Home Blog Pagina 606

Più tutele per tutti con un contratto europeo

Prima di essere modificata geneticamente dagli accordi di governo gialloverdi la parola «contratto» parlava subito di lotte sindacali. Ad essere sinceri la parola ha potuto essere abusata anche perché l’uso proprio si è andato indebolendo purtroppo nel corso degli anni (decenni) in cui la lotta di classe si è rovesciata a favore dei padroni e anche i contratti lo hanno registrato.

L’Europa come modello sociale era stata costruita proprio grazie alle conquiste contrattuali. Ancora di più lo era stata l’Italia proprio come forma unitaria e costituzionale. Invece nell’Europa reale, incredibilmente opposta a quella sociale, il lavoro tutelato dai contratti viene solo evocato ma un vero livello di contrattazione collettiva, che, per altro, sarebbe quanto mai funzionale alla tanto declamata armonizzazione, a livello europeo non è previsto. Infatti quando Ursula von der Leyen deve “chiamare” il voto grillino, ma anche di molti liberali e socialisti, nel suo discorso di presentazione a Strasburgo evoca una cosa diversa come il salario minimo europeo.

La presidente della Commissione europea, in realtà, evoca il riferimento ai contratti. Ma per capire meglio le intenzioni e i problemi sarà bene richiamare una parte, assai meno ripresa, del suo discorso, in cui parla di una assicurazione europea sulla disoccupazione. Di cosa si tratta? E che relazione ha, visto che viene richiamata insieme, col salario minimo? Che per essere tutelati dalla disoccupazione bisogna pagarsi una assicurazione privata?

Visto il…

Una questione di umanità

Siamo sulla meravigliosa costa ionica della Calabria a Caulonia con Mimmo Lucano, a pochi km da Riace, dove da ottobre vive in esilio forzato per via dell’inchiesta che si è abbattuta su di lui e sul modello ventennale di accoglienza che è riuscito a sviluppare in questi luoghi, studiato ed apprezzato in tutto il mondo civile. Il processo assorbe ogni suo pensiero e la preoccupazione è palpabile, vive lontano dalla sua casa, dalla sua famiglia, non è più sindaco e non può lavorare, ma Lucano tiene a ribadire:

«Ho perso tutto, rifarei tutto».

Anche perché in buona sostanza, cosa ha fatto?

Quando delle persone sono in pericolo di vita come si può non aiutarle? Sarebbe inaccettabile fare il contrario. Per questo dico che per es. Carola Rackete, come fece Impastato contro la mafia, ha trasmesso un messaggio universale di umanità con la sua resistenza a Salvini. In questo siamo simili. Entrambi siamo stati accusati del reato di umanità. Io l’ho commesso sulla terra, lei in mare.

Dopo due anni di intercettazioni telefoniche e ambientali, riscontri sui conti correnti e tanto altro non è stato trovato nulla che potesse provare un suo arricchimento nella gestione dello Sprar di Riace, comune di cui è stato sindaco per tre mandati.

Il gip stesso ha detto che non ho preso una lira. E la Cassazione ha messo nero su bianco che in relazione ai reati che mi hanno contestato (matrimoni combinati, turbativa d’asta etc, ndr) ho agito per fini moralmente apprezzabili e come prevede la legge. Per questo ha chiesto di revocare le misure cautelari che mi tengono in esilio. Ma, cosa mai successa, la procura non ha tenuto conto della Cassazione. Posso dire che c’è un accanimento? Per di più io non sono più sindaco, come posso reiterare il reato?

Già, perché c’è questo accanimento? Cosa rappresenta Riace?

Io sono un militante come tanti, non sono io che faccio paura. Penso che Riace faccia paura a quei partiti che hanno fondato il loro potere sulla battaglia alle Ong e al mondo dell’accoglienza, perché dietro c’è una precisa progettualità politica. Le persone che arrivano sono i nuovi proletari, l’accoglienza è il prodotto di un’ingiustizia del mondo: c’è dunque un’idea politica di costruzione di una società diversa e dell’accoglienza che è antitetica a quella di una società che crea nuovi schiavi. Io penso che questa idea sia stata recepita da tanti e che però sia anche la causa della vicenda giudiziaria che mi riguarda.

Lei conosce la sua terra ed è sempre stato consapevole dei rischi che correva portando avanti il suo progetto.

Le norme sull’accoglienza dei richiedenti asilo impongono dei limiti. Se un progetto scade dopo sei mesi, io non posso mettere per strada delle persone e interrompere i legami affettivi che i bambini hanno con i compagni a scuola. Sarebbe stato come realizzare una integrazione disumana.

Alle europee del 26 maggio in tanti ci siamo chiesti perché tra i candidati non c’era il nome di Lucano. Da Bruxelles non avrebbe potuto battersi per portare avanti la sua idea di società?

Non ho mai detto ad altri quello che sto per dire e mi assumo tutta la responsabilità. Mi hanno proposto con insistenza la candidatura dicendomi “tutta la sinistra converge su di te”. Poi mi ha chiamato una persona calabrese legata a Zingaretti per dirmi che se mi fossi candidato con loro sarei stato in lista più avanti del medico di Lampedusa. Mi sono trovato in questa situazione ed è stato allora che ho pensato alle parole del procuratore che mi sta giudicando.

Vale a dire?

Sapevo benissimo che sarei stato eletto. Sapevo benissimo quanto prende di indennità un parlamentare europeo e che da quella posizione sarebbe stato molto più semplice affrontare il processo magari invocando l’indennità. Il procuratore sa che con il modello Riace non ho preso una lira, allora la sua tesi è che ho fatto tutto per una questione di potere. Per queste sue parole non mi sono candidato. Gli avrei dato ragione e per me sarebbe stata una lesione, perché non è vero. Quello che ho fatto è solo una questione di umanità.

 

Sana e robusta Costituzione

Articolo 10 della Costituzione:

«L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici».

Articolo 2:

«La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»

Articolo 11:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.»

Articolo 13:

«La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.»

Articolo 21:

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.»

Articolo 26:

«L’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali. Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.»

Basta leggerli così, con una conoscenza che sia magari un po’ sopra all’università della vita, gli articoli della Costituzione per rendersi conto che il Decreto Sicurezza è qualcosa che esce dai limiti stabiliti dai padri costituenti per limitare ogni forma di violenza, di disuguaglianza e di disumanità. Ci si potrebbe aspettare anche che il presidente della Repubblica faccia il Presidente della Repubblica, ma è speranza debole. Alla fine ci penserà la sana e robusta Costituzione.

