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Con Boris Johnson ora anche il Regno Unito ha il suo Trump

epa07735383 Conservative party leader Boris Johnson departs to his office after he was announced as the new Conservative party leader at an event in London, Britain, 23 July 2019. Former London mayor and foreign secretary Boris Johnson on 23 July 2019 was announced the winner in the party contest to replace Theresa May as leader of the Conservative Party. As the winner, Johnson will also take up the post of Britain's prime minister on 24 July 2019. EPA/ANDY RAIN

Un trionfo annunciato quello di Boris Johnson, nuovo leader dei Tory e da oggi premier britannico, a cui ha contribuito anche il suo stile comunicativo poco ortodosso che ne ha fatto una “figura eccessiva” a detta di molti, grazie alle gaffe, alle battute pesanti e al disprezzo totale per il politicamente corretto. Il neoeletto numero uno dei Tory ha ricevuto questo pomeriggio l’incarico di premier britannico dalla regina, e preso possesso della residenza al numero 10 di Downing Street. Ora si attendono le nomine del futuro team che affiancherà il primo ministro, dopo il passaggio di consegne da Theresa May, premier uscente, che oggi ha affrontato l’ultimo Question time ai Comuni e ha rassegnato le dimissioni nelle mani della regina a Buckingham Palace.

«Attuare la Brexit, unire il Paese, sconfiggere Jeremy Corbyn». Sono questi gli obiettivi indicati da Johnson nel discorso della vittoria dopo la sua elezione al ballottaggio con Jeremy Hunt. Johnson ha ribadito di voler portare a termine l’uscita del Regno Unito dall’Ue entro «il 31 ottobre», ha parlato della necessità di «ridare energia» al Paese e al partito, di essere positivi, e ha assicurato di non aver paura «della sfida». Ha poi invitato «in questo momento cruciale nella storia» del Paese e del partito, a «riconciliare» due aspetti che finora sono apparsi inconciliabili: «L’amicizia con gli alleati europei» e «il contemporaneo desiderio di un governo democratico autonomo in questo Paese».

Johnson – 55 anni, paladino della Brexit, ex ministro degli Esteri e già sindaco di Londra – ha stravinto la sfida col suo successore al Foreign office, il 52enne Jeremy Hunt, ministro degli Esteri ottenendo 92.153 voti (il 66%) contro i 46.656 di Hunt, nel ballottaggio affidato ai 160mila iscritti del Partito conservatore britannico. L’affluenza è stata dell’87,4%, mentre le schede respinte sono state 509. Secondo il sistema britannico, non è previsto un voto di fiducia, salvo che a chiederlo sia il leader dell’opposizione, in questo momento il laburista Jeremy Corbyn. Scenario rinviato presumibilmente a dopo la pausa estiva del Parlamento, visto che Westminster chiuderà i battenti giovedì 25 luglio per riaprirli il 3 settembre.

La Bbc ha annunciato subito la scelta di Dominic Cummings, ideatore della campagna Vote leave al tempo del referendum sulla Brexit nel 2016, fra coloro che saranno i principali consiglieri del neo premier. Una scelta gradita agli euroscettici, ma criticata dal fronte opposto. Al contrario, Philip Hammond si è dimesso dall’incarico di Cancelliere dello Scacchiere (equivalente al nostro ministro dell’Economia, ndr): «Ho appena consegnato la mie dimissioni a Theresa May», ha scritto Hammond su Twitter. «È stato un privilegio servirla come Cancelliere dello Scacchiere per gli ultimi tre anni», prosegue il tweet. Theresa May, si è subito congratulata col suo successore: «Molte congratulazioni a Boris Johnson eletto leader dei Conservatori, ora abbiamo la necessità di lavorare insieme per arrivare a una Brexit che funzioni per tutto il Paese e per tenere Jeremy Corbyn fuori dal governo. Avrai il mio pieno sostegno dalle retrovie».

Il leader dei laburisti, Jeremy Corbyn, ha reagito chiedendo elezioni generali, in modo che siano gli elettori stessi e non solo gli iscritti al Partito conservatore a scegliere il premier: «Boris Johnson ha vinto il sostegno di meno di 100mila membri non rappresentativi del Partito conservatore promettendo tagli alle tasse per i più ricchi, presentandosi come l’amico dei banchieri e spingendo per una Brexit senza accordo dannosa. Ma non ha ottenuto il sostegno del nostro Paese. La gente del nostro Paese dovrebbe decidere chi diventa il premier in una elezione generale», ha sottolineato.

