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La carica dei riapriristi, in nome dei padroni

In vista della fase 2 si è scatenato l’impressionante volume di fuoco mediatico di cui i poteri capitalistici sono capaci, per non parlare del web, ormai terreno di scorrerie della “bestia” salvin-meloniana (con i consigli, e i soldi, di Bannon). Tutta intera la stampa confindustriale si è scatenata, dal “giornalone unico” degli Agnelli, Repu-Stam-Corsera, ai feroci giornali dei Feltri, dei Sallusti e dei Belpietro, e, naturalmente, tutta compatta la Tv, da quelle berlusconiane a quella di Cairo, passando per la Rai opportunamente lottizzata fra Pd e Lega. Né poteva mancare all’appello la Conferenza episcopale. In nome dei sacri princìpi della libertà (guarda tu dove si vanno a cacciare i sacri princìpi!) ha voluto adornare il corteo padronale dei riapriristi anche un filosofo, amplificato con opportune interviste da giornali come La Verità e da trasmissioni come Zapping che – francamente – coi sacri princìpi della libertà non hanno mai avuto nulla da spartire.

Cosa ci dicono in coro le voci del padrone? Riaprire, riaprire subito, riaprire tutto; la produzione, anzi il profitto, non si tocca, e al dio profitto si può sacrificare la vita umana; dunque chissenefrega se questo riaprire costerà la vita a qualche decina di migliaia di persone, anzi se sono anziani e poveri (come purtroppo accade) se ne gioverà la spesa pensionistica.

Il coro assordante dei riapriristi serve anche a far dimenticare tre gravi “responsabilità” (tre, non uno sola) dei loro padroni: la prima è stata distruggere con privatizzazioni e ruberie la sanità pubblica, in questo la Lombardia formigoniana è stata all’avanguardia. E i risultati si sono visti. Solo qualche mese fa (il 23 agosto 2019) il legaiolo Giorgetti si vantava apertamente di aver ridotto di 45mila unità i medici di base in Lombardia, dato che – diceva – gli under50 si curano da soli via internet. La seconda è stata fare finta di niente quando già il contagio era esploso, minimizzando sempre in nome della necessità sacra di non danneggiare il business; così, in piena epidemia, il sindaco di Bergamo Gori invitava i suoi concittadini ad andare tranquilli tutti a cena fuori (e quella città ha quintuplicato il numero dei morti) e il sindaco di Milano a farsi uno spritz indossando una bella maglietta “Milano non si ferma”, mentre l’ex sindaco di Firenze ancora il 28 marzo proponeva così: «Le fabbriche riprendano prima di Pasqua, le scuole il 4 maggio».

La terza, la più odiosa, è stata mandare i malati di Covid nelle Residenze per anziani, anziani soli, spesso malati, sempre indifesi, provocandone la strage. Si dice che si stia muovendo la Magistratura, ma in un Paese civile non si può affidare tutto alla Magistatura e dovrebbe essere un moto di indignazione popolare a cacciare i responsabili di questo obbrobrio e a far commissariare la regione Lombardia come richiesto da un appello di decine di migliaia di cittadini (e come è previsto dalla Costituzione in casi così gravi).

Naturalmente anche i nostri riapriristi hanno i loro problemi. Il primo problema è che per poter avanzare la loro proposta essi debbono semplicemente rimuovere un trascurabile dato, cioè l’esistenza della pandemia e il numero dei morti; per poter parlare essi (filosofo compreso) debbono parlare come se tutto questo non esistesse. È la stessa linea di occultamento del problema usata da Trump, da Johnson, da Bolsonaro etc., che è costata e costerà molte decine di migliaia di morti. Certo, disporre praticamente del monopolio dei mass media aiuta gli apriristi alla bisogna, e tuttavia far finta che il virus non esista non è cosa facile neanche per loro. I morti, mentre scrivo hanno superato quota 27mila, con un numero spaventoso di medici e infermieri, ma non sono computati quelli che muoiono da soli, in casa, senza cura né diagnosi e – in base ai confronti coi morti negli anni scorsi – si calcola che tale cifra terribile sia sottostimata almeno del 36% (cfr. Gabanelli-Ravizza in CdS, 28 aprile 2020). Comunque in Italia, secondo i dati dell’Istat, il numero di morti dal primo marzo al 30 aprile 2020 è aumentato del 41% rispetto allo stesso periodo del 2019.

I contagiati superano già le 202mila unità e continuano a crescere costantemente (nonostante la chiusura) di circa 2.000 al giorno (cioè l’1%), ma il (cosiddetto) “numero dei contagiati” che ci forniscono è quasi una burla, perché si limita a riportare i positivi ai tamponi, e di tamponi ne sono stati fatti in totale in Italia 1.790.000 (e molti diverse volte a una stessa persona). Cioè noi non sappiamo praticamente nulla di 58 milioni di italiani, e dei malati asintomatici, che sono l’80%-85% dei casi e che trasmettono il virus esattamente come i sintomatici. Poiché il (cosiddetto) “numero dei contagiati” dipende solo dal numero dei tamponi positivi, quando hanno fatto meno tamponi come nei giorni di Pasqua è diminuito, tornando a crescere quando se ne sono di fatti più. Non bisognerebbe quindi dire “numero dei contagiati”, ma dire invece numero dei positivi sul numero dei tamponi effettuati, e farci sapere la loro percentuale; ma questo nessuno ce lo dice.

Lo stesso dicasi per il dato (definito “confortante”) dei posti in terapia intensiva che (molto lentamente: poche decine di unità al giorno) si liberano: il fatto è che anche chi muore libera un posto-letto, e i morti continuano a crescere, circa 400 al giorno, e – si badi bene! – non si tratta di contagi pre-chiusura (sono passati oltre 40 giorni) bensì di contagi nuovi legati alle parziali riaperture dei luoghi di lavoro, che infatti crescono di più in Lombardia e in Piemonte dove molte fabbriche hanno già riaperto. Con la linea degli apriristi – tutti al lavoro, in metro e in autobus, o a Messa etc. – tale numero tornerà ad aumentare spaventosamente, come è già successo in Germania dopo la parziale riapertura.

Il secondo problema degli apriristi è riuscire a nascondere che una soluzione alternativa alla crisi economica (l’argomento “forte” degli apriristi) esiste eccome, è realistica e praticabile. È la proposta avanzata in Europa dalla Sinistra europea (in Italia dal suo vice-presidente Paolo Ferrero) di poter disporre di un flusso consistente di denaro dalla Bce, dato senza interessi direttamente agli Stati e ai Cittadini. Dunque non la vecchia devastante filiera Bce (interessi)-banche italiane (interessi)-imprenditori (come invocato apertamente da Salvini) ma una filiera di finanziamento del tutto nuova: Bce-Stati (senza interessi)-Cittadini/Lavoratori. La differenza è chiara: loro vogliono denaro pubblico per restaurare il sistema economico pre-virus, e riaprire tutto e subito serve a questo, benché costi morti; ma quel sistema “di prima” ha già fatto fallimento (disoccupazione e miseria c’erano già prima del virus). Al contrario, noi vogliamo uscire dalla crisi in avanti, cogliendo l’occasione per rifondare una società diversa e un’economia solidale, fedeli alla Costituzione. Questo denaro pubblico dovrà infatti servire per finanziare sanità pubblica, scuola/università pubblica e ricerca, ma soprattutto per attività economiche nuove, capaci di sviluppare nuova occupazione, di difendere il territorio e l’ambiente, e – soprattutto – quel denaro pubblico non dovrà andare né agli evasori né a chi paga le tasse in Olanda (come gli Agnelli) né a chi delocalizza né alla criminalità.

