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Capita anche a voi

TOPSHOT - A migrant holding a duvet cover sits by during the evacuation of a former penicillin factory where migrants from Africa but also Italians, lived in precarious conditions, on December 10, 2018 on via Tiburtina in Rome. - Police forces, carabinieri, municipal police and firefighters took part in the evacuation on December 10 of some 40 remaining migrants of various nationalities from the derelict factory, as hundreds of others had already left in the past few days. (Photo by Filippo MONTEFORTE / AFP) (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Facciamo che avete un figlio. Un figlio qualsiasi. Un figlio che d’estate va in vacanza. Metteteci tutto quello che potrebbe fare vostro figlio senza che voi lo sappiate: questa moralistica visione che dei buoni genitori tengano sottocchio i propri figli è una cagata pazzesca, ne conoscete decine di brave famiglie con bravi figli che però hanno compiuto un errore, ci scommetto, ne avete compiuti anche voi di errori di cui vi vergognate. Immaginate che venga arrestato, all’estero, e che voi siate convinti che per come lo conoscete non potrebbe essere colpevole (ma anche se fosse colpevole la vostra preoccupazione sarebbe identica, da genitori) e venite a sapere che non è stato interrogato secondo i protocolli di legge. Vi rassicura? Vi dà idea di sicurezza?

Immaginate un vostro figlio. Qui, in Italia, nel Paese in cui il lavoro rischia di diventare una chimera. Immaginatelo che vada in un Paese straniero a studiare, con tutte le belle speranze che hanno i nostri figli a cercare un futuro migliore. Immaginate che lì dove sta, d’improvviso, il fatto di essere italiano venga considerato schifoso, criminale, orrendo. Non è difficile: abbiamo esportato mafiosi in tutto il mondo, sarebbe un gioco facilissimo trasformarci nei nuovi negri. Vi rassicura? Vi dà idea di sicurezza?

Facciamo che vostro figlio, in Inghilterra o in Francia o in Spagna, decida di passare l’unico giorno libero della settimana, in cui non sgobba in qualche retrobottega, con gli amici. Immaginate che beva e che stia male, riverso a terra. Immaginate che intorno a lui accada la stessa indifferenza che è accaduta l’altro ieri a Milano, con persone tutte intorno a guardare schifate un onduregno. Immaginate vostro figlio che è l’onduregno in qualche altro Paese. Vi rassicura? Vi dà idea di sicurezza?

Immaginate di diventare poveri. Di colpo. Accade. Accade per un’operazione sbagliata, una gelateria che avete aperto con un amico e che vi ha sommerso di debiti e di pignoramenti. Voi siete le stesse brave persone di prima. Però poveri. Immaginate di non avere casa, di raccattare le vostre poche cose che vi sono rimaste, vostra moglie, i vostri figli e che andiate a cercare un tetto con cui coprirvi la testa. Siete illegali. Vi sgomberano perché la povertà è una vergogna e per ripristinare la legalità. Vi rassicura? Vi dà idea di sicurezza?

Il fatto è che i crolli, le disperazioni e gli errori possono capitare a tutti, a volte per colpa e per destino. E le regole (e l’umanità) sono le condizione per un tonfo che non sia ancora più drammatico. Pensiamoci.

Buon mercoledì.

La “caciara” costerà cara

The coffin containing the body of Carabinieri's officer Mario Cerciello Rega is carried to his funeral in his hometown of Somma Vesuviana (Naples), southern Italy, 29 July 2019. Two American teenagers were jailed in Rome on Saturday as authorities investigate their alleged roles in the fatal stabbing of the Italian police officer on a street near their hotel. ANSA/CESARE ABBATE

Dice il vicepremier Luigi Di Maio che sulla foto del ragazzo bendato in caserma a Roma, a proposito dell’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, si sta facendo troppa caciara. Ha detto proprio così. Forte Di Maio: quello che non capisce per lui è solo rumore di fondo. Peccato che Giuseppe Conte, ad esempio, essendo uomo di legge sappia benissimo che quella foto rischia di essere la dodicesima coltellata inferta al carabiniere e per questo l’ha condannata senza se e senza ma.

Volendo vedere bene quella foto è il miglior regalo che si potesse fare alla difesa dei due ragazzi americani (uno di loro ha confessato di essere l’autore delle undici coltellate). La giustizia (per fortuna) non funziona come i commenti evacuati su Facebook ma segue precise regole di procedura e non è un caso che nonostante il quadro probatorio sembri abbastanza solido (c’è la confessione del ragazzo anche se non è ancora chiara del tutto la dinamica dei fatti) già negli Usa sono partiti i parallelismi con la vicenda di Amanda Knox e nonostante il ministro dell’interno mostri i muscoli si sa bene che l’Italia ha vissuto più di qualche pressione dagli americani.

Non è un caso che proprio l’avvocato Luciano Ghirga, ex difensore della Knox, abbia fatto quest’analogia e in un’intervista a Radio Capital abbia dichiarato: «Amanda fu portata in questura senza avvocato, fece una confessione, la Corte Europea stabilì che c’era stata violazione del diritto di difesa, quindi di un diritto umano. Vedo un’analogia con la notte in questura di Amanda, e nel suo caso della confessione non si tenne conto».

Il legale dell’altro ragazzo americano, Francesco Codini, ha preso la palla al balzo per dire «Quella foto mi ha fatto davvero un brutto effetto. Oggi abbiamo provato ad andare in carcere per parlare con il mio assistito ma non è stato possibile: voglio capire cosa sia successo e se anche lui è stato bendato e legato».

