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Senza giustizia ambientale non c’è giustizia sociale

Illustration picture shows the 'Right(s)' march in Brussels to raise awareness for climate change and social justice, Sunday 12 May 2019. BELGA PHOTO HATIM KAGHAT (Photo credit should read HATIM KAGHAT/AFP/Getty Images)

Il sud, in Antartide, nel periodo 1981-2010 l’area ghiacciata è stata nella media di 7,19 milioni di chilometri quadrati. Il primo gennaio del nuovo anno si è ridotta a 5,47 milioni di km2. Se la tendenza venisse confermata l’estate dell’emisfero sud segnerebbe il livello più basso di ghiaccio di tutto l’Olocene. A Nord non va meglio. La calotta polare artica risente maggiormente dei cambiamenti climatici rispetto a qualsiasi altra zona del pianeta: l’aumento della temperatura media annuale è il doppio di quella globale. Il ghiaccio si sta sciogliendo a ritmi molto più veloci rispetto a quanto previsto dalla scienza. Quasi 200 miliardi di tonnellate d’acqua solo a luglio si sono riversate nell’atlantico. Tre volte di più rispetto alla media. Mentre i ghiacciai si sciolgono, il polmone verde della nostra casa comune, l’Amazzonia, rischia di scomparire. I segnali indicano una trasformazione della maggiore copertura forestale del pianeta in qualcosa di simile alla savana africana. Secondo i calcoli la savanizzazione avrebbe luogo se il tasso di deforestazione superasse la soglia del 25%. Oggi è del 17%, ma arriva al 20% nella parte brasiliana e con il governo Bolsonaro purtroppo il dato è in crescita.

Metà delle foreste tropicali e temperate del mondo è già scomparsa dalla nostra vista. Tra il 1970 e il 2010 si è estinto il 52% della fauna del pianeta (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci). A partire dal 1980 il 35% delle mangrovie del mondo e il 20% delle barriere coralline sono andati totalmente distrutti, mentre il 33% dei suoli è degradato, e per questo non cattura più il carbonio dall’atmosfera. Da poco è stato approvata a Parigi l’ultima relazione dell’Ipbes – Gruppo internazionale sulla biodiversità e gli ecosistemi. Afferma che il tasso di estinzione delle specie accelera ad un ritmo mai conosciuto prima. Secondo uno studio dell’Università di Oxford, pubblicato dall’Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti, le conseguenze più drastiche del riscaldamento si registrerebbero però a livello degli oceani, che attualmente assorbono il 90% delle emissioni dei gas a effetto serra. La biodiversità, lo spazio bioriproduttivo, i beni comuni ed i servizi ambientali sono la nostra unica rete di protezione, definiscono il livello della nostra sicurezza, rappresentano la nostra comune eredità, garantiscono la nostra vita e la riproduzione della stessa, costituiscono il patrimonio delle generazioni che verranno.

Questa rete di relazioni e connessioni che ci rende tutti e tutte interdipendenti, corrispondenti e reciproci, è sempre più fragile e rischia di scomparire. Questa minaccia alla nostra vita è la conseguenza diretta dell’attività umana e del modello capitalista. Per evitare la catastrofe dobbiamo uscire da questo modello ormai insostenibile, consapevoli che oggi la precondizione per raggiungere la giustizia sociale sta nella giustizia ambientale ed ecologica. I diritti umani si garantiscono in maniera tangibile solo se prima riconosciamo e difendiamo i diritti della natura. La nostra vita dipende dalla continuità e dall’equilibrio del resto della vita intorno a noi. Adattarsi e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici significa in concreto cambiare modello produttivo, estrattivo ed industriale, investendo sulla riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica. È questa l’unica strada che ci consente allo stesso tempo di rimettere insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute. Nonostante le minacce e le catastrofi che già ci colpiscono, alle denunce della scienza ed ai numeri che nel nostro Paese denunciamo un aumento di povertà e disuguaglianze senza precedenti, che fa il governo? Continua a portare avanti politiche che fanno crescere ingiustizie sociali, ambientali ed ecologiche, rendendoci tutti più insicuri. In assenza di un’opposizione capace di lottare per la giustizia ecologica, ambientale e sociale, l’unica strada possibile è quella di lavorare per dare sempre più forze, gambe e voce alle tante soggettività nate anche nel nostro Paese per contrastare le ingiustizie sociali ed ambientali. A partire da queste abbiamo la necessità e l’urgenza di identificare il perimetro di un nuovo blocco sociale, oggi ben più grande di quello delimitato dai confini del Novecento. Ci accorgeremmo che la storia non è affatto finita, ma siamo solo all’inizio.