È ora del tutto chiaro perché di questa proposta della Sinistra europea nessuno dei media apriristi abbia mai fatto il minimo cenno: un silenzio perfetto e unanime, e colpevole. Questo ci aiuta a capire che il vero problema che gli apriristi e chi li comanda hanno di fronte è il seguente: impedire che il popolo sappia e possa capire. Dunque sta a tutti e a tutte noi combattere gli apriristi rompendo questo colpevole silenzio anche per poter salvare tante vite umane.

I custodi della Grande foresta

ARARIBOIA INDIGENOUS RESERVE, BRAZIL - JUNE 10: Guajajara indigenous tribe vice chief Frederico Guajajara (L) stands with his daughter in his tribal village on protected Amazonian indigenous land on June 10, 2012 in the Arariboia Indigenous Reserve, Maranhao state, Brazil. Tribe members say their forests are being plundered by illegal loggers who killed tribe member who attempted to resist. According to the National Institute for Space Research (INPE), which tracks rainforest destruction by satellite, 242 square kilometers in the reserve have already been destroyed. From 1987-2011, 1.1 million hectares of wood disappeared in protected indigenous reserves in Maranhao state. The Brazilian Amazon, home to 60 percent of the world’s largest forest and 20 percent of the Earth’s oxygen, remains threatened by the rapid development of the country. The area is currently populated by over 20 million people and is challenged by deforestation, agriculture, mining, a governmental dam building spree, illegal land speculation including the occupation of forest reserves and indigenous land and other issues. Over 100 heads of state and tens of thousands of participants and protesters will descend on Rio de Janeiro, Brazil, later this month for the Rio+20 United Nations Conference on Sustainable Development or "Earth Summit". Host Brazil is caught up in its own dilemma between accelerated growth and environmental preservation. The summit aims to overcome years of deadlock over environmental concerns and marks the 20th anniversary of the landmark Earth Summit in Rio in 1992, which delivered the Climate Convention and a host of other promises. Brazil is now the world’s sixth largest economy and is set to host the 2014 World Cup and 2016 Summer Olympics. (Photo by Mario Tama/Getty Images)

Ci sono popoli custodi che difendono le proprie terre ancestrali, quella che chiamano la loro “casa”, mettendo a repentaglio la vita per salvare l’Amazzonia dalla distruzione. Come ha scritto Marta Guarani, storica leader indigena femminista: «Noi Indiani siamo come le piante, come possiamo vivere senza la nostra terra?». Abitano in simbiosi da millenni con i fiumi, gli alberi, la terra, nella più complessa e autonoma forma di vita vegetale e animale, vivono di caccia e di pesca conservando la ricca biodiversità dei grandi ecosistemi forestali, proteggendo con i propri corpi le terre da boscaioli abusivi a caccia di legno pregiato. Sono vessati anche da cercatori d’oro, i temibili garimpeiros che scavano come talpe furiose la terra in cerca di metalli preziosi, compagnie petrolifere che inquinano le falde acquifere, da imprese turistiche invasive, multinazionali dell’agrobusinnes e violenti fazenderos con la volontà di liberare territori incendiando la selva nella “stagione del fuoco”, per sostituirla con allevamenti intensivi e piantagioni di cereali.

Tra questi popoli decisi a difendere con coraggio le proprie terre, ci sono i Munduruku, che bloccarono la costruzione di una diga a São Luiz do Tapajós, un monumentale progetto idroelettrico voluto dal governo del Brasile e che avrebbe interrotto il fiume Tapajòs, dove pescano e si spostano con le loro canoe, o i Ka’apor,che vivono nel territorio indigeno dell’Alto Turiaçu nello Stato del Maranhão che per monitorare la foresta usano il Gps e hanno istallato telecamere. Ma i più ostinati, diventati ormai un simbolo, sono i Guardiani, che incontrai ad Arariboia nell’autunno di due anni fa, i quali vivono in un cuore verde – cancellato dalla deforestazione selvaggia intorno, dalle strade e dalle ferrovie – e proteggono, facendo loro da scudo umano, un popolo fratello e incontattato, gli Awà.

Il mese prima del mio arrivo era stato barbaramente ucciso Giorginho Guajajara, l’ottantesimo indigeno morto in vent’anni nel territorio di Arariboia, trucidato dai feroci taglialegna abusivi, fu la cosa che più di altre mi convinse a partire. Era stato ritrovato dai suoi compagni vicino a un fiume con il collo spezzato, separato dal corpo, e per calunniarlo gli assassini avevano mandato in giro la voce che fosse ubriaco. Sul loro coordinatore Olimpio, che conobbi, la mafia del legno a Imperatriz aveva messo una taglia, offrendo a un killer 20mila reis per ucciderlo. Girando per il villaggio, ricordo l’ostetrica, una donna anziana dai capelli folti e bianchi, piuttosto determinata, che mi disse che lui era già di carattere forte sin da bambino, aveva tutte le caratteristiche per diventare un capo.

Con Olimpio parlai per un paio d’ore nella capanna dove viveva, mangiammo insieme un pasto caldo, mi mostrò la sua piantagione di banani, e mi raccontò quello che facevano, «pattugliamo la foresta, scoviamo i taglialegna, distruggiamo il loro macchinari e li mandiamo via», disse, mi ricordò gli empate del movimento dei seringueros organizzati dal sindacalista diventato uno dei…

Il reportage prosegue su Left in edicola dall’1 maggio

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Perché nessuno parla di Villa Torano?

A worker at the Manuel Belgrano public hospital stretches outside the public hospital on the outskirts of Buenos Aires, Argentina, Friday, April 17, 2020. Argentina confirmed a coronavirus outbreak at this hospital where people, including hospital staff, have tested positive, according to its director Nicolás Rodríguez. (AP Photo/Natacha Pisarenko)

La storia va raccontata con calma, dall’inizio e per bene perché è significativa di ciò che accade nelle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) mica solo in Lombardia e perché definisce perfettamente la commistione che la salute e la politica riesce a esercitare nei suoi modi peggiori. Siamo a Torano Castello, un piccolo comune di 4mila abitanti in provincia di Cosenza, qui c’è la Rsa Villa Torano, il più grande focolaio di Covid-19 in tutta la Calabria che è “sfuggito” alle cronache nazionali: più di 100 casi positivi tra pazienti, operatori sanitari, parenti degli ospiti e gli altri contatti stretti.

