Home Blog Pagina 528

Il sistema sanitario o è nazionale o non è

NEWS : Covid 19 Coronavirus en Spagne - Barcelone- 14/04/2020 Applaudissements personnel de sante Paco Largo / Panoramic lapresse-onlyitaly Applausi del personale sanitario a Barcellona

Sinistre, coronavirus e sistema sanitario per il futuro.
Sembrano argomenti distinti ma in realtà hanno un rapporto molto stretto.
La pandemia ha impresso una velocità impressionante ai cambiamenti. Non siamo fuori dalla pandemia. I dati tuttora dimostrano che il numero dei morti e dei contagiati è ancora impressionante. Pesa un’incertezza di fondo. Non si tratta di una pausa e dopo non si tornerà alla vita precedente.
È incerto se verranno trovati sistemi di cura in grado di combattere efficacemente l’infezione e vaccini in grado di prevenirne la diffusione. Sperimentazioni sono in corso, tuttavia per ora sono lodevoli iniziative, che accendono speranze.
Nei rivolgimenti di fondo si mettono in moto meccanismi prima inesistenti, cambiano orientamenti, comportamenti, valutazioni. Si delineano pericoli e si aprono opportunità prima impensabili.
In altre parole è in corso un cambiamento epocale.

La sinistra alla ricerca di sé stessa finora non ha offerto grandi risultati. Confederare in qualche modo i vertici (l’elenco dei tentativi falliti è senza fine)? O partire dal basso? Anche questa via non ha dato grandi risultati, non a caso si accompagna alla convinzione che qualcuno sia l’interprete autentico del percorso.
La pandemia, con i suoi problemi irrisolti, lancia una sfida di fondo alla sinistra e pretende risposte radicali, sulla vita, sulla sua salvaguardia. Da una iattura umana e sociale come la pandemia viene una spinta poderosa e occorre dare risposte, ad esempio su quale sistema di cura sia indispensabile per garantire a tutti la cura della salute, un diritto costituzionale centrale. Dietro la formula dell’immunità di gregge, di ascendenza malthusiana, si intravede una differenza di classe e di reddito tra chi verrà curato e chi no, tendenzialmente condannato a soccombere.

Al contrario, la risposta alla pandemia, grazie agli operatori sanitari, si è rifatta alle migliori tradizioni di solidarietà e di umanità cristallizzate nella riforma del 1978 che istituì il Servizio sanitario nazionale, dove erano centrali i termini nazionale e sanitario, prevedendo che nel territorio italiano hanno tutti diritto ad essere curati. In parallelo al diritto costituzionale all’istruzione. Il termine sanitario, riferito al Ssn, ha il compito di garantire a tutti la salvaguardia della salute, qualcosa di più della cura, aprendo la strada alla prevenzione e alla costruzione di un rapporto equilibrato tra il presidio ospedaliero e il territorio…

Alfiero Grandi, vice presidente Comitato per il No al taglio dei parlamentari promosso dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, è autore del libro di Left La democrazia non è scontata. No al taglio dei parlamentari pubblicato nel mese di marzo 2020

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 24 aprile 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

L’Italia riscopre se stessa rispettando il paesaggio

A seabird swims across clearer waters by a gondola in a Venice canal on March 17, 2020 as a result of the stoppage of motorboat traffic, following the country's lockdown within the new coronavirus crisis. (Photo by ANDREA PATTARO / AFP) (Photo by ANDREA PATTARO/AFP via Getty Images)

Delfini nei porti di Cagliari e Trieste, cigni nei canali di Burano e vicino alle paratie dei navigli, a Milano. A Venezia, i germani reali fanno il nido all’attracco dei vaporetti, a piazzale Roma. A Sassari, cinghiali fra piazza Italia e Corso Umberto, in pieno centro storico. A Pula, nel sud ovest della Sardegna, cervi e daini fanno capolino sui campi da golf e si rinfrescano nelle piscine delle ville del resort di Is Molas. L’erba spunta indisturbata tra la pavimentazione a piazza del Plebiscito, a Napoli, e a piazza del Campo, a Siena. Si sono riaffacciati anche fiori e piante selvatiche. Spiagge e strade centrali, località turistiche e parchi urbani, sempre affollati, improvvisamente deserti. Con la natura che è tornata protagonista, anche in città.

«Uscì a camminare per il centro, la mattina. S’aprivano larghe e interminabili le vie, vuote di macchine e deserte, le facciate delle case, … erano chiuse come spalti … Marcovaldo capì che il piacere non era fare cose insolite, quanto il vedere tutto in un altro modo: le vie come fondovalli, o letti di fiumi in secca, le case come blocchi di montagne scoscese, o pareti di scogliera». Anche il Marcovaldo di Calvino per un periodo dell’anno riesce ad appropriarsi della città nella quale vive. Immaginandola diversa. Ma terminato quel tempo la città tornerà come “prima”.

Accadrà lo stesso, ora. È più che probabile. L’allentamento progressivo delle misure imposte dalla pandemia suggeriranno il ritorno alla consueta “normalità”. Anzi provocheranno un’accelerazione, repentina. In nome della ripresa economica. Che tutti vogliamo. Ma che non dovrebbe sacrificare i nostri paesaggi. Né i luoghi della cultura, né quelli naturali.

Con questa preoccupazione il Forum “Salviamo il paesaggio”, una rete civica nazionale di oltre mille tra associazioni e comitati, e di decine di migliaia di singoli aderenti, alla fine di marzo ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Chiedendo una ripresa che non cannibalizzi le nostre reclamizzate specificità. Suggerendo finalmente una visione, «per collegare economia, occupazione, benessere sociale e tutela ambientale». Per evitare che i molti progetti per i quali erano state avviate le procedure di Valutazione di impatto ambientale prima che si scatenasse la pandemia, nelle prossime settimane vengano approvati. Dalle montagne al mare l’Italia sarà sotto assedio. Di nuovi impianti eolici e fotovoltaici, di nuove centrali geotermiche, ma anche di nuove discariche e nuovi termodistruttori e, nelle aree montane, di nuove strutture sciistiche. In nome della rincorsa alle energie rinnovabili. Perché il turismo non prevede deroghe. Mai. Naturalmente con l’urbanistica peggiore ancora protagonista.

Nuove costruzioni invaderanno le coste più celebri. A partire dalla Sardegna, dove il nuovo Piano casa, che la maggioranza di centrodestra ha fortissimamente voluto, mette a rischio le norme di tutela delle coste, contenute nel Piano paesaggistico regionale approvato nel 2006. L’hotel “Le Dune Piscinas”, un albergo da poche camere, affacciato sulla spiaggia di Piscinas, ad Arbus, nel Sud Sardegna? Da riqualificare con servizi implementati. Gli oltre 70mila mq., dei quali più di 12mila in prossimità della costa, a Monte Turnu, nel Comune di Castiadas? Da “valorizzare” con un hotel stellare. Due interventi per un unico programma immobiliare. Al quale la giunta Solinas ha riconosciuto ad aprile «il preminente interesse generale e la rilevanza regionale». Nonostante l’esistenza di vincoli paesaggistici, di conservazione integrale e culturale. Salvo poi fare marcia indietro, almeno riguardo al progetto di Monte Turnu, dopo le proteste di opposizione e associazioni ambientaliste. Ora a decidere sull’hotel stellare sarà l’ufficio Tutela del paesaggio della Regione, che dovrà comunque attenersi al parere vincolante della Soprintendenza per l’archeologia, le belle arti e il paesaggio. Insomma la partita è tutta da giocare.