*

Giuseppe De Marzo è giornalista, scrittore e attivista. Attualmente è impegnato in Libera e nella rete dei Numeri pari. Ha scritto il libro Per amore della terra. Libertà, giustizia e sostenibilità economica (Castelvecchi).

L’articolo di Giuseppe De Marzo è tratto da Left in edicola dal 9 agosto 2019


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Le armi facili uccidono più della mafia

Le armi legalmente detenute nelle case degli italiani ammazzano più della mafia. E le vittime sono principalmente le donne. È questo uno dei dati più significativi del rapporto Omicidio in famiglia pubblicato nei giorni scorsi dall’Istituto di ricerche economiche e sociali Eures. Il rapporto rappresenta la prima analisi in Italia dedicata specificamente a questo tema, compiuta sulla base dei dati del dipartimento di Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno. Il rapporto, innanzitutto, conferma quanto già evidenziato da altri studi. Il numero di omicidi nel nostro Paese è in costante calo dagli anni Novanta, tanto che – secondo i dati riportati da Eurostat – nel 2017 l’Italia, con un tasso di omicidi pari a 0,61 per 100mila abitanti, risulta essere uno dei Paesi dell’Unione europea con il livello più basso di omicidi.

La progressiva diminuzione degli omicidi non è però un fenomeno uniforme. Mentre, infatti, a partire dagli anni Novanta si è verificata una costante contrazione del numero di omicidi attribuibili sia alla criminalità organizzata di tipo mafioso (da 224 nel 2000 a 37 del 2018, con un calo del 83,5%) e alla criminalità comune (da 157 nel 2000 a 88 nel 2018, con un calo del 43,9%), gli omicidi all’interno della famiglia e delle relazioni di vicinanza mostrano solo una leggera diminuzione (da 260 nel 2000 a 199 nel 2018, con un calo del 23,5%). Nel 2018 la metà di tutti gli omicidi in Italia si è compiuta in famiglia (163 vittime). Ciò significa che oggi la famiglia ammazza di più della mafia e della criminalità comune messe insieme.

Nell’ambito familiare trovano la morte circa i tre quarti delle vittime femminili di omicidio (2.265 vittime tra il 2000 e il 2018, pari al 72,5%). E nel 2018 ben l’83,4% delle 130 donne uccise in Italia è stata uccisa da un familiare o da un partner o ex partner. La trasformazione del fenomeno omicidiario dal contesto criminale a quello familiare farebbe presumere che gli strumenti più utilizzati per compierlo non siano le armi da fuoco, ma quelli più a portata di mano (coltelli, armi improprie, lacci per soffocamento, ecc.). Sono invece proprio le armi da fuoco lo strumento più utilizzato anche negli omicidi in famiglia: ammontano, infatti, a 1.139 le vittime degli omicidi in famiglia uccise con pistole e fucili tra il 2000 e il 2018 (il 32,2% del totale), mentre risultano 1.118 gli omicidi familiari commessi con armi da taglio (il 31,6%) e in minor numero quelli con armi improprie o percosse. Nel 2018, l’arma da fuoco è stata lo strumento più utilizzato negli omicidi in famiglia (65 vittime, pari al 39,9% del totale), prevalendo in misura significativa sull’arma da taglio (40 casi, pari al 24,6%). E le armi da fuoco costituiscono anche il principale strumento utilizzato dagli uomini negli omicidi di coppia per uccidere le proprie compagne/ex compagine.

