Home Blog Pagina 540

Non riuscire a salvare i salvatori

Foto Claudio Furlan - LaPresse 19 Marzo 2020 Brescia (Italia) NewsCoronavirus, dentro il reparto di terapia intensivaNella foto: il reparto di Terapia Intensiva dell’Ospedale Poliambulanza di Brescia Photo Claudio Furlan/Lapresse 19 March 2020 Brescia (Italy) Intensive care unit of the Poliambulanza hospital in Brescia

Sono morti 41 medici. 41. 6205 operatori sanitari contagiati. Più il personale che lavora in ospedale o in case di cura (su cui diventa difficilissimo trovare dati poiché fa molto meno notizia). Stanno morendo i salvatori. Siamo un Paese che non riesce a salvare i salvatori.

C’è questa lettera, dolorosa e importante, del segretario generale Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) Silvestro Scotti:

«Questo dovrebbe far riflettere le istituzioni sanitarie: gli operatori sanitari vanno protetti e nessuno può sentirsi in pace con la coscienza se continua ad esporre il personale sanitario senza protezioni. È ormai evidente che per la medicina di famiglia il tempo sta finendo. Vogliamo sperare che la dematerializzazione delle ricette, il triage telefonico prima di ogni visita ambulatoriale o domiciliare, per noi e per i colleghi medici dei distretti specialisti, come tutte le soluzioni che stanno partendo compreso il consulto a distanza, il video consulto, le consulenze specialistiche telefoniche, possano servire a fermare questa strage. Purtroppo però ogni giorno mi chiedo se ho dimenticato qualcosa, se potevo pensare o agire, fare qualcosa di più. Sento forte questa domanda dentro di me e altrettanto forte il desiderio di continuare a cercare delle soluzioni. Voglio sperare dal profondo del mio cuore che questa stessa condizione riguardi tutti quelli che hanno più di me responsabilità direzionali e di governance a tutti i livelli e che soprattutto valutino se ognuno di loro ha fatto tutto quello che poteva per tutti gli attori della nostra sanità perché, se non fosse così, saremmo di fronte ad una strage di Stato».

Vale per i medici di base ma se ci pensate vale per tutti quelli che sono in prima linea. Veramente si vuole sconfiggere un virus non riuscendo a preservare coloro che sono in prima linea a combatterlo? Davvero ci dobbiamo accontentare degli striscioni? Davvero, per sapere.

Buon venerdì.

La voce del padrone

An employee of a health food fruit and vegetable shop, wearing a face mask, handles clients' goods from behind a plexi-glass protection on March 23, 2020 in the Flaminio district of Rome, during the COVID-19 new coronavirus pandemic. (Photo by Tiziana FABI / AFP) (Photo by TIZIANA FABI/AFP via Getty Images)

Ci sono due battaglie, contemporanee anche se trattate in modi dissimili: una sul campo (e il campo sono le strade che andrebbero liberate per rallentare il contagio) e una sulla politica, che poi la politica sarebbe le disuguaglianze da appianare e da sottoporre al Parlamento per trovare una giusta e rapida soluzione. E invece no, e invece il “nessuno rimanga indietro ai tempi del coronavirus” diventa una mantra che si ripete nelle dirette Facebook, quelle che hanno sostituito le conferenze stampa perché si evita quella pessima abitudine di dover rispondere alle domande. E intanto le macerie sociali oltre che sanitarie rimangono per terra e quasi tutti che ci passano sopra, quasi scavalcandole.

Partiamo dalla fine, dall’ennesimo decreto che avrebbe dovuto chiudere tutto e che lascia in giro per l’Italia, afferma il costituzionalista Enzo Di Salvatore «almeno 3,5 milioni i lavoratori ancora impegnati, dal 20% al 25% dell’intera forza lavoro del Paese ma le maglie larghe potrebbero far salire la quota anche al 35-40%». Lavoratori impegnati assiduamente a sfiorare il virus in nome del profitto e agli ordini di Confindustria terrorizzata dal dover rallentare prendendo coscienza di quello che accade intorno. Il premier Conte, sollecitato da alcuni presidenti di Regione, si è accorto che non avrebbe retto a lungo la narrazione che vedeva i corridori sotto casa come untori unici di un virus che sfugge da giorni a qualsiasi previsione ed è dovuto correre ai ripari ritirando fuori dal tappeto i lavoratori che sono costretti a operare in condizioni di insicurezza e a stretto contatto con la possibilità di contagio.

L’avevamo scritto in tempi non sospetti: l’imperativo di stare a casa rischia di risuonare come vuota retorica se non si permette di restare a casa alle categorie più deboli. E diventa impossibile pensare a una rinascita qualsiasi di una sinistra qualsiasi se non ci si rende conto che tra le categorie deboli ci sono tutti quei lavoratori sottopagati, sfruttati, non tutelati che continuano a vivere appena sopra alla linea di galleggiamento della sopravvivenza. Sono quelli che a differenza di molti altri non si possono permettere di fermarsi perché non possono perdere anche solo un giorno di stipendio che serve per arrivare alla fine della settimana o di pagare l’affitto. Sono gli stessi che per settimane, nonostante la favoletta del tutto chiuso hanno continuato a spostarsi in massa, secondo orari più o meno stabiliti, uno addosso all’altro nei mezzi pubblici, uno al fianco dell’altro a contatto con colleghi e senza nessun presidio medicale e poi alla sera, tornati a casa, hanno dovuto schivare gli affetti dei propri familiari.

Questi sono rimasti indietro. Sarebbe onesto riconoscerlo e ripartire da qui, ripartire da quella conferenza stampa di Conte che si è reso conto quanto sia un controsenso fermare un Paese scaricando la colpa di tutto ciò che accade sui cittadini e trattando solo le imprese (anzi, solo certe imprese) come interlocutori privilegiati. La reazione dei sindacati, Landini della Cgil in testa, dimostra che molti dei contatti sociali (pericolosi e evitabili) che hanno ammorbato questi primi giorni di chiusura sono stati dettati da associazioni di categoria appassionate più di profitto che di salute pubblica e la difficoltà di rendere operativo il decreto e tutte le critiche (da entrambe le parti) dimostrano che le tensioni sociali, così come le disuguaglianze, sono tutt’altro che appiattite. Nessuno resti indietro, dicono e ci dicono.