Tutto esplode nel giorno di Pasquetta: rimane infettata una paziente, viene ricoverata e in poche ore si diffonde la notizia di altri 21 casi positivi. Il sindaco di Torano Castello, Lucio Franco Raimondo, comincia a preoccuparsi sul serio e non si trattiene intervistato dalla Rai: «In questo momento i numeri che si alzano sono preoccupanti – dice – e l’obiettivo adesso è quello di avere in pochi giorni un quadro più completo possibile del numero dei contagiati perché purtroppo i dati fanno pensare che il tutto non si è sviluppato in uno o due giorni ma c’era qualcosa che covava da più giorni, da più settimane… Quindi si è deciso per l’estensione dei tamponi anche su familiari, amici e su quelli che impropriamente i giorni di Pasqua e Pasquetta hanno avuto contatti – che non dovevano avere ma che ormai hanno avuto -… Dobbiamo accettare il dato che c’è e lavorare per circoscrivere tutti questi contatti e avere il numero preciso dei possibili contagi».

Qui facciamo un passo indietro: chi gestisce la casa di riposo di Villa Torano? L’amministratore è Massimo Poggi ma in Calabria tutti sanno che Poggi è l’amico e il collaboratore di sempre di Claudio Parente e Parente da queste parti non è uno sconosciuto: 63 anni, originario di Rogliano, Claudio Parente è stato consigliere regionale con la lista “Scopelliti Presidente” per poi schierarsi con Occhiuto e infine appoggiare alle ultime elezioni Jole Santelli. La politica anche da queste parti funziona semplice per chi ha le mani in pasta con la sanità privata: si sta dalla parte del più forte, sempre, semplicemente. Amministratore unico della Medical Sport Center srl di Catanzaro (gruppo che si occupa di centri di riabilitazione e di medicina dello sport, tra cui anche Villa Torano) Parente è anche presidente dell’associazione Vivere Insieme onlus che tra i vari settori si occupa anche di sanità attraverso la gestione di oltre 400 posti letto Rsa oltre che della realizzazione e della gestione di impianti polisportivi e di ricerca. Nelle ultime elezioni a Parente Jole Santelli ha affidato il coordinamento e la gestione della lista della “Casa delle Libertà”, il serbatoio di voti che ha permesso al centrodestra di vincere le recenti regionali.

Insomma, la vicinanza tra i due è piuttosto acclarata se è vero che anche i deputati M5s Dalila Nesci, Francesco Sapia e Giuseppe d’Ippolito hanno presentato un’interrogazione ai ministri della Salute e dell’Interno in cui scrivono così: «La gestione di Villa Torano sarebbe riconducibile al politico Claudio Parente, che appartiene allo stesso schieramento della presidentessa della Regione Calabria, Jole Santelli, e dunque con un possibile, forte conflitto di interessi in questa vicenda ancora non chiara, che in ogni caso dovrebbe indurre l’esecutivo regionale a rivedere a fondo i rapporti con la sanità privata, spesso riferibile a soggetti con incarichi elettivi». Sul punto l’amministratore di Villa Torano Gianmario Poggi è intervenuto in una trasmissione locale garantendo che «Parente è solo un amico e un professionista molto competente. Ma è lontano dalla proprietà. Ha venduto le sue quote un attimo prima di entrare in politica…», peccato che si stia dimenticando che nell’aprile 2010, quando Parente sbarcava nella politica regionale con Peppe Scopelliti, quel 40% del pacchetto delle strutture sanitarie è stato venduto alla moglie di Parente (come si evince dalle visure camerali tenendo conto delle quote dirette in Medical e indirette e cioè nell’altra società che fa parte della stessa capogruppo). Torniamo a Villa Torano: nel periodo di Pasqua sono 78 le persone positive all’intento della struttura. Il 16 aprile…

L’inchiesta prosegue su Left in edicola dall’1 maggio

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È l’uomo bianco che porta le malattie

In this photo taken Sept. 7, 2012, Yanomami Indians stand at their village called Irotatheri in Venezuela's Amazon region. A Venezuelan army spokesman, who traveled with other military officers and journalists, said that officials found no sign of any killings and that all was peaceful in the area, which is located 19 kilometers (12 miles) from the border with Brazil, despite a report of a mass killing there. (AP Photo/Ariana Cubillos)

«Se il nuovo coronavirus disturba il sonno dell’uomo bianco, immaginatevi il nostro». A dirlo è Mario Nicacio, dirigente della Coordenação das Organizações Indígenas da Amazônia Brasileira. Perché in Amazzonia l’impatto del Covid-19 sulle sue comunità, già discriminate nell’accesso ai beni e ai servizi, si somma a quello del fuoco e della deforestazione, che nessun lockdown è in grado di fermare, come testimonia l’aumento degli incendi nella parte boliviana della foresta: ben 3.368 nelle ultime settimane, oltre mille in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un impatto che in Brasile è moltiplicato dalle politiche di Bolsonaro, indiscusso campione del negazionismo, dai cambiamenti climatici al coronavirus, che non ha mai smesso di incoraggiare l’assalto alla foresta di cercatori d’oro, trivellatori, coloni.

Predatori di ogni tipo che continuano a spostarsi diffondendo il virus anche nei territori più isolati. Ed è soprattutto in questo modo che l’epidemia si è estesa rapidamente a tutta la regione amazzonica, dai centri urbani dove si sono sviluppati i primi focolai alle comunità disseminate lungo i fiumi della grande foresta. I numeri che pubblica ogni giorno la Red eclesial panamazonica delineano un quadro sempre più allarmante: nelle prime tre settimane di aprile i contagi sono passati da 622 a 8.470, le persone decedute da 14 a 429, con un’accelerazione impressionante negli ultimi dieci giorni. Sono tassi di crescita esponenziale. Di fronte ad essi sale la preoccupazione per la sorte dei popoli che vivono ancora in isolamento, senza contatti con l’“uomo bianco” per propria scelta: circa un centinaio in Brasile, distribuiti in 78 territori.

Popoli che «hanno vissuto in questo modo per lungo tempo, e vogliono continuare a farlo. Sono loro quelli che si prendono davvero cura dell’ultima foresta», ha ricordato al mondo Dave Kopenawa, leader politico e spirituale degli Yanomami, nel suo intervento di denuncia alle Nazioni Unite il 3 marzo scorso. «Ma l’uomo bianco – è la sua amara conclusione – riesce solo a pensare: che cosa ci stanno a fare lì? E quando arriva porta con sé le sue malattie». E se il contagio espone a un rischio altissimo tutte le comunità dell’Amazzonia, per i popoli “incontattati” porta con sé la minaccia dell’estinzione, perché le risposte del loro sistema immunitario sono molto più basse.
Per questo le organizzazioni indigene del bacino amazzonico chiedono a una sola voce che sia rispettata la chiusura dei territori e siano attivati sistemi rigorosi per controllarne l’accesso, con il coinvolgimento delle comunità e delle autorità indigene. Per tutti è questa la prima priorità, e la sua mancata applicazione è la denuncia più ricorrente.

