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Il lockdown rafforza lo strapotere dei big del digitale. E questa non è una bella notizia

A seguito della crisi del 2008 il nostro Paese perse quasi un quarto della capacità industriale, emersero nuove forze politiche e si affermò nuovo criterio di governabilità: lo spread. Anche l’Europa e il mondo da allora non furono più gli stessi. L’emergenza attuale si va a sommare a quegli sconvolgimenti ed è presumibile che il mondo di domani – dagli assetti europei alle catene globali del valore, fino alle questioni sanitarie e alla qualità della democrazia – sarà molto diverso da quello di ieri: se questo cambiamento avverrà in meglio, oppure all’insegna di un regresso sociale, dipende anche dalle scelte che verranno fatte in queste settimane.

Soffermandoci brevemente sui processi produttivi, l’aspetto più innovativo degli ultimi decenni è indubbiamente lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione. Molto è stato scritto su questo, ma è d’obbligo riprendere il tema: potrebbero essere queste le attività che usciranno rafforzate dai drammatici fatti di queste settimane.

Due eventi hanno indirizzato gli sviluppi di queste tecnologie. Il primo fu gli attentati dell’11 settembre 2001, a seguito dei quali le agenzie di intelligence utilizzarono le loro potenzialità per la prevenzione del terrorismo. Google e la Cia collaborarono per la raccolta e l’analisi dei dati, mente al contempo le leggi contro il terrorismo indebolirono le protezioni della privacy garantite dalla costituzione americana (una ricostruzione della vicenda è nel volume di S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss 2019). Il secondo fu la scoperta del valore economico delle informazioni ricavabili dalla rete, che da allora furono raccolte in modo massiccio. Questo portò ad una modifica del modello di business delle imprese del web, che abbandonarono l’idea della condivisione, per orientarsi verso lo sfruttamento del potenziale economico delle informazioni stesse. La predisposizione di algoritmi sempre più potenti, e la ricerca sull’intelligenza artificiale, ne uscirono rafforzate.

Un ulteriore fattore che ha favorito l’affermazione dei colossi della rete è l’immensa liquidità messa a disposizione delle autorità monetarie dopo la crisi del 2008. È questo un fattore poco analizzato, sul quale invece occorre riflettere. In un’epoca dove le grandi imprese multinazionali, anche tramite le loro società finanziarie, possono accedere a condizioni di favore alla liquidità delle banche centrali, mentre le piccole sono costrette a indebitarsi a tassi più elevati presso le banche private, si genera una grave distorsione della concorrenza: le prime pagano il denaro poco o nulla, le seconde rischiano di essere strozzate dalle contrazioni creditizie. Oltre che per il loro enorme giro d’affari, anche per questo Google, Facebook, Microsoft, Apple e in genere le grandi imprese dispongono di immense risorse finanziarie a bassissimo costo. Questo eccesso di liquidità gli consente di investire in un’ottica di lungo periodo, cosa che sarebbe meno conveniente se i tassi di interesse fossero più elevati.

Prendiamo il caso di Amazon. Potrà sorprendere, ma il servizio di consegne a domicilio, per il quale Amazon è famosa, è in predita. Non solo, ma Amazon sta anche estendendo queste attività, cercando di entrare di recente in Deliveroo. Ci si chiede perché un’impresa offra un servizio rimettendoci del denaro. Potrebbe farlo perché guadagna sulle informazioni che raccoglie grazie al servizio stesso, ma la spiegazione, purtroppo, è ben diversa: Amazon mira ad eliminare i concorrenti, conquistando così una posizione di monopolio. La chiusura delle librerie, ad esempio, gli fornisce un enorme potere sul mercato mondiale delle vendite, dunque anche su quello editoriale. Autori, editori e lettori, tra poco potrebbero non avere altra scelta che rivolgersi ad Amazon, facendogli di recuperare ampiamente le perdite che ora subisce.

Amazon, in sostanza, può attendere. Al contempo le piccole librerie sono quasi del tutto sparite. Già oggi, piuttosto che chiedere consigli al libraio e aspettare che il volume preferito arrivi in libreria, sempre più persone si lasciano guidare da oscuri algoritmi che interpretano le scelte passate, le incrociano con quelle di lettori dal profilo simile, e suggeriscono cosa leggere; il volume è poi comodamente consegnato a domicilio. Anche altri settori legati alle tecnologie informatiche, o che riescono a sfruttarle, stanno sostituendo le attività tradizionali. Pensiamo alla crisi della carta stampata, alla chiusura delle edicole, allo scontro tra Uber e i tassisti, a quello tra le strutture alberghiere e Airbnb, a Netflix, che dalla distribuzione di Dvd è passata alla produzione di film, a Spotify ecc.

Uniamo ora quanto detto fin qui con quello che osserviamo in queste settimane. Chiudono esercizi commerciali, mercati locali, cinema, palestre, teatri, librerie, bar, mentre le consegne via web hanno un’impennata. Anche musica e concerti, per alleviare questi giorni di solitudine, ci sono offerti tramite la rete. Passerà tutto questo? Si, certo, ma non è facile prevedere quante di queste attività possano riaprire.

L’attuale emergenza, in sostanza, potrebbe produrre una modifica irreversibile del panorama economico e sociale. È possibile inoltre che la globalizzazione subisca un arresto non superabile; le difficoltà di questi giorni nella circolazione delle merci e delle persone, infatti, si saldano con tendenze nazionalistiche e protezionistiche che da tempo covano in molti Paesi occidentali, cosicché, anche sotto questo profilo, è prevedibile che l’attuale emergenza sanitaria possa costituire uno spartiacque. Nell’insieme, le conseguenze di questi processi possono essere particolarmente gravi per un Paese esportatore come il nostro, dotato di una struttura produttiva basata su piccole e diffuse attività commerciali, artigianali e produttive, che potrebbero subire gravi danni dall’attuale congiuntura. Dipende da quanto durerà tutto questo, e dipende anche dalle politiche economiche che verranno attuate a loro sostegno.

Se un’attività chiude, non è scontato che, passata l’emergenza, possa facilmente riaprire. Gli shock economici possono generare effetti irreversibili di enorme portata. Queste settimane potrebbero dunque lasciare un deserto. Bisogna intervenire a protezione dei cittadini e delle imprese, considerando che questi eventi si accompagnano a conflitti anche violenti tra interessi, nazioni, aree geopolitiche, modelli industriali, modificando i rapporti di forza. Lo scontro che si profila all’interno dell’Europa sulle modalità di aiuto ai Paesi in difficoltà, come anche quello tra Stati Uniti e la Cina sulle responsabilità dell’epidemia, indica quanto questi eventi si intreccino con i conflitti geopolitici in corso. Tutto questo si intreccia peraltro al tema del potere delle imprese del web, i cui colossi sono decisivi per il potere degli Stati Uniti: oggi, e ancor più domani, chi controlla l’informazione controlla il mondo. Di qui il conflitto tra Cina e Stati Uniti sulla realizzazione della rete 5G, all’interno del quale, purtroppo, l’Europa ha poche carte da giocare.

Infine, come abbiamo ricordato, le attività delle imprese del web pongono sollevano gravi problemi di protezione della privacy. Conviviamo ormai con queste tecnologie, che vengono ampiamente usate nei settori più disparati. La letteratura sui rischi di un loro utilizzo improprio è ormai sterminata: ogni nostra interazione sociale, infatti, è tracciata e registrata, offendo un profilo completo di noi stessi sul quale non abbiamo alcun controllo. Nel contesto dell’attuale crisi sanitaria questo aspetto assume aspetti ancor più decisivi. La tecnologia, infatti, offre la possibilità di tracciare incontri e spostamenti, e dunque di individuare i potenziali percorsi dei contagi per contrastarli. Queste tecniche sono già state impiegate in Corea del Sud, Cina, Taiwan, Israele e Singapore, e il dibattito sul loro utilizzo è ormai in corso anche nel nostro Paese.

Se da un lato, indubbiamente, i tracciamenti si sono mostrati efficaci per contrastare l’epidemia, inquieta pensare ai rischi di un loro uso improprio per il controllo della società. È chiaro, ancora una volta, quanto queste tecnologie, dalle immense potenzialità in tutti campi, siano ormai sviluppatissime, e quanto sia necessario essere consapevoli che il nostro futuro – in termini di economia, cultura, salute e libertà individuali – dipenderà dall’uso che ne sarà fatto.

Anche la formazione dell’opinione pubblica e i processi democratici sono da tempo influenzati dal web. Vale di nuovo quanto abbiamo appena osservato circa il potere degli Stati Uniti sul mondo: chi controlla l’informazione controlla la società. Qualsiasi connubio oscuro tra imprese del web e il potere politico va dunque contrastato con ogni mezzo. È in questione la qualità della nostra democrazia. Purtroppo, e non da ora, troppi segnali indicano che si stia andando nella direzione opposta: in un frangente come l’attuale, il Presidente del Consiglio Conte si è rivolto per ben due volte al Paese (mercoledì 11 e sabato 21 febbraio) annunciando provvedimenti sempre più restrittivi sulle attività commerciali, le riunioni e gli spostamenti. Questi provvedimenti erano indubbiamente necessari, ma Conte, piuttosto che utilizzare le reti Rai, ha affidato i suoi messaggi a due dirette Facebook.

Inquieta vedere che, mentre il Parlamento è nell’impossibilità di riunirsi regolarmente, il capo del governo comunica per questa via provvedimenti limitativi delle garanzie costituzionali. Se la crisi del 2008 ci ha lasciato in balìa dello spread, non vorremmo risvegliarci domani da questo incubo governati da Facebook.

«Troppi tagli alla sanità e ai servizi pubblici». L’allarme delle donne spagnole

A patient, center, is transferred to a medicalised hotel during the COVID-19 outbreak in Madrid, Spain, Tuesday, March 24, 2020. For most people, the new coronavirus causes only mild or moderate symptoms. For some it can cause a more serious illness. (AP Photo/Bernat Armangue)

Non è solo una pandemia, è una delle più grandi crisi sanitarie e sta dimostrando tutta la fragilità del lavoro di assistenza e di cura. Questo coronavirus ha messo in evidenza in Spagna, come nel resto del mondo, il bisogno di un ripensamento sociale e pubblico del lavoro riproduttivo, quello che da sempre grava sulle donne, che vedono ancora di più il proprio tempo annullato dalle esigenze degli altri.

Così il movimento femminista Euskal Herria, Paesi Baschi, con un comunicato molto determinato, uscito in concomitanza con la dichiarazione dello stato di allerta sanitaria e con le prime misure di distanza sociale, ha chiesto di aprire un tavolo di discussione per affrontare la crisi della cura durante l’emergenza del coronavirus. «Attualmente è stato decretato lo stato di allarme e si è proceduto alla chiusura e al confinamento delle persone, ma non è stata data alcuna misura governativa per una risposta collettiva. È prevista solo una risposta individuale a questa emergenza. Vogliamo ricordarvi che no, che anche se siamo confinate nelle nostre case, l’organizzazione deve essere collettiva. Ne usciremo, solo se ne usciamo insieme».

E in meno di 48 ore, i partiti politici della sinistra dell’opposizione, i principali sindacati, gli agenti sociali e gli esperti di economia, violenza maschile, salute e politica pubblica si sono uniti al tavolo per una prima
riunione in forma telematica, per definire gli obiettivi della tabella di marcia e stabilire la metodologia e un programma di lavoro.
Le femministe spagnole pensano a come combattere il Covid-19 da una prospettiva di genere, già sapendo che nelle recenti crisi sanitarie il ruolo delle donne non solo è stato ignorato, ma meno dell’1% degli studi accademici prodotti successivamente sono stati dedicati allo studio di questo impatto.

«Anche se siamo confinate nelle nostre case, l’organizzazione deve essere collettiva. La violenza maschile non sarà messa in quarantena in questa crisi. Non serve a nulla uscire da questa crisi per rimanere gli stessi, è necessario cambiare il paradigma sociale». Le femministe non sanno più come dirlo che occorre cambiare il modello neoliberale imposto, basato sui mercati e sulla fiducia nell’autosufficienza individuale e iniziare a mettere al centro la vita materiale, una volta per tutte. «La nostra società ha vissuto centrata sui mercati e sulle logiche del consumo e ora ci accorgiamo che non siamo pronti a proteggere la vita delle persone».

Le donne spagnole hanno imparato dall’economia femminista che bisogna riconoscere che il lavoro considerato produttivo è sostenuto dal lavoro di cura, che non viene né riconosciuto né retribuito, e proprio per questo le femministe si impegnano a farlo uscire dall’invisibilità delle mura domestiche dove spesso è confinato.
C’è molta preoccupazione per alcune delle misure adottate, si pensa che possano aggravare questa crisi vissuta individualmente. Si resta a casa, per chi una casa ce l’ha, senza conoscere le misure di compensazione economica, vengono proibiti nuovi ingressi nelle case di riposo o nelle lunghe degenze, ma non viene detto come fare per assistere le persone non autosufficienti, non si parla di quei migranti senza diritto alla salute, ma spesso sono proprio le persone migranti a svolgere una quota sproporzionata del lavoro di assistenza, o non si parla della popolazione detenuta a rischio di contagio, o cosa può fare una vittima di violenza maschile, isolata e senza la possibilità di sottrarsi al proprio aggressore.

La consapevolezza del movimento femminista dei Paesi Baschi va oltre l’avvertimento dei rischi. Pensa sia necessario contare sulla rete di tutti i movimenti sociali per coordinarsi e dare una risposta efficace alla situazione che si sta vivendo. E come movimento femminista, si sentono pronte a individuare e coordinare questa risposta di fronte all’incapacità allarmante degli Stati e dei governi di vedere la dimensione strutturale dell’assistenza e del lavoro di cura.

Si legge nel documento: «Le ultime crisi hanno colpito la popolazione, soprattutto le persone più vulnerabili, a causa dei tagli alla salute e ai servizi pubblici. La società impoverita deve ora affrontare il collasso sociale perché non è pronta ad affrontare queste crisi bio-eco-politiche. Sarà inutile uscire da questa crisi per continuare così come siamo; è necessario cambiare il paradigma sociale».
Ecco perché c’è una sola via d’uscita dalla crisi causata dal Covid-19, che parte dal riconoscimento della centralità sociale dell’assistenza: maggiori e migliori servizi pubblici e la corresponsabilità dei diversi attori sociali nel fornire e ricevere assistenza in modo equo e dignitoso.

O la borsa o la vita

Workers wear masks at the Unilever factory where a 38-year-old working in the research and development branch fall ill with the new virus from China, in Casalpusterlengo, Northern Italy, Saturday, Feb. 22, 2020. A dozen northern Italian towns were on effective lockdown Saturday after the new virus linked to China claimed two fatalities in Italy and sickened an increasing number of people who had no direct links to the origin of the virus. (AP Photo/Luca Bruno)

Dietro la querelle tra Confindustria, i sindacati e il governo ci sono le persone. Persone vere. Nonostante qualcuno stia giocando (pericolosamente) a trasformare la polemica sulle troppe fabbriche aperte in una lotta di classe trattata come qualcosa di anacronistico in mezzo ballano 2,5/3 milioni di persone che si ritrovano costrette ad assistere alla guerra tra poteri (quello politico e quello economico) che come al solito schiaccia in mezzo gente che non può prendere pubblicamente le parti di nessuno perché è incastrata in una catena produttiva che è molto di più del suo semplice ruolo nella catena di montaggio.

Lì dentro ci sono persone che sono schiave del proprio reddito: schiave perché devono sottostare ai dettami di chi li gestisce anche se sono pericolosi e non in linea con i decreti governative. Persone che sono schiave del proprio reddito perché stanno appena sopra la soglia di galleggiamento di una dignità economica e non possono permettersi di alzare la voce. Persone che lavorano tutto il giorno sfidando la sorte (sì, la sorte, perché pregano di non essere infettati ma non hanno tutto quello che serve per non essere infettati) e poi rientrano a casa schivando gli abbracci dei propri famigliari lavandosi finché non gli si stacca dalla pelle tutta la giornata vissuta addosso.

Ci sono gli operatori di call center, ci sono gli impiegati e gli operai di aziende che furbescamente riescono a rientrare nei servizi essenziali anche se non sono essenziali per niente, ci sono le cassiere e i dipendenti dei supermercati che vengono trattati come carne da macello ma ci sono, soprattutto, quelli che saranno un’emergenza sociale dopo quella sanitaria: gente che non avrà più un lavoro.

Davvero a questi siamo arrivati a chiedere “o la borsa o la vita”? Davvero le disuguaglianze sperate che si nascondano sotto il tappeto in nome del virus? A me pare che la domanda risuoni già stonata così. Ma forse siamo tutti ipersensibili per colpa della clausura. Anzi, pensa che bello se fossimo tutti ipersensibili davvero con quelli che restano indietro.

Buon martedì.

«In famiglia abbiamo sette desaparecidos di cui due ritrovati: uno vivo e uno morto»

Il 24 marzo è l’anniversario del golpe civico militare che si consumò nel 1976 in Argentina. Esercito, gerarchie ecclesiastiche, quelli che oggi chiameremmo “poteri forti” economici e finanziari, P2 e multinazionali straniere (anche europee…) unirono le forze per attuare una politica basata sul terrore che venne definita a livello istituzionale ‘Processo di riorganizzazione nazionale’. Parte integrante del progetto furono i rapimenti, la tortura, le uccisioni e le sparizioni forzate dei “sovversivi”. Persone cioè che avevano la colpa di voler vivere in un Paese democratico, laico, rispettoso dei diritti di tutti senza distinzioni. In pochi mesi, dirigenti sindacali, studenti universitari e liceali, professori, giornalisti, religiosi, avvocati, medici, artisti, intellettuali, neonati figli dei “sovversivi”, a migliaia iniziarono a scomparire…

La storia di Hilario Bourg fa parte dell’Archivio desaparecido, un progetto di memoria attiva del Centro di giornalismo permanente. Attraverso queste video interviste – alcune delle quali saranno pubblicate anche sul sito e i canali social di Left – gli autori, Elena Basso, Marco Mastrandrea e Alfredo Sprovieri, intendono ricostruire con una lunga inchiesta giornalistica le biografie dei cittadini italiani scomparsi durante gli anni delle dittature sudamericane degli anni ’70 e di chi è arrivato nel nostro Paese da esule politico. Le loro storie saranno contenute in un archivio multimediale libero e aperto a tutti. Per poterlo creare hanno aperto una raccolta fondi su Produzioni dal Basso: http://sostieni.link/24307

 

In cerca di Ana Libertad

(Dal libro “Figli rubati” di Federico TulliL’Asino d’oro edizioni, 2015)

Verso le ore 21 del 23 febbraio 1977, undici mesi dopo che una giunta militare aveva preso il potere in Argentina, scatenando quella ‘guerra sporca’ che fece conoscere al mondo il fenomeno dei desaparecidos, un commando di uomini armati e in divisa attaccò improvvisamente con gas e lacrimogeni uno studio dentistico a La Plata, una tranquilla cittadina a circa 60 chilometri da Buenos Aires, al cui interno si stava svolgendo una riunione tra attivisti del Partito comunista marxista leninista (Pcml). L’azione militare durò pochi minuti; secondo la testimonianza di alcuni vicini si concluse con la cattura di sei persone costrette a uscire dall’appartamento per via dell’aria irrespirabile. Héctor Carlos Baratti, Elena de la Cuadra, Eduardo Roberto Bonín, Pedro Campano, Norma Estela Campano de Serra e Humberto Luis Fraccarolli Molina vennero caricati a forza su delle camionette, incappucciati e portati via velocemente verso il V Commissariato cittadino.

In un giorno imprecisato di luglio dello stesso anno, Alicia (Licha) Zubasnabar de la Cuadra trovò un biglietto sotto la porta dell’appartamento in cui viveva a La Plata: «16/6 la signora ha avuto una bambina, non si sa dove sia la bambina, i genitori stanno bene, de la Cuadra» scriveva un anonimo confermando così ad Alicia e al marito Roberto che la loro figlia Elena, rapita al quinto mese di gravidanza e di cui non avevano più avuto notizie, aveva partorito.

La famiglia di Roberto e Alicia de la Cuadra era stata già duramente colpita dalla repressione. Il 2 settembre 1976, Roberto José, fratello di Elena e anch’egli membro del Pcml, era stato rapito in casa dei genitori. Sempre nel 1977 era stata la volta del marito di Estelita, sorella di Elena e Roberto José, Gustavo Fraire, e del cognato, Juan Raúl Bourg, e della moglie, Alicia Rodríguez Saenz. L’arresto di Gustavo costrinse Estelita a un esilio rocambolesco verso l’Italia dove viveva un altro fratello, Luis Eduardo: passò attraverso il Brasile dove entrò con suo padre, fingendo di essere una coppia di turisti. Poco dopo dovettero fuggire dall’Argentina anche l’altra sorella Soledad e il marito Carlos Horacio Bourg, fratello di Juan Raúl. Due giorni dopo il rapimento di Elena i suoi genitori cominciarono a cercarla e presentarono immediatamente una richiesta di habeas corpus all’autorità giudiziaria senza alcun esito. Non ebbero fortuna nemmeno su intercessione della Chiesa cattolica locale. Il loro colloquio con il vicario militare Emilio Teodoro Grasselli, che gli confermò l’arresto di Elena, fu descritto nel 2011 da Estelita de la Cuadra nel corso del processo contro il Piano sistematico di appropriazione dei bambini, leggendo alcuni appunti presi dal fratello Roberto durante l’incontro. Grasselli «dice che Elenita sta bene e che si trova vicino La Plata», lesse la sorella Estelita davanti ai giudici. «Dopo di che il vicario militare consigliò di interrompere le ricerche e di tornare alcuni giorni dopo. Forse avrebbe potuto aiutarli ad avere ulteriori notizie».

Ma quello di Grasselli era solo un modo per liberarsi in fretta di due persone disperate. Figura ambigua, il prelato per anni era stato fedele segretario di quel cardinale Antonio Caggiano che nel 1961 aveva firmato la prefazione di un libro di Jean Ousset, leader del gruppo della Cité catholique e teorizzatore della violenza cristiana contro i pericoli del marxismo leninismo. Secondo molte testimonianze, compresa quella di Estelita de la Cuadra, monsignor Grasselli aveva creato un ufficio nella cappella Stella Maris a Buenos Aires in cui riceveva i familiari dei desaparecidos. Accanto ai nomi dei morti aveva segnato delle croci, e molto probabilmente Elena era ancora viva quando il vicario parlò con Roberto e Alicia; ma da lui non seppero più nulla. Grasselli si adoperò anche per far fuggire all’estero molti ricercati e loro parenti; ma il fatto che procurasse dei biglietti aerei intestati al conto corrente della marina militare, unito alle informazioni sulla sorte dei desaparecidos, faceva pensare a un suo stretto legame con i loro assassini e torturatori. Un doppio registro molto diffuso tra le autorità ecclesiastiche argentine. E non era un caso che la Stella Maris fosse attigua al quartier generale della marina; proprio dove peraltro si trovava l’ufficio dell’ammiraglio Emilio Massera, uno dei capi della giunta. «Monsignor Grasselli», chiosa Estelita, «era uno che si divertiva a dare false piste ai familiari, pronunciando frasi del tipo: ‘Signora, corra a casa ché suo figlio è là che l’aspetta’. Cosa che poi non era vera».

Il 28 ottobre 1977, mentre Alicia Zubasnabar de la Cuadra sfilava con le prime madri di desaparecidos in Plaza de Mayo a Buenos Aires davanti alla Casa Rosada, sede del palazzo presidenziale, suo marito fu ricevuto da padre Jorge Mario Bergoglio, all’epoca provinciale dei gesuiti argentini. Poco tempo prima avevano ricevuto da Luis Velasco, un sopravvissuto del V Commissariato di La Plata (fratello del ct della nazionale italiana di pallavolo pluricampione del mondo, Julio Velasco), la conferma che il 16 giugno Elena aveva partorito una bimba: Ana Libertad.

[prosegue su “Figli rubati”]

 

Ci sono “eroi delle corsie” anche nei supermercati

«Siamo sfiniti. Stiamo lavorando otto-dieci ore di fila con la stessa mascherina da giorni perché sono introvabili e quelle che sono riusciti a darci sono quelle senza filtro. Ciò nonostante, stiamo dando il massimo. In cassa, nei banchi, nei reparti per rifornire gli scaffali, mentre discutiamo in continuazione con i clienti affinché rispettino la distanza di sicurezza. Talvolta veniamo insultati, presi in giro, perché diciamo che in due non si può entrare, che può accedere a fare la spesa un solo componente a famiglia».

Questa testimonianza di una commessa di una nota catena di supermercati – che ha chiesto a Left di rimanere anonima – è solo una delle molte grida d’allarme che arrivano dai lavoratori del settore. Costretti ad uscire di casa per rifornire scaffali e battere scontrini anche a pandemia in corso, affinché sia garantito un servizio essenziale per i cittadini come l’approvvigionamento di beni alimentari e di prima necessità.

Cassieri, commessi, addetti alle vendite: ogni giorno sfrecciano tra “corsie” diverse da quelle degli ospedali, ma proprio come medici ed operatori sanitari sono “in prima linea” tra chi lotta e resiste ai tempi del coronavirus. E anche loro, sovente, sono costretti ad operare in assenza delle misure minime di sicurezza. Tra scarsità generale di mascherine (a volte portate da casa dai lavoratori), tute protettive che restano un miraggio, vetri divisori in plexiglas alle casse presenti solo in una porzione dei punti vendita, assembramenti difficili da evitare, clienti irresponsabili che escono per comprare prodotti inessenziali o addirittura colgono la possibilità andare al supermarket durante il lockdown come una semplice occasione di svago.

«Siamo allo sbaraglio», «siamo allo sbando», «siamo in balia dei clienti», «[servono] tamponi immediati, siamo stati esposti come gli infermieri e per di più senza tutela» sono le dichiarazioni rilasciate dal personale della categoria ad AdnKronos.

In un supermercato di Mestre il 18 marzo due clienti hanno iniziato a sbeffeggiare senza motivo una cassiera, per poi tossigli in faccia per dispetto. Una delle due donne, successivamente identificata dalle forze dell’ordine, è risultata positiva al coronavirus. La dipendente, alla quale non erano ancora state consegnate le mascherine in dotazione, sotto choc, è stata messa in quarantena. A Livorno il 19 marzo un commesso si è preso un cazzotto da un avventore per avergli chiesto di rispettare la distanza di sicurezza. Accompagnato al pronto soccorso, gli sono stati refertati tre giorni di prognosi. E poi c’è il caso della cassiera 48enne di Brescia, morta il 20 marzo dopo una rapida malattia con sintomi sovrapponibili a quelli del Covid-19.

Il 26 marzo a perdere la vita è invece una guardia giurata che lavorava in un supemercato a Novara in corso Giulio Cesare. Era stato da poco trasferito nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Maggiore, dopo aver mostrato alcune complicanze legate all’infezione da coronavirus. Aveva 33 anni.

Vicende drammatiche, che ritraggono lavoratori “in trincea”, tra scaffali ed espositori. I loro numerosi sos hanno portato i sindacati a mobilitarsi, anche dopo il varo del “Protocollo per la sicurezza nelle aziende” in 13 punti firmato da confederali ed organizzazioni datoriali il 14 marzo, che di fatto derubrica a semplici raccomandazioni quelle che dovrebbero essere prescrizioni inderogabili a garanzia dell’incolumità dei lavoratori, come la pulizia dei locali e l’obbligo delle mascherine quando non si può rispettare costantemente la distanza interpersonale di un metro.

Le sigle sindacali hanno chiesto innanzitutto la rimodulazione delle aperture, per dare una boccata d’aria ai lavoratori. «Ridurre il nastro orario di apertura di tutte le attività commerciali e della ristorazione a 12 ore al giorno e chiudere nella giornata di domenica tutti i punti vendita, compresi quelli di generi alimentari» è la richiesta inoltrata dalle sigle di categoria di Cgil, Cisl e Uil al presidente del Consiglio Conte. «In assenza di risposte urgenti da parte del governo – prosegue la nota dei confederali – i sindacati non escludono azioni di protesta spontanee a livello territoriale».

«Restringimento degli orari di vendita al pubblico, una persona per famiglia, guanti e mascherine a norma per tutti, potenziamento della spesa online, chiusura domenicale di tutti gli esercizi commerciali. Perché altrimenti sarà un disastro annunciato. Salvate i soldati della Grande distribuzione organizzata», ha dichiarato Francesco Iacovone, sindacalista dei Cobas Lavoro Privato.

«Quei lavoratori che trovate nei supermercati – scrive Iacovone in un post – oltre ad essere esposti a un rischio altissimo, non sono preparati psicologicamente ad affrontare tutto questo. Non hanno il “pelo sullo stomaco” degli eroi della sanità. Non hanno le giuste protezioni e la paura vincerà sulla loro psiche già troppo provata. Non ho una soluzione stavolta, mi sento fragile anche io. Devo ripensare questa nuova condizione. Ma so che non ce la faranno a reggere per troppo tempo. Non sanno come abbracciare i propri figli al rientro a casa, a baciare le mogli e i mariti. Sempre in tensione per sperare in una distanza che non c’è mai. Sempre attenti a non togliere una mascherina che non ti protegge affatto perché logora e non a norma, quando c’è. Ecco, io non so come finirà tutta questa storia, ma loro – eroi per puro caso – ne usciranno a pezzi. Se ne usciranno. Se ne usciremo. A voi il mio sostegno e il mio affetto».

Le richieste dei sindacati, in alcuni casi, sono state recepite. Non dal governo, che al momento non ha disposto alcuna limitazione agli orari di apertura dei supermercati – neanche nel decreto del 22 marzo con cui viene estenso il fermo produttivo – ma dalle Regioni. Al momento: Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Sicilia, Campania e Calabria hanno disposto la chiusura di supermarket e alimentari la domenica e nei giorni festivi. Nel Lazio, invece, orari ridotti sia durante la settimana (8.30 – 19) che la domenica (8.30 – 15).

Anche alcune catene della Grande distribuzione organizzata, le insegne dove facciamo la spesa, si sono mosse autonomamente. Per prima lo ha fatto Coop, optando per due chiusure domenicali e la rimodulazione degli orari. A seguire molte altre aziende hanno modificato le proprie fasce di apertura, con misure in genere più blande.

Scelte che senza dubbio allentano la pressione sul personale dei supermercati in questo momento difficile e quindi non possono – da questo punto di vista – che essere applaudite. Scelte che vanno incontro anche all’esigenza di commessi e scaffalisti di poter rientrare agilmente a casa a fine turno, dato che in alcune zone d’Italia gli orari dei mezzi pubblici sono stati rivisti. Ma la riduzione delle aperture pone anche alcuni dubbi.

Secondo alcuni, il rischio è che i nuovi orari facciano aumentare gli assembramenti dentro e fuori i supermercati, e dunque incrementare le occasioni di contagio, specie se non vi sarà un salto di qualità della “maturità” dei clienti. Senza contare altre possibili maggiori difficoltà. Per gli operatori nel gestire gli accessi scaglionati a regime orario ridotto. Per chi continua a lavorare (personale sanitario, forze dell’ordine, ecc.) nel poter fare agilmente la spesa. Un altro effetto collaterale potrebbe essere il senso di allarme e urgenza che genera nelle persone l’idea che l’accesso agli esercizi commerciali sia disponibile per minor tempo, specie in un momento in cui il rifornimento di generi alimentari è avvertito come una preoccupazione primaria, circostanza che potrebbe generare ulteriori accalcamenti (come quello avvenuto all’Esselunga di Prato il 21 marzo, la cui foto è già diventata un simbolo).

Ora, a margine di queste previsioni, la cui validità potrà essere valutata con più accuratezza nei prossimi giorni – e fermo restando che le rivendicazioni di lavoratori e sindacati sono urgentissime, inderogabili e fuori discussione – sorge spontanea una considerazione. Nella settimana tra il 9 marzo e il 15 marzo le vendite dei supermercati sono state superiori in valore del 16,4% rispetto allo stesso periodo del 2019 a parità di negozi, secondo le stime di Nielsen. E anche le due precedenti settimane avevano visto un trend positivo a doppia cifra. Mentre se andiamo ad analizzare la crescita dell’e-commerce, ossia della “spesa online”, dal 17 febbraio al 15 marzo lo stesso istituto registra una crescita del 79,8%. Un andamento prevedibile, viste le inevitabili abitudini maggiormente “domestiche” degli italiani. Perché dunque non chiedere uno sforzo in più alle insegne dei supermercati?

Al di là delle pur lodevoli iniziative di beneficenza di cui le catene della Grande distribuzione organizzata si sono rese protagoniste – e mentre Federdistribuzione in una nota già si mostra preoccupata per il futuro calo dei consumi interni post emergenza Coronavirus – di fronte a queste cifre monstre relative alle vendite le principali insegne dei supermercati potrebbero dimostrare davvero attenzione per i consumatori e senso di responsabilità verso il Paese realizzando un serio piano di assunzioni per permettere una maggior turnazione dei lavoratori nei punti vendita – dove spesso, lo ricordiamo, operano non solo dipendenti ma anche personale reclutato dalle agenzie interinali e operatori di cooperative esterne, in una scala discendente di diritti e di tutele. Lavoratori che, gradualmente, potrebbero essere inseriti in pianta stabile negli organici dei supermercati ad emergenza conclusa. Perché il problema dell’eccessivo carico di lavoro dei commessi è esploso col coronavirus, certo, ma ha origini ben più radicate.

Una parte di questo personale potrebbe lavorare sia “sul campo” che in smart working per garantire la funzionalità della spesa online, in questo momento quasi impossibile da effettuare in tempi accettabili, come ha dimostrato una inchiesta del Salvagente. E questo a prescindere dalla modulazione degli orari di apertura.

Ai commessi, nei giorni scorsi, è arrivato un plauso persino da Walter Ricciardi, membro dell’esecutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza: «Vostro lavoro importantissimo, grazie», scrive su Twitter. Sarebbe il momento che anche le insegne dei supermercati ringrazino davvero i propri “eroi delle corsie”, e pure i consumatori che stanno garantendo loro extra profitti, non soltanto permettendo che si possa fare la spesa ed operare nei punti vendita in completa sicurezza (è il minimo), ma compiendo un investimento importante perché un servizio essenziale sia garantito nel migliore dei modi e nel rispetto della salute fisica e mentale del personale. Un ringraziamento non a parole, ma nei fatti. Vale la pena che governo e sindacati lo suggeriscano ai Big della distribuzione.

* Articolo aggiornato il 26 marzo alle ore 22.24

Sto imparando a dirti ti amo da lontano

Sto imparando a dirti ti amo da lontano. Era facile, prima, bastava prenderti la mano, me lo leggevi negli occhi, non servivano nemmeno parole. E invece adesso infiliamo i ti amo nei buchi del telefono, esce un ti amo a spaghetto che preghi con tutta la forza della quarantena che arrivi forte perché integro, no, integro non ci si riesce più, anche i ti amo escono sformati da questo tempo sospeso, spezzettati, disturbati, in vivavoce appoggiati sui lavelli. Sono ti amo che sono ombre di farfalle di cui possiamo solo immaginare il volo.

Stiamo imparando ad accarezzare per interposta persona. Abbiamo portatori sani d’affetto che imploriamo di metterci tutto quello che riescono dentro a quella mano che si appoggerà al viso della persona a cui vorremmo voler bene come ci avevano insegnato, senza bisogno di messaggeri così gravati da messaggi così facili. Per quelli che non sono mai stati bravi con le parole questa distanza è un braccio caduto, mozzato, un dover imparare di nuovo a esprimere sentimenti come se ti avessero staccato gli occhi.

Se potessimo appoggiare l’orecchio sul Paese, come se fosse una conchiglia, sentiremmo l’eco di persone che si amano e che si dicono che non accadrà più, che non accadrà mai più, che si promettono che non si faranno trovare impreparati, che staranno vicini alla prossima pandemia, che oggi sembra diventata un evento circolare che sparirà e tornerà, come se questo nodo in gola sia qualcosa destinato a ripresentarsi.

Stiamo imparando a mancarci senza prospettiva, ed è una mancanza che sbriciola il cuore, qualcosa che senti che c’è e che non ha nemmeno una sponda su cui lanciarsi. Ci stiamo abituando a dirci arrivederci che non hanno tempo, che rimangono sospesi, che sono urla lanciate nel deserto.

Sto imparando a non aspettare, mi sveglio tutte le mattine aspettandomi e provando a presentarmi nel modo migliore possibile, sperando ogni giorno di piacermi. Anche l’attesa ormai si è smunta: è un continuo, incessante, lavoro di costruzione di ponti su cui non possiamo passare e vorremmo farci scivolare tutto, rovesciarci dentro, credere che tutto tranne il corpo, ma tutto il resto sì possa passare.

Sto imparando a dirti ti amo da lontano. Ed è una scoperta dolorosa come l’apertura di una ferita che non si rimargina più. Ne usciremo vivi, ne usciremo, ma avremo tutti i pori talmente aperti che ci entrerà il vento.

Buon lunedì.

Olga sulle orme di Anna Politkovskaja

In this photo taken on Saturday, July 27, 2019, member of protester's group "Bessrochka" Olga Misik sits in front police officers during an unsanctioned rally in the center of Moscow, Russia. Bessrochka's best-known member 17-year-old Olga Misik is currently under arrest. (Alexei Abanin via AP)In this photo taken on Saturday, July 27, 2019, member of protester's group "Bessrochka" Olga Misik sits in front police officers during an unsanctioned rally in the center of Moscow, Russia. Bessrochka's best-known member 17-year-old Olga Misik is currently under arrest. (Alexei Abanin via AP) The Associated Press

«In Russia si ha paura persino di ridere per una battuta sul potere. Anche per questo molti giovani si avvicinano alla politica». Abbiamo parlato con Olga Misik, l’attivista diciottenne e studentessa di giornalismo, che sfida Putin leggendo in piazza la Costituzione che lui vuol manomettere

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È fortemente indignata Olga Misik per la controriforma della Costituzione russa che Vladimir Putin vuole imporre, cancellando l’ateismo, trasformando la Russia in uno Stato confessionale, mentre con un atto degno di uno zar cerca di allungare ulteriormente il tempo della propria permanenza al potere. La ragazza, oggi diciottenne, divenuta famosa in tutto il mondo per aver sfidato agenti in tenuta antisommossa con una protesta pacifica e democratica, oggi rischia la galera, ma non si lascia irretire. È stata più volte denunciata per manifestazione non autorizzata anche se lei non ha fatto altro che leggere a voce alta articoli della Carta su cui ha giurato lo stesso Putin. Terminate le superiori con ottimi voti ora studia giornalismo all’università statale di Mosca e intanto porta avanti la lotta non violenta in nome della libertà di parola, di espressione, contro ogni forma di discriminazione.

Per parlarci di tutto questo il 20 marzo avrebbe dovuto essere a Milano nell’ambito di Move on, un ciclo di incontri su diverse piazze del mondo, dal Cile, alla Spagna, alla Catalunya, a Hong Kong, realizzato dalla rete dei ricercatori della Fondazione Feltrinelli, ma il diffondersi del contagio ha imposto uno slittamento di data. In attesa di poterla incontrare dal vivo le abbiamo chiesto cosa ne pensa della sproporzionata reazione repressiva che ha accompagnato il suo gesto e quali conseguenze comporta per lei e per la protesta giovanile che sta crescendo a Mosca soprattutto fra chi, come Olga, non ha conosciuto altra Russia che quella comandata da Putin.
Ma cominciamo dalla domanda chiave:

Perché leggere la Costituzione in piazza oggi, in Russia, è diventato “sovversivo”?

Penso che fattori diversi abbiano concorso a far scattare la reazione delle forze dell’ordine: ha colpito la mia giovane età, ma anche il senso fortemente simbolico di quel gesto. Forse ha avuto un impatto così forte perché mi trovavo nel posto giusto al momento giusto. Hanno avvertito che qualcosa stava nascendo: un movimento, una reazione che fino ad allora non si era mai manifestata.

«A ciascuno sarà garantita la libertà di espressione e di parola», «I cittadini avranno diritto a riunirsi pacificamente», recita la Costituzione russa. Perché hai scelto di leggere gli articoli 3, 27 e 31?

Non è che alcuni articoli della Costituzione siano più importanti di altri. È solo che questi erano rilevanti per la manifestazione del 27 luglio scorso: parlavano di democrazia, diritto a elezioni eque e libertà di riunione.

Che cosa pensi dei cambiamenti della Carta voluti da Putin che i russi saranno chiamati ad approvare il 22 aprile in quello che lui vuole sia un plebiscito?

Penso che siano cambiamenti estremamente negativi. La Costituzione è un documento fondamentale, non può essere riscritta e modificata a piacimento. L’obiettivo principale che Putin sta perseguendo è dissacrare la Costituzione. Leggerla davanti alla polizia antisommossa è stato visto come un oltraggio ai suoi piani.

Prevedi ulteriori misure repressive?

Ho l’impressione che presto le vecchie versioni della Costituzione diventeranno pubblicazioni vietate. Lo deduco dal modo pesante con cui la polizia reagisce ai raduni. Tutte le vecchie edizioni sono già state ritirate dalla vendita. Questo non è un fatto accettabile.

Cosa pensi della costituzionalizzazione del rapporto con la Chiesa ortodossa?

Il riferimento alla religione, in primo luogo, distrugge l’identità della Russia come Stato secolare, questo è sempre stato un punto cardine. In secondo luogo, la Costituzione è scritta per tutti i cittadini. Il clero è solo una porzione specializzata in un certo lavoro. È ridicolo nominarlo in Costituzione, lo sarebbe anche menzionare i minatori o qualsiasi altra categoria professionale. Ma c’è anche un altro aspetto più generale. In Russia i preti vengono repressi se si schierano con prigionieri condannati benché innocenti, i bambini muoiono per mancanza di medicine, gli attivisti vengono uccisi, perseguitati e incarcerati, Putin non ha il diritto di parlare di Dio.

La protesta contro Putin sta crescendo fra i tuoi coetanei. Cosa minaccia di più il futuro delle giovani generazioni in Russia?

Ci sentiamo minacciati da questa assurda realtà: le persone ormai hanno seriamente paura non solo di uscire, ma anche di ridere per una battuta sul potere, magari vista online. E ciò che è più assurdo ancora è che non hanno torto. La loro paura non è infondata, già esistono casi di pene detentive inflitte per cose simili. Anche per questo i giovani si stanno interessando di più alla politica.

È un cambiamento recente?

Fino a non molto tempo fa erano contenti di dirsi ed essere apolitici. L’interesse per la politica nella mia generazione è cresciuto in gran parte grazie a Aleksej Naval’nyj (segretario del partito del Progresso e presidente della Coalizione democratica, di cui era copresidente Boris Nemcov, assassinato nel febbraio 2015, ndr). Tuttavia, a differenza di quel che accade oggi nelle proteste giovanili come quella dei Fridays for future, da noi è molto difficile trovare un attivista che abbia meno di vent’anni.

Come è organizzato il vostro movimento? Siete in contatto via Telegram? Il vostro modo di comunicare sembra piuttosto spontaneo e orizzontale. È così?

Quello che ho sempre notato è che la protesta più efficace è quella che non può essere pianificata. Anche per questo sostengo un’idea piuttosto utopica di disorganizzazione. Molte persone in Russia interessate alla politica comunicano tramite Telegram, perché è il social media più indipendente e sicuro che abbiamo.

Temete la censura?

Personalmente sto attenta alle parole, cerco di parlare sempre con cognizione di causa e al momento non vengo censurata ma mi addolora che altre persone ne siano colpite seriamente, fino a finire in carcere per una parola detta per caso.

Quando è scattato in te l’interesse per la politica?

A 17 anni. Tutto è cominciato quando sono andata a una manifestazione. Prima di allora, ero piuttosto disattenta a ciò che stava accadendo nel Paese, ma lì mi sono resa conto che quel che sta accadendo non è normale.

Prima citavi i Fridays for future, hai incontrato Greta? Che cosa pensi della battaglia che sta portando avanti contro il climate change e per uno sviluppo più sostenibile?

Non l’ho mai incontrata. Rispetto Greta e il suo movimento, ma provo una specie di insofferenza: è molto facile combattere per l’ambiente quando gli eco-attivisti non vengono uccisi nel tuo Stato. È facile pensare al riscaldamento globale quando il tuo governo non sta bruciando le sue foreste. È facile parlare alle Nazioni Unite quando non sei nato nel Kuzbass, dove le persone respirano aria nera e camminano sulla terra nera, che cede sotto i loro piedi.

Qual è il tuo obiettivo oggi?

Non penso in anticipo e non pianifico nulla oltre le due settimane. La mia vita ora è troppo imprevedibile e casuale per fare qualsiasi piano. Il mio sogno? Al momento non cadere nella disperazione.

Stai studiando giornalismo all’Università, hai letto i reportage dalla Cecenia di Anna Politkovskaja, la giornalista e attivista per i diritti umani, oppositrice di Putin, che fu uccisa nel 2006?

Sì, studio per fare la giornalista all’Università statale di Mosca, questa è la nostra università più prestigiosa. Ho letto Anna Politkovskaja, la ammiro moltissimo e spero un giorno di poter portare alle persone lo stesso beneficio. Anche a quel prezzo.

 

 

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 20 marzo 

SOMMARIO

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Il treno dei bambini, che storia

Nel suo romanzo “Il treno dei bambini”, Viola Ardone racconta una vicenda poco nota dell’Italia del dopoguerra. Per alcuni anni il Pci e le donne dell’Udi organizzarono affidi temporanei di ragazzi del Meridione nelle famiglie emiliane. «Come Amerigo, un bambino che lascia la madre e va alla scoperta del mondo», ci racconta la scrittrice

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Un treno carico di bambini che corre verso nuove città, nuove avventure, tante scoperte, in nome di una parola che suona quasi magica: la solidarietà. Sembra una fiaba, ma invece è una storia vera. Il treno dei bambini (Einaudi Stile libero, 2019) di Viola Ardone, infatti, racconta dell’operazione del Partito comunista italiano e dell’Unione donne italiane che, nel Secondo dopoguerra, dal 1946 al 1952, portò, in treno, circa 70mila bambini – soprattutto del Sud, ma non solo – nelle regioni rosse del Nord per affidi temporanei, così da tenerli lontani dalla miseria. Il libro di Ardone recupera una vicenda storica troppo spesso dimenticata, ma che parla anche al nostro presente, ricordandoci l’importanza dell’accoglienza, della solidarietà e della lotta contro le disuguaglianze. E ci fa sentire tutta la mancanza di un grande partito di massa che possa dare risposte, politicizzare e organizzare i sentimenti e i bisogni della società.

Com’è venuta a conoscenza di questa vicenda?
Si tratta di una vicenda che è stata documentata, ma prima di questo romanzo non era stata ancora narrata. Per questo forse molte persone non ne erano a conoscenza. A me è stata raccontata da un signore che su quei treni c’era stato. Le sue parole sono state una scintilla: tanti bambini che partivano senza i genitori verso una destinazione a loro forse ignota. Era una storia da raccontare!

 

Cosa l’ha spinta a scriverci un libro? Perché è importante raccontarla oggi, questa storia?
Quando mi è nata l’idea avevo sotto gli occhi non solo le immagini della Napoli del dopoguerra ma anche quelle dei minori che arrivavano – e continuano ad arrivare – da noi in Italia su mezzi di fortuna, di madri che affidano la sopravvivenza dei loro figli alla sorte e alla solidarietà degli sconosciuti che troveranno sul loro cammino. Le storie di migrazioni sono le storie del genere umano. Da sempre l’umanità è in movimento alla ricerca della dimensione di vita migliore per sé e per le generazioni future. Negare questo significa non aver mai aperto un manuale di storia. L’accoglienza, l’incontro non sono mai semplici. Chi parte dalla sua terra deve abituarsi a nuove regole e linguaggi; chi accoglie deve far spazio all’altro e modificare il proprio modo di vivere, declinare le proprie convinzioni in relazione al nuovo. Per questo sono convinta che l’accoglienza debba essere frutto di una organizzazione e di un progetto condiviso. Altrimenti i singoli cittadini diventano vittime della paura, che è fonte di intolleranza e razzismo, soprattutto se queste tematiche vengono strumentalizzate dai politici.

L’illustrazione dell’articolo è di Vittorio Giacopini 

Appello per una sanatoria non più rinviabile, quella degli immigrati senza permesso di soggiorno

L’irregolarità, che raramente è scelta ed è quasi sempre una costrizione, porta spesso a vivere in ambienti insalubri e di fortuna, condivisi con altre persone e questo significa essere tanto esposti quanto divenire canali di contagio per il coronavirus

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Una sanatoria per tutte le donne e gli uomini provenienti da paesi extra UE e prive di titoli di soggiorno presenti sul territorio nazionale. È la proposta lanciata da Legal Team Italia, Campagna LasciateCIEntrare, Progetto Melting Pot Europa, Medicina Democratica e merita attenzione, non solo perché in poche ore vi hanno aderito numerose associazioni, forze sociali e politiche impegnate sui temi dell’immigrazione.Facendo riferimento allo scenario complessivo, in un appello lanciato il 20 marzo, i promotori affermano: «È scomparsa dal dibattito pubblico, semmai ci fosse entrata, la discussione, pur ancora allo stato embrionale, sulla possibilità per il governo di emanare un provvedimento di sanatoria dei migranti che soggiornano irregolarmente nel nostro Paese, tema oggetto dell’Ordine del giorno votato il 23 dicembre 2019 alla Camera dei Deputati in sede di approvazione della legge di bilancio e ribadito dalla ministra dell’Interno Lamorgese il successivo 15 gennaio 2020. Il tema, però non può essere accantonato e rimandato a tempi migliori, anzi diventa ancor più rilevante e urgente nella contingenza che ci troviamo ad attraversare».

Alla fine del 2018 si stimava in una cifra variabile fra i 400 mila e i 600 mila il numero degli “irregolari”, di questi in molti lavorano, soprattutto al nero, alcuni anche contrattualizzati. Una cifra in crescita non a causa di nuovi arrivi quanto per le disposizioni che cancellano la protezione umanitaria per molte persone giunte a cui è stato negato l’asilo; la chiusura delle frontiere, nata non certo con le dichiarazioni della presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, non fa che confermare l’inadeguatezza della gestione delle politiche migratorie in Europa e a maggior ragione in Italia. «Nel nostro Paese – riprende l’appello – alla endemica mancanza di canali regolari e continuativi di ingresso (il sostanziale azzeramento delle pur insufficienti opportunità offerte dai flussi annuali e l’abolizione della figura dello sponsor hanno di fatto blindato le frontiere) e di qualsiasi forma di regolarizzazione a regime per chi già si trovi nel territorio italiano, si devono aggiungere la riclandestinizzazione operata dalla legge Bossi-Fini (in conseguenza del rapporto inscindibile tra disponibilità di un lavoro e permesso di soggiorno) e gli effetti della controriforma salviniana, che ha abrogato le norme che consentivano il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari ai richiedenti asilo».

Ovviamente e per mille ragioni: etiche, di diritto internazionale, per l’indisponibilità dei paesi di provenienza a riaccogliere e da ultimo anche per i costi, la questione non può essere risolta con la logica tanto decantata, nel centro sinistra come nel centro destra, dei rimpatri. La proposta che quindi viene avanzata è quella di una sanatoria generalizzata, che abbia come unici requisiti il dato fattuale della presenza in Italia e « la previsione per il futuro di una regolarizzazione individuale a regime che consenta di ottenere il permesso di soggiorno allo straniero, che ne sia sprovvisto e che presenti determinati requisiti (solo a titolo esemplificativo: un’offerta di lavoro, condizioni personali di vulnerabilità, uno sponsor che si faccia carico dell’ospitalità e del mantenimento, ecc.)». Ed è significativo ora questo appello perché alle già buone ragioni esposte si aggiunge il fatto che per tutelare la salute collettiva, compresa quella dei sans papier, è necessario garantire un accesso per tutte e tutti alla sanità pubblica. Chi è irregolare non può essere iscritto al SSN, non può avere un medico di base ma soltanto esigere le prestazioni sanitarie urgenti e quindi si ritrova ad affollare i posti di pronto soccorso con tutte le problematiche che questo determina.

L’irregolarità, che raramente è scelta ed è quasi sempre una costrizione, porta spesso a vivere in ambienti insalubri e di fortuna, condivisi con altre persone e questo significa essere tanto esposti quanto divenire canali di contagio per il coronavirus. Nell’appello si utilizza giustamente il termine “agganciare” riferendosi ai tanti invisibili per garantire pienezza di diritti “quantomeno di quelli che il sistema riconosce come diritti universali, in primis quelli alla salute e a un’esistenza degna”. (Per aderire collettivamente o individualmente è necessario inviare una mail a [email protected]). Interessanti le osservazioni apportate all’appello da Sergio Bontempelli, oltre che nostro collaboratore, esponente dell’associazione Diritti e Frontiere (ADIF) che ha sottoscritto l’appello. Una eventuale sanatoria è ma non risolverebbe i problemi posti dal coronavirus. La procedura di regolarizzazione richiederebbe infatti la presentazione delle domande da parte dei migranti, la valutazione dei fascicoli da parte delle Questure e il successivo rilascio del permesso di soggiorno: operazioni difficilmente eseguibili in tempo di epidemia (come gestire le file per il rilascio dei permessi, ad esempio, visto che la consegna materiale del documento non può essere informatizzata?), e che in ogni caso richiederebbero mesi per essere concluse.

Ciò non significa che sia sbagliato chiedere la regolarizzazione: ma che dobbiamo accompagnare questa richiesta con altre proposte che tengano conto della straordinarietà e dell’urgenza della situazione. In concreto, il Governo potrebbe emanare un decreto urgente che sospenda il legame tra permesso di soggiorno e accesso a determinati diritti e servizi. Si potrebbe pensare ad esempio alla sospensione temporanea della validità di alcune norme del Testo Unico, come l’art. 34 comma 1 (accesso al Servizio Sanitario Nazionale per gli stranieri regolarmente soggiornanti), l’art. 40 (accesso agli alloggi sociali e di emergenza abitativa, sempre per gli stranieri regolari) e l’art. 41 (accesso alle prestazioni del servizio sociale riservato ai titolari di permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno).

In via provvisoria, si dovrebbero garantire tutti questi servizi (sanità, alloggio, provvidenze sociali ecc.) alle persone presenti a qualsiasi titolo in Italia, indipendentemente dalla titolarità di un permesso di soggiorno e dalla residenza anagrafica. La segnalazione della presenza in Italia, effettuata dalle autorità di polizia, da quelle sanitarie o dai servizi sociali potrebbe poi valere come richiesta di emersione nell’ipotetica sanatoria». A chi, da “destra” ha ormai connaturata l’equazione fra xenofobia e ricerca del consenso, tali proposte non risulterebbero pragmatiche e utili a tutti, difficilmente farebbero cambiare opinione. Ma nel tessuto democratico che nel Paese resiste e in quelle istituzioni che stanno anche mostrando buon senso, di fronte ad una emergenza vera, non falsa come quella in nome di cui si voleva lasciare in mare naufraghi, beh non è detto che non si possano avanzare che proposte come queste di puro buon senso. Che qualcuno le faccia proprie.

«Children are not tabulae rasae»

Thinking about the episode of alleged irregular foster care cases in Reggio Emilia, we asked psychiatrist Andrea Masini to tell us what might happen when a social worker assumes that he or she is facing a case of domestic violence or family abuse.

Psychiatrist and psycotherapist Andrea Masini is the director of the scientific journal Il sogno della farfalla and professor in the Dynamic Psychotherapy School Bios Psichè.

«Nowadays there is still a cultural and historical prejudice against the human reality of children: the idea of them being tabulae rasae. Indeed, the attitude towards children is often motivated by the image of them being blank slates to write on. This idea even prevails in people who are regularly in contact with children, due to their professions, and who thus could prompt children to say things that they wouldn’t otherwise say. And children say what is suggested by adults because they naturally trust them, unfortunately». Recently (around 5th July 2019) there was much talk about the “Angels & Demons” investigation into alleged illegal foster care cases regarding children from the province of Reggio Emilia. Respecting the presumption of innocence enjoyed by all people involved in various ways in the inquiry, we asked psychiatrist Andrea Masini to explain what can happen when a specialist assumes that he or she is facing a case of domestic violence or family abuse involving minors. Regarding the Reggio Emilia case the Public Prosecutor, Marco Mescolini, told Ansa, the leading wire service in Italy, about «brainwashing of children» to create false memories (in order to remove these children from their parents and place them in other families). In a word: plagium. Nonetheless Mescolini dutifully added that «it is not the system of foster care under investigation, but rather the people involved in the Reggio Emilia case».

Professor Masini, how should we relate to a child if we want to understand if he or she has actually been abused by one of his/her parents?

Carrying out an interrogation” or questioning a child is always very difficult, especially if we take for granted that something happened. I can clearly see that often the problem is the presence of a mentality according to which children know nothing and need to be taught what to say. On the contrary, relating with children, we must always put ourselves in a position of authentic, participative and empathetic listening. Because, as clearly stated in Human Birth Theory by Massimo Fagioli, every child holds knowledge, possesses intelligence and the capability to comprehend what happens around him/her. If this approach is lacking, any kind of relationship can be negatively affected, whether it involves a social worker, a magistrate or a psychotherapist.

Some stress the importance of asking indirect questions, to avoid suggesting standard answers.

If that kind of prejudice against children’s reality is present, even indirect questions can prove ineffective. We need to think and imagine the child as a knowledgeable human being, who knows things and, consequently, can explain them to others, in his/her own way and using his/her own words.

For youngsters, what are the consequences of this kind of prejudice?

Children can feel it, through their emotions, but they cannot prevent the psychological wound that such prejudice inflicts upon them; this moreover because it is a prejudice that is neither clearly expressed or verbalized. Furthermore, as this prejudice is very common in our culture, children may have already experienced it in their relationships with their parents, their families, or at school. This idea of a tabula rasa to be filled in by adults is still very common in our culture.

How can we overcome this situation?

We need a paradigm shift, both in Culture and Science, and we must recognize that children, using their own ways of expressing themselves, surely have a very deep and precise knowledge about relationships, about what they have been through and what life is about. If we fail to acknowledge this, we can neither imagine nor see the development process children are constantly involved in, learning language and how to cope with society. We must be aware of their capabilities and of their potential, so that we can put ourselves in a dimension of authentic listening: “I’m actually trying to understand what he or she is telling me”. This is worthwhile for doctors, social workers, and parents. But very often adults relating to youth have pre-formed judgements, made up before listening to them, even when they are assigned to delicate tasks as in the case of welfare officers, psychotherapists, or magistrates. Consequently, these adults make the situation they are facing fit their pre-formed judgements, without seeking to understand what a child is actually trying to say.

Prosecutor Mescolini said that the system of social welfare is not in question. What do you think?

Social workers often save the lives of children who are mistreated, abused, or even worse. But sadly, in clinical practise, I can see that some welfare officers make serious mistakes.

Is this due to the prejudice we talked about?

It can happen that a social worker interprets a drawing done by a child only on the basis of the conviction he or she has already formed without giving proper attention to the youngster. So the report he or she files with the magistrate may be written in a manner that leads not-so-bad mothers to lose their parenting role. And their kids are placed into foster care. I am a psychiatrist for adults therefore I am regularly involved in the psychiatric examination and evaluation of parents. Sometimes they seem like nice people, other times just one of them has problems (e.g. addiction), yet the kids are taken from both parents, even, for example, when the mother has been trying to protect her child/children.

Is there a way to avoid all of this?

If a social worker reports that he or she thinks that a child is suffering, the magistrate can decide to remove the youngster from his or her home. As we saw in the Emilia Romagna case, the system of foster care leaves the decision of what to do in the sole hands of social workers.

Are they trained to do a psychological evaluation?

It depends. Older social workers have qualifications comparable to those of kindergarten teachers. Nowadays younger social workers have to complete University studies to obtain their job. The point is that the new law needs to be fixed; everybody knows it doesn’t work. It’s too unbalanced, even for social workers themselves. If something bad happens to the minor they interviewed concluding he or she was not in danger, all the responsibility falls on their shoulders, even if they did not have the specific competency to evaluate the situation. A real change is needed also to protect social workers themselves: it is in their own interest. Because while it is true that they have great authority, if something happens, they are the only ones that are held responsible.

Translated by Ludovica Valeri, revised by Micheal Louis Stiefel

La versione in italiano è disponibile qui