Lo dicono gli stessi compagni di questo governo che tentenna ad ogni sospiro di Confindustria e lo dicono quelli che hanno uniformato un’informazione che continua a tenere indietro un’infinità di categorie sociali.
Sono indietro i lavoratori, l’abbiamo detto, ma sono indietro anche i commercianti, i piccoli imprenditori, tutti coloro che hanno un’attività che gli è costata i risparmi di una vita e che ora vedono travolta dalle scartoffie burocratiche e dalle spese che il virus non ha bloccato, per ora. Sono indietro i poveri, poveri veri mica i poveri che ancora abitano nell’alme della dignità, quelli che hanno la strada come habitat naturale e che già prima del virus davano fastidio perché rovinavano il decoro. Sono indietro i carcerati, le migliaia di carcerati in attesta di una prima sentenza e che per il pensiero comune sono già colpevoli perché “se sono in carcere qualcosa di male avranno fatto di sicuro” e invece vivono in luoghi invivibili e vengono usati come carne da macello da una politica irresponsabile e cinica. Sono indietro le persone sole, mica quelle isolate come tutti, quelle proprio sole che dividono il proprio appartamento largo come un buco con se stessi e senza nessun appiglio per provare a vedere che colore ha l’affettività fuori dal mondo.

Sono lasciati indietro gli operatori sanitari: in un Paese normale il numero di medici e infermieri che sono risultati positivi al coronavirus dovrebbe accendere una rivolta popolare che invece rimane sopita dalla solita bugia delle vittime collaterali del virus. Sono indietro gli insegnanti costretti a inventarsi un metodo nuovo per garantire il prosieguo di un’attività che era già claudicante prima del virus e sono indietro gli studenti costretti ad abituarsi a un nuovo metodo che avrebbe dovuto essere introdotto nelle scuole già da anni ed invece è rimasta una promessa elettorale. Sono indietro le cassiere che operano nei supermercati, esposte ogni ora del giorno al contagio di chi per necessità si ritrova a dovere mangiare e loro malpagate a essere la mano che sfiora le altre mani, un avamposto che viene trattato come carne da macello.

Sono indietro gli operatori di call center che hanno il privilegio di potere rimanere nascosti negli androni di palazzi di cui non si può raccontare. Sono indietro gli operatori delle poste, aperte esattamente come prima, che da giorni emettono comunicati sindacali che descrivono una situazione allucinante. Sono indietro i migranti che nemmeno da malati riescono a esistere e anzi se si ammalano saranno il bersaglio perfetto per l’odio generalizzato. Sono indietro tutte le partite Iva che vivono sperando che i bonifici continuino ad arrivare e che le fatture che emettono abbiano ancora un senso. Sono indietro le donne vessate dai propri uomini che ora hanno di fianco tutto il giorno, spesso con i figli a fare da testimoni a situazioni indicibili. Sono indietro in tanti, tantissimi, con l’obbligo di raccontarli, di difenderli ogni giorno. E sarebbe l’occasione giusta per mostrare le disuguaglianze senza nasconderle dietro un semplice hashtag.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 27 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

La normalità era il problema

Urban concrete cityscape

Viviamo in un Paese in cui 18,6 milioni di persone sono a rischio esclusione sociale; 5 milioni vivono in condizioni di povertà assoluta (di cui 1milione e 200mila minori); 9 milioni in povertà relativa e 50mila vivono in strada; dove 4 milioni di lavoratori e lavoratrici nonostante abbiano più di un impiego (precario) restano poveri e il 27% del totale lo diventerebbe se perdesse tre mesi di stipendio; in cui oltre 40mila donne sono vittime di violenze fisiche e psicologiche; 11 milioni di persone non possono più curarsi e il 40% di quelle che lo fanno si indebitano; dove si registra il più alto numero di Neet in Europa coinvolgendo 2milioni 116mila giovani e in cui la dispersione scolastica è al 13,8%; dove la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo ci racconta di mafie che fanno affari per un valore di circa 110 miliardi l’anno con traffici, droga, usura, corruzione e altro. Questo prima che arrivasse l’epidemia di Covid-19. E ora che facciamo?

Le forze politiche che si sono alternate al governo negli ultimi 12 anni hanno praticato tagli in tutti quei settori pubblici di fondamentale importanza per uno Stato democratico. Si sarebbero dovuti mettere al centro i diritti fondamentali delle persone e – riprendendo l’art. 3 della nostra Costituzione – rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando la libertà e l’eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la sua effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Ma la tragedia raccontata dai numeri evidenzia altre priorità.

In nome dell’economia in Italia si è affossato il Servizio sanitario nazionale e, con la scusa della riduzione del debito e della spending review, i governi hanno chiuso i rubinetti degli investimenti nella sanità pubblica aumentando dal 2009 al 2017 solo dello 0,6% la spesa sanitaria. Questo ha provocato la riduzione per la spesa del personale sanitario, il blocco del turnover, l’abbattimento di 70mila posti letto, la chiusura di 175 unità ospedaliere, e l’accorpamento compulsivo delle Asl da 642 negli anni 80 a 101 nel 2017. I tagli hanno raggiunto 25 miliardi di euro solo tra il 2010 e il 2012, seguiti da liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici, provocando l’esplosione della spesa privata che il Censis calcola in 40 miliardi di euro solo nel 2017. Lo stesso è accaduto al Fondo nazionale politiche sociali che…

Elisa Sermarini fa parte della Rete dei numeri pari

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 27 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Cosa non si fa per negare a una donna il diritto di interrompere volontariamente la gravidanza

La pandemia Covid-19 ci ha fatto capire che l’ospedale, oltre che un luogo di cura, può essere un luogo di diffusione delle infezioni, che gli accessi in ospedale devono sempre essere ridotti all’indispensabile e che, in situazioni gravi come quella che stiamo vivendo, tali accessi devono essere limitati alle sole urgenze, per ridurre le possibilità di contagio. Le interruzioni volontarie di gravidanza sono urgenze, e i Centri Ivg continuano a lavorare anche in questa situazione difficile e complessa, come hanno fatto notare scandalizzati alcuni commentatori dell’ultima ora. Perché neanche la pandemia riesce a scalzare i preconcetti di una cultura che considera la differenza inferiorità e la medicina riproduttiva una branca per tempi di vacche grasse, preoccupata solo di soddisfare le richieste egoistiche di donnine capricciose e irresponsabili.