E se non bastasse c’è l’avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali. che intervistato dall’Agi ha detto: «Chi in queste ore sta sostenendo quella foto, giustificando l’operato di chi ha agito in quel modo nei confronti del cittadino americano prima della sua deposizione, sta facendo un danno al carabiniere che ha perso la vita e a chi vorrebbe che venisse fatta giustizia al più presto. È un gesto da ottusi e da stupidi. Perché un atto istruttorio, sia esso una confessione, una testimonianza o un interrogatorio, se svolto con modalità che coartano la libera determinazione di una persona deve essere dichiarato nullo. Anche se poi quelle dichiarazioni dovessero essere confermate in una fase successiva».

Il celebre avvocato americano Alan Dershowitz ha dichiarato alla Stampa che la difesa può appellarsi alla Corte europea dei Diritti dell’uomo e alla Corte di giustizia europea per far annullare il processo. «Usando la foto come la prova di un trattamento che viola la legge».

L’avvocato Arturo Salerni intervistato da Vice ha detto: «Questo ci deve far riflettere sulla gravità del fatto: offrire a uno Stato estero anche solo la possibilità remota di presentare sul piano internazionale una questione di questo tipo ci indica quanto sia increscioso aver perpetrato quell’abuso e averlo reso pubblico. Perché crea anche delle ombre sul funzionamento dei nostri iter giudiziari, e sono cose su cui è possibile marciare».

Eccola, la caciara. Appunto. Che poi sono quelli che promettono giustizia, per dire.

Buon martedì.

Hong Kong vuole democrazia, ma trova repressione

TOPSHOT - Protesters are enveloped by tear gas let off by police during a demonstration against a controversial extradition bill in Hong Kong on July 28, 2019. - Tens of thousands of pro-democracy protesters defied authorities to hold an unsanctioned march through Hong Kong, a day after riot police fired rubber bullets and tear gas to disperse another illegal gathering, plunging the financial hub deeper into crisis. (Photo by Anthony WALLACE / AFP) (Photo credit should read ANTHONY WALLACE/AFP/Getty Images)

«Orrendi incidenti» che hanno causato «seri danni allo Stato di diritto». Così Pechino ha definito le proteste che imperversano sulle strade di Hong Kong da ormai otto settimane, contro la criticata proposta di legge sull’estradizione e il rischio di un arretramento della democrazia nell’ex colonia britannica. I dimostranti hanno sfidato il divieto di manifestare imposto dalle autorità, e sono tornati in strada, erigendo barricate e scontrandosi ancora una volta con la polizia, che ha lanciato gas lacrimogeni e sparato proiettili di gomma sulla folla. Il bilancio è di almeno una decina di arresti e 45 feriti, secondo notizie non confermate da fonti ufficiali. È l’ottavo weekend consecutivo di proteste contro la controversa proposta di legge sull’estradizione, poi sospesa, e il rischio di un arretramento della democrazia nell’ex colonia britannica.

Nel primo pomeriggio del 28 luglio migliaia di persone si sono riversate nelle strade in diverse direzioni, bloccando le due principali arterie di accesso al centro, mentre un gruppo di manifestanti si è diretto verso il Liaison office, l’ufficio di rappresentanza cinese. Qui hanno trovato ad attenderli un massiccio schieramento di agenti in tenuta antisommossa, contro i quali hanno lanciato pietre e altri oggetti. La folla ha poi cercato di accedere alla rappresentanza del governo cinese. E per il terzo giorno consecutivo il centro della città si è trasformato in un campo di battaglia, dove sono volati lacrimogeni, sono state innalzate barricate e dove polizia in tenuta anti-sommossa e manifestanti in tenuta “anti-polizia”, con l’identità protetta da ombrelli, si sono fronteggiati davanti alle insegne luminose dei negozi e dei centri commerciali e al fuggi-fuggi di passanti e turisti.

I manifestanti non si sono accontentati delle garanzie dell’amministrazione di rinunciare alla legge sull’estradizione e anzi, nelle ultime proteste, hanno puntato il dito contro le gang degli “uomini in bianco”, che domenica 21 luglio li hanno attaccati presso la stazione di Yuen Long, non lontano dal confine con la Cina. Questi personaggi sarebbero riconducibili alle gang delle Triadi, la mafia cinese. Il bilancio della aggressione di domenica è di 45 persone ferite sotto i colpi dei bastoni e delle sbarre d’acciaio. Aumenta, così, anche la rabbia nei confronti della polizia, accusata di non essere intervenuta dopo l’attacco.

Sull’episodio sta indagando il Partito democratico, partito che siede tra i banchi della opposizione al Consiglio legislativo di Hong Kong, critico nei confronti della amministrazione guidata da Carrie Lam. In un comunicato firmato da 24 parlamentari filo-democratici la polizia viene accusata di collusione con le Triadi, l’organizzazione di stampo mafioso molto radicata a Hong Kong, per non avere spiccato arresti nella notte di domenica, nonostante oltre tre ore di blocco stradale e il sequestro di diverse spranghe d’acciaio. «La polizia, che è come serva delle Triadi, ha completamente perso la fiducia dei cittadini e costretto la gente a difendersi da sola», sostengono i parlamentari pro-democratici: «C’erano persino agenti di polizia che hanno finto di non vedere le azioni di chi era in maglietta bianca con nastro rosso, e se ne sono andati».

Le recenti proteste erano sfociate nel momento in cui la governatrice filo-cinese Carrie Lam aveva tentato di introdurre una legge alquanto controversa sulle estradizioni in Cina. La legge avrebbe chiaramente limitato la libertà di Hong Kong e sarebbe stata utilizzata per scopi politici. Le manifestazioni sono cresciute di settimana in settimana in intensità e violenza, sempre più accesi sono stati gli scontri con le forze dell’ordine, sempre maggiori gli arresti. Anche quando Lam ha dichiarato che «la legge sull’estradizione è morta», gli scontri non hanno fatto altro che inasprirsi, sfociando in un vero e proprio movimento pro-democrazia, che mira alle dimissioni della governatrice stessa. Il braccio di ferro continua.

Hong Kong vs. Pechino: le radici storiche della crisi
Hong Kong è stata una colonia britannica per più di 150 anni. Ecco perché la città è divenuta una modernissima metropoli occidentale, nonostante conservi un carattere prettamente orientalizzante. Hong Kong è impregnata di cultura inglese: dal battello che ti conduce da una parte all’altra del confine con la Cina, ai bus a due piani, dalle tipiche cabine telefoniche londinesi, alla guida a destra. Perfino i nomi delle vie sono inglesi.

All’inizio del XIX secolo, la Cina era l’unico Paese al mondo a produrre té su larga scala, motivo per cui il Regno Unito aveva iniziato a commerciarvi assiduamente. Ma l’imperatore cinese accettava come pagamento solo lingotti o monete d’argento, e ben presto le riserve britanniche cominciarono a scarseggiare. Fu una vera e propria crisi di Stato. Per pagare il té, di cui ormai erano dipendenti, gli inglesi avviarono il commercio illegale dell’oppio, vietato in Cina. Quando il governo cinese tentò di sopprimerlo, iniziarono le cosiddette guerre dell’Oppio, i cui trattati di pace del 1898 stabilirono che l’isola di Hong Kong sarebbe diventata una colonia inglese per 99 anni. Iniziarono, da quel momento, a formarsi dei confini invisibili, che dividevano la società cinese da coloro che avevano abbracciato maggiormente la cultura europea e britannica. Le due culture hanno iniziato a fondersi, comprendersi e convivere solo in seguito.

Durante la dominazione inglese, Hong Kong è diventata un importante porto di interscambi economici, e nel 1950 uno dei poli manifatturieri principali dell’Asia. Il garantismo dei diritti fondamentali e delle principali libertà, come quella di espressione, attirava un numero sempre più grande di attivisti politici e intellettuali che fuggivano dalla Cina repressiva. Così le “due Cine” già in principio si trovarono in opposizione.

Negli anni 80, Londra e Pechino iniziarono a contrattare il futuro della città-Stato, con il governo comunista cinese che ne auspicava il ritorno al proprio dominio e sistema legislativo. Si raggiunse un accordo nel 1984, negoziato da Deng Xiaoping, l’allora leader del Partito comunista cinese e Margaret Tatcher: dal 1997, terminati i 99 anni di dominio britannico, Hong Kong sarebbe tornata a far parte della Cina, ma con una peculiare soluzione politica detta “un Paese due sistemi”, che stabiliva che l’isola avrebbe potuto continuare ad avere un governo democratico separato dal monopartitismo cinese e una certa indipendenza (tranne che per affari esteri e difesa), per 50 anni. Ecco perché, per esempio, Hong Kong è uno dei pochi posti in Cina in cui sono ammesse le commemorazioni del massacro di piazza Tienanmen del 4 luglio 1989, quando l’esercito aprì il fuoco contro i manifestanti inermi, a Pechino.

Nel 1997, la televisione nazionale trasmetteva le scene della bandiera cinese sostituita sull’asta alla Union Jack. L’ampio livello di autonomia che i cinesi avevano garantito dal momento del “passaggio di proprietà”, tuttavia, è stato minato dopo pochi decenni. Dando il via a forme di protesta in origine latenti, e poi sempre più strenue.

La frontiera Cina-Hong Kong è costituita, oggi, da un lungo fiume che si snoda lungo il bordo della città-Stato. Per attraversare il confine – in vigore fino al primo luglio 2047 – ci vogliono alcune ore, firme, timbri, documenti e fototessere. Ma, a dimostrazione che il dragone sta cercando un avvicinamento con l’isola prima della scadenza dell’accordo, vi è un altro collegamento tra le due entità: uno dei più incredibili ponti sull’acqua che siano mai stati costruiti, lungo 55 km e con un tratto sommerso, unisce Hong Kong a Macao e da lì alla Cina.

Le libertà pattuite sono state rispettate finché Hong Kong è rimasto uno dei centri economici principali del Paese (nel 1993 la sua economia rappresentava il 27% dell’intera economia cinese, più di un quarto del totale). Verso la fine degli anni Novanta, però, le città cinesi, da Shenzhen a Pechino esplosero, diventando “megalopoli”. Gli equilibri economici cambiarono e Hong Kong perse di importanza (oggi produce solo il 3% del Pil dello Stato).

Così, è iniziata la diffusione dei notiziari in cinese mandarino – a Hong Kong la lingua ufficiale è il cantonese -, con l’inno del Partito a fare da sigla: il messaggio è chiaro, Hong Kong è parte della Cina. Anche i libri scolastici sono cambiati: secondo i manuali utilizzati alle scuole elementari il sistema multipartitico fa soffrire le persone e porta allo shutdown dello Stato; la Cina è il miglior modello politico al mondo; gli Usa sono un fallimento sia politico che economico. Nel 2015, Pechino tentò di controllare le elezioni governative di Hong Kong, mettendo a repentaglio il processo democratico. Per tutta risposta, i cittadini scatenarono la Rivoluzione degli ombrelli, repressa dalle forze armate con manganelli, gas lacrimogeni e idranti. Per quanto le manifestazioni non portarono a risultati concreti, perlomeno risvegliarono gli animi degli abitanti dell’ex colonia.