Altrove nuovi impianti geotermici stravolgeranno pezzi di territori. A partire dalla Toscana. Alle porte del sito Unesco della Val d’Orcia, nel comune di Abbadia San Salvatore, la società Sorgenia Geothermal srl ha presentato alla Regione il progetto della centrale geotermica “Le Cascinelle”. Le strutture si estenderanno su 53.400 mq, il corrispondente di undici campi di calcio. Senza contare che l’area d’intervento ha una forte valenza archeologica, per la presenza diffusa di ritrovamenti di età romana e medievale, oltre che di un tratto della via Francigena. Il coordinamento Ecosistema val d’Orcia, che da mesi ne denuncia le diverse criticità, ha richiesto a Sorgenia un’inchiesta pubblica, rimasta finora senza risposta. Intanto ci sono i pareri negativi della Soprintendenza, della Commissione paesaggistica dell’Unione dei comuni e dell’ufficio tecnico del Comune di Abbadia San Salvatore. Dal 9 marzo l’istruttoria è stata sospesa.

Sul fronte del fotovoltaico, che già conta tanti impianti, l’allarme si è acceso sul Lazio, nel quale sono stati presentati diversi progetti. Come quelli previsti tra Montalto, Arlena, Tuscania, Tessennano e Viterbo. In tutto ventiquattro tra impianti e centrali fotovoltaiche, estesi su oltre 2.100 ettari. In pericolo c’è la sopravvivenza di ambiti archeologici, tra l’età etrusca e quella medievale, ma anche l’agricoltura locale. Per questo il Mibact sta provando ad opporsi in ogni modo. «Non siamo in Arizona», ha tuonato Margherita Eichberg, soprintendente per l’area metropolitana, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale. 

Possono mancare nuovi impianti eolici? Certo che no! In Basilicata che già guida la classifica delle regioni, si continuano a presentare progetti. Come quello della società Inergia Lucana srl per la realizzazione del parco eolico “Piani di Piedina”, costituito da dieci aerogeneratori nel territorio di Venosa.

Pendono giudizi anche su diversi elettrodotti. Il caso più eclatante? Il “Ciminna”, che coinvolge ventiquattro comuni e sei province siciliane. Regione, Cassa depositi e prestiti e Terna hanno firmato un accordo di programma che prevede anche la realizzazione di questa infrastruttura. Peccato che i 171 km di tracciato siano stati già bocciati sia dal Tar che dal Consiglio di Stato. Ma Terna non demorde.

I rifiuti da smaltire sono un problema. Così diverse regioni e comuni cercano una soluzione. A Morgongiori, nell’oristanese, l’amministrazione comunale ha avuto l’idea di realizzare una discarica per rifiuti non pericolosi, provvista di cella per quelli contenenti amianto, in una cava dismessa. Un impianto con una volumetria utile di 175mila mc. Sul monte Arci, un’area di grande valore ambientale. Senza contare che gran parte dei terreni nei quali si vorrebbe realizzare il progetto non sono nella disponibiltà del Comune che ne ha solo la gestione. In attesa della Via il Comune ha affidato il progetto alla società A&T Project Srl.

Nel territorio di Tarquinia, in località Pian d’Organo, la Società 2A2 Ambiente si propone di realizzare un termodistruttore di rifiuti con recupero energetico. Un impianto che dovrebbe trattare 481mila tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi all’anno. Centinaia di migliaia di trasporti di rifiuti e di ceneri a due passi da una delle più importanti necropoli etrusche. In un territorio a vocazione agricola. Per questo diverse associazioni ambientaliste tra cui il Gruppo di intervento giuridico hanno manifestato le loro contrarietà.

Spostandosi nelle regioni settentrionali cambiano le criticità, ma non le preoccupazioni. Un esempio? Il collegamento sciistico fra il Comelico, nel Bellunese, e la Val Pusteria, in Alto Adige. Un progetto che prevede due nuovi impianti di risalita e tre nuove piste, oltre ad un ampio bacino per l’innevamento artificiale, nei pressi di Bagni di Valgrande, in prossimità delle sorgenti sulfuree. A dicembre il Mibact ha posto un vincolo sull’area in gran parte interessata dal progetto. Ma le popolazioni locali e tutti gli amministratori, da Fdi al M5s, passando per la Lega, non demordono. Il turismo prima di tutto.

Sono molti i progetti che incombono su tanti territori. Basta scorrere le liste dei procedimenti autorizzativi regionali in corso, per averne una piena consapevolezza. Per rendersi conto del rischio che corre il paesaggio e con esso le persone che lo abitano. In pericolo ci sono l’ambiente naturale e le testimonianze del passato. Insieme alla salute di intere comunità.

«Non si può mica continuare ad accettare tutto quello che sta succedendo adesso, questi imbrogli … Ci si può battere … Si può fare molto», dice Masera, il vecchio falegname che in gioventù era stato comunista, a Quinto Anfossi, il protagonista de La speculazione edilizia di Calvino.

Nel caso in cui la ripresa non terrà nel giusto conto il nostro patrimonio ambientale come quello artistico-storico-archeologico sarà necessario farsi sentire. Cercando di indirizzare le politiche, piuttosto che subirle, ancora. In fondo, come il Marcovaldo di Calvino si tratta solo di «vedere tutto in un altro modo».

 

L’articolo è stato pubblicato su Left del 24 aprile 2020

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

La Resistenza, ovvero come ridiventare umani. La grande lezione di Bobbio

Consiglio di rileggere in questi giorni le testimonianze e i discorsi raccolti nel libro di Norberto Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia, Einaudi, Torino 2015 (a cura di Pina Impagliazzo e di chi scrive). Da Bobbio ci viene un suggerimento utile per (ri)pensare la Resistenza in questo passaggio decisivo (epocale?) della storia d’Italia e d’Europa, e più in generale dell’umanità e del Pianeta. Seguendo le “istruzioni” del filosofo si può interpretare la Resistenza dal punto di vista della storia, della filosofia della storia e della storia personale dei suoi protagonisti. Se si adotta come chiave di lettura il rapporto tra Resistenza e Storia, quegli avvenimenti possono essere considerati sotto tre aspetti diversi:

1. una svolta, sul piano della storia d’Italia e d’Europa;

2. un cambio di paradigma, sul piano della filosofia della storia;

3. una scelta, sul piano della storia personale.

Una svolta
La Resistenza è stata “una mediazione”, un “anello di congiunzione” tra l’Italia prefascista e l’Italia repubblicana: «Rispetto al fascismo è stata una svolta, rispetto all’Italia prefascista, un ricominciamento su un piano più alto: insieme frattura e continuazione». Infatti, i venti mesi della guerra partigiana hanno impresso un nuovo corso alla nostra storia: «Se la Resistenza non fosse avvenuta, la storia d’Italia sarebbe stata diversa». In questo senso essa è «il punto di partenza della nuova storia d’Italia». Non si potrebbe esprimere meglio il senso della novità radicale introdotta dalla guerra partigiana meglio che con queste parole di Bobbio che risalgono al 1972: «Resistenza e Repubblica democratica fanno tutt’uno, altrettanto fanno tutt’uno fascismo e negazione radicale di ogni principio di democrazia». Si tratta di un punto fermo che all’inizio degli anni Novanta, ribadendo l’antitesi integrale tra fascismo e antifascismo, Bobbio ripete ancora una volta, perché erano in tanti allora, e sono in tanti ancora, a non voler sentire: «La Resistenza ha segnato la grande frattura tra l’Italia di ieri e l’Italia di oggi».