Se le interruzioni volontarie di gravidanza non possono essere rimandate, gli ospedali non possono però sopportare l’occupazione di posti letto che comporterebbe la procedura farmacologica se fossero rispettate le antiscientifiche indicazioni del ministero della Salute e del Consiglio superiore di sanità, che prevedono un ricovero ordinario della durata media di tre giorni. Sappiamo tutti come tali indicazioni ministeriali siano disattese, in primo luogo dalle Regioni che hanno previsto per questa procedura il regime di day hospital, ma anche dalle donne delle regioni “obbedienti” ai diktat ministeriali, la stragrande maggioranza delle quali firma la dimissione volontaria dopo l’assunzione del primo farmaco, e si ripresenta dopo due giorni per la somministrazione delle prostaglandine.

Nonostante ciò, in tempi di pandemia le possibilità di accedere all’Ivg farmacologica si riducono perché, in ogni caso, per l’aborto farmacologico sono previsti tre passaggi in ospedale, mentre per l’Ivg chirurgica gli accessi in ospedale possono essere ridotti a due. Dunque, in tempi di pandemia, al fine di ridurre l’impegno per l’ospedale e i rischi di contagio, si decide di sacrificare il diritto di scelta delle persone, osteggiando o bloccando l’accesso alla procedura farmacologica. È quello che sta succedendo a Lodi, Lombardia, esempio di come le preclusioni ideologiche – la paura infondata della banalizzazione dell’aborto e del conseguente aumento del ricorso a questa scelta – possano spingere a scelte organizzative e di politica sanitaria inappropriate e deleterie. Il nostro è l’unico Paese nel quale per l’Ivg farmacologica è obbligatorio il ricovero; nel resto del mondo la stragrande maggioranza degli aborti farmacologici viene espletata in regime ambulatoriale ed accedono in ospedale solo le donne – pochissime – che abbiano avuto complicazioni.

La sicurezza della procedura ha spinto molti Paesi a sperimentare servizi di telemedicina, con ottimi risultati. La stessa Food and drug administration statunitense, le cui linee di indirizzo furono il riferimento per le nostre nel 2010, dal 2016 «raccomanda» il regime at home per gravidanze fino a 70 giorni di amenorrea, perché è sicuro e richiede un minor numero di controlli, il che è un vantaggio non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista delle possibilità di contrarre infezioni legate all’ambiente sanitario. Recependo tali raccomandazioni, basate su una solida letteratura scientifica, la Regione Lazio, con determinazione n.G03244 nel 2017, dopo aver istituito uno specifico Tavolo tecnico, aveva approvato una sperimentazione per la Ivg farmacologica in regime ambulatoriale, che fu bloccata dalle proteste del fronte no-choice e dal veto ministeriale (la Regione Lazio era ancora in piano di rientro). L’ospedalizzazione ingiustificata di persone sane, quali sono le donne che decidono di interrompere una gravidanza non voluta, comporta un aumento del rischio di contrarre infezioni (non solo Covid-19), uno spreco di risorse economiche sempre più vitali per il nostro Sistema sanitario nazionale, nonché l’occupazione di posti letto che vengono sottratti a chi ne ha realmente bisogno.

Nell’ottica di limitare i rischi, si dovrebbe facilitare l’accesso alla Ivg farmacologica, eliminando la raccomandazione del ricovero ordinario, riducendo a due gli accessi in day hospital e ammettendo il regime ambulatoriale; riteniamo la scelta opposta, quella della limitazione o della soppressione, sconsiderata, inappropriata dal punto di vista della Sanità pubblica, nonché offensiva ed umiliante per le donne, volta solo a dimostrare che in Italia bisogna pensarci bene prima di abortire. È finalmente tempo che il ministero della Salute abbatta questa inappropriatezza, inaccettabile anche…

La ginecologa Anna Pompili fa parte dell’associazione medici italiani contraccezione e aborto (Amica), la ginecologa Mirella Parachini dell’Associazione Luca Coscioni conduce la trasmissione “Il maratoneta” su Radio Radicale

 

L’articolo prosegue su Left del 20 marzo 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Promettiamoci di ricordare

Patients lie on beds at one of the emergency structures that were set up to ease procedures at the Brescia hospital, Italy, Monday, March 16, 2020. For most people, the new coronavirus causes only mild or moderate symptoms. For some, it can cause more severe illness, especially in older adults and people with existing health problems. (AP Photo/Luca Bruno)

Promettiamoci di ricordare che le persone che abbiamo sempre guardato con superficialità, quelle persone che incrociamo passandoci sopra senza nemmeno un cenno di saluto, quelle stesse persone che scompaiono ogni volta che si parla di tutele e di diritti oggi sono ritenute indispensabili dal nostro governo, sono gli indispensabili che fanno una vita da invisibili alla cassa del nostro supermercato, avanti e indietro nelle corsie degli ospedali, con le tute macchiate d’olio mentre si occupano di qualche manutenzione, sulle autostrade mentre trasportano la farcitura dei nostri frigoriferi, alle catene di montaggio di quegli oggetti che usiamo senza nemmeno guardarli.

Promettiamoci di ricordare che negli ospedali si stanno facendo carico mica solo dei morti, no, mica solo di quelli, negli ospedali si stanno facendo carico degli addii. Provano a spremere i propri guanti di lattice per dare il saluto che i famigliari non possono dare. Promettiamoci di ricordare che c’è stato un tempo in cui si muore soli, non solo isolati, soli, si muore soli come muoiono quelli che non si meritano niente e invece questi che muoiono hanno dietro famiglie spezzate che possono solo rimbalzare il proprio lutto tra le pareti di casa.

Ricordiamoci delle parole non dette, degli abbracci che avremmo potuto dare, di quel tenersi per mano che oggi è un privilegio che non sappiamo quando potrà esserci accordato. C’è bisogno di un virus che viaggia sulle nostre vicinanze per farci sentire gli aghi delle lontananze forzate. E chissà quante vicinanze abbiamo buttato via. Promettiamoci di ricordare che non succeda più, che non succeda ancora.

Ricordiamoci di ricordare che un gesto, un gesto qualsiasi, che sia un come stai? o che sia una carezza è un dono da non fare con superficialità. C’è dentro tutto un mondo prima, tutto un mondo dopo, c’è dentro un momento che potrebbe strapparsi come un foglio tirato male.

Ricordiamoci di ricordare che c’è stato chi ha ceduto il proprio respiratore a un paziente più giovane. Sapeva di non farcela, ha avuto il coraggio di finire splendendo. Promettiamoci di ricordare che stiamo accatastando bare come scaffali e lì dentro ci sono nomi, cognomi, famiglie, amori, recisi e inscatolati. Promettiamoci di ricordare che abbiamo confidato nell’intuito e nella fantasia delle nostre menti migliori, promettiamoci di ricordare che vanno nutrite nei periodi di salute perché siano attrezzate nei momenti di malattia.

Promettiamoci di ricordare che siamo piccoli, fragili e che abbiamo bisogno di stringersi.

Buon giovedì.

Il Coronavirus in Iran e il dramma delle sanzioni

In questo dramma che tutti noi viviamo c’è un Paese che al dolore di una pandemia abbina l’impossibilità di poter curare i propri malati. In questi giorni in cui si celebra il Capodanno iraniano la popolazione si ritrova confusa preoccupata e soprattutto vive un senso di rabbia contro chi gli ha imposto di non poter curare a causa delle sanzioni un proprio familiare un amico un conoscente. Oggi l’Iran è il terzo paese al mondo dopo la Cina e l’Italia a contare più vittime per il coronavirus.
Ma in questa lunga notte, che ci vuole isolati e distanti, possiamo e dobbiamo costruire una fune alla quale aggrapparci tutti insieme, per resistere finché non arriverà l’aurora. Se, ognuno di noi, sarà stato portatore sano di bellezza, partecipazione, condivisione e generosità, allora vedremo sorgere il sole di un nuovo e più consapevole umanesimo. Con questo spirito di condivisione abbiamo chiesto a Mohsen Pakparvar, consigliere responsabile dell’Ambasciata della Repubblica Islamica a Roma, di informarci il più possibile su quello che sta accadendo in Iran.
Come è in questo momento la situazione nella Repubblica Islamica dell’Iran?
In Iran, è stata creata la Direzione centrale per la lotta contro coronavirus con la presidenza del Presidente della Repubblica. Le ultime statistiche aggiornate sono pubblicate quotidianamente dal ministero della Salute. Le raccomandazioni sulla salute e le misure preventive sono state ampiamente pubblicate, fornendo le informazioni continue costantemente. Molti luoghi pubblici e di pellegrinaggio sono stati chiusi e numerosi ospedali sono stati preparati per servire i pazienti. Tuttavia, si sente la necessità di ulteriori attrezzature che sono state limitate dalle sanzioni statunitensi. Le forze armate sono state chiamate ad assistere nell’attuazione delle decisioni della Direzione ‘anticorona’ e con l’ordine della Guida suprema il Capo di stato maggiore della difesa è stato incaricato di istituire un “centro sanitario” per prevenire un’ulteriore diffusione della malattia. Egli ha anche sottolineato che, date le prove che ipotizzano la probabilità di un “attacco biologico”, il provvedimento potrebbe avere anche l’aspetto di un esercitazione biologicamente difensiva e rafforzare l’autorevolezza nazionale.
Abbiamo visto condividere drammatiche immagini satellitari di fosse comuni in cui sarebbero sepolti molti iraniani deceduti a causa del Coronavirus? Sono attendibili?
É ovvio che molti media americani conducono da anni una guerra mediatica su vasta scala contro l’Iran. le notizie sulle immagini dei cimiteri di Qom vanno in questa direzione. Con le tecnologie satellitari ormai da anni si possono produrre immagini su scala molto ridotta della superficie terrestre. Come sapete, il capodanno Iraniano è iniziato il 20 marzo e di solito si cerca di attuare i piani metropolitani entro la fine dell’anno. Di solito anche i cimiteri iraniani prima di fine anno erigono un numero alto di tombe per l’anno avvenire, secondo il loro bisogno. Generalmente nelle grandi città, realizzare tali piani per seppellire i morti è un atto naturale. Inoltre il numero dei morti viene pubblicato costantemente attraverso i canali ufficiali e visti gli avvisi preventivi di salute al pubblico, non vi è nessuna segretezza e mancanza di trasparenza da parte delle delle istituzioni governative. La mossa dei media statunitensi di diffondere le notizie false (fake news) arriva proprio quando l’amministrazione Trump affronta seri problemi nella gestione dell’emergenza coronavirus nel suo Paese. Le immagini diffuse dei negozi vuoti di merci di prima necessità sono solo una parte dell’incapacità di un paese che con la proiezione psicologica che intende ingannare la pubblica opinione. Mentre in Italia e in Iran che vivono le condizioni di massima emergenza coronavirus, non si evidenziano tali carenze.
In quale modo le sanzioni stanno provocando problemi per i trattamenti medici al popolo iraniano?
Oggi ci troviamo di fronte a fenomeni rari nel mondo della politica. Il coronavirus è diventato un pandemia globale e deve essere combattuto da tutti i membri della comunità internazionale. Nessun paese può far fronte da solo a questa crisi. Purtroppo il regime americano ha scelto i modi più disumani per fronteggiare il popolo iraniano. Questo paese con totale ipocrisia afferma di non aver sanzionato il commercio dei beni umanitari. Ma questo non è altro che inganno esplicito dell’opinione pubblica. Il commercio umanitario richiede sia risorse in valuta estera sia canali bancari. Gli Stati Uniti hanno rafforzato le sanzioni alle vendite di petrolio dell’Iran e gli sforzi per bloccare le esportazioni iraniane di petrolio che sono fondamentali per finanziare l’acquisto delle merci necessarie. Oltre a ciò ci sono anche le restrizione dei canali bancari e allarmismi nel sistema bancario internazionale allo scopo di non cooperare con l’Iran, che hanno ostacolato qualsiasi interazione per acquistare questi beni da fonti affidabili, specialmente dall’Europa. Molte delle attrezzature mediche e dei farmaci necessari per combattere il virus si trovano nei paesi occidentali e la mancanza di acquisto di petrolio e di prodotti sanzionati dell’esportazione iraniana, da questi paesi insieme alle difficoltà bancarie esistenti sono diventate un ulteriore aggravio alle ostilità unilaterali degli Stati Uniti. Soddisfazione, silenzio e indifferenza di fronte a questo atto disumano dell’America costituiscono ‘unilateralismo passivo’. Dobbiamo sapere che il Coronavirus è una minaccia che ha portato tutto il mondo nella stessa barca e la distruzione di un paese, coinvolgerà tutti gli altri.
Il ministro degli esteri Javaj Zarif ha chiesto aiuto per il supporto di attrezzature mediche e ospedaliere? Quali paesi hanno risposto a questa emergenza?
Il Ministero degli affari esteri dell’Iran, come membro attivo della Direzione anticoronavirus, è tenuto a identificare i fornitori di attrezzature e articoli sanitari necessari in tutto il mondo e a tal proposito, il Ministro degli Affari Esteri Dr. Zarif ha pubblicato un elenco di articoli urgentemente necessari.
Molti paesi hanno risposto positivamente a questa richiesta iraniana. L’Italia, nonostante tutte le difficoltà che sta affrontando, ha assistito l’Iran attraverso l’OMS e la Croce Rossa. Cina, Russia, Giappone, Regno Unito, Francia, Germania, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Unione Europea, Pakistan, Malesia, Turchia, Tailandia, Svezia, Georgia e… hanno inviato aiuti direttamente al nostro paese o l’attraverso l’OMS o tramite la Croce Rossa. Inoltre molte aziende in tutto il mondo hanno annunciato la loro disponibilità a fornire questi articoli e in questo momento, a causa delle disumane sanzioni statunitensi, stiamo identificando i modi per acquistarli. Ma la dimensione dei bisogni del Paese va ben oltre.”
La guida Suprema dell’Iran Ayathollah Kamenei ha dichiarato che il Covid19 é un attacco biologico. Quante persone in Iran credono realmente a questa possibilità?
La Guida Suprema in un’ordinanza indirizzata al Capo di Stato Maggiore della Difesa ha sottolineato che viste le prove, si tratta probabilmente di un attacco biologico. Occorre pertanto prestare attenzione all’aspetto dell’ esercitazione biologicamente difensiva e rafforzare l’autorevolezza nazionale. Tali azioni sono legate alla sicurezza nazionale degli Stati, molti paesi lo stanno prendendo in considerazione e sono tra i doveri essenziali dei governi. Il tema dell’attacco biologico del coronavirus è oggetto di un attento esame da parte di varie autorità scientifiche e politiche, ad esempio anche in Russia e Cina. L’Iran, ovviamente, continuerà le sue indagini per dimostrare questa ipotesi e cercherà di prepararsi per eventi simili in futuro.”
A prescindere dalla fornitura di attrezzature mediche quali paesi hanno dimostrato maggiore vicinanza in questo frangente?
Sebbene la misura in cui i paesi contribuiscono ad affrontare questa crisi sia importante per la sua portata, dal punto di vista degli iraniani è essenziale che i paesi possano aiutarsi a vicenda in queste circostanze. Dobbiamo ringraziare i cinesi che come l’Italia hanno offerto ampi aiuti all’Iran, alcuni dei quali sono stati implementati e le attrezzature inviate sono giá in uso nel paese. Paesi europei e asiatici, nonché paesi limitrofi come Azerbaigian, Russia, Qatar, Uzbekistan, anche l’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Europa, Francia, Gran Bretagna e Germania hanno inviato aiuti all’Iran. Paesi come la Grecia e paesi del nord Europa hanno offerto aiuti ma stiamo tuttora cercando un meccanismo per trasferirli nel paese. Anche il Giappone ha fornito dei buoni aiuti, e sono stati offerti all’Iran ottimi aiuti, alcuni dei quali sono stati ricevuti e altri sono in corso di spedizione. Questi aiuti mostrano la solidarietà dei popoli del mondo con l’Iran che apprezziamo molto.”
Come state vivendo la situazione degli iraniani che vivono in Italia e che non posso lasciare il paese per raggiungere specie in questo periodo di capodanno iraniano le proprie famiglie?
I servizi consolari e diverse assistenze sono forniti dall’ambasciata iraniana a Roma e dal nostro consolato generale a Milano agli iraniani residenti in Italia. Le informazioni necessarie vengono fornite ai cittadini e ai passeggeri iraniani nel sito dell’ambasciata e nel cyberspazio. Sono state stabilite comunicazioni continue con gli iraniani residenti ed in particolar modo con gli student. Inoltre sono state fornite informazioni sui voli da Milano a Teheran per il rimpatrio dei passeggeri e per tutti coloro che sono interessati a tornare in Iran. Naturalmente le condizioni di quarantena in Italia si sono intensificate e gli iraniani rispettano queste restrizioni, nonostante il loro interesse di tornare l’Iran per il nuovo anno iraniano. In questo preferiscono non viaggiare e rimanere nelle proprie case.

Uaar: in Rai meno messe papali, più informazione scientifica

Pope Francis attends his weekly general audience, in Aula Paolo VI at the Vatican, Wednesday, at the Vatican on february 19, 2020. (Photo by Silvia Loré/Sipa USA) LaPresse Only italy 29165775 Pope Francis attends his weekly general audience, in Aula Paolo VI at the Vatican, Wednesday, at the Vatican on february 19, 2020. (Photo by Silvia Lor/Sipa USA) LaPresse Only italy 29165775 *** Local Caption *** 29165789

«Rai Vaticano, fiction religiose, una frequenza dedicata all’emittente dei vescovi, vaticanisti nelle redazioni, TG che aprono riportando affermazioni quasi sempre irrilevanti del papa. Ora anche la messa quotidiana su Rai 1. Mai come in questo momento il nostro paese meriterebbe un’informazione plurale, che valorizzi la ricerca, il confronto razionale su problemi e soluzioni e invece ciò che la Tv di Stato pensa di propinare a tutti è l’ossessiva promozione della religione cattolica». Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così l’annuncio, pubblicato sulle pagine social di Rai 1, che da oggi l’emittente trasmetterà ogni giorno alle 7 la messa celebrata da papa Francesco nella cappella del palazzo di Santa Marta.

«Siamo il Paese che alla scuola primaria riserva due ore all’insegnamento della religione cattolica, lo stesso tempo dedicato all’insegnamento della scienza. Almeno da adulti vorremmo uscire da questo condizionamento» prosegue Grendene.

Secondo il segretario Uaar, non è solo una questione di mancata pluralità, che di per sé sarebbe ragione sufficiente per criticare l’ennesimo inserimento nel palinsesto di un contenuto religioso e nella fattispecie cattolico. Ma di momento storico. «Gli utenti  – sottolinea Grendene – vogliono informazione, dati scientifici, vogliono capire cosa sta succedendo e cosa fare affinché non accada più. La Rai cosa fa? Offre conforto religioso monoconfessionale. Conforto che peraltro il papa può già diffondere urbi et orbi attraverso la Tv della Conferenza episcopale italiana. Usciamo da questa logica d’altri tempi, si privilegi l’informazione, l’approfondimento, si parli dei nodi politici che ci hanno condotto all’attuale situazione. Per scongiurare altre future pandemie rosari e preghiere servono a poco».

Quali strategie per affrontare l’inevitabile crisi economica

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 23 marzo 2020 Roma (Italia) Cronaca Emergenza Covid 19, la città vuota Nella foto : persone ad un incrocio Photo Cecilia Fabiano/LaPresse March 23 , 2020 Rome (Italy) News Covid 19 Emergency ,the lockdown In the pic : people in a crossroads

Mentre gli operatori sanitari cercano di arginare la piena dell’epidemia da Covid-19 il dibattito pubblico si sta occupando di questioni più o meno chiave per il futuro del nostro Paese. La discussione attorno alla tenuta dei conti pubblici è, però, quasi assente. Questa calma apparente è sorprendente. Certo, le cadute a ripetizione dei valori della borsa, e in particolare l’andamento dello spread, sono degli scricchiolii preoccupanti per chi osservi le dinamiche del mercato, ma il nostro sistema economico è molto più in bilico di quanto non appaia oggi sui giornali e in tv.

Cosa succederà? Non è possibile prevederlo esattamente. Sicuramente, come dicono molti, il mondo economico, come lo conoscevamo prima di questo febbraio, non sarà lo stesso quando finalmente usciremo da questa tragedia sanitaria e umana. La pandemia Covid-19 è la discontinuità che segna un passaggio di epoca e, se i numeri che ci arrivano dall’Asia sono veritieri, è chiaro che nella nuova fase le potenze economiche dominanti non saranno quelle occidentali.

Ma quello che dovrebbe interessarci di più nel breve periodo è come sia possibile tenere insieme una protezione sociale per tutti e la tenuta dei conti dello Stato. Ovviamente i vincoli di bilancio dei trattati europei, che per anni ci hanno condizionato, sono completamente da ignorare in questa fase. Ma il problema non eludibile è come sia possibile reperire il denaro necessario a dare protezione a tutti almeno per i mesi in cui saranno ancora necessarie forti restrizioni alle nostre normali attività.

È giusto appellarsi alle istituzioni europee, che dopo il clamoroso passo falso di Christine Lagarde, sembrano aver intenzione di giocare un qualche ruolo nell’arginare gli effetti economici distruttivi della pandemia. Alcuni economisti hanno suggerito un potenziamento dell’attività, già in corso, della Banca centrale europea, di acquisto di titoli di Stato. Attraverso la “monetizzazione del debito” gli Stati potranno spendere molto più delle loro entrate senza che il tasso di interesse sul debito pubblico diventi così alto da portarli al fallimento. Si tratta di una soluzione percorribile, con tempi incerti e solo se tutti gli Stati, anche quelli poco indebitati e per ora marginalmente colpiti dall’epidemia, accettano di dare questo mandato alla Banca centrale europea.

Mentre si attende di capire quali mosse metteranno in campo le istituzioni europee, non è possibile immaginare che l’Italia, ad oggi la più colpita dallo shock sanitario e gravata da uno dei debiti più insostenibili dell’eurozona, non predisponga strategie di risposta autonome.

Due approcci possibili ci spingono in direzioni diverse. Una strategia consiste nello scommettere sul fatto che sia immaginabile riavvolgere il nastro. Ripartire da dove ci siamo fermati. E poi nel lungo periodo fare tesoro degli errori fatti e aggiustare il tiro. La seconda strategia consiste invece nell’accettare una buona parte degli effetti della crisi in arrivo e provare a governarne soltanto alcuni aspetti.

Nel primo caso occorre che il più possibile gli attori del nostro sistema socioeconomico continuino a fare esattamente quello che facevano fino a ieri. Paghino l’affitto, le rette di asili che i loro figli non frequentano, non sospendano gli abbonamenti a palestre chiuse, saldino le fatture che gli sono state recapitate. Ottenere questo è molto difficile perché ci sono milioni di lavoratori autonomi e imprenditori che non hanno disponibilità di denaro sufficiente.

Un modo per facilitare un ritorno il più possibile indolore alla normalità è mettere in campo un reddito di base universale temporaneo. Una misura evocata anche da alcuni deputati nel Parlamento statunitense in questi giorni. Si tratta di un versamento mensile, uguale per tutti, che non dipende da nessuna condizione o caratteristica dell’individuo o della sua famiglia. Lo ricevono i ricchi come i poveri, i portatori di handicap e i giovani in salute. Per questo motivo il reddito di base universale è stato spesso criticato sotto l’aspetto dell’equità: non terrebbe conto delle differenze nei bisogni delle diverse persone.

Allo stesso tempo il fatto che sia versato a tutti senza bisogno di dimostrare alcuna condizione lo rende estremamente facile da mettere in funzione in una situazione di grave crisi. Occorre infatti tener conto del fatto che i tentativi di introdurre strumenti di protezione sociale basati su criteri di erogazione complessi si sono dimostrati molto difficili da realizzare in pratica nel nostro Paese (si pensi al reddito di cittadinanza ma si può andare in dietro fino al reddito minimo di inserimento sperimentato alla fine degli anni 90). Per questo motivo predisporre un reddito universale di base per i prossimi tre mesi, scommettendo sul fatto che questo sia un tempo sufficiente per tornare alla normalità, sembrerebbe una soluzione interessante.

La strategia alternativa consiste nell’accettare che questa crisi segna una discontinuità epocale nella struttura sociale ed economia del nostro Paese e provare a governarne soltanto alcuni aspetti. In questo caso si individuano i settori strategici che devono essere protetti, quelle imprese che hanno prospettiva di creare lavoro e ricchezza nel futuro, si interviene massicciamente per metterli al riparo dagli effetti del blocco della produzione e dalla riduzione della domanda. Le imprese, i lavoratori autonomi che operano in altri settori si lasciano andare incontro al loro destino, immaginando che chi è in grado di sopravvivere sia chi ha maggiori chance di giocare un ruolo positivo per il futuro del Paese. Ovviamente anche in questo caso ci sarà bisogno di allargare la platea di chi riceve protezione sociale, ma lo si fa con strumenti ordinari come il reddito di cittadinanza che, finalmente almeno in questa fase, dovrebbe avere il ruolo di strumento di protezione dalla povertà e non di sussidio di disoccupazione potenziato.

Quale delle strategie si scelga di perseguire è necessario reperire immediatamente risorse sufficienti a renderle sostenibili. Nel caso del reddito di base universale, ad esempio, ipotizzando di trasferire 600 euro al mese per ogni residente, valore simile alla nostra soglia di povertà, la copertura finanziaria necessaria per tre mesi è pari a circa 110 miliardi. Una cifra enorme rispetto a quanto stanziato ad oggi dal parlamento. Ma non una cifra irreperibile.

Ci sono alcuni strumenti che possono essere usati in casi straordinari come questo. L’introduzione di un’imposta patrimoniale una tantum pari all’1,2% del patrimonio netto delle famiglie italiane ad esempio darebbe un gettito sufficiente.

Anche in questo caso si tratterebbe di uno strumento con delle criticità sul lato dell’equità, una patrimoniale con un’aliquota fissa, uguale per tutti, potrebbe essere considerata iniqua. Chi ha 100 euro in banca subirà un prelievo di 1,2 euro, la stessa percentuale versata da un milionario. D’altra parte è importante sottolineare che, essendo incondizionato, il reddito universale di base corrisponderebbe ad ogni residente 1.800 euro in tre mesi. Soltanto le famiglie con un patrimonio netto superiore ai 150mila euro pro capite si troverebbero a versare più di quanto ricevuto in termini di reddito universale base. L’imposta, visto che si tratta di un intervento una tantum, che non sarà ripetuto in futuro, potrebbe essere rateizzabile rendendolo sostenibile per ogni famiglia, anche in condizioni particolari (il caso tipico è un basso reddito ma elevato patrimonio immobiliare).

Si tratta di una proposta insoddisfacente? La risposta dipende fondamentalmente dalle alternative. Esistono alternative credibili che non prevedano una rinegoziazione del debito italiano come avvenuto in Grecia? La monetizzazione del debito, invocata da molti economisti, da parte della Banca centrale europea è veramente una strada percorribile? Un aumento dell’Iva è un’alternativa preferibile?

Sicuramente occorre esplorare le strategie che possono essere predisposte e farlo ora. Attendere che si vedano gli effetti sull’economia reale è un atteggiamento suicida perché non esiste incertezza riguardo al fatto che gli effetti negativi a breve ci saranno.

* Paolo Brunori insegna Economia politica all’Università degli studi di Firenze

Le mele con le pere

Il Capo del Dipartimento della Protezione Civile Angelo Borrelli durante una conferenza stampa - Immagine dal sito http://www.protezionecivile.gov.it/

Ogni giorno assistiamo alla conferenza stampa del capo della Protezione Civile Angelo Borrelli. Una sorta di rito pagano dove al posto di ripetere mantra si ripetono numeri, snocciolati con tutta la burocrazia di cui sono capaci le istituzioni quando si impegnano a non lasciare trasparire nemmeno un briciolo di empatia. Poco male.

Su quei numeri si basa, in fondo, il sentimento quotidiano del Paese (se salgono si sprofonda in una certa disperazione se invece i numeri scendono si infonde un certo ottimismo) e, a quanto dice Conte, su quei numeri si basano anche le scelte della politica, soprattutto sul prendere o meno misure più restrittive. L’emergenza sanitaria ha trasformato la politica in passacarte del bollettino di guerra. Benissimo.

Ieri in un’intervista Borrelli ha detto che quei numeri non sono reali. Anzi: ha detto che «per ogni contagiato ufficiale ce ne sono 10 non censiti» e quindi il numero totale dei contagiati potrebbe essere dieci volte tanto, circa sui 600.000. In sostanza Borrelli dice che quei numeri su cui si basa tutto sono piuttosto sballati. Ma non è tutto.

Quei dati sono evidentemente anche sbagliati: come faceva notare ieri il vicedirettore de Il Post Francesco Costa: «In Emilia-Romagna ci sono 4.525 contagi rilevati e un tasso di letalità del 10,1 per cento; in Veneto ci sono 3.214 contagi rilevati e un tasso di letalità del 2,9 per cento. Nelle Marche ci sono 1.568 contagi rilevati e un tasso di letalità del 5,9 per cento; in Toscana ci sono 1.330 contagi rilevati e un tasso di letalità dell’1,7 per cento. Questo perché ogni regione va in ordine sparso, e ogni regione somma ai suoi buchi di rilevamento i diversi buchi delle altre regioni. Stiamo effettivamente sommando le mele e le pere».

A questo si aggiunge la differenza di tamponi da regione a regione che rischia di darci visioni parziali di dati parziali. Insomma, siamo messi così. Buon mercoledì.

Cosa si aspetta a fare il tampone a tutto il personale sanitario?

A patient in a biocontainment unit is carried on a stretcher at the Columbus Covid 2 Hospital in Rome, Monday, March 16, 2020. The new Columbus Covid 2 Hospital, an area fully dedicated to the COVID-19 cases at the Gemelli university polyclinic, opened today with 21 new ICU units and 32 new beds, in order to support the regional health authorities in trying to contain the pandemic. Sign at top in Italian reads "Admission COVID 19". For most people, the new coronavirus causes only mild or moderate symptoms. For some it can cause more severe illness, especially in older adults and people with existing health problems. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

I fatti accaduti in Italia dall’inizio della pandemia permettono alcune considerazioni utili per meglio affrontare gli imminenti sviluppi. La Cina ci ha regalato oltre un mese di tempo prezioso per prepararci ad affrontare la tempesta; tempo che, non solo noi, abbiamo sprecato per una errata percezione del rischio pandemico. Parte di questo tempo è oggi disponibile e ancor più prezioso alle regioni del sud.
Palese oggi la deleteria intolleranza delle Regioni leghiste al coordinamento del governo centrale. Prove generali di quello che, in peggio, sarà il regionalismo differenziato. L’irresponsabile sciacallaggio politico ha eroso la fiducia nelle istituzioni e distorto la percezione del rischio; inevitabili le conseguenze sul rispetto delle regole emanate.
È oggi evidente il conflitto tra gli interessi economici e quelli di salute e la negazione dell’evidenza che è impossibile risolvere il problema economico se prima non si supera quello di salute. Emblematico il dramma di Bergamo: una diffusione velocissima, le voci inascoltate che chiedevano l’istituzione della zona rossa, i tentennamenti per non chiudere una delle aree più industrializzate del Paese per poi farlo quando la reazione a catena era ormai inarrestabile. I troppi morti in parte evitabili di oggi, l’ipocrisia, la memoria già corta, il silenzio. Non è tutta del virus la responsabilità dei convogli di camion militari pieni di bare; il virus ha fatto quello che gli è stato concesso di fare. Fatti perfettamente leggibili con una visione neoliberista, individualista e disumana della società.

Questa prima pandemia del mondo globalizzato, ci sta insegnando anche molte cose. La più sorprendente è che, pur essendo sostanzialmente univoche le modalità per affrontarla, vi sono delle differenze importanti nell’applicazione e nell’efficacia tra i paesi democratici e la Cina che democratica non è. Il riferimento è alle modalità di limitazione delle libertà personali, della privacy e dell’informazione. È fondata l’idea che le misure adottate in Cina non siano, con lo stesso rigore e negli stessi tempi, applicabili anche nei paesi occidentali. Le nostre lentezze decisionali sono dovute soprattutto alla necessità di una mediazione politica e sociale; cosa inesistente in Cina. Il problema reale è che il tempo richiesto da questa mediazione gioca a favore del virus traducendosi sempre in maggiori contagi e morti. È questo un “costo” della democrazia? Simile il discorso della limitazione temporanea della privacy (peraltro già gravemente minata dai social).

Da tempo i dati dei positivi e dei deceduti hanno suscitano perplessità. Il numero dei positivi dipende molto dal numero di tamponi effettuati e dalla tipologia di popolazione cui vengono fatti. L’Italia si è in genere attenuta alle disposizioni dell’OMS di effettuarli soprattutto a pazienti francamente sintomatici. In tal modo vengono però persi buona parte dei positivi che hanno sintomi leggeri (ma che infettano) e gli asintomatici (che infettano anche loro) rendendo inoltre molto difficile tracciare a ritroso la catena dei contatti. Tutto ciò comporta anche una notevole sottostima del contagio, inficia il calcolo della mortalità e non ostacola la circolazione del virus. Solo ora anche l’OMS e quindi anche l’Italia stanno rivedendo questa limitativa posizione.
Colpevole e dissennato è lesinare o negare il tampone agli operatori sanitari; già oggi sono circa 5mila i positivi e qualcuno dovrebbe smetterla con gli sterili complimenti rituali e ricordarsi che senza medici ed infermieri non si cura più nessuno. Almeno proteggiamoli.
Una pesante conseguenza di questo ormai non più corretto modus operandi è l’alta percentuale di pazienti soprattutto anziani che muoiono a domicilio senza aver mai fatto il tampone ma verosimilmente positivi ma che diffondono il virus e non sono conteggiati come positivi. Un uso più esteso dei tamponi consentirebbe anche il trattamento precoce dei positivi con riduzione degli aggravamenti e il ricorso all’ospedale. L’esperienza maturata ci indica oggi importanti correzioni: migliorare il territorio per far meglio lavorare l’ospedale.
Le crisi sono anche grandi occasioni di cambiamento. Il virus si è fatto strada nelle nostre debolezze; dipenderà anche da noi cambiare per scrollarcele di dosso.