Home Blog Pagina 594

Il partito dell’Ego

Former Italian Prime Minister and PD (Democratic Party) Senator Matteo Renzi delivers a speech at the Senate, in Rome, Italy, 20 August 2019. ANSA/ ETTORE FERRARI

Alla fine è la sua natura: preferisce essere capo, esiste solo da capo e pur di fare il capo accetta di essere il capo di pochi, abbandonando un partito di molti. L’ego di Matteo Renzi è il suo principale avversario politico (sembra un alleato ma alla fine finisce sempre così, con tutti) e in nome del suo ego oggi l’ex segretario del Pd annuncerà la sua uscita dal partito per dedicarsi a una sua nuova creatura.

Lo farà da Vespa, e anche questo non stupisce: il salotto televisivo è un luogo in cui mostrarsi per intero, nella figura di leader come lo intendono questi politici 2.0, tutti spremuti a essere figure intere concentrate nel loro personale reality. E così il prode Matteo (l’altro, quello che avrebbe abbandonato la politica se avesse perso il referendum che poi ha perso) alla fine ha capito benissimo che facendosi il partito tutto suo (e i “suoi” gruppi alla Camera e al Senato) risulta indispensabile nella tenuta del governo, pur essendo minuscolo, come gli hanno insegnato gi andreottiani stili su cui si è formato.

E in fondo è solo un ulteriore passo della politica dell’Ego che sta prendendo piede in questi anni e che è riuscita a trasformare una pratica comunitaria e sociale (la politica, appunto) in un palcoscenico di protagonisti e di seguaci, senza nessuna funzione assembleare e senza nessun spirito che funga da collante.

Come nel film di Nanni Moretti la domanda che attanaglia molti (troppi) è sempre la stessa: “mi si nota di più se non vengo o se vengo e sto in disparte”? La funzione pubblica è riservata all’accrescimento della propria popolarità. Solo questo.

E ora, c’è da scommettere, sarà Renzi il nuovo Matteo che scorrazzerà tra le righe del governo illudendosi di poter fare il bello e il cattivo tempo. Perché il problema resta sempre lo stesso: cambiare i modi, oltre che le persone.

Buon martedì.

Cristiano Godano e il gioco della scrittura

Leggendo il libro Nuotando nell’aria (La nave di Teseo) mi ha colpito innanzitutto come tu sia stato capace di metterti a nudo. Per chi non ti conosce, potrebbe essere una sorpresa sapere come tu sia in realtà una persona molto sincera, passionale e diretta. Lo sei sempre stato. Tuttavia ora, che festeggiate i trent’anni di carriera, senti che qualcosa è cambiato in te?
Non riesco a vivere queste ricorrenze con il peso che si presume si porterebbero dietro. Non ci penso, e dunque non penso molto al fatto che siano passati trent’anni – e se ci penso mi stupisco più che altro con un bel “wow” interiore di autocompiacimento. Di sicuro sono sempre stato uno che non ha mai amato l’ipocrisia delle paraculaggini, per cui di ciò che poteva riguardare i Marlene Kunto il sottoscritto nella loro intima essenza o nei confronti col mondo, ho sempre gradito non nascondere nulla o quasi, né fingere una cosa al posto di un’altra, come invece si usa fare in genere per ovvie convenienze. È un tratto caratteristico che potrebbe a volte aver nuociuto alla nostra carriera. Giusto un po’. Ma tant’è: siamo ancora qua…

