nella foto: Giulio Gallera, Attilio Fontana

In Lombardia il duo Gallera-Fontana, la fantastica coppia che rifarebbe tutto allo stesso modo e che ha da ridire sulle decisioni di tutti gli altri, effettua l’ennesima giravolta e torna sui suoi passi: dopo avere negato per settimane la possibilità di effettuare privatamente test sierologici ora decide di dare il via libera a tutti gli istituti riconosciuti e accreditati dal Regione.

Quindi, che accade? Accade che privatamente, quindi a pagamento, ognuno potrà sottoporsi al test ematico per scoprire la propria eventuale positività. Ci si aspetterebbe, ovviamente, che la Regione metta in campo tutto ciò che serve per garantire l’accesso al test a tutti, per non farlo diventare un lusso che possono permettersi solo alcuni e invece sembra che rimarremo delusi. Niente. Nemmeno un prezzo massimo imposto dalla Regione. Sarà il mercato a stabilire il prezzo: scoprire se si è malati sarà quindi un servizio riservato solo ad alcuni. Una decisione perfettamente in linea, del resto, con l’interpretazione privatistica e escludente della sanità in Lombardia.

Ma non è finita qui: nel caso in cui un cittadino scopra (a sue spese) di essere malato non godrà di nessuna corsia preferenziale: dovrà mettersi in isolamento volontario e per avere un tampone (quindi per essere ufficialmente malato) dovrà rivolgersi al suo medico di base che dovrà rivolgersi all’Ats di riferimento che inserirà il paziente (badate bene, già ufficialmente positivo) nella lunga lista d’attesa per ottenere un tampone. Per darvi un’idea del punto in cui siamo in Regione Lombardia con i tamponi vi basti sapere che, lo dice lo stesso Gallera, al momento stanno verificando gli operatori sanitari e gli ospiti delle Rsa, roba che andava fatta mesi fa.

Non si tratta solo di una questione sanitaria, questo è un chiaro modo di come si vede il mondo e di come si ha intenzione di governarlo. Eccolo il modello lombardo: anche scoprire di essere malati costa e non garantisce di avere diritto alla cura.

(A proposito: la mozione di sfiducia a Gallera nel Consiglio Regionale ha goduto del non voto Italia Viva. Segnatevelo)

Buon mercoledì.

Le incognite che dovremo affrontare nella fase 2

In this April 28, 2020 photo, Eusebio Soria poses for a photo behind a glass door at the entrance of his home as he recovers from the new coronavirus in Cabrejas del Pinar, Spain, in the province of Soria. Soria said that at first his doctor diagnosed him with the flu until his fever wouldn't go away and he was sent to the hospital where he spent 11 days after being tested positive for the coronavirus. Many in Spain's small and shrinking villages thought their low populations would protect them from the coronavirus pandemic. The opposite appears to have proved true. Soria, a north-central province that's one of the least densely peopled places in Europe, has recorded a shocking death rate. Provincial authorities calculate that at least 500 people have died since the start of the outbreak in April. (AP Photo/Felipe Dana)

Il decreto del 26 aprile 2020 per la riapertura nella Fase 2 è stato stilato anche tenendo conto le indicazioni contenute nel Documento del comitato tecnico scientifico del ministero della Salute “sulla possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da SARS-CoV-2 nei luoghi di lavoro e strategie di prevenzione“. In queste settimane il governo Conte è stato più volte  accusato di essere succube degli scienziati e contro le esigenze di cittadini e industria. In realtà è accaduto esattamente contrario. Vediamo perché.

Oggetto di critiche legittime e di sciacallaggio politico è stato la ricerca di un nuovo equilibrio di lockdown che conciliasse l’inconciliabile. È normale prassi ricorrere al parere di tecnici e scienziati quasi sempre pochissimo ascoltati. Questa volta invece sono stati scelti anche bene e hanno fornito una solida base scientifica alle decisioni. Ascoltati sì ma non completamente (a loro avviso sarebbe stato opportuno aspettare almeno un altro paio di settimane), il governo ha giustamente tenuto conto anche di altri legittimi fattori non tecnici. Compromessi difficili ma necessari; il più arduo è stato su quale fosse il livello di rischio da considerare “accettabile” ovvero quanto, quando, come e dove ridurre le restrizioni. Aprire tutto come pretendono le opposizioni avrebbe significato (come Bergamo insegna) esporsi ad un rischio prossimo alla certezza di una seconda e più devastante ondata epidemica. La scelta più sicura era lasciare il Paese già stremato in lockdown per altre due settimane ma soffocando ancora di più l’economia e tutti. È proprio in queste scelte che si inserisce il contributo della scienza basato su dati oggettivi e non su opinioni, sentito dire, opportunismi ed emozioni variamente pericolose. Le scelte più facili e la ricerca del consenso agiscono a favore del virus.

C’è poi la questione molto criticata di non tener conto delle molto diverse situazioni delle regioni; un nord ancora in lentissimo miglioramento e con valori numerici ancora preoccupanti in Piemonte e Liguria e le restanti regioni che vanno, al momento, variamente meglio ma non al sicuro. Ovvia sarebbe stata una apertura differenziata per regioni; ci devono quindi essere stati validi motivi per ritardare una cosa ovvia ma che comunque si farà. Verosimilmente i motivi sono due; il primo di ordine politico di non cadere nella trappola delle provocazioni delle regioni leghiste (più Emilia-Romagna e Marche) di innescare uno scontro istituzionale devastante in questo delicatissimo momento. Il secondo motivo è sanitario; le regioni con meno casi, come dice chiaramente Ranieri Guerra dell’Oms, sono quelle nella cui popolazione il virus ha circolato pochissimo rendendole in tal modo più vulnerabili (un po’ come all’inizio Codogno e la bergamasca). La nota e diffusa debolezza strutturale di non pochi sistemi sanitari regionali avrebbe portato il profilo di rischio a livelli molto preoccupanti. I test sierologici a breve ci diranno quanto e se il ragionamento è corretto. Ogni regione dice che sta potenziando il territorio; ma rigorosamente a modo suo perché lo Stato non può intromettersi.