Tra i primi a complimentarsi, anche il presidente americano Donald Trump: «Congratulazioni a Boris Johnson per essere divenuto il nuovo premier del Regno Unito. Sarà fantastico!». Già durante la campagna elettorale Trump aveva, infatti, annunciato pubblicamente il suo favore verso l’ex sindaco di Londra. Johnson è già stato etichettato come il nuovo “Trump britannico” dal Presidente stesso, un modo particolare per segnalare come la storica special relationship Usa-Uk stia per diventare “speciale” in modi completamente nuovi, almeno nel breve periodo. Invero, anche con Theresa May il tycoon statunitense era partito bene – ricordiamo le foto in cui camminavamo mano nella mano nei corridoi della Casa bianca -, ma i rapporti erano peggiorati a seguito dei rimproveri di lei sugli interventi statunitensi non richiesti negli affari britannici. Comunque, rimane quasi una certezza il primo viaggio ufficiale di Johnson a Washington, per sancire la nuova “armonia transatlantica“, tra una moina e l’altra. La vera domanda è se queste premesse si trasformeranno in una concreta convergenza di politiche o meno.

Un’altra delle prime preoccupazioni di Johnson, comunque, dovrebbe essere calmare i rapporti con Tehran. Recentemente, il Regno Unito ha sequestrato una petroliera iraniana nei pressi di Gibilterra, sospettando che stesse trasportando petrolio verso la Siria, e l’Iran ha risposto sequestrando a sua volta una petroliera britannica nello stretto di Hormuz. La faccenda si complica, poiché una risoluzione bilaterale Uk-Iran potrebbe scontentare gli Usa. Difatti, il Regno Unito, insieme ad altri alleati americani in Europa, era stato reclutato più volte da Washington per unirsi alla campagna di “massima pressione” sull’Iran, che in parte era scemata con l’accordo sul nucleare del 2015. La crisi nel Golfo potrebbe comunque rappresentare una buona opportunità per il neo primo ministro e anche Trump è ansioso di impedire lo scoppio di un vero e proprio conflitto. «Il Presidente Trump sembrerebbe più interessato ad una vittoria che a una guerra, e potrebbe voler aiutare Johnson», ha detto Peter Westmacott, l’ex ambasciatore britannico a Washington. «Magari potrebbe esserci un nuovo approccio collaborativo nei confronti dell’Iran, (…) potrebbe valerne la pena».

Da ultimo, anche l’Ue incassa la notizia, apparentemente in modo propositivo. «Non vediamo l’ora di lavorare con Boris Johnson in modo costruttivo, quando assumerà il suo incarico, per facilitare la ratifica dell’accordo di ritiro e arrivare a una Brexit ordinata. – ha detto il capo-negoziatore Ue per la Brexit, Michel Barnier – Siamo pronti anche a rielaborare la dichiarazione concordata su una nuova partnership» tra Ue e Regno Unito, ha aggiunto, ma «all’interno delle linee guida fissate dal Consiglio Ue». La presidente eletta della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è congratulata così: «Aspetto con ansia di lavorare con lui, abbiamo tempi difficili di fronte a noi, dobbiamo costruire una relazione di lavoro forte», Von der Leyen ha anche ringraziato Theresa May per «l’ottimo lavoro fatto insieme in un contesto difficile, dimostrando molto coraggio e dignità, ha voluto servire al meglio gli interessi britannici».

Tra il dire e il fare c’è di mezzo Bibbiano

Proviamo con calma a ricapitolare, cercare di capirsi, non scendere nei gironi dell’isteria generale che vorrebbero rivenderci come politica e tentiamo di dividere il grano dalla pula per riconoscere la differenza tra le azioni e le dimostrazioni.

Ieri il ministro dell’interno Matteo Salvini aveva una giornata libera (da comizi, eh, beninteso) e ha pensato bene di andare a Bibbiano. Fin qui non ci sarebbe nulla di male se il ministro avesse deciso di provare a toccare con mano la situazione confrontandosi con le autorità locali, con le associazioni e tutto il resto. E invece no. Niente di tutto questo. Salvini è andato a Bibbiano a fare un comizio. Proprio così. Come quelli che si vestono eleganti per farsi fotografare alla camera ardente di qualche vip fresco defunto.

Allora ho pensato che volesse darci qualche informazione, dire qualcosa di concreto. E invece no. Mi sbagliavo anche in questo caso. Troppo ottimismo. Salvini ha comiziato come suo solito dicendo che era lì da ministro e da padre. Perché essere padre dovrebbe essere garanzia di credibilità me lo continuo a chiedere da quando il ministro ha cominciato a usare questa forma: Totò Riina era padre, per dire. E quindi?

Quindi ci ha detto che i colpevoli devono pagare doppio, che detta così sembra proprio una bella frase, di uno che si è incazzato davvero. Ma poi, se ci si pensa per un secondo, viene da chiedersi: doppio di cosa? Delle pene stabilite dalla giustizia e quindi comminando una pena che non rispetti la legge? Non credo. Forse voleva dirci che ha pronta una proposta di legge per aumentare le pene che riguardano i reati sui minori? No, figurati. Avrebbe dovuto lavorare, scriverla, illustrarla. Troppa fatica. Quindi una frase senza nessun senso compiuto, a ben vedere.

Se invece ha intenzione di formare una commissione d’inchiesta sulle case famiglia (che per carità male non fa) allora dovrebbe spiegarci perché non sia rimasto nel suo ufficio per pensare alle finalità e alle modalità di questa eventuale commissione in modo da spiegarci minuziosamente come la vorrebbe fare. Spiegare, lavorare: fare politica, insomma.

E invece niente. Semplicemente Bibbiano è il luogo dove ci si garantisce presenza di giornalisti. Tutto qui. Tanto per occupare un po’ di spazio sui giornali.

E pensare che il ministro dell’interno invece dovrebbe spiegarci, in termini di sicurezza che è la sua materia, cosa sia successo l’altro ieri a Firenze che ha bloccato la circolazione ferroviaria e spaccato in due l’Italia. Ma, dico, ve lo vedete Salvini fare il suo lavoro di fianco a un traliccio? Meglio Bibbiano, ovviamente.

Buon mercoledì.

Carlo Augusto Viano: Il ’68 fu una rivolta contro la scienza

Il ’68 fu una forma di assestamento di una società che usciva, in un passaggio rapido, dalla società contadina, per entrare in una fase industriale relativamente moderna» dice il filosofo Carlo Augusto Viano.

«Gli operai che avevano accettato una forte disciplina di tipo fordista cominciarono a ribellarsi, anche contestando i propri sindacati. Mentre i giovani – dice l’autore di Laici in ginocchio (Laterza) – non accettavano più una società in cui l’essere giovani significava soprattutto prepararsi per il lavoro futuro. Volevano vivere da giovani. E questo non riguardava solo l’Italia ma investiva tutti i Paesi occidentali. Era un fatto di trasformazione sociale.
Fra i pensatori di riferimento del ’68, un ruolo centrale l’ebbe Foucault che, però, rivendicava fra i suoi maestri Heiddeger, il filosofo dell’«essere per la morte». Come lo spiega?
Accadeva perché tutta la cultura del ’68 fu una rivolta contro la scienza, identificata tout court con l’attività industriale. Si diceva “basta repressione”. Marcuse colse questo aspetto. E la scienza stessa veniva sentita come una forma di repressione. Da qui la rivolta. Da questo punto di vista il ’68 fu un movimento essenzialmente retorico. Tutto era facile, si poteva ottenere qualunque cosa. Il fatto che il pensiero scientifico mostri che i mezzi adeguati sono lontani, sono difficili, veniva avvertito con insofferenza. Per questa via antiscientifica, il riferirsi a Foucault e la riscoperta di Heiddeger.
E in questa chiave si può leggere La storia della follia e il suo assunto di fondo: la malattia mentale non esiste?
Foucault negava l’esistenza della malattia mentale, percepita come fatto di repressione sociale.
Pensatori del ’68 come Deleuze con il suo Anti-Edipo e lo stesso Foucault si riferivano a un conservatore come Freud che pretendeva di imporre un controllo razionale sull’inconscio, teorizzato come perverso. Una contraddizione in termini?
Certamente. Il ricorso a Freud rientra nel primato della letteratura sul sapere, che fu tipico del ’68. In quegli anni si usò Freud più che altro come strumento di decostruzione per smontare le cose, per trovare la macchinazione dietro quella che sembrava la realtà superficiale delle cose. Ebbero meno peso le istanze di tipo razionalistico. La ragione personale era una ragione nata dalla scarsità. Sartre lo sosteneva. Ora c’era l’abbondanza. Il ’68 era un’illusione di abbondanza.
Perché la rivolta è fallita?
Un po’ perché le rivolte estemporanee quasi sempre falliscono. E poi gli intenti del ’68 non erano del tutto chiari. Anche se alcuni suoi miti sono ancora presenti. Di fatto in Italia c’era una contraddizione abbastanza chiara: il ’68 era “per una società della liberazione”. Però, fino alla recente crisi della società industriale, ha creato una società irreggimentata. Gli studenti universitari protestavano e insieme volevano delle carriere “postali”, come si diceva allora, essere super assistiti.

*

Intervista tratta dal libro edito da Left “1968, fu solo un inizio”

La politica gne gne

No, non è politica. No. È una continua, ossessiva ricerca della giusta narrazione per non dire ciò che si fa o non fare ciò che si era detto, tutti concentrati solo nel mettere il vestito buono alle fandonie più indicibili e alle retromarce che non si vogliono spiegare.

Così da una parte accade che il Movimento 5 Stelle, nella persona di Luigi Di Maio, continui la sua inversione a u come se niente fosse, liscio come l’olio, come se le regole e le promesse siano prodotti a scadenza breve al pari del latte o dello yogurt. E, badate bene, il problema non è nel cambiare idea (che tra l’altro può essere invece segno di maturità e intelligenza) ma nel non assumersene la responsabilità. Così il M5S (quello che non doveva allearsi con nessuno e governa con la Lega) ora apre nuove strade: dicevano che non ci si sarebbe mai spostati dai due mandati e invece arriva il mandato zero e così possono essere tre («Abbiamo deciso di introdurre il cosiddetto “mandato zero”. Che cos’è il mandato zero? È un mandato, il primo, che non si conta nella regola dei due mandati, cioè un mandato che non vale», la frase pronunciata da Di Maio è uno spasso letterario), dicevano che non ci doveva essere struttura e invece arrivano i facilitatori regionali, dicevano nessuna alleanza e invece ora si apre alle alleanze. Capolavoro.

Dall’altra il Pd (che non perde mai occasione quando c’è da sbagliare) decide di rispondere all’orribile strumentalizzazione su Bibbiano (e sui bambini usati come clava politica) informandoci che uno degli indagati è difeso da un avvocato appartenente al Movimento 5 Stelle. In pratica per stigmatizzare un comportamento decidono di comportarsi allo stesso modo, fregandosene del dolore che tutta questa storia contiene. Altro capolavoro.

Niente di politico, niente che riguardi le riforme per il Paese, niente che sia di un minimo spessore culturale. La chiamano politica e invece è un lungo, disdicevole gne gne.

Buon martedì.

Climate change, ecosistemi e socialismo ambientale

È passato un anno da quando Greta Thunberg ha iniziato a protestare in modo clamoroso per richiamare l’attenzione delle istituzioni e della politica sui cambiamenti climatici e sul rispetto dell’accordo di Parigi di dicembre 2015 (COP21) sul cambiamento climatico. Per merito suo l’Europa e il mondo intero hanno preso coscienza della gravità della situazione, gravità nota già da anni in ambito scientifico. Ormai non abbiamo bisogno di credere alla scienza: basta che ci guardiamo intorno. Giugno 2019 è stato il secondo giugno più caldo in Italia dal 1800. La temperatura è stata 3,3 gradi superiore alla media. Ma non solo: questo caldo “anomalo” è stato accompagnato da fenomeni che continuiamo a chiamare “estremi” come grandinate con chicchi grossi come aranci. La flora, già provata da un inverno anomalo, sta soffrendo di malattie che si diffondono velocemente.
Ma cosa hanno ottenuto le grandi mobilitazioni (i “Fridays for Future”) che sono seguite alla protesta di Greta? Sicuramente una maggiore coscienza individuale di tante persone. Molto meno si sono viste azioni concrete da parte dei governi. In Italia non è in vista alcuna azione, tutt’altro. Il caso Ilva ci insegna che si guarda altrove.

Ma la crisi ambientale non è solo crisi climatica. Ad esempio gli insetti, essenziali per i nostri ecosistemi, si stanno estinguendo a una velocità otto volte superiore rispetto a quella dei mammiferi, dei rettili e degli uccelli. Secondo i ricercatori, più del 40 per cento delle specie d’insetti conosciute è in costante declino e almeno un terzo è in pericolo (fonte: Biological Conservation).
La siccità è un altro grande problema: studi scientifici (Kate Marvel et. altri su Nature) dimostrano la correlazione tra attività umane, in particolare industriali, e inaridimento: l’Europa e in particolare l’area mediterranea verranno colpite dall’aumento dell’evaporazione e dalla riduzione delle piogge portando larghe porzioni di territorio ora fertili a diventare aride.
Potremmo portare tanti altri esempi, dallo scioglimento dei ghiacciai all’erosione del suolo, il dissesto idrogeologico, l’innalzamento dei mari, l’invasione di fauna “aliena” …
Tutti segnali che ci dicono che l’attività dell’uomo modifica gli equilibri naturali del nostro pianeta. La domanda che sorge spontanea è se l’uomo sia una forma di vita incompatibile con il mondo in cui vive. La risposta è semplice: l’uomo è compatibile, è il modello sociale in cui viviamo, basato sullo sfruttamento compulsivo delle risorse naturali e umane, che è incompatibile.

Sgombriamo subito un’ambiguità: il Pianeta non sarà distrutto dall’uomo, è sopravvissuto a catastrofi ben più grandi, basta pensare al cambiamento dell’asse di rotazione. L’uomo distruggerà se stesso o, almeno, distruggerà il modello sociale e relazionale che abbiamo conosciuto noi. Perché, e cercheremo di capirne le motivazioni in seguito, il sistema capitalistico non è compatibile con la conservazione dell’ambiente che ci circonda. Quindi, necessariamente, dovremo arrivare a un modello sociale diverso se vogliamo garantire l’esistenza della razza umana. E ci possiamo arrivare in diversi modi:

Continuando l’attuale indiscriminata corsa allo sfruttamento di tutte le risorse fino a che l’inevitabile crisi ambientale ci condurrà a disastri di tale portata – uragani, siccità, scomparsa di parte delle terre emerse, crisi alimentare, inquinamento, malattie, guerre locali e di teatro … – che, in modo violento, porteranno una forte riduzione del numero di abitanti sulla terra e un radicale cambiamento nello stile di vita dei superstiti. Ovviamente i più colpiti saranno i più deboli mentre l’1% della popolazione che già detiene la maggioranza delle “ricchezze” del Pianeta probabilmente si arricchirà ancor di più e riuscirà a crearsi delle “isole di sopravvivenza” protette e per loro appaganti. Le diseguaglianze aumenteranno ancora e in modo sempre più drammatico.
Adottando una politica di “riformismo ambientale” in grado di attenuare gli effetti devastanti dell’azione antropica sulla natura. Misure in grado di ridurre l’emissione di gas serra, di contrasto alla siccità, di contenimento dell’aumento della temperatura media, di sfruttamento della “risorsa acqua”. Mirando a “rigenerare parzialmente” le risorse naturali senza modificare il nostro modello di vita sociale e quindi senza modificare il modello di sfruttamento delle risorse umane e naturali. Politiche funzionali a continuare lo sfruttamento capitalistico di tutte le risorse travestendolo con il nome di “economia sostenibile”. Sostenibile nel senso che si cerca di sfruttare le risorse in maniera meno devastante, consumandole più lentamente, provando a creare le condizioni perché, almeno in parte, le risorse naturali si rigenerino. Un modo di rinviare la soluzione del problema, un modo di assicurarsi ancora qualche anno. Una soluzione che è una “non soluzione”.

Con una rivoluzione sociale-ambientale che in modo progressivo, pacifico ma deciso, cambi radicalmente i valori alla base della nostra società andando a sostituire modelli di sviluppo basati sulla concorrenza, l’accumulo, il consumo compulsivo e lo sfruttamento con un nuovo modello sociale che permetta lo sviluppo basato sulla conservazione delle risorse, il consumo responsabile delle risorse di vicinanza e la ricostituzione delle risorse consumate. In questo modello la competizione, l’egoismo, la sopraffazione, l’accumulo privato e il consumo compulsivo di beni spesso non indispensabili, lo sfruttamento sarebbero sostituiti dalla collaborazione, la condivisione, la felicità del tempo libero, il benessere sociale, la salute, un lavoro appagante e dall’equa ripartizione dei beni comuni nel reciproco rispetto.

Pare evidente che, bene che ci vada, allo stato dei fatti, sarà adottato il “riformismo ambientale”.
I costi, sociali ed economici che stiamo subendo, e che continueremo a subire nel caso di “riformismo ambientale” sono enormi: ma sono costi a carico della collettività, a carico delle fasce più deboli delle popolazioni occidentali e, soprattutto, a carico delle popolazioni più indifese dei paesi in via di sviluppo. Viceversa le cause della crisi in atto derivano essenzialmente dallo sfruttamento delle risorse, umane e naturali, al fine di conseguire profitti privati sempre più elevati. Lo dimostra il fatto che l’1% della popolazione già detiene la maggioranza delle “ricchezze” del Pianeta mentre il rimanente 99% si divide il poco che resta.
Viceversa solo il radicale cambiamento del modello sociale, un vero socialismo ambientale, ci consentirebbe di risolvere definitivamente le crisi in atto. E di creare un nuovo modello di sviluppo in cui economia e lavoro siano a servizio dell’ambiente e viceversa.

L’autonomia recitata

Luca Zaia e Attilio Fontana. ANSA / MATTEO BAZZI

Fontana e Zaia, in nome di Lombardia e Veneto, hanno sfogato le proprie ire contro il presidente del consiglio Giuseppe Conte colpevole, a loro dire, di non volere dare abbastanza autonomia alla Padania e quindi di non rispettare i referendum (un po’ fiacco, quello di Fontana, a dire la verità) e il volere popolare.

Autonomia, popolo, volontà popolare sono le parole che la Lega sventola da anni come eccitante dei suoi elettori insistendo a magnificare un paradiso secessionista che ovviamente non è fattibile, non è costituzionale e non troverebbe mai i numeri necessari in Parlamento. Del resto la Lega, nonostante la finzione di Salvini, ha governato parecchi anni e non ha mai mosso una foglia sul tema nonostante se ne siano scordati in molti.

Ma non è questo il punto. Quello che ci interessa è come le infattibili promesse dei leghisti in fondo siano la loro stessa gabbia: per sfamare i suoi elettori Salvini dovrebbe attuare una secessione del nord che ormai non è nemmeno nei pensieri del vicepremier eletto in Calabria e difensore della Padania. Sapendo che non ci riuscirà mai allora non gli resta che applicare un’autonomia recitata che consiste nel trovare ogni volta un nemico o un potere forte che gli impedirebbero di arrivare al risultato finale. Per questo Fontana e Zaia hanno accettato di buon grado di fare gli attori in commedia sperando di placare l’ira funesta dei loro elettori (e del resto chi fa politica con l’ira ne finisce sempre prima o poi travolto): per loro è importante che si simuli una tensione all’obiettivo, solo questo.

Del resto la voglia di autonomia che accompagna questi tempi è soprattutto il desiderio che la libertà coincida con il farsi i fatti propri, in spazi sempre più ristretti, dallo Stato alle Regioni ai Comuni fino ad arrivare all’Io, dove l’egoismo sia sdoganato per legge e reso addirittura obbligatorio per difendersi da stranieri, oziosi, terroni oppure più semplicemente gli altri.

E così è tutta una corsa ad infeltrirsi. E tutti contenti di correre. Avanti così.

Buon lunedì.

 

Perché Corbyn ora punta deciso sul Remain

British Labour Party leader Jeremy Corbyn leaves EU headquarters prior to an EU summit in Brussels, Thursday, March 21, 2019. British Prime Minister Theresa May is trying to persuade European Union leaders to delay Brexit by up to three months, just eight days before Britain is scheduled to leave the bloc. (AP Photo/Frank Augstein)

Ha fatto molto rumore l’annuncio da parte di Jeremy Corbyn di un parziale cambio di rotta del partito laburista sul fronte della Brexit. Occorre dunque mettere un poco in prospettiva la vicenda, per evitare le semplificazioni.
Innanzitutto va ricordato che nel mese di settembre 2018 il Labour, nella sua Conference annuale, il luogo dove vengono decise le linee programmatiche del partito, aveva votato all’unanimità una mozione in cui la strategia laburista per fermare la Brexit dei conservatori sarebbe stata innanzitutto quella di una battaglia in Parlamento, seguita dalla richiesta di nuove elezioni politiche. A seguito della sconfitta in Parlamento del governo (cosa che è avvenuta nel frattempo tre volte), il partito laburista avrebbe richiesto un nuovo referendum, questo diceva la mozione votata a settembre. In ogni caso, sempre a settembre, si era affermato con forza che fosse necessario fare qualunque cosa per evitare un “no deal” che consiste in una minaccia nei confronti dei diritti dei lavoratori e della qualità della vita dei cittadini del Regno Unito.

Alla luce di queste posizioni che, ripetiamo, sono le linee programmatiche del Labour da quasi un anno, non deve destare troppo scalpore il fatto che Corbyn oggi proponga un nuovo referendum sulla questione. Nel frattempo, infatti, Theresa May ha, nell’ordine: chiuso un accordo con l’Unione europea che è stato bocciato per ben tre volte in Parlamento, ha dovuto richiedere il rinvio della Brexit – inizialmente prevista per il 29 marzo 2019 – al 31 ottobre 2019 e invitato il Labour a Downing street per trovare un accordo senza però avere l’autorità per chiuderlo perché, mentre trattava con l’opposizione, il proprio partito l’ha sfiduciata e i suoi probabili successori avevano linee totalmente differenti rispetto alla sua.

Non sorprende dunque che il Labour abbia deciso di mettere tutto il proprio peso sulla richiesta di un nuovo referendum. Jeremy Corbyn si è spinto per…

https://www.youtube.com/channel/UCgV4T1wDRd4AV31qGYbY39g

 

 

L’articolo di Domenico Cerabona prosegue su Left in edicola fino al 25 luglio 2019


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Il progresso è laicità e giustizia sociale

In Irlanda, il 1913 fu un anno cruciale per il plasmarsi di una rappresentazione collettiva delle classi lavoratrici. Più di 20mila lavoratori a Dublino subirono una serrata generale oppure decisero di scioperare. Il movimento dei lavoratori ha saputo trarre forza e coraggio dall’esemplare eroismo di quelle persone; ma anche da personalità più vicine a noi come Mary Manning, la commessa della catena di supermercati irlandesi Dunnes Stores che nel 1983 si rifiutò di vendere frutta proveniente dal Sud Africa in segno di protesta contro il regime dell’apartheid. Tuttavia, la forza maggiore il movimento continua a trarla dalla collettività, ossia dalle centinaia di migliaia di persone capaci di mostrare solidarietà sul posto di lavoro nei confronti di altri cittadini come loro e di tutte le popolazioni del mondo.

In Irlanda soltanto un lavoratore su quattro oggigiorno è iscritto a un sindacato, e di questi, più della metà provengono dal settore pubblico. Nel 1980 quasi due terzi dei lavoratori irlandesi erano sindacalizzati. Ma abbiamo segni incoraggianti di un’inversione di tendenza.

Il movimento sindacale, dobbiamo ricordarcelo sempre, nasce da una orgogliosa e importante tradizione su cui hanno potuto fare affidamento, rispettivamente, i movimenti per i diritti civili, quelli che hanno combattuto contro l’apartheid e quanti hanno perseguito una società basata sull’uguaglianza.

La fede eccessiva nelle ortodossie economiche di oggi, lo spazio ridotto destinato ai nuovi saperi, e un’aderenza a quella che oramai si è rivelata essere una competenza fasulla, hanno giocato un ruolo chiave nell’agevolare, ma anche nel contrastare, una catastrofe economica e sociale configuratasi come una vera e propria Grande Recessione, recessione che ha colpito la nostra nazione assieme ad altre. Oggi, nuove circostanze richiedono un…

 

* Michael D. Higgins, presidente d’Irlanda, è anche poeta e saggista. Proviene da una famiglia di umile estrazione che ha attraversato vicende tormentate; questo anche a causa delle posizioni politiche del padre che combatté nella guerra di indipendenza contro il Regno Unito (1919-1921), e poi lottò nelle file dei repubblicani durante la guerra civile irlandese (1921-1923). Nella sua carriera accademica ha insegnato nel Dipartimento di Sociologia e scienze politiche dell’Università di Galway ed è stato Visiting professor alla Southern Illinois University. Esponente di spicco del Labour party, sindaco di Galway in due occasioni (nei bienni 1982-83 e 1990-91), nel 1993 è stato nominato ministro della Cultura, e nel 2003 eletto presidente del Labour party. Nel 2011 è stato eletto presidente d’Irlanda per la prima volta, e nel 2018 ha iniziato il suo secondo settennato con un vastissimo consenso. Le opere di Higgins tradotte in italiano sono “Il tradimento e altre poesie” (Del Vecchio Editore, 2014, a cura di Enrico Terrinoni, con prefazione di Giulio Giorello), e “Donne e uomini d’Irlanda. Discorsi sulla rivoluzione” (Aguaplano Edizioni, 2018, a cura di Enrico Terrinoni, postfazione di Salvatore Cingari). La traduzione di questo articolo è stata curata da Enrico Terrinoni

L’articolo di Michael D. Higgins prosegue su Left in edicola dal 19 luglio 2019


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Diavolo di una pillola

L’arcangelo Gabriele, nell’Annunciazione di Botticelli, porge a Maria una scatola di EllaOne, la “pillola dei 5 giorni dopo”. In alto si legge: «Usala, fa miracoli!». Con questo elaborato gli studenti dell’Istituto Giorgi-Woolf di Roma hanno vinto il primo premio dell’iniziativa “Informiamici”, promossa dalla Smic (Società medica italiana per la contraccezione). Gli elaborati sono stati votati unicamente dagli studenti su Instagram; quello vincente ha avuto più di dodicimila “like”, ed ha suscitato la violenta reazione delle associazioni autonominatesi “pro-vita”, nonché una lettera alla Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo), con cui il presidente dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci) invoca «provvedimenti deontologici e/o disciplinari» contro la Smic e i medici che hanno ideato l’iniziativa.

La lettera sarebbe di scarso interesse, se non fosse l’occasione per una riflessione sull’influenza dei cattolici nella nostra società e in particolare nel campo della salute e dei diritti riproduttivi.
Per il presidente dei medici cattolici l’iniziativa della Smic e l’elaborato vincente violerebbero l’art. 54 del codice di deontologia medica, costituendo una «informazione sanitaria ingannevole, che impedisce ai cittadini una scelta libera e consapevole», perché la pillola “dei cinque giorni dopo”, «nei casi in cui è avvenuta la fecondazione», sarebbe «chiaramente abortiva».

A sostegno di tale affermazione cita il vecchio bugiardino di EllaOne, nel quale si riporta, oltre al noto effetto di ritardo o blocco dell’ovulazione, un eventuale effetto antinidatorio del farmaco, tralasciando di specificare che questa parte è stata eliminata nel 2015, in linea con i pronunciamenti

dell’Ema (Agenzia europea per i medicinali) e con le evidenze scientifiche che nel frattempo si sono rafforzate; sulla base di tali evidenze si è rimosso l’obbligo di prescrizione medica per le donne maggiorenni. Ma le certezze granitiche dei medici cattolici non sono minimamente intaccate dalle evidenze scientifiche, per loro il farmaco è «chiaramente abortivo». La scienza deve utilizzare un linguaggio comune, condiviso, che non possa dare spazio a fraintendimenti o interpretazioni. I medici cattolici non accettano questo linguaggio comune: per loro vita “biologica” e vita “umana” sono sinonimi, come lo sono i concetti di pre-embrione, embrione, feto, neonato. La verità assoluta di cui sono depositari impone loro di rifiutare la definizione di aborto universalmente condivisa, ribadita dallo stesso Consiglio superiore di sanità: si parla di aborto quando si interrompe una gravidanza, il cui inizio si definisce solo quando il processo dell’impianto si sia concluso.

Quando si dice alle donne che un embrione è già un bambino, o che la contraccezione di emergenza è abortiva si dà una informazione falsa, basata su preconcetti ideologici, privi di evidenza scientifica. Di questo dovrebbe occup…

L’articolo di Anna Pompili prosegue su Left in edicola dal 19 luglio 2019


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Governo Sanchez, il gesto responsabile di Iglesias

Sanchez e Iglesias

Inutile e anche un po’ ipocrita denunciare la generale disaffezione verso le istituzioni e la politica, quando proprio chi ammonisce fa passare quasi tre mesi, dopo aver vinto le elezioni, senza riuscire a trovare un accordo per dare un governo alla Spagna. La prossima settimana inizia, con la convocazione del nuovo Parlamento, il dibattito sull’investitura del candidato socialista, Pedro Sánchez, alla presidenza del Consiglio.
Sánchez, dopo l’ultimo inconcludente confronto tra Psoe e Unidas Podemos, aveva assicurato che la richiesta di Iglesias di far parte dell’esecutivo era il principale ostacolo nei negoziati per un accordo legislativo e aveva espresso in diverse occasioni che, nel caso di una mancata nomina a capo del governo, si sarebbe finiti a nuove elezioni politiche a novembre.
Veti incrociati e esigenze irrinunciabili, mentre già aleggia il resoconto socialista che parla dell’imperdonabile Iglesias disposto a votare contro l’investitura di un presidente di sinistra se non sarà ministro. Un gioco dannoso, di ruoli e di protagonismi, interrotto alla fine della settimana con le parole diffuse sui social dallo stesso Iglesias: “non sarò la scusa per evitare il governo di coalizione”. Eccola qui la saggia e attesa decisione di fare un passo indietro se questo è davvero il solo ostacolo che impedisce il governo congiunto tra Psoe e Unidas Podemos. Ora Iglesias, che i socialisti hanno chiamato lo scoglio che impediva la formazione del governo di coalizione, non c’è più. Non ci sono più alibi, perché in definitiva di questo si è trattato, c’è solo la richiesta di poter indicare i nomi del suo partito nell’esecutivo tra quelli scelti dalla sua formazione.
In questi mesi è sembrato insignificante che oltre il 75% del popolo spagnolo si sia recato alle urne, indicando con sufficiente chiarezza di voler essere governato da una forza progressista, contro le destre e l’egemonia neo-franchista di Vox.
Pedro Sánchez ha quasi ignorato il messaggio del voto, tentato di rincorrere una trasversalità anacronistica, alla ricerca di un centro che, dalle elezioni in Andalusia, è ormai evaporato. In questi giorni ha tentato e ritentato contattando telefonicamente i leader dei principali partiti, PP, Cs e Unidas Podemos, per avere almeno un’astensione per ottenere l’investitura per “responsabilità” e, nel caso del Partito Popolare, per “reciprocità”, come conseguenza dell’astensione nel 2016 dei socialisti alla nomina di Rajoy.
Le destre fanno il loro mestiere di opposizione: Casado per il PP e Rivera per Ciudadanos insistono sul no e ripetono fino alla nausea che non c’è possibilità di cambiare l’orientamento del loro voto. Mentre l’astensione dei socialisti all’epoca richiese la cacciata di Sánchez da segretario del partito, e questo la dice lunga sul Psoe. L’obiettivo sembra far naufragare la svolta a sinistra che, proprio Sánchez, ha impresso con la sua vittoria alle primarie e l’alleanza con Unidas Podemos che presuppone.
La domanda in questi giorni non è stata perché Unidas Podemos insiste testardamente per un governo di coalizione, ma perché i socialisti vi resistono così tenacemente.
La ragione più plausibile, e inquietante, è che un governo di coalizione colpirebbe interessi e poteri corposi, perché darebbe maggiore radicalità e profondità al progetto di cambiamento, andando oltre quel bilancio concordato, per la finanziaria passata, fra Sánchez e Iglesias.
Con un governo di coalizione verrebbe derogata la legge sul lavoro e cancellata la ley mordaza di Rajoy che limita la libertà di espressione; sarebbero restituiti i diritti alle persone, da quello alla sanità e all’educazione, dal diritto alla casa a quello dell’effettiva uguaglianza fra donne ed uomini.
E’ comprensibile che Sánchez faccia fatica a persuadere poteri economici ed istituzionali, europei e spagnoli, vincolati ad altri interessi, su un progetto così.
In un rapporto difettoso le responsabilità devono essere distribuite equamente e quindi anche Pablo Iglesias e il gruppo dirigente di Unidas Podemos, ha le proprie. Non per le insistenze nel proporre il governo di coalizione con suoi ministri, ma perché lo ha fatto prescindendo dai rapporti di forza, definiti dal voto, fra i due partiti di sinistra, nettamente favorevoli al Psoe.
I socialisti hanno reagito con cautela al passo indietro del segretario di Unidas Podemos: “Senza veti o imposizioni, possiamo raggiungere un accordo. Iniziamo con i contenuti. Prima il programma, e poi il governo”. Non ci sono argomenti ragionevoli per smettere di negoziare per un esecutivo progressista per il paese e per la sua gente.