«Non siamo solamente esposti al virus ma all’aumento delle invasioni e dei crimini commessi contro i nostri territori e contro le nostre vite», scrive l’Articulação dos povos indìgenas do Brasil. Le fanno eco le tre confederazioni indigene dell’Ecuador, lamentando l’assenza dello Stato nel porre un argine all’invasione, e sottolineando come «sono state le stesse organizzazioni che hanno adottato misure preventive, e cercato appoggio per impedire l’entrata di attori esterni ai propri territori».
Sul terreno della prevenzione, si punta il dito anche sull’assenza di una strategia di informazione culturalmente…

L’articolo prosegue su Left in edicola dall’1 maggio

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Il governo della paura

In queste settimane abbiamo dovuto imparare tante cose nuove. La normalità della vita quotidiana come la conoscevamo prima, la consuetudine delle giornate accompagnate dalla cacofonia delle informazioni, sempre eccessive e quasi surreali, per attirare la nostra attenzione attraverso il frastuono provocato dall’eccesso di informazioni, si è improvvisamente interrotta. Ci siamo ritrovati nel giro di pochi giorni in una realtà del tutto nuova e la quasi totalità delle informazioni che abbiamo iniziato a ricevere è diventata monotematica: la realtà invisibile e (per ora) sconosciuta del virus è comparsa ed ha manifestato la sua pericolosità.

Il virus è una realtà inanimata. Non è vivo. È una struttura biochimica molto complessa del tutto inerte che sfrutta la “vitalità” delle cellule con cui viene in contatto per attivarsi. In realtà non fa proprio nulla di suo. È la cellula bersaglio che fa entrare il virus al suo interno ed è il nucleo della cellula che produce le proteine virali seguendo le istruzioni del Rna del virus. Il virus è di fatto un sistema di riscrittura, di hacking, del normale sistema operativo della cellula.

Il virus la riprogramma ed è la cellula stessa che riproduce il virus.

Quella che si svolge nell’organismo è quindi una battaglia tra “programmi” differenti. Quello dell’organismo che viene “attaccato” e quello del virus, che riprogramma le cellule per creare copie di sé stesso.

Abbiamo imparato che il virus Covid-19 è molto insidioso. Ha un tempo di incubazione in cui non manifesta i propri sintomi che può durare fino a 14 giorni e si trasmette per via aerea. Infetta le alte e le basse vie respiratorie, e può provocare, come ormai sappiamo bene, una pericolosa polmonite interstiziale.

La decisione di chiudere tutte le attività e obbligarci tutti a casa è senza precedenti per il nostro Paese. Ma è servita per ridurre drasticamente e rapidamente il contagio.

È servita soprattutto per guadagnare tempo, per riuscire a capire di più del virus, per cercare di avere il tempo di organizzare una difesa che sia più agile del lockdown e che ci permetta di tornare ad uscire di casa e ad incontrare gli altri.

Il lockdown è infatti la soluzione estrema. Quello che è necessario fare quando non ci sono altre possibilità.

Ora sappiamo tante cose in più di questo virus. Iniziano ad esserci studi a doppio cieco (ossia verificati scientificamente) che ci dicono che combinazioni particolari di farmaci, possibilmente somministrati nelle fasi iniziali della malattia, conducono a una fortissima riduzione della mortalità.

Sappiamo che esistono contagiati che rimangono asintomatici per tantissimo tempo e che hanno una carica virale assolutamente equivalente a quella dei malati (questo è un dato che proviene dallo studio epidemiologico di Vò Euganeo a cura del prof. Andrea Crisanti).

Sappiamo anche che, in questo periodo di lockdown, la gran parte delle infezioni avviene in famiglia e negli ospedali, pochissime sul lavoro.

Sappiamo che in tutti quei Paesi in cui si è proceduto ad effettuare un tracciamento all’indietro dei contatti di ogni positivo che viene individuato (contact tracing), si sono ottenuti risultati eccezionali in termini di contenimento dell’epidemia. Se questo poi viene associato con una presa in carico dei pazienti da parte dei medici sul territorio conduce anche ad una riduzione significativa della mortalità. Sto pensando in particolare a Corea del Sud, Germania e Portogallo.

Per migliorare l’efficacia del contact tracing si è anche molto parlato, tra le altre cose di un’applicazione da installare sui nostri smartphones che aiuti a memorizzare vicino a chi ci siamo venuti a trovare negli ultimi 20-30 giorni. Applicazione utilissima per avvisarci nel momento in cui una di quelle persone si dovesse ammalare oppure venisse trovata positiva al virus.

L’app di per sé è soltanto uno strumento. È una macchina della memoria che ci permette di sapere se siamo entrati in contatto con un positivo.

Nel momento in cui lo scopriamo dobbiamo poter accedere al tampone, per verificare il contagio, ed in caso di malattia avere il supporto necessario.

Ci vuole in altre parole un’organizzazione che rintracci, isoli e testi tutte le persone che l’applicazione ci indicherà.

Più questo processo è veloce e più riusciamo a isolare e controllare la diffusione del virus.

Basterebbe capire questo ad eliminare ogni tipo di polemica sull’applicazione.

Va detto che anche in Italia, che noi stessi consideriamo troppo spesso con sufficienza, ci sono state realtà che hanno gestito l’epidemia in modo straordinariamente virtuoso.

Penso al Veneto, dove Crisanti ha dato delle linee guida molto stringenti (molto più stringenti di quelle dell’Oms seguite nel resto del Paese) che hanno permesso di ridurre molto rapidamente i contagi e di salvare gli ospedali dal diventare dei focolai di contagio, cosa purtroppo successa per esempio in Lombardia.

E anche di aumentare il numero di tamponi effettuati potendo così più facilmente tracciare i positivi e isolarli.

Penso anche ai “Medici di frontiera” della Lombardia, un gruppo di medici di base che hanno applicato in “scienza e coscienza” protocolli sperimentali sui loro pazienti senza aspettare che arrivassero in ospedale, quindi prima che si aggravassero. Protocolli che gli hanno permesso di avere una riduzione significativa della percentuale di pazienti deceduti.

Insomma, questi due mesi di tempo che abbiamo strappato al virus con enormi sacrifici ci hanno permesso di comprendere moltissime cose. Soprattutto ci hanno permesso di comprendere quali armi potremo usare nei prossimi mesi estivi e soprattutto in quelli invernali, in cui gli esperti già prevedono una possibile riacutizzazione dell’epidemia.

Il governo deve però essere molto più coraggioso di quanto è stato finora.

