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A piena voce di donna

Mi è capitato di leggere il bel romanzo di Hoda Barakat, Corriere di notte (La Nave di Teseo, traduzione di Samuela Pagani), proprio mentre chiudevo le bozze per Fusibilia de Il canto libero delle stelle mediterranee, un testo dedicato alle storie delle principali cantanti arabo-mediterranee del Novecento, e sono stata felicemente colpita dalla presenza di alcune di loro anche nel libro della scrittrice libanese. Corriere di notte, vincitore dell’International Prize for arabic fiction 2019, il più importante premio per la letteratura araba, ha la forma di un romanzo epistolare che raccoglie l’ultima struggente lettera scritta da ciascun personaggio. Una di queste voci inconsolabili – reduci da guerre civili, violenza, distruzione, fallimenti e disillusioni -, termina la sua lettera disperata alla madre rincuorandosi al pensiero di ascoltare una canzone della stella del Libano: «Metterò Fairuz in cima ai preferiti del mio cellulare e mi addormenterò. Cercherò di non piangere sentendo la sua bella e tenera voce. Mia cara madre, dovunque tu sia, buonanotte».

La presenza di Fairuz, così come quella della diva egiziana Umm Kalthum in un’altra lettera, mi ha confermato quanto queste cantanti abbiano avuto e abbiano ancora oggi un ruolo centrale nelle società dei Paesi arabi. Un ruolo consolatorio da un lato e unificante da un altro. Non esiste un arabo che non abbia mai ascoltato una canzone di entrambe. I loro repertori, se pur diversi, fanno parte di un patrimonio comune e soprattutto nelle generazioni più adulte è ancora un’abitudine irrinunciabile ascoltarli. Fairuz la mattina, Umm Kalthum la sera.

Quando ho cominciato a incuriosirmi alle storie di queste cantanti, ho capito che raccontandole avrei potuto contribuire a smentire il pregiudizio che cristallizza l’immagine delle donne arabe in signore velate, sottomesse e ammutolite e a ricordare che sono esistite figure femminili lontane dagli stereotipi diffusi in Occidente, donne autorevoli e forti che sono riuscite a tirare fuori la voce e a essere padrone del loro destino.

Alle emblematiche vite di Umm Kalthum, “la madre di tutti” che nacque nel 1898 in piccolo villaggio sul delta orientale del Nilo in una famiglia musulmana, e di Fairuz, ancora vivente, nata tra le montagne del Libano nel 1935 in una casa siriaco-cattolica, si intrecciano le storie di altre donne che hanno cantato per esistere. È il 1912 quando la principessa drusa…

L’articolo di Francesca Bellino prosegue su Left in edicola dal 2 agosto 2019


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Quelli che rubano i figli degli altri

«In galera i ladri di bambini e i loro complici, non avrò pace finché non saranno tornati da mamma e papà tutti i bimbi portati via ingiustamente». Con un post su Facebook Matteo Salvini è tornato a modo suo sul caso Bibbiano il 27 luglio. Replicando sinteticamente, come impone la dura legge dei social, quanto aveva già urlato il 23 luglio arringando qualche decina di persone durante un comizio organizzato per l’occasione nella cittadina in provincia di Reggio Emilia disorientata dall’inchiesta della procura sui presunti affidi illeciti.

«Non mi darò pace fino a quando l’ultimo bambino in Italia sottratto ingiustamente alla propria famiglia non tornerà a casa da mamma e papà» ha detto il capo della Lega ribattendo in questo modo a chi lo ha accusato di fare una passerella: «Dovrebbero parlare con quelle mamme e quei papà con cui ho parlato io, a cui sono stati rubati con l’inganno i bimbi». E ancora: «Ai primi di agosto sarà approvata in Senato la proposta della Lega di una commissione di inchiesta sulle case famiglia. Andremo fino in fondo. Non solo sui diecimila bambini portati via alle famiglie in Emilia Romagna, un numero che non sta né in cielo né in terra, ma in tutta Italia. È una vergogna che ci sia chi fa business sulla pelle dei bambini».

Staremo a vedere, sperando che almeno si faccia chiarezza sulla bufala dei 10mila bambini portati via alle loro famiglie con annessa allusione a un presunto business tutto da dimostrare, diffusa dalla stampa di destra e rilanciata forse incautamente dal ministro. Il quale ha concluso il suo comizio così: «Invito chiunque sia a conoscenza di altri abusi, ovunque in Italia, di segnalarli al ministero dell’Interno, se vuole anche dietro anonimato e faremo tutte le verifiche del caso». Ebbene, signor ministro, eccoci qua.
Come certamente Salvini saprà, e se non ne è a conoscenza gli suggeriamo di farselo raccontare, sin dai tempi della dittatura civico-militare le Abuelas di Plaza de Mayo sono alla ricerca dei loro nipoti scomparsi. Secondo le combattive Nonne argentine sono almeno 500 i figli di desaparecidos iscritti con falsa identità all’anagrafe da famiglie considerate dalla giunta civico-militare ideologicamente adatte a educare un bambino lontano dal possibile contagio della sovversione in quanto di provata fede cristiana e di costumi occidentali. Il generale Videla, con la benedizione della Conferenza episcopale argentina e il sostegno delle multinazionali straniere nordamericane ed europee, definiva infatti terrorista non solo la resistenza armata (che peraltro in Argentina era stata sgominata dalle squadracce fasciste della Tripla A ben prima del golpe del 1976), ma anche le persone le cui idee erano «contrarie alla civiltà cristiana occidentale». Quindi per “salvare” la società argentina era necessario che i figli dei “sovversivi” fossero separati dalla famiglia naturale perché erano come «semi dell’albero del diavolo».