Nessuno oggi può far finta di non sapere che il virus, ugualmente aggressivo, è ancora tra noi e che andare un po’ meglio non significa minimamente averlo sconfitto. Ipocrita e pericoloso dire che tutto si può fare mantenendo le norme di sicurezza quando è palese che, anche volendolo, sarà impossibile rispettarle diffusamente. Superficialità con il virus significa sempre nuovi focolai che devono essere sigillati immediatamente in zone rosse e gestiti con una rete sanitaria territoriale veramente rapida ed efficace (situazione che sappiamo non è essere così frequente in Italia) basata sulla regola ferrea di: testare, tracciare e trattare. Eventi quindi previsti perché quasi inevitabili mettendo in mobilità più di 4 milioni di persone nella fase 2. La Lombardia ci ha drammaticamente insegnato che fare affidamento solo sull’ospedale è perdente. La sanità territoriale è organizzativamente molto complessa e non lo si realizza in pochi giorni; quindi non c’è alternativa reale e fattibile alla prudenza. Realtà oggettive note ai tecnici e al governo (e a tutti volendo) ma che sembra non importino a chi vuole, anche pretestuosamente, il contrario. Probabilità ovviamente; ma molto alte e quasi certezze. Stupisce, si fa per dire, il rischio aggiuntivo e inutile cui sottopongono la popolazione le aperture anticipate, strumentali e provocatorie, come quelle della Calabria a fronte di una situazione strutturale sanitaria notoriamente critica già senza virus. I numeri non vanno letti superficialmente e di comodo ma contestualizzati e interpretati da chi ne è capace. Questo il rischio reale delle aperture “politiche” anticipate del lockdown. È come camminare in tanti in un campo minato dove si intravedono le mine e si procede stanchi ma cercando con estrema attenzione di non calpestarle sapendo che non scoppierebbe solo la nostra ma tante coinvolgendo gli altri; se poi per insani motivi uno si mette una benda sugli occhi, incrocia le dita e si mette a correre non è libertà; è un’altra cosa.

Non c’è quindi un regime tecnocratico ma un governo politico che ha fatto scelte politiche basate non su opinioni personali ma su dati scientifici metodologicamente corretti anche se inevitabilmente probabilistici. Criticare è ovviamente legittimo ma deve essere sempre nell’ambito della dialettica politica anche molto dura ma sempre costruttiva. È inaccettabile invece quando quelle che in realtà non sono neppure critiche mirino a cambiare i comportamenti collettivi mettendo a rischio la salute non solo degli sprovveduti che le mettono in atto ma di tutti. Sicuramente si poteva fare meglio, quantomeno a livello di comunicazione, di tempistica e di dettagli ma c’è da considerare anche l’eccezionalità, la novità, l’urgenza, le pressioni, l’enormità dei dettagli dei decreti, i retroscena che non conosciamo.

Il documento è classicamente strutturato in scenari ipotizzati in base al modificarsi di alcune variabili. Per tarare il lockdown sono stati scelti come principali elementi di riferimento il numero di posti letto di terapia intensiva (Ti) quale ormai quasi immodificabile collo di bottiglia del sistema sanitario e le possibilità/probabilità di contatto interpersonale di ogni attività e persona. Questi elementi sono stati messi in relazione con altre variabili che influiscono sulla contagiosità e quindi sulla necessità di letti di Ti. Le principali sono: Età (suddivisa in 20 fasce da 0 a 95 anni ognuna con la probabilità calcolata di contagio). Tipo di lavoro (7 settori e varie sottocategorie ognuna con il rischio di ogni lavoratore). Numero medio di possibili contatti delle persone per fascia di età che possono avvenire a casa, lavoro, scuola, mezzi di trasporto pubblici, tempo libero e frequentazione di negozi e affini. Ruolo importante ha il famoso R0 ovvero il numero di persone che un malato può contagiare (che dopo due mesi è sceso da circa 3 a meno di 1; valore questo preso come livello di allerta per creare zone rosse). Ma non basta; queste variabili sono a loro volta state messe in relazione con altre ancora: la popolazione stimata immune e il numero di infezioni al momento della riapertura. Combinando matematicamente in vario modo e misura queste ed ancora altre variabili (una quantità enorme di dati) sono state individuati un centinaio di scenari possibili tra cui scegliere.

Lo scenario più drammatico si ha con la riapertura completa (come in epoca pre-Covid-19) di tutte le attività che porterebbe all’inizio di giugno ad una necessità di ben 151mila posti di TI quando ne abbiamo circa 9mila! È questo il limite tra il reggere ed il crollare! Il limite delle riaperture! Ovvero aprire quel tanto che se andasse proprio male non si supererebbe il tetto di 9000. Altre combinazioni ci dicono che è molto rischioso tornare a scuola e non fare il telelavoro (più contatti uguale più infezioni). Meno rischioso, sempre per gli stessi motivi, è il settore manifatturiero ed edilizio. Il settore commerciale e della ristorazione lo sono di più perché implicano il movimento di molte persone. Il tutto sempre che tutti, ma proprio tutti, rispetteranno le norme di sicurezza (distanza, mascherine, guanti, igiene, ecc.); altrimenti inevitabile la crescita dei contagi e delle zone rosse. Elemento di alta vulnerabilità è il trasporto pubblico; ovvero di coloro che per necessità non possono farne a meno. Altre variabili riguardano la forza e la risposta dei sistemi sanitari regionali.

Dalle elaborazioni matematiche del modello emerge inoltre che i presupposti ineliminabili alla riapertura in questa fase 2 è che vengano mantenute almeno la metà delle attività di smart working, le scuole chiuse, le attività di aggregazione interdette e tutte le consuete misure di sicurezza. La chiave di tutto è sempre quella purtroppo: ridurre i contatti! Ovvero la cosa ora ancor più difficile e dolorosa.


La diffusione del virus nella popolazione si controlla dal 4 maggio con il monitorare a campione con la sierologia (che tecnicamente non può dare impossibili patenti di libertà) e supportati per il tracciamento dall’app Immuni ancora criminalmente impantanata nelle inutili sabbie mobili di una finta e, letteralmente, mortale privacy. Per chi non lo avesse ancora capito l’app è uno strumento a tempo che serve a proteggere la gente, cioè noi, e che la privacy è molto più stracciata per lucro dai social e da internet. L’app serve ora; anche se tracciare senza un territorio che funziona e agisce lascia “perplessi”.