Ho trovato molto interessanti i numerosi spunti che dai riguardo al momento creativo della scrittura dei testi. Ad esempio, quando parli della sensazione di “tensione” che si prova nel tentativo di arrivare alla giusta soluzione e del “rilassamento” quando si giunge a un punto. Ribadisci anche in questo libro che la scrittura per te ha a che fare con il “gioco”. Comprendo bene quanto intendi: un “gioco” degli incastri per tradurre delle immagini in parole che suonano bene dentro a uno schema musicale. Tuttavia a mio parere, alla base della scrittura c’è sempre un guizzo della fantasia, quell’“araba fenice” che nasce nella «convivenza del sogno e della veglia» per citare Montale da te riportato, che l’esperienza del mestiere aiuta a sapere incanalare meglio. Ovvero: quella sensazione di tensione non è solo paura del foglio bianco, ma l’araba fenice stessa. Possiamo affermare una cosa simile?
Certo che sì: quanto ho detto non cozza con quanto sostieni tu. Non negano, le mie parole, la componente della fantasia, che anzi ritengo – e come potrebbe essere altrimenti? – essenziale. La fantasia poi può esserci in grande quantità o meno e proprio grazie al gioco essa può essere favorita e spremuta. Come spero di aver dimostrato nel libro, non si tratta di un gioco banale: si tratta semplicemente di capire che un buon componimento arriva da qualche stratagemma utilizzato dall’autore, dando per scontato, o cercando di dimostrarlo, che un testo per una canzone non arriva come per incanto bello e finito da quel guizzo di fantasia di cui parli. Quel guizzo, al limite, regala all’autore uno o due versi (il “sogno” stando a Montale), ma poi il resto arriva grazie agli stratagemmi dell’autore (la “veglia”, sempre secondo Montale). E io, per necessità di sintesi, ho individuato nel “gioco” la parola che potesse riassumere questi..

L’intervista di Giulia Villari prosegue su Left del 6 settembre 2019

SOMMARIO ACQUISTA

Nuove accuse di molestie contro il giudice antiabortista nominato da Trump

epa07150004 YEARENDER OCTOBER 2018 US President Donald J. Trump, with Supreme Court Associate Justice Brett Kavanaugh (L), delivers remarks prior to the ceremonial swearing-in in the East Room of the White House in Washington, DC, USA, 08 October 2018. Justice Kavanaugh was sworn in as the 114th Justice of the Supreme Court on the evening of 06 October. EPA/SHAWN THEW

Negli Stati Uniti si torna a parlare di impeachment. Questa volta non per il presidente Trump ma per un giudice della Corte suprema da lui nominato, Brett Kavanaugh. Un articolo del New York Times ha portato alla luce un ulteriore caso di presunte molestie sessuali contro una donna a carico del togato, dopo quello denunciato da Christine Blasey Ford lo scorso ottobre che aveva fatto discutere in merito alla sua nomina. Stavolta è Deborah Ramirez che sarebbe stata molestata da Kavanaugh ai tempi di Yale. Durante l’inverno del suo primo anno all’università, Ramirez si sarebbe imbattuta a una festa in Kavanaugh, il quale, molto ubriaco, avrebbe tentato di coinvolgerla in attività sessuali che lei non desiderava. 

Si moltiplicano dunque i casi di comportamenti sessualmente inappropriati che vedono il giudice come protagonista. L’articolo del New York Times anticipa un libro in cui sono raccolte ulteriori testimonianze contro Kavanaugh. Mentre si era dubitato della veridicità della vicenda di Christine Blasey Ford, adducendo come scusa i tanti anni passati nel silenzio, il caso di Deborah Ramirez non era passato inosservato già negli anni Ottanta, quando accadde il fatto. Secondo Robin Pogrebin e Kate Kelly, le autrici del libro The education of Brett Kavanaugh: an investigation, l’episodio della festa al campus sarebbe stato oggetto di discussione tra gli studenti e almeno sette persone, tra cui la madre di Ramirez, sarebbero state al corrente dell’accaduto. In più Max Stier, un compagno di corso di Kavanaugh, ha raccontato che durante il suo anno da matricola lo aveva visto ubriaco e senza pantaloni a una festa in dormitorio. L’episodio era già stato segnalato all’Fbi in precedenza, che però non ha proseguito le indagini dicendo che la ragazza coinvolta non aveva voluto essere interrogata e che i suoi amici non ricordavano l’episodio.

Le nuove accuse al giudice Kavanaugh assumono un peso politico, oltre che giudiziario, in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2020. Nonostante manchi ancora più di un anno, l’atmosfera è già calda soprattutto per i candidati del Partito democratico, che si stanno fronteggiando nelle primarie. La senatrice Kamala Harris, che viene data tra i primi cinque nella classifica di chi si aggiudicherà il ruolo di candidato ufficiale alla Casa Bianca, ha twittato che Kavanaugh, durante il suo processo, ha mentito al Senato e al popolo americano e che per questo deve essere cacciato. Harris era tra i legali che lo scorso ottobre hanno analizzato le carte del procedimento contro di lui. Solo un giudice nella storia della Corte suprema è stato coinvolto in un processo per impeachment, ed è stato assolto. L’anno? Il 1805.

Anche altri candidati Dem stanno seguendo la linea di Harris, compresi Julian Castro, Elizabeth Warren e Beto O’Rourke. Alcuni, come Joe Biden e Bernie Sanders, hanno chiesto solo di approfondire le indagini, ma senza arrivare a parlare di impeachment. Voci di forte protesta vengono anche da alcune delle deputate di The Squad, il gruppo di rappresentanti attaccate a luglio dal presidente Donald Trump per le loro presunte origini straniere. Ayanna Pressley, che lo scorso anno aveva presenziato insieme alla collega Alexandria Ocasio-Cortez a numerose manifestazioni di piazza contro la nomina di Kavanaugh, ha twittato un breve messaggio chiuso dall’hashtag #ImpeachKavanaugh. Anche Ilhan Omar, rappresentante del Minnesota alla Camera, ha dichiarato che aprire un processo per impeachment non solo contro Kavanaugh, ma anche contro Trump è un dovere costituzionale dei deputati. 

Anche Ilhan Omar, rappresentante del Minnesota alla Camera, ha dichiarato che aprire un processo per impeachment non solo contro Kavanaugh, ma anche contro Trump è un dovere costituzionale dei deputati.

Il valore politico della Corte suprema è enorme perché è un organo fondamentale negli Stati Uniti, avendo il compito di emettere (o abrogare) sentenze che hanno valore di legge federale. Un caso tra tutti è la storica “Roe contro Wade”, decisione del 1976 che rende l’aborto legale in tutta la nazione. Kavanaugh è un convinto antiabortista, che non avrebbe problemi a votare a favore dell’abrogazione della Roe. Attualmente i Repubblicani detengono la maggioranza non solo al Senato, dove si discuterebbe l’impeachment, ma anche alla Corte (cinque giudici contro quattro). A causa dei diversi problemi di salute che hanno colpito la giudice Ruth Bader Ginsburg, nominata nel 1993 da Bill Clinton, non è così improbabile che chi vincerà le elezioni 2020 si trovi nella condizione di nominare un nuovo giudice. Se verrà riconfermato Donald Trump alla Casa Bianca, i Repubblicani cementerebbero così la loro maggioranza alla Corte sottraendo un seggio ai Dem.

La politica con il fiato corto

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante le comunicazioni sul Consiglio europeo del 20 e 21 giugno nell'aula di Montecitorio, Roma, 19 giugno 2019. ANSA/ETTORE FERRARI

Ora è la legge elettorale ma l’esempio è altamente simbolico e significativo: ciò che preoccupa più di tutto nella classe dirigente politica continua a essere il futuro prossimo per garantire la propria piccola rendita personale.

Non ci vuole un genio ad esempio per capire che la progettazione di una nuova legge elettorale sia un punto fondante per il buon funzionamento della democrazia: una buona legge elettorale permette una buona rappresentanza parlamentare e gli ultimi mesi della politica ci hanno raccontato perfettamente quanto il Parlamento sia organo sovrano per le scelte del governo.

Ci si aspetterebbe quindi che la classe dirigente (una classe dirigente degna di questo nome) affronti la discussione su un’eventuale riforma raccontandoci quali siano i vantaggi di una formula rispetto a un’altra, in termini di rappresentatività, di governabilità, di rispetto delle minoranze, di contrappesi della democrazia.

Invece niente. Invece è tutto un inseguire una previsione sulla prossima campagna elettorale (nessuno con uno sguardo un po’ più lungo delle prossime elezioni) cercando il meccanismo migliore per mettere fuori gioco l’avversario di turno. Si pensa alla legge elettorale come clava da agitare sulla testa del proprio nemico senza nessun rispetto allo spessore che il dibattito richiederebbe.

E, se ci pensate, funziona così anche per le scissioni di partito, le alleanze girevoli e mutevoli e per le riforme su economia e lavoro: si tratta la politica e il proprio ruolo nella politica come il servizio a un ristrettissimo arco temporale senza sentire nessun dovere di avere fiato e visioni lunghe.

E così tutto si riduce a discussioni sull’ieri e a immaginazioni solo fino a domani, come un chiacchiericcio senza nessuna pretesa, con una responsabilità ridotta al non affondare.

Ditemi chi di voi affiderebbe la conduzione della propria azienda, a un consiglio di amministrazione così.

Buon lunedì.

Studierai con… dolore e umilierai le donne

A gust of wind lifts bishop's mantle during at the end of an audience with Catholic schools at St Peter's square on May 10, 2014 at the Vatican. AFP PHOTO / ANDREAS SOLARO (Photo credit should read ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

«Qualche volta viene quasi voglia di prendere a schiaffi i ragazzi per fargli tirar fuori un po’ di virilità…. Bisogna obbligarli a soffrire un po’ per costringerli a mettere da parte il proprio piacere, renderli più virili e condurli a maturare davvero. Una sofferenza moderata, certo, in conformità alla loro età e alle loro condizioni, non troppa ma neppure troppo poca». Chad Ripperger è un sacerdote statunitense seguace della Chiesa preconciliare e, stando a Wikipedia, è anche teologo, filosofo ed esorcista. Oltre ai tradizionali canali “ecclesiastici”, Ripperger è solito spargere le sue perle di saggezza oscurantista attraverso video su Youtube, con l’evidente consapevolezza di quanto questo sito sia frequentato dagli adolescenti. Il brano citato fa parte di un suo intervento di oltre un’ora intitolato “Come si forma un uomo”. La traduzione integrale in italiano a cura di Stefano Dal Lago è stata rilanciata in Italia su alcuni siti cattolici tradizionalisti. E fin qui nulla da dire anche perché saranno frequentati da qualche decina di nostalgici dell’Inquisizione et similia.

Ciò che invece vale la pena approfondire è il risalto che la scuola parentale San Pancrazio di Albano ha deciso di dare alle idee di Ripperger pubblicando alla fine di agosto sul proprio sito l’intero testo, probabilmente per meglio chiarire la mission educativa che in home page viene sintetizzata così: «Per riuscire nella missione educativa, vogliamo che i nostri figli siano formati cristianamente in tutti gli ambiti, istruendosi, educandosi e santificandosi. A questo rispondiamo con tre progetti: la scuola, il convitto e la spiritualità». E ancora: «La scuola cattolica, come la vollero i Papi, non è soltanto una scuola di cattolici. È una scuola dove tutto l’ambiente profuma di dottrina cristiana, dei suoi principî, della sua morale, delle sue esigenze come anche delle sue ricchezze spirituali. È una scuola dove l’intelligenza degli studenti è nutrita di cultura, ma anche illuminata dalla Fede. Vi si coltivano dei veri uomini, ma al contempo vi si forgiano dei veri cristiani». Cosa si intende per veri uomini in questo istituto scolastico privato che si trova all’interno di un collegio dei Padri levebfriani – preconciliari come Ripperger – e già tristemente noto alle cronache per aver ospitato le esequie del criminale nazista Erich Priebke, lo si evince dai brani del sacerdote nordamericano che alcune testate locali hanno riportato prima che l’articolo venisse eliminato dal sito e più in generale dal web (noi l’abbiamo recuperato dalla copia cache della Confederazione Triarii). 

«Oggi il maschio davvero attraente per una donna è…

L’inchiesta di Federico Tulli prosegue su Left in edicola dal 13 settembre 2019

SOMMARIO ACQUISTA

La rivoluzione culturale di Federico II

La leggenda del Puer Apuliae, il ragazzo discendente della dinastia sveva degli Hohenstaufen e, in quanto figlio di Costanza della stirpe normanna degli Altavilla, anche re di Sicilia, da quando Dante lo condannò nel canto X dell’Inferno tra gli eretici «che l’anima col corpo morta fanno» percorre sottotraccia, come un fiume carsico, la storiografia minoritaria dell’Europa laica.

Riemerge nel Novecento, quando il classico studio di Ernst Kantorowicz, sfidando lo zolfo della fama di Anticristo, nel 1927 raccontò di Federico II bambino che circolava libero per le strade della Palermo multietnica e trilingue dove, come già Apuleio aveva scritto nell’antichità, con il greco e il latino risuonava il “punico”. Dal IX secolo, con l’occupazione islamica durata oltre duecentocinquanta anni, l’idioma degli empori fenici dell’isola divenne l’arabo, lingua di una cultura raffinatissima rispetto a quella dell’Europa medievale, da lui appresa assieme al latte della balia.

Precocemente orfano di padre, dalla madre che si vociferava strappata alla vocazione monacale Federico fu affidato a Innocenzo III, pontefice preoccupato soprattutto della morsa in cui si sarebbe trovato, stretto tra nord e sud. Presto insofferente della custodia, il giovane si ribellò, ristabilendo militarmente il suo potere in Germania, per giungere all’avventurosa incoronazione a imperatore e poi a quella di re di Sicilia. Ingaggiando con il papato uno scontro epocale, provocò una sequenza di scomuniche, fino alla deposizione nel 1245. Un’enciclica dell’energico Gregorio IX giunse perfino ad accusarlo di proclamare che i profeti delle religioni monoteiste, Mosè, Cristo e Maometto, erano tre impostori. Affermazione che divenne nei secoli il manifesto dell’ateismo.
Sovrano eclettico e poliglotta, scelse…

L’articolo di Noemi Ghetti prosegue su Left in edicola dal 13 settembre 2019

SOMMARIO ACQUISTA

Solo le Ong ostacolano i trafficanti di uomini nel Mediterraneo

Il divieto di sbarco per il profughi a bordo della Mare Jonio, la nave di soccorso della missione Mediterranea, è stato uno degli ultimi colpi di coda del governo giallonero. Firmato da Matteo Salvini, Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli è rimasto in vigore dal 28 agosto al 2 settembre ed è stato seguito da un incredibile epilogo. Mentre l’autorità portuale concedeva il permesso di entrare in acque territoriali e far scendere a terra i migranti per «motivi sanitari», le Fiamme gialle consegnavano alla ong una multa da 300mila euro per aver violato la legge Salvini. Ora al governo la Lega non c’è più ma ci sono i Cinquestelle che hanno approvato le leggi sicurezza dell’ex alleato e controfirmato i suoi divieti. E c’è il Partito democratico che molto ha insistito sulla questione della discontinuità con l’esecutivo precedente come condizione per formare un nuovo governo insieme al Movimento5s.

Chissà se la discontinuità varrà anche in tema di immigrazione. Ne parliamo con Alessandra Sciurba, portavoce di Mediterranea.

La discontinuità, qualora ci fosse, dovrebbe avvenire non solo rispetto a questi ultimi 14 mesi. L’inizio di questa fase di disumanità ha una data, il 2 febbraio 2017, quando un ministro del Partito democratico riesce a far firmare al presidente del Consiglio Gentiloni il Memorandum di intesa con la Libia. È lì che si è passato il messaggio che pur di difendere le frontiere si può vendere l’anima, facendo accordi con un Paese che all’epoca non era in guerra civile, certo, ma era già governato da milizie, era costellato da centri di detenzione dove le persone venivano torturate, che non aveva firmato la convenzione di Ginevra sui rifugiati.

Sei giorni e cinque notti. Tanto è durata l’ultima odissea di Mare Jonio. A bordo, assieme allo staff di volontari della ong c’erano 98 sopravvissuti. Profughi, strappati alle onde del mare la mattina del 28 agosto. Tra loro, 22 bambini sotto i dieci anni, altri sei minorenni, 26 donne, di cui almeno otto in stato di gravidanza. In fuga da violenze indicibili. Ma c’è chi ancora punta il dito contro le Ong.

Sono stati costruiti pregiudizi ad arte, che hanno creato una realtà parallela e spento lo spirito critico di una parte del Paese che non considera più i dati oggettivi e le sentenze dei tribunali. La verità è che la nostra è l’unica vera azione di disturbo nei confronti dei trafficanti, perché quando arriviamo noi, loro, travestiti da Guardia costiera, non possono ricatturare i profughi, per torturarli di nuovo, estorcergli ancora denaro, e così via.

Dopo aver salvato 237 esseri umani nel 2019, tra cui 27 bambini di meno di nove anni, almeno 10 sotto i due anni, con 7 missioni di soccorso effettuate grazie a 800 iniziative di sostegno in Italia e poco più di un milione di euro di crowdfunding (grazie al contributo di cittadini comuni, l’offerta media è di 25 euro) Mediterranea annuncia di non volersi piegare ad alcun ricatto.

Il grimaldello formale utilizzato per fermarci verrà presto distrutto in via giudiziale.

Banchi vuoti, la vergogna degli abbandoni scolastici

«Ecco quello è lo Zen». Dall’elicottero le operatrici indicano il quartiere e poi mostrano che è parte di Palermo. Combattere la dispersione scolastica può essere anche questo. Perché per ragazzi come Salvatore, 15 anni, lo Zen è lo Zen e Palermo è altro, è la città.
Per Saro, lo Zen è un quartiere come gli altri, non lo vede pericoloso o diverso. Quando va in centro, lui, come gli altri abitanti della zona, dice: «Vado a Palermo». La sua giornata inizia e finisce lì tra quei palazzi che sembrano una fortezza. In quell’isola di 16mila abitanti con un tasso di criminalità tra i più alti della città palermitana.

Il problema della dispersione scolastica in Italia non può essere affrontato senza conoscere le storie di ragazzi come Saro. Per molti non è reale. Non si riesce ad immaginare che un bambino di 7 anni non vada a scuola perché i genitori non lo svegliano e non lo accompagnano, nel migliore dei casi perché sono al lavoro per tutta la giornata e nel peggiore perché dormono ubriachi sul sofa. I numeri e le storie intorno a questo fenomeno però dimostrano come il welfare italiano e l’ascensore sociale in Italia siano precipitati e fatichino a risalire. Va detto subito che l’abbandono prematuro della scuola non è un fenomeno facile da misurare, perché, come sottolinea il centro studi Openpolis, richiederebbe dati in grado di tracciare il percorso scolastico del singolo studente. La scelta metodologica adottata a livello europeo è utilizzare come indicatore indiretto la percentuale di giovani tra 18 e 24 anni che hanno solo la licenza media (vedi grafico a pag. 32).

Saro poteva essere uno dei 130/140 mila alunni italiani che si calcola siano a rischio dispersione scolastica ogni anno (dati Save the Children 2017). Aveva anche lui rinunciato all’idea di prendere la licenza media prima di incontrare le operatrici di Varcare la soglia, il progetto della Fondazione Albero della vita attivo a Palermo. Ma quanti sono quelli che il percorso di studi non lo terminano e che abbandonano la scuola senza ottenere alcuna qualifica? Il loro futuro quale sarà? L’indicatore europeo sugli Early school leavers stima che nel 2018 in Italia il 14,5% dei giovani…

L’articolo di Eleonora Aragona prosegue su Left in edicola dal 13 settembre 2019

SOMMARIO ACQUISTA

Un mare di accoglienza e di possibilità

Se decollerà un nuovo governo Pd-M5s all’altezza dei problemi del Paese dovrà rappresentare una svolta reale rispetto al primo governo Conte. Non basta cambiare i nomi, cosa peraltro piuttosto complicata. Bisogna cambiare radicalmente la visione e le prospettive del nostro Paese, a partire da una rinascita del Mezzogiorno, e dalla proiezione dell’Italia verso il Mediterraneo.

Purtroppo, anche per i modi in cui è maturata la crisi e si sono determinate le condizioni che potrebbero portare ad un auspicabile rovesciamento di fronte, nei punti elencati da Zingaretti, al di là della genericità, non si coglie il rovesciamento dell’approccio al modello di sviluppo del nostro Paese, che ha prodotto un’Italia diventata sempre più diseguale sul piano sociale e territoriale. Né alcun richiamo ad una diversa politica verso il Mediterraneo. Come certifica l’ultimo Rapporto Svimez, la diseguaglianza tra Nord e Sud è diventata una voragine che rischia di travolgere l’intero Paese. Ed il Sud, in un’Italia aggrappata alle Alpi sarà sempre marginale. Né serve parlare di Mezzogiorno come un’appendice al programma generale di governo, come si è fatto per tanto, troppo tempo, (la scuola, la sanità, i giovani, le donne… e bla bla bla). Nel contempo noi continuiamo ad essere sempre più dentro il Mediterraneo e alle dinamiche complesse che in quest’area si producono, a cominciare dai fenomeni migratori, senza una politica mediterranea ad ogni livello.

Men che meno con una strategia di accoglienza, inclusione, assimilazione, integrazione, da cui i nostri governi e tante nostre comunità locali fuggono per non rischiare l’impopolarità. E quando una comunità locale come Riace mostra la praticabilità e la ricchezza di un altro approccio al fenomeno, diventando un modello ed un simbolo a livello mondiale, viene…

L’articolo di Tonino Perna e Mimmo Rizzuti prosegue su Left in edicola dal 13 settembre 2019

SOMMARIO ACQUISTA

L’Amazzonia continua a bruciare e solo gli indios difendono la grande foresta

Un «universo monumentale». Con queste parole l’antropologo Claude Lévi-Strauss definì l’Amazzonia dopo il suo viaggio in Brasile, nel quale tratteggiò il ritratto di tribù mai venute in contatto con la civiltà. Oggi, quell’universo e quelle tribù, sono sotto attacco. Legittimati dalle sciagurate politiche ambientali di Bolsonaro – che ad aprile si autonominava «capitan motosega» – gli agricoltori brasiliani, e in particolare i grandi latifondisti, hanno preso ad innescare incendi per abbattere la foresta pluviale e ottenere così terre da coltivare e pascoli. Ma anche per mettere in fuga le popolazioni indigene che la abitano, considerate un ostacolo per i loro affari, oppure ancora per cancellare le prove delle proprie attività di disboscamento illegale. I dati comunicati dall’Istituto nazionale di ricerche spaziali brasiliano, l’Inpe, indicano nel 2019 un aumento dell’80 per cento degli incendi nella grande foresta pluviale rispetto al 2018 (e pure un +103% in Bolivia e un +143 in Guyana). I roghi censiti dall’Istituto in tutto il Brasile dall’inizio dell’anno (fino a fine agosto) sono stati 82.285, il 51,9% dei quali si è sviluppato nel bioma amazzonico. E secondo le informazioni della Nasa, raccolte dal progetto Global fire atlas, i fuochi divampati da gennaio negli Stati di Amazonas (12.577) e Rondônia (12.955), nella zona nord-ovest del Paese, sono superiori al totale dei tre anni precedenti. «Ma – osserva Yurij Castelfranchi, professore associato di Sociologia dell’Università federale di Minas Gerais – sono gravissimi anche il restante 30% degli incendi in Brasile, quelli innescati nel bioma Cerrado, la savana tropicale, perché colpiscono un’area ad altissima biodiversità, di straordinaria importanza ecologica. E un altro indicatore da tenere in considerazione, sono le emissioni di Co2, anche quelle in spaventoso aumento».

Nei nove Stati brasiliani del bacino amazzonico il volume di anidride carbonica sprigionata in atmosfera nei primo otto mesi del 2019 è il più alto dal 2010 (considerando le intere annate), stando ai grafici del programma Ue di monitoraggio ambientale Copernicus. Ma come nascono questi incendi, professore?

Bisogna fare una premessa: pressoché ogni incendio che si sviluppa in Amazzonia è provocato direttamente dall’essere umano. Perché per dare fuoco alla foresta, in una zona con un tasso di umidità così alto, è necessario prima abbatterla, poi lasciare che il sole secchi le foglie e i tronchi disposti a terra, un processo che può durare settimane o mesi.

Se dunque l’emergenza è diventata solo ora visibile, gran parte della devastazione è stata compiuta nei mesi precedenti. Sempre secondo l’Inpe, la deforestazione è cresciuta del 278% a luglio e di oltre l’80% a maggio e giugno: cifre che superano ampiamente quelle rilevate nello stesso periodo del 2016, 2017 e 2018. E Bolsonaro solo nelle ultime settimane ha annunciato degli interventi.

Spesso gli agricoltori hanno dato fuoco alla foresta confidando in amnistie a posteriori, che poi in effetti sono arrivate, anche con i governi precedenti. Il motivo principale alla base di questi roghi è la spinta espansiva dell’agrobusiness, dell’industria dell’allevamento e della soia, usata per sfamare il bestiame.

Latifondisti e grande industria agricola che possono vantare numerose sponde politiche. «Già i governi Rousseff e Temer avevano portato avanti politiche ambientali disastrose, ma con Bolsonaro le cose sono peggiorate. Il Parlamento brasiliano è dominato da tre lobby, quella delle armi, quella dei fondamentalisti religiosi e quella, appunto, dell’agrobusiness. Mentre Lula era riuscito ad arginare queste pressioni, Bolsonaro si è mostrato totalmente asservito a questi gruppi. In questo modo ha indebolito gli organi di prevenzione e controllo in campo ambientale, rimuovendo dirigenti, modificando le competenze.

Ad esempio?

Ad esempio, proponendo di spostare parte delle competenze del Funai, l’organizzazione governativa che si occupa della protezione dei popoli indigeni, sotto l’egida del ministero dell’Agricoltura, che è il “dicastero del latifondo”. Mentre a capo del ministero dell’Ambiente siede un negazionista climatico. Senza considerare tutte le calunnie verso gli scienziati, i professori e le università che diffondono i dati reali sull’emergenza ambientale.

Un clima che di certo non frena gli appetiti di chi lucra sulle grandi piantagioni di soia e sugli allevamenti intensivi di bestiame.

Per loro è facile provare una sensazione di impunità. In generale, le tecnologie agricole avanzate hanno peggiorato le condizioni dell’Amazzonia, perché hanno permesso a piante che non avrebbero avuto alcuna chance di essere coltivate in maniera competitiva in quel tipo di suolo di crescere, penso ad esempio ad alcune varietà di canna da zucchero, e di incentivare così i latifondisti a deforestare e ampliare i loro terreni.

Con il benestare di Bolsonaro. Che ha sempre guardato con favore anche all’operato e agli interessi dei produttori di legname pregiato e dei garimpeiros, i cercatori d’oro. Una cinquantina di loro, a fine luglio, ha invaso armi in pugno la terra indigena Waiãpi, nello Stato settentrionale dell’Amapá, al confine con la Guyana Francese, e ha ucciso il leader della comunità Emyra Waiãpi.

Non c’è più legge, è un nuovo Far West. La situazione degli indigeni è molto grave, siamo al limite della catastrofe umanitaria. Sono diversi i casi di uccisioni. Gli ultimi gruppi di indios isolati – in tutto sono un milione quelli che vivono in Amazzonia – sono fortemente minacciati, senza considerare il crescente pericolo di epidemie. E spesso i crimini nei loro confronti restano impuniti. Non sono molti i giudici e le forze di polizia che hanno il coraggio di difenderli davvero.

Dagli stessi indigeni è partita l’opposizione alle politiche di Bolsonaro.

Si sono dimostrati ancora una volta una colonna portante della democrazia brasiliana. Sono in lotta e a metà agosto si è tenuta la prima marcia delle donne indigene, e in loro difesa e a tutela dell’ambiente contro Bolsonaro ci sono mobilitazioni in tutte le grandi città del Paese.