Anche se la maggior parte degli abitanti dell’ex colonia è di etnia cinese, altrettante persone non si identificano come “cinesi”. Invero, alcuni sondaggi portati avanti dall’Università di Hong Kong mostrano che, in effetti, la maggior parte degli abitanti si sente Hong Konger, mentre solo l’11% cinese, e il 71% del totale non prova orgoglio all’idea di diventare effettivamente cittadino cinese. La disparità è particolarmente visibile nei giovani, come indica la ricerca: «Più è giovane chi partecipa al sondaggio, più è contrario alle politiche del Governo centrale e ad un avvicinamento con la Cina».

Earth Overshoot Day 2019 e le tre crisi del Pianeta

epa02773225 A picture made available 10 June 2011 shows a man carrying a young child up a sand dune next to the oasis in Dunhuang, northwest China 08 June 2011. The Kumtag desert, China's sixth largest, is approaching the ancient Silk Route trading town at the rate of between 1 and 4 meters a year according to the Gansu Desert Control Research Institute in local media reports. EPA/MARK

Che il Pianeta soffra di almeno tre crisi è evidente. La correlazione tra queste tre crisi è meno evidente. Ma non serve approfondire troppo per capire che, invece, sono drammaticamente interconnesse. Vediamole un momento:

Una crisi ambientale. L’aspetto climatico di tale crisi, strisciante da più di un secolo è reso ormai evidente e drammatico dai cambiamenti climatici in atto. Ma non c’è solo l’aspetto climatico, anzi. Ormai l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui abbiamo consumato tutte le risorse rinnovabili dalla Terra nell’anno, è sempre più vicino all’inizio dell’anno stesso. Ormai cade nel mese di luglio (dal 29 per la precisione ndr). Cioè tutte le risorse naturali che consumiamo da agosto a dicembre non si rinnovano. È come se voi aveste un deposito di 1.000 litri d’acqua. E ne consumate 200 l’anno. Ma ne arrivano solo 100 litri nuovi ogni anno. Così dopo il primo anno ne avrete solo 900. E il secondo anno che fate? Invece di cercare di consumare di meno ne consumate 250. E la perdita secca diventa di 150. E così alla fine del secondo anno vi ritrovate solo 750 litri. L’acqua finirà presto. È questo quello che stiamo facendo alla Terra. E pensate che l’Overshoot Day degli Stati Uniti è il 15 marzo. Cioè gli Usa consumano tutte le loro risorse rinnovabili nei primi 75 giorni dell’anno. Negli altri 290 consumano le “riserve” della Terra. Come nell’esempio dell’acqua.

L’Overshoot Day della Ue cade il 10 maggio. Quello del Ghana il 30 ottobre. Quello dell’Indonesia il 18 dicembre cioè è quasi in pareggio: è come se nell’esempio precedente si perdesse si è no 1 litro d’acqua l’anno. I 1.000 litri di partenza durerebbero molto di più. Ma il Ghana, l’Indonesia e gli altri Paesi “meno industrializzati” devono dare tanti litri a Usa e Ue per compensare il loro spreco. Chi è quindi in debito? L’Africa che conserva le sue risorse o l’Europa che le depreda? Ed ecco una prima correlazione con le crisi sociali e le relative crisi migratorie.

Una crisi sociale: possiamo vedere chiaramente una crisi sociale “interna” all’Italia e una “esterna”, cioè internazionale. È chiara la crisi sociale in Italia, resa esplicita dai “vaffa day” grillini ed esplosa con la propaganda della “Bestia” salviniana. Il tessuto sociale del Paese si sfalda, la sua eterogeneità diventa un problema e non un valore aggiunto, vengono a galla le contraddizioni. Esplodono le tensioni, l’ipocrisia e la violenza prima sopite. La competizione sociale viene esaltata, i penultimi incitati contro gli ultimi, la gratificazione sociale non passa per la felicità ma nel sapere che c’è qualcuno che sta peggio di te, qualcuno su cui sfogare le frustrazioni e lo stress di una vita difficile e inutilmente competitiva. E intanto il precariato dilaga, si arretra sul fronte dei diritti e le diseguaglianze aumentano.

Ma a livello internazionale è lo stesso: basta vedere cosa succede in Siria, Pakistan, Messico, Venezuela: la strategia è sempre quella di aizzare una parte contro l’altra, di provocare violenza e sopraffazione. E la crisi sociale non può che alimentare a sua volta la crisi ambientale, non è possibile, in clima di estrema competizione, violenza o addirittura guerra, impostare politiche di equa ripartizione delle risorse ambientali. D’altra parte la crisi ambientale porta a evidenti conseguenze sociali: si pensi alla competizione per la carenza di acqua o per le fonti energetiche, aspetti che non possono che creare insicurezza per il futuro e infelicità nel presente e quindi crisi sociale.

Una crisi economica. Il capitale basa il suo modello sociale sullo sfruttamento delle risorse del mondo, umane, ambientali, culturali. Le deve usare, tutte, per il continuo aumento dei suoi profitti e dei consumi. Le crisi economiche sono sempre state strutturali al capitale. L’attuale crisi economica globale, che ha ripercussioni importanti sulla qualità di vita dei cittadini, sulla loro percezione di sicurezza e felicità, non può non minare l’armonia sociale, e la capacità di crescere nella reciproca convivenza e rispetto. Le posizioni oltranziste prendono il sopravvento, la paura della povertà, del perdere la propria “posizione sociale” diventa preminente sugli altri valori che regolano i rapporti sociali. E la crisi economica si manifesta a diversi livelli, porta alla contrazione dei servizi, alla rinuncia ai diritti che non sono solo quelli primari ma che sono anche salute, tempo libero, felicità, cultura. Ma di questo parleremo ancora.

Tre crisi che quindi sono sintomi dello stesso male. Inutile affrontarle separatamente. Se la broncopolmonite vi provoca la tosse è inutile curare la tosse con uno sciroppo. Ed è altrettanto inutile curare la febbre provocata dalla broncopolmonite con la tachipirina. State curando i sintomi, la tosse, la febbre, non la malattia!
Per questo le crisi non vanno affrontate singolarmente con interventi settoriali. Per esempio non si può curare la crisi economica con la politica monetaria. Perché la “cura” potrebbe peggiorare la crisi sociale (come è successo negli ultimi anni). Va affrontata la malattia. Cioè va cambiato il modello sociale, valoriale e relazionale. Progressivamente. Tenendo conto per ogni intervento degli effetti che ha sul modello sociale e di sviluppo e quindi sulle tre crisi.
Come affrontare questi problemi perché non si rimanga nel campo della pura teoria? Quali sono le proposte che riescono a incidere complessivamente sul problema ?
Che sia uno dei compiti cui la politica ha abdicato? Ascoltare le sofferenze e i bisogni, capirne le implicazioni generali, proporre soluzioni organiche e di prospettiva ? Forse che intervenire un giorno in un verso e il giorno dopo nell’altro alla fine non parta risultati durevoli?

Il ministro alla cecità

Ora considerate se questo è un ministro. O anche, più banalmente, se questo è un uomo, un uomo che possa avere il senso dello Stato, delle istituzioni e della giustizia. Considerate se questo non sia semplicemente il portavoce dei biliosi che ostiano nei cessi e nei bar con la supponenza di credere che il loro buonsenso debba essere regola comune, uno di quelli che considera le pulsioni un diritto e che giudica i diritti degli altri un semplice ostacolo burocratico alla giustizia.

Il ministro Salvini rilancia la morte di un carabiniere per mano di due immigrati, rilancia la notizia di due probabili magrebini. A lui, del resto, interessa il colore della pelle, il fatto che possano essere associati ai barconi. A Salvini non interessa la vittima: lui annusa i carnefici perché potrebbero tornargli utili per qualche voto in più.

Il ministro Salvini chiede i lavori forzati. I lavori forzati da noi non esistono. In realtà non esistono più in tutti i Paesi civili: invocarli è incivile ma è un’ottima frase per scendere negli inferi a leccare gli sfinteri dei propri elettori. Che un ministro che non abbia mai lavorato in vita sua invochi i lavori forzati, poi, è una barzelletta che farebbe volare via già così.

Si scopre che l’autore dell’assassinio è un nordamericano. Si invoca la pena di morte. Il ministro Salvini la lascia aleggiare tra le sue parole sempre gonfie d’odio. Lui non odia: lui ha bisogno di instillare odio per annebbiare le menti e riuscire a parlare alle pance. Più su della pancia non sa andare. Per questo instilla odio dalla spiaggia (perché ha da riposarsi, poveretto).

Esce una foto vergognosa che è il più grande regalo alla difesa del presunto assassino. Salvini esulta. Dice che l’unica vittima è il carabiniere e cerca di lisciare i carabinieri. Peccato che proprio dall’Arma arrivi una ferma condanna a quel ragazzo bendato dentro una caserma. La differenza è che i carabinieri conoscono la legge: Salvini, no.

A chi gli fa notare che quella foto dimostra che il diritto è stato calpestato Salvini risponde che sono tutti professoroni. Lui, del resto, odia tutti quelli che pensano e che studiano e che hanno autonomia di pensiero. Infatti ama i bendati. I ciechi che sono la sua claque.

«La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente», scriveva Saramago.

Buon lunedì.

Come si muore nelle Guantanamo italiane

La manifestazione contro il decreto Salvini e i Cpr organizzata da 'Mai pi˘ lager - no ai cpr', Milano, 16 febbraio 2019. ANSA / MATTEO BAZZI

Mentre si procede, a colpi di fiducia, verso la conversione in legge del decreto sicurezza bis – di cui tanto abbiamo già scritto – emendato in senso peggiorativo dopo il passaggio alla Camera, è il caso di soffermarsi sugli effetti prodotti dalla legge 132/2018, frutto del primo decreto emanato nell’ottobre scorso. Smantellamento lento e inesorabile del sistema di accoglienza, attacco alla solidarietà, repressione del dissenso e sgomberi di centinaia di persone in emergenza abitativa, questo il risultato con conseguente aumento delle persone in strada, nell’invisibilità, mentre cresce l’odio verso chi è solidale, non solo verso migranti e rifugiati.

Fare un bilancio dei danni prodotti da questa legge che, vale la pena di ricordare, è l’ennesima riproposizione di “pacchetti”, “decreti”, “misure eccezionali” che hanno, almeno dal 2009 (pacchetto Maroni) eroso passo dopo passo lo Stato di diritto, richiederà una riflessione articolata. Intanto proviamo a concentrarci su un punto, marginale in termini quantitativi ma micidiale nell’amplificare la lesione di diritti di molti immigrati. Con la legge 132 si è riportato a sei mesi il tempo massimo di trattenimento presso i Centri di permanenza per il rimpatrio, i Cpr (ex Cie), per chi è in attesa di espulsione. E durante i lavori per l’approvazione del Dl sicurezza c’è stato persino chi in Commissione ha provato a portare a 18 mesi i tempi di detenzione.

Sin da quando la detenzione amministrativa è entrata in vigore in Italia (nel 1998 con la legge Turco Napolitano) i governi che si sono succeduti hanno dilatato o ristretto il periodo di privazione delle libertà personali di uomini e donne colpevoli unicamente di non avere i requisiti per risiedere sul territorio nazionale. Ricercatori indipendenti, esponenti politici di uno schieramento ampio, ma soprattutto funzionari di polizia impegnati quotidianamente in queste problematiche hanno sempre dichiarato che i tempi lunghi non servono. Per identificare una persona basterebbero pochi giorni, invece si preferisce estendere il trattenimento trasformando i centri in strutture simili alle carceri con tutti gli elementi di tensione che questo comporta ma senza le garanzie stabilite dall’ordinamento penitenziario. Quanto avviene nei Cpr raramente è raccontato pubblicamente.

Nel Centro di Torino, la notte del…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 26 luglio


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La Toscana disinnesca il decreto Salvini

FLORENCE, ITALY - SEPTEMBER 22: An installation by the Chinese artist Ai Weiwei featuring 22 rubber boats dedicated to the refugees who risk their lives to reach Europe is displayed on the facade of Palazzo Strozzi on September 22, 2016 in Florence, Italy. The exhibition 'Ai Weiwei. Libero' will be hosted in the whole historical Palazzo Strozzi from September 23, 2016 to January 2017 and is Italy's first major retrospective of the artwork of Ai Weiwei, with installations, sculptures, videos and photographs focusing on Ai Weiwei's carreer and his strong political and social impact. (Photo by Laura Lezza/Getty Images)

Tutelare i bisogni essenziali della persona umana. Questo lo scopo di una legge approvata il 10 luglio dal Consiglio regionale della Toscana. Una legge per tutti, dedicata non solo a migranti e richiedenti asilo, come invece sostengono le opposizioni di centrodestra. Una legge contro le marginalità e la povertà assoluta. Una legge che, in sostanza, permette la continuità degli interventi sociali programmati dal sistema regionale, nonostante il decreto sicurezza di Salvini che ha calato la mannaia sul sistema nazionale di accoglienza per i profughi. Finendo col generare una situazione di maggior “insicurezza” sociale.

Secondo il presidente della regione Enrico Rossi, «questa è una legge che protegge tutti. Protegge quindi i toscani e i non toscani, gli immigrati e chi non è immigrato. Abbiamo stabilito che c’è una soglia di diritti elementari che devono essere garantiti a tutti e che la nostra società civile si impegna a garantire. Un provvedimento che indica una strada diversa da quella intrapresa dal governo ma che non per questo vuole entrare in collisione con esso. Se noi interveniamo con tutti, senza distinzioni, senza discriminazioni manteniamo una società più inclusiva e quando una società è più inclusiva, con meno veleni e meno odio, forse è meglio per tutti».
L’atto, fortemente voluto dalla Giunta regionale di centrosinistra e dal presidente, ha l’obiettivo di garantire i bisogni essenziali delle persone, fornendo a tutti tutela sanitaria, alimentazione e ricovero. Nella sola Toscana, sarebbero circa…

L’articolo di Sabrina Certomà prosegue su Left in edicola dal 26 luglio 2019


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“Vigliacchi assassini”, urlano i politici razzisti contro fantomatici nordafricani

Questo Paese e i suoi governanti hanno perso davvero la bussola della civiltà democratica. Ieri abbiamo assistito a una speculazione nazionalistica sull’omicidio del povero carabiniere Mario Cerciello che ha raggiunto al tempo stesso un odio mai visto prima nei confronti dell’immigrato con apici mai visti prima. Gli “sceriffi” hanno chiesto la pena capitale per gli immigrati ritenuti in un primo momento responsabili della morte del vicebrigadiere. Si è aperta una gara di velocità a chi sparava più velocemente sull’immigrato nordafricano colpevole e già condannato a morte. Il primo a parlare è Salvini: “lavori forzati in carcere finché campa”. Stefano Buffagli. “Tolleranza zero per questi vigliacchi assassini! Vanno trovati e sbattuti in carcere! Questi criminali devono marcire in carcere!”.

Luigi Di Maio: “Quello che è successo stanotte è un atto vile non solo nei confronti dell’Arma ma dello Stato. Non so se gli aggressori sono stranieri o no, ma se dovessero essere persone non italiane, spero che il carcere se lo facciano a casa loro. Se sono irregolari non dovrebbero stare qui”. Giorgia Meloni: “Provo rabbia e tristezza. L’Italia non può essere punto di approdo di certe bestie. Vicinanza a famiglia e carabinieri, spero questi animali vengano presi e marciscano in galera”.  Daniela Santanchè: “Questa è la dimostrazione di come i carabinieri, gli italiani, vengono dopo i clandestini”. Dopo poche ore e accertamenti di polizia più approfonditi, ci si rende conto che non si trattava di clandestini. Si scopre che “le bestie” sono cittadini americani. La “festa” è rovinata per tutti quei politici che volevano speculare sulla morte di un militare. Un carabiniere ucciso a coltellate da due extracomunitari, di là della tragedia consumatasi a Roma, sembrava una vicenda fatta apposta per fomentare la campagna giornaliera contro gli immigrati, considerata sempre utile da un punto di vista elettorale, anche quando le elezioni non sono imminenti. Un silenzio pesantissimo invece è sceso dopo le prime verifiche, quando per quel delitto sono stati fermati due studenti ventenni americani, bloccati dopo essere stati riconosciuti nel filmato di una telecamera di sicurezza.

E se non ci fosse stata la telecamera? Che cosa sarebbe potuto accadere? D’improvviso, tutti corrono a cambiare versione e ad affievolire l’immensa crudeltà e odio del proprio commento dagli accenni alla pena di morte, fermandosi solo alle espressioni di dolore e solidarietà. Fermo restando che chi scrive è sempre e comunque dalla parte di chi soffre per un crimine subito, devo evidenziare, per onestà intellettuale, come il repentino cambio di linea abbia rivelato ancora una volta l’inconsistenza con cui una politica – anche se non tutta – costruita quasi solo sulla comunicazione, invece di riflettere prima di parlare, ha usato molte, troppe, parole tutte a vanvera. Ora io mi domando: adesso ce la prenderemo con gli americani con la stessa veemenza che abbiamo usato per gli immigrati nordafricani? Credo proprio di no! Perché pensiamo tutti all’omicida e non al sacrificio della vita di Cerciello? Tutte queste polemiche sono a mio parere un insulto al sangue versato e alla vita donata da un giovane carabiniere a noi tutti e il suo senso del dovere e dello Stato viene prima delle ideologie e delle fazioni totalmente inutili in questo momento di dolore.

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Vincenzo Musacchio è giurista e docente di diritto penale  presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma (2011-2012), Presidente dell’ Osservatorio Antimafia del Molise , Direttore Scientifico della Scuola di Legalità – don Peppe Diana – di  Roma e del Molise

L’agghiacciante déjà-vu del censimento etnico

«Questa mattina ho scritto ai prefetti per avere un quadro dettagliato e aggiornato delle presenze nei campi abusivi o teoricamente “regolari” di rom, sinti e caminanti, per procedere a chiusure, sgomberi, allontanamento e ripristino della legalità. #tolleranzazero». Così scrive sulla propria pagina Facebook, la mattina del 16 luglio, il ministro Matteo Salvini. Sono passati appena sei giorni dall’inchiesta del sito BuzzFeed (attualmente al vaglio dei magistrati) sulla trattativa segreta con le autorità russe per far arrivare soldi alla Lega: il sospetto è che l’accanimento contro i rom sia un modo per deviare le attenzioni da una vicenda a dir poco imbarazzante.
Le parole del ministro sono ben calibrate, mirano ad attizzare i furori popolari contro il nemico di turno, i rom: si parla di campi abusivi o «teoricamente regolari» (!), si annunciano chiusure e sgomberi (l’amata «ruspa» gialloverde…), si minacciano espulsioni, con tanto di hashtag #tolleranzazero. Un copione visto mille volte, nel quale non può mancare il fatidico appello al «ripristino della legalità».

La cosiddetta «legalità»
Da qualche parte, agli uffici del Viminale, qualcuno deve aver capito però che questa faccenda della «legalità» è un’arma a doppio taglio. I funzionari del ministero sanno bene, ad esempio, che i censimenti dei rom sono illegali, ed è difficile invocarli in nome del rispetto della legge. Sanno anche che il diritto internazionale (e a dir la verità anche quello nazionale) vieta gli sgomberi sommari, quelli che non garantiscono nessuna soluzione abitativa agli occupanti. Sanno, infine, che…

L’articolo di Sergio Bontempelli prosegue su Left in edicola dal 26 luglio 2019


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Ritorno al feudalesimo: il misero inganno dell’Autonomia differenziata

Left ha correttamente e tempestivamente individuato già nel 2018 il pericolo gravissimo della controriforma costituzionale delle “autonomie differenziate”, quella che con acume scientifico e capacità comunicativa l’economista Gianfranco Viesti chiama «secessione dei ricchi» (vedi l’intervista di Pietro Greco del 21 settembre 2018). Gustavo Zagrebelsky ha scritto: «Opporsi ad essa è la battaglia della vita per il Paese». Si sta giungendo, in questi giorni, ad una stretta decisiva. La proposta del governo disintegra l’unità nazionale, sostituita da una confusa giustapposizione di staterelli con poteri feudali, sul piano legislativo e amministrativo, abbattendo, insieme, diritti costituzionali e tutti i principali diritti universali contenuti nella prima parte della Costituzione a fondamento dello Stato di diritto e dello Stato sociale.

Il governo, i presidenti di Regione che spingono per l’autonomia differenziata raccontano frottole: la proposta è il contrario di ogni forma di federalismo solidale, di democrazia partecipativa, di prossimità. Arriveremo ad un’Italia di potestà frantumate, rette da “cacicchi”, da potentati localistici. Avremo un Paese con quattro Regioni a statuto speciale, due province autonome (Trento e Bolzano) tre Regioni (che potrebbero diventare sette) con ambiti anche tra loro differenti di autonomia rafforzata e le altre a statuto ordinario; e con lo Stato centrale che gestirebbe residui di competenze, fondi residuali, funzioni diventate marginali. Matteo Salvini ha parlato chiaro: «L’autonomia funziona se c’è quella finanziaria. Non accetteremo nessun compromesso. Chi riesce a garantire servizi efficienti riuscendo a risparmiare dovrà gestire come meglio crede queste risorse». Il M5s, per salvarsi l’anima, oltre che il proprio elettorato meridionale, chiede l’istituzione di un fondo perequativo e la determinazione di “livelli essenziali di prestazione” (Lep), prima di distribuire risorse. Ma si tratta di polpette avvelenate per far passare il complessivo impianto secessionista. Anche l’apparente passo avanti (è saltata l’assunzione diretta dei docenti e sono stati accantonati segmenti della regionalizzazione della scuola) potrebbe essere funzionale al ribadimento dell’impianto complessivo.

Siamo di fronte a miserevoli pratiche mercantili, a mediocri tattiche politiciste di fronte al progetto di abbattimento definitivo della nostra Costituzione. Resta, infatti, in piedi il meccanismo della “spesa storica” (che sta accettando anche la Campania) che è la trappola che distrugge i servizi nel Mezzogiorno. Perfino la Corte dei conti conferma che senza la perequazione non è possibile l’autonomia differenziata. È necessario che l’opera meritoria (di fronte al tentativo del governo di far passare il progetto in maniera clandestina) di disvelamento del drammatico pericolo secessionista che la nostra Repubblica corre si proietti verso una reale e permanente campagna di massa, imperniata su comitati territoriali che si stanno in questi giorni moltiplicando. Il governo tenta di nascondere i problemi, ipocritamente parla di efficienza. Noi dobbiamo rovesciare questa grammatica truffaldina, creare senso comune alternativo. Ritengo che il presidente Mattarella, massimo garante della sovranità popolare costituzionale, oltre che svolgere la sua funzione equilibratrice sottotraccia, potrebbe intervenire lanciando un messaggio al Paese. Contro il disegno leghista di populismo secessionista, ma anche contro i gravi errori del centrosinistra.

Pesa ora come un macigno la pessima riforma del titolo V della Costituzione. Pesano le inaudite responsabilità del governo Gentiloni, che ha materialmente siglato le preintese con le presidenze del Veneto e della Lombardia. Pesa la scelta inverosimile della presidenza dell’Emilia Romagna, a conduzione piddina, che, per quasi tutte la materie, si allinea al lombardoveneto. Oggi, non a caso, il Pd è muto, paralizzato, diviso al proprio interno. Sta disertando rispetto ad uno scontro decisivo per la nazione, farfugliando di mediazioni fasulle, di «autonomia differenziata moderata» che è una chiacchiera pari al doloroso ossimoro della «guerra umanitaria». I sindacati hanno espresso importanti critiche rispetto all’architettura istituzionale secessionista, partendo dalla negazione dei diritti sociali che ne conseguirebbe, dal pervasivo processo di privatizzazioni. Ma forse ora, nei tempi decisivi, possiamo attenderci che assumano la guida del nostro fronte, con una reale azione di massa che sia dissuasiva per il governo, che deve essere costretto a pagare un alto prezzo nei rapporti sociali. Chiediamo al M5s di comprendere che il suo elettorato meridionale mai accetterà soluzioni furbesche e rabberciate. Non vi è, infatti, nessuna possibilità (come hanno ripetutamente spiegato nei dettagli tutte le agenzie economico/istituzionali indipendenti), che l’autonomia differenziata possa essere fatta senza costi.

«Non toglieremo un euro al Sud» proclama Salvini. Ha dimostrato, invece, Giannola, economista meridionalista, presidente dello Svimez, che «o lo Stato aumenterà i debiti, o diminuirà i servizi». Perché non si tratta solo del trasferimento alle Regioni di qualche funzione amministrativa. Stiamo parlando, nelle 23 materie fondative dello Stato di diritto, del trasferimento della quota massima di potestà legislativa di principio. Con un effetto automatico: per numero ed ampiezza delle materie coinvolte lo Stato si priva della capacità di formulare obiettivi di politica economica e sociale. Si può ipotizzare uno scenario futuro di una macroregione comprendente gran parte del Nord Italia insieme a regioni limitrofe di Stati esteri (Baviera, Carinzia, Slovenia, parti della Mitteleuropa), con la completa marginalizzazione del Centro Italia e di Roma, che sarebbe solo capitale diplomatica, e un Sud (20 milioni di persone) non più Europa ma macroregione Mediterranea. È questa l’anatomia geopolitica che giustifica la locuzione «secessione dei ricchi». Vi è, quindi, un tema strutturale che attiene ai processi di accumulazione e di valorizzazione del capitale dentro la crisi.

Le regioni economicamente forti, con servizi più efficienti, non vogliono avere palle al piede, non vogliono redistribuire risorse. L’efficienza massima, quindi, dei propri servizi va a scapito dei servizi delle altre regioni. Solo alcune delucidazioni: cosa accadrà del Servizio sanitario nazionale, già indebolito dalle controriforme del centrodestra e centrosinistra? E del sistema di formazione e della scuola nazionale laica repubblicana? La scuola e la cultura nazionali unitarie sono fondamento della nazione. Non vedremmo più, se passasse il progetto di autonomia differenziata, asili nido, refezione scolastica, cure mediche comparabili tra Nord e Sud. E non parliamo di infrastrutture, sistema stradale e ferroviario. Come ha fatto correttamente notare il professor Massimo Villone «da un altro punto di vista, la regionalizzazione di larga parte del pubblico impiego e di materie come la tutela e sicurezza del lavoro, la retribuzione aggiuntiva, la previdenza integrativa, gli incentivi alle imprese, darà un colpo mortale al sindacato nazionale, al contratto nazionale di lavoro. Le gabbie salariali saranno istituzionalizzate. E non parliamo dell’ambiente e del ciclo dei rifiuti. Avremo, in tutti i campi, un itinerario di privatizzazioni fissato dalle singole regioni, abbattendo più facilmente normative e controlli. È quello che i padroni hanno sempre auspicato.

Ripartiamo, allora, dalla Costituzione. Spieghiamo, in una reale campagna di massa, che, mascherandosi dietro gli articoli 116 e 117 della Costituzione, il governo propone una “attuazione incostituzionale della Costituzione”. Non possono essere, infatti, violati i diritti fondamentali di eguaglianza sostanziale. Avremmo una grave torsione del concetto stesso di cittadinanza, che sarebbe determinata dalla residenza; cambia, cioè, a seconda della regione in cui risiedi, la quantità e qualità dei servizi, dei diritti, delle prestazioni. La posta in gioco è alta. È la Costituzione stessa. Non potremmo riconoscerci nell’Italia delle piccole potestà feudali che disegnerebbe l’autonomia differenziata, se non la blocchiamo. Perché la nostra è l’Italia della Resistenza, della democrazia progressiva. 

L’editoriale di Giovanni Russo Spena è tratto da Left in edicola dal 26 luglio 2019


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