«Personalmente non ho eliminato nessun bambino» ha spiegato una decina di anni fa durante il processo sul Piano sistematico di appropriazione dei bambini il capo della polizia della provincia di Buenos Aires, Ramón Camps, fedele servitore della dittatura fascista di Videla. «Quello che ho fatto è stato darne alcuni a organizzazioni benefiche affinché gli trovassero dei nuovi genitori. I sovversivi educano i loro figli alla sovversione. Per questo dovevano essere imprigionati e separati». Il 13 giugno scorso, le Abuelas hanno annunciato il ritrovamento del nipote rubato e desaparecido numero 130. Javier Matías Darroux Mijalchuk era scomparso nel 1977 dopo l’omicidio della giovanissima madre. Mancano all’appello ancora 370 nipoti, molti dei quali – almeno 70 – li stanno cercando anche in Italia. Già perché è qui da noi che decine di gerarchi argentini dopo la fine della dittatura nel 1983 hanno trovato riparo, ripercorrendo a ritroso la via di fuga in sud America intrapresa dopo la fine della seconda guerra mondiale dai nazisti (in numerosi casi sotto la protezione del Vaticano). L’ipotesi delle Abuelas, che puntano il dito anche contro la P2, è che molti dei fuggitivi potrebbero aver portato con se i figli rubati ai desaparecidos e si siano rifatti una vita nel nostro Paese grazie anche alla doppia cittadinanza che per un cittadino argentino è relativamente semplice da ottenere se consideriamo che oltre la metà della popolazione è di origini italiane. Non solo, alcuni dei figli rubati, potrebbero addirittura essere stati adottati illegalmente da famiglie di nostri connazionali. In tal caso molto probabilmente da militari, da appartenenti ai servizi deviati o da affiliati alla P2, persone cioè che in quegli anni potevano ottenere facilmente a Buenos Aires i documenti necessari per far uscire un neonato dall’Argentina senza troppi controlli.

Le prime segnalazioni in tal senso risalgono al periodo centrale della presidenza di Sandro Pertini. Lo abbiamo già raccontato ai nostri lettori ma non ci stancheremo mai di rifarlo perché a quanto pare nessun altro ha mai acceso i riflettori mediatici e investigativi su questa storia. Men che meno il ministro Salvini che dice di voler «riportare i bambini rubati da mamma e papà». Ecco cosa disse Pertini il 30 aprile 1983 a un giornalista dell’Ansa: «Ho ricevuto le Madri di Plaza de Mayo quattro o cinque volte. Una madre è venuta da me a piangere, disperata, non la dimenticherò mai più, e mi ha detto: “Mia figlia in carcere ha partorito. Le è stato tolto il figlio, ed è stato consegnato a una famiglia italiana”. Nel messaggio di fine anno (1982, ndr) ho ricordato questo episodio. Ho detto che la famiglia italiana cui è stato affidato questo figlio lo restituisca, altrimenti non avrà pace». Tutto chiaro, no?

Giova ricordare che il Piano di appropriazione dei bambini rientrava in un “disegno” più ampio denominato Processo di riorganizzazione nazionale (Prn). Come ricostruì Luis Eduardo Duhalde – che durante la dittatura era avvocato di familiari di desaparecidos e in seguito è stato giudice della corte federale di Buenos Aires oltre che segretario per i Diritti umani – nel Prn si sosteneva la superiorità dell’umanesimo cattolico e di un sistema di valori rispettosi dei dogmi della Chiesa derivati dalla legge naturale. Questi dovevano essere rispettati da tutti, anche dai non credenti.

Un uomo senza Dio, dicevano, cessa di essere un uomo. Di conseguenza i marxisti o presunti tali, tutti coloro che cioè non aderiscono al Piano, cessano di essere uomini e si può fare di loro ciò che si vuole. Sequestrarli, torturarli, farli scomparire, rubare i loro figli. Ovviamente la famiglia ideale, per gli ideologi del terrorismo di Stato, era fondata sull’autorità paterna e sul ruolo subalterno della donna relegata alla cura dei figli. Il nucleo familiare sarebbe per costoro minacciato di disintegrazione dall’aborto, dal divorzio e dall’uso di contraccettivi. Il controllo della vita familiare e la regolamentazione dei suoi aspetti riproduttivi ed educativi è al centro della politica repressiva di qualsiasi Stato totalitario e la giunta civico militare argentina non fece eccezione. Ma non notate anche voi delle sinistre similitudini con i temi che sono stati al centro del Congresso mondiale delle famiglie organizzato a Verona lo scorso marzo e partecipato da ministri del governo italiano – Salvini compreso – e da fanatici religiosi provenienti da Paesi in cui la democrazia, i diritti delle minoranze e delle donne sono optional fuori catalogo? Ricordiamo ad esempio Dmitri Smirnov, arciprete della Chiesa ortodossa russa, e Katalin Novak, ministra della Famiglia di Orban. Torniamo ora per un attimo alla propaganda politica che ruota intorno alla vicenda di Bibbiano. Salvini non è stato l’unico politico a voler cavalcare pro domo sua la comprensibile ondata di indignazione popolare. A destra c’è stata la fila e – a nostro parere – spicca la manifestazione organizzata a Bibbiano da neofascisti dichiarati e da un partito come Fratelli d’Italia che ha tra le sue file nostalgici ed ex missini, i quali hanno pensato bene di esporre un cartello con la scritta “I bambini si difendono non si vendono”. Ovviamente siamo tutti d’accordo che i bambini non si vendono, ma chissà cosa penserebbero le Abuelas di Plaza de Mayo (e Pertini) se venissero a sapere che in Italia rappresentanti dell’estrema destra si mostrano indignati per un (presunto) business di sottrazione di minori ai loro genitori naturali.

Non risulta, per dire, che – diversamente da altri partiti, da associazioni, università, sigle sindacali e altri rappresentanti della società civile di tutta Italia – Salvini, la Lega e i fautori de “I bambini si difendono non si vendono” abbiano mai aderito alla Campagna per il diritto all’identità lanciata dalle Abuelas in Italia una decina di anni fa proprio per spezzare la catena di quel piano infame ordito dalla dittatura clericofascista di Videla e soci, e restituire giustizia alle vittime del traffico di figli rubati in sud America. Ma andiamo oltre. Prima si diceva del delirio di essere Dio e di poter disporre della vita e della morte di chi non crede in Dio, che nel Piano di riorganizzazione nazionale argentino “giustificava” l’eliminazione e sparizione fisica dei “sovversivi” e il furto e la rieducazione dei loro bambini con tanto di benedizione di solerti cappellani militari. Questa visione criminale dell’essere umano non era affatto originale. La sue radici affondano difatti nella Spagna cattolica e fascista dove il furto di neonati e un sistema di false adozioni furono usati come strumento di repressione politica, sin dal 1939, durante tutto il periodo della dittatura di Franco. Il quale, è noto, salì al potere anche con l’aiuto militare dell’idolo nostrano dei nostalgici che oggi dicono: “I bambini si difendono non si vendono”. Mussolini (come Hitler) inviò difatti truppe e mezzi in supporto ai golpisti di Franco durante la guerra civile.

E cosa fece una volta al potere il regime spagnolo per guadagnarsi lo status di “modello” da ricalcare per i gerarchi argentini? Con inganni e ricatti perpetrati da suore, preti e medici corrotti mise in piedi un sistema in grado di togliere i figli alle donne repubblicane finite in carcere e alle compagne di partigiani alla macchia, rimaste sole e senza mezzi, per affidarli a famiglie vicine al regime e di stretta osservanza cattolica (v. Simona Maggiorelli su Left del 12 maggio 2012). Esattamente quel che accadde decenni dopo in Argentina. In questo modo, secondo il delirio di Franco, assecondato dallo psichiatra organicista Vallejo Nagera che si era “formato” nella Germania nazista, si sarebbe impedito al «gene del comunismo» di diffondersi. In nome della religione e del futuro della nazione, di fatto, la tratta dei neonati divenne una crociata del governo spagnolo negli anni Quaranta e Cinquanta. Per proseguire poi ben oltre la caduta della dittatura e la morte del Caudillo, avvenuta il 20 novembre 1975. Questa pratica criminale, messa in atto per stroncare l’opposizione e la guerriglia, attaccando l’identità delle donne repubblicane e colpendole nei loro affetti più profondi, diventò un business per congreghe e istituti religiosi e apparati dello Stato.

Un affare talmente redditizio e così radicato da proseguire indisturbato per circa vent’anni fino al 1996 anche durante la cosiddetta transizione quando, in nome di una illusoria pacificazione nazionale, fu siglato un patto d’omertà fra ex appartenenti al regime clericofascista e governo democratico che nasceva così con una grave debolezza intrinseca. È stato stimato in anni più recenti dall’ex giudice Baltasar Garzon (colui che nel 1998 fece arrestare a Londra il dittatore cileno Pinochet) che potrebbero essere almeno 300mila le vittime del sistema di adozioni illegali messo in piedi sotto la dittatura di Franco, con ramificazioni in tutti i Paesi ideologicamente “affini”. «I bambini si difendono, non si vendono. In galera i ladri di bambini e i loro complici che li hanno portati via ingiustamente ai genitori» dicono oggi i destri riuniti a Bibbiano e sguinzagliati sui social, consentendoci così, senza volerlo, di ricordare quanto vi abbiamo qui raccontato. Forse dovremmo ringraziarli (ma a loro interessa solo che si ricomponga la famiglia patriarcale quindi non lo faremo) perché la memoria è sempre il primo passo necessario per ricostruire la verità e ottenere giustizia. Affinché il fascismo e i crimini contro l’umanità che per natura porta con sé non si ripropongano, sotto nuove forme, mai più. Nunca más.

L’articolo di Federico Tulli è stato pubblicato su Left del 2 agosto 2019


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Il governo del nulla

La storia infinita narra una storia che riguarda ogni bambino che diventa adulto. In essa si dice che il nulla vuole impadronirsi di Fantàsia, il regno dove tutto è possibile, dove il pensiero corre libero e dove i desideri che vengono soddisfatti rendono ancora più saldo e forte il regno dell’imperatrice bambina.

Il nulla vuole il potere su Fantàsia. Ma in verità il nulla non può regnare su Fantàsia. Perché il mezzo con cui il nulla conquista è… se stesso. La sua arma, il suo potere, è far sparire ciò che esiste. Ciò che è, scompare, non è più. È questo il modo paradossale del nulla per conquistare il mondo. Il mondo non viene nemmeno distrutto, perché nella misura in cui venisse distrutto potrebbe essere ricostruito. Esso scompare. Non ne rimane più traccia. Il nulla fa di ciò che è ciò che non è. Fa di ciò che esiste qualcosa che è come se non fosse mai esistito.

La storia narra che la salvezza dal nulla è nelle mani di un bambino. O per meglio dire nella sua voce. Egli dovrà dare un nome alle cose che non lo hanno ancora. Ma in particolare dovrà dare un nome all’imperatrice bambina. Il nome la rende immune dal nulla. Essa non potrà più sparire e con essa il regno di Fantàsia. Il nulla, perso il suo potere di far sparire, non è più… nulla. Come se il suo potere si fosse rivolto contro esso stesso.
Solo con le parole che danno nomi alle cose, il nulla non avrà più il potere di eliminare Fantàsia.
Solo così Fantàsia potrà esistere di nuovo anche in ciò che era stato fatto scomparire, comparendo magicamente… dal nulla.

Atreju, l’eroe puro, senza macchia e senza paura, ricompare a cavallo di Artax, il cavallo che era morto nelle paludi della depressione.
E poi accade che la fantasia esce dal mondo solo immaginario e diventa reale. La favola finisce con Falcor che porta in volo Sebastian, il bambino che non ha dimenticato, dandole un nome, l’imperatrice bambina.
Perché la fantasia può fare di ciò che non è ciò che è. Come se il nulla e il suo potere di far sparire non fossero mai esistiti.

La Repubblica di qualche settimana fa ha pubblicato un articolo che indagava su cosa distingue i giovani usciti dalla maturità con il massimo dei voti da tutti gli altri. La differenza sarebbe la capacità di usare il linguaggio. Quelli che prendono voti alti sono i ragazzi che hanno sviluppato la capacità di usare parole complesse e frasi complesse che gli permettono di elaborare e comunicare concetti complessi. Probabilmente, anzi sicuramente è vero. La capacità di comprendere ma soprattutto quella di saper dire è fondamentale. Ma io penso che si debba fare un passo in più di quello proposto da Repubblica che ne fa una questione di mera accumulazione di parole e di libri letti e poi di influenza dell’ambiente familiare.
Quello che le parole possono e devono dire è del rapporto con gli altri. Perché esse nascono dal rapporto con gli altri.

Il bambino ascolta l’amore contenuto nelle parole che la madre che lo accudisce gli rivolge. Non ne comprende la forma e il significato ma ne comprende il senso che è l’amore della madre. Qualunque sia la lingua in cui tale senso viene veicolato. Egli impara a parlare perché trasforma il suo amore per la madre in un suono. Quel suono che ha il senso dell’amore per la madre poi diventerà parola articolata. E poi dopo ancora simbolo verbale espresso da una linea quando diventerà scrittura.
Il linguaggio del bambino esprime quindi prima di tutto un pensiero d’amore. Le parole che comporrà con la sua voce, facendole simili a quelle ascoltate, esprimeranno nella loro incertezza quell’infinito amore che ha dentro di sé.

Massimo Fagioli la chiamava capacità di amare. È la capacità di amare la realtà fondamentale del bambino. Ed essa viene espressa nelle parole che egli inizierà a comporre con la sua voce.
Quell’infinito amore si trasformerà nelle realizzazioni di rapporto con l’altro essere umano e mano a mano diventerà possibilità di rapporto con il mondo materiale non umano che verrà anch’esso pervaso di affetti. La conoscenza, la possibilità di pensare, di intuire e poi sapere ciò che è nascosto ed invisibile, deriva da questa capacità di amare e di avere rapporto del bambino.

Ogni essere umano ha avuto un’infanzia, più o meno felice. Non voglio qui dire cosa fa la felicità o l’infelicità. Mi interessa solo dire che questo potrà poi comporsi in un alternarsi di essere ed avere.
L’essere del pensiero, della capacità di vedere al di là. Della possibilità di pensare, dell’avere quella fantasia che non può essere intaccata dal nulla nella misura in cui diventa linguaggio articolato, come racconta la storia infinita.
E l’avere della realtà materiale. Certamente necessaria per la sopravvivenza. Certamente pericolosa quando diventa accumulazione che nasconde un’assenza, un nulla dell’essere perché senza capacità di comunicare, di avere rapporto con l’altro essere umano.

Questo giornale fin dal primo numero nel 2006 ha deciso di ribellarsi al nulla del pensiero dominante. E lo ha fatto ospitando una rubrica di pensiero nuovo sull’essere umano.
Una rubrica in cui il suo autore, Massimo Fagioli, ha fatto ricerca. Ma non lo ha fatto nelle chiuse stanze di un laboratorio, in solitudine, aderendo all’immagine consueta dello scienziato solitario e genialoide/pazzoide. Lo ha fatto in quel particolare rapporto con gli altri che si esprime con la scrittura. Aggiustando, modificando, correggendo e aggiungendo, di articolo in articolo, la sua ricerca in pubblico. Con il pubblico che lo leggeva e lo aspettava. Ed è in questo rapporto che ha creato un linguaggio nuovo. Ha dato nomi alle cose del pensiero umano per combattere il nulla.

È dal rapporto che emerge il linguaggio. Ed è per il rapporto che si sviluppa. Quando non è così quello che emerge è un linguaggio freddo, che parla senza avere il senso del rapporto umano anche se può avere un perfetto rapporto con la realtà materiale non umana. È un linguaggio che addormenta o peggio uccide la fantasia perché la sua energia negativa è il nulla.

Ho scritto questi pensieri perché è un po’ di tempo che mi chiedo che cosa sia l’attuale governo italiano ed in particolare il suo ministro dell’Interno che né è di fatto il leader.
Forse parlarne è dargli troppa importanza ed in verità si tratta solo di un personaggio politico di estrema destra come tanti altri ne sono esistiti e che, come tanti altri, passerà e finirà dimenticato.
Ma forse si può capire qualcosa di più del suo successo pensando che esso rappresenta in fondo nient’altro che il nulla.

Perché è facile non pensare, non sentire, non vedere… e quindi non agire.
Se muoiono centinaia e migliaia di persone nel Mediterraneo è più facile non sapere, non vedere, non sentire. È troppo disturbante, stressante, faticoso. Mette in crisi.
Mette in crisi l’idea che la nostra società, il nostro mondo, la società occidentale con il suo infinito potere tecnologico e finanziario, sia una società perfetta, animata dalle migliori intenzioni possibili.
Si potrebbe scoprire che la nostra, al fondo, è una società violenta perché fondata su un pensiero violento. Perché permette, senza battere ciglio, la morte di persone che sono come noi. È un pensiero fascista che dice che quelle persone non sono in realtà come noi.

La società in cui viviamo è una creazione umana. Lo Stato, la Costituzione e le leggi, le istituzioni, i poteri dello Stato, etc. sono tutte creazioni umane.
I diritti e i doveri fondamentali sono quindi espressione della realtà umana e dei rapporti che fanno la società. Non il viceversa. Allora come è possibile questa violenza così assurda sotto gli occhi di tutti?
Ciò che questo governo e Salvini non potranno mai comprendere è che l’uguaglianza e la libertà sono caratteristiche prima di tutto umane che solo poi sono diventate fondamento del vivere sociale e civile e quindi della nostra costituzione e delle nostre leggi.

Se comprendiamo questo allora forse potremo un giorno avere uno Stato che ha come reale fondamento l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, che non è una cosa che è così perché stabilita dalla legge ma perché è una caratteristica universale dell’essere esseri umani, del tutto indipendente da dove siamo nati o da che colore della pelle abbiamo o da qualunque altra caratteristica fisica.
Uno Stato che dice che ciò che fa la realtà umana è l’essere nati punto e basta. E questo è più che sufficiente per garantire diritti di uguaglianza e di libertà indipendentemente da dove si è nati o da quali caratteristiche fisiche si abbiano.
Uno Stato che riconosca che ciò che ci fa esseri umani è la nostra capacità di amare.
Ciò che ci permette di avere rapporto con gli altri e di riconoscerli simili a noi stessi.

L’editoriale di Matteo Fago è pubblicato su Left in edicola dal 2 agosto 2019


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Venti di guerra fredda: gli Usa fanno saltare il trattato sul nucleare con la Russia

epa07752013 Activists from IPPNW Germany and ICAN Germany wear masks of US President Donald J. Trump (R) and Russian President Vladimir Putin (L), holding mock nuclear missiles as they demonstrate against the ending of the Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF) in front of the American Embassy at Pariser Platz in Berlin, Germany, 08 December 1987. The INF treaty, signed 01 June 1988, is due to end on 02 August 2019 after US President Donald J. Trump announced the US withdrawl in October 2018 and formally suspending it on 01 February followed by Russia in 02 February 2019. EPA/OMER MESSINGER

Si è chiusa un’era, e il rischio è quello di ritornare a un clima da Guerra fredda. Gli Stati Uniti si sono ritirati formalmente dall’Intermediate-range nuclear forces treaty (Trattato Inf), siglato nel 1987 con la Russia da Ronald Reagan e Mikhail Gorbačëv. Il Segretario di Stato Mike Pompeo lo ha annunciato il 2 agosto – dopo aver reso pubblico a febbraio scorso che la partecipazione degli Usa al patto era sospesa – seguito a ruota da Putin. Sul fronte delle armi “tattiche” (ossia quelle pensate per un uso sul campo di battaglia, a differenza di quelle “strategiche” che hanno un valore deterrente, nda), il Trattato Inf era l’unico accordo rimasto tra Russia e Stati Uniti a garantire un equilibrio.

L’accordo stabiliva la messa al bando di una particolare classe di armi, i missili balistici e cruise a medio o corto raggio (500 – 5.500 km di gittata) lanciati da terra, armati in modo convenzionale o con testate nucleari, e prevedeva un attento regime di verifiche reciproche, comprese ispezioni, che avevano aperto un’era di cooperazione bilaterale sul fronte del disarmo. Dopo la firma, il 1° giugno 1991, Usa e Russia smantellarono 2.692 missili, riducendo completamente gli arsenali. La stagione della deterrenza e della corsa agli armamenti era conclusa, il bando avrebbe dovuto avere durata illimitata.

Le radici del malcontento degli Stati Uniti per il mancato rispetto del Trattato in questione da parte russa affondano ancora nell’amministrazione Obama, che aveva definito Mosca come un “violatore seriale”. Ma, come scoperto dall’attuale amministrazione, Mosca avrebbe violato i limiti imposti dall’Inf, sviluppando un missile di gittata superiore ai 500 km: il cruise Novator 9M729, versione superiore al 9M728 del complesso missilistico Iskander-M. I russi dicono che ha una gittata massima di 480 km, e dunque in regola, e a loro volta puntano il dito sull’MK-41 statunitense. Le testate sarebbero state stanziate nella Russia dell’ovest, dunque dalla parte europea. Secondo la Casa Bianca, tutta l’Europa occidentale sarebbe situata nel raggio di questi missili, e la minaccia alla sicurezza è molto seria.

Pompeo ha subito affermato che: «La Russia è la sola responsabile per il fallimento del trattato. Gli Stati Uniti non rimarranno fedeli ad un accordo che viene deliberatamente violato da una delle parti». Ha aggiunto questa mattina su Twitter che «gli Usa rimangono interessati a un controllo effettivo delle armi che aumenti la sicurezza dell’America, dei suoi alleati e dei suoi partner; che sia controllabile e rinforzabile; e che includa partner che sottostiano responsabilmente agli obblighi imposti». Secondo l’amministrazione Trump, infatti, il 2 febbraio si erano concessi sei mesi alla Russia per tornare in pari con gli obblighi del Trattato Inf, ma la Russia avrebbe rifiutato: «Per troppo tempo la Russia ha violato l’Inf con impunità, sviluppando e testando di nascosto un sistema missilistico proibito che minaccia direttamente gli alleati americani all’estero», aveva affermato il Presidente.

Per la sicurezza europea, questo trattato è stato fondamentale. Alla scadenza dell’ultimatum americano, la Russia ha fatto sapere di aver chiesto agli Stati Uniti di dichiarare una moratoria sullo sviluppo di missili nucleari a breve e medio raggio nelle basi Usa in Europa, il continente più esposto al venir meno del Trattato Inf. Secondo la Reuters, infatti, il Ministro degli esteri russo, Sergei Ryabkov, ha affermato: «Abbiamo proposto agli Usa e agli altri paesi membri della Nato di soppesare la possibilità di dichiarare la stessa moratoria sul dispiegamento di missili a corto e medio raggio, come i nostri, come quella annunciata da Putin».

Intanto, secondo voci anonime dei vertici della Casa Bianca, con gli States liberi di sviluppare un proprio sistema di armi vietate in precedenza, si prevedono dei test già nelle prossime settimane. «Siamo letteralmente anni orsono dall’avere qualsiasi capacità di risposta immediata. A causa della nostra stretta aderenza al trattato per 32 anni, siamo al punto di contemplare test di volo iniziali, ma niente di più», hanno spiegato i consiglieri dell’amministrazione. L’Alleanza atlantica fa sapere che agirà «in modo misurato e responsabile» per rispondere ai «rischi significativi posti dal missile russo 9M729. Abbiamo concordato un pacchetto di misure bilanciato, coordinato e difensivo». Che include soltanto armi convenzionali (non nucleari).

Il controllo degli armamenti ha subito, dunque, una pesante sconfitta: solo il New Strategic arms reduction treaty (Start), un trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato a Praga nel 2010 resta valido sul fronte del disarmo, nell’ambito della deterrenza strategica, ma è in scadenza tra due anni. Sembra proprio la realizzazione di quello scenario descritto dal “dilemma della sicurezza”: una situazione che si innesca nel sistema internazionale quando gli strumenti impiegati da uno Stato per accrescere la propria sicurezza provocano una riduzione, anche non intenzionale, della sicurezza di altri Stati. Ciò innesca una spirale di insicurezza reciproca che conduce inevitabilmente al rafforzamento degli arsenali e all’esplosione dell’equilibrio.

E intanto la corsa agli armamenti riprende – per quanto Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, abbia esplicitamente affermato che una nuova «corsa agli armamenti» è fuori discussione -, con nuovi temibili attori che si aggiungono sullo scacchiere internazionale, prima fra tutti la Cina.

Monica Cirinnà: «A destra se ne infischiano dei bambini»

Il controverso ddl Pillon, il provvedimento del senatore leghista sull’affido condiviso e sulla «bigenitorialità perfetta», è stato rimandato a settembre. Una vittoria per Non una di meno e per le altre associazioni che difendono i diritti delle donne e dei bambini, che da mesi portano avanti le proteste in piazza.
Una buona notizia, «ma non bisogna abbassare la guardia», avverte Monica Cirinnà, la senatrice Pd madrina della legge 76/2016, che ha istituito le unioni civili in Italia.«Non c’è stato alcun dibattito generale sul ddl Pillon e sui quattro testi collegati che toccano fondamentali questioni di diritto», denuncia Cirinnà. «La Commissione giustizia ha dato mandato al senatore leghista di lavorare a un testo unificato. Su quale base lo stilerà dal momento che non ha neanche ascoltato le forze politiche presenti in commissione? Questo mi fa pensare che il testo unificato esista già».
Dunque, non cambia nulla nei contenuti?
Il ddl Pillon sul millantato affido condiviso e sulla presunta genitorialità perfetta corrisponde ai desiderata del governo e della Lega rispetto ai quali i Cinque stelle soccombono. I contenuti sono in linea con l’orrendo convegno oscurantista di Verona. E comunque, in nuce, erano già presenti nel contratto di governo, dove si parlava già sia di mediazione obbligatoria che della fantomatica sindrome da alienazione parentale (Pas). Quando capiranno che hanno tutte le contingenze utili, dentro e fuori dalla maggioranza, per calare il ddl Pillon, lo faranno, sarà a settembre, a ottobre o a novembre, ma lo faranno. Dobbiamo essere estremamente vigili.
Parliamo di un provvedimento pericoloso e fortemente lesivo dei diritti delle donne e dei bambini…
I punti pericolosi restano gli stessi: la mediazione obbligatoria anche nei casi vietati dalla convenzione di Istanbul, ovvero quando ci sono maltrattamenti. L’imposizione, ope legis, di tempi paritetici di frequentazione suddivisi fra padre e madre, come se il bambino, costretto a vivere in due case e due contesti diversi, fosse un pacco postale. Altra cosa grave è…

L’intervista di Simona Maggiorelli alla senatrice Monica Cirinnà prosegue su Left in edicola dal 2 agosto 2019


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Ma Mattarella che ne dice di Salvini?

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la cerimonia del Ventaglio al Quirinale, Roma, 25 luglio 2019. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Lasciamo perdere Di Maio e i Cinquestelle, ormai zerbini del Capitano leghista pur di non dover tornare ad essere cittadini normali, ma il presidente della Repubblica Mattarella, quello che dovrebbe garantire la tenuta democratica del Paese, non ha niente da dire sui comportamenti del ministro dell’interno?

Per capirsi, ieri il leader leghista è riuscito nel giro di pochi minuti a infilare una serie di provocazioni che sembrano degne del peggior prodotto della peggior specie di un clan di ubriaconi in un bar di provincia. Durante la sua conferenza stampa convocata al Papeete Beach (una conferenza stampa convocata in spiaggia, come se fosse il gioco aperitivo da villaggio turistico, roba da Paperissima sprint) ha battibeccato con il giornalista di Repubblica Valerio Lo Muzio colpevole di avere documentato il giretto in moto d’acqua della Polizia di suo figlio. «Lei che è specializzato – ha detto Salvini – vada a riprendere i bambini, visto che le piace tanto». «Mi sta dando del pedofilo?», è stata la replica del giornalista. E poi, come uno strafottente bulletto di periferia l’ha invitato a «fare un giro in pedalò», che è un po’ come quando a scuola ci si diceva «ti aspetto fuori», per intendersi.

Una scena penosa di un ministro che vorrebbe essere il Putin padano e invece risulta solo un bambino mai cresciuto e viziato.

Poi, poco dopo, intervistato da Sky Tg24, Salvini twitta: «Ma vi pare normale che una zingara a Milano dica “A Salvini andrebbe tirata una pallottola in testa”? Stai buona, zingaraccia, stai buona, che tra poco arriva la RUSPA». Zingaraccia. Ha scritto (e detto) zingaraccia. Vomitando tutta la pece che contiene. Sputando bile per un controllo che ha perso ormai da tempo. Roba da vomito.

Allora mi sorgono alcune domande. Ad esempio, il Pd che dice che “ormai Salvini è fuori controllo” si è accorto che qui fuori ce ne siamo resi conto da tempo? Cosa ha intenzione di fare?

E sopratutto: ma Mattarella trova tutto questo normale?

Così, per sapere. Perché il fetore che c’è qui in giro ormai mi sembra sotto il naso e gli occhi di tutti. Basterà aspettare qualche minuto e leggere i commenti a questo articolo, ad esempio.

Buon venerdì.

Dalla parte dei bambini

In questa estate feroce di cronaca nera e ciniche strumentalizzazioni politiche si rimane sbigottiti di fronte alla continua manipolazione della realtà che, irresponsabilmente, chi dovrebbe tutelare la sicurezza dei cittadini opera ogni giorno, legittimando razzismo, sospetti, inscenando processi sommari, scavalcando i magistrati e avocando a sé tutti i poteri. Di fronte all’immane dramma di 150 persone naufragate, la Camera ha dato il via libera al decreto Salvini bis, che la Lega intende blindare al Senato. Che affoghino fuori dalla vista, i porti italiani sono sbarrati. Questo è il messaggio propalato da “la bestia”, la macchina da guerra della comunicazione salviniana.

«Provo rabbia e tristezza, l’Italia non può essere punto di approdo di certe bestie», ha sentenziato Giorgia Meloni dopo il barbaro assassinio del carabiniere Mario Cerciello Rega. «Questa è la dimostrazione di come i carabinieri, gli italiani, vengono dopo i clandestini» ha rincarato Daniela Santanchè. Ma quel che è più grave ancora è che la caccia all’immigrato sia stata capeggiata da due ministri e vice premier Salvini e Di Maio che hanno fatto a gara nel collegare l’uccisione del militare all’«immigrazione clandestina». Senza preoccuparsi di rettificare quando dell’omicidio sono stati accusati sì due extracomunitari, ma nordamericani: studenti di scuole cattoliche, di “buona famiglia”, venuti in Italia in cerca di sballo di cocaina, armati di una baionetta dei Marines (come ha passato i controlli aerei?) e di ansiolitici, fortemente strutturati, «indifferenti a tutto» secondo gli operatori che li hanno incontrati in carcere. Di fronte all’inaccettabile violazione dei diritti degli accusati documentata dalla foto in cui uno dei due ragazzi appare a capo chino, ammanettato e bendato, Salvini invece di chiedere un giusto e regolare processo, ha evocato metodi e processi sommari da regime putiniano (caro al suo amico Savoini) e alla Trump che ha annunciato la ripresa delle esecuzioni capitali nel sistema federale Usa dopo una moratoria durata 15 anni.

Ma che Paese sta diventando l’Italia? Perché nemmeno su questo l’opposizione alza la voce? Perché non scatta in piedi per cacciare chi, al governo, cinicamente non perde occasione per propagandare odio? Una parte del Paese in cerca di un capro espiatorio, esulta, un’altra larghissima fetta resta silente, ma così facendo diventa complice. E non si sa se sia più pericoloso chi plaude Salvini o chi fa il gregario. La storia del fascismo insegna. Tornare a studiare la storia in questo momento è più importante di sempre. Averla bene a mente permette di smascherare fake news come quelle messe in circolazione dalla violenta campagna di CasaPound sul caso Bibbiano e sposata dallo stesso Salvini che si è precipitato nel paese emiliano per accusare l’amministrazione locale, invitando a segnalare direttamente al Viminale casi di «affido anomalo».

Come accade sempre più spesso, scavalcato a destra da Di Maio che in video dice di non voler aver niente a che fare con il Pd «il partito di Bibbiano» e dei ladri di bambini. A parte il dettaglio che sono stati i 5stelle di Torino a finanziarie in parte l’associazione che si occupa di affidi ora indagata, va ricordato che, storicamente, sono sempre state le destre clericofasciste a strappare i bambini alle loro legittime madri per affidarli a famiglie ligie al regime. è accaduto in Argentina durante la feroce dittatura di Videla ed è accaduto ancor prima in Spagna durante il regime franchista (come ricostruisce Federico Tulli qui e nel libro Figli rubati) quando, per colpire la resistenza e «estirpare il gene del comunismo» migliaia di bambini furono presi alle donne repubblicane e venduti a famiglie cattoliche e fasciste in nome di «Dio, patria e famiglia». Un’ideologia che abbiamo visto riproporre di recente dal convegno internazionale sulla famiglia di Verona a cui ha partecipato Salvini insieme ad altri esponenti del governo e parlamentari di spicco della Lega come il senatore Pillon, primo firmatario di un provvedimento oscurantista sull’affido che tratta i bambini con una proprietà e li spedisce in case di recupero e di rieducazione, per essere “resettati” qualora si rifiutino di frequentare il padre, anche se violento.

Nella feroce ideologia professata dal cattolico integralista Pillon c’è il pensiero agghiacciante che il bambino sia una tavoletta di cera e che le madri siano delle infide manipolatrici. Proprio Salvini che fa comizi contro «ladri di bambini» mostrando scarpine bianche, che bacia il crocifisso davanti alle telecamere sostiene un provvedimento sull’affido condiviso che, introducendo una fantomatica sindrome da alienazione parentale (inventata da Gardner, apologeta della pedofilia) mette tutti i presupposti per impedire che i bambini possano avere un’infanzia felice, anche in famiglie con genitori separati.

A proposito di affidi, l’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza martedì scorso ha diramato una nota che mette a fuoco le criticità anche dell’attuale sistema, sottolineando «la necessità di salvaguardare la funzione pubblica della tutela dei minorenni». «Occorre garantire tutti i diritti previsti dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia», dice Filomena Albano. In primis «quello a crescere nella famiglia di origine e quello a essere protetti da ogni forma di violenza. In tutti quei casi in cui tali diritti appaiono risultare in conflitto l’equilibrio deve essere dato da procedure chiare, trasparenti e uniformi».

Le buone leggi tuttavia non bastano. Serve una formazione adeguata degli operatori, degli assistenti sociali e degli psicoterapeuti come scrive Adriana Bembina, psicoterapeuta dell’associazione La Parola ai bambini. Urge un cambio di paradigma culturale e scientifico nel modo di considerare il bambino come sottolineava già lo psichiatra Andrea Masini, direttore della rivista Il Sogno della farfalla e docente di Bios Psychè intervistato su Left del 5 luglio scorso: «Bisogna realizzare che il bambino pur avendo il suo modo di esprimersi ha sicuramente una conoscenza esatta e molto profonda dei rapporti, di ciò che ha vissuto e di cosa è la vita». Solo partendo da questa consapevolezza, e non da un pregiudizio, si può davvero operare mettendo al centro l’interesse del bambino.

L’articolo di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 2 agosto 2019


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I profeti di Bibbiano

Empty swing at a playground. Sad dramatic mood for negative themes such as bullying at school, child abuse, pedophilia, traumatic childhood or kidnap. Seesaw in the background. Old retro vintage feel.

«Angeli e demoni», così l’hanno chiamata, piomba su una provincia famosa per gli asili nido più belli del mondo e tassi di offerta del servizio più alti della Svezia. Fino al 26 settembre prossimo – termine dell’indagine – è assolutamente certo che continuerà lo stillicidio di notizie dalla procura e il «clima da caccia alle streghe», come denunciano i Cobas.

Le “streghe” sono il welfare pubblico, la solidarietà in generale, la «psicologizzazione della realtà» (copyright di Galli della Loggia sul Corsera) e le famiglie arcobaleno. Sullo sfondo le regionali di novembre in cui, per la prima volta, l’Emilia è contendibile dalla Lega; l’inseguimento di Di Maio a Salvini che gli fa dire, complice Il Giornale, che «la sinistra prima faceva il business con i migranti attraverso le cooperative, oggi lo fanno sulle adozioni dei bambini», e l’ansia di Salvini di coprire il clamore del Russiagate. Dopo i rifugiati, i minori, dopo le Ong, le coop.
Riassunto delle puntate precedenti: il caso scoppia il 27 giugno, quando i carabinieri eseguono 18 misure cautelari per conto della Procura di Reggio Emilia su un presunto giro di affidi illeciti nella Val d’Enza. Nei guai assistenti sociali, liberi professionisti, psicologi.

Agli atti ci sono “lavaggi del cervello” ai bambini per raccontare abusi mai avvenuti, relazioni dei servizi sociali falsate e dunque minori sottratti alle loro famiglie. Ci sono anche dettagli forti, come i regali e le lettere dei genitori naturali nascosti e i disegni dei bambini contraffatti per descrivere molestie mai subite. Si parla subito di “caso Bibbiano”, dal nome del comune il cui sindaco Pd, ora autosospeso, Andrea Carletti, è finito ai domiciliari, accusato non di maltrattamenti sui minori ma di abuso d’ufficio e falso. L’inchiesta, per ora…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 2 agosto 2019


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Il senso di Salvini per la Polizia

"Immenso orgoglio e rispetto per il lavoro della nostra @poliziadistato, impegnata nel garantire la sicurezza sulle nostre spiagge e nei nostri mari. Grazie!". Lo scrive il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, postando su twitter una sua foto in costume in sella ad un acquascooter della polizia. TWITTER MATTEO SALVINI +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

L’ultimo è il giretto in moto d’acqua. Una scena degna di un cinepanettone dove il potente di turno è circondato da istituzioni che si fanno camerieri. I poliziotti trasformati in animatori del baby club nella spiaggia del Papeete Beach a disposizione del figlio del ministro dell’interno sono solo l’ultimo indizio della considerazione che il ministro ha delle forze dell’ordine, al di là delle sue altisonanti dichiarazioni, e chiarisce una volta per tutte la statura morale e istituzionale di un uomo che vive l’essere al governo come la gita di classe inaspettata.

È lo stesso Salvini che ha usato le forze dell’ordine per controllare e togliere gli striscioni contro di lui, come se fossero spazzini addetti al controllo del pensiero e del dissenso durante le sue scampagnate elettorali. Poliziotti che perquisiscono case di anziane pensionate perché si sono permesse di non essere d’accordo con le idee e le politiche del ministro sono una scena da dittatura sudamericana.

È lo stesso Salvini che usa la Polizia per scortare pericolosi bambini con i libri di scuola in braccio oppure per fare scendere temibilissime donne incinte dalle barche. La Polizia che usa gli idranti per sfollare le piazze e i disperati, come operatori di igiene pubblica che nulla hanno a che vedere con la sicurezza dei suoi cittadini.

È lo stesso Salvini che usa la Polizia come logo da esibire sulle sue magliette panciute, ridotti a travestimento delle sue incursioni su Facebook e usati come propaganda stampata sulle felpe.

È lo stesso Salvini che non ha risolto lo strutturale problema della carenza di uomini e di mezzi. Parla ma non fa.

È lo stesso Salvini che non aumenta gli stipendi di chi rischia la vita per pochi spicci al mese. Quello che apre le donazioni pubbliche per le famiglie di poliziotti o carabinieri uccisi dimenticandosi che se ne dovrebbe occupare lo Stato e che lo Stato in questo caso è lui.

E per quanto riguarda il suo errore da papà è lo stesso Salvini che dovrebbe rileggersi ciò che scrisse il figlio Giorgio di suo padre Giovanni Amendola (nel libro del 1976 Una scelta di vita, Rizzoli editore):

“Mio padre era intanto diventato ministro delle Colonie nel governo Facta. La vita a casa, con questa nomina, fu resa più difficile per le nuove condizioni economiche imposte dalla riduzione di stipendio. Dalle 4.000 lire al mese ricevute dal Corriere della Sera si era passati alle 2.000 lire che costituivano lo stipendio di un ministro.
Mio padre era di una rigida severità. Avendo io un giorno atteso sul portone di casa che egli scendesse, per ottenere un passaggio sull’automobile ministeriale fino a piazza Colonna (il ministero delle Colonie occupava allora Palazzo Chigi), egli me lo rifiutò bruscamente, dicendo che le automobili dello Stato non dovevano servire alle famiglie dei ministri. Ed infatti mia madre, nei suoi brevi soggiorni a casa, tra un ricovero e l’altro, non poté mai disporre dell’automobile ministeriale. Quando mio padre fece un viaggio ufficiale in Tripolitania e in Cirenaica, si rifiutò di farsi accompagnare da me, malgrado le pressioni di Donnarumma, infierendo inoltre con una cartolina inviata da Malta nella quale indicava la mia ennesima bocciatura come motivo del mio mancato viaggio in Africa. Ma, prima degli scrutini, nella sua unica visita fatta durante tutto l’anno al professor Kambo, al Visconti, gli aveva raccomandato la massima severità: « Lo rimandi, lo rimandi pure a ottobre, gli farà bene studiare ». Il professore Kambo non si fece pregare”.

Buon giovedì.

Deregulation del territorio, ecco il piano autonomista

Ottenere pieni poteri in tema di beni culturali fino ad arrivare a Soprintendenze regionali. Pieni poteri in tema di governo del territorio fatta eccezione per le grandi infrastrutture (porti e aeroporti) da concordare con lo Stato centrale. Pieni poteri in materia ambientale con la sostanziale cancellazione del ministero per l’Ambiente. Pieni poteri in materia di urbanistica con il rischio di riaprire la catena dei condoni edilizi su scala regionale. La definitiva rottura del sistema educativo nazionale.

Il disegno istituzionale dell’autonomia differenziata è chiaro ed evidente: la dissoluzione dello Stato nato dalla Costituzione repubblicana. Ad esempio il governo dei beni culturali è attribuito allo Stato nei Principi generali, all’articolo 9: è possibile immaginare ancora un Paese unito con la Pinacoteca di Brera regionale? Occorre dare atto alla Lega di aver tenuto una condotta di grande coerenza. Le sue radici, tra le canottiere di Bossi e le farneticazioni di oscuri esperti in materia istituzionale, affondano proprio nella volontà secessionista del popolo del Nord contro Roma ladrona e contro il Sud parassita. È evidente che la svolta salviniana per un partito che si apre all’intero Paese e raccoglie consensi anche nelle regioni meridionali, è stato un passaggio tattico per ottenere il risultato di cancellare la Costituzione del 1948.

Le dissoluzioni delle nazioni passano spesso non soltanto per iniziativa altrui, come in questo caso della Lega e ciò che resta di Forza Italia, ma anche per tragici errori commessi da chi avrebbe dovuto vigilare sul rispetto del dettato costituzionale. Le intese istituzionali con le regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto che rischiano di essere portate in approvazione in questi giorni sono state sottoscritte da parte del sottosegretario di Stato agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa nel febbraio 2018, negli ultimi giorni di attività del governo guidato da Paolo Gentiloni. Le bozze dei nuovi…

L’articolo dell’urbanista Paolo Berdini prosegue su Left del 26 luglio 2019


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