La fase 2 si gioca tutta o quasi su un territorio diffusamente fragile ed a volte insufficiente. Altro elemento cruciale è quindi il monitoraggio e il controllo strettissimo, ferreo e veloce di tutto ciò che accade nel territorio per dare allarmi immediati; ciò avviene tramite una raccolta dati ad hoc da parte delle regioni. Altrimenti ogni decisione, senza informazioni precise, sarà presa male e tardi. Da ricordare che la gestione operativa della sanità e della raccolta dati è di esclusiva pertinenza delle regioni; come la responsabilità.

Il ministero della Salute ha appena emanato un set di 21 indicatori specificamente dedicati i cui dati per calcolarli dovrebbero essere forniti settimanalmente da tutte le regioni. Sono di vitale importanza per gli alert precoci e per questo sono un “debito informativo” ovvero sono obbligatori per le regioni. Senza dati attendibili e immediati si è letteralmente ciechi. Se però le regioni, per un qualsiasi motivo e con un palese autolesionismo, non li mandano o li mandano di qualità inutilizzabile (come accaduto in passato per altri dati) il ministero non ha di fatto alcuno strumento per imporsi e a rimetterci sarà la popolazione di quella regione. Anche questo è l’autonomia regionale! È questa una delle molte, sconosciute, profonde e micidiali contraddizioni del sistema attuale.

Stante questa situazione è evidente che la fretta anche legittima è uno dei rischi maggiori. Nella fase 1 c’era la novità e la paura; ora la stanchezza, l’assuefazione alla paura e la voglia legittima di tornare a vivere più normalmente. Ci aspetta un’altra insidiosa e dura prova e serve uno sforzo ulteriore e diverso, una diversa caparbietà, altre motivazioni, altre energie. Da soli è più difficile ma collettivamente si può sconfiggere questo e ben altri virus.

Emerge, da approfondire, un sottile pensiero su certe resistenze a Conte. Il governo sta rafforzando lo stato centrale, addirittura il senso stesso dello stato, sta dando finanziamenti pubblici, sta rafforzando la sanità pubblica, ha messo in evidenza cosa realmente fa un certo privato, sta potenziando il territorio e addirittura il welfare sostenendo come può i deboli ed i fragili, larga parte della popolazione capisce e collabora. Stanno cambiando equilibri consolidati e sta timidamente tornando al centro della scena sociale e politica una concezione ed una prassi solidaristica della collettività a scapito dell’individualismo esasperato e cinico. Tutto quello che il neoliberismo avversa e che sicuramente cercherà di stroncare (tramite i finanziamenti di una certa Europa e governi diversamente tecnici?). Stimolante ipotesi di ricerca. Che il virus abbia anche liberato una tenue brezza di sinistra?
Ogni crisi è, volendo, un’occasione di riflessione poi di cambiamento; usiamo quindi le informazioni corrette e le nostre idee, per trasformare le occasioni teoriche in realtà concrete.

Quinto Tozzi è cardiologo; già responsabile di terapia intensivista cardiologica e direttore ufficio Qualità e rischio clinico dell’Agenzia sanitaria nazionale (Agenas)

 

Multare il buono

Homless man is begging on the street

La giunta leghista del comune di Sassuolo aveva deciso di multare (56 euro di ammenda) chi commetteva il gravissimo reato di lasciare una moneta alle persone che chiedono l’elemosina in città. Nel Comune in provincia di Modena guidato dal leghista Gian Francesco Menani da lunedì scorso è “fatto divieto a chiunque di offrire denaro, generi alimentari, vestiario e altre simili utilità” a chi chiede l’elemosina sul suolo pubblico. In sostanza si multa il buono, perfettamente in linea con la caccia ai buonisti che i leghisti hanno iniziato già da tempo.

Secondo il sindaco e la sua valente giunta eliminare la gente che fa del bene è il modo migliore per evitare che ci sia troppa gente bisognosa in giro: se non li aiuti spariscono, scompaiono, non esistono più e così tutti ci si può felicemente convincere che non esista più la povertà. È la politica del fondotinta che intende la gestione della città come un’enorme rappresentazione scenica in cui la forma è ciò che conta, fottendosene della sostanza.

L’idea è talmente cretina che alla fine il sindaco è stato costretto a ritornare sui suoi passi per non essere inseguito dai suoi cittadini già sotto stress, come tutti, per i malefici effetti della pandemia. Ci si potrebbe aspettare che abbia detto «scusate, ho fatto una cavolata» invece le motivazioni sono altre: “c’è la disponibilità a modificare l’articolo 61 del regolamento di polizia urbana perché l’obiettivo è colpire la malavita che sta dietro il racket, oltre l’accattonaggio molesto, non chi aiuta gli altri – ha detto Menani con un video messaggio – è stato strumentalizzato l’articolo in questione, il nostro scopo non è colpire la vecchietta che fa l’elemosina o chi ha davvero bisogno. Abbiamo sbagliato? Non lo so. So che come sindaco mi dico pronto anche a modificare l’articolo, adesso. Noi, di sicuro, aiutiamo le persone in difficoltà”.

Seguendo lo stesso ragionamento si potrebbe vietare alle vecchiette di uscire di casa per fare crollare la statistica degli scippi oppure si potrebbero eliminare i politici per combattere il fenomeno delle tangenti. Sono apparentemente quelli che prendono il problema sempre dalla parte sbagliata ma in realtà si curano soltanto di affrontare un tema complesso con soluzioni banali finendo sempre per rimediare pessime figure.

È una storia piccola ma è un paradigma: punisci gli effetti fingendo di occuparti delle cause.

Buon martedì.

Death fast: morire per la libertà

Purtroppo è in fin di vita anche Ibrahim Gökçek. In sciopero della fame, come Helin Bölek e Mustafa Kocak, che si sono lasciati morire (lei il 3 aprile, lui 20 giorni dopo) nel digiuno a oltranza perché il governo turco non accetta la loro richiesta di giusti processi.

Gökçek è il bassista del Grup Yorum, popolare gruppo musicale turco – noto in Italia soprattutto per una splendida esecuzione di Bella Ciao – accusato in blocco di terrorismo. Ha trovato la forza di scrivere una lettera a l’Humanite (quotidiano francese) che è stata tradotta in italiano da www.comuneinfo.net.

In solidarietà con la lotta disperata di Grup Yorum vi sono molte iniziative dal basso e da due sabati un «digiuno simbolico europeo» di 24 ore che ha aggregato migliaia di persone. Ma i più importanti media italiani tacciono, come le istituzioni europee. Raccontare la vicenda di Helin Bölek, Mustafa Kocak e Ibrahim Gökcek significherebbe rompere il muro di silenzio su quel che sta accadendo in Turchia e questo è impossibile finché l’Unione Europea sarà in buoni rapporti (armi e soldi in cambio delle frontiere bloccate) con il tiranno Erdogan.

Cos’è il Grup Yorum

Scrive Filippo Cicciù su rollingstone.it: «Lontano anni luce dal glamour del mondo dello spettacolo, il Grup Yorum non ha mai cercato di scalare le classifiche strizzando l’occhio alle tendenze del momento. Ispirati dal leggendario cantore popolare turco Ruhi Su, le loro canzoni parlano di guerriglia, descrivono romanticamente le gesta di ribelli e lavoratori oppressi o fanno riferimento alla causa palestinese. L’antifascismo è uno dei loro valori fondanti cantati in una loro famosissima versione, in turco, di Bella Ciao. Anche la causa della minoranza curda di Turchia ha trovato spesso spazio tra i testi del Grup Yorum mentre molti membri del gruppo sono alevi, una comunità musulmana sciita minoritaria presente in Turchia e storicamente vista con sospetto dalle autorità. Alcuni dei musicisti del gruppo provengono da quartieri di Istanbul roccaforte della sinistra, come Küçük Armutlu o Okmeydanı, luoghi strettamente sorvegliati dalla polizia e nel recente passato talvolta anche teatro di aspre battaglie a colpi di arma da fuoco tra forze dell’ordine e popolazione locale. […] La loro popolarità in Turchia è straordinaria. Con più di 20 album prodotti e oltre 2 milioni di copie vendute, il Grup Yorum è una delle realtà musicali di maggiore successo in Turchia, capace di riempire stadi con concerti dove hanno partecipato decine di migliaia di spettatori. Più che di un gruppo musicale, sarebbe corretto parlare di un collettivo. Sui poster dei loro concerti appaiono sagome senza nome, raccontano di una band che in 35 anni di carriera ha contato decine e decine di membri, interscambiabili tra loro. Helin Bölek, una delle loro cantanti, era entrata nel gruppo di recente, nel 2015».

Death fast: morire per la libertà

Il 3 aprile è morta Helin Bölek, il 23 aprile Mustafa Kocak. Erano in sciopero della fame da 288 giorni lei e da 297 giorni lui. Avevano entrambi solo 28 anni. Lei era una delle cantanti di Yorum Grup, lui non era membro di Yorum – che in turco vuol dire «commento» – ma un prigioniero politico (condannato “provvisoriamente” all’ergastolo) con le stesse idee politiche e dunque ha deciso di unirsi a questa estrema protesta.

Il regime di Erdogan ha accusato Yorum Grup di fiancheggiare il terrorismo e ha vietato loro di suonare. Processi farsa, testimoni segreti, i loro avvocati arrestati con le stesse inverosimili accuse.

Di fronte all’impossibilità di difendersi, nel maggio 2019 Helin Bölek, Ibrahim Gökcek e Mustafa Kocak iniziano uno sciopero della fame a oltranza, in nome della libertà di pensiero. Chiedono di essere processati secondo le regole dei Paesi democratici.

Con loro altri prigionieri politici sono in «death fast», cioè preferiscono una morte veloce alla prigione e all’ingiustizia. Fra loro Didem Akman e Özgür Karakaya, in carcere per motivi politici, e due avvocati – Ebru Timtik e Aytaç Ünsal (anche loro detenuti) che chiedono giudici indipendenti e di poter continuare a difendere i loro clienti.

La loro protesta finora è stata censurata in Turchia ma anche nei Paesi europei è stata resa invisibile sui “grandi” media. In Italia la Banda Bassotti è sempre stata vicina a Yorum Grup: i primi a pubblicare un video di solidarietà (a dicembre) hanno poi preso parte a un concerto internazionale.

Partiti, sindacati, istituzioni politiche e massmedia italiani resteranno in silenzio?

 

*AGGIORNAMENTO 7 MAGGIO ORE 14* Sul profilo twitter di Grup Yorum è purtroppo comparsa la notizia della morte di Ibrahim Gökçek (https://twitter.com/GrupYorum85)

 

Info su www.facebook.com/freegrupyorum/

Si fa presto a dire vaccino

A fronte di pochi esperti e scienziati veri, quasi tutti e non a caso istituzionali, che sul vaccino per il Covid-19 invitano realisticamente sempre alla prudenza si susseguono, sempre più frequenti e dal tono trionfalistico, su testate di ogni genere da parte di esperti spesso solo presunti, le notizie sulla sua imminente uscita. Pubblicare per vere notizie che non lo sono o lo sono solo parzialmente non è informazione ma è in suo contrario: disinformazione. Non conta se per superficialità o altro; gli effetti sono gli stessi. Che fine ha fatto la parola deontologia? Vediamo un po’ di fatti.

Non si tratta delle solite e innumerevoli notizie che dicono tutto e il contrario di tutto cui di questi tempi ci siamo ormai assuefatti. È più grave; perché il vaccino è l’arma risolutiva della pandemia. Perché si tratta, e questo è basilare, di cosa queste informazioni provocano in una popolazione spesso stremata per essere ancora sottoposta ad una pressione fortissima e prolungata; come tutti ben sappiamo. Il legittimo desiderio di milioni di persone di uscire finalmente e definitivamente da quel tunnel che ha cambiato le nostre vite viene utilizzato per catturare l’attenzione e generare speranze e aspettative che, non essendo reali, verranno dolorosamente e inevitabilmente deluse. E la delusione delle aspettative, per molti motivi, non è un problema di questi tempi da sottovalutare; soprattutto se nel frattempo qualche politico, per tornaconto elettorale, butta benzina sul fuoco.

Il vaccino è una cosa estremamente seria. Non basta scoprirlo; deve essere prima di tutto sicuro! Non come ogni altro farmaco; molto di più. Perché si va a stuzzicare una cosa di una complessità estrema, di vitale importanza, che conosciamo poco e dalle reazioni a volte imprevedibili che si chiama: sistema immunitario.
A scanso di equivoci voglio premettere che non sono assolutamente un no vax. Tantissimi anni di clinica cardiologica intensivistica e di progettazione, conduzione e valutazione istituzionale di sperimentazioni cliniche ed organizzative, di rigoroso metodo scientifico mi hanno sempre insegnato che la sicurezza delle cose che introduciamo nel nostro corpo a scopo terapeutico sono sempre da prendere con estrema cautela, con calma e scevre da interessi sempre presenti e quasi mai palesi. Ogni banalizzazione, come in tutti i campi altamente complessi, è pericolosa e fuorviante.

Vige comunque e sempre il concetto invalicabile della massima precauzione; sbagliare significa spessissimo morti evitabili (e spesso invisibili). Anche se, visto l’eccezionale periodo pandemico, le regole delle sperimentazioni (vedi le autorizzazioni dell’Aifa) si sono giustamente un po’ allentate ma mai oltre il limite scientifico di minima sicurezza.
Questo se vogliamo essere aderenti al metodo scientifico quale attuale e indiscussa maggiore garanzia possibile di sicurezza e qualità. Se si decide di ragionare sulla base delle sole opinioni ovvero senza i fatti e le evidenze della scienza è un altro e ben diverso discorso. Ma lo si deve sapere prima; e tutti. Per i vaccini le regole sono ovviamente sempre le stese, senza deroghe e con la differenza che ci si muove con contenuti e in contesti molto più scivolosi e friabili.

La sicurezza di un vaccino si vede poco (a meno che non sia macroscopica) con gli studi preliminari di fase 1-2-3 e poco anche con qualche migliaio di pazienti. Servono numeri grandi, molto grandi di casi monitorati in modo ferreo e con dati accessibili e pubblicati (non sul giornale della parrocchietta) per valutazioni ripetibili da parte di altri ricercatori (è uno dei requisiti base del metodo scientifico: giocare a carte scoperte e senza rete). Per fare questo serve un tempo imprevedibile e tanti, tantissimi soldi. Al mondo i soldi per una ricerca di questa entità li hanno (oltre Bill Gates che qualche cosa fa, e quello di Amazon che è tirchio) solo due soggetti. I governi, sempre parsimoniosi, e che in Italia, ritenendo la ricerca un optional, preferiscono tagliarli e quel poco che resta è anche polverizzato in mille rivoli inefficaci per produrre risultati ma efficace elettoralmente. E le multinazionali farmaceutiche, ricche da far schifo, anche se piangono miseria, che li spendono, o meglio li investono, ben volentieri ma mettendoci sopra una parolina magica e insuperabile: brevetto. È giusto, visto che ci mettono i soldi, ma, in tempi di pandemia, sino ad un certo punto.

La sicurezza vera si vede soprattutto nella sorveglianza cosiddetta “post marketing” quella dopo la commercializzazione, nel mondo reale e raccogliendo (bene!) dati ad hoc. Anche se ci fosse una complicanza seria dello 0,01% o molto meno su miliardi di persone (tale sarà il numero di vaccinati potenziali nel mondo), conti alla mano, e senza esagerare è un problema enorme. Anche perché il vaccino non si somministra a malati in condizioni disperate ma a soggetti sani o fragili per altre condizioni sanitarie e non; il che qualche differenza, quantomeno a livello etico e come invito alla precauzione, la fa. Ben altro e triste discorso quello della reale accessibilità al vaccino, a costi commerciali, per quei miliardi di persone che per reddito non se lo potranno permettere (il costo dei farmaci anti Hiv ed i vaccini per i bambini in Africa ci insegnano qualcosa).

Cosa significa e quali conseguenze nell’avere troppa fretta con un vaccino? Cosa significa dare false speranze alla popolazione? Si sa o no che gli interessi commerciali su questo vaccino sono immensi? Sa la gente (tutti noi) che è ora in atto nel mondo una guerra commerciale sotterranea tra 20-25 industrie con risorse spaventose che stanno, ognuna per conto suo, facendo e scommettendo sulla ricerca; e che il vincitore darà dividendi da favola agli azionisti? Si sa o no che pubblicare un articolo che preannuncia l’uscita del vaccino da parte di una certa industria ne aumenta il valore delle azioni anche se è una gigantesca balla? Si sa che con quelle cifre il concetto di ritirarlo, se risultasse efficace ma non sicuro, non è forse neppure considerato? Si sa che la storia decennale di un certo marketing di alcune grandi case farmaceutiche mondiali ha fatto molte ma molte migliaia di morti per interessi di minore entità? È storia e giurisprudenza internazionale questa e non chiacchiere da bar.

Per l’industria è una ormai classica, collaudatissima, efficace e precisa strategia (questa sì perfettamente scientifica) di marketing il creare aspettative nella popolazione e nei medici stessi in modo da forzare le autorizzazioni dei governi per la messa in commercio. Anche a questo servono certi articoli. Quelli che da anni o decenni si rompono la testa cercando un vaccino sicuro ed efficace per Ebola e l’Hiv sono incapaci, sfigati o sprovveduti? Oppure è oggettivamente difficilissimo? Oppure c’è meno interesse commerciale e quindi finanziario?
Molta prudenza necessita anche nell’interpretazione della letteratura scientifica (il vaccino dell’Hpv sembra che qualche problema lo abbia dato); la storia recente dimostra che con dei bravi statistici si riesce a mascherare anche l’evidenza (vedi ad esempio i suicidi camuffati e invisibili in alcune sperimentazioni sull’uso degli antidepressivi in età pediatrica).

Sa la gente che i costi enormi delle class action sono per certe industrie costi previsti e coperti ampiamente dai guadagni della commercializzazione prima dell’eventuale imposizione al ritiro del commercio una volta scoperti? E che certi magheggi statistici non li scopri se non hai accesso alla fonte primaria dei dati che non sono divulgati perché, guarda caso, coperti da segreto industriale. Stiamo parlando principalmente degli Usa; in Italia siamo indietro anche su queste cose di parecchi anni. Ovviamente non sono tutti così ma sono dinamiche di sistema che non spariscono magicamente; soprattutto con interessi simili in gioco. Non si può vigilare su una cosa che riguarda la nostra stessa salute ignorandone l’esistenza. Per questo è doveroso essere informati ed informati bene.

Non basta scoprirlo il vaccino ma serve produrlo e se le aspettative salgono anche artificiosamente sale ancora di più il prezzo. Serve tempo; anche se i tempi della ricerca sono spesso direttamente proporzionali agli investimenti; più investi prima scopri è la regola generale. Tempo per scoprirlo, tempo per testarlo bene in tutte le varie fasi, tempo per produrlo (non è come produrre caramelle) e produrlo bene (come molti farmaci a volte li fanno in India a costi stracciati e con controlli di qualità quantomeno da verificare molto bene). Tempo per distribuirlo; perché tutti i Paesi del mondo vorranno accaparrarselo per primi; ovvio che scatterà la legge della domanda e dell’offerta (come oggi le mascherine; ma su ben altra scala).

Una volta disponibile serviranno dei criteri di priorità e chi deciderà sarà giustamente la politica ma si spera ascoltando gli scienziati per farlo a chi serve veramente di più. Tempo per somministrarlo a livello di massa; sessanta milioni di italiani giustamente lo vorranno fare immediatamente perché in ballo ci sarà sia la salute sia la libertà di movimento e di relazioni; un mix micidiale se non correttamente gestito. Tempo per la verifica di sicurezza. Accorciare il tempo si può e lo si sta già facendo al massimo grado; accorciare i tempi oltre un certo limite significa ridurre anche la sicurezza. È inevitabile.
Sono pertanto irreali e sospette le dichiarazioni di quelli che prevedono il vaccino entro pochi mesi. Viene malizioso e pungente il concetto di pubblicità occulta (prassi comunissima e consolidata di una certa industria farmaceutica). A questi veri o presunti ricercatori affetti da sospetto ottimismo bisognerebbe chiedere dei loro conflitti di interessi.

Questo ed altro c’è dietro la parola vaccino. Non è complottismo; non è terrorismo; è cruda realtà; su tutto questo c’è una notevolissima letteratura scientifica e divulgativa. Da qui la necessità e l’importanza di sapere che esiste anche questo mondo e queste dinamiche dietro certi articoli. Non per disperarsi, deprimersi o rassegnarsi ma per stare con i piedi per terra e vedere oltre certe notizie e pensare con la propria testa senza credere ciecamente a tutto. Soprattutto su queste cose e di questi tempi. Un lavoro che dovrebbe essere fatto a monte da qualsiasi giornalista scientifico prima di divulgare un’informazione di questo tipo; ma questo è un altro discorso. Anche in questi casi le informazioni più sicure provengono da fonti istituzionali; perché non hanno interessi.
Non basta quindi dire vaccino. Si deve dire: vaccino veramente sicuro.

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Quinto Tozzi è cardiologo; già responsabile di terapia intensivista cardiologica e direttore ufficio Qualità e rischio clinico dell’Agenzia sanitaria nazionale (Agenas).

Tracciare i contagi, piuttosto che i parenti

Foto Fabio Ferrari/LaPresse 08 Aprile 2020 Collegno, Torino, Italia Cronaca Emergenza COVID-19 (Coronavirus) - Servizio "Pit-Stop": tamponi senza scendere dall’auto. ll test veloce di controllo su persone positive e non più sintomatiche sul territorio dell’azienda sanitaria Asl To3 di Collegno (Torino). Il progetto è dedicato ai pazienti Covid positivi in sorveglianza sanitaria e in isolamento domiciliare che necessitano di test con tampone per la verifica della negatività virologica. Photo Fabio Ferrari/LaPresse April 08, 2020 Collegno, Turin, Italy News COVID-19 (Coronavirus) "Pit-Stop" service: swabs without getting out of the car. The quick check test on positive and no more symptomatic people on the territory of the Asl To3 healthcare company in Collegno (Turin). The project is dedicated to positive Covid patients in health surveillance and in home isolation who need swab tests to verify virological negativity.

Dice Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza Covid-19: «Noi abbiamo fatto al meglio la nostra parte, da lunedì tocca davvero a voi» e oggi è lunedì, quel lunedì che tocca a noi. Questa idea che sia stato fatto tutto quello che c’era da fare, condita sempre dal solito paternalismo a cui ci siamo abituati in queste settimane e che ora tocchi ai cittadini risolvere la convivenza con il virus è qualcosa che sfugge a qualsiasi percezione della realtà.

Sia chiaro qui non si mette in discussione il fatto che il governo si sia ritrovato (con le regioni che vanno in ordine sparso) a provare a mettere ordine in un’emergenza che è arrivata improvvisa e funesta ma questa solita confusione nella comunicazione, oltre che nella scrittura delle regole, è qualcosa che aggiunge stress allo stress e che presta il fianco alle strumentalizzazioni.

Che ci si concentri sui congiunti (altro pasticciaccio brutto di una burocratizzazione dei sentimenti che cade nel grottesco definendo gli affetti per linea di sangue e ingarbugliandosi in una selva che ovviamente produce solo figuracce) senza occuparsi piuttosto di un sistema di tracciamento e di tamponi che garantisca l’individuazione repentina di ogni nuovo focolaio è qualcosa che grida vendetta.

Mentre si riapre sono ancora moltissime le testimonianze di persone che rimangono appese al dubbio di essere malate o di essere state malate, mentre si discute di seconde case in riva al mare e della differenza pelosa tra passeggiate e corsette e non ci è dato sapere come si intende portare a regime i test, il tracciamento, i tamponi e lo sfruttamento delle informazioni della prossima app. Non si capisce perché il paradigma usato con ottimi risultati in Veneto non venga replicato su scala nazionale e perché si insista nel dire che i tamponi vadano bene così.

Forse sarebbe il caso che Arcuri e tutti gli altri ci dicano per bene come hanno intenzione di portare a termine le cose che spettano a loro per tracciare i contagi piuttosto che parenti e affetti stabili. Riporterebbe tutto a una discussione più tecnica, più importante, più sana e più rassicurante. O no?

Buon lunedì.

Ancora con la politica dei muri

President Donald Trump arrives to speak about the coronavirus in the James Brady Press Briefing Room of the White House, Wednesday, April 22, 2020, in Washington. (AP Photo/Alex Brandon)

«Mettendo in pausa l’immigrazione, aiuteremo gli americani disoccupati ad essere i primi a riavere il lavoro quando l’America riaprirà» ha dichiarato il presidente Donald Trump per motivare la sua scelta di sospendere i permessi di soggiorno permanenti per almeno sessanta giorni. Dipenderà dallo stato dell’economia statunitense alla scadenza di questo primo termine se l’accesso alla cosiddetta green card verrà sbloccato o meno.
Le spiegazioni del presidente riguardo questa scelta così drastica sono tutte riconducibili ad un presunto benessere dei lavoratori attualmente disoccupati che sarebbero svantaggiati dalla «concorrenza straniera». In realtà non è la prima volta che Donald Trump coglie la palla al balzo per limitare l’accesso agli Stati Uniti. Già nel 2018, con il travel ban, aveva limitato l’accesso agli Stati Uniti a chi proveniva da cinque Paesi a maggioranza islamica e dal Venezuela e dalla Nord Corea perché questi Stati non avrebbero fornito sufficienti informazioni e questo avrebbe potuto rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. A questo si aggiunge lo strenuo tentativo di allungare il muro al confine con il Messico (di cui è tornato a parlare in questi giorni) e la pratica disumana di deportare gli immigrati entrati in modo irregolare dal confine sud degli Usa.

La realtà prettamente economica dei fatti è che in nessun modo limitare l’immigrazione aiuterebbe l’economia statunitense. Se è vero infatti che dalla nuova misura sono esclusi i lavoratori temporanei, gran parte di chi sta sostenendo i più grandi sforzi durante questa pandemia è di cittadinanza straniera. Secondo i dati di Envoy Global pubblicati da Politico, il 17% di chi è impiegato nel settore sanitario è straniero, come il 24% di chi si occupa in generale del lavoro di cura. Tra i lavoratori altamente qualificati come i medici, il 28% non è cittadino americano. Cacciandoli dai confini nazionali si …

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«Se è disumana non è giustizia»

Un libro che narra una sfida processuale dall’esito sorprendente e ci offre l’opportunità di riflettere su temi importanti: il rapporto con il tempo, la pluralità dei punti di vista, il dubbio, il pericolo della disumanizzazione della giustizia. È La misura del tempo, edito da Einaudi, l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio che dopo lunghi anni in magistratura e in politica, ora si dedica a tempo pieno alla scrittura.

Carofiglio il tema del “tempo” ricorre spesso nelle riflessioni del suo personaggio, l’avvocato Guido Guerrieri. Mi colpisce quando dice che la sensazione del passare del tempo sembra accelerare con l’avanzare dell’età, perché diminuisce la capacità di stupirsi, tipica dei più giovani. Possiamo opporci a questo fenomeno apparentemente ineluttabile?

Interrogandosi verso la fine del romanzo su questo fenomeno paradossale e purtroppo molto comune e per certi aspetti terrorizzante, Guerrieri si risponde che l’antidoto è il recupero della capacità di stupirsi. Lo stupore non è altro che la capacità di guardarsi intorno, cioè di uscire dai meccanismi automatici che spesso regolano la nostra vita e che la rendono uniforme e grigia. Nel mondo intorno a noi ci sono sorprese continue se si hanno gli occhi per vederle. La questione ha a che fare con lo sguardo: Proust diceva che il vero viaggio di scoperta non è vedere posti nuovi ma avere occhi nuovi, e questa credo che sia un’affermazione molto adatta per illustrare questo concetto.

Nel libro lei dà grande importanza al “dubbio” e alla pluralità dei punti di vista. Cita il film Rashomon di Kurosawa, dove più persone danno una versione diversa dello stesso fatto, e per ognuna di esse quella è la verità.  Non c’è il rischio di un impasse della conoscenza?

La complessità è qualcosa con cui dobbiamo confrontarci perché altrimenti ci travolge. Le vicende umane sono entità complesse per le quali non esiste un solo punto di vista, ma questo non significa che si debba rinunciare alla possibilità di arrivare a una verità condivisa. Il dubbio è uno strumento fondamentale per arricchirci ed imparare, perché se io sono sicuro di tutte le mie convinzioni e non accetto di metterle in dubbio, rimarrò completamente immobile. Il dubbio è lo strumento che fa funzionare la macchina dell’intelligenza ed è sicuramente un mezzo per migliorarci.

Come avvocato, ho amato molto la lezione che Guerrieri fa ai nuovi magistrati, quando parla di etica e li mette in guardia dal pericolo di “disumanizzare” gli imputati, di considerarli come dei fascicoli. Le conseguenze della disumanizzazione, soprattutto da parte di chi decide sulla vita degli altri, possono essere terribili. Mi è tornato in mente  Mitscherlich La medicina disumana che racconta come psichiatri e medici tedeschi durante il nazismo abbiano cancellato l’aspetto umano dei malati psichiatrici e dei disabili permettendone l’eliminazione. Secondo lei come si può evitare tutto questo?

In tutti i lavori, ma in alcuni in particolare, come quello del giudice e dell’avvocato, entriamo in rapporto con esseri umani, non con fascicoli e dossier. È ovvio che non puoi essere empatico nei confronti di ogni singolo caso. Se sei un magistrato e hai la stanza piena di fascicoli li devi smaltire altrimenti rischi il procedimento disciplinare ma devi sempre tenere presente che dietro le carte ci sono delle persone. Sembra un po’ retorico ma è la chiave di tutto. Ricordo una cosa che mi disse mio padre, avevo 27 anni, avevo da poco finito il mio tirocinio ed ero in procinto di partire per la mia prima sede, la Pretura di Prato, e lui mi disse molto semplicemente: «Non ti scordare mai che quelli con cui hai a che fare sono delle persone». Lui era un uomo di poche parole, faceva l’ingegnere, non era loquace ma questa frase mi è rimasta impressa in maniera irrevocabile.

Lei ha portato i suoi libri in carcere. Ci racconta qualcosa di questa esperienza?

È stata un’esperienza molto intensa, ho fatto quasi sempre incontri con persone sottoposte a lunghe pene detentive che erano in carcere da tanti anni, il tipo di detenuti di cui mi occupavo come Pubblico ministero quando erano imputati. Ti trovi a parlare con persone che magari hanno fatto cose inaudite, con le quali oggi discuti di libri come se stessi parlando con un professore di letteratura, in certi casi con una profondità, una ricchezza, un’originalità fuori del comune. Naturalmente c’è di tutto, però si scopre che riserve di umanità ci sono anche in chi ha fatto cose deprecabili.

Lei ha la capacità di comunicare attraverso la scrittura in maniera forte ed efficace, con uno stile semplice e un sapiente uso delle parole. È anche un grande lettore e tiene seminari sull’uso della parola. Quanto è importante saper usare le parole giuste?

L’uso corretto delle parole è fondamentale da un punto di vista etico. Parlare chiaro significa rispettare chi ci sta davanti, bisogna utilizzare la lingua per comunicare e non per frapporre ostacoli ed esercitare un potere antidemocratico. Dove c’è un’oscurità non necessaria la democrazia è in difficoltà e questo vale nel mondo dei giuristi, della burocrazia e anche della politica.

In questo periodo di quarantena alcuni hanno avuto più tempo per dedicarsi alle attività amate, come ad esempio la lettura. C’è un libro che si sente di consigliare?

Io penso che la lettura sia un fatto anarchico: si prende un libro, si comincia e questo ti suggerisce altro.

Io consiglierei libri umoristici, non per alleggerire ma per dare prospettive. L’umorismo per me è una cosa che assomiglia molto alla capacità di praticare il dubbio. Il senso dell’umorismo e la capacità di esercitarlo, soprattutto su noi stessi, è una questione di igiene morale. C’è un proverbio, credo ebraico, che dice che la capacità di ridere è per l’anima quello che il sapone è per il corpo. Suggerisco un romanzo autobiografico di uno scrittore americano che a me piace molto: Bill Bryson, Vestivamo da Superman, che racconta la sua infanzia negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, un’epoca di grande ottimismo, di speranza nel futuro. È un romanzo che sa far ridere, ma è anche un racconto nostalgico e a tratti commovente.

L’intervista prosegue su Left in edicola dall’1 maggio

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L’anarchica Louise amica dei “selvaggi”

Quando guardiamo alle pratiche politiche degli “altri”, dobbiamo porre molta attenzione a non comportarci in modo etnocentrico e pensare che la “nostra” visione di società libertaria, sia unica ed esportabile in tutto il mondo. È giunto il momento di fare una reale riflessione post coloniale sul come, anche nelle idee della sinistra, nell’anarchismo e nel marxismo, per più di un secolo e spesso ancora oggi, si è pensato che queste dottrine fossero giuste ed esportabili tout court in tutto il mondo, ma soprattutto per troppo tempo si è ragionato in maniera eurocentrica sulla produzione di pensiero politico, senza capire che altre culture avevano già sviluppato anche se in modi diversi concetti come libertà, uguaglianza, muto appoggio e democrazia. Per fare questa riflessione ci aiuta un libro appena uscito per l’editore Zero in condotta di Carlos Taibo, Anarchici d’oltremare. Anarchismo, indigenismo, decolonizzazione. Un testo completo dove l’autore analizza tre grandi temi: la condizione degli anarchici che dall’Europa viaggiarono oltremare, la spontaneità delle pratiche libertarie di molte comunità indigene d’America, Africa, Asia e Oceania e la necessità di decolonizzare una volta per tutte il pensiero anarchico, ancora troppo debitore alla presunta modernità europea e occidentale.

Nel testo l’autore afferma che anche l’anarchismo è stato portatore, sebbene in modo molto singolare, di approcci coloniali; per molti anni sia marxisti che anarchici erano convintamente evoluzionisti e credevano che l’apice dell’evoluzione risiedesse proprio nella modernità e nella civilizzazione europea – non quella capitalista sia chiaro – ma comunque, si rifacevano a quelle idee che erano state prodotte da maschi, bianchi ed europei. Per quanto critici della modernità capitalista, anarchici e comunisti per parecchie decadi non hanno riconosciuto altre forme di conoscenza al di fuori della loro, riproducendo spesso le stesse logiche inerenti al capitalismo.

Anarchismo e marxismo sono stati complici nell’aver colto le virtù del progresso e dello sviluppo economico, stregati dalla bontà della scienza, della tecnologia e del lavoro e sono stati sostenitori della superiorità della civiltà occidentale, oltre che promotori della marginalità delle donne e di uno sguardo antropocentrico.
Per Marx la colonizzazione rappresentava un passo decisivo per il progresso del pianeta nella misura in cui doveva permettere di farla finita con le strutture arcaiche proprie delle società colonizzate, prevedeva uno sviluppo capitalista inteso come l’anticamera del socialismo, non esisteva nell’800 una reinterpretazione del marxismo o meglio, una lettura del comunismo autoctona-indigeno con denominazioni non europee. Sia Engels che Marx credevano nel progresso della civiltà nei confronti delle società considerate “selvagge”.

Ma che cosa significa modernità occidentale? Il primo segno della modernità è la produzione di un ordine mondiale segnato da divisioni e gerarchie entro le quali si evidenziano di sicuro, e in posizione principale, quelle che riguardano le donne. Il consolidamento di un ordine fu implementato sicuramente dall’istituzione statale e dal sistema capitalistico, che assegnarono ogni priorità all’interesse individuale, difendendolo attraverso vari apparati repressivi. In secondo luogo la modernità postulò la subalternità della natura rispetto alla figura dell’uomo – quella scelta antropocentrica che oggi ci fa vivere nell’epoca dell’antropocene – nell’intendimento che tale uomo non fosse altro che l’europeo o l’occidentale, il quale, grazie al concorso della scienza e della tecnica, ha avuto la presunzione di ergersi a paladino di un progresso costate e lineare, un uomo dunque, cui viene riconosciuta una chiara superiorità rispetto al resto degli esseri umani e ovviamente degli animali.

Questa idea di superiorità si traduce così nella necessità impellente della negazione dell’altro, inteso come colui che è privo di conoscenza e capacità inventiva al cospetto del carattere innovatore dell’europeo; questa visione rivela l’incapacità di saper cogliere e apprezzare altre forme sociali e culturali per accettarne l’influenza. Il mondo era visto come organizzato attorno a un centro denso di capacità e una periferia che ne risulterebbe priva. Molti autori post coloniali, uno su tutti, Fausto Reinaga nel suo celebre testo La revolución india, ci parla di come lui, comunista, abbia vissuto il marxismo d’importazione europea come una seconda colonizzazione e da lì …

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L’autore Andrea Staid è docente di antropologia culturale e visuale presso la Naba di Milano, direttore della biblioteca/antropologia Meltemi editore e co-direttore di Field work-travel writing Milieu edizioni

Illustrazione di Vittorio Giacopini

L’articolo prosegue su Left in edicola dall’1 maggio

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