Le tante task force che partoriscono topolini («Andate in giro in bici, chiudete gli anziani in casa»), le assurde discussioni su aspetti del tutto irrilevanti e soprattutto superabili per legge in una situazione di emergenza estrema come questa (la questione privacy dell’applicazione Immuni), l’ignorare completamente Scuola e Università, due cardini fondamentali su cui far leva per la ripartenza del Paese (nemmeno un accenno nel discorso di Conte del 26 aprile), dilungarsi su questioni che interessano il Vaticano (i funerali, le cerimonie religiose), non riuscire a elaborare un piano strategico che permetta di uscire da questa situazione senza il rischio di ricascarci… ecco tutto questo dà la netta sensazione di un governo che è guidato dalla paura e non dal coraggio.

Paura di prendere qualunque decisione che non sia prima validata e contro validata da una qualche commissione di super esperti per non volersi mai assumere una responsabilità diretta.

Ecco questo non va bene e può essere più distruttivo dell’epidemia in sé.

La politica deve assumersi responsabilità. Deve prendere decisioni che inevitabilmente, in questa situazione di emergenza, comportano dei rischi non solo politici.

Se la politica ha una visione del futuro deciderà, sapendo che quei rischi porteranno nel medio-lungo termine un vantaggio e un’uscita della crisi.

Non subiremo più l’epidemia ma la gestiremo.

È questo quello che dovrebbe fare un piano. Decidere cosa serve per abbattere il contagio e far lavorare tutti gli apparati dello stato e della società civile nella stessa direzione.

Spiegando chiaramente e fino in fondo quali sono le scelte che si fanno e perché. Allora anche il singolo cittadino, responsabilizzato, farà quello che è necessario dato che saprà il perché le sue azioni sono importanti.

Se si trattano i cittadini da persone intelligenti la reazione sarà intelligente. Poi ci potrà essere qualcuno che reagirà male, ma saranno una minuscola minoranza.

Se invece si trattano i cittadini da persone stupide, la reazione sarà negativa. Molto negativa. Perché pensare che gli altri siano stupidi è una violenza orrenda e soprattutto molto stupida.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dall’1 maggio

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L’arte di uscire dalla crisi: Marcello Smarrelli

Cosa succederà al mondo dell’arte nel momento in cui sarà passata l’emergenza Covid-19 e riapriranno gli studi degli Artisti, i Musei, le Fondazioni, gli spazi no-profit, le gallerie private, le fiere d’arte?

Ci sarà stato un cambiamento della fruizione dell’arte, soprattutto di quella contemporanea? Si riuscirà a sostenere anche gli Artisti visivi e performativi che creano la bellezza, ma che nonostante questo sono senza Albo professionale e senza Associazioni di categoria e con difficoltà troveranno accesso alle misure governative di sostentamento?

Gli artisti si ritroveranno ad affrontare senza strumenti un’economia globale malmessa che difficilmente li considererà degni di tutela, questione con cui anche le gallerie private, curatori e direttori di Musei dovranno fare i conti. Si può sperare, come è successo in passato, che dopo una mostruosa crisi segua una grande ripresa economica, ma le riprese economiche non avvengono da sole. Gli addetti ai lavori dell’arte stanno cercando una “cura” che oltre alla guarigione possa strutturare anticorpi?

Marcello Smarrelli, consigliere artistico della Fondazione Pescheria – Centro Arti Visive di Pesaro, risponde ai quesiti di Alessio Ancillai

Il Centro Arti Visive Pescheria nasce come uno spazio di creazione, quello che tecnicamente nei manuali dei corsi per curatori si definisce con il temine tedesco di Kunsthalle, o Kunsthaus, un edificio nel quale vengono realizzate mostre, conferenze, convegni e workshop. Una Kunsthalle è spesso diretta da un Kunstverein (società artistica) e si riferisce ad una galleria o ad un museo al quale collaborano diversi artisti, modalità ripresa dagli artists space, organizzazioni non-profit, che ebbero origine a Manhattan nel 1972, con uno spazio chiamato proprio Artist Space.

La Pescheria, come la chiamiamo tutti confidenzialmente, fu fondata dall’artista Loreno Sguanci, che ne fu anche il primo direttore dal 1996 al 2000 e che, durante il suo mandato, presentò mostre realizzate in stretta collaborazione con gli artisti, ad iniziare dalla personale di Eliseo Mattiacci, con cui si inaugurò l’istituzione pesarese nell’estate del 1996. Una Kunsthalle è simile ad un Kunstmuseum (museo d’arte), pur non essendo equivalenti, infatti se il quest’ultimo ha una sua collezione permanente, una Kunsthalle ne è priva, mentre l’artist space è completamente indipendente e non istituzionale, anche se ormai i confini sono talmente labili da rendere completamente superate queste definizioni.

Questo breve excursus etimologico è solo una premessa per dire che il Centro Arti Visive Pescheria fu un progetto anticipatore, nato dalla visione lungimirante di un artista come luogo di creazione e di produzione d’arte e cultura contemporanea, in linea con le esperienze internazionali più all’avanguardia, sia rispetto alle nuove modalità di creazione e fruizione delle opere d’arte che delle pratiche curatoriali. Una realtà che definirei, ancora oggi, unica sia nelle Marche che al di fuori dei confini della regione. Ovviamente a causa dell’emergenza Covid-19 abbiamo dovuto cancellare molti eventi in calendario; non sappiamo bene come e quando riprogrammarli perché, come tutti sanno, non abbiamo ancora previsioni certe sulla riapertura degli spazi museali da parte del Governo. L’unica fortuna è che i prodotti culturali realizzati dalla Fondazione Pescheria, a differenza di quelli dell’ex mercato ittico da cui prende il nome, non hanno scadenza e potremo riproporli appena sarà possibile farlo.

Come fanno tutte le altre istituzioni culturali, stiamo cercando dei nuovi canali di comunicazione per rimanere in contatto con il nostro pubblico e tentare di dare il nostro piccolo contributo per rendere meno pesante il tempo che si trascorre in casa durante l’isolamento. Ma siamo un’istituzione che non ha una collezione su cui poter costruire un’attività online di visite guidate o di racconti delle singole opere, quindi la nostra unica risorsa sono gli artisti. Per questo abbiamo dato vita ad una iniziativa che ha come titolo un hashtag, #LaCreativitàNonSiFerma, ispirato a un celebre aforisma di Albert Einstein “La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura”. Così abbiamo chiesto agli artisti vicini alla Fondazione Pescheria di raccontarci attraverso storie, immagini, video e suoni, come riempiono questo tempo così speciale, cosa stanno creando in questi giorni strani ed eccezionali, per condividerlo con i tanti amici che ci seguono sulle pagine Instagram e Facebook prendendo come punto di partenza proprio una figura emblematica per noi, come quella di Eliseo Mattiacci. Ma non voglio aggiungere altro, sperando di solleticare la curiosità dei lettori e indurli a seguirci sui nostri social.

Con amici e colleghi continuamente ci poniamo molte domande: Cosa ci riserva il futuro? Cambierà il modo di fruire la cultura? E il rapporto con il pubblico come si configurerà? Ma sono uno storico dell’arte, non un’opinionista, quindi mi risulta complicato darmi e dare delle risposte, perché avrei bisogno di molto studio e molto ragionamento per arrivare a formulare teorie che potrebbero rivelarsi completamente sbagliate alla prima verifica dei fatti, quando tutto, speriamo, ripartirà. L’influenza spagnola, che dilagò tra il 1918 e il 1920, uccise decine di milioni di persone nel mondo, tra cui artisti e intellettuali del calibro di Egon Schiele e Guillaume Apollinaire. L’altissimo livello di letalità le valse la definizione di “più grave forma di pandemia dell’umanità”, avendo causato più vittime della terribile peste nera del XVI secolo.

Ma già prima del ’20 le grandi rivoluzioni artistiche erano state avviate con le Avanguardie e se penso alle epidemie di peste del XVI secolo, la cosa che mi viene subito in mente è il cantiere grandioso della chiesa votiva di Santa Maria della Salute di Baldassarre Longhena a Venezia, ma anche le rutilanti tele di Luca Giordano.
Ho come l’impressione che all’improvviso il mondo abbia preso nuova coscienza del fatto che la morte esiste e che in certi momenti della storia è difficile relegarla nei luoghi deputati, come le camere mortuarie e i cimiteri. In definitiva, non so dire se le cose cambieranno e, semmai, cosa cambierà, cosa riserva il futuro ai musei, alle fondazioni, alle gallerie, agli artisti, ai curatori. In una visione storica a volo d’uccello mi pare che poco o niente sia mutato a seguito delle grandi epidemie appena ricordate. Certamente le conseguenze economiche saranno serissime e probabilmente avremo ancora meno soldi da destinare e investire nella cultura.
Non so dire che cosa cambierà, in cuor mio spero vivamente che tutto cambi, anche solo per la curiosità di vedere cosa succederà dopo.

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L’arte di uscire dalla crisi – Leggi le altre interviste

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Storico dell’arte, critico e curatore, Marcello Smarrelli è nato nel 1962 a Roma, dove vive e lavora. Dopo aver conseguito la laurea in Storia dell’Arte all’Università di Roma “La Sapienza” e la Specializzazione in Archeologia e Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea all’Università di Siena, si è dedicato allo studio dei rapporti tra estetica e pedagogia.
Dal 2016 è Consigliere artistico della Fondazione Pescheria Centro Arti Visive Pescheria – Pesaro. Dal 2014 è Curator at large presso la Fondazione Memmo Arte Contemporanea – Roma. Dal 2011 è Direttore artistico della Fondazione Pastificio Cerere – Roma. Dal 2007 è Direttore artistico della Fondazione Ermanno Casoli – Fabriano (An).

Speculo ergo sum

Speculatori che contravvengono le posizioni degli avversari politici solo per poter dissentire. Così accade che il governo prenda una decisione, una regione (come la Calabria dell’improvvida Santelli) decide di fare il contrario e poi i suoi sindaci fanno il contrario del contrario ritornando alla decisione del governo. Così si assiste a una serie infinita di avvitamenti che aggiungono sconforto e rabbia alla preoccupazione, allo sconforto e alla rabbia di un Paese ferito.

Speculatori che occupano di notte il Parlamento che non hanno mai frequentato di giorno e poi si mettono tutti in branco a registrare l’intervento del loro capo tribù Matteo Salvini che specula sul valore della libertà, lui, proprio lui, che solo limitando la libertà di qualcuno riesce a dare la sensazione di governare.

Speculatori come un ex presidente del consiglio che ha il coraggio di dire «se i morti di Bergamo potessero parlare direbbero di ripartire anche per noi». Fare parlare i morti è il modo migliore per mettersi al riparo dalle opinioni dei vivi. E Renzi lancia il suo ennesimo penultimatum a un governo che gli serviva solo per superare la soglia elettorale di sbarramento. Ora si arrabatta e assomiglia così tanto all’altro Matteo.

Speculatori che si appoggiano solo alla scienza per avere la scusa di non dovere fare politica. Speculatori che rincorrono solo il fatturato, la produttività. Speculatori invidiosi del virus che gli ha rubato la scena. Speculatori che in emergenza si occupano solo della propria autopreservazione. Speculatori che confezionano false notizie per cavalcare la paura.

Qualcuno diceva che ne saremmo usciti migliori e invece il quadro generale è quello di sempre, solo più spaventati e quindi più incattiviti. C’è una novità sostanziale: gli italiani, gli indisciplinatissimi italiani come vengono raccontati, sono stati più responsabili della propria classe dirigente. Loro, i loro figli e i loro poveri nonni. Questa è la lezione.

Buon venerdì.

People before profit

An Indian worker wears a worn out protection mask as he works in a small aluminum factory in Hyderabad, India, Tuesday, April 30, 2019. International Labor Day also known as May Day is marked across the world on May 1. (AP Photo/Mahesh Kumar A.)

Undici operai in pausa pranzo seduti su una trave sospesa a 250 metri d’altezza. Era il 1932 quando quella celebre foto apparve sul supplemento domenicale del New York Herald Tribune, diventando un’immagine simbolo della Grande depressione, ma non solo.

Fabio Magnasciutti l’ha reinventata per la copertina di Left creando un’immagine pittorica originale e ricca di significati, incarnati anche dalla presenza di donne e immigrati, insieme ad operai, sospesi nel vuoto di certezze di questa ripartenza. Una Fase due necessaria per battere il virus della crisi economica e sociale, ma in cui i lavoratori devono unire le forze per poter affermare il diritto al lavoro in condizioni di sicurezza. Per costruire insieme un diverso modello di società e di sviluppo a dimensione umana.

Quello che ci si para davanti è un bivio di enorme portata. Approfittando della crisi potrebbero imporsi altri suprematisti come Trump che ora (scrive Gasparini) alza nuovi muri contro i migranti, e nuovi Bolsonaro che – come raccontano i reportage di Ferracuti e Menchini – sta agevolando la distruzione della foresta amazzonica e lo sterminio gli indios anche lasciando dilagare il Covid-19.

Oppure, andando nella direzione opposta, dalla crisi sanitaria potrebbero nascere nuovi sistemi sociali più solidali e inclusivi.

Non c’è tempo da perdere, dobbiamo impegnarci per realizzare questa svolta. È questo il momento per costruire una società più democratica e giusta. E le lotte per i diritti dei lavoratori ne sono un asse portante. Entrando nella fase due, mentre il coronavirus non è ancora sconfitto, occorre programmare una ripartenza in sicurezza per tutti.

Lo scenario in cui si festeggia il primo maggio 2020, purtroppo però, è desolante. E non solo per l’assenza di momenti di concreta partecipazione di piazza. Quest’anno lo Statuto dei lavoratori compie 50 anni e come mette in luce l’inchiesta di Filippi ne è stata fatta strage, in anni e anni di politiche neoliberiste, con riforme come la legge Fornero e il Jobs act.

La pandemia ora ha brutalmente evidenziato tutto ciò che non va nel modello di sviluppo che è stato adottato anche dai governi di centrosinistra. Politiche di austerity e di attacco al welfare hanno prodotto ingiustizia sociale e disuguaglianze. L’emergenza sanitaria ha acuito i problemi preesistenti, aggiungendo crisi a crisi.

Da anni su Left documentiamo la precarizzazione del lavoro, il lavoro povero, quello intermittente, i finti lavori autonomi, iper sfruttati, il caporalato che attanaglia in primis gli immigrati e non solamente nel settore agricolo, come ci ricorda qui l’attivista sindacale Selly Kane.

Durante il lockdown chi svolge lavori essenziali ha fronteggiato l’emergenza restando sempre in prima linea a rischio della propria salute: operatori sanitari, operai, riders ecc. Essenziali, elogiati come eroi, ma non protetti. E, temiamo, continueranno ad esserlo nella fase due.

Solo una percentuale ridotta di persone ha potuto lavorare da casa durante il lockdown. E anche in questo ambito sono emerse enormi differenze. Pensiamo per esempio agli addetti ai call center, ai freelance o ad altre categorie in smart work in assenza di un contratto nazionale e senza diritti. Ma per altri versi pensiamo anche ai docenti scolastici che si sono visti raddoppiare il carico di lavoro con la didattica a distanza.

Il 4 maggio tornano al lavoro 2,7 milioni di italiani. Ma tanti altri non hanno mai smesso di lavorare soprattutto nelle fabbriche del Nord dove, su pressione di Confindustria, sono state previste deroghe tramite autocertificazione delle aziende presso le prefetture. Le ragioni dell’economia hanno prevalso su quelle della sicurezza e della tutela della salute. Certo, non possiamo ignorare il problema: il rischio di una crisi economica di portata ben superiore a quella del 2008 è reale.

Ma al contempo non possiamo ignorare che la ripartenza avviene senza aver prima divulgato approfondite analisi scientifiche. Molti dati, secretati dal Cura Italia fino a metà aprile, non stati ancora diffusi e questo ostacola il lavoro dei ricercatori accusa Luca Ricolfi dalle colonne de Il Messaggero. «Entrare in fase 2 è doveroso. Farlo senza stime su quanti siano i contagiati è da irresponsabili», scrive Marco Cappato su Twitter. «Per questo serve fare il tampone a un campione rappresentativo. Incredibilmente – dice il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni– questa misura semplice non è attuata». Del resto, altrettanto incredibilmente, non una parola ha dedicato il premier Conte a questa fondamentale misura di prevenzione nella conferenza stampa del 26 aprile in cui ha illustrato quel che avverrà dal 4 maggio in poi.

I dati sulla curva dell’infezione dai territori affluiranno da maggio all’Istituto superiore di sanità ha detto il presidente del Consiglio. Insomma prima riapriamo, poi vediamo come va.

Il nuovo Dpcm pone dei paletti alle riaperture indiscriminate, certo. Ma non tutti quelli che ci saremmo aspettati: perché per esempio le lezioni in classe sono sospese e le messe in chiesa potrebbero ripartire? Sono inaccettabili in tal senso le pressioni della Conferenza episcopale. Oltretutto proprio gli assembramenti per riti e celebrazioni religiose sono stati un potente veicolo di trasmissione del contagio in molte parti del mondo, come abbiamo raccontato due numeri fa.

E poi, riuscirà il governo a frenare i presidenti di Regioni che scalpitano per più ampie riaperture avendo già messo in atto fughe in avanti?

People before profit. E non è solo uno slogan. Già due anni fa titolavamo in copertina “Prima le persone”. Forse allora a qualcuno sembravamo astratti o utopisti. Ora la pandemia ha reso chiara a molti l’importanza di un solido sistema sanitario nazionale e pubblico, ha mostrato l’importanza della ricerca e di politiche solidali che mettano al centro l’interesse collettivo, che prevedano una ridistribuzione non solo della ricchezza ma anche di opportunità culturali (quanti ragazzi sono stati esclusi in Italia dalla didattica a distanza perché privi degli strumenti necessari, in particolare nelle aree più disagiate?). Abbiamo imparato la dura lezione imposta dal coronavirus che ha messo drammaticamente in evidenza le debolezze del nostro sistema produttivo e sociale o vogliamo suicidarci riproponendo la ricetta neoliberista basata su un’idea disumana di Homo oeconemicus tutto teso al profitto e al consumo e privo di legami sociali che non siano strumentali a una maggiore produttività? (Della necessità di una nuova antropologia scrive un gruppo di valenti economisti ne L’essere umano e l’economia, che proponiamo di leggere). Durante lunghe settimane di lockdown chi ha potuto permettersi di stare a casa e di avere un po’ di tempo per sé ha riscoperto il valore dell’arte, della musica (dai balconi e non), della lettura. I lavoratori dell’arte e della cultura sono fra quelli che soffrono di più la crisi, per il duro stop che ha subito il mondo dell’editoria e per la cancellazione degli spettacoli dal vivo, come ci ricorda Gegè Telesforo qui intervistato.

è tempo di riconoscere l’identità degli artisti e l’importanza del loro lavoro che deve avere anche un adeguato riconoscimento economico, come diciamo da sempre. Essenziali ma precari, sono in Italia gran parte dei musicisti, degli artisti, degli scrittori. Ma anche i giornalisti che non sono i soliti volti televisivi e che durante questa pandemia hanno lavorato duramente, insieme agli edicolanti, per garantire un’informazione rigorosa e partecipe. Anche questo è servizio pubblico.

L’editoriale è tratto da Left in edicola da venerdì 1 maggio

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SOMMARIO

Il punto in cui siamo

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 23-04-2020 Roma, Italia Cronaca Coronavirus, emergenza sanitaria, test virali Nella foto: ASL Roma 1, test con tamponi su personale socio sanitario in modalità drive-in Photo Mauro Scrobogna /LaPresse April 23, 2020  Roma, Italy News Coronavirus outbreak: health emergency In the picture: ASL Roma 1, viral tests on social and health personnel in drive-thru mode

Lorenza a fine marzo comincia ad avere qualche sintomo. Pensa che forse è stanca per il troppo lavoro, non ci fa caso. Il primo giorno di aprile si rende conto che c’è qualcosa che non va: i sintomi sono quelli del Covid-19 e chiama il suo medico per un consulto, chiede un tampone. Il suo medico gli risponde testualmente: «Non sei un politico, non sei un calciatore e vivi in Lombardia». Niente tampone. Il giorno dopo riesce a mettersi in contatto con il 118, i sanitari fanno una diagnosi telefonica e le dicono che ha tutti i requisiti per essere ricoverata. Lorenza era terrorizzata, erano i tempi in cui gli ospedali lombardi esplodevano e con lei vive la figlia. Si è curata con cortisone e Lexotan per riuscire a dormire. Ora non prende più niente ma ha ancora febbre. Decide di aspettare.

Ieri ha scritto la sua testimonianza: «Oggi telefono per l’ennesima volta all’Ats per chiedere quanto tempo ancora dovrò aspettare per poter avere un tampone, visto che ormai è 1 mese che sono a casa con i sintomi da covid – ma senza una cura specifica – e che il mio medico ha inoltrato la richiesta per farmi fare il tampone esattamente 1 settimana fa….
Ebbene, trovo un’operatrice gentile e disponibile e ottengo queste 3 interessanti, strabilianti, sconcertanti risposte:
1) i tempi per l’esecuzione del tampone, dal momento in cui il medico di base ne fa richiesta, sono mediamente di ALMENO 2 settimane (2 settimane! dopo aver aspettato già 1 mese per poter fare la richiesta!);
2) in caso di esito positivo del tampone, NON è attualmente previsto che il tampone venga somministrato ai familiari conviventi (quando si sta dicendo da tempo che i nuovi focolai sono gli ambienti domestici, com’è d’altra parte facilmente intuibile…)
3) sono stati, pare, finalmente autorizzati i test sierologici, sempre su richiesta del medico di base, ma questi possono essere richiesti solo per due specifiche categorie: a) per persone entrate in contatto con pazienti positivi accertati (ma i sintomatici non vengono testati! Ritorna al punto 1 e sarai più fortunato…); b) per pazienti con sintomi sospetti (quindi, teoricamente, io ne avrei diritto. Ma chi vive con me o è entrato in contatto con me, fin quando io non sarò accertata come positiva, non potrà fare nemmeno il test sierologico).
Ora, io non ho veramente parole (e nemmeno fiato a dire il vero, date le mie condizioni) per aggiungere altro… lascio a giornalisti, politici e scienziati la richiesta di verificare, approfondire e denunciare».

Tutto questo nella regione che spinge per uscire e per tornare alla normalità. E intanto non si fanno i tamponi. Ecco il punto in cui siamo.

Buon giovedì.

La Spagna prova a ripartire, guardando avanti

Sánchez e il suo governo hanno avviato un piano per una cauta riapertura della Spagna dopo il lockdown: quattro fasi che dovrebbero portare tutte le 50 province del Paese, entro la fine di giugno, verso una “nueva normalidad”. C’è chi ha scomodato la filosofia dicendo che nuova normalità è un sofisma. Se la normalità è una novità, non è normale. E se non è normale, è qualcos’altro. Forse è solo un inutile vezzo avere attaccato l’aggettivo “nuova” all’idea di normalità di vita con il Covid-19. Eppure la scelta del governo Sánchez non appare casuale e rileva insieme sensibilità e impegno.

Sensibilità di cogliere nella comunicazione istituzionale la percezione, diffusa nella maggioranza della popolazione, che per proteggersi da questa o da possibili future pandemie non si deve tornare alla normalità conosciuta, a quel mondo del lavoro e a quel modello economico che sfida continuamente gli equilibri ecologici che garantiscono la vita per tutte e tutti sul pianeta terra.

Evidenzia anche l’impegno del governo di coalizione spagnolo di riempire questa nuova normalità di contenuti di giustizia sociale e ambientale, riconfermando e accentuando quello che Psoe e Unidas Podemos hanno scritto nel programma concordato all’avvio della legislatura. «Questa crisi non servirà come scusa per abbandonare l’agenda di transizione ecologica o per ridurre lo stato sociale; non servirà ad abbandonare coloro che ne subiscono le conseguenze. Non lasceremo nessuno indietro», ha detto Sánchez annunciando che la prossima settimana sarà costituita una Commissione per la ricostruzione sociale ed economica, anche se lo scenario di un accordo reale tra il governo e il principale partito di opposizione sembra oggi piuttosto lontano.

Sono le destre, in particolare Partito Popolare e Vox, a non essersi accorte di questa diffusa voglia di cambiamento e rimangono ancorate a vecchi schemi, pensando di poterne trarre utili elettorali per un domani. Criticando il governo su tutto e il contrario di tutto, prima perché chiudeva poco e con poca decisione, ora perché riapre con eccessive cautele. Partiti di destra che vivono in un passato spazzato via anche dal virus e chiedono di rimettere in moto la Spagna di sempre, quella disegnata dai loro governi, dominata da un modello produttivo e di ricchezza basato su finanze speculative e tagli allo stato sociale, promotori del turismo del tutto incluso, quel turismo massificato, abusivo e speculativo, che in un decennio o poco più ha inesorabilmente divorato le bellezze delle città di Spagna, delle sue coste e delle isole, trasformando milioni di giovani donne e uomini in intrattenitori, camerieri, gestori di bar di tapas e case vacanze al nero, o rider per le consegne di cibi a domicilio.

Dall’altra parte alcune sinistre perentorie non sembrano accorgersi della richiesta di cambio o, come la schiera di portatori di sventure in attesa della catastrofe, declinano l’uscita dal capitalismo solo con sacrifici e rinunce, senza gioia di vivere. Per loro l’aggettivo nuova con cui il governo spagnolo definisce la normalità che verrà è solo l’ennesima furberia dei socialisti per fagocitare Podemos nel sistema.

Eppure è davvero difficile non percepire la necessità e la voglia di cambiamento che attraversa la società spagnola. È ottuso non capire che quegli applausi rivolti ogni giorno al personale sanitario reclamano una sanità pubblica, un’idea di medicina diffusa sui territori come prevenzione, perché la miglior cura delle persone è evitare che si ammalino, anziché trovare il modo rapido di speculare sulle malattie per riempire portafogli.

Così come è assurdo poter pensare di tornare a quella normalità in cui fasce anziane e infantili di una popolazione sono un problema da accollare alle donne come sostitutive dello stato sociale o, quando economicamente possibile, alle persone migranti senza riconoscerne diritti o competenze. Oggi, dopo anni di sbornia liberista e di totale apologia del libero mercato, anche pezzi significativi dell’imprenditoria cominciano a barcollare e ragionano sulla necessità di riscoprire il ruolo del pubblico, fino a chiedere l’ingresso dello stato nelle grandi imprese strategiche spagnole. Certo è ancora tutto abbozzato nel piano del governo spagnolo verso la nuova normalità, con le quattro fasi per recuperare la vita quotidiana e l’attività economica, proteggendo la salute e la vita delle persone, con la gradualità necessaria per valutare se i progressi nel contenimento del virus si mantengono o se invece bisogna tornare al lockdown da qualche parte.

E si fatica a individuare le scelte della transizione ecologica annunciata, di fronte ai propositi del ministro dei trasporti, José Luis Ábalos, che immagina di incentivare il mezzo privato per riportare le persone al lavoro, idea subito piaciuta ai fabbricanti e rivenditori di auto che hanno chiesto di azzerare le limitazioni alla circolazione privata, introdotte in questi anni per ottemperare le rare direttive ambientali comunitarie. La strada è quindi lunga e difficoltosa, ma avere avuto l’accortezza e la sensibilità di aggiungere l’aggettivo nuova alla normalità da realizzare è almeno di buon auspicio.