Buon mercoledì,

La preziosa terra della Palestina al centro del conflitto con l’occupante israeliano

Al centro del conflitto con l’occupante, fin dall’epoca della prima invasione sionista della Palestina, ci sono la terra e la conseguente sofferenza del popolo palestinese, che ha subito continue e continue catastrofi fino ad oggi. Sin dalla sua costituzione, infatti, lo Stato di Israele si è presentato come uno Stato usurpatore.
Nella prima di queste di catastrofe, la Nakba (catastrofe) del 1948, più di 531 villaggi e città palestinesi furono distrutti e rasi al suolo, la maggior parte degli abitanti trovò rifugio nei campi profughi in Giordania, Siria e Libano, in cui mancavano le condizioni minime di sopravvivenza …
Queste catastrofi contro il popolo Palestinese non si sono mai fermate, provocando sempre più sfollamenti e sfratti forzati, causando l’espulsione di 800mila palestinesi dai loro territori occupati.
La guerra dei Sei Giorni del 1967 provocò ulteriori espulsioni e sfollamenti dalla terra palestinese, per questo viene considerata come la seconda grande Nakba, di cui il nostro popolo ha molto sofferto e di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze, ancora più devastante della prima. Non a caso è stata descritta, dalla volpe della politica israeliana S. Peres, come la seconda vittoria dello stato di occupazione Israeliano dopo la Nakba del 1948.
Anche l’accordo di Oslo del 1993 è stato una Nakba nazionale e sociale che ha frammentato, la nostra terra occupata in Cisgiordania, in ghetti chiusi e isolati, non collegati geograficamente tra loro. Ha diffuso tra la nostra gente una grande illusione di poter avere finalmente uno Stato e un’autorità nazionale palestinese, per poi scoprire dopo 26 anni di negoziati che non abbiamo né uno Stato palestinese né una vera autorità nazionale.
Ci siamo trovati nelle mani di un’autorità che non ha alcuna forma di sovranità, una semplice autorità amministrativa, per giunta con condivisione del potere (tra Israele e Autorità nazionale palestinese), come dice il presidente dell’Anp, Abu Mazen, “Autorità senza potere”.
La situazione non è migliore nella Striscia di Gaza, dove, se esiste un’autorità palestinese, questa come la sua terra, il suo mare e la sua gente sono sotto un assedio ingiusto e disumano che Israele impone da oltre dodici anni in violazione delle norme internazionali.
L’occupazione doveva permettere, in base all’accordo di Oslo, di realizzare nella terra storica della Palestina uno Stato bi-nazionale o uno Stato a maggioranza palestinese vicino allo Stato israeliano.
Invece, la presenza palestinese è stata considerata come una “ghiandola cancerogena” che doveva e deve essere sradicata, magari anche giustificandola legittimamente.
Il progetto di giudaizzare la Galilea iniziò nel 1976, anno in cui l’occupante ha confiscato oltre 21mila dunum della terra di Galilea. Contro la confisca di tutta quella terra, il nostro popolo è sceso in strada per protestare e manifestare lanciando pietre e da ciò è nata la cosiddetta Giornata della Terra, il 30 marzo, che ancora oggi, ogni anno celebriamo come data importante in ricordo della difesa della terra palestinese.
La fiera reazione del popolo palestinese non ha però cancellato i piani e i programmi dello stato di occupazione, che non si sono fermati nemmeno per un momento. Gli occupanti, infatti, hanno continuato a controllare ed occupare la Palestina e la sua terra ed hanno proseguito nell’operazione di giudaizzazione. Massicce demolizioni di abitazioni palestinesi hanno avuto luogo a Qalanswa ed in tante altre città palestinesi mentre le costruzione di nuove case furono severamente limitate nei villaggi e nelle città palestinesi.
Il cosiddetto progetto “Praver” fu messo in atto per giudaizzare il Negev, la più grande area di terra in possesso del popolo palestinese. Del milione di dunum di proprietà di comunità arabe beduine, solo 100mila rimangono ora in possesso del nostro popolo arabo beduino e l’occupante cerca anche di controllarli. Perciò, sono numerose le comunità spogliate delle loro proprietà e terre.
Ma la cupidigia dell’occupante è insaziabile, infatti, Israele ha annunciato che ci sono più di 40 villaggi palestinesi, che però esistevano prima della costituzione dello stato di occupazione, che sono considerati villaggi non riconosciuti per cui non saranno forniti i servizi di base di acqua e di energia elettrica. Fra questi, il villaggio di Al-Araqib demolito per ben 145 volte.
Negli ultimi tempi il progetto “Praver” ho ripreso vigore sotto il “rimorchiatore” e la “ferocia” delle forze dell’estrema destra sionista, che controlla oramai tutte le articolazioni dello Stato di occupazione e la società sionista affogata nel razzismo e nell’estremismo.
Con l’arrivo di Trump alla guida degli Stati Uniti, l’obiettivo di cancellare la causa del popolo palestinese, le questioni di Gerusalemme e dei rifugiati sono apparsi evidenti nel cosiddetto Deal of the Century of America, il progetto del secolo nordamericano (i cui principali strumenti sono stati rivelati dal Bahrain Economic Workshop tenuto dall’Amministrazione degli Stati Uniti a Manama il 25 e 26 giugno). Trump e il suo team hanno preparato questo progetto trasferendo l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme e riconoscendo Gerusalemme come capitale dello stato occupante, nonché cercando di cancellare e risolvere la questione dei rifugiati prosciugando le fonti finanziarie dell’UNRWA e riconoscendo lo status di rifugiato solo alla prima generazione, quella dei nonni, non ai figli e ai nipoti.

Israele ha sfruttato la posizione americana e il progetto del secolo per accelerare la giudaizzazione della città attraverso il sequestro di beni immobili e proprietà nella città di Gerusalemme e lo spostamento di interni quartieri, dove abbiamo assistito a una nuova catastrofe nella demolizione di oltre una decina edifici residenti nell’area di Wad Al-Homms e nelle aree classificate “A” e “B” sotto il controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Palestinese, secondo l’Accordo di Oslo.
La politica di occupazione israeliana dimostra che Israele è uno Stato che si pone al di sopra del diritto internazionale, che non si preoccupa di osservare nessuna legge o convenzione. La comunità internazionale, in considerazione della presenza e strapotere americano e dei paesi coloniali occidentali nella maggior parte delle istituzioni e degli organismi internazionali, viene messa a tacere così come il diritto internazionale. Ecco perché Israele protetto, da parte del bullismo imperialista nordamericano e occidentale, ha potuto demolire sedici edifici nella valle dell’Homms, sotto i pretesti di sicurezza e vicinanza al muro di separazione
Gli abitanti questi edifici, oggi sono ospitati da amici e parenti, come gli abitanti delle oltre 1.500 abitazioni palestinesi demolite da Israele dal 2006 a oggi.
Per il ministro israeliano Erdan e per l’opinione pubblica israeliana il luogo colpito dalle demolizioni non ha molta importanza cioè se prima o dopo il Muro, se nella Area A o B o C, nonostante la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja fin dal 2004 ha dichiarato illegale il Muro costruito da Israele per confinare i Territori palestinesi e rubare ulteriore terra palestinese.

Ciò che a questo punto i Palestinesi chiedono è un intervento internazionale volto a fermare le demolizioni di queste case in Wad Al-Homs (Sur Baher) dal momento che la Corte Suprema Israeliana, che era stata interpellata dai proprietari delle abitazioni palestinesi, ha respinto il loro ricorso ed ha votato a favore delle demolizioni in quanto le costruzioni erano avvenute, secondo il giudizio della Corte, senza le autorizzazioni del comandante militare locale. In più, secondo la Corte, le abitazioni costruite al confine del Muro rappresentano una possibile base di copertura per gli aggressori e quindi un pericolo per lo stato d’Israele.
Jamie McGoldrick, Gwyn Lewis e James Heenan, a nome di tre agenzie dell’Onu in un documento dichiarano: «Demolizioni e sgomberi forzati sono alcune delle molteplici pressioni che generano il rischio di trasferimento forzato per molti palestinesi in Cisgiordania».
Inoltre, la demolizione delle case, «stabilisce un precedente che consentirà alle forze israeliane di distruggere un numero molto elevato di edifici palestinesi che sono situati nelle immediate vicinanze del Muro. Data la vastità delle distruzioni e i tanti civili coinvolti, le demolizioni sono una nuova ‘catastrofe’ per il popolo palestinese».
Oggi rispetto il passato, il numero di demolizioni a Gerusalemme est tocca numeri molto elevati e in futuro la situazione sicuramente peggiorerà.
Di questo è colpevole anche il silenzio della comunità internazionale. Israele maschera il suo piano di demolizione dei Territori palestinesi e di ulteriore separazione di Gerusalemme dalla Cisgiordania dietro il pretesto della sicurezza e la comunità internazionale lo lascia fare.
Netanyahu ha intensificato la politica di demolizioni ed ulteriore occupazione di terra palestinese non solo perché spalleggiato dall’amministrazione Trump ma ha anche approfittato dei cambiamenti in atto all’interno del sistema politico israeliano, con il passaggio della società israeliana sempre più verso l’estrema destra. Inoltre, questo è stato possibile per i mutati orientamenti della Corte Suprema, che in passato è stata accusata di essere una delle roccaforti più importanti della sinistra sionista,in seguito, però, alla nomina di giudici con orientamenti più sionisti all’interno della Corte Suprema, le sue decisioni sono cambiate.
Quali motivazioni e circostanze hanno spinto Netanyahu a provare a completare la giudaizzazione di Gerusalemme nella zona diWad Al-Homs, trasformandola nella città biblica di David, modificando così i suoi dati demografici e la sua natura culturale? Oltre allo scenario internazionale che applaude al progetto del secolo americano, ha giocato un ruolo anche l’attuale instabilità politica interna testimoniata dall’incapacità di Netanyahu di formare un governo dopo le ultime elezioni del9 aprile scorso e con nuove elezioni il prossimo 17 settembre. Netanyahu o l’eventuale suo successore, insomma la lobby di Likud, sta cercando di vendersi ai coloni come vero leader degli insediamenti grazie anche all’incapacità degli altri partiti religiosi di destra di coalizzarsi in una sola lista.
Pertanto, dopo il successo del trasferimento dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme e il riconoscimento di Donald Trump di quest’ultima come capitale dello stato occupante, Netanyahu continua ad applicare questa politica sul territorio separando la città di Gerusalemme dai suoi dintorni palestinesi.
Infatti, rientra nel Progetto del secolo di Trump, non ostacolato seriamente dai Paesi arabi, che hanno preso parte alla Conferenza del Bahrain, l’esclusione della città di Gerusalemme e degli insediamenti dal tavolo dei negoziati.
Così la politica israeliana di demolizione delle case dei palestinesi in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme, è oramai quotidianità. I bulldozer non si fermano mai, quasi quotidianamente sono in azione per demolire le case delle famiglie Palestinesi. Quest’azione è sempre stata fondamentale per la strategia politica dell’occupazione israeliana. Questa volta però si è trattato di decine di demolizioni a Gerusalemme, sia avanti che dietro il Muro dell’apartheid, in particolare nell’area A, sotto controllo Palestinese. In base all’accordo di Oslo del 1993 tra Israele e Olp, il territorio sarebbe dovuto essere sotto controllo palestinese.
Un disastro che mette completamente in discussione l’ipotesi di avere due stati e lo statuto di città santa di Gerusalemme.
Gerusalemme oramai risulta quasi separata dalla Cisgiordania, tramite espropri demolizioni ed insediamenti di nuove colonie nell’intera aera C la quale rappresenta 67% della Cisgiordania.

L’Onu ha preso posizione, ma in generale le reazioni della comunità internazionale sono state modeste. L’Unione europea non è andata oltre la diffusione di un comunicato in cui critica le demolizioni e il rispetto delle leggi internazionali e di difesa dei diritti politici ed umani. Netanyahu prosegue ed accelera la politica di occupazione sfruttando anche le crisi palestinesi, quella della Striscia di Gaza oramai esanime dopo 12 anni di assedio con una situazione umanitaria al collasso, mentre l’Autorità palestinese in Cisgiordania soffre una grave crisi finanziaria aggravata dal problema della successione al presidente Abu Mazen. Inoltre, nonostante la posizione unitaria dei palestinesi di respingere il Progetto del secolo, i palestinesi non sono ancora in grado di porre fine alle loro divisioni, che Netanyahu sfrutta strategicamente.
Così, la demolizione delle case e la pulizia etnica a Gerusalemme non si ferma. Ogni giorno ci sono avvisi di demolizione, ogni giorno demoliscono una due case e così si effettua lo sfratto forzato e la pulizia etnica in tutti i quartieri ed i villaggi vicini . Wadi Yassul, Rababah, Batin Hawi, Bustan a Silwan, Kubanieh, Umm Harun e Karam Ja’uni, SceKh Jarrah, sono zone in cui ci sono state più di cinquemila case palestinesi demolite dal 1967 e più di ventimila altre case hanno avuto avviso di demolizione. Queste zone sono etnicamente rase al suolo, nel silenzio e nella complicità internazionale, in un’epoca in cui l’America di Trump e le sue bestemmie “odiose” contro le leggi e le convenzioni internazionali, continua ad avere due pesi e due misure non riconoscendo lo spoglio della terra ai palestinesi e dei loro diritti e tollerando che l’occupante israeliano si ponga al di sopra del diritto internazionale e continua a rubare terra palestinese.
L’espulsione e lo sfollamento non si fermarono ai confini dei territori palestinesi occupati, ma si estendono anche in Libano e in Siria (Yarmouk) , nei campi profughi palestinesi, in cui non solo nel passato ci sono stati tentativi di espulsione di abitanti (basta ricordare cosa è successo a Sabra e Chatila)), ma anche tuttora. Basta ricordare l’ingiusta decisione del ministro del lavoro libanese che non ha riconosciuto ai palestinesi il diritto di accedere ai permessi di lavoro. Questa decisione rispecchia ciò che è accaduto nel seminario economico del Bahrain per sistemare i rifugiati della nostra gente nei loro paesi o farli emigrare .
Il ministro del lavoro libanese è pienamente consapevole del fatto che il nostro popolo palestinese è ospite del Libano e che non sta cercando di insediarsi. Inoltre i libanesi sanno che il popolo palestinese partecipa alla costruzione, alla ricostruzione e allo sviluppo del Libano.
Il popolo palestinese in Libano ha il suo stato giuridico e politico di rifugiati, vive in condizioni estremamente difficili e gli viene negato il lavoro per quanto riguarda 73 professioni. La decisione del ministro libanese è condizionata dalle situazioni e dalle forze internazionali, le quali vogliono far esplodere l’arena libanese accedendo dalla porta del conflitto palestinese-libanese, oltre ad attuare il piano di reinsediamento e sfollamento dei rifugiati in Libano.
Ciò che sta accadendo a Gerusalemme nella Wad Al-Homs, nel Negev e a Beirut, è lo stesso e ciò rappresenta le basi fondamentali del progetto americano, che mira a liquidare la causa palestinese.
Quindi noi dobbiamo accelerare e liberarci concretamente da tutti gli impegni di Oslo ( a cominciare dal porre fine al coordinamento della sicurezza), e, dobbiamo porre fine alla divisione e ripristinare l’unità nazionale sulla base di un programma di resistenza costante , continua e determinata che diffonde il suo eco nell’intera regione e nel mondo intero, solo così riusciremo a stimolare un no corale al piano americano di Trump che mira a liquidare la causa palestinese.

La crisi della sinistra e Renzi, i M5s e Salvini

Luigi Di Maio durante la trasmissione Porta a Porta di Rai 1, Roma 02 Maggio 2018 ANSA / LUIGI MISTRULLI

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Lionello Fittante.

Quello che sorprende, nelle ripetute analisi sulle sconfitte della sinistra, è l’incapacità generale di adottare una lettura che vada oltre gli aspetti cronachistici e contingenti. Un evidente limite culturale, prima ancora che politico. Un’incapacità elaborativa degli avvenimenti, che li guarda come isolati tra di loro, luoghi indipendenti, sommatoria di casualità contingenti: un approccio che serve, talvolta, per assolversi. Invece tutto è legato, da un unico filo conduttore, leggibile attraverso un approccio storico, perché la sconfitta non è dell’oggi, ma ha evidenti radici lontane, perché le ragioni della sconfitta sono tutte lì, sul piatto della Storia, ed è la sinistra che non è stata in grado di capire.

Le responsabilità sono tutte dentro le scelte adottate, le politiche espresse, il modo di stare nel Paese, di rappresentarlo, nell’incapacità di leggere la storia, i cambiamenti in atto, nelle proprie azioni o inazioni. Proviamo a guardare allora, prendendo come minimo riferimento gli ultimi 25 anni, un quarto di secolo.

Si tratta di un periodo non breve, entro il quale, per rimanere in Italia, si fa a tempo a passare dal dopoguerra al boom economico, dall’autunno caldo all’edonismo reaganiano, dalla caduta del muro di Berlino a Di Maio-Salvini, dove cambiano intere generazioni. Facciamolo perché non si confondano gli effetti (la comparsa di Renzi, dei 5S, di Salvini) con le cause che li determinano. Allora, pur rimanendo necessariamente in superficie, proviamo ad abbandonare la cronaca, a dare un primo sommario, forzatamente semplificato e minimale sguardo.

La sinistra, al termine della enorme e fondamentale esperienza del Pci, si divide fondamentalmente in due: una “moderata”, maggioritaria, del centro-sinistra, che darà vita a Pds/Ds/Pd, e una minoritaria, cosiddetta “antagonista o radicale”.

Questa costola moderata, attraverso cambiamenti via via più vistosi, muta sostanzialmente pelle nell’affannosa rincorsa al centro, recide le radici, abbandona il metodo, la pratica culturale e politica, anche formativa e di selezione del proprio personale: in una parola, abbandona la sua natura originaria. Si teorizza la vocazione maggioritaria, gli artifizi elettorali o costituzionali, non più la ricerca del consenso, l’esercizio e la conquista dell’egemonia politica e culturale. Si teorizza o comunque si pratica, la conversione da partito di massa a partito liquido, leggero, determinando l’abbandono delle periferie, la diminuzione della partecipazione, e si decreta l’ininfluenza del confronto collettivo.

Una “sinistra”, questa, che partecipa alla personalizzazione della leadership, e apre senza filtri ad una indistinta società civile: ricordiamo la prima intervista della neoeletta Madia del 2008? L’esaltazione della propria inesperienza politica? Cos’altro se non l’apertura sul piano culturale e ideologico al mito dell’incompetenza come garanzia di cambiamento poi ben rappresentato dai 5S? È sotto i governi del centro-sinistra che cambia anche il linguaggio politico, la disinvoltura lessicale che prevale sull’argomentare, si anticipa la sguaiatezza dei social.

Una sinistra inoltre, che introduce il lavoro flessibile, di fatto l’apertura alla precarietà: la precarizzazione del futuro come ineluttabile. Infine, una sinistra menzognera, che chiama ai gazebi il suo popolo, per scegliere il candidato premier sulla base di un programma da sottoscrivere, salvo poi disattenderlo, con quegli eletti in parlamento, per le politiche renziane che nulla avevano a che fare con quanto sottoscritto: un altro sostanziale “tradimento”.

Si sostituisce sostanzialmente l’originaria essenza di sinistra, se pure moderata, con un modello liberista, sul piano delle scelte economiche, e centrista sul piano culturale, e con ciò contribuendo allo sfaldamento della partecipazione: il solo obiettivo che conta diventa “governare”, anche a costo di alleanze contro natura, palesi o sotterranee. Bisogna dirlo chiaramente: si sceglie, nella migliore delle ipotesi, di trasformarsi in un partito moderato di centro.

Contemporaneamente l’altro pezzo della sinistra, quella radicale, antagonista, si chiude sempre più progressivamente in una sorta di identitarismo aristocratico, persino elitario, di testimonianza, neanche buono a marcare la differenza perché marginale. Una sinistra, che nasce minoranza e nel rinchiudersi si fa minoritaria, decide di essere ininfluente. Per paradosso, una sorta di vocazione minoritaria.

Una sinistra quindi, che benché definita radicale, risulta marginale, sempre più frammentata e che prova ormai a sopravvivere con trovate elettoralistiche in cui essa stessa non crede, non già attraverso un progetto ampio, sincero, di lungo respiro. Una sinistra capace di frantumarsi sotto distinguo imperscrutabili, a volte sotto il peso di gelosie politiche e personalistiche, mentre il mondo le cambia sotto i piedi.

Tutti volgono la vista al più su sé stessi (risultati elettorali) e meno su quello che avviene nel Paese, sulle proprie esigenze (vale per tutti, ma la sinistra aveva l’obbligo di differenziarsi): accontentarsi di singole sporadiche e localistiche affermazioni, senza preoccuparsi che anche dove si vince la partecipazione diminuisce. Brillante esempio fu il 40% renziano delle regionali emiliane, in cui contava la vittoria se pure con il solo il 36% degli elettori.

Non porsi il problema della riduzione progressiva della democrazia, che non può che vivere di partecipazione, è un peccato mortale nell’essere sinistra.

Non può sorprendere allora che nell’immaginario collettivo abiti un sentimento che accomuna tutti in un unico enorme calderone indistinto: “e allora quando c’eravate voi?” Perché poi, nell’ambiguità del Pd e nell’identitarismo “radicale”, tutti a definirsi eredi di Berlinguer (di quella tradizione). E quindi allora, tutti, appunto, indefinitamente uguali.

In questo scenario di evidenti ritardi e incapacità del personale politico, si sommano, altrettanto evidenti, i limiti e le responsabilità di certo intellettualismo nostrano: politici e intellettuali, incapaci di farsi e svolgere il ruolo di classe dirigente. Confesso di rimpiangere i Gramsci e i Berlinguer, sul piano politico, ma di rimpiangere anche i Calvino, i Moravia, i Pasolini, gli Asor Rosa: intellettuali e artisti che sapevano intrecciare l’elaborazione con la realtà e l’impegno.

Sono queste scelte e questi limiti che fanno crescere i Renzi, i 5S, i Salvini. Se non ragioniamo su questo sarà difficile interpretare cosa avviene nel Paese, e si rinuncerà a recuperare un rapporto, ad avere un’interlocuzione, non solo con chi non ti vota perché sceglie altro, ma con chi preferisce l’astensione. Perché in fondo, semplicemente, non dovremmo chiederci perché la gente ha abbandonato la sinistra, piuttosto perché la sinistra, in questa Storia, di fatto e nelle sue varie espressioni, ha abbandonato la gente.

Lionello Fittante è cofondatore dell’associazione politico-culturale #perimolti e fa parte del comitato nazionale di èViva

Una sicurezza: è un fallimento

Un cartellone che pubblicizza la festa della Lega sulla spiaggia di Milano Marittima (Ravenna), località dove il vicepresidente del Consiglio e ministro dell'Interno Matteo Salvini sta trascorrendo alcuni giorni di vacanza, 3 agosto 2019. ANSA/SERENELLA MATTERA

Il ministro dell’interno (volutamente minuscolo) Salvini sta preparando il suo tour estivo sulle spiagge italiane per raccogliere un po’ di voti tra un aperitivo e un po’ di musica dance e mentre finge di scannarsi con i suoi alleati di governo usa il suo unico argomento per tenere caldi i suoi elettori. Sicurezza è la parola magica con cui alimenta il fiele e concima un po’ di odio in giro. Ma forse sarebbe il caso di vedere i numeri di questi suoi famosi decreti sicurezza, i numeri non mentono, i numeri non sono opinioni e stanno lì fermi senza subire condizionamenti.

Come abbiamo scritto più volte il primo decreto sicurezza ha prodotto semplicemente con una firma circa 18.000 irregolari in più. Gente che era sul territorio italiano e che di colpo ha scoperto di non poter accedere alla protezione umanitaria. Il decreto sicurezza, insomma, ha prodotto clandestini. Forte, vero? E anche se volessimo credere che l’iniziativa del governo sia volta a ripulire l’Italia (perché è questo il termine che usano i tifosi del Capitano) allora vale la pena sapere che a giugno del 2019 c’erano in Italia 71.000 stranieri irregolari in più rispetto a giugno del 2018. Sembra incredibile, vero?

Fermi, non è tutto. I numeri sono dovuti al fatto che con 78.000 dinieghi di protezione internazionale il prode Salvini è riuscito a rimpatriare solo 6.953 rimpatri. Vi ricordate quando in campagna elettorale si diceva che i numeri di Salvini sui rimpatri promessi fossero tutte balle? Ecco la prova provata. Ovviamente sulla pelle delle persone. E se qualcuno può pensare che Salvini abbia comunque fatto meglio del governo precedente ditegli tranquillamente di no: il governo Conte sta rimpatriando il 7% in meno rispetto al governo precedente, quello dei comunisti amici delle ONG. Applausi a scena aperta.

I dinieghi di protezione sono passati da meno del 60% nel 2017 a oltre l’80% oggi. Ma ovviamente le persone continuano a rimanere qui. Si producono irregolari che non possono regolarizzarsi e che non vengono rimandati nel proprio Paese: è la formula perfetta per creare ancora più insicurezza e continuare a usarla per scopi elettorali.

A proposito: a questo ritmo per rimpatriare tutti (62.000 persone) ci vorrebbero circa 97 anni. Che poi, se ci pensate, è poco più della rateizzazione concessa alla Lega per restituire i 49 milioni che ha fatto sparire.

Buona sicurezza a tutti. E buon martedì.

Codice rosso, la legge per contrastare la violenza sulle donne e sui minori nasce zoppa

A pochi giorni dalla entrata in vigore del cd. Codice Rosso (l’8 agosto, ndr), un caso di cronaca solleva non pochi interrogativi sula sua potenziale efficacia. A Treviso un uomo, che nel 2013 tentò di uccidere l’allora compagna strangolandola fino a farle perdere i sensi, simulando un incidente in auto e dando fuoco al veicolo, potrà usufruire di una misura alternativa alla detenzione prevista dall’ordinamento penitenziario e sconterà parte della pena fuori dalle mura carcerarie in regime di semilibertà.
In particolare, i Giudici del Tribunale di Sorveglianza di Venezia (organo competente nella fase esecutiva) hanno stabilito, a fronte di una condotta regolare e partecipativa a corsi e attività, che il condannato possa abbandonare la propria cella per alcune ore durante il giorno, per poi farvi ritorno per la notte.
Legittimamente la vittima, l’ex moglie, teme di poter incontrare nuovamente l’uomo che solo 6 anni fa tentò di ucciderla.
Si ricorda che il 18 luglio scorso il Senato ha approvato, con 197 voti favorevoli e 47 astensioni, il D.D.L. n. AC 1455-A, rinominato “Codice Rosso”. La nuova Legge era nata con l’obiettivo di inasprire la disciplina penale della violenza domestica e di genere, cercando di rendere più agevoli e rapidi i processi in sede penale per accertare le conseguenti responsabilità. Ma cosa si è fatto per riformare la fase esecutiva? In altri termini, se si vuol parlare di corsia preferenziale – che peraltro già c’era – non valeva anche inserire qualche correttivo per il post-processo?
La riforma su questo punto nulla ha modificato e vi è la possibilità che situazioni del genere si ripetano. A tacer di critiche, quello che qui si esprime non riguarda la parità di trattamento in esecuzione ma, lo si ripete, una – seppur tecnica – critica all’ennesimo provvedimento zoppo.
È proprio questo aspetto, allora, che rende la riforma approvata incompleta: il Governo prima ed il Parlamento poi, si sono concentrati solo sulla fase cognitiva del giudizio penale, tralasciando completamente la – fondamentale – parte legata alla fase di esecuzione della pena.
Si configura, in questo modo, un evidente squilibrio, poiché da un lato le pene per questi delitti sono ora aumentate, ma dall’altro lato, i condannati potranno comunque usufruire della rosa di misure alternative previste dall’ordinamento penitenziario ed uscire dal carcere prima dell’espiazione completa della pena.
Il punto debole della Legge è, dunque, rinvenibile nella mancanza di una specifica previsione limitativa dei benefici premiali in sede esecutiva per i condannati dei reati coinvolti nella riforma.
Peraltro, una simile impostazione normativa è già prevista dall’art. 4 bis L. 354/75, rubricato «divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti», che per l’appunto dispone uno stringente limite al godimento delle misure alternative per coloro che si siano resi responsabili di delitti di associazione mafiosa o di violenza sessuale, dunque assolutamente analoghi ai reati di genere, le cui pene sono state ora innalzate.
Bastava ampliare questo elenco, includendo tutti i reati citati nella riforma. Non serviva altro.
Il provvedimento, seppur apprezzabile nell’ottica di una repressione dei fenomeni di violenza sulle donne, risulta essere, dunque, perfettibile a fronte della mancanza di un’opera di armonizzazione tra la disciplina sostanziale e quella di cui all’ordinamento penitenziario.
Una siffatta impostazione può comportare il rischio, come nel caso di Treviso citato poc’anzi, che un uomo, condannato per un reato di genere, possa dopo una manciata d’anni uscire dal carcere in regime di semilibertà e incontrare nuovamente la vittima: tuttavia, è proprio riguardo a tali delitti che le esigenze di restrizione permangono per tutta la durata della pena.
Concludendo, un aumento di pena da solo non basta a prevenire il rischio di configurazione del reato: a ciò vanno aggiunti sia strumenti di prevenzione in senso stretto che limitazioni in fase esecutiva. Peraltro una simile impostazione è stata seguita dalla Legge 3/19 (la “spazzacorrotti”) che ha ampliato l’elenco dei reati ostativi, introducendo quelli legati al fenomeno della corruzione. Anche qui silenzio su tutti gli altri strumenti preventivi.

Alessandro Parrotta è avvocato e direttore di Ispeg

Olga e la Costituzione anti-Putin: una lotta senza armi per la democrazia, a 17 anni

«A ciascuno sarà garantita la libertà di espressione e di parola. I cittadini della Federazione hanno il diritto di riunirsi pacificamente, senza armi, e di tenere assemblee, comizi, dimostrazioni, marce e picchetti». Le foto di Olga Misik, la ragazza di 17 anni che il 27 luglio scorso ha letto la Costituzione russa davanti agli agenti in assetto antisommossa, sono diventate subito virali. Il suo gesto di protesta contro la decisione di Putin di non ammettere i 57 candidati dell’opposizione alle elezioni dell’8 settembre per il consiglio comunale di Mosca – per presunti vizi di forma – le è costato, però, l’arresto.

E non è stata la sola: 1300 i fermi dopo l’ondata di proteste per “elezioni libere ed eque” dell’ultimo weekend di luglio nella capitale, e altri 700 sabato 3 agosto, con gli investigatori russi che hanno aperto un’inchiesta per “disordini di massa”, un reato che comporta pene dai 3 anni nel caso della sola partecipazione ai 15 anni per l’organizzazione. Le due manifestazioni non erano autorizzate, pretesto con cui la polizia ha schierato decine di agenti antisommossa a presidiare le vie centrali della capitale. È partita, inoltre, una nuova inchiesta su Alexei Navalny, il leader dissidente in testa alle manifestazioni. Il blogger è indagato per “riciclaggio”: gli inquirenti accusano il Fondo anti-corruzione del dissidente russo di ricevere illegalmente somme di quasi un miliardo di rubli (13,8 milioni di euro). Navalny sta scontando una pena detentiva di 30 giorni per “manifestazioni non autorizzate”.

Nelle settimane passate, si manifestava non solo per le elezioni della Duma, ma, più in generale, contro lo Stato illiberale che sta prendendo il posto della Russia democratica nata a seguito dello scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991. A proposito dell’opposizione, si tratta di una minoranza, la cosiddetta intellighenzia urbana scontenta, che è costituita prevalentemente dalla gioventù russa ma che alle elezioni conta poco, visto che Putin gode ancora del sostegno della maggior parte della popolazione.

«Sono arrivati e hanno portato via sette persone che stavano solo parlando tra loro, sedute», ha raccontato all’agenzia France Presse Olga Yakovleva, 50 anni. Tra i fermati vi sono almeno sette minori, ha detto il commissario della città di Mosca per i Diritti dei bambini, Yevgeny Bunimovich, confermando così la sempre più frequente presenza alle proteste di giovanissimi. In caserma è finita, tra gli altri, l’avvocatessa e attivista Lyubov Sobol, una degli aspiranti candidati ai quali era stata negata la registrazione per l’elezione a consiglio comunale di Mosca nella 43a circoscrizione elettorale.

Lo stesso caso di Olga è controverso. La 17enne, non stava “manifestando” in senso stretto. Non stava tenendo un picchetto o una assemblea non autorizzata. Gli agenti, interdetti, non hanno agito in un primo momento e sono rimasti immobili con i caschi e i manganelli, i gambali protettivi, i guanti e i giubbotti antiproiettile. Olga portava con sé solo un giubbetto antiproiettile, il telefono e una copia della Costituzione. Il documento era stato varato dal primo presidente della Russia post-sovietica, Boris Eltsin, che aveva fatto copiare in buona parte le leggi fondamentali della Francia e degli Stati Uniti. Lo stesso testo sul quale ha giurato Vladimir Putin ogni volta che è diventato presidente: nel 2000, nel 2004, nel 2012, nel 2018. «Ho letto ai poliziotti l’articolo 31 della Costituzione che prevede la libertà di assemblea – racconta al quotidiano online Meduza -, il 29 sulla libertà di parola, e l’articolo 3, che descrive il popolo come la principale fonte del potere». I motivi della protesta sembrano esserle molto chiari nonostante la giovane età: «Vogliamo una Russia libera, nella quale non avvengano azioni illegali. Nessuno deve avere paura della polizia e dei tribunali», ha affermato nell’intervista. Il Paese dovrebbe «avere la voglia di andare avanti e non la nostalgia dei vecchi tempi e delle vecchie leggi. La Costituzione non deve sembrare una raccolta di barzellette e il programma del governo non deve essere desunto dai romanzi di George Orwell».

La studentessa ha appena terminato il liceo a Voskresensk, una cittadina a Sud di Mosca, e fa parte del Bessrochkà, un movimento che non ha leader né una struttura centrale, ma i militanti sono sparpagliati sul territorio. «Comunichiamo attraverso Telegram, partecipiamo a manifestazioni, distribuiamo giornali, volantini e adesivi». Prende parte ad ogni protesta, a partire dal 9 settembre 2018, quando si era scesi in piazza con Navalny per l’abolizione della riforma delle pensioni (che implicava l’aumento dell’età pensionabile).

Tuttavia, i genitori si oppongono al suo attivismo: «Mia madre è molto contraria al fatto che partecipi ai raduni perché ha paura delle conseguenze, e mio padre è un fan sfegatato di Putin e Stalin, li considera i migliori sovrani e odia i manifestanti. Non fa che dirmi “tu non hai vissuto nel caos degli anni Novanta”. Litigo con lui molto spesso e cerco di spiegare alcune cose anche a mia madre, ma lei guarda moltissimo la propaganda televisiva e crede sinceramente che i manifestanti lancino fumogeni e attacchino la polizia antisommossa». Così, la ritroviamo a sfidare la polizia in strada: «Volevo spiegare agli agenti che la gente si era radunata pacificamente, senza armi, e quindi legalmente». Solo in seguito, una volta terminata la manifestazione, la polizia l’ha portata via mentre ancora stringeva la Costituzione in mano. «Mi hanno preso per le braccia e le gambe e mi hanno trascinata lungo la strada. Ho urlato perché mi stavano facendo male, ma loro lo sapevano».

Trasportata in un van con altri 21 detenuti, gli agenti hanno sequestrato loro tutti gli effetti personali e chiuso i finestrini, lasciandoli senza aria, racconta Olga. Tutti coloro che non volevano dare il telefono furono spinti sul pavimento e costretti a consegnarlo con la forza, alcuni furono picchiati. La polizia fumava di proposito nel vagone, e l’aria diminuiva ancora: «Mi sentivo sempre peggio, ma si rifiutarono di farmi salire nell’ambulanza che viaggiava lì vicino». Poi la detenzione illegale (in quanto minorenne) fino al giorno successivo. Avrà l’obbligo di comparire in tribunale tra un mese.

La ragazza era già stata arrestata il 12 giugno – durante una manifestazione a sostegno di Ivan Golunov, reporter investigativo di Meduza, che era stato trattenuto nel centro di Mosca il 6 giugno con l’accusa di traffico di stupefacenti, maltrattato e poi assolto -, e illegalmente detenuta il 26 luglio (il giorno prima della lettura della Costituzione). In questa occasione, Olga stava distribuendo volantini contro la rimozione dei candidati dell’opposizione dalle elezioni di settembre, ma nessuno dei fogli aizzava alla manifestazione o alla violenza, difatti gli agenti che hanno proceduto al suo arresto non hanno voluto menzionarne le motivazioni.

In tutti questi casi, il gioco delle autorità sembra essere sempre lo stesso: la Costituzione prevede sì la libertà di assembramento, ma solo dietro autorizzazione. Ogni volta il luogo scelto viene giudicato «non adatto» per motivi diversi: traffico, ordine pubblico, altri eventi già programmati, e con questo pretesto scattano i fermi e gli arresti.

«L’ingiustizia concerne sempre tutti – conclude Olga -. Oggi la Duma di Mosca, domani il governo della regione, tra una settimana il capo del Distretto della Resurrezione. È solo questione di tempo. È stupido pensare che queste manifestazioni riguardino solo le libere elezioni o l’ammissione dei candidati. In realtà, vogliamo difendere i diritti costituzionali elementari che non sarebbero mai messi in discussione in uno Stato democratico».

Ora, la ragazza vuole diventare giornalista esperta in politica e diritti umani. Alla domanda: «E dopo la storia con Ivan Golunov, non avevi paura di scrivere la verità?», ha risposto senza esitazione: «Al contrario, dopo la storia con Golunov, è diventato necessario scrivere la verità. E più persone lo faranno, più sarà sicuro per tutti».

Parole e pallottole

epa07756083 A woman crying after leaving the family reunification center at MaCarthur Elementary School in El Paso, Texas, USA, 03 August 2019, issued 04 August 2019. Twenty people were confirmed killed and more than 25 injured earlier in the day by a lone gunman at a Walmart at the Cielo Vista Mall. EPA/IVAN PIERRE AGUIRRE

Venti morti e quasi una trentina di feriti. Sono i numeri della strage a El Paso, quella su cui aprono tutti i giornali. Ed ogni volta noi qui a raccontare di cosa succede sdoganando le armi e di cosa accade quando qualcuno si sente superiore per razza e per religione. Ma l’editoriale più ficcante, quello che serve, l’ha scritto inconsapevolmente proprio l’assassino, Patrick Crusius, che nel suo manifesto in cui esprime le ragioni della strage (come se potessero esistere ragioni in una strage), spara parole come pallottole. Basta leggerle per capire dove stiamo scendendo anche noi, qui, in Italia.

“Sono un sostenitore della strage di Christchurch e del suo manifesto. Questo attacco è una risposta all’invasione ispanica in Texas. Sono stati loro a istigarmi, sto semplicemente difendendo il mio Paese dall’invasione. Questo è il manifesto in cui spiego le ragioni del mio attacco”, scriveva Patrick Crusius.

Poi: “L’America è in decomposizione dall’interno. La verità scomoda è che sia democratici che repubblicani hanno fallito per anni. Entrambi sono coinvolti in uno dei più grandi tradimenti della storia americana”.

Poi: “I nostri amici europei non hanno delle leggi sulle armi che gli consentano di difendersi da milioni di invasori. Non hanno scelta: possono solo sedersi e guardare i loro Paesi bruciare”.

Poi: “Gli ispanici sono migranti economici, sono disposti a tornare nei loro Paesi. Per far sì che ciò accada hanno bisogno di un incentivo che io, insieme ad altri patrioti americani, dobbiamo dare”.

Poi: “Ho trascorso la vita a prepararmi per un futuro che non esiste. Presto gli ispanici prenderanno il controllo del mio amato Texas. Ricordate: l’inerzia è una scelta. Non posso più sopportare la vergogna”.

Davvero serve altro?

Sono pallottole, le parole.

Buon lunedì.

Chiamatelo reddito di discriminazione

La protesta a Napoli di due operai, licenziati dalla Fca , sul campanile della Chiesa del Carmine in piazza Mercato. Oltre ad aver esposto uno striscione con la scritta 'Reddito di cittadinanza per licenziati non c'Ë' , uno dei manifestanti ha indossato delle orecchie da coniglio come ironico riferimento ad una risposta scortese dato ad una utente, in cerca di informazioni sull'accesso al reddito, da un operatore INPS. 20 aprile 2019 ANSA / CIRO FUSCO

«Siamo 140 mila? Che bello non sentirsi soli». Roxana, cittadina ucraina da 13 anni in Italia, madre separata con 3 figli, fa una risata amara di chi in fondo se l’aspettava. «Ho fatto domanda per avere la cittadinanza, se l’avessi ottenuta forse avrei votato M5s perché la loro idea di sostegno a chi sta male mi piaceva. Poi ho scoperto la fregatura, quindi né reddito né cittadinanza». La promessa del reddito di cittadinanza è stata mantenuta ma con mille limiti, e poco o nulla ha a che fare con le proposte avanzate in passato dalla sinistra radicale. Un sostegno in grado di garantire una sopravvivenza dignitosa senza subire il ricatto di offerte di lavoro al ribasso. Quando venne emanato il decreto-legge 4/2019, poi convertito dalla legge 26/2019, recante il titolo Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni si istituì questa misura a decorrere dal mese di aprile.

Una circolare, sempre nello stesso periodo, la 43/2019, chiarì che il reddito di cittadinanza era una misura di politica attiva del lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale, destinata a favorire il diritto all’informazione, all’istruzione, alla formazione, alla cultura, attraverso politiche volte al sostegno economico e all’inserimento sociale dei soggetti a rischio di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro. Ma chi ne ha diritto? Già da allora si provò ad escludere i cittadini di origine straniera al grido di “prima gli italiani”, poi è parso chiaro che tale esclusione avrebbe sollevato principi di incostituzionalità per l’intero impianto legislativo. Quindi sono rientrati anche i “migranti regolari”.

Fermo restando che l’indirizzo politico delle forze che compongono il governo, rispetto ai cittadini stranieri, si era manifestato in maniera a dir poco ostile sin dalla campagna elettorale del 2018, dopo le elezioni europee la Lega, forte del risultato acquisito, ha avuto maggiore facilità nell’ottenere un incremento a tale spinta e non solo in materia di “porti chiusi”. Il 5 luglio scorso l’Inps servizi ha inviato a tutte le sedi periferiche una circolare, la n.100, che interviene su alcuni aspetti che riguardano la richiesta sia del reddito di cittadinanza che della pensione di cittadinanza spettante agli over 65 che fino a prima dell’emanazione della legge vivevano con la pensione sociale. La circolare stabilisce che «la norma, al comma 1-bis, pone l’obbligo in capo ai cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea di produrre in fase di istruttoria, ai fini dell’accoglimento delle domande, una certificazione dell’autorità estera competente, tradotta in lingua italiana e legalizzata dall’autorità consolare italiana, conformemente a quanto disposto dall’articolo 3 del testo unico di cui al Decreto del presidente della Repubblica 445 del 2000 e dall’articolo 2 del Dpr 394 del 1999».

In pratica, le stesse norme messe in atto per impedire ai bambini delle scuole di Lodi e di altri Comuni di usufruire, in quanto al di sotto della soglia Isee, della mensa e di altri servizi gratuiti a scuola. Per gran parte dei cittadini stranieri richiedenti il reddito, come per le famiglie dei bambini che chiedevano il servizio mensa, spesso è stato impossibile produrre questa documentazione. L’estensore della circolare si è preoccupato di specificare che per chi possiede lo status di rifugiato e per coloro che possono dimostrare che tali certificazioni sono impossibili da ottenere, tali divieti non valgono. Salvo poi avvalersi del fatto che «ciò posto, nelle more dell’emanazione del citato decreto attuativo, l’Istituto (l’Inps ndr) ha provveduto a sospendere l’istruttoria di tutte le domande presentate a decorrere dal mese di aprile 2019 da parte di richiedenti non comunitari». Quindi 140 mila domande di reddito e pensione, sono bloccate in virtù di tale circolare. «Sto già seguendo alcune di queste pratiche – racconta l’avvocato Massimo Bianchini….

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 2 agosto 2019


SOMMARIO ACQUISTA