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Il “modello veneto” ha funzionato nonostante Zaia, non grazie a lui

Foto LaPresse - Matteo Corner 23/10//2019 Milano (Ita) Cronaca Tavolo Milano Cortina per le Olimpiadi invernali 2026 a Palazzo Lombardia Nella foto: Luca Zaia Photo LaPresse - Matteo Corner 23/10//2019 Milan (Italy)News Milano Cortina table for the 2026 Winter Olympics at Palazzo LombardiaIn the photo: Luca Zaia

Nelle ultime settimane sembra che il leghista Luca Zaia, presidente della Regione Veneto dal 2010, sia diventato il miglior politico d’Italia. Elogiato in tutti i modi possibili da buona parte della stampa italiana – pure da chi fino a poco tempo fa lo definiva un razzista – e anche da quella internazionale, Luca Zaia nel giro di un mese è passato da quello che “i cinesi mangiano i topi vivi” all’essere l’eroe dell’emergenza sanitaria. Il modello veneto funziona, e funzionava anche prima della pandemia, ma è stato costruito in quasi 30 anni di collaborazione affiatata da parte di tutti gli esperti del settore sanitario. Zaia ora si prende i meriti, ma non dimentichiamoci che se fosse per lui questo modello in Veneto oggi non esisterebbe.

Ne abbiamo parlato con Claudio Beltramello, medico specialista in Igiene, attualmente consulente di management sanitario e professore a contratto dell’Università di Padova. In passato ha avuto esperienze all’Organizzazione mondiale della sanità a Ginevra e in Africa come coordinatore dei progetti del Cuamm – Medici con l’Africa. Dal 2010 è consigliere comunale del Partito democratico a Castelfranco Veneto.

Zaia nelle ultime settimane è stato lodato in tutti i modi possibili, non solo dalla stampa nazionale ma anche da quella internazionale. Sono meritati questi elogi?
Sicuramente il merito principale di Zaia è stato quello di saper cambiare rapidamente le proprie idee, adattandosi di volta in volta alle circostanze e alle soluzioni suggerite dagli esperti. Una sua qualità già confermata da tempo – quella di saper dire tutto e il contrario di tutto – che questa volta però si è rivelata molto utile.

Un opportunismo politico che paradossalmente è stato quasi provvidenziale per la comunità.
Sicuramente Zaia non è uno innamorato delle proprie idee: le cambia anche da un giorno all’altro. È una cosa molto discutibile in politica, forse anche riprovevole, ma durante questa emergenza era necessario essere dinamici e lui lo è stato. Una cosa molto importante che viene detta sulle epidemie è che bisogna essere svelti; lui è stato svelto a cambiare idea.

Ad esempio, quale idea?
Beh su Andrea Crisanti (direttore del dipartimento di Medicina molecolare Unipd e direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’Azienda Ospedaliera di Padova, ndr), che inizialmente era un “avversario”, ha saputo non fossilizzarsi, e questa è stata la fortuna più grande del Veneto. All’inizio, prima ancora che arrivasse l’epidemia, Crisanti voleva fare i tamponi ai rientrati dalla Cina e gli è stato impedito dal direttore generale della sanità veneta (e presidente dell’Aifa, ndr), Domenico Mantoan. In quell’occasione si è beccato diverse lavate di capo, poi Zaia è riuscito a trasformarlo nel migliore dei suoi alleati.

In che senso è stata una fortuna?
Nel senso che in primis Crisanti e Roberto Rigoli come microbiologi, poi gli infettivologi, pneumologi e anestesisti hanno saputo fare la differenza grazie alle loro competenze e intuizioni. Il Veneto, attraverso lo studio fatto a Vo’ dal professor Crisanti, ha capito prima delle altre regioni che i soggetti positivi asintomatici giocavano un ruolo chiave in questa epidemia, e quindi ha saputo agire di conseguenza. Questa è una chiave di lettura importantissima per capire il successo del Veneto durante questa crisi.

Il modello veneto sembra però un modello consolidato, a prescindere dall’emergenza.
Il Veneto ha un sistema sanitario molto integrato tra ospedale e territorio, territorio inteso come distretti, dipartimenti di prevenzione e medici di medicina generale. Questa integrazione è strutturata anche con il sociale. Si pensi al caso di un anziano malato e solo: dove sta la linea di confine tra il sanitario e il sociale? Qui da noi le unità amministrative vengono chiamate ancora Ulss (Unità locali socio-sanitarie). Storicamente in Veneto tutti gli ospedali sono all’interno dell’Ulss, tranne i due ospedali universitari di Padova e Verona. Vi sono cioè solo due ospedali-azienda, e questo spiega alcune differenze con la sanità lombarda.

La differenza principale saprebbe spiegarmela in poche parole?
Sin dalla riforma del Servizio sanitario nazionale del 1992 il Veneto ha deciso di fare in modo diverso. Quella riforma prevedeva l’aziendalizzazione e una grande riorganizzazione del sistema sanitario, e il Veneto ha deciso di tenere gli ospedali dentro l’Ulss per garantire l’integrazione col territorio (con molte funzioni), e di avere pochissimi ospedali privati convenzionati, molto presenti invece in Lombardia. In quasi 30 anni si è creato un modello di collaborazione e di comunicazione tra tutte le componenti del sistema che va ben aldilà dei possibili protocolli o percorsi che si scrivono sulla carta, senza dubbio fondamentali ma non sufficienti per una reale integrazione.

Anche perché 30 anni non possono essere rimpiazzati in due mesi.
Certo, questa epidemia ha semplicemente scoperto ciò che già c’era. Difficilmente in poche settimane è possibile inventarsi un sistema complessivo che prima non c’era, o scalzare dei modelli consolidati in un determinato modo da vent’anni o più. La crisi dunque ha fatto emergere in Veneto un modello vincente che esisteva già; chi non ce l’aveva sicuramente non poteva metterlo in piedi in due mesi o addirittura nelle prime tre settimane della fase acuta.

Non si tratta quindi di maggiori risorse ma di maggiore integrazione?
I medici di medicina generale in Veneto non hanno avuto dei mezzi in più di quelli della Lombardia o di altre regioni. Ora si racconta che loro avessero già tutto, ma non avevano niente in più degli altri colleghi in Italia. Se sono riusciti a tenere a casa più pazienti, non scaricandoli tutti in ospedale, è dovuto a questo modello di integrazione, in cui la persona resta al centro. L’ospedale non scarica il paziente quando non è più compito suo curarlo; allo stesso modo i medici di famiglia e i servizi territoriali non scaricano i pazienti all’ospedale come se non avessero più alcuna responsabilità. Tra medici di famiglia e servizi del distretto è consolidata una collaborazione molto stretta; questo, evidentemente, è un modello molto più collaborativo e integrato rispetto alle Asl territoriali “contrapposte” agli ospedali-azienda.

Zaia è il presidente della regione da 10 anni. Ha meriti nella costruzione di questo modello?Semmai ha colpe. Negli ultimi 10 anni, pian pianino e in modo silenzioso, lui e il direttore della sanità Mantoan hanno cercato di smantellare in parte questo modello. Ora si vantano perché il Veneto ha questo modello integrato, il territorio forte, ecc., ma la verità è che, soprattutto negli ultimi 5 anni, sono stati tagliati molti posti letto al sistema ospedaliero pubblico (mentre sono aumentati invece quelli del privato convenzionato) e la parte territoriale è stata negletta in modo decisivo: un sacco di personale andato in pensione e mai sostituito, riduzione dei primariati delle funzioni territoriali, depauperamento generale costante e silenzioso dei dipartimenti di prevenzione. Poi il modello aggregativo avanzato dei medici di medicina generale, cioè la medicina di gruppo integrata, a partire dall’ultimo piano sociosanitario regionale è stata accantonato. Nel piano si prevede addirittura di far gestire i pazienti anziani cronici complessi a équipes del privato convenzionato.

C’è stato dunque un tentativo di privatizzazione del sistema sanitario?
Certo, anche se Zaia lo nega. Più volte negli anni lui e il dottor Mantoan hanno esaltato il modello lombardo, sostenuto che il privato convenzionato non andasse demonizzato, che non fosse opportuno opporsi a questa tendenza, che in Lombardia le cose funzionassero alla grande, e via dicendo. Oggi, giustamente, si vantano dei risultati del sistema pubblico integrato ma non dicono che erano i primi a volerlo cambiare. Grazie ai professionisti sanitari e ai sindacati che hanno difeso strenuamente un modello che funzionava, e grazie anche all’opposizione in consiglio regionale di Pd e 5 Stelle, ciò non è avvenuto. Se fosse stato per la Lega, però, questo modello in Veneto non ci sarebbe più da un pezzo.

Resti a casa, Arcuri

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 24 marzo 2020 Roma (Italia) Cronaca Emergenza Covid 19, Commissario Straordinario per l'Emergenza Domenico Arcuri che fa il punto su tutti gli aggiornamenti sulle attività di approvvigionamento dei dispositivi medici e di protezione individuale Nella Foto: Domenico Arcuri davanti alla sede della Protezione Civile Photo Cecilia Fabiano/LaPresse March 24 , 2020 Rome (Italy) News Covid 19 Emergency , press conference of the Extraordinary Commissioner for Emergency Domenico Arcuri on the procurement activities of medical devices and individual protection In the pic : Domenico Arcuri in front of the Civil Protection headquarter

Ieri, martedì 12 maggio, per il super mega straordinario magnifico commissario dell’emergenza Domenico Arcuri è stata una giornata campale, una di quelle giornate che a un lavoratore qualsiasi di un settore qualsiasi che non sia di consulenza al governo costerebbe come minimo un discreta retrocessione.

Prima si è incastrato sui tamponi: aveva dichiarato di averne pronti ben 5 milioni da inviare alle regioni ma poi, ripreso dal virologo Crisanti, ha dovuto ammettere che i suoi tamponi sono praticamente inservibili poiché mancano i reagenti per i test. In sostanza l’uomo che di mestiere dovrebbe curare l’approvvigionamento del materiale che serve per l’emergenza ha acquistato delle auto senza ruote ma ci dice di stare tranquilli poiché oggi (oggi 12 maggio) si sta occupando di pubblicare il bando di gara per i reagenti. In Veneto hanno cominciato ad occuparsene il 20 gennaio. Scova le differenze.

Poi c’è il caos delle mascherine. Sia chiaro: sulle mascherine probabilmente qualcuno ha fatto il furbo (a questo proposito diverse procure stanno indagando sull’azienda di una giovane ex presidente della Camera) ma oggi le mascherine in farmacia non ci sono. Qui siamo al paradosso: dice Arcuri che lui le mascherine le ha procurate e non è un problema suo che noi non le possiamo acquistare. Colpa dei farmacisti, colpa dei distributori, colpa degli altri, insomma. Che il commissario sia così limitato da non capire che il suo ruolo non sia solo quello di inoltrare gli ordini ma di vigilare che il materiale arrivi dove deve arrivare è qualcosa che ha dell’incredibile. È bravissimo a fornirci giustificazioni, bene bravo bis, ma a noi servirebbero le mascherine, di grazia.

E come pensa di risolvere la questione delle mascherine? Facendole vendere ai tabaccai. Che potrebbe essere una buona idea se non fosse che Arcuri, con la sua solita inelegante sicumera, ci tiene a dirci che di tabaccai ce ne sono 50 milioni e invece sono circa 50mila. Poco male, direte voi, si è confuso. Del resto è rassicurante uno in quel ruolo che si confonda sulle quantità.

È tutto? No, no. Poi ci sarebbero quelle strane autorizzazioni alla dogana che la trasmissione Report ha raccontato e a cui Arcuri non ha ancora risposto. Insomma qui vale la massima di Zerocalcare: se ti ammali è colpa tua e se guarisci è merito loro.

Noi siamo restati a casa, forse Arcuri potrebbe andarci, a casa.

Buon mercoledì.

Persone in carne e ossa, non braccia da sfruttare

Foto Stefano Cavicchi/LaPresse9/08/2018 Borgonato, Bs, Italia cronaca Braccianti di colore impegnati nella raccolta d'uva nell'azienda Berlucchi a Borgonato Nella foto: la vendemmiaphoto Stefano Cavicchi/LaPresse9/08/2018 Borgonato, Bs, Italia News Grape harvest at Berlucchi in BorgonatoIn the pic: harvest

Come spesso accade nel nostro Paese ogni volta che si trattano temi che hanno a che fare, anche solo in parte, con l’immigrazione, ciò che ne deriva è il montare di una polemica a tratti raccapricciante che paralizza la capacità delle istituzioni di prendere decisioni più che mai necessarie e urgenti.

È il caso della questione “regolarizzazione” di chi lavora nei campi tenendo in piedi una grossa fetta della nostra agricoltura e di chi si prende cura dei nostri anziani e delle nostre case reggendo quel pezzo di welfare familiare privato dove lo Stato non è in grado di arrivare.

Siamo già colpevolmente in ritardo su questo argomento che pure è tornato al centro del confronto politico unicamente a causa della pandemia che ci ha travolti e che ha almeno il lato positivo di costringerci a fare i conti con i vuoti e le storture normative che caratterizzano una parte fondamentale della forza lavoro su cui si regge la nostra economia.

Parliamo di circa 600mila lavoratori, tra cui molti braccianti che versano in condizioni di vera e propria schiavitù, alla mercé del caporalato che continua a proliferare da nord a sud, infischiandosene dell’emergenza sanitaria e dei protocolli rigidi di sicurezza che richiede.

È abbastanza paradossale, in questo senso, che la discussione tra le forze di governo (tralasciando per decenza le sparate fascio-leghiste) si sia incancrenita proprio su questa vicenda. Su una decisione che mentre siamo ancora nel pieno dell’emergenza sanitaria e in una fase decisiva per il contenimento dei contagi, consentirebbe il monitoraggio degli “invisibili” che oggi sfuggono ai controlli, alla quarantena, che non possono curarsi, mettendo così a rischio la propria salute e quella collettiva, che non rientrano nelle stime su cui ogni giorno cerchiamo di costruire una efficace strategia di ripartenza.

Lo dovremmo fare anche solo per questo, per una ragione di opportunità. Se non fosse che si tratta prima di tutto di una questione di civiltà. Ragione per cui non mi convince chi, anche nel governo, afferma che dovremmo operare questa regolarizzazione per il bisogno che abbiamo di manodopera aggiuntiva. Fa un po’ il paio con chi, qualche settimana fa, suggeriva di mandarci i percettori del reddito di cittadinanza a faticare nei campi per restituire un po’ di quello che “indebitamente” percepiscono dallo Stato.

Non è questo l’approccio culturale e politico che credo debba guidare le nostre decisioni.

Regolarizzare queste persone significherebbe da un lato smettere di alimentare le voragini delle povertà illegali dove regnano discriminazione e disumanizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori e dall’altro, nel caso di badanti e colf, riconoscere il sacrosanto diritto al sostentamento nel momento in cui le restrizioni nei movimenti hanno interrotto centinaia di collaborazioni, oltre a poterle riattivare nella legalità quando saranno ancor più necessarie di prima, con un carico di lavoro di cura che nel frattempo è aumentato e sta gravando interamente sulle spalle delle donne, generando ulteriore ingiustizia e disparità.

È difficile giustificare le remore del M5s che della legalità ha sempre fatto una bandiera e ora nel tentativo di non infastidire un pezzo di elettorato si barrica dietro a posizioni indifendibili che minano l’unità e la credibilità di questa maggioranza.

Abbiamo il dovere di arrivare ad una soluzione che restituisca al Paese una regolarizzazione efficace e strutturale di questi lavoratori. Soluzioni al ribasso, come la concessione di un mese di permesso, avrebbero tratti ancor più discriminatori e insopportabili. Adesso serve il coraggio di fare delle scelte. Quelle giuste.

 

* Francesco Laforgia è senatore Leu e coordinatore del movimento politico èViva

Voi odiate le donne libere

10 November 2019, North Rhine-Westphalia, Erkelenz Keyenberg: Carole Rackete, captain of the German aid organisation Sea-Watch, stands at the edge of the Garzweiler opencast mine. In the background is a shovel excavator. She takes part in a village walk with which people in threatened places of the lignite mining area demonstrate against the planned excavation of the villages. Photo by: David Young/picture-alliance/dpa/AP Images

Come ricordano perfettamente Flavia Perina e la direttrice di Left, Simona Maggiorelli, quando Simona Pari e Simona Torretta, rapite nel 2004 a Baghdad nella sede della Ong per cui lavoravano, rientrarono a Fiumicino dopo cinque mesi e mezzo nelle mani dei rapitori, vestite con lunghi caftani colorati, e dichiararono di non volere interrompere la propria attività nel mondo della cooperazione Il Giornale le appellò in prima pagina come “oche giulive”.

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo invece vennero lungamente attaccate per le loro foto su Facebook, prima del rapimento, in cui si mostravano sorridenti: sono andate a divertirsi, dissero. Dopo la loro liberazione si disse che erano incinte. Era falso ma funzionò per sputare ancora più veleno e per dare di gomito su quanto si fossero divertite.

Anche su Carola Rackete le osservazioni furono simili: ha i capelli sporchi, non si depila le ascelle, non indossa il reggiseno. Cosa c’entrasse con i fatti non si è mai capito ma in compenso se n’è scritto tantissimo. E l’abbigliamento è tornato utile per riempirla di fango senza entrare nel merito.

La giornalista Giovanna Botteri è colpevole di essere spettinata e di indossare abiti simili. Non importa che sia una delle giornaliste più brave che abbiamo: le doppie punte bastano per attaccarla senza dovere esprimere critiche che abbiano un senso.

Anche le donne stuprate spesso vengono raccontate per la lunghezza della loro gonna o per l’ampiezza della scollatura. Spesso lo stupro le è anche piaciuto, dicono. Lo stesso discorso per le donne ammazzate che forse non erano proprio delle “sante”. Lo dicono così, nessuno specifica, ma intanto la lordura entra nella lavatrice della comunicazione.

Il fatto è che voi (voi, inteso come quelli che utilizzano la pratica di usare un particolare per colpire una persona) odiate le donne libere, semplicemente. Odiate le donne indipendenti, autonome, determinate, che scelgono perché vi rassicura provare che l’essere maschio conti ancora qualcosa. È questo, il punto, solo questo. Solo che nella vostra idiota fallocrazia non avete abbastanza elementi per costruire un intelligente dibattito e quindi scendete lì, negli inferi dei discorsetti da bar, rivendendoli come analisi o editoriali. La paura che vi fanno le donne dà la misura del vostro essere piccoli uomini.

Buon martedì.

Da regione verde l’Abruzzo diventi regione green

Le stesse macchine parcheggiate da giorni, la stessa moto, la stessa bici: è quello che vedo dalla finestra del mio ufficio a casa, da dove, anche prima del lockdown, lavoravo. La Strada statale 553 è praticamente una striscia grigia tra due colline, come mai l’avevo vista fino ad oggi.

Qualche ambulanza, con il suo inconfondibile colore, la attraversa, diretta all’ospedale Covid di Atri, infastidendo tutto, dalla motivazione del suo passaggio, al suo stesso transito; siamo a Silvi, provincia di Teramo, ultimo baluardo della provincia prima della grande Pescara, provincia, quella pescarese con il più alto numero di contagiati dell’intero Centro Sud.

Dal centro storico, antico borgo di pescatori, riconosciuto dal ministero del Turismo e dei Beni culturali tra i 40 borghi storici marinari d’Italia, si scorge l’intera costa abruzzese sconfinando a nord nelle Marche e a sud fino alla Puglia. Una città, la nostra, che vive di turismo e che dal nove marzo è rimasta desolatamente vuota, fantasma. I ponti del 25 aprile e primo maggio, apripista della stagione estiva, sono trascorsi con elicotteri, droni e caccia all’uomo lì dove il mare sbatte incessantemente da sempre, incurante di tutto ciò che avviene dove è asciutto e oggi anche deserto.

Una buona percentuale di alberghi ha deciso di non aprire e ristorantini piacevoli, con tanti dubbi si preparano: troppe le spese, troppe le regole, pochi i turisti. Cosa attende la nostra economia, non a giugno, non a settembre, ma a ottobre-dicembre, quando anche l’aspettativa della stagione, quella carica di entusiasmo che da sempre ha riempito le strade della nostra città nel periodo pre-estivo è desolazione? Cosa ci troveremo ad affrontare, quando l’inevitabile tracollo di una stagione sotto tono porterà il conto?

Dal palazzo di città, a trazione leghista – Silvi è il primo comune del centro sud ad esser guidato dalla Lega – non trapelano novità, anzi, sembrano esser confermati i pagamenti per l’occupazione del suolo pubblico, la tariffa sulla raccolta dei rifiuti, anche per le attività chiuse da Dpcm e che rifiuti non ne hanno prodotti; non hanno lavorato ma devono pagare un trasporto e uno smaltimento non effettuato. Anche i parcheggi a pagamento sulla riviera, desolatamente vuota, sembrano esser confermati e le timide iniziative, prevedono una sosta gratuita di soli 15 minuti, per favorire non si capisce cosa!

Occorre coraggio, pensare ad una città e a una regione davvero diverse, far diventare la costa un enorme contenitore di mobilità alternativa, inondarla di bici, monopattini e lunghi camminamenti pedonali.

Trasformare gli attuali marciapiedi in locali a cielo aperto, favorire la sosta e la distanza, il gusto del nostro mare, la visione delle nostre colline e delle nostre montagne. Vivere le nostre città come salotti verdi e terrazzi comuni: abbiamo gli spazi e le peculiarità!

Inevitabilmente occorre pensare alle alternative a tutto ciò che riguarda la mobilità.

Dalla Regione, anch’essa a trazione leghista, fanno sapere che i mezzi pubblici non sono in numero sufficiente per favorirne l’utilizzo con le restrizioni previste dal distanziamento, producendo così un’indubbia crescita dell’utilizzo di mezzi privati.

Lo scenario è infatti quello per cui l’uso del trasporto pubblico locale sarà fortemente ridotto, sia a causa del mantenimento delle restrizioni, sia a causa della sfiducia della popolazione nel prendere i mezzi pubblici. Il trasporto pubblico locale sposta quote rilevanti di cittadini, fino al 55%, e la nostra città ne muove circa il 70% verso la provincia di Pescara soprattutto con l’enorme movimento che riguarda i treni pendolari. Si può facilmente prevedere adesso che quote importanti di questi cittadini abbandoneranno il trasporto pubblico e cercheranno altre modalità di spostamento, con un inevitabile incremento di traffico, inquinamento e vivibilità. Non possiamo permettercelo.

Se non cambiamo adesso, non lo faremo più!

Non si vive di sola app

A woman checks her smartphone as she walks her dog in the Parco Sempione park on May 4, 2020 in Milan as Italy starts to ease its lockdown, during the country's lockdown aimed at curbing the spread of the COVID-19 infection, caused by the novel coronavirus. - Stir-crazy Italians will be free to stroll and visit relatives for the first time in nine weeks on May 4, 2020 as Europe's hardest-hit country eases back the world's longest nationwide coronavirus lockdown. (Photo by Miguel MEDINA / AFP) (Photo by MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images)

Dal 18 maggio, secondo quanto ribadito dal ministero dell’Innovazione, il governo avrà una nuova arma “digitale” contro la diffusione del coronavirus. Più precisamente, una app. Il suo nome, Immuni, lo conosciamo da tempo. Così come il suo sviluppatore, Blending Spoons, una software house italiana fondata nel 2013 che nel 2019 ha superato i 90 milioni di euro di fatturato. Il suo funzionamento è semplice. Consideriamo un utente immaginario, Claudia, che decide di scaricare volontariamente (non è previsto alcun obbligo) l’app gratuita sul proprio cellulare. La mattina esce a fare la spesa e poi si reca al lavoro. Durante tutti i suoi spostamenti, l’app monitora tramite la tecnologia bluetooth la presenza di altri dispositivi che l’hanno installata e scambia con essi sequenze numeriche casuali che mutano frequentemente. Queste cifre vengono salvate nella memoria degli smartphone in questione. Nel momento in cui Claudia dovesse risultare positiva al virus, il suo medico curante le chiederà di selezionare l’opzione di invio dati nella app, con cui viene prodotto un codice che l’operatore sanitario andrà ad inserire nella propria interfaccia gestionale. Terminata l’operazione, le sequenze numeriche trasmesse da Claudia saranno caricate nei server di Immuni coi quali l’app si sincronizza periodicamente. È così che chi è stato in contatto con Claudia riceverà una notifica.

Fino a qui, parrebbe, tutto bene. Ma cosa accadrà a chi riceverà questo avviso? Dovrà contattare le Asl o sarà il servizio sanitario a mettersi in contatto con lui? Avrà accesso immediato al tampone? E poi, che ne sarà dei nostri dati? Dove verranno conservati? La nostra privacy è veramente al sicuro?

Rispetto a queste domande abbiamo, al momento, alcune risposte e molti dubbi. Dopo una fase di annunci francamente sincopati e confusi da parte del governo, il decreto legge n.28 del 30 aprile mette almeno alcuni punti nero su bianco. L’uso dell’app sarà volontario; i dati raccolti non potranno essere trattati per finalità diverse da quella indicate; i dati di prossimità dei dispositivi saranno resi anonimi o, in alternativa, pseudonimizzati; è esclusa la geolocalizzazione degli utenti tramite Gps; la conservazione dei dati sarà limitata al tempo strettamente necessario e comunque non si protrarrà oltre al 31 dicembre 2020. Infine, l’app opererà esclusivamente con…

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SOMMARIO

Ma non la vedete la mamma di Silvia?

Se decidete di farvi una sciata in una prestigiosa località di montagna, inforcate i vostri sci all’ultima moda con il vostro scintillante piumino e volete esibirvi in un esercizio di sfida percorrendo una pista che non è da percorrere e magari cadete e vi fate male, un male qualsiasi che vi impedisca di rialzarvi, verrete presi dai mezzi di soccorso anche nei luoghi più impervi, verrete curati e verrete rimandati a casa. Posso scommettere che nessuno vi chieda quanto siate costati alla comunità, proprio no.

Allo stesso modo se siete in vacanza, in un Paese estero qualsiasi, e vi accade un problema qualsiasi lo Stato metterà in moto tutto ciò che serve per aiutarvi. Nessuno si è chiesto quanto sia costato al governo italiano portare gli italiani a casa in piena pandemia. Ve lo ricordate? Anzi, alcuni nostri politici sono andati a riprenderli con un pullman, ve lo ricordate?

Quelli che vivono con l’inferno dentro hanno bisogno di praticare le proprie ossessioni su tutto ciò che accade. Come scriveva Baricco “…l’ossessivo perde la possibilità di vedere il mare, di immergersi, nuotare ed essere felice perché è concentrato sull’impossibile ricerca di misurarne l’estensione/i margini al fine di evitare di affrontare la paura della sua grandezza e della possibilità di annegare..”.

Se al ritorno di una persona rapita per 18 mesi, una ragazza che non era “in vacanza” ma che ha sentito la responsabilità di “non stare a casa” e ha rifiutato questo limitante pensiero di farsi “i fatti suoi”, notate l’abbigliamento, vi domandate della conversione e vi chiedete il prezzo di tutto questo è perché non avete gli occhi per osservare la libertà, la felicità e l’abbraccio liberatorio. E forse non sapete che la magistratura si occuperà di tutti gli aspetti nei tempi e nei modi che sono previsti dalla legge.

C’è chi ieri in aeroporto ha osservato il copricapo e chi ha notato l’abbraccio di Silvia con sua madre. La mamma di Silvia a cui viene restituito il cuore nel giorno della festa della mamma mi sembrava un’immagine così potente che ho pensato ci avremmo messo giorni a farla fluire. Mi sbagliavo. Il diavolo sta nei dettagli, certo, perché è incapace di avere il vocabolario per leggere la storia nel suo insieme.

Buon lunedì.

Dottor Živago, una spy story internazionale

Per la letteratura il 2020 sarà, tra le altre cose, l’anno di Boris Pasternak. Sono trascorsi centotrenta anni dalla nascita dell’autore russo (e sessanta dalla morte) e per celebrare questa doppia ricorrenza sono in preparazione diversi progetti e pubblicazioni. In particolare, la complessa vicenda editoriale de Il dottor Živago continua ad esercitare fascino e a suscitare questioni. Il romanzo uscì in anteprima mondiale a novembre del 1957 in traduzione italiana per la casa editrice Feltrinelli. In breve tempo fu pubblicato in moltissime lingue, con un grosso contributo economico occulto della Cia, lanciando di fatto l’autore verso il premio Nobel, che sarebbe arrivato nel 1958. Per un’edizione autorizzata in Urss si dovette invece attendere il 1988. Pasternak non era un anti-sovietico, ma certo non poteva essere visto di buon occhio dai burocrati russi che uno dei loro scrittori più importanti desse alle stampe la storia di un medico poeta e dei suoi amori.

Se il “caso Pasternak” esplose con l’assegnazione del Nobel, gran parte della vicenda avvenne in realtà prima dell’uscita del libro: una vera e propria spy story, sulla quale si annunciano molte novità. Ne abbiamo parlato con Massimo Mastrogregori – storico e direttore del Gramsci centre for the humanities dell’Università della Repubblica di San Marino – il quale sta per concludere una ricerca su questo episodio cruciale della “guerra fredda culturale”.

Professore, comincerei con l’inquadrare il protagonista della vicenda. La figura di Pasternak è affascinante: poeta lirico fino agli anni 30, per circa quindici anni smette quasi di scrivere. Rinasce improvvisamente come autore con questo romanzo poderoso. Cos’era successo?
Alcune condizioni erano cambiate. La lotta vittoriosa contro l’invasore nazista, al fianco delle democrazie occidentali aveva acceso in Pasternak la speranza di una “rigenerazione” dell’Urss – concretamente, egli sperava che non tornasse più il terrore staliniano degli anni Trenta. In precedenza, varie volte aveva progettato o iniziato vasti affreschi storici, sempre servendosi del suo particolarissimo stile, una specie di prosa-poesia. Alla fine del ’45 quella speranza di libertà gli permise di iniziare un progetto nuovo, un grande romanzo sul destino della sua generazione, il libro che diventerà Il dottor Živago, completato durante il “disgelo” di Chruščëv. Durante la guerra, poi, era mutata anche la percezione di Pasternak all’estero. Negli anni Venti e Trenta, era stato “lanciato” da sinistra come autore sovietico, come prova che l’arte poteva fiorire in Russia anche dopo la rivoluzione bolscevica. Verso il 1943, alcuni autori inglesi avevano cominciato a vedere in lui un poeta-eroe, che resisteva di fronte al potere sovietico. Oltre all’atmosfera nuova, che si percepiva a Mosca all’uscita dal conflitto, anche il vedersi riconosciuto, letto, amato da intellettuali come Maurice Bowra e Isaiah Berlin deve aver dato a Pasternak un coraggio nuovo, e la certezza di poter “dialogare” con il pubblico occidentale. Presto gli spazi di libertà che si erano aperti si richiusero. Il romanzo si nutrì allora anche della disillusione del poeta: diventò…

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Generazione povertà

Human inequality as global social issue. Stop discrimination on grounds of race, sex or religion as hand holding a paper sheet with injustice, unfairness symbol over crowded street background.

Il lockdown volge al termine. Nella sua versione più stringente. È al via la fase due. Ma i due mesi appena trascorsi lasceranno un’eredità pesante sul nostro sistema socioeconomico. Oggi è ancora molto difficile quantificare quali saranno le conseguenze di medio e lungo periodo della crisi sanitaria e delle restrizioni imposte dal governo per contenerla. Ma un aspetto che comincia a delinearsi chiaramente è la marcata differenziazione degli effetti negativi fra generazioni: con i più giovani che risultano molto più duramente colpiti rispetto agli anziani.

L’Italia non è un Paese per giovani, non si tratta di una percezione soggettiva dell’opinione pubblica, lo confermano le statistiche. Il livello di disuguaglianza intergenerazionale è forte nel nostro Paese. Come suggerito dalla Banca d’Italia, i giovani guadagnano meno ed hanno minori tutele rispetto ai più anziani, più di quanto non accada in altri Paesi. Purtroppo anche questo shock appare peggiorare ulteriormente questo quadro. Mentre la popolazione inattiva, anziana, mantiene invariate le disponibilità di reddito, quella attiva, giovane ed adulta, vede ridursi le occasioni di lavoro ed il proprio reddito.

Attraverso un modello di microsimulazione (secondo il modello Microreg sviluppato dall’Irpet, Istituto regionale programmazione economica Toscana) è possibile misurare esattamente gli effetti delle misure sui redditi delle famiglie italiane. L’analisi mostra che in conseguenza del lockdown diseguaglianza e povertà crescono. Ma l’impatto negativo è sopportato in maniera prevalente dalle famiglie più giovani e le misure di stimolo non sono in grado di controbilanciare completamente questo effetto…

 

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Salvatore Settis: Manifesto per una ripartenza solidale

A view of deserted Canal Grande, in Venice, Monday, April 6, 2019. The government is demanding Italians stay home and not take the leveling off of new coronavirus infections as a sign the emergency is over, following evidence that more and more Italians are relaxing restrictions the west's first and most extreme nationwide lockdown and production shutdown. The new coronavirus causes mild or moderate symptoms for most people, but for some, especially older adults and people with existing health problems, it can cause more severe illness or death. (AP Photo/Andrew Medichini)

La città come teatro della democrazia, come luogo di socialità, di conoscenza, di realizzazione di se stessi nel rapporto con gli altri e con il patrimonio artistico. Questa concezione alta della “polis” traspare in filigrana dai libri dell’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis, che in volumi come Architettura e democrazia e Se Venezia muore ha analizzato e criticato severamente i processi di gentrificazione, di speculazione urbanistica e di privatizzazione degli spazi pubblici che da decenni stanno asfissiando le città, con effetti di ostracizzazione delle fasce di popolazione più disagiate, costruzione di periferie dormitorio come enclave separate e gated communities d’élite. La pandemia non ha certo cancellato tutto questo, anche se per alcune settimane, per effetto del lockdown abbiamo visto dalla finestra città meno intasate e intossicate di traffico. Un nuovo e più diffuso apartheid urbano ha preso forma silenziosamente nei giorni di quarantena, necessari per contenere il contagio. Anche su questo tema invita a riflettere Settis nel suo saggio contenuto nel volume La città per l’uomo ai tempi del Covid-19 (La Nave di Teseo), puntando il dito contro politiche discriminatorie e il si salvi chi può.

Professor Settis la pandemia ha acuito e reso più evidenti le disuguaglianze?

Io credo di sì ed è più evidente nei Paesi dove le disuguaglianze sono più marcate. Penso in particolare agli Usa dove la mancanza di un sistema sanitario nazionale ha reso molto chiaro il fatto che si muore più facilmente nei quartieri periferici di New York che in quelli di Manhattan. Contano molto le distinzioni per reddito, per censo, lì le disuguaglianze sono subito evidenti. Ma penso anche che la stessa cosa,  per quanto non in modo così estremo, accada in Paesi europei, Italia compresa. Per non dire dei Paesi africani. In questo caso non abbiamo neanche dati certi sulla diffusione della pandemia che non può che accentuare le disuguaglianze colpendo i più poveri, i più svantaggiati.

Anche in Italia abbiamo visto delinearsi mappe di disuguaglianza. Per una famiglia passare la quarantena in una casa con giardino o in un nini appartamento non è la stessa cosa, per non dire dei tantissimi homeless…

Non c’è il minimo dubbio e questo induce a riflettere su quale politica delle case è stata fatta nei decenni. Tutta la progettazione si è indirizzata verso appartamenti sempre più piccoli, con i soffitti sempre più bassi, porte sempre più strette, quasi che le case non fossero luoghi dove vivere ma fossero segmenti di un dormitorio. Si è pensato agli esseri umani come ingranaggio di un meccanismo produttivo che devono avere poi un posto dove dormire; dunque più piccolo è, meno ci restano. Fino ad estremi come quelli giapponesi dove sono stati progettati dormitori in cui ci si infila come se fosse il loculo della tomba. La possibilità di altre pandemie ci induce a riflettere sulle caratteristiche della progettazione.  Di questo ha scritto anche Massimiliano Fuksas inviando una lettera al presidente della Repubblica con riflessioni simili a quella che sto facendo.

«Le città sono come un regno sconosciuto dopo il Covid» lei scrive. Paradossalmente il Covid-19, obbligandoci al distanziamento, potrebbe anche ispirarci una fruizione diversa delle città e dei musei: meno consumistica, con meno assembramenti per farsi selfie e più tempo per stare davanti all’opera. È in cantiere un suo nuovo libro su questo tema?

Sto scrivendo per Einaudi un libro sui musei, pensato un anno fa e che in questa situazione assume anche un significato diverso. Certamente la pandemia dovrebbe insegnarci che è molto più importante la collezione di un museo del delirio di mostre, mostriciattole e mostrine che si sono fatte ultimamente. Ora che la speranza di ripagare i costi di una mostra con la biglietteria non c’è più, sarebbe bene che almeno per un po’ di tempo ci si concentrasse sulle collezioni permanenti.

Durante il lockdown ci siamo esaltati perché la natura tornava a riguadagnare spazi. Ma la bellezza di città completamente deserte appare disumana, osserva Tomaso Montanari. Quale lezione ci impartisce il virus?

Ci impartisce due lezioni diverse; una è addirittura positiva se fossimo capaci di imparare dalla storia, cosa che non è detto che accada. Abbiamo visto il cielo più pulito e più stelle. Si è avuta questa sensazione anche in una città piccola e tutto sommato poco industrializzata come Pisa. Se potessi mi farei paracadutare a Venezia in questi giorni. Amici mi dicono di questa meraviglia della città semi deserta, il Canal grande che sembra pulito, senza traffico. Con questa temporanea diminuzione dell’inquinamento atmosferico, del rumore, di tutto, ci accorgiamo di quanto noi stiamo violando l’ambiente intorno a noi. Riconosciamo la bellezza e la vivibilità di tutto questo. Dovremmo trarne un insegnamento. Naturalmente non c’è nessuna speranza che degli sciagurati come Trump, per nominare il peggiore di tutti, capiscano da un giorno all’altro e si “convertano”. Loro non hanno alcuna sensibilità di questo tipo. Dall’altra parte però le città svuotate hanno qualcosa di disumano perché le città, per dirla con facile metafora, sono fatte di anima e di corpo. Il corpo sono le strade, le mura, gli edifici, i monumenti, i musei, ma l’anima siamo noi, se non ci sono le persone che animano la città tutto cambia. Questo ci dice anche perché ci sia tanto desiderio di uscire di casa. Con mascherina e tenendo la distanza in tanti sono andati fuori per sentirsi di nuovo parte di una comunità.

C’è un’esigenza forte di riconquistare spazi di democrazia, seppur tenendosi a debita distanza fisica per evitare il contagio. Sono impressionanti le foto dall’alto della manifestazione contro Netanyahu in Israele e quella il Primo maggio in Grecia.

È un’esigenza che si può soddisfare solo in minima parte con esercizi di democrazia virtuale. Io stesso ho partecipato a una bella piazza virtuale per il 25 aprile, ma questo non basta. Era necessario ma non vediamo l’ora che tutto questo finisca. Questo vale anche e soprattutto per la scuola, che non può essere ridotta a una scuola virtuale. Gli insegnanti fanno sforzi notevoli, con gli allievi lontani, fanno più fatica, fanno lezione con Skype e altre piattaforme avanzate ma non è la stessa cosa che essere presenti. La storia umana e la nostra stessa conformazione psico-fisica implicano che la compresenza fisica (anche stando a un metro e ottanta l’uno dall’altro) sia molto diversa dal vedersi in uno schermo. Certo adesso dobbiamo assolutamente evitare rischi per la salute ma non dobbiamo pensare che diventi una normalità, questa è una eccezione innescata da un virus.

La Costituzione dice che la Repubblica tutela il diritto di tutti i cittadini alle cure e deve rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana. In questi mesi di pandemia però i più penalizzati sono stati i bambini e gli anziani. Due fasce d’età accomunate dall’essere improduttive dal punto di vista del profitto.

Abbiamo cominciato parlando di disuguaglianze, se vogliamo radicalizzare il discorso potremmo leggerle osservando la diffusione di una certa ideologia incentrata sul darwinismo sociale: la società deve esser fatta in modo tale che chi non produce possa essere eliminato. Il bambino non può essere eliminato perché è un produttore potenziale, mentre chi non produce più, ovvero l’anziano, specialmente se malato sarebbe meglio che fosse eliminato. Sexagenarios de ponte, dicevano i latini, nei fatti non gettavano i sessantenni dal ponte, ma era un modo di dire significativo. Il darwinismo sociale è assolutamente contrario rispetto a ciò dice la Costituzione, per questo io trovo sbagliatissimo che qualcuno abbia pensato di porre un limite di età riguardo alle terapie intensive dicendo che al pronto soccorso bisogna dare priorità ai più giovani, piuttosto che agli anziani. Per fortuna questa linea non è mai veramente passata anche se certi giornali americani hanno scritto che in Italia questa cosa è successa. Che qualcuno abbia potuto dire che può diventare un principio non mi ha per niente rallegrato perché indica un indurimento del cuore, per così dire.

Lo stesso premier inglese Boris Johnson, parlando di immunità di gregge come obiettivo, aveva detto “preparatevi a perdere i vostri cari”. Certi politici hanno dimostrato in questa pandemia di essere totalmente privi di empatia.

Completamente privo di empatia finché non si è ammalato lui stesso – e me ne dispiace moltissimo -. Solo a quel punto ha cominciato a capire, l’ha dovuto sperimentare sul proprio corpo e poi ha dovuto ringraziare i medici e gli infermieri che lo hanno curato. Se qualcuno gli avesse detto che aveva la precedenza qualcuno più giovane e che lui veniva escluso io non so cosa avrebbe risposto. Bisogna ricordare che questa idea di dare priorità a chi sta già meglio è tipica dell’eugenetica, che ha una lunga storia e fra i suoi sbocchi ci sono stati i campi di sterminio, dove sono stati uccisi ebrei, zingari e altre persone considerate indegne di vivere, persone con grandi disabilità fisiche, malati mentali e omosessuali perché anche la loro era considerata una disabilità per cui era meglio che la società se ne disfacesse. La cultura eugenetica che dice “scegliamo i migliori, lasciamo perdere i più deboli” può portare a degenerazioni di questo tipo, occorre tenerlo bene a mente.

L’articolo prosegue su Left in edicola dall’8 maggio

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