Ma c’è di più. Sulla base delle informazioni accessibili da fonti aperte, Eures segnala che nel 2018 in almeno 42 casi (pari al 64,6%) negli omicidi familiari compiuti con arma da fuoco, l’assassino risultava in possesso…

L’articolo di Giorgio Beretta prosegue su Left in edicola dal 9 agosto 2019


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Per battere Salvini

Cosa farei io per battere Salvini? O, meglio, cosa vorrei che facessimo noi?

Me lo sono chiesto da questa mattina molto presto, lette le notizie sulla “crisi”.

Vai su Facebook e gli affidi una riflessione mentre guardi quelle degli altri. Con qualcuno parli al telefono o anche “dal vivo” perché per fortuna c’è ancora una “realtà”. Anche gli altri si pongono la stessa domanda e dunque è un buon inizio. C’è voglia di combattere e c’è anche un “nemico”. E c’è un io che si fa, o almeno ci prova, noi.

Allora, discutere insieme come si fa a battere la Lega e Salvini mi pare una buona cosa. Una cosa che farei. Poi, io ho le mie idee. Innanzitutto ho molta voglia di parlare con quelli con cui questa lotta la sto condividendo da tempo.  Quelli che da tempo scendono in piazza contro i decreti sicurezza, per aprire i porti e per  migranti, contro la Tav, contro lo sfruttamento del lavoro, contro il decreto Pillon, la secessione dei ricchi ecc. Pochi, ma buoni? Innanzitutto non siamo così pochi. Ma poi io credo che da queste resistenze si può trarre l’idea decisiva per battere Salvini: essere altro da lui. Ora, qui, il discorso si fa più personale ma immagino che questa grande assemblea per battere Salvini sia stata convocata ed io mi alzo e dico la mia.

“Salvini è nato dal nulla?”, chiedo.

Da quanto tempo si fanno brutte politiche, un poco su tutto? Da quanto tempo siamo sfiduciati e il “cambiamento” è divenuto sinonimo di peggio? E il meno peggio ha preparato un nuovo peggio?

Non sono domande “per litigare” o “per dividere” ma per ricostruire un noi che non deleghi al politicismo e al populismo che sono due facce della stessa, cattiva, moneta.

E servono a dire cosa vogliamo noi che poi sono cose non difficili ma che hanno bisogno di essere concrete e vere.

Farla finita con un mondo fondato sulla competizione e degenerato nell’odio. Ripartire dalla cooperazione. Un lavoro buono e un vero reddito di cittadinanza. Democrazia e diritti esigibili, anche col conflitto. Per nativi e migranti e per ogni genere. Un ambiente che cambia il sistema e non il clima e fa opere buone e non “grandi”. Un’altra Europa che non sia né elites né nazionalismi ma sociale e democratica. Di un noi abbiamo bisogno. Perché lo scontro sarà, è, duro. E i passaggi tra politicismo e populismo, Scilla e Cariddi, non facili. Giustamente la crisi deve andare in Parlamento. Ma che abbia uno svolgimento comprensibile e aperto e che intanto non si facciano danni richiede che noi si sia vigili e partecipi.  Serve la politica ma insieme alla democrazia che è fatta di opinione pubblica e di possibilità di far valere le proprie idee e di poter scegliere tra alternative. Troppe delusioni hanno ingenerato oltre il populismo la delega. Ci sono problemi, questioni aperte e opzioni. Ci sono i “problemi europei” come l’indicazione del Commissario italiano in Europa e il varo della legge di stabilità, che poi è anche “questione nazionale”. C’è lo “spread” che si “è fatto soggetto politico” (a proposito di cose che vengono da lontano e su cui bisognerebbe riflettere). Ma ci sono le sofferenze sociali aperte. Ieri sono arrivati i nuovi allarmi sul disastro climatico. Ci sono i dossier come l’autonomia differenziata e la “riduzione” dei parlamentari (o del Parlamento). Ecco, questi due io proprio li voglio contrastare.

Ci sono i “sommovimenti” delle forze politiche. I Cinquestelle sconfitti e magari “divisi” tra dare seguito sl voto “europeo” per Ursula Von der Leyen e nuovo rilancio populista. Il Pd, anche lui diviso tra “Zingarettiani” e “Renziani” sia sulla propria natura ma probabilmente anche sul che fare dopo aver per altro accettato i voti della Lega sul Tav. Anche la Lega, che è all’offensiva, può essere divisa tra un “partito della nazione “Trumpiano” e molto conflittuale con Bruxelles e un “partito del Nord” che sta negli equilibri tedeschi.

Se devo dire la mia penso che Salvini provi a muoversi sul modello Ungherese e a fare Orban. Parrebbe aver rotto gli indugi e giocare in proprio. Ma Orban sta nel PPE mentre l’operazione “grande destra” in Europa alle elezioni europee non è riuscita e Salvini è rimasto “confinato” con Le Pen e Ursula Von der Leyen non ha voluto i suoi voti (al contrario di quanto avvenuto col Tav). Di certo, la prospettiva alla Orban è da combattere con tutte le forze. E non si possono escludere anche scenari peggiori. Poi ci sono le “istituzioni” (italiane ed europee), i Presidenti (della Repubblica, delle Camere ed europei). Ci sono possibili governi transitori (un tempo erano balneari e facevano decantare la situazione. Con Monti è stato ben diverso). Nuovi approcci Pd- Cinquestelle che se fossero per ridurre i parlamentari spererei di no. C’è, insomma, tutto quello che leggiamo. Ma, proprio per questo, questo articolo serve ad altro che a “commentare”. Vuole proporre e diffondere una idea sola, che ripeto. Per battere Salvini bisogna essere all’opposto di lui. E serve esserlo nella società, tra la gente, nella vita reale. Questo, noi, possiamo provare a farlo.

Cronache semiserie

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (C) con il ministro del Lavoro dello Sviluppo economico e vicepremier Luigi Di Maio (S) ed il ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini (D) durante la conferenza stampa al termine del Cdm a palazzo Chigi, Roma, 20 ottobre 2018. ANSA/ANGELO CARCONI

Non si sa più nemmeno dove iniziare preparando un editoriale del giorno che è stato. Ogni giorno a pensare che non possa andare peggio di così e invece si comincia a scavare, andando a fondo, nel senso di affondando, in un Paese che riesce ad attorcigliarsi su se stesso fingendo di essere credibile. Un paio di cose che sono successe ieri e che vale la pena analizzare.

Il Movimento 5 Stelle, per iniziare, è riuscito addirittura a regalare anche l’apertura della crisi a Salvini. Geni. Dopo essere stati presi a calci per tutta la legislatura (facendo gli zerbini del Capitano) ora gli hanno dato l’occasione di apparire come dei signornò che lo mettono in difficoltà. L’attaccamento alla poltrona li ha portati a essere aperti come una scatoletta di tonno, come dicevano qualche era geologica fa, e ormai ci manca solo che Di Maio gli canti la canzoncina della buonanotte, poi l’asservimento totale è compiuto. Chissà se qualcuno si rende conto che un partito (ormai fa specie anche chiamarlo movimento) con una classe dirigente grottesca alla fine ne paga sempre le conseguenze. Hanno votato il Decreto sicurezza bis per attaccarsi alla poltrona e se la sono fatta sfilare.

Poi. Ieri si parlava della Turchia che brucia i libri, qui nel Buongiorno, e oggi arriva la notizia che qui da noi in Italia, precisamente a Lucca, un intero consiglio comunale si ritrovi a discutere di uno spettacolo teatrale. Giuro. Si tratta di uno spettacolo tratