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Pena di morte negli Usa, ecco la mappa degli omicidi di Stato

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato la ripresa delle esecuzioni capitali per i criminali condannati dai Tribunali federali, ribaltando una moratoria sulla pena di morte in atto fin dall’amministrazione Obama. L’ultima di queste esecuzioni risaliva a 16 anni fa. É rarissimo che i tribunali federali comminino pene capitali, solo 62 detenuti si trovano oggi nel braccio della morte delle carceri federali, contro i 2743 detenuti negli statali.

William Barr, ministro della Giustizia, ha adottato un nuovo protocollo sulle iniezioni letali e ha programmato cinque esecuzioni da tenersi in una prigione federale dell’Indiana, tra dicembre 2019 e gennaio 2020. Barr ha anche chiarito che la pena di morte sarà nuovamente implementata per dare giustizia alle famiglie delle vittime, e che i cinque neo condannati a morte sono tutti colpevoli di omicidio, alcuni anche di tortura o stupro di minori e anziani. Tra questi, un suprematista bianco che ha ucciso una famiglia di tre persone in Arkansas, inclusa una bambina di 8 anni; un nativo americano che, in Arizona, ha accoltellato una 63enne e la nipote 16enne; un uomo che ha freddato cinque persone; uno che ha rapito, stuprato e ucciso una teenager e un padre che ha molestato sessualmente e ucciso la figlia di due anni.

Altro grande cambiamento introdotto dal protocollo, è la modifica del cocktail letale dell’iniezione. Fino ad ora si utilizzava un insieme di tre sostanze, consistente in tiopental sodico che portava all’incoscienza, bromuro di pancuronio che causava la paralisi muscolare e l’arresto respiratorio, e cloruro di potassio che causava l’arresto cardiaco. Fin dal 2010 le case farmaceutiche si sono rifiutate di fornire il tiopental sodico agli esecutori per motivi etici o semplicemente per non essere associate alla pratica, causandone una carenza su tutto il territorio nazionale. Molte esecuzioni sono state, così, ritardate per procurarsi la sostanza oltreoceano. Alcuni Stati hanno dunque scelto di passare al pentorbarbital, un farmaco utilizzato come sedativo durante gli interventi chirurgici. Il Texas lo ha utilizzato per primo nel 2012.

Il direttore esecutivo di Amnesty International Usa, Margaret Huang, ha criticato pesantemente la mossa di Trump, definendola «oltraggiosa», nonché «l’ultimo indizio del disdegno di questa amministrazione per i diritti umani».

La sentenza capitale sembra incontrare ancora l’approvazione dei cittadini in Nord America: l’ultimo sondaggio sulla questione ha evidenziato come il 56% degli statunitensi supporti la pena per gli individui colpevoli di omicidio, mentre solo il 41% sia contrario.

Ci sono ancora 29 Stati in cui la pena è legale, al contrario un numero crescente di altri – in questo momento 21 -, stanno abolendo la misura. Ma, a quanto pare, l’amministrazione Trump vuole invertire la rotta.

La pena di morte, per le esecuzioni sia a livello federale che statale, era stata dichiarata incostituzionale nel 1972, ma poi reinstaurata nel 1988 per poche tipologie di reati, quando il Congresso approvò l’Anti-drug abuse act. Il Federal death penalty act del 1994 ha portato a 60 il numero di reati per cui è prevista tale pena.

A maggio scorso, il New Hampshire è diventato il 21esimo Stato ad abolire la pena, subito dopo la California a marzo, probabilmente grazie al declino della popolarità di tale pratica tra i cittadini, ai costi molto alti e alla difficoltà di reperimento dei farmaci utilizzati nelle esecuzioni. In più, gli attivisti per i diritti umani sostengono che i provvedimenti siano applicati in modo iniquo, spesso per ragioni di razzismo o intolleranza. Nonostante ciò, ci sono ancora parecchi Stati che la applicano regolarmente, come il Texas (che ha il maggior numero di esecuzioni dal 1976, ossia 561), la Virginia (113), l’Oklahoma (112), la Florida, l’Alabama e la Georgia. Comunque, il numero annuo di sentenze capitali è diminuito dell’85% dal 1998 al 2018, passando da 295 a 43.

A livello federale, solo tre esecuzioni sono avvenute dal 1988, la più recente nel 2003, con l’uccisione di Louis Jones Jr, a seguito dello stupro e omicidio di Tracie Joy McBride, soldato dell’esercito americano, in Texas. Timothy McVeigh, responsabile per il bombardamento di Oklahoma City del 1995 era stato invece condannato a morte nel 2001. Con Obama, le esecuzioni federali si trovavano sotto una moratoria informale: nel 2014 l’allora Presidente aveva ordinato al Dipartimento di Giustizia di condurre un’approfondita ricerca sulla pratica dell’iniezione letale e delle sostanze che venivano utilizzate a tale fine. Con la moratoria sulle esecuzioni, la linea governativa assunta dagli Usa ne sosteneva di fatto l’abolizione. Per questo motivo, quello del presidente Trump è un brusco dietrofront.

La ripresa delle condanne capitali pronunciate da Tribunali federali ha scatenato le reazioni dell’opposizione, specialmente in vista delle presidenziali del 2020. Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Kamala Harris: tutti i principali candidati esponenti del Partito democratico si sono pronunciati contro questa decisione. «Quando sarò presidente abolirò la pena di morte», scrive Sanders su Twitter. «La pena capitale è immorale e profondamente fallace. Troppi innocenti sono stati giustiziati. Abbiamo bisogno di una moratoria nazionale sulla pena di morte, non di una sua restaurazione», ha twittato Harris. Warren ha, infine, ribadito: «Il nostro sistema criminale ha una lunga storia di errori sulla pena capitale, specialmente quando si tratta di persone di colore. Non possiamo lasciare ad un sistema a pezzi il destino dei detenuti americani. Io mi oppongo alla pena di morte».

Quello che i vaticanisti (non) scrivono

Dome in Vatican reflected in a puddle.Focus on cobblestone.

L’Italia è quel Paese un po’ strano dove chi ha un tesserino da giornalista può scrivere sotto dettatura del Vaticano. I “vaticanisti” sono considerati una élite del giornalismo italiano: io li ritengo un vero e proprio scandalo.

Ovviamente tutti i Paesi del mondo hanno i propri pregiudizi. I nordamericani credono che la loro missione sia salvare il mondo; i francesi pensano che il loro modello repubblicano sia il più ugualitario e che la loro École nationale d’administration (Scuola nazionale di amministrazione) ne sia un buon esempio; gli italiani credono che i loro vaticanisti dicano la verità. Paese che vai, cecità e illusioni che trovi.

Il vaticanista è un giornalista che si è specializzato nel rendere regolarmente conto di ciò che accade in Vaticano. Come in tutte le professioni ne esistono di eccellenti, non molti, che hanno saputo preservare la propria indipendenza e ce ne sono altri, ossessionati da un’agenda conservatrice, mondana o distorta, che diffondono, spesso ciecamente, le informazioni provenienti dalle loro fonti, quelle della Santa Sede.

Il fatto che ci siano giornalisti designati come vaticanisti dalla loro redazione con il compito di coprire regolarmente l’attualità del Vaticano non è, di per sé, criticabile. Tra l’altro, esistono anche dei giornalisti “embedded” alla Casa Bianca e, in Francia, al Palazzo dell’Eliseo. Rimane più problematico il fatto che i vaticanisti privilegino le fonti vaticane rispetto all’investigazione e alla verifica dei fatti ed abbiano più a cuore gli interessi della Santa Sede rispetto a quelli dei loro lettori. È per questo motivo che non ci sono veri vaticanisti in Francia: nessuno darebbe loro credito in quanto giornalisti se fossero così tanto dipendenti dal Vaticano.

Quando scoppia un caso in Vaticano (che si tratti di un caso di pedofilia, di un documento segreto rivelato o di un libro problematico, com’è successo per il mio libro Sodoma), i responsabili della comunicazione vaticana diffondono a tutti i vaticanisti degli “elementi di linguaggio” (in gergo “Edl”), espressioni e parole chiave cioè da inserire nella storia da pubblicare affinché prenda la piega voluta. E questo accade anche all’interno delle redazioni dei giornali non di destra che almeno di facciata affermano di essere indipendenti del Vaticano.

Questi Edl per tanto tempo sono stati diffusi da Joaquín Navarro-Valls, il portavoce di Giovanni Paolo II (un numerario dell’Opus Dei che aveva scelto la castità pur essendo assolutamente omofilo), in seguito dal gesuita Federico Lombardi sotto Benedetto XVI, e poi Greg Burke (anche lui Opus Dei), sotto Francesco.

Il Vaticano per tanto tempo ha saputo sviluppare una comunicazione menzognera. Non appena venivano pubblicati inchieste o libri, questi servizi di comunicazione reagivano violentemente con smentite tanto assurde quanto buffe. Non si contano più le “menzogne di Stato” della Santa Sede a proposito di fatti che sono stati poi confermati. Questi tre moschettieri della Verità del Vaticano – Navarro-Valls, Lombardi e Burke – rimarranno nella storia per la loro arte di depistaggio dalla verità usata in modo sistematico.

Oggi i responsabili della comunicazione del papa sono più insidiosi. Un ex giornalista de La Stampa, Andrea Tornielli, è ora responsabile dei media di Radio Vaticana. Un vaticanista ufficiale del papa è diventato il portavoce ufficiale del Vaticano. Grazie a lui ma anche a Paolo Ruffini, Dario Viganò, Antonio Spadaro e Andrea Monda (direttore dell’Osservatore Romano dov’è già riuscito, appena arrivato, a fare in modo che tutte le giornaliste donne riunite intorno a Lucetta Scaraffia presentassero le dimissioni), la comunicazione della Santa Sede si è fatta più furba. Invece di smentire delle verità, preferiscono confermare alcuni degli errori.

Tutti i gerarchi vaticani alimentano i vaticanisti quotidianamente, ingozzandoli dei mille e uno segreti della Curia romana, al punto di renderli dipendenti dalle loro informazioni (ne sono testimone perché sono stato anch’io regolarmente informato ufficiosamente da alcuni responsabili della comunicazione, avendo avuto varie volte l’opportunità di incontrare a lungo Lombardi, Burke, Tornielli e Spadaro).

Se un vaticanista si prende troppe libertà rispetto alla traccia indicata, o meglio, agli “elementi di linguaggio” distillati dai responsabili della comunicazione vaticana, potrà vedersi deprivato di tutte le sue fonti e, come massima punizione, anche degli inviti ai viaggio ufficiali con il papa. A breve termine, il suo titolo di vaticanista risulterà privo di contenuto, un guscio vuoto vero e proprio e, tagliato fuori da qualsiasi informazione, inevitabilmente perderà il suo lavoro. Così i vaticanisti (principalmente uomini) sono spesso «tenuti al guinzaglio» – questa espressione è di uno di loro.

Sono peraltro numerosi i casi in cui vengono reclutati all’interno delle organizzazioni satellitari della Conferenza episcopale italiana o del movimento cattolico italiano Comunione e liberazione. Tre dei più importanti vaticanisti italiani sono legati a quest’organizzazione: le devono il loro posto di lavoro e in parte le devono rendere conto informalmente delle loro attività.

E allora non importa se i giornali per cui lavorano siano di destra o di sinistra, cattolici o più laici: i vaticanisti sono quasi sempre…

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L’articolo è stato tradotto da Catherine Penn

L’articolo di Frédéric Martel prosegue su Left in edicola dal 26 luglio 2019


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Tonino Carotone: È un mondo difficile, canto per i bimbi migranti

In un brano attualissimo scopriamo un avverbio che, di questi tempi, sarebbe importante introdurre nei discorsi: “mediterraneamente”. E gli immigrati che arrivano dal mare sono i protagonisti della favola/canzone che Tonino Carotone e il coro dell’Antoniano hanno realizzato. Si intitola Solcando le onde il nuovo singolo in cui per la prima volta a cantare dei tanti bambini che spesso arrivano (a volte no, purtroppo) da terre martoriate dalla fame, dalla guerra e dalla povertà sono altri bambini, quelli del Piccolo coro “Mariele Ventre” diretto da Sabrina Simoni. Insieme a loro, un artista che da sempre si spende per i diritti umani. Lui che nasce nei Paesi Baschi, cresce in un sobborgo di Pamplona, anche stavolta non rimane indifferente a quello che sta accadendo nei nostri mari. Il suo nome omaggia il nostro Renato Carosone, con il quale ha registrato una indimenticabile versione di “Tu vuò fa l’americano”. In Italia arriva al grande pubblico nel 2000 con il celebre Mondo difficile, ha collaborato con tanti artisti, tra cui Roy Paci, Elisa, Capossela. Tra successi e collaborazioni mondiali, tra tutte quella con Manu Chao, Antonio de la Cuesta, il suo vero nome, racconta a Left il suo impegno civile, perché, ci spiega, la solidarietà è un importantissimo valore che rende più grande un popolo. Uomo di lotta e musicista versatile, ci tiene a mantenere alta l’attenzione su una tematica che dovrebbe riguardare tutti, anche i bambini, cui dobbiamo affidare il futuro. Mi parla in “itagnolo”, come dice lui, partendo dalla sua terra per poi allargare lo sguardo sul mondo. Proprio a Pamplona, lo scorso anno, a lui e ad altri suoi compagni, sono stati intitolati un monumento ed un parco che ricordano i combattenti per la pace.

Fin da giovane, sei stato sensibile ai problemi dei diritti umani e civili. Sei un musicista versatile e la lotta ti appartiene.

Ho sempre avuto, per nascita direi, uno spirito antimilitarista. Nella mia regione in Spagna, la Navarra, nei Paesi Baschi, nessuno…

L’intervista di Alessandra Grimaldi a Tonino Carotone prosegue su Left del 19 luglio 2019


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La facciata

C’è tutta l’antropologia di un certo modo di fare politica in Virginia Raggi che ieri si è travestita da postino per recapitare alla sede di Casapound una cattivissima missiva in cui gli si chiede di rimuovere l’insegna sull’edificio che occupano abusivamente nel centro di Roma, alla faccia dei cittadini romani, degli italiani e dei contribuenti che secondo la Corte dei Conti avrebbero speso circa quattro milioni di euro per lasciarli lì dentro a pascolare mentre giocano a fare i fascisti del terzo millennio.

È simpatica questa cosa di una moderna partigiana che avrebbe coraggiosamente tolto il nome di Mussolini dal citofono negli anni addietro e che oggi invece ci regala una diretta Facebook mentre chiede a Di Stefano e soci mica di levarsi delle scatole come sarebbe giusto che sia ma che si limita a chiedere di togliere la scritta da fruttivendoli che hanno esposto sulla facciata.

La facciata. Appunto. La facciata che ha preso proprio la Raggi quando pochi minuti dopo i suoi compagni di partito alla Camera votavano contro un ordine del giorno che chiedeva invece di mandare via i fascisti piuttosto che occuparsi solo di sistemargli il fondotinta. I grillini in Parlamento hanno votato contro a un ordine del giorno che invece avevano votato in massa al Campidoglio con tanto di plauso della sindaca.

La facciata. Appunto. La politica di facciata che vorrebbe convincerci che i proclami siano azioni e debbano essere considerati alla stregua dei decreti. Ma siccome la campagna elettorale qui da noi è permanente allora tutti a fare le promesse dimenticandosi di essere loro a governare e quindi di avere tutti gli strumenti a disposizione.

È una politica di facciata, finta, e anche di facciate: le testate che continuano a darsi tra di loro Giuseppe Conte e Matteo Salvini che hanno dato due versioni contrapposte dello stesso episodio e sembra che nessuno se ne sia accorto.

«Il segreto del successo è la sincerità. Se riesci a fingerla, ce l’hai fatta», scriveva Jean Giraudoux.

Buon venerdì.

Grandi manovre contro la libertà d’insegnamento

Ci stanno sottoponendo ad un’attività inedita, in un Paese democratico: esercizio all’indagine. L’autonomia differenziata, cavallo di battaglia della Lega, per nulla sgradito al Pd (in particolare nella versione solo apparentemente soft richiesta dal governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini), inserita al punto 20 (per inconsapevolezza?) del “contratto di governo” (sic!) dal M5s, è top secret. Da quando, il 28 febbraio 2018, esautorato da qualsiasi attività che non fosse il disbrigo degli affari correnti (si era a 4 giorni dalle elezioni) il governo Gentiloni (Pd) firmò le pre-intese con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, sono stati fatti enormi passi avanti verso la realizzazione del provvedimento, ispirando ogni fase ad una precisa condizione: tenere alla larga gli “intrusi” (i cittadini), fare in modo che le riunioni fossero segrete (ce ne sono state un centinaio circa), che i media restassero sottotono, che le carte fossero accessibili a pochissimi. Missione compiuta. Senza parlare di altri documenti mai citati nelle baruffe chiozzotte tra “alleati” di governo e nelle rassicuranti parole del premier, garante del processo: il parere stroncatorio del dipartimento affari giuridici e legislativi; l’opinione nettamente contraria dell’ufficio parlamentare di bilancio. Quisquilie, dettagli.

Ma caparbiamente Massimo Villone, Gianfranco Viesti, Marco Esposito e pochi altri hanno optato per la contro-informazione (cioè, per l’informazione): lavorare indefessamente per far emergere le verità nascoste del e dal governo gialloverde e dalle regioni coinvolte; contenuti, numeri, (im)praticabilità, contraddizioni, violazioni che quel processo andava negoziando nelle segrete stanze. Le carte sono state rese note solo dal sito Roars, che in febbraio e in luglio è meritoriamente riuscito a pubblicare le bozze di intesa nella loro redazione precedente di un paio di mesi e dunque – dato l’indefesso lavorio dei nostri – presumibilmente poi rivisitate. Eppure, non stiamo parlando di un fatto tra privati; e neppure stiamo raccontando trattative tra servizi segreti; ma una vicenda che, se e quando dovesse andare in porto, sfigurerebbe completamente il volto dell’Italia “una e indivisibile”; renderebbe principi e diritti costituzionali poco più che orpello retorico; consegnerebbe al certificato di residenza la possibilità di accedere ai diritti universali; cancellerebbe decenni di lotte e di conquiste dei lavoratori. Non abbastanza – secondo chi ci governa – per considerare tutto ciò interesse generale. Pochi milioni di cittadini hanno potuto pronunciarsi sulla vicenda; quelli interpellati dai referendum politici di Veneto e Lombardia. Un’anteprima delle differenze: ai restanti 45 milioni quel diritto non è stato riservato; ma, addirittura, si dice loro: non disturbate i manovratori.

Tra un tweet e una diretta Fb (questo il tenore degli atti istituzionali nella agonica fase della democrazia che stiamo attraversando), 23 materie che riguardano la nostra vita quotidiana (dall’istruzione alle infrastrutture, dalla sanità all’ambiente, dai beni culturali alla ricerca scientifica, alla sicurezza sul lavoro) rischiano di finire nelle mani di regioni voraci, incapaci di pensare un mondo fatto di uguaglianza e solidarietà, di un patrimonio collettivo di diritti e appartenenza comune; dal prima gli italiani al prima i veneti/lombardi/emiliani il passo è breve. La posta in gioco è ricca, sia dal punto di vista economico che del potere politico: un mix esplosivo di avido egoismo, eugenetica reddituale; paghiamo più tasse e quindi le tratteniamo e gestiamo noi; esigiamo più..

L’articolo di Marina Boscaino prosegue su Left in edicola dal 26 luglio 2019


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Il decreto sicurezza bis passa alla Camera nel giorno in cui avviene una nuova strage in mare

Oggi è avvenuta un’altra strage in mare. L’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati parla di 150 morti. Medici senza frontiere di 70 cadaveri in mare, un centinaio i dispersi. E oggi il decreto sicurezza bis ottiene il via libera alla Camera. A Montecitorio il risultato finale è stato 322 sì, 90 no e un astenuto – 17 deputati 5S non hanno partecipato al voto, mentre il presidente Roberto Fico è uscito dall’aula poco prima della votazione.

In questo quadro drammatico ricordiamo quale è stato l’iter e cosa contiene il decreto sicurezza bis, lo facciamo con Stefano Galieni che ne ha scritto, per noi e per a-dif.org:

Il decreto legge sicurezza bis (Dl 53/2019) dopo essere passato dalle commissioni riunite Affari costituzionali e giustizia della Camera, procede nel suo iter a colpi di fiducia. Un percorso già dall’inizio accidentato, che ha poi  risentito dell’effervescenza politica e di dinamiche estranee al provvedimento stesso. Il dibattito c’è stato ma alla fine, a colpi di emendamenti, il testo uscito è assai peggiore di quello approdato alle Commissioni.

L’esame è iniziato il 25 giugno, si è quindi già in ritardo, tenendo conto che entro il 13 agosto il decreto legge 53/2019 va convertito in legge, ed entro quel termine va approvato anche al Senato. In caso contrario finirebbe col decadere. Come sarebbe auspicabile e forse pure possibile se  i parlamentari che si oppongono sfruttassero le contraddizioni della maggioranza, arrivando anche al limite dell’ostruzionismo.

Il decreto, come molti ricorderanno, nasce soprattutto in seguito al fatto che, nonostante il primo decreto sicurezza (legge 132/2018), le navi umanitarie delle Ong hanno continuato, fra mille difficoltà, a salvare persone in acque internazionali e i loro equipaggi a svolgere un prezioso lavoro di testimonianza in quel tratto di mare che si vorrebbe deserto e totalmente alla mercé della cosiddetta Guardia costiera libica. Ma c’è un’altra ragione. Al governo erano sfuggiti, nel primo testo, altri punti su cui poter intervenire soprattutto in merito alla repressione del dissenso sociale e, visto il successo riscontrato col primo tentativo, pur non sussistendo i requisiti di necessità e urgenza previsti per tali misure, ma da anni ampiamente ignorati nella decretazione d’urgenza, si è fatto ricorso a un decreto sicurezza bis, n.53/2019, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 giugno scorso.

La originaria stesura del decreto, prima delle elezioni europee,  aveva creato un certo imbarazzo, vi si proponeva ad esempio di punire le Ong e gli armatori, con una sanzione pecuniaria  per ogni persona salvata. Una sorta di “tariffario delle vite umane” che lo stesso Presidente della Repubblica, per il resto sin troppo prudente e silenzioso, ha considerato inaccettabile. Si è giunti, nel testo di decreto legge presentato alla Camera per la conversione, a ipotizzare una cifra forfettaria, con un massimo di 50 mila euro ad imbarcazione. Per velocizzare i lavori, si è deciso di discuterlo congiuntamente nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia, quanto segue è l’iter del percorso fin qui seguito. Da lunedì 22 luglio dovrebbe cominciare l’esame del provvedimento nell’aula della Camera, prima di passare al Senato.

All’apertura dei lavori in commissione, dopo la relazione introduttiva si è avuto il primo assaggio del livello della discussione. La deputata della Lega Simona Bordonali, relatrice, si è infatti appellata, per spiegare le ragioni delle misure contro le Ong, all’art 19 comma 2 della Convenzione di Montego Bay ritenendo che le imbarcazioni vadano fermate in quanto il loro passaggio nelle acque territoriali sarebbe «pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato». Una valutazione che dà per scontato il carattere illegale dei soccorsi operati in acque internazionali da navi private che,  in assenza di navi militari, svolgono attività di ricerca e salvataggio. Poco importa che il resto della Convenzione di Montego Bay (Unclos) sia stato ampiamente disatteso, e che siano state del tutto ignorate le altre due Convenzioni di diritto del mare, la Convenzione di Amburgo (SAR) e la Convenzione Solas. Come risulta violato il principio di non respingimento affermato dall’art.33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

Solo due, e di carattere preliminare, gli interventi in opposizione al decreto. La maggioranza ha operato come un rullo compressore, malgrado i litigi quotidiani  tra i suoi  maggiori  esponenti, ignorando la immediata precettività degli articoli 10 e 117 della Costituzione, che avrebbero dovuto impedire una valutazione favorevole in merito alla costituzionalità degli articoli 1 e 2 del decreto, che prevedono la cd. chiusura dei porti e le sanzioni contro le Ong che salvano vite in mare. Due ulteriori riunioni si sono poi tenute il 26 giugno e il 9 luglio senza alterare molto il progetto presentato per la conversione in legge. Il giorno successivo, il 10 luglio, sono stati presentati diversi emendamenti che inaspriscono ulteriormente il testo originario.

Molti di questi emendamenti portano la firma di esponenti della Lega, altri di Forza Italia e di FdI, tutti sono accomunati dall’intento di aumentare l’effetto repressivo del Decreto legge 53/2019. In alcuni casi si supera veramente ogni limite derivante dalla normativa europea e dalla Carta costituzionale, dall’emendamento  che porta da 6 a 18 mesi i tempi di trattenimento nei Cpr, all’abrogazione del reato di tortura, all’utilizzo in maniera sistematica della polizia municipale per mansioni non compatibili con il suo ruolo, all’affondamento delle imbarcazioni delle Ong, all’introduzione del reato di “integralismo islamico”. L’opposizione, in particolare rappresentata da parlamentari di Leu, dei Radicali italiani e di alcuni esponenti del Pd, ha avanzato proposte per tamponare gli effetti del nuovo dispositivo normativo, ma in un’aula che è parsa sorda e cieca persino  di fronte ai richiami alla Costituzione. In tutto sono stati presentati 546 emendamenti, in gran parte dichiarati inammissibili dalla Presidenza.

Il 15 luglio, nella Sala del Mappamondo, si è trovato il tempo per alcune audizioni informali, il 16 si è tornati in Commissione. Una riunione lunga, del resto il dibattito avveniva in sede referente, con lavori interrotti spesso da numerose scontri. Si era nel pieno della vicenda Sea-watch 3, ogni occasione di propaganda era dunque buona, anche in sede parlamentare, mentre stava esplodendo sui giornali il caso dei cosiddetti “fondi russi” e l’atmosfera rimaneva incandescente per tutta la giornata.

Le due sedute del 17 e 18 luglio, sono state caratterizzate da un incontro con esponenti del governo che sono intervenuti voltando le spalle ai parlamentari dell’opposizione con le reazioni conseguenti. Nonostante un impegno ancora più forte di alcuni parlamentari che hanno tentato di modificare il provvedimento in senso  conforme alle normative internazionali ed alla Costituzione, sono state approvate modifiche sostanziali che inaspriscono le sanzioni  contro le Ong. Multe fino a 1 milione di euro per chi opera soccorso in mare e prova a cercare un Place of safety sulle coste italiane, misure per facilitare la requisizione e, entro due anni, la demolizione delle imbarcazioni sequestrate alle Ong.

Ora il testo arriva in aula, dove non è improbabile che vengano presentati ulteriori emendamenti peggiorativi, anche se ormai sembra prevalere la fretta di portare a casa il risultato. Il decreto legge deve essere approvato entro il 13 agosto ed i parlamentari stanno già facendo le valige per le ferie, mentre il quadro politico è sempre più confuso. Si può quindi prevedere una vera e propria blindatura del testo in Senato. Seguiremo costantemente l’iter  di questo pessimo, e per molti aspetti propagandistico, tentativo di criminalizzare ancora più drasticamente la solidarietà e il dissenso sociale con il ricorso a sanzioni penali-amministrative sempre più gravi. Comunque venga approvato definitivamente questo decreto, aumenterà  in Italia ed all’estero la mobilitazione contro gli effetti nefasti della sua applicazione, e si moltiplicheranno i ricorsi giurisdizionali, come si è già sperimentato con il primo decreto legge sicurezza,  adesso legge n.132/2018, fortemente ridimensionato nella sua portata applicativa dalle sentenze pronunciate dai giudici. Questo ennesimo attacco allo stato di diritto non passerà.

Intanto dopo la sessione alla Camera di lunedì 22 giugno il giorno successivo il governo ha posto la “questione di fiducia” sul testo, togliendo spazio ad ogni ulteriore emendamento. Malgrado diffusi malumori, l’esito della votazione, e dunque l’approvazione del provvedimento, col supporto di FdI e Forza Italia, sembra scontato. In occasione della discussione si è registrata una scarsa presenza in aula delle forze di governo, mentre gli interventi delle opposizioni, per quanto fondati su richiami alla Costituzione ed alle Convenzioni internazionali, ben poco hanno potuto, di fronte ad un percorso decisionale ormai deciso dalla maggioranza con una ennesima forzatura dei regolamenti parlamentari.

Vittime di tratta in Ue: una su quattro è minorenne. E in Italia cresce lo sfruttamento sessuale

«Un quarto delle vittime di tratta presunte o identificate in Europa sono minorenni e l’obiettivo principale dei trafficanti di esseri umani è lo sfruttamento sessuale». È quanto rivela l’ultimo report di Save the children, Piccoli schiavi invisibili 2019, da poco diffuso. Sulle 20.532 vittime di questa pratica disumana, registrate nell’Unione europea nel biennio 2015-16, il 56% dei casi riguarda infatti la tratta a scopo di sfruttamento sessuale, con un pur consistente 26% legato allo sfruttamento lavorativo, una vittima su quattro ha meno di 18 anni, due su tre sono donne o ragazze. In Italia le vittime di tratta accertate (sempre tra il 2015 e il 2016) sono 1.660, con un numero sempre maggiore di minorenni coinvolti, cresciuti anche in percentuale da un anno all’altro, dal 9% al 13%. Un trend in aumento confermato anche dal riscontro diretto degli operatori del progetto “Vie d’uscita” di Save the Children, che solo nel 2018, in sole cinque regioni – Marche, Abruzzo, Veneto, Lazio e Sardegna -, hanno intercettato 2.210 vittime di tratta minori e neo-maggiorenni (dai 12 ai 24 anni), un numero cresciuto del 58% rispetto alle 1.396 vittime del 2017. Questi dati rappresentano solo la superficie di un fenomeno perlopiù sommerso – i minori o neo-maggiorenni sfruttati sessualmente in Italia sarebbero, dunque, diverse migliaia.

Il business dello sfruttamento sessuale nel nostro Paese recluta le sue vittime in Nigeria (64%), Romania, Bulgaria e Albania (34%), e cambia modalità operative per rimanere sommerso. Provengono da questi Paesi le ragazze che sono maggiormente esposte al traffico delle organizzazioni e reti criminali che poi gestiscono in Italia un circuito della prostituzione in continua crescita.

«Quest’anno abbiamo deciso di orientare il rapporto attraverso le testimonianze di diversi operatori su tutto il territorio nazionale a differenti livelli: dalle istituzioni a chi opera sul campo quotidianamente – ci racconta Antonella Inverno, responsabile Politiche per l’infanzia di Save the Children -. Il quadro che ne emerge è statistico, e quello dei dati è il primo problema quando si parla di tratta. Basti pensare che abbiamo 78 vittime minorenni accertate in tutta Italia nel 2018, ma le nostre unità di strada, che sono attive in cinque regioni, ne hanno conteggiate più di 1.200». Il problema principale, dunque, è riuscire a mappare il fenomeno, tutto ciò che non emerge.

A livello internazionale, l’Ufficio delle Nazioni unite contro la Droga e il crimine (Unodc) ha pubblicato il suo ultimo rapporto a gennaio 2019 e i dati cui fa riferimento riguardano il triennio 2014-2016. Per quanto riguarda l’Italia, i casi di tratta di esseri umani per i quali sono state svolte indagini sono stati 1.193 nel 2014, 1.163 nel 2015 e 996 nel 2016, a fronte di un numero di vittime che è stato di 597 nel 2014, 626 nel 2015 e 663 nel 2016.

Oltre il 70% sono state donne e ragazze minorenni, con particolare rilevanza di queste ultime, che hanno sempre rappresentato circa il 50% dei casi: in particolare, 326 vittime bambine e ragazze nel 2014, 275 nel 2015 e 307 nel 2016. Lo sfruttamento sessuale continua a rappresentare la principale forma di perpetrazione del reato: se nel 2014 in Italia sono stati registrati 773 casi di sfruttamento sessuale a fronte dei 19 per sfruttamento lavorativo, nel 2015 ne sono stati registrati 607 a fronte di 85, e nel 2016 610 a fronte di 69.

 

 

Le differenti criticità del fenomeno, rilevate nel report, riguardano sia il momento dell’aggancio e della fuoriuscita dalla situazione di sfruttamento, sia il percorso di emancipazione e integrazione nel nostro Paese. «Innanzitutto, molte vittime di tratta fanno richiesta di protezione internazionale, ma, come conseguenza del decreto sicurezza, è stata annullata l’accoglienza negli Sprar proprio per i richiedenti di protezione internazionale. Oggi le vittime devono stare in grandi centri di accoglienza dove non c’è personale qualificato per svolgere un lavoro specifico e dove, anzi, le ragazze a volte vengono intercettate e reclutate dalla rete criminale», continua Antonella Inverno.

Altre criticità sono legate alle modalità di sfruttamento: «Per le ragazze nigeriane, ad esempio, si passa sempre di più da una visibilità estrema – sfruttamento nelle classiche vie della prostituzione – ad uno sfruttamento che da un lato si attesta su quelli che vengono definiti come “giri walk” ossia itinerari appositi che contemplano spazi in strade secondarie e meno visibili, e che dall’altro diventa quello delle “connection houses”, equiparate a delle case chiuse gestite e frequentate anche da connazionali. Infine, c’è il fenomeno dello sfruttamento online. In questi tre casi per le unità di strada l’individuazione è più difficile».

Il fenomeno della tratta, in passato, era prevalentemente caratterizzato da donne che arrivavano da Paesi extraeuropei, mentre, ad oggi, molte delle vittime sono rumene e bulgare e c’è anche un ritorno forte delle ragazze albanesi. Secondo Inverno, «quando parliamo di fuoriuscita e percorso di integrazione nel nostro territorio, i problemi riguardano la burocrazia italiana: avere un permesso di soggiorno bloccato oppure non riuscire a iscriversi al Servizio sanitario nazionale sono solo alcune delle difficoltà. E poi, purtroppo, si rischia di offrire lo stesso tipo di percorso a ragazze anche molto diverse tra di loro, dimenticandosi che ogni ragazza è un unicum con desideri, aspirazioni, competenze e capacità differenti».

Nel report, Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children, sostiene che «lo sfruttamento sessuale di vittime così giovani e vulnerabili lascia nelle loro vite un segno indelebile con gravissime conseguenze. Anche nel caso più fortunato di una fuoriuscita, sono diversi gli ostacoli che le giovanissime vittime devono superare durante il percorso di inclusione e integrazione indispensabile per poter costruire un futuro dignitoso e autonomo. (…) Un fenomeno di questa gravità e di queste proporzioni necessita di un intervento nazionale coordinato tra tutti gli attori, in grado di garantire gli standard necessari ad una vera e propria azione di prevenzione, che deve scattare con tempestività appena le potenziali vittime entrano nel nostro Paese, e deve anche fornire i mezzi più efficaci per promuovere la fuoriuscita delle vittime e il loro percorso di integrazione».

Alcune soluzioni potrebbero essere il rinnovo del “piano tratta”, scaduto a dicembre, facendo si che le risorse destinate siano sufficienti a coprire tutte le spese dell’accoglienza o cercare di scardinare i meccanismi burocratici per cui a fronte di diritti accertati per legge, come la salute, non ci sia poi un effettiva garanzia degli stessi. «Quando arrivano in Italia, non avendo documenti e non volendo incappare nelle associazioni perché hanno già gli sfruttatori che le aspettano, molte ragazze dicono di essere maggiorenni – prosegue Antonella Inverno -. C’è un protocollo già licenziato diversi anni fa, che aspetta l’adozione definitiva dalla conferenza Stato-Regioni sull’accertamento multidisciplinare dell’età. Andrebbe utilizzato in ogni caso di incertezza, non solo nel dubbio di una dichiarazione mendace ma a maggior ragione quando una ragazzina evidentemente più piccola si dichiara maggiorenne. Servono protocolli e convenzioni territoriali che formalizzino il lavoro sul territorio. Una forma istituzionale di collaborazione tra pubblico, privato, privato sociale e mondo produttivo».

E allora l’autonomia differenziata?

Left ha correttamente e tempestivamente individuato già nel 2018 il pericolo gravissimo della controriforma costituzionale delle “autonomie differenziate”, quella che con acume scientifico e capacità comunicativa l’economista Gianfranco Viesti chiama «secessione dei ricchi» (vedi l’intervista di Pietro Greco del 21 settembre 2018). Gustavo Zagrebelsky ha scritto: «Opporsi ad essa è la battaglia della vita per il Paese». Si sta giungendo, in questi giorni, ad una stretta decisiva. La proposta del governo disintegra l’unità nazionale, sostituita da una confusa giustapposizione di staterelli con poteri feudali, sul piano legislativo e amministrativo, abbattendo, insieme, diritti costituzionali e tutti i principali diritti universali contenuti nella prima parte della Costituzione a fondamento dello Stato di diritto e dello Stato sociale.

Il governo, i presidenti di Regione che spingono per l’autonomia differenziata raccontano frottole: la proposta è il contrario di ogni forma di federalismo solidale, di democrazia partecipativa, di prossimità. Arriveremo ad un’Italia di potestà frantumate, rette da “cacicchi”, da potentati localistici. Avremo un Paese con quattro Regioni a statuto speciale, due province autonome (Trento e Bolzano) tre Regioni (che potrebbero diventare sette) con ambiti anche tra loro differenti di autonomia rafforzata e le altre a statuto ordinario; e con lo Stato centrale che gestirebbe residui di competenze, fondi residuali, funzioni diventate marginali. Matteo Salvini ha parlato chiaro: «L’autonomia funziona se c’è quella finanziaria. Non accetteremo nessun compromesso. Chi riesce a garantire servizi efficienti riuscendo a risparmiare dovrà gestire come meglio crede queste risorse». Il M5s, per salvarsi l’anima, oltre che il proprio elettorato meridionale, chiede l’istituzione di un fondo perequativo e la determinazione di “livelli essenziali di prestazione” (Lep), prima di distribuire risorse. Ma si tratta di polpette avvelenate per far passare il complessivo impianto secessionista. Anche l’apparente passo avanti (è saltata l’assunzione diretta dei docenti e sono stati accantonati segmenti della regionalizzazione della scuola) potrebbe essere funzionale al ribadimento dell’impianto complessivo.

Siamo di fronte a miserevoli pratiche mercantili, a mediocri tattiche politiciste di fronte al progetto di abbattimento definitivo della nostra Costituzione. Resta, infatti, in piedi il meccanismo della “spesa storica” (che sta accettando anche la Campania) che è la trappola che distrugge i servizi nel Mezzogiorno. Perfino la Corte dei conti conferma che senza la perequazione non è possibile l’autonomia differenziata. È necessario che l’opera meritoria (di fronte al tentativo del governo di far passare il progetto in maniera clandestina) di disvelamento del drammatico pericolo secessionista che la nostra Repubblica corre si proietti verso una reale e permanente campagna di massa, imperniata su comitati territoriali che si stanno in questi giorni moltiplicando. Il governo tenta di nascondere i problemi, ipocritamente parla di efficienza. Noi dobbiamo rovesciare questa grammatica truffaldina, creare senso comune alternativo. Ritengo che il presidente Mattarella, massimo garante della sovranità popolare costituzionale, oltre che svolgere la sua funzione equilibratrice sottotraccia, potrebbe intervenire lanciando un messaggio al Paese. Contro il disegno leghista di populismo secessionista, ma anche contro i gravi errori del centrosinistra.

Pesa ora come un macigno la pessima riforma del titolo V della Costituzione. Pesano le inaudite responsabilità del governo Gentiloni, che ha materialmente siglato le preintese con le presidenze del Veneto e della Lombardia. Pesa la scelta inverosimile della presidenza dell’Emilia Romagna, a conduzione piddina, che, per quasi tutte la materie, si allinea al lombardoveneto. Oggi, non a caso, il Pd è muto, paralizzato, diviso al proprio interno. Sta disertando rispetto ad uno scontro decisivo per la nazione, farfugliando di mediazioni fasulle, di «autonomia differenziata moderata» che è una chiacchiera pari al doloroso ossimoro della «guerra umanitaria». I sindacati hanno espresso importanti critiche rispetto all’architettura istituzionale secessionista, partendo dalla negazione dei diritti sociali che ne conseguirebbe, dal pervasivo processo di privatizzazioni. Ma forse ora, nei tempi decisivi, possiamo attenderci che assumano la guida del nostro fronte, con una reale azione di massa che sia dissuasiva per il governo, che deve essere costretto a pagare un alto prezzo nei rapporti sociali. Chiediamo al M5s di comprendere che il suo elettorato meridionale mai accetterà soluzioni furbesche e rabberciate. Non vi è, infatti, nessuna possibilità (come hanno ripetutamente spiegato nei dettagli tutte le agenzie economico/istituzionali indipendenti), che l’autonomia differenziata possa essere fatta senza costi.

«Non toglieremo un euro al Sud» proclama Salvini. Ha dimostrato, invece, Giannola, economista meridionalista, presidente dello Svimez, che «o lo Stato aumenterà i debiti, o diminuirà i servizi». Perché non si tratta solo del trasferimento alle Regioni di qualche funzione amministrativa. Stiamo parlando, nelle 23 materie fondative dello Stato di diritto, del trasferimento della quota massima di potestà legislativa di principio. Con un effetto automatico: per numero ed ampiezza delle materie coinvolte lo Stato si priva della capacità di formulare obiettivi di politica economica e sociale. Si può ipotizzare uno scenario futuro di una macroregione comprendente gran parte del Nord Italia insieme a regioni limitrofe di Stati esteri (Baviera, Carinzia, Slovenia, parti della Mitteleuropa), con la completa marginalizzazione del Centro Italia e di Roma, che sarebbe solo capitale diplomatica, e un Sud (20 milioni di persone) non più Europa ma macroregione Mediterranea. È questa l’anatomia geopolitica che giustifica la locuzione «secessione dei ricchi». Vi è, quindi, un tema strutturale che attiene ai processi di accumulazione e di valorizzazione del capitale dentro la crisi.

Le regioni economicamente forti, con servizi più efficienti, non vogliono avere palle al piede, non vogliono redistribuire risorse. L’efficienza massima, quindi, dei propri servizi va a scapito dei servizi delle altre regioni. Solo alcune delucidazioni: cosa accadrà del Servizio sanitario nazionale, già indebolito dalle controriforme del centrodestra e centrosinistra? E del sistema di formazione e della scuola nazionale laica repubblicana? La scuola e la cultura nazionali unitarie sono fondamento della nazione. Non vedremmo più, se passasse il progetto di autonomia differenziata, asili nido, refezione scolastica, cure mediche comparabili tra Nord e Sud. E non parliamo di infrastrutture, sistema stradale e ferroviario. Come ha fatto correttamente notare il professor Massimo Villone «da un altro punto di vista, la regionalizzazione di larga parte del pubblico impiego e di materie come la tutela e sicurezza del lavoro, la retribuzione aggiuntiva, la previdenza integrativa, gli incentivi alle imprese, darà un colpo mortale al sindacato nazionale, al contratto nazionale di lavoro. Le gabbie salariali saranno istituzionalizzate. E non parliamo dell’ambiente e del ciclo dei rifiuti. Avremo, in tutti i campi, un itinerario di privatizzazioni fissato dalle singole regioni, abbattendo più facilmente normative e controlli. È quello che i padroni hanno sempre auspicato.

Ripartiamo, allora, dalla Costituzione. Spieghiamo, in una reale campagna di massa, che, mascherandosi dietro gli articoli 116 e 117 della Costituzione, il governo propone una “attuazione incostituzionale della Costituzione”. Non possono essere, infatti, violati i diritti fondamentali di eguaglianza sostanziale. Avremmo una grave torsione del concetto stesso di cittadinanza, che sarebbe determinata dalla residenza; cambia, cioè, a seconda della regione in cui risiedi, la quantità e qualità dei servizi, dei diritti, delle prestazioni. La posta in gioco è alta. È la Costituzione stessa. Non potremmo riconoscerci nell’Italia delle piccole potestà feudali che disegnerebbe l’autonomia differenziata, se non la blocchiamo. Perché la nostra è l’Italia della Resistenza, della democrazia progressiva. 

L’editoriale di Giovanni Russo Spena è tratto da Left in edicola dal 26 luglio 2019


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Antigone: le carceri italiane le più sovraffollate d’Europa e per i detenuti una vita disumana

Un detenuto impegnato nella lettura all'interno della sua cella nel carcere di Secondigliano, a Napoli, in un'immagine d'archivio. ANSA / CIRO FUSCO

Più affollate di quelle di tutta l’Unione europea, con un tasso di detenzione più alto di quello dei Paesi nordici e della Germania e più basso solo dei Paesi dell’Est Europa, le centonovanta carceri italiane, a oggi, detengono sessantamila e cinquecentoventidue reclusi. Aumentati di 1.763 nell’ultimo anno e di ottocentosessantasette negli ultimi sei mesi. Quelli che Antigone ha analizzato, presentandone i risultati oggi 25 luglio, per rilevarne numeri e criticità.

La prima è che nel 30 per cento delle carceri visitate dagli operatori dell’Associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, manca lo spazio vitale, inferiore ai tre metri quadri a detenuto e nel 31 per cento delle strutture i detenuti non possono muoversi mai in autonomia. Cosicché, la vita dietro le sbarre peggiora, essendo sempre più carenti gli spazi verdi e i luoghi di incontro. Che mancano, pure, virtualmente: nonostante la legge lo preveda, nel 65 per cento delle prigioni è vietato avere contatti via Skype, nell’81 per cento non è mai possibile collegarsi a internet e la corrispondenza per mail non è un diritto ma un servizio concesso a pagamento.

Rimangono nella solitudine della vita ristretta e a oziare nel vuoto della cella: nell’ultimo mese, secondo quanto riferito da Antigone, sono stati chiusi diversi corsi scolastici in Campania e nel Lazio e nella casa circondariale di Rebibbia a Roma, l’anno scolastico venturo sarà precluso a circa cento detenute per insufficienza di classi. Nell’anno scolastico ormai concluso, invece, solo il 23 per cento delle persone detenute era coinvolto in corsi d’istruzione. Diritto fondamentale della persona libera o reclusa, negarlo a quest’ultima diventa oltretutto controproducente in termini di sicurezza, oltre a essere una forma straordinaria di prevenzione criminale, se si pensa che chi finisce in carcere, arriva da situazioni di estrema povertà culturale: oltre mille detenuti sono analfabeti – doppiando gli analfabeti liberi – di cui ben oltre trecentocinquanta italiani e seimila e cinquecento hanno la licenza elementare.

Sebbene sia ancora prematuro valutare l’impatto della riforma penitenziaria conclusasi nell’ottobre scorso, con tre decreti legislativi e iniziata con la sentenza Torreggiani (adottata dalla Corte europea dei diritti umani l’8 gennaio 2013 che ha condannato  l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani ndr), e sventoli ancora alta la bandiera della certezza della pena, nel primo semestre di quest’anno, le persone arrestate sono state ventitremila e quattrocentoquarantadue e la tendenza al decremento coinvolge anche gli stranieri che passano dal 44 per cento dello stesso periodo del 2017 al 41 per cento del 2019 e, in dieci anni perdono oltre tre punti percentuali, incidendo sulla popolazione carceraria solo per il 33 per cento ma con una distribuzione regionale poco equilibrata: a contenere il maggior numero di detenuti stranieri è la Sardegna, con l’80 per cento collocato a Is Arenas e il 78 per cento a Nuoro, località individuate con l’obiettivo di isolarli dai territori di vita precedente; il Lazio ne ospita 2.515 ossia un ottavo del totale e la Lombardia un sesto con 3.723 presenze. Che calano di oltre un terzo quando il riferimento è alla popolazione proveniente dalla Romania: oggi sono 2.509 i rumeni reclusi mentre nel 2013 erano 3.661, effetto dell’integrazione e delle seconde generazioni.

Minoranze percettivamente sovrastimate ma in alcuni casi dimenticate: le donne, al 30 giugno, sono 2.632, pari al 4,3 per cento del totale della popolazione ristretta, ospitate in quarantanove carceri italiane e con loro cinquantaquattro bambini. Mentre a casa, ad aspettare che il genitore esca dal carcere, ce ne sono sessantunomila. Sempre che il genitore recluso non vada ad allungare il lungo elenco dei morti in prigione: dall’inizio dell’anno, si sono tolte la vita ventisei persone, di cui dieci nell’ultimo mese. Di carcere si muore ancora: le pene inflitte sono troppo lunghe e senza alternative e la vita in prigione coincide con la vita in cella.

Si oppongono. Tra loro

Capiamoci: per giornate come ieri 24 luglio non serve nemmeno scrivere un editoriale, basta la cronaca nuda. C’è un ministro dell’interno che dice di conoscere di vista Gianluca Savoini e di non averlo invitato con lui nel viaggio in Russia in cui lo stesso Savoini ha pateticamente provato a farsi pagare dai russi (perché questi difendono l’Italia da Macron ma sono pronti a fare da zerbino a Putin, un sovranismo sguercio).

Il ministro dell’Interno viene chiamato in aula per spiegare cosa ha fatto quel giorno e per provare a chiarire le continue bugie che ci propina sulla vicenda (all’inizio quasi aveva negato di conoscere Savoini, tanto per fare un esempio) e decide che la questione non è importante, dimenticando che non sta a lui la scelta ma agli elettori e al Parlamento.

Il presidente del consiglio (le minuscole sono tutte volute) va a fare da supplente al ministro in una buffa inversione dei ruoli, scegliendo di riferire al Parlamento (non si capisce bene per cosa) e in sostanza scarica Salvini: «Non ho ricevuto informazioni dal ministro competente», dice Conte. Aggiungendo: «Sulla base delle informazioni disponibili alla presidenza del consiglio posso precisare che il signor Savoini non riveste e non ha rivestito incarichi formali di consulente esperto di questo governo. Era presente a Mosca il 15 e 16 luglio 2018 a seguito del ministro Salvini»

Mentre parla Conte il M5s decide di uscire dall’Aula. Come rimostranza nei confronti di Salvini, dicono. Il loro alleato di governo. Conte si incazza. Qualcuno del Movimento ammette che forse quella mossa è stata una cazzata: «Oggi, pochi istanti prima dell’intervento del premier in Senato, con un messaggio non firmato ci è stato chiesto di abbandonare l’aula. Dissociandomi dall’iniziativa, che non mi appartiene nel metodo e nel contenuto, sono restato al mio posto insieme a molti miei colleghi. Credo che, anche per il bene del Movimento 5 stelle, sia giunto il momento di valutare attentamente le decisioni unilaterali del “capo” e della comunicazione che lo consiglia» ha detto Mattia Crucioli.

Il Pd decide di voler presentare una mozione di sfiducia. Salvini dice di esserne orgoglioso e la paragona agli attacchi delle Ong (ma lui è scappato come un coniglio) e agli attacchi dei Casamonica. L’opposizione dipinta come mafia.

Ecco. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Buon giovedì.