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Sevizio pubblico

Qualcuno dica ai maggiorenti della Rai che possono anche smettere di fare i falsi sovranisti per leccare ministri che non sono più ministri e magari potrebbero, allo stesso tempo, occuparsi di fare il servizio pubblico così come previsto dall’atto costitutivo e magari smetterla di essere un sevizio pubblico che continua a lasciare spazio a ignobili conduzioni e a tutte le bugie che qualcuno insiste nel propinarci.

Qualcuno ad esempio potrebbe dire a Bruno Vespa che sulla violenza sulle donne ci sono decine di esperte e di esperti che potrebbero spiegargli come sia stato capace di usare tutti i peggiori luoghi comuni (oltre ai putridi risolini) mentre intervistava, appunto, una donna vittima di violenze riuscendo nella memorabile impresa di rivittimizzare la vittima un’altra volta.

Qualcuno potrebbe anche fare notare a Salvini (che insiste nel dire che con lui sono diminuiti gli sbarchi e sono diminuite le vittime nel Mediterraneo) che i dati del ministero che lui presiedeva lo smentiscono in toto certificando ben 1.369 vittime (ben più di Minniti che aveva avuto a che fare con un numero maggiore di partenze) e gli sbarchi che dice di avere bloccato sono tutti avvenuti in porti che non sono mai stati chiusi. Sarebbe bello che qualcuno glielo facesse notare, del servizio pubblico.

E, più in generale, forse sarebbe il caso che ci si ricordi che il lavoro del giornalista consiste nel porre domande e non nell’essere megafono delle opinioni di chi sta al potere. Sarebbe un bel modo anche per ricordare il compleanno mancato di Giancarlo Siani, che era giornalista giornalista.

A proposito: Siani era un precario sottopagato. Sarebbe da tenersi a mente anche questo. Visto che i giornali che lo stanno celebrando potrebbero farsi un esame di coscienza.

Buon venerdì.

Per approfondire, leggi Left in edicola dal 20 al 26 settembre

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Yemen, oltre la fine della guerra

Si intitola “Yemen, nonostante la guerra” il documentario di Laura Silvia Battaglia in onda su Rai3 giovedì 19 settembre in seconda serata. Il video, prodotto da Todos Contentos y yo Tambien Napoli e GA&A in collaborazione con Rai Doc3, è frutto del lavoro di Laura Silvia Battaglia, giornalista italo-yemenita, voce di Radio3 Mondo e collaboratrice di Left, che ha vissuto per alcuni anni in Yemen, da cui si è allontanata temporaneamente all’inizio della guerra, per poi rientrarci più volte durante il conflitto. E sono storie di resistenza della società civile quelle che racconta nel documentario. Come questa uscita su Left, di cui pubblichiamo alcuni stralci.

Faris al Shaibani osserva con soddisfazione i chicchi rossi di caffè, appena depositati sui tavoli da lavoro da Ruwad al Hayma. Ruwad, contadino, è arrivato da sud e ha percorso molti chilometri per essere qui, in questo cortile dentro la città di Sana’a pieno di tavole su cui una serie di lavoranti, muniti di cappellini, procede alla selezione delle bacche e alla loro essiccazione.

Eppure, nonostante la strada e la tensione, Ruwad non sembra provato. Aspetta di sapere se Faris, guardando la qualità dei frutti dei suoi alberi da caffè, accetterà che lui possa essere il cinquantesimo tra i coltivatori yemeniti dell’etichetta Qima Coffee, nonché il primo coltivatore dalla località di Ans, nel governatorato di Dhamar. Faris, dopo avere scrollato la capigliatura nerissima e atteso che il muezzin del minareto aggettante sulla sua fabbrica smetta di richiamare il circondario alla preghiera, guarda Ruwad e dice: «Benvenuto, le tue piante sono buone».

Ruwad allarga in un sorriso il viso cotto dal sole e sformato da una guancia troppo grossa, per le frequenti masticature del qat (la droga da meditazione locale, ndr), poi i due si stringono la mano e si abbracciano. Il contadino non fa nemmeno in tempo a eclissarsi tra i banchi da lavoro per l’essiccazione del caffè, portando in giro la sua preziosa mercanzia, che un altro pick up strombazza davanti al portone. «È una giornata impegnativa – dice Faris -. Ho molte audizioni con diversi agricoltori provenienti da altre provincie».

Il sogno di Faris sta diventando, a poco a poco, realtà. Questo bel giovane yemenita con un accento britannico perfetto ha deciso di giocarsi il tutto per tutto e ci sta riuscendo. Il suo amore per il caffè è un concentrato di piaceri, doveri e interessi: piaceri nei confronti della materia prima; doveri nei confronti del suo tributo al Paese di origine della sua famiglia, migrata cinquant’anni fa in Inghilterra; interessi perché Faris è, prima di tutto, un imprenditore: «Mi sono imbattuto nel caffè innanzitutto perché lo amo, e anche perché in Yemen il caffè è una merce prodotta dalla comunità dei coltivatori. E ho pensato: se mi posso occupare di questo, venderlo e produrne una buona qualità, forse posso connettere i coltivatori al business, dare loro indietro dei ricavi e migliorare la loro vita durante la guerra»…

Il racconto completo di Laura Silvia Battaglia si può leggere nel libro: Il giro del mondo in 15 reportage

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Caro governo, ascolta le donne

A display of hundreds of red shoes spread as protest against violence toward women in Israel at Habima Square in Tel Aviv, Israel, Tuesday, Dec. 4, 2018. A nationwide strike in protest of violence against women commemorating the 24 victims of domestic violence with thousands of men and women calling on the government to take action against domestic abuse. (AP Photo/Oded Balilty)