Un cambio di paradigma
La Resistenza nella lettura di Bobbio è un grande tema di filosofia della storia, intesa la storia non come «un parco ordinato in cui ciascuno possa scegliere comodamente la strada che più gli conviene» ma come «una selva intricata, dove non vi è libero che un piccolo sentiero che conduce all’aperto. Nei momenti cruciali ci pone di fronte a dure alternative. O di qua o di là». Bobbio ascolta la lezione di Benedetto Croce: la storia è storia della libertà e, se ha un senso, questo sta nello sviluppo sempre più ampio di tutte le libertà, e civili e politiche. Ma egli si allontana dalla lezione del maestro, aggiungendo che il senso ultimo della storia è da ritrovare «nella progressiva diminuzione delle diseguaglianze, nella rottura delle barriere tra le nazioni, nella formazione graduale di un ordine internazionale nella pace, nella solidarietà, nella fratellanza».
Qual è il principale insegnamento della Resistenza? Alla domanda egli dà in primo luogo una risposta esistenziale: «L’aver partecipato alle ansie e alle speranze della resistenza mi ha insegnato a vedere la storia dalla parte degli umili, dei poveri, degli oppressi a vedere in loro la forza di domani». Alla stessa domanda dà in secondo luogo la risposta del filosofo: «Nella storia dei rapporti tra governanti e governati si è sempre contrapposto il dovere di obbedienza invocato dai sovrani al diritto di resistenza invocato dai popoli. Ebbene, la Resistenza è stato un gigantesco fenomeno di disobbedienza civile in nome di ideali superiori come libertà, eguaglianza, giustizia, fratellanza dei popoli. Richiamarsi alla Resistenza oggi vuol dire richiamarsi al valore perenne di questi ideali, rispetto ai quali si giudica la vitalità, la nobiltà, la dignità di un popolo».

Una scelta
Sul piano della storia individuale la Resistenza è stata «l’avvenimento straordinario della nostra vita, quello che ci ha consentito di sentirci di nuovo uomini in un mondo di uomini, di aprire il nostro animo alla speranza di un’Italia più civile»; come fatto personale, «la partecipazione alla Resistenza è stato un evento decisivo: un atto di rinnovamento, di rigenerazione, di rottura col passato, che ha spaccato la nostra vita in due parti: dalla soggezione alla libertà, dall’inerzia all’azione, dal silenzio alla parola»; quei giorni «hanno diviso in due parti contrapposte non più destinate a ricongiungersi e, sia detto una volta per sempre, storicamente irreconciliabili, non solo la nostra vita, ma la storia di questo secolo».
La Resistenza è stata «un atto di libera scelta» da parte di chi, «accettando la responsabilità e il rischio di una lotta senza quartiere, si era trovato solo di fronte alla propria scelta»; la scelta «fatta allora da molti che non avevano avuto molti lumi ma hanno saputo accendere la scintilla del grande incendio». Una scelta decisiva per l’avvenire del Paese compiuta da coloro che «seppero fare la scelta storicamente giusta»; una scelta che «vive nel cuore, nel ricordo e nelle speranze, dei compagni che l’hanno combattuta sul serio, e che sono pronti a ricombatterla qualora il fascismo dovesse impadronirsi ancora una volta del potere»; una scelta che col passare del tempo continua ad apparire «non meno necessaria» e «non meno giusta».

Pietro Polito è direttore del Centro studi Piero Gobetti

«Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso». La Resistenza continua

A person holds up a carnation as people gather at the nightclub, the scene of the New Year's Day attack, in Istanbul, Tuesday, Jan. 3, 2017. The Islamic State group claimed responsibility for the attack killing 39 people saying a “soldier of the caliphate” had carried out the mass shooting to avenge Turkish military operations against IS in northern Syria. (AP Photo/Emrah Gurel)

Per comprendere il grande valore di questa ricorrenza i più giovani dovrebbero fare qualche chiacchierata con i loro nonni o, meglio ancora, con quei bisnonni che nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, imbracciarono le armi per liberare l’Italia da fascisti e nazisti, dando vita alla Resistenza. L’Italia si trovò spaccata in due: al Sud le truppe anglo-americane che liberavano dai fascisti e dalle milizie tedesche l’Italia meridionale; al Nord, la Repubblica Sociale, fondata da Benito Mussolini, per governare i territori ancora sotto il dominio tedesco. Durante questo grande sacrificio di vite umane, molti italiani decisero di contrapporsi agli orrori nazisti diventando partigiani. Si trattava per lo più di gente comune: giovani studenti, operai, contadini, preti, persone che si organizzarono nel movimento di Resistenza per la Liberazione dagli “invasori”. Nel 1945, a metà aprile, i partigiani proclamarono l’insurrezione generale e cominciarono una serie di attacchi per liberare le maggiori città italiane. I combattimenti proseguirono fino ai primi giorni di maggio, la festa della Liberazione si celebra tuttavia il 25 aprile, in memoria del giorno in cui partì l’appello per l’insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano, che poi portò proprio alla liberazione delle due città più grandi del Nord, Milano e Torino.

Le rappresaglie tedesche furono brutali e spietate: 335 civili (tra cui donne e bambini) furono massacrati a Roma nella strage delle Fosse Ardeatine e 1.830 vittime (tra cui donne e bambini) si contarono nella strage di Marzabotto, nei pressi di Bologna. Alla fine le vittime della rappresaglia nazista furono più di 23mila in circa 5.550 episodi criminali, compresi nell’arco cronologico che va dal luglio del 1943 al maggio del 1945. Fu una lunga e cruenta lotta: da un lato, la dittatura nazi-fascista, cioè il potere, con violenza e arbitrio come unica legge; dall’altro, i movimenti antifascisti che agognavano un’Italia libera e democratica.

Nel settantacinquesimo anniversario della Liberazione credo abbiamo bisogno, più che mai, di rimarcare l’importanza delle nostre libertà e di tornare a guardare al futuro con fiducia e spirito di unità e solidarietà. È il giorno in cui l’Italia celebra il ritorno alla democrazia. Sono convinto – a proposito dell’ultima polemica sul celebrare questa data come quella che ricordi tutte le vittime del coronavirus – che il 25 aprile sia già da quest’anno la data in cui ricorderemo anche i caduti di questa terribile epidemia. Dirò di più. Quando usciremo da questa terribile pandemia, dedicare una giornata di ricordo per queste vittime sarà un ottimo proposito. Non sarà e non potrà mai essere il 25 aprile perché in questa data si ricorderà per sempre la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista e dalla guerra. Il 25 aprile, “Bella Ciao” risuonerà ancora nell’aria, e così come si contrappose al virus del fascismo e del nazismo si contrapporrà idealmente anche a quello del Covid-19.

Mi piacerebbe molto che assieme al mio pensiero i giovani riflettessero anche su ciò che disse molti anni fa Piero Calamandrei. «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, oh giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione». Sbaglia ed è in malafede chi afferma che la Resistenza sia stata una lotta sanguinaria di tipo militare. Fu, al contrario, un moto di riconquista civile e di speranza. Oggi più che mai sono convinto che la Resistenza non sia ancora finita. Occorre che essa continui e cammini con le gambe dei più giovani. Non è così difficile determinarne i suoi nuovi obiettivi.

Primo fra tutti, quello di tramandare proprio ai più giovani la memoria. Quanti di loro sanno chi furono i fratelli Cervi? Quanti sanno chi erano Felicetto Dominici, Ubaldo Marchioni, Livio Sandini o Ughetto Forno? Quanti sanno il nome di quel ragazzo che prima di essere fucilato dai tedeschi va verso un soldato che formava il plotone d’esecuzione e lo abbraccia dicendogli: “Muoio anche per la tua libertà”. Temo siano in pochi a saperlo! Non per colpa loro, ma probabilmente perché studiano quella parte di storia che esclude gli avvenimenti del fascismo e dimentica completamente la Resistenza. Di conseguenza affermo con forza che devono essere proprio i docenti, i nuovi divulgatori della Resistenza e devono aiutare i giovani, che saranno i governanti di domani, a diventare una nuova classe dirigente, consapevole del passato e custode dei valori che questa ha lasciato alle future generazioni. La Resistenza non appartiene a nessuno è di tutti gli italiani ed è un invito al dialogo e al confronto costruttivo per parlarsi e rispettarsi. C’è ancora molto da fare ma come diceva qualcuno più importante di me: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.