Mentre assistevamo alla crisi politica più stramba della storia repubblicana, se ne consumava un’altra meno visibile, meno raccontata, meno indagata a fondo dai media. Una crisi che in realtà si verifica senza soluzione di continuità durante tutto l’anno, ma è quello estivo uno dei periodi in cui i centri antiviolenza registrano il maggior picco di richieste di accoglienza da parte di donne in fuga – da sole o con i loro figli – da relazioni pericolose per la loro incolumità psicofisica. Certo non per colpa del caldo. «I periodi festivi in genere sono sempre quelli di maggior lavoro per i centri antiviolenza» ci racconta Francesca Innocenti, presidente del Centro donna Lilith di Latina, che è in grado di fare una statistica attendibile in quanto dal 1991 a oggi più di tremila donne vi sono state ospitate, e dal 2003 almeno 200 bambini vi hanno trovato rifugio con le loro mamme.

La casa rifugio del centro Lilith con soli sette posti letto disponibili potrebbe sembrare una piccola realtà, ma i numeri rendono bene l’idea di quanto sia importante la sua presenza sul territorio. Considerando anche che sono gli unici posti disponibili in tutta la provincia di Latina dopo che l’altra casa rifugio della zona è stata chiusa. E questo purtroppo non è un caso isolato. Come i nostri lettori sanno, più volte purtroppo ci siamo trovati a denunciare la scarsa sensibilità delle amministrazioni locali di fronte al ruolo sociale che ricoprono i centri antiviolenza. Si pensi alla Casa internazionale delle donne di Roma che è sotto sfratto. Oppure al Centro di Tor Bella Monaca che ha rischiato di scomparire più volte per mancanza di fondi. Siamo in uno dei quartieri più “problematici” della Capitale e qui nel 2015 è stata inaugurata la biblioteca “Marie Anne Erize”. Questo polo culturale interamente aperto al pubblico con il patrocinio del VI Municipio di Roma e delle Ambasciate d’Argentina e di Francia vanta un patrimonio di oltre 3mila volumi. Ed è impossibile non pensare a quello che sta accadendo sempre a Roma, dove lo sgombero della casa delle donne Lucha y siesta ha privato la capitale del 60% dei posti letto disponibili in case rifugio (secondo la Convenzione di Istanbul dovrebbero essere trecento, ora non arrivano a cinquanta). Allargando lo sguardo sulla situazione italiana, l’associazione D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) ha rilevato che nel 2017 in Italia i centri antiviolenza hanno accolto 13.956 nuovi casi, di cui il 15% erano donne tra i 18 e i 29 anni. Anche questo dato ci fa capire che la situazione è critica, ma dal nuovo governo non arrivano segnali incoraggianti.

Nel programma del Conte II – che su 21 ministri conta solo 7 ministre – si parla soltanto una volta delle donne, e in chiave imprenditoriale. Dire che la prevenzione dei femminicidi e la lotta alla violenza sulle donne resta marginale è dire poco. E non si può certo pensare di aver risolto la questione con il Codice rosso, basti pensare ai dieci omicidi – tra cui quelli di Elisa Pomarelli, Atika Gharib ed Eleonora Perraro – avvenuti dall’8 agosto in poi, giorno in cui è entrata in vigore la legge 69/19. Una norma pensata anche per velocizzare l’iter giudiziario delle denunce contro un uomo violento. Ma la velocità è proprio il difetto più grande di questa misura. «Il Codice rosso non considera il volere delle donne», osserva Francesca Innocenti. Quello che ha rilevato nel suo centro antiviolenza di Latina, infatti, è che non si rispettano i tempi, diversi per ciascuna donna, necessari a prendere consapevolezza della violenza subita che molto spesso non lascia lividi ma è invisibile perché agisce a livello psicologico. «Lavorare…

L’inchiesta di Alessia Gasparini prosegue su Left in edicola dal 20 settembre 2019

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Libere di vivere

La politica dell’odio, della discriminazione, del fondamentalismo religioso non abita più al Viminale. Con nostro grande sollievo. Ma ancora nella sua versione tribale è andata ancora in scena a Pontida, in un tripudio di frasi ingiuriose contro gli immigrati, i terroni, gli ebrei e contro chi fa informazione.

Il pensiero di destra è elementare, si basa sul principio vita mea mors tua, vorrebbe imporre un’idea di società chiusa, egoista, cementata dalla costruzione di un nemico, basata sull’ideologia del clan padrone a casa propria.

Quella che Salvini e i suoi volevano imporre a tutti noi è una visione della società basata sul sangue, sul possesso, sulle sedicenti ed escludenti radici cristiane dell’Europa. La volevano imporre per legge con provvedimenti come il ddl Pillon che resuscitava una oppressiva figura di paterfamilias inquisitore di donne e bambini.

Di fronte a questo scenario è certamente una buona notizia che la ministra delle Pari opportunità e per la famiglia, Elena Bonetti, abbia dichiarato di non avere alcuna intenzione di prendere in considerazione e discutere il ddl Pillon («inadeguato e dannoso»). Purtroppo, però, non basta allontanare i leghisti per debellare la piaga di politiche confessionali e lesive della laicità che è principio supremo dello Stato (vedi la sentenza della Consulta del 1989 ricordata dal segretario Uaar, Grendene). Il cardinale Bassetti, capo della Cei, tuona: «Va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente». La Chiesa, che sa di poter contare su ampie frange di politici italiani genuflessi, ha fatto e fa molta pressione perché l’Italia non abbia una legge sul fine vita degna di uno Stato moderno e civile. L’arretratezza dell’Italia su questo punto, rispetto al quadro europeo è efficacemente tratteggiata in questo sfoglio dall’inchiesta di Antonini.

Il governo Conte II promette azioni di riformismo sociale, parlando di salario minimo, interventi nelle periferie, investimenti nella sanità, nella scuola, per uno sviluppo ecosostenibile. Noi di Left vorremmo sollecitarlo e incalzarlo perché affronti anche questioni fondamentali che riguardano i diritti delle persone e la lotta alla violenza sulle donne.
L’Italia è un Paese sicuro, con il numero di omicidi e di aggressioni costantemente in calo, ma i dati del Viminale dicono anche che le donne sono le principali vittime: dei 145 morti ammazzati nel contesto familiare tra il 1 agosto 2018 e il 31 luglio 2019, il 63,4% sono donne, uccise non da stranieri, come blaterano le destre, ma da compagni, familiari, amici. Le leggi non bastano a fermare questa strage, tornano a denunciare Non una di meno, Di.re e altre associazioni chiedendo al governo un’interlocuzione. (La manifestazione del 27 settembre contro il ddl Pillon è stata sospesa, ma non annullata, avvertono). Né servono provvedimenti emergenziali.

«I femminicidi, purtroppo, non sono un’emergenza temporanea», come scrive Alessia Gasparini raccogliendo voci di attiviste ed esperte e come documenta qui in modo ampio e scientifico Maria Giuseppina Muratore. Per questo, oltre alla piena applicazione del protocollo di Istanbul, serve fare prevenzione, per questo occorre un cambiamento radicale di paradigma culturale che non è ancora avvenuto completamente in Italia (su cui grava la presenza del Vaticano, ma anche una granitica struttura patriarcale che dalla romanità è arrivata fino ad oggi). Come donne abbiamo conquistato diritti civili ma è ancora ampiamente negato il nostro diritto a realizzare un’identità culturale e sociale. Sono state proprio scelte di rifiuto, di separazione, di autonomia da parte delle donne a far scattare la violenza assassina di uomini come l’«amico» di Elisa Pomarelli, che Il Giornale scandalosamente ha definito «gigante buono», che «l’amava tanto», mentre Repubblica ha parlato di amore respinto, uccidendola assieme una seconda volta. Dove c’è violenza non c’è amore, che è rapporto profondo, interesse per l’altro, per la sua realizzazione. Dove c’è violenza ci sono rapporti patologici che nulla hanno a che fare con il desiderio. Molto c’è ancora da fare perché le donne stesse aprano gli occhi sulla violenza non solo fisica ma psichica e “invisibile” che si può nascondere dietro comportamenti apparentemente solleciti, di impetuoso corteggiamento, di gelosia, maschera di un asfissiante controllo.

La violenza non è un dato connaturato alla natura umana come la Bibbia ci vorrebbe far credere, asserendo che saremmo tutti figli di Caino. Lo abbiamo scritto tante volte e continueremo a farlo, la stampa, i media hanno uno grande responsabilità. Se la tv pubblica fa disinformazione parlando di «amore criminale» (un vero ossimoro!), se i giornali continuano a parlare di «raptus», di «eccesso di passioni» ogni volta che si trovano a dover raccontare un femminicidio, abdicano al proprio dovere costituzionale di fare corretta informazione. Con i libri di Left Contro la violenza sulle donne e Libere di essere e di pensare, con il lavoro assiduo su questi temi che abbiamo svolto dal 2006 e con questa storia di copertina che si avvale degli autorevoli contributi della psichiatra Barbara Pelletti e delle avvocate Teresa Manente e Stefania Iasonna vogliamo continuare a dare un contributo attivo per un radicale cambiamento culturale. Non è un caso che siano state proprio loro a collaborare perché Sara Di Pietrantonio avesse giustizia e perché non solo la violenza fisica ma anche la violenza psicologica dello stalking fosse riconosciuta nella sentenza, come è accaduto nelle settimane scorse, facendo fare un passo avanti ai diritti di tutte e di tutti.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 20 settembre

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«Il Parlamento non si dimentichi del fine vita», l’associazione Coscioni in piazza per l’eutanasia legale

Militanti del Partito Radicale in Piazza Montecitorio, davanti alla Camera dei Deputati dove depositeranno gli scatoloni con le firme per il referendum sull'eutanasia legale, il 13 settembre 2013 a Roma. ANSA/ GUIDO MONTANI

Una manifestazione che è anche un concerto. Si chiama Liberi fino alla fine e si terrà stasera, 19 settembre, dalle 17 in poi a Roma, nei giardini intitolati a Piergiorgio Welby (in piazza San Giovanni Bosco). L’evento è promosso dall’associazione Luca Coscioni, di cui fa parte Marco Cappato, che nel 2017 accompagnò Fabiano Antoniani (in arte Dj Fabo) in una clinica in Svizzera dove si sottopose al suicidio assistito.

La manifestazione ha lo scopo di fare pressione sul Parlamento affinché entro il 24 settembre si esprima in merito al divieto di aiuto al suicidio previsto dall’articolo 508 del Codice penale, come richiesto dalla Corte costituzionale. Il 24 settembre, ricordiamo, è la data in cui la Consulta ha fissato l’udienza pubblica su Istigazione o aiuto al suicidio – incriminazione delle condotte di aiuto al suicidio in alternativa alle condotte di istigazione. Sulla violazione dell’articolo 508 è stato improntato tutto il processo a Cappato, che dopo aver accompagnato Antoniani in Svizzera si è autodenunciato. Durante il processo alla Corte d’appello di Milano, però, sono stati sollevati dei dubbi sulla legittimità e l’attualità dell’articolo, che risale al Codice Rocco del 1931, rimandando la decisione alla Corte costituzionale. Secondo l’ordinamento attuale, Cappato rischia da 5 a 12 anni di carcere per aver aiutato Antoniani a mettere fine alla sua vita, che verteva ormai in una condizione che lui giudicava insopportabile. Una legge di iniziativa popolare sul fine vita è stata depositata sei anni fa, ma non ha mai avuto seguito in Parlamento.

Nel frattempo, dalla Conferenza episcopale italiana sono già partite le critiche e gli ammonimenti ai giudici in merito al decidere sulla incostituzionalità dell’articolo 508. Secondo il cardinal Gualtiero Bassetti, a capo della Cei, «vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente». 

 

Per approfondire, leggi l’inchiesta di Checchino Antonini e l’articolo del segretario Uaar, Roberto Grendene, su Left in edicola dal 20 settembre

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C’è già il futuro. Mancano gli occhi

Mi ha colpito molto leggere una notizia che ha dato il Corriere della Sera in cui si racconta di questo asilo a Prato in cui si insegnano tre lingue (il lunedì e il martedì si parla in italiano, il mercoledì e il giovedì in cinese mentre il venerdì e il sabato si parla in inglese) frequentato da bambini italiani, francesi, peruviani, marocchini, egiziani, rumeni e cinesi dai tre ai sei anni.

Prato, del resto, è una città con altissima immigrazione (le cifre ufficiali parlano di almeno trentamila persone) e ha inevitabilmente dovuto fare i conti con l’integrazione al di là dell troppe cretinate a cui dobbiamo assistere per ignoranza e per propaganda.

In tutto questo c’è anche il fatto che l’asilo “Isola felice” (perché sì, si chiama proprio così) è gestito da cinesi ma non è per niente una scuola cinese come ci si potrebbe aspettare seguendo la solita retorica delle comunità chiuse. La direttrice  Giulia Hu infatti si sente in dovere di chiarire: «Attenzione però, noi non siamo una scuola cinese di cinese c’è solo la gestione, siamo una materna parificata e dunque seguiamo gli standard ministeriali italiani». Evidentemente abituarsi a uno scambio bidirezionale è un’impresa.

Poi c’è la frase di una mamma italiana che racconta perché ha deciso di iscrivere il figlio: «Semplice: oltre a imparare tre lingue i bambini si abituano a vivere e a pensare in modo globale e multietnico. Il metodo pedagogico è eccellente, la scuola ben attrezzata, funzionale, ha ottimi servizi. Il futuro è multiculturale. Bisogna abituarci a convivere con più culture sin da piccoli».

E mentre leggevo la notizia pensavo che in fondo il futuro, quello che viene declamato con tanto ardore da alcuni aspiranti progressisti molto innamorati di se stessi, è già qui: immagino cosa pensano alla sera questi bambini e i loro genitori e questi insegnanti quando sentono filosofeggiare di modelli di integrazione che in realtà in Italia esistono già e funzionano benissimo. E chissà che non si sentano in colpa anche i dirigenti dei media, quelli che avrebbero l’obbligo di raccontare che l’integrazione funziona mica solo nei programmi elettorali, perfino negli asili funziona.

Buon giovedì.

Il coraggio di una visione di sinistra

«Quando mi sono messo a scrivere e riscrivere questo libro mi sono accorto che avremmo avuto il peggior governo della storia repubblicana, al netto di Tambroni», racconta Salvatore Veca parlando delle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere il libro Qualcosa di sinistra, idee per una politica progressista (Feltrinelli). «Ciò che mi faceva impressione è che pochi parlassero, pochi proponessero idee, pochi prendessero in considerazione il senso della sinistra nel XXI secolo», approfondisce. «La mia generazione ha tentato di fare qualcosa in questo senso, ora il nostro dovere è passare il testimone, trasmettere un sapere, fare in modo che certe culture politiche permangano» dice il filosofo a proposito dei temi ai Dialoghi di Trani sono stati al centro di un incontro al quale ha partecipato anche la filosofa e saggista Elena Pulcini.

Professor Veca, una sinistra degna di questo nome dovrebbe lavorare, innanzitutto, per la piena applicazione dell’articolo 3 della Carta che parla di uguaglianza e di rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona?
È questo il punto centrale. L’articolo 3 della nostra Costituzione è la stella polare. Ma dei due commi dell’articolo 3 il ceto politico contemporaneo temo non sappia nulla, o quasi. Allargando lo sguardo al quadro europeo è importante rimettere al centro l’articolazione della pari dignità delle persone, cardine della carta di Nizza. Gli obiettivi e gli ostacoli da rimuovere? Li troviamo anche nell’agenda 2030 approvata dall’assemblea generale dell’Onu nel 2015: riguardano lo sviluppo sostenibile, la lotta alla povertà, la parità di genere, la lotta alle disuguaglianze, al cambiamento climatico, alla desertificazione. E poi lavoro dignitoso per le persone, economia circolare, inclusione.

L’agenda politica per una sinistra del XXI secolo deve avere alla base indirizzi di giustizia intergenerazionale, come lei ha scritto.
Dobbiamo far coincidere giustizia sociale e ambientale. Sono principi inestricabilmente connessi all’idea di una nuova umanità e di un solo pianeta. “Abbiamo una tecnologia tale che potremmo distruggere un intero pianeta, ma non ne abbiamo abbastanza per costruirne un altro”, diceva uno scienziato come Stephen Hawking. Dunque il compito principe delle formazioni politiche è ridurre le disuguaglianze, in una visione non solo europea, ma universalistica, globale. Dobbiamo impegnarci per la globalizzazione della giustizia, dei diritti, contro la globalizzazione dei mercati, che oggi sono oligopoli globali. Lo vediamo ogni giorno con le politiche distruttive di Trump, di Bolsonaro in Amazzonia e di Putin che fa bruciare la Siberia, mentre la Cina sta ridisegnando profili di green economy per un predominio globale.

Contro tutto questo si stanno muovendo le nuove generazioni, sta emergendo una nuova sensibilità?
Mentre stavo scrivendo questo libro lessi un trafiletto su un giornale: parlava di una ragazzina che andava davanti al Parlamento per parlare di equità sociale e ambientale, di sviluppo sostenibile. L’impegno di Greta Thunberg mi colpì subito moltissimo. La questione sollevata dai giovani dei Fridays for future è dirimente. Serve una prospettiva di sviluppo multidimensionale non di crescita unilaterale. Quale visione ha delle persone e della responsabilità la sinistra? Vorrei si ragionasse su questo. Senza visione non ci può essere un vero cambiamento. È stato detto che le ideologie non esistono più. Ma alcune forme persistono, eccome: il populismo è ideologia. Il liberismo è una ideologia. Lo è il sovranismo, che racconta balle, leggende metropolitane. Perché non dovremmo contrastarle sul piano della visione e proporne una nostra contro gli imprenditori politici della paura e i trafficanti della disumanità?

Oltre ad un bagno di realtà alla sinistra oggi servirebbe uno scatto di immaginazione e di coraggio?
Il dato di realtà ci dice che oggi le sinistre in Europa sono ormai in una situazione di declino severo. Ad eccezione della Spagna e del Portogallo il centrosinistra è in crisi ovunque, se guardiamo alla Francia i socialisti sono ridotti ai minimi termini. Nelle regioni scandinave le socialdemocrazie storiche sono fronteggiate da forme di populismo e altre forme reazionarie. In Italia abbiamo visto un declino costante del Pd e anche Leu, Sinistra italiana ecc. non raggiungono grandi numeri. L’Austria che era straordinariamente modellata dalla socialdemocrazia oggi è in preda alle destre. La Germania riunificata ha visto crollare l’Spd, mentre avanza l’estrema destra. È vero, il Labour guidato da Corbyn è un’altra cosa, ma la patria del parlamentarismo oggi si ritrova con Boris Johnson che come Carlo Stewart vuole sospendere il Parlamento.

Dove affondano le radici di questa crisi diffusa?
Non è facile rispondere in modo sintetico. Comincerei col notare che oggi le forme di azione collettiva (come lo erano i partiti di massa a largo insediamento sociale) si sono modellate su una certa pelle della società. Una volta al centro c’era la classe operaia in lotta contro lo sfruttamento e si faceva avanzare il benessere lottando per i diritti di coloro che ne erano privati. Il corpo a corpo con il capitalismo è stato questo nella nostra tradizione, una intensa dialettica sulla base di una visione e sulla base di una utopia realistica.

Ora questo tipo di società ha subito una grossa trasformazione?
Certe élite dirigenti delle sinistre non si sono accorte che stavano perdendo progressivamente la base, hanno cercato di nascondere l’emorragia di rappresentanza politica e sociale. E hanno semplicemente cercato di ottenere i migliori compromessi negoziali con il capitalismo mondiale.

E non hanno più parlato in termini di classe?
È difficile oggi ragionare in termini di classe perché la società è fortemente individualizzata. Gli operai ci sono, non è che siano spariti. In termini numerici ci sono ancora, ma è la classe operaia che è venuta a mancare. Non ci sono più i luoghi di produzione che hanno accompagnato il fordismo, il toyotismo eccetera. Oggi il massacro del lavoro è una realtà mondiale. E chi ha preso in carico, in modi nefasti, le sofferenze della società? La Lega, l’Afd, la Le Pen, Forza nuova. Se non hai una visione, non una prospettiva utopistica in senso negativo, ma una prospettiva di emancipazione che apra archi di speranza, non riesci a comunicare a milioni di persone.

Esiste sperò una realtà diffusa di movimenti di opposizione alle politiche razziste e di esclusione.
C’è l’Italia del volontariato, dei movimenti di base, dell’impegno civile, l’Italia di chi è utile a sé e agli altri, c’è l’Italia che fa integrare gli immigrati, ma non viene valorizzata, se tu non fai leva sulla visione sei preda di quelli che predicano il cinismo, sei preda dei professionisti della paura o dei Masaniello, diciamoci la verità.

Pensa che la «politica del disumano, razzismo, fascismo strisciante» abbia finalmente subito una battuta d’arresto, dopo questa crisi di governo? C’è stata una tenuta parlamentare e democratica che ha fatto un cordone sanitario intorno a chi chiedeva pieni poteri…
Della parlamentarizzazione della crisi va dato atto anche al presidente del Consiglio Conte, che è apparso come… una specie di Zelig. Dalla fine di luglio Conte ha assunto una certa autonomia, ha ordinato al ministro dell’Interno Salvini di far sbarcare almeno i minori a bordo della nave della Ong Open Arms . Ho avuto anche l’impressione che questa crisi di governo riaccendesse l’interesse della popolazione verso la politica. Anche il Pd è rientrato in gioco (anche se su questo dovremmo mettere della clausole di prudenza). Il tentativo di Zingaretti di tenere insieme una comunità politica, l’atteggiamento di interesse espresso dai cittadini sono cose molto positive, innescate dalla più goffa e suicida manovra parlamentare di uno “stupido” che ha chiesto pieni poteri dimenticandosi che c’è un Parlamento, che c’è un presidente della Repubblica, che ci sono contrappesi democratici ecc.

Qual è la sfida ora?
La vera sfida adesso è cercare di costruire un governo di legislatura. Ci sono cose, purtroppo, che non puoi non fare. È chiaro che purtroppo questa finanziaria sarà una catastrofe sulla pelle delle persone. Però non puoi non farla. Bisogna disinnescare l’aumento dell’Iva, bisogna riportare l’economia sotto i paramenti europei che però, potranno anche essere ammorbiditi. Andare alle elezioni a novembre era irresponsabile, ma se dopo una manovra lacrime e sangue non sono in grado di mettere in moto un’agenda democratica e di legislatura allora lasceranno un grande campo alla destra.

Prioritaria è l’abolizione dei due decreti sicurezza su cui anche il presidente Mattarella ha fatto importanti rilievi?
È fondamentale. Io avrei preferito che il presidente Mattarella non li firmasse. Io sono stato fra quelli che hanno lanciato una petizione perché evitasse di firmare perché sono due provvedimenti totalmente e chiaramente incostituzionali e contro il diritto internazionale. Anche qui è una questione di visione. Non servono tattiche momentanee, occorre vedere che l’immigrazione è un fenomeno strutturale. Se hai questa visione della migrazione allora sì che puoi avere voce in Europa.

Prioritario è anche un piano di investimenti per la scuola e la ricerca?
Siamo molto al di sotto dei parametri previsti dal trattato di Lisbona per quanto riguarda gli investimento in education, ricerca, scuola, università. L’idea dello sviluppo sostenibile non è solo un obiettivo etico di responsabilità verso se stessi e verso il mondo e le generazioni future, ma è anche un’opportunità di lavoro. Dobbiamo ripartire dall’articolo 1 della Costituzione perché oggi il lavoro è diventato un’avventura di schiavitù, di precariato, di caporalato al sud come al nord con i migranti costretti a lavorare per un euro e 50 all’ora. In questo quadro una manovra lacrime e sangue è accettabile solo c’è una grande agenda di costruzione del futuro. I ragazzi van via perché non hanno futuro. Pretendiamo un’agenda per il futuro e per ragionevoli speranze.

Il pietismo come clava

BOLOGNA, ITALY - JANUARY 20: Italian musician and composer Ezio Bosso conduces the Mozart Orchestra in a concert to honour the graet musician Claudio Abbado at Teatro Manzoni on January 20, 2019 in Bologna, Italy. (Photo by Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images)

Il politicamente corretto che vorrebbe (giustamente) contrapporsi alla marmaglia di cattivisti che popolano questa nostra contemporaneità questa volta è inciampato su se stesso, meritandosi una piccata risposta direttamente dalla persona in causa, il direttore d’orchestra Ezio Bosso.

È notizia di qualche giorno fa (ma era una notizia davvero o forse era una giusta notizia per un giorno in cui nessuno sapeva cosa scrivere?) che il musicista si sarebbe “ritirato” dalle scene a causa della malattia degenerativa che lo affligge. I titoloni sparati a piena pagine erano tutti lacrimevoli addii a un pianista che pianista non è mai stato (Ezio Bosso è un direttore d’orchestra e un ottimo compositore che come tutti i direttori d’orchestra e compositori suona anche il pianoforte) tanto per spingere un po’ sul pietismo che consente di avere qualche clic in più.

La risposta migliore è di Ezio Bosso:

«Comunicazione di servizio. Chiariamoci bene: SONO MOLTO FELICE PERCHÉ FACCIO IL MIO MESTIERE DI DIRETTORE

Ieri abbiamo parlato di tante cose belle all’incontro (alla Fiera del Levante di Bari, ndr), di etica, società, bellezza e soprattutto di musica. E facciamo cose ancor più belle con le orchestre. Quelle che sogno e ho sognato tutta la vita

Purtroppo è stato dato inutile risalto in maniera sciacalla come sempre al pregiudizio su di me. E questo si che fa male.

Ho solo risposto (come dovreste aver notato) che non faccio più concerti da solo al pianoforte perché lo farei peggio che mai e già prima ero scarso cosa che avevo già annunciato 2 anni fa. MA CONTINUO A FARE MUSICA E MEGLIO DI PRIMA! NON MI SONO RITIRATO.

Sono felice di ciò che faccio tantissimo! Ma mi addolora quando si insiste col pianoforte perché non so dire di no, faccio molta fatica e non ho abbastanza qualità. Ma soprattutto perché non si vede la bellezza di altro, quello per cui lotto.

E mi addolora che per quanto combatta contro le strumentalizzazioni, si scade sempre in quel pietismo sensazionalistico e queste cose si che mi farebbero ritirare davvero…»

In fondo ha ragione lui: le persone peggiori sono quelle che usano il pietismo per nascondere la forza di qualcuno e sbattere in prima pagina le sue debolezze come se fossero l’unica matrice del suo stare al mondo. Peggio dei cattivi ci sono i finti buoni che infilano il coltello con la faccia dolce e impietosita e come quegli altri sono capaci solo di raccontare una persona attraverso gli unici particolari che ne colgono. Perché sono ineducati alla complessità, anche loro.

Buon mercoledì.

Ora che Renzi se n’è andato

Matteo Renzi al bar della sede Rai di via Teulada prima della registrazione di "Porta a porta", Roma, 17 settembre 2019. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Riceviamo e pubblichiamo l’opinione di Gabriele Beccari dottorando in Economia e Finanza.

Scrivo di getto dopo aver letto che finalmente Matteo Renzi ha abbandonato il Partito Democratico. La notizia era già da tempo nell’aria ma adesso che è diventata ufficiale e la linea è stata tracciata, c’è l’auspicio che chi resta guardi al passato per chiedersi cosa sia successo in questi 15, forse 16, anni e perché un partito di sinistra abbia potuto lasciare che un uomo di destra diventasse presidente della Provincia di Firenze a 29 anni, sindaco di Firenze a 34, segretario nazionale a 38 e presidente del Consiglio a 39, sotto i suoi simboli.

Uno potrebbe fare una semplice considerazione, e cioè quella che il Partito Democratico non è un partito di sinistra, che non è altro che quello che in gergo politologico viene definito un partito pigliatutto, ovvero una formazione politica con ideali interpretabili, e trattabili, pur di allargare lo spazio d’influenza.

Certamente la conclusione a cui si arriva alla fine di ogni ragionamento, alla fin fine, è sempre questa, ma nonostante tutto continua a non soddisfarmi in pieno perché il Pd non è sempre stato il partito di Matteo Renzi, e lo so che a dirla oggi sembra una cosa difficile da credere, ma ricordo che c’è stato un momento in cui la sua componente di sinistra era predominante, fosse anche solo per un fatto di tradizione.

In altre parole il Pd si è ammalato, e adesso che l’agente patogeno ha fondato un nuovo partito, dobbiamo indagare le cause della malattia, studiare i sintomi e cercare di capire perché in 15 anni gli anticorpi non hanno funzionato.

Partiamo da quello che riusciamo a ricordarci dei primi anni: nel 2007 chi scrive iniziava il liceo, nel centro di Firenze, in un turbinio di problemi adolescenziali, e iniziava anche ad appassionarsi di politica. Il Partito Democratico stava nascendo dalla fusione tra i Democratici di Sinistra e la Margherita, per ricercare la sintesi tra l’ala sinistra della Democrazia Cristiana e il vecchio Partito Comunista, con l’eccezione di Rifondazione che se n’era andata dal Pci già nel 1991, per cambiare il sistema partitico italiano in senso bipolare.

Renzi era già presidente della Provincia, anche se per la grande maggioranza degli elettori restava uno sconosciuto. Fu eletto nel giugno 2004 con il 58,74% dei voti all’interno di una larghissima coalizione che comprendeva i Ds (37,12%), la Margherita (9,10%), i Comunisti italiani (4.63%), i Verdi (3,47%) e altri partiti minori. Non c’era Rifondazione, che invece si presentò con un proprio candidato e prese in solitaria il 9,06%.

Degli anni fino al 2007 però, politicamente, non mi ricordo granché: ero troppo piccolo… sarebbe interessante una ricerca più approfondita perché è curioso notare come Renzi non fosse uno dei Ds bensì segretario provinciale de la Margherita, partito in larga minoranza all’interno della coalizione dominata invece dai Ds, che però nel 2004 esprimeva al livello nazionale il leader unitario dell’Ulivo Francesco Rutelli.

Leggendo i giornali del tempo viene anche il sospetto che Renzi venti anni fa non fosse tanto diverso da com’è ora: titolava infatti la Repubblica il 9 luglio 2004 “Renzi vara la giunta, malumore ds”. A leggerlo adesso, un titolo adatto a molte situazioni, basta sostituire ds con Pd.

Qualche anno dopo, nel 2008, la campagna delle primarie per il sindaco di Firenze è nel vivo; a sfidarsi ci sono numerosi candidati: Graziano Cioni “lo sceriffo”, Daniela Lastri, Lapo Pistelli (con cui collaborava Luca Lotti), Michele Ventura (sostenuto allora da una giovanissima avvocatessa, Maria Elena Boschi) e Matteo Renzi. Nessuno si aspettava che vincesse Renzi ma, come succede quando tutto deve andare storto, in pochi mesi ci fu il patatrac, e prima che qualcuno ci capisse qualcosa, quello che non doveva succedere successe.

Successe quindi che Graziano Cioni, membro della giunta uscente, famoso per essersene uscito fuori con un’ordinanza anti mendicanti e anti lavavetri che fece parlare a livello nazionale, finì a processo per corruzione per poi essere assolto anni dopo in Cassazione. A Cioni venne comunque chiesto di ritirarsi dalla corsa; non era un granché come candidato e in pochi se ne dispiacquero.

Tra quei pochi c’era però lo stesso Cioni che rilasciò una dichiarazione ai giornalisti: «Mi ritiro perché mi avete cacciato. Però resto nel Pd ma non resterò a guardare», e in molti capirono, come sottolineò anche Il Tempo in un articolo di quel periodo, che queste parole non erano altro che un “«avvertimento» al fatto che i suoi voti (sarebbero confluiti) su Matteo Renzi”.

Nel frattempo il Pd a livello nazionale non se la passava bene: la segreteria di Veltroni aveva perso tutte le elezioni in cui il partito si era presentato, e i malumori si facevano sentire. È in questo clima di generale spaesamento, e in mezzo a varie accuse (da più parti) di aver invitato al voto elettori di centrodestra, che Matteo Renzi vinse le primarie, e dato che è Matteo Renzi, le vinse con il 40% dei voti, diventando candidato sindaco.

Fu una cosa davvero inaspettata, Pistelli incredulo non chiamò personalmente Renzi per le congratulazioni ma fece sbrigare la formalità al suo capo staff, così girava voce; Daniela Lastri disse: «Adesso dovremo aprire una riflessione nel Pd: c’è stata una frammentazione nell’ambito dell’elettorato di sinistra». Fuori dal Pd, il candidato di Rifondazione Prof. Valdo Spini disse: «La domanda è: dove è finita la sinistra fiorentina?».
In pratica, tutti sapevano che era stato eletto un tipo di destra, non c’erano dubbi: lo sapevamo anche noi ragazzi del liceo.

Da cui appunto la vera domanda: dove era finita la sinistra fiorentina, e dopo di lei, dov’è finita la sinistra nazionale? Siamo partiti con l’idea che Matteo Renzi fosse la causa della malattia del Pd, ma se fosse invece la conseguenza di un sistema immunitario già debilitato?

Renzi è sempre stato Renzi, non si è mai presentato come un rivoluzionario, casomai come rottamatore. Mentre era sindaco venne proposto un cimitero dei feti a Trespiano, quando era segretario di partito l’Unità ha chiuso e da presidente del Consiglio ha attaccato la Costituzione, com’è possibile che la sinistra abbia permesso tutto questo?

Bisogna insomma capire perché non è stato notato che un Renzi qualunque voleva sparare cannonate contro quello che rimaneva della sinistra, con i voti della sinistra.

Adesso che se n’è finalmente andato forse potrebbe essere un po’ più semplice capire, ma questa è una riflessione che va fatta alla svelta, perché non sono molto fiducioso che il Governo Conte II riuscirà a tenere lontano Salvini a lungo, e quando ritorneremo a votare la sinistra avrà la responsabilità politica di non far cadere il Paese nelle mani della destra.

Sarà meglio che per allora abbia le idee chiare, perché a non averle si fanno pasticci facendo credere alle persone che Renzi sia di sinistra o peggio che sia l’unico argine a Salvini; e questa credo sarebbe una cattiveria.

E moh, Calenda?

Carlo Calenda, durante il dibattito ?Il bivio della sinistra? in occasione dei 10 anni de Il Fatto Quotidiano, presso il Parco la Versiliana, Marina di Pietrasanta, (Lucca) 31 agosto 2019. ANSA/ FRANCO BOLZONI

L’ondata di giubilo che ha attraversato il Paese per il parto del Contebis è stata turbata da un cruccio: “E moh, che fa Calenda?”. Questa la domanda che turba le notti italiane di fine estate. No, Calenda non è d’accordo. Si è iscritto da poco al Pd, ma minacciando subito di lasciarlo, e già quella minaccia seminò il panico. Ora, da parlamentare europeo del Pd in calzoncini corti, il gemello cicciotello di Renzi dichiara a stampa e Tv unificate che lui no, non è d’accordo.

Ora la domanda “E moh, che fa Calenda?” sarebbe meno drammatica se non fosse preceduta da un’altra domanda ancora più diffusa e inquietante: “Ma chicazzè Calenda?”, che ha fatto costui nella sua giovane vita, da dove viene, chi o che cosa rappresenta? Ah, saperlo, saperlo!

Il fatto è che fra i poteri del potere è decisivo – lo sappiamo bene tutti – il monopolio dell’informazione (le eccezioni come Left si contano sulle dita della mano di Capitan Uncino), ma questo terribile potere non consiste solo nell’occultare le notizie, consiste anche nel creare ex nihilo (dal nulla) le cose, e le persone.

Che l’informazione occulti le notizie che non si devono sapere lo sappiamo tutti. Per dirne una soltanto: qualcuno ci dice che fine ha fatto il venezuelano Guaidò, colui che si autoproclamò presidente del Venezuela, ricevendo subito oltre al plauso unanime dei media arruolati anche il pronto riconoscimento internazionale, in testa la Ue e la piddina Mogherini? Di Guaidò non ne sappiamo più nulla. Qualche maligno potrebbe spiegare questo assordante silenzio con il semplice fatto che il golpe targato Usa è stato sconfitto dal governo e dal popolo del Venezuela. Non ce lo fanno sapere, non lo sapremo mai.

È certo terribile, e ormai para-criminale, questo potere dei media del potere di non far sapere, ma non è meno importante il potere di creare dal nulla. Ogni tanto costoro si inventano qualcuno, qualche faccia, qualche personaggio, di solito qualche politico. Lo citano, lo intervistano, ne fanno il centro di progetti e proposte, e alle masse in attesa non resta che votarlo ubbidienti, quando dovranno farlo. Poi lo lasciano cadere.

Chi crea può anche annichilire. Qualcuno ricorda il banchiere Passera, o il buon Pisapia che – pochi mesi or sono – dovevano fare il Capo del Governo o l’atteso leader di tutta intera la “sinistra”? Lo stesso fu prima ancora (ricordate?) per Montezemolo, detto Luchino, ma almeno lui riportava il bastone ad Agnelli quando glielo tirava ai giardinetti per divertirsi. Ma uno come Pizzarotti? Perché dobbiamo sapere come la pensa il sindaco di una città medio-piccola come Parma, mentre non sappiamo nulla di cosa pensa il sindaco di Cremona o quello di Viterbo?

E Cottarelli, ricordate Cottarelli? Per un pomeriggio fu addirittura sul punto di presiedere il governo, ora si sa solo che ha vinto un lucrosissimo premio para-letterario. E la Polverini? Creata dal nulla con un bel po’ di apparizioni televisive a Ballarò, questa modesta sindacalista e di destra fu persino eletta presidente della regione Lazio.

Che ne è di lei? Persino Marco Rizzo, di cui si erano perse le tracce dopo che aveva votato con il governo D’Alema per i bombardamenti in Jugoslavia, ci dice ora la sua in Tv dalla Gruber o sulle colonne del Corriere della sera, con la modesta auto-qualifica di segretario del Partito Comunista (ma senza la ‘I’ finale), mentre altri segretari di altri partiti comunisti, nonostante tutto un po’ più consistenti, non si vedono né si sentono mai.

L’elenco degli inventati sarebbe troppo lungo, e davvero poco piacevole. E di solito questi creati dal nulla sono delle nullità.
Per ora accontentiamoci di capire che la creazione dei personaggi politici è parte non indifferente del potere mediatico che distrugge la democrazia assorbendola. Nel frattempo ci resta, irrisolto, il terribile rovello: “E moh che fa Calenda?”.