Vincenzo Musacchio, giurista, docente di diritto penale, dal 2018 associato della School of Public Affairs and Administration (Spaa) presso la Rutgers University di Newark (USA), Presidente dell’ Osservatorio Antimafia del Molise e Direttore Scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

«Racconto storie per un Paese di smemorati»

Roma, Museo ferroviario di Colonna Ascanio Celestini - Barzellette ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini ******************* NB la presente foto puo' essere utilizzata esclusivamente per l'avvenimento in oggetto o per pubblicazioni riguardanti Ascanio Celestini *******************

Ascanio Celestini, attore, regista, drammaturgo, uno dei massimi interpreti del teatro di narrazione, è da sempre anche un artista militante che ha legato la propria attività all’impegno civile. Tra i suoi spettacoli ricordiamo Radio Clandestina, Fabbrica, Scemo di guerra, La pecora nera, Il razzismo è una brutta storia, Laika, il film Viva la sposa.
Paolo Volponi alla fine degli anni 80 scrive che è come se si fosse «annullata la profondità del mondo». Tu che fai teatro politico, militante, come pensi si possa tornare a creare senso, senso critico, in un mondo dominato dalle merci, dove anche la cultura si consuma e si esibisce?
Facciamo un incontro a Casetta Rossa, uno spazio autogestito a Roma, si parla di immigrazione e io partecipo perché racconto storie. Fino a qualche anno fa ero convinto che ci fosse il bisogno di far conoscere la condizione degli ultimi, raccontare lo scandalo della Storia passata e presente. Ma oggi, fuori dagli spazi frequentati da chi ha coscienza e conoscenza, ho il dubbio che sia meglio raccontare meno. Non possiamo rischiare di raccontare a chi non ha gli strumenti per capire. Ho paura che il mio vicino di casa mi dica semplicemente che non gliene frega niente dei migranti, di chi muore sotto le bombe. Prima di comunicare dobbiamo ritrovare una lingua comune altrimenti ci parliamo addosso come turisti che spiegandosi a gesti riescono a farsi indicare dove sta la spiaggia o la stazione del treno. Non penso che il mio vicino se ne frega del migrante, penso che abbia perso degli strumenti, allora dobbiamo fare manutenzione. È la nostra maniera di essere umani tra gli umani che funziona male. Gli ultimi subiscono più di altri questo vuoto, ma il problema riguarda tutti. E quando mi chiedi come si possa fare per “tornare a creare senso” ti rispondo che dobbiamo partire dagli strumenti che sappiamo usare, da quelli che ci funzionano ancora. Al mio ipotetico vicino di casa non posso parlare di cose che non conosce con una lingua che non conosce. Devo parlargli di me e di lui, della nostra vicinanza. Questo può essere un punto di partenza. Con la speranza che ci faccia arrivare da qualche parte.

Le televisoni berlusconiane, commerciali, i giornali di destra (Il giornale, Libero, La verità) hanno cannibalizzato il modo di pensare degli italiani con il loro linguaggio? Un linguaggio rozzo, aggressivo, spesso violento.
Ti racconto un fatto. Mi chiamano all’Asinara per un incontro e ci vado volentieri. Fortunatamente quel posto non è più una galera infame. La natura se l’è ripreso. E durante un giro turistico, annesso alla parte più intellettuale, la guida ci parla degli asinelli albini che stanno sull’isola. Sono abbastanza malconci, così ci dice, perché vedono male. Normalmente gli animali si studiano da lontano prima di arrivare allo scontro e spesso si fermano prima di darsele, ma loro non possono per un difetto di vista. Così si avvicinano e quando cominciano a studiarsi è troppo tardi: si attaccano fisicamente. Ecco. Io penso che in questi ultimi anni, forse dagli anni 80, la comunicazione ci abbia abituato a un’errata visione del mondo e delle relazioni. Oggi abbiamo difficoltà a misurare le distanze. Quando cominciamo a usare un linguaggio violento, non abbiamo più il tempo per tornare indietro…

L’intervista prosegue su Left in edicola dal 24 aprile 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Vola solo chi osa farlo

ROME, ITALY - FEBRUARY 24: People take part in a national anti-Fascism demonstration organized by the partisans' association ANPI on February 24, 2018 in Rome, Italy. (Photo by Stefano Montesi - Corbis/Corbis via Getty Images)

«Se devo individuare una parola chiave per festeggiare la Liberazione, sceglierei la parola “Rinascere”. Allora l’Italia rinacque grazie ai partigiani, alle staffette, a tanta parte del popolo che li sosteneva e li nascondeva, ai tanti militari che preferirono l’internamento al tradimento. Sono le parole che la presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo pronuncia in occasione di questa data. È un giorno di memoria di questa umanità che ci ha donato libertà e democrazia. Mai dimenticare coloro che, per il futuro del Paese, ci hanno rimesso la pelle. Ecco, rinascere è una parola fortissima, una metafora che abbiamo selezionato anche per uno dei nostri manifesti per questo 25 aprile, che richiama ad un impegno necessario in questo momento drammatico che vive il Paese. Un nostro grande amico che da poco ci ha lasciato, travolto dal virus, Luis Sepúlveda, faceva dire al gatto Zorba: “Vola solo chi osa farlo”. Noi dobbiamo osare rinascendo, e dobbiamo farlo a partire dalla Costituzione antifascista nata con la Resistenza». A condividere con noi delle lenti per osservare il valore profondo dell’anniversario della Liberazione, anche e soprattutto in tempo di pandemia, è Gianfranco Pagliarulo, vicepresidente dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) e direttore della rivista ad essa collegata Patria indipendente.

In queste settimane peraltro, di fronte all’esplosione del contagio, l’Anpi non è rimasta a guardare: varie sezioni locali si sono attivate per la raccolta e la consegna di generi alimentari e di prima necessità alle persone più vulnerabili e per sostenere finanziariamente le realtà in prima fila nella lotta al Covid. «C’è stata una gara all’interno della nostra organizzazione per promuovere forme di solidarietà. Mentre la beneficenza si muove dall’alto verso il basso, la solidarietà è orizzontale, ed è un diritto-dovere previsto dall’articolo 2 della Costituzione», ricorda Pagliarulo. Ed è proprio lì, nella nostra Carta fondamentale, che è possibile rintracciare i binari della ripresa del nostro Paese, per una Fase due democratica e solidale.

«Per spiegarmi – prosegue il vicepresidente – coniugherei la nostra parola chiave, “Rinascere”, con alcuni termini che troviamo nella…

 

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 24 aprile 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Le fregnacce dei liberisti

Claudio Cerasa, direttore del Foglio, sabato 18 aprile ha pubblicato un articolo che s’intitola “Le fregnacce dell’anticapitalismo”. Il sottotitolo recita: «Perché la società del benessere ha agevolato, e non ostacolato, la protezione dei cittadini durante la pandemia». Nello scritto si vuole mettere in guardia il lettore dall’idea “truffaldina” che in queste settimane si è insinuata nelle menti di moltissime persone, cioè l’idea che il capitalismo sfrenato sia incompatibile con la salute dei cittadini. Contro questa apparenza mistificatrice della realtà, Cerasa rivendica invece il ruolo di primo ordine che i privati e gli imprenditori – in prima linea nel combattere l’epidemia – hanno avuto in questa emergenza, ribadendo a chiare lettere il vecchio mantra liberista: la povertà si sconfigge con la ricchezza e non con il rancore.

La cosa che più colpisce di questo articolo è la totale incapacità di prendere sul serio certe sollecitazioni sociali, quando ciò a cui stiamo assistendo a livello globale è di per sé evidente: i sentimenti di sfiducia e di perplessità nei confronti del capitalismo sono sempre più diffusi, e non appartengono necessariamente alla sinistra. Sanders in America ha dimostrato quanta forza possano avere certi ideali, e se tutti i suoi avversari democratici – meno la Warren – non si fossero schierati apertamente contro di lui facendo l’endorsment a Biden, forse oggi staremmo leggendo un’altra storia. Quel che è certo è che questo fenomeno non è più marginale; comprendere pertanto le ragioni del malcontento popolare e le istanze di rinnovamento che lo accompagnano è segno di una lettura quantomeno intelligente dei tempi che corrono.

I liberisti invece non ce la fanno proprio. Sanders in America è stato definito un comunista, un marxista, uno stalinista: parole apotropaiche utilizzate come uno spauracchio per tenere alla larga l’elettorato moderato. Sul fronte inglese invece, quando Corbyn ha perso le elezioni nel Regno Unito del 12 dicembre, Renzi ha avuto il coraggio di dire che «la sinistra radicale, quella estremista, quella dura e pura è la migliore alleata della destra». Certo, perché la sinistra che non fa niente di sinistra e che ha sposato la causa del mercato invece che della working class non ha alcuna responsabilità. Cerasa, per quanto riguarda l’emergenza sanitaria, si limita a parodiare alcune formule dei radicali: «cattivi capitalisti», «modello senza cuore», «selvaggia società del benessere», «ostaggio del capitalismo», e via dicendo.

Mentre lo smantellamento della sanità pubblica non viene minimamente percepito come un problema, secondo il direttore del Foglio alla base dell’anticapitalismo di questi giorni vi sarebbe piuttosto una questione personale: «Il rancore verso la ricchezza», scrive, «non produce benessere ma produce povertà». Si tratterebbe quindi del classico rancore misto ipocrisia di chi non potendo guadagnare tanti soldi nella vita – ma sotto sotto in verità lo vorrebbe – dice agli altri che i loro soldi sono ingiusti. A sostegno invece della bontà massima del capitale viene ricordato «il numero impressionante di privati che hanno donato soldi per la sanità», dimenticandosi però degli sforzi dei volontari, delle ong, dei medici cubani e di tutti gli altri, che non vengono neanche nominati. E, soprattutto, dimenticandosi che se i ricchi venissero tassati in maniera adeguata probabilmente non ci sarebbe bisogno delle donazioni private.

La tesi principale è questa: «le società meglio attrezzate per combattere le epidemie sono quelle in cui vi è un capitalismo ben sviluppato». Questo incredibilmente viene presentato come un dato di fatto, quando ciò a cui stiamo assistendo casomai è il contrario: il Paese con il numero più alto di morti per coronavirus al mondo sono gli Stati Uniti. In Europa invece l’impresa del Portogallo, Paese con un governo di sinistra e socialista, è stata addirittura definita da Repubblica come “il miracolo del governo rosso”. Fregnacce anche queste? Ma andiamo avanti, perché Cerasa poi, nella sua invettiva anacronistica, scrive che i discorsi sulla responsabilità sociale degli imprenditori sono solo sciocchezze. E la storia dell’imprenditore che due settimane fa è stato arrestato per aver messo in piedi una truffa da 15 milioni di euro sull’appalto di 24 milioni di mascherine approfittandosi della crisi sanitaria, una sciocchezza anche questa?

Infine, il manifesto del liberismo progressista: «la tecnologia non aiuta a distruggere solo posti di lavoro, ma aiuta a distruggere anche i virus – e sono proprio le società che provano a combattere la povertà senza combattere la ricchezza quelle meglio attrezzate per proteggere i cittadini». A parte il fatto che non si capisce in che modo il capitalismo cerchi di combattere la povertà (generandone altra forse?), ci teniamo a sottolineare che essere critici nei confronti di questo modello economico non significa essere nemici della tecnologia (semmai dell’uso classista che se ne fa) né combattere la ricchezza (semmai la sua distribuzione marcatamente disomogenea o lo sfruttamento tangibile su cui si fonda gran parte di essa). È la vana pretesa degli ultraliberisti, non avendo altro a cui aggrapparsi, quella di essere i depositari del progresso, del benessere e dello sviluppo scientifico. Questo però significa una cosa sola: non prendere sul serio le istanze del proprio tempo.

L’arte di uscire dalla crisi: Matteo Bergamini

Cosa succederà al mondo dell’arte nel momento in cui sarà passata l’emergenza Covid-19 e riapriranno gli studi degli Artisti, i Musei, le Fondazioni, gli spazi no-profit, le gallerie private, le fiere d’arte?

Ci sarà stato un cambiamento della fruizione dell’arte, soprattutto di quella contemporanea? Si riuscirà a sostenere anche gli Artisti visivi e performativi che creano la bellezza, ma che nonostante questo sono senza Albo professionale e senza Associazioni di categoria e con difficoltà troveranno accesso alle misure governative di sostentamento?

Gli artisti si ritroveranno ad affrontare senza strumenti un’economia globale malmessa che difficilmente li considererà degni di tutela, questione con cui anche le gallerie private, curatori e direttori di Musei dovranno fare i conti. Si può sperare, come è successo in passato, che dopo una mostruosa crisi segua una grande ripresa economica, ma le riprese economiche non avvengono da sole. Gli addetti ai lavori dell’arte stanno cercando una “cura” che oltre alla guarigione possa strutturare anticorpi?

Matteo Bergamini Direttore responsabile di exibart risponde ai quesiti di Alessio Ancillai

Ho abbastanza difficoltà a scrivere un pezzo su questa situazione: ci ho provato molte volte in questi giorni, per exibart, ma non ho mai trovato una sintesi che mi convincesse. Penso sia ancora molto presto per parlare di cosa potrà succedere a livello di percezione generale, di rapporto con la vita e con l’altro. Come fare giornalismo sarà conseguente, anche è ben diverso fare giornalismo dalla propria camera, o sul campo.

Sinceramente mi auguro che non passi l’abitudine all’isolamento, e nutro la vana speranza di una riflessione da parte dei quotidiani e dei media generalisti che negli ultimi tempi hanno operato uno splendido lavoro di diffusione di paura e ansia, una “pratica” che, in teoria, non appartiene alle regole deontologiche (astrazione pura!) della nostra professione, come ben esplicitato anche dall’Ordine dei giornalisti italiani.

L’offerta giornalistica di una testata legata all’arte contemporanea si muove con le stesse oscillazioni della sua materia di osservazione: se i musei sono chiusi e riprogrammano le loro attività online, è chiaro che dovremmo seguire questi nuovi corsi. Lo spazio pubblico è interdetto, ma quello virtuale è più vivo che mai. È l’unico che ci è concesso, oggi.

Per questo, come redazione di exibart, abbiamo deciso di essere – per quanto più possibile – vicini alla cittadinanza: regalando Pdf dei nostri numeri on-paper; parlando con addetti ai lavori di varia natura in dirette instagram tre volte alla settimana (un po’ di calibrazione, per evitare di essere gli ennesimi stalker nell’offerta ben più che bulimica e mentalmente e psicologicamente deconcentrante della rete); abbiamo anche indetto un questionario in forma completamente anonima per tutti i lavoratori dell’arte, per capire quali sono le problematiche legate a queste professioni tanto affascinanti quanto precarie, che prima o poi dovranno essere regolamentate precisamente dalle istituzioni.

È chiaro, e tutti lo sappiamo, che l’arte si presta a essere territorio del sommerso, ma è proprio tirando fuori la testa dalla palude che, forse, si può sperare di ottenere qualcosa.

Ora il problema è, più che dei singoli giornali, di un vero e proprio comparto che nella sua identità è completamente sbarrato, ovvero i musei, le gallerie, le fondazioni, le mostre, tutto quello che comprende una fruizione che per sua identità – più che per statuto – deve essere “dal vivo”, è interdetto.

Ancora una volta ci tengo a sottolineare che dobbiamo apprendere quanto più possibile da questa impossibilità non solo per poterci lavorare nel presente, ma soprattutto in futuro.

La dimensione della fruizione virtuale non scomparirà, anzi, ma un’altra speranza (sempre vana, credo) è che possa essere usata in maniera più intelligente.

Di fronte a un blocco temporale e spaziale come questo sarebbe utile immaginarsi di nuovo fuori, a contatto con la vita e le opere con la propria presenza fisica. Sarebbe utile iniziare a immaginare che, usciti dalla propria stanza, lo smartphone per scrivere 38 cazzate al minuto e postare foto brutte e inutili potrebbe essere lasciato a casa. Ovviamente non solo molto fiducioso: durante questa quarantena è definitivamente esploso TikTok, social network che fino a sei mesi fa era pressoché sconosciuto, e che permette di realizzare divertenti video dalla propria stanzetta – seguendo dei trend topic – con una serie di cut up ed “effetti speciali”. Vediamo se qualcuno riporrà le armi del rincoglionimento di massa quando si potrà tornare all’aria aperta.

Per concludere penso che vi sarà un prima e un dopo: ci ricorderemo di questi mesi molto a lungo. Dovremmo elaborare il lutto, l’ansia, la depressione che in queste settimane ci sono state gettate addosso.

E non si tratta di essere stolti, o di non vedere la realtà, si tratta solamente di modalità di comunicazione e di gestione del pensiero. Per quanto riguarda l’arte penso che per un po’ vedremo lavori “minimi” – che non vuol dire brutti, o sciatti – ma realizzati con poco, piccoli, “domestici” insomma. Ma mi auguro di vedere anche immensi progetti, sintomo della sconfitta della paura. Per questi ultimi, però, sono un po’ più scettico.

Lo dico anche pensando ai galleristi, impossibilitati a realizzare le loro mostre, a partecipare a fiere, a progetti, a incontrare artisti “come si faceva una volta”, ovvero non in skype o in FaceTime. Avranno un grande bisogno di vendere, ma immagino che saremo tutti più poveri – collezionisti inclusi – e passerà l’idea psicologica di potersi permettere esclusivamente qualcosa in formato cartolina, low price.

Dovremmo ripartire con il fiato sul collo, se ci atterremo alle “regole” che conoscevamo prima o, un’altra ipotesi che mi piace pensare, ma che non vedo particolarmente praticabile, dovremmo ripartire con più coscienza di chi siamo e da cosa siamo stati annientati in questo modo. Bisognerebbe studiare, prendersi la responsabilità – parafrasando un titolo di Teresa Macrì – di avere un pensiero discordante.

Ricostruire, gettare nuovi ponti, avere più rispetto del mondo, potrebbe essere facilissimo. O potremmo dimenticarlo appena voltato l’angolo.

*

L’arte di uscire dalla crisi – Leggi le altre interviste

Manifesto per una rinascita verde, firmato Fridays for future

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 29-11-2019 - Roma Cronaca Fridays for future. Quarto sciopero globale contro i cambiamenti climatici Photo Vincenzo Livieri - LaPresse 29-11-2019 Rome News Fridays for future. Fourth global strike against climate change

Il 23 aprile si tiene il primo #GlobalDigitalStrike. Anche se la crisi sanitaria ci ha costretti alla limitazione, al momento necessaria, di alcune delle nostre libertà, lo sciopero globale di Fridays for future si è solo spostato online; ragazzi e ragazze, lavoratori e lavoratrici: a migliaia manifesteremo sotto Palazzo Chigi, grazie ad uno strumento di geo-localizzazione, con un solo messaggio: giustizia climatica. Ora.

Siamo davanti a un bivio, la crisi economica causata dall’emergenza coronavirus ci mette di fronte alla scelta più grande mai presa: ricominciare, o rinascere. Noi scegliamo di rinascere. Scegliamo di ripensare il nostro sistema, di riuscire a garantire un lavoro ben pagato a tutte e tutti e porteremo avanti delle proposte che siano in grado di affrontare entrambe le crisi: quella economica e quella climatica. Due crisi: una soluzione. E la soluzione è un ritorno, sì. Ma che sia un #RitornoAlFuturo, che sia una rinascita. Un nuovo inizio per la nostra società.

Per questo, infatti, lanciamo la più grande e ambiziosa campagna per la #ripartenza post-coronavirus, insieme a molte altre realtà della società civile (e tante altre si uniranno a noi nel percorso). Dopo la lettera indirizzata a tutta Italia della scorsa settimana siamo pronti a lanciare i 7 punti per il #RitornoAlFuturo

La riconversione ecologica dovrà necessariamente essere il cuore e il motore di questa nostra rinascita, essa assicurerà posti di lavoro e potrà garantirci un futuro in cui vivere. La crisi climatica ci sembra sempre un fenomeno lontano, nel tempo e nello spazio, ma non è così. Essa è già qui: è nelle temperature che superano i 20 gradi in Antartide, è nella siccità che strangola i nostri agricoltori e i nostri allevatori, è nelle tempeste che si abbattono sul nostro Paese, è nelle guerre e nelle desertificazioni che costringono decine di milioni di persone ad abbandonare tutto e scappare dalle proprie case.

Non solo la ripartenza economica non è in contraddizione con l’ecologia, ma anzi ripensare il nostro sistema è il modo migliore per uscire tutti insieme da questa crisi e impedire che il collasso climatico ponga fine alla nostra società. E così come per la crisi sanitaria le misure che prendiamo oggi per affrontare la crisi climatica avranno effetto domani, non in tempi di 15 giorni ma di decenni. Gli effetti delle scelte di oggi le vedremo tra 10, 15, 20 anni. Non prima.

Ed è oggi che dobbiamo agire, perché questa è l’ultima possibilità che abbiamo per ridare speranza ed evitare che crisi sempre peggiori possano tornare a mettere a rischio la nostra vita. Abbiamo bisogno di un Ritorno al futuro, se vogliamo andare avanti. Ecco quindi quali sono i nostri 7 punti per una rinascita (potete trovarli in versione estesa in calce all’articolo, ndr), che ci porti sulla strada della giusta transizione. La vita è possibile solo in un mondo migliore. È giunto il momento di costruirlo.

1. Rilanciare l’economia investendo nella riconversione ecologica
Creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro puntando su energia rinnovabile diffusa, mobilità sostenibile, efficientamento energetico degli edifici.

2. Riaffermare il ruolo pubblico nell’economia
Stimolare l’economia con sussidi pubblici vincolati alla riconversione ecologica e istituire una programmazione precisa per una rapida riconversione verso imprese sostenibili.

3. Realizzare la giustizia climatica e sociale
Tutelare i lavoratori e le lavoratrici, i territori e le fasce della popolazione più esposte alle conseguenze della crisi economica e climatica.

4. Ripensare il sistema agroalimentare
Promuovere la transizione verso un’agricoltura che salvaguardi i suoli e gli ecosistemi e che sia più sostenibile a livello climatico.

5. Tutelare la salute, il territorio e la comunità
Promuovere la tutela e la messa in sicurezza dei territori, implementare opere che garantiscano la riduzione dell’inquinamento e la revisione sostenibile dell’intera filiera produttiva.

6. Promuovere la democrazia, l’istruzione e la ricerca
Aumentare il finanziamento dell’istruzione pubblica e della ricerca assicurandone l’accesso e garantendo che siano condotte in maniera trasparente e libera da conflitti di interesse.

7. Costruire l’Europa della riconversione e dei popoli
Aumentare la portata del Green Deal europeo, al fine di alzarne i target climatici, e superare il paradigma dell’austerità a livello europeo.

Cara Italia, è il momento di farci sentire, è il momento del #RitornoAlFuturo. Per partecipare al GlobalStrike visita il sito dedicato e posiziona il tuo avatar sotto Palazzo Chigi. Fai sentire la tua voce.


Alla campagna aderiscono, assieme a Left

Wwf Italia, Legambiente, Greenpeace, Stop Ttip Italia, Terra, Cgil, Rete della conoscenza (Uds, Link), Rete degli studenti medi, Udu, A sud, Attac, Solidarius, Bilanci di giustizia, Associazione per la decrescita, Slowfood Italia, Climate save movement, Comune-info, Sbilanciamoci, Transform! Italia


I sette punti della campagna #RitornoAlFuturo, in versione integrale

1. Rilanciare l’economia investendo nella riconversione ecologica
Creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro puntando su energia rinnovabile diffusa, mobilità sostenibile, efficientamento energetico degli edifici.
Per rilanciare l’economia è necessario un imponente piano di finanziamenti pubblici nella transizione ecologica. Ciò rappresenta un interesse strategico nazionale in ambito economico, occupazionale e climatico. Occorre investire nella conversione delle industrie inquinanti, nell’efficientamento energetico degli edifici, nelle infrastrutture per le energie rinnovabili, nell’economia circolare e in una mobilità sostenibile, accessibile e capillare. Dobbiamo interrompere la dipendenza del nostro Paese dai combustibili fossili e puntare a raggiungere l’alimentazione energetica con fonti al 100% rinnovabili. I 19 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi devono essere gradualmente eliminati e devoluti a misure di compensazione per evitare ricadute sociali ed occupazionali. Il piano per la riconversione è in grado di creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, ben retribuiti, di qualità e con tutele sindacali. È fondamentale assicurare la formazione ed il ricollocamento dei lavoratori e delle lavoratrici nei nuovi posti di lavoro. Non deve esistere contrapposizione tra lavoro e salute, lavoro e ambiente, lavoro e sostenibilità.

2. Riaffermare il ruolo pubblico nell’economia
Stimolare l’economia con sussidi pubblici vincolati alla riconversione ecologica e istituire una programmazione precisa per una rapida riconversione verso imprese sostenibili.
È importante riaffermare il ruolo del settore pubblico nell’economia, nella produzione di beni e servizi essenziali e soprattutto nella transizione, affinché prevalga l’interesse collettivo sul profitto personale. Gli enormi pacchetti di stimolo economico che verranno varati devono essere garantiti solo a seguito di impegni vincolanti verso la riconversione ecologica. È fondamentale che lo stato diventi un attore primario di indirizzo nel processo della transizione su tutto il territorio e quindi coordini, supporti e controlli le aziende – in particolar modo le partecipate – affinché rispettino i target climatici dell’Ipcc. La crisi petrolifera crea il momento perfetto perché il controllo del settore energetico torni in mano pubblica, in modo da puntare verso una rapida e totale riconversione. È necessario infine contrastare con decisione l’evasione fiscale, per mettere a disposizione pubblica più risorse per il benessere della collettività, e per assicurare una tassazione più equa e inferiore in special modo sul lavoro.

3. Realizzare la giustizia climatica e sociale
Tutelare i lavoratori e le lavoratrici, i territori e le fasce della popolazione più esposte alle conseguenze della crisi economica e climatica.
La riconversione deve avvenire tutelando i lavoratori e le lavoratrici ed il suo costo deve gravare su coloro che hanno le maggiori disponibilità economiche, nonché le maggiori responsabilità nella crisi climatica. È inoltre necessario predisporre un piano di aiuti economici per le persone ed i territori che subiscono direttamente le conseguenze degli stravolgimenti climatici. Lo Stato deve tornare a garantire davvero la salute di tutti i suoi cittadini, indipendentemente da reddito e status, e a tal fine deve rifinanziare in modo consistente il sistema sanitario nazionale, indebolito drasticamente negli ultimi anni dai tagli alla spesa pubblica. È inaccettabile il finanziamento dell’industria bellica, e tali fondi devono essere devoluti al welfare state e alla riconversione. La crisi climatica infine, oltre a minacciare la salute del nostro paese, ha conseguenze perfino peggiori sui Paesi più poveri. La siccità, la scarsità di cibo, la desertificazione alimentano tra l’altro le migrazioni di massa e i conflitti armati.

4. Ripensare il sistema agroalimentare
Promuovere la transizione verso un’agricoltura che salvaguardi i suoli e gli ecosistemi e che sia più sostenibile a livello climatico.
Attualmente oltre un terzo del bilancio UE finanzia sussidi agricoli nell’ambito della Pac: questo denaro pubblico deve essere trasferito per finanziare lo sviluppo di un’agricoltura più sostenibile nei vari Paesi. È fondamentale che il governo promuova il passaggio a un sistema alimentare meno impattante, più locale, più trasparente e a base principalmente vegetale, disincentivando il consumo dei prodotti di origine animale e favorendo la riconversione delle aziende e il ricollocamento dei lavoratori e delle lavoratrici. E’ inoltre fondamentale lottare contro lo spreco alimentare, che in Italia ammonta a 1.6 mln di tonnellate di alimenti ogni anno (equivalenti a 15 mld di euro). È infine vitale abbattere tutte quelle piaghe che caratterizzano il nostro sistema produttivo alimentare, a partire dal caporalato, una vera e propria forma di sfruttamento, continuando con il sovrautilizzo e l’inquinamento idrico, l’eutrofizzazione, la deforestazione e l’uso non sostenibile dei suoli.

5. Tutelare la salute, il territorio e la comunità
Promuovere la tutela e la messa in sicurezza dei territori, implementare opere che garantiscano la riduzione dell’inquinamento e la revisione sostenibile dell’intera filiera produttiva.
Lo Stato deve tutelare la sanità pubblica garantendo condizioni ambientali salutari e deve impegnarsi a superare l’attuale modello produttivo che mette a rischio le persone e gli ecosistemi. Acqua e aria pulite sono diritti che devono essere universalmente garantiti. È necessario interrompere la costruzione di ogni infrastruttura legata ai combustibili fossili, evitando investimenti sempre più sconvenienti dal punto di vista economico e climatico. Serve riconvertire ogni impianto inquinante attualmente operativo, come l’Ilva, utilizzando le risorse finanziarie previste dal Green Deal europeo e garantendo la tutela dei lavoratori e delle lavoratrici. Sono inoltre fondamentali la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, per contrastare il dissesto idrogeologico, ed una lotta più incisiva all’abuso edilizio, al consumo di suolo e alla deforestazione. Deve infine essere implementato il piano nazionale di gestione dei rifiuti, massimizzando il riciclo e riducendo la quantità di rifiuti prodotta. Per raggiungere questi obiettivi, lo Stato deve affrontare senza timore la criminalità organizzata, che tiene in ostaggio la salute del nostro Paese.

6. Promuovere la democrazia, l’istruzione e la ricerca
Aumentare il finanziamento dell’istruzione pubblica e della ricerca assicurandone l’accesso e garantendo che siano condotte in maniera trasparente e libera da conflitti di interesse.
Vogliamo una società in cui esista maggiore partecipazione democratica nelle scelte collettive. La democrazia si basa anche sulla possibilità di informarsi da fonti affidabili e indipendenti. La formazione di ogni livello e la ricerca devono ricevere un consistente rifinanziamento e devono essere condotte in maniera trasparente, corretta e libera da influenze terze, per scongiurare conflitti di interesse. La ricerca dev’essere di interesse collettivo. Il sistema scolastico deve essere ripensato per assicurare il diritto allo studio, combattere le disuguaglianze sociali e formare cittadini e cittadine capaci di guidare una riconversione ecologica dell’economia. Negli insegnamenti vanno integrati princìpi di ecologia e corretto uso delle risorse al fine di garantire giustizia intergenerazionale.

7. Costruire l’Europa della riconversione e dei popoli
Aumentare la portata del Green deal europeo, al fine di alzarne i target climatici, e superare il paradigma dell’austerità a livello europeo.
È necessario un piano di investimenti pubblici a livello europeo per la ripartenza e la riconversione di tutti i Paesi dell’Ue. Il Green Deal europeo va nella giusta direzione ma è ancora ampiamente insufficiente, tanto per le risorse stanziate quanto per gli obiettivi perseguiti. Crediamo inoltre che l’Unione europea debba dimostrare di essere veramente fondata su sentimenti di solidarietà e condivisione e debba superare il paradigma cieco e sterile dell’austerità – che si è dimostrato un macigno per le economie e per le fasce più deboli dei popoli europei, come denunciato a gran voce da moltissimi economisti – adottando invece iniziative coraggiose e che guardino al futuro. Allo stesso modo, deve essere evitata la firma di trattati commerciali che inaspriscono gli effetti della crisi climatica e le disuguaglianze economiche e sociali.

La mia Liberazione, tra memoria e attualità

Ero adolescente, oggi ho 92 anni. Posso ricordare e riflettere sul significato che quel 25 aprile ebbe per tutti noi, antifascisti ed esuli in Argentina dopo le leggi razziali del ‘38, la fine di quel bieco ventennio e, ovvio, con la Liberazione, la nascita in Italia della Repubblica democratica. Tutto questo, per noi ancora ragazzi, investiva i nostri sogni, idee ed impegni politici tesi alla costruzione di un mondo più giusto per tutti. Si militava nei licei o nelle università e qualcuno si beccò anche qualche giorno di arresto; tra i miei amici vi era anche Giorgio Jarach, già allora mio fidanzato e poi compagno di tutta la vita.

In famiglia, la guerra e la Shoah erano preoccupazione quotidiana: il dolore di sapere cosa stava accadendo con le deportazioni, la tristezza della lontananza da parenti ed amici. Si palpitava per la Resistenza e dopo l’allontanamento di Mussolini venne l’occupazione nazista dell’Italia e si seguiva, giorno per giorno, con ansia l’avanzare degli alleati. Ho due ricordi di locali manifestazioni celebrative: quella della liberazione di Parigi e, per noi ebrei italiani, le riunioni festive un po’ dappertutto. I festeggiamenti non durarono a lungo, perché si venne a sapere del tragico destino di tanti familiari. Per la mia famiglia fu la deportazione di mio nonno materno. Ma grande era l’angoscia di non sapere cosa stesse accadendo a Firenze, dove erano rimasti i miei zii e la nonna materna. Lo sapemmo dopo… Si erano nascosti nella boscaglia, con tanti patimenti e la nonna era morta a Talla, in una casa di contadini. Fu sepolta lì, in un piccolo cimitero dove andai, nel mio primo viaggio in Italia.

Qui a Buenos Aires durante la guerra c’era comunque, per fortuna, mio padre. Per lui antifascista, già prima dell’armistizio badogliano vi era il desiderio di unirsi alla lotta: dare di nuovo, lui mutilato della prima guerra mondiale, il sangue all’Italia. Questo lo seppi solo qualche anno fa, con il ritrovamento negli archivi dell’associazione Unione e Benevolenza di una sua lettera indirizzata al presidente di Italia Libera. E scriveva puntando su un tema che era in lui ricorrente e che mi trasmise quale valore essenziale: quello del rispetto della Dignità dell’essere umano.

Questi sono solo ricordi; ciò che più importa, ieri ed oggi, è associare alla celebrazione del 25 aprile la riflessione su quanto ci dice la Storia e cioè la triste ripetizione di tante tragedie sofferte dall’umanità. Quello che ci dice il presente e lo sguardo che possiamo dare al futuro è che usiamo, torniamo ad usare sempre delle parole militaresche: guerra, lotta, ma anche Resistenza alle dittature, ovviamente. Parliamo di sconfitte e vittorie. E oggi, ovunque nel mondo, le parole militari ritornano pure nell’affrontare la tragedia di questa pandemia, guerra contro un tremendo nemico virale… Osserviamo e riflettiamo sulle ripetizioni storiche che, in questo caso, ci fanno tornare a vecchie e mai dimenticate letture che ci hanno raccontato altre epidemie, con caratteristiche simili, ma vissute in tempi diversi. I Promessi sposi e il Decamerone, La peste di Camus. In Argentina una tremenda peste della Febbre gialla. Tanti libri, perfino uno dello stesso autore di Robinson Crusoe… e nell’antichità, un libro che non ho letto, ma è spesso citato, di Tucidide.

Tante storie con simili passi: quello iniziale delle incertezze, poi la paura, gli isolamenti, il cercare le colpe altrui, i capri espiatori… E poi, finalmente, si esce dagli incubi.

Ma oggi, 25 aprile, ricordiamo le vittorie contro il nazifascismo e celebrando quella Liberazione, non voglio tralasciare di ripetere ciò che sia in Italia che qui in Argentina, sottolineo sempre: nella storia che si ripete appaiono non solo tante violenze, tante guerre, tante persecuzioni, tanti razzismi, ma il ritorno delle ideologie fasciste, delle dittature… e rimane purtroppo la tremenda disuguaglianza fra ricchi e poveri, la fame di una parte enorme dell’umanità. Questo non dobbiamo dimenticarlo e stare molto attenti a quanto accade. Ce lo dice anche l’esperienza di questa pandemia… Tra il male e il bene la storia, e anche il presente, ci parla di indifferenze ma anche di solidarietà, di odio scatenato, ma anche di impegno disinteressato, di speranze e di energie volte al conseguimento di mete degne di noi esseri umani, mirando alla salute e alla vita, senza dimenticare le necessarie strategie contro la miseria e, pensando al dopo epidemia, a risollevare le società, liberandola da tante difficoltà e privazioni, tante ingiustizie ma anche scommettendo su un futuro simile a quei nostri sogni adolescenziali e di sempre. Vicina a voi, come sempre, vi abbraccio con un Viva l’Italia!
                                                                                                                                                                            Vera

Per gentile concessione della associazione 24Marzo Onlus – www.24marzo.it

L’AUTRICE Vera Vigevani Jarach è nata a Milano nel 1928 e dieci anni più tardi dovette emigrare in Argentina a causa delle leggi razziali. Qui è diventata una giornalista dell’Ansa. Il 26 giugno 1976 sua figlia Franca, di 18 anni, scomparve e di lei non si seppe più nulla fino a poco tempo fa, quando una donna che era sopravvissuta alle torture dell’Esma le ha raccontato che «era stata buttata giù da un aereo, buttata a mare». Vera appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dai primi mesi della sua fondazione, le piace definirsi «una militante della memoria».

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 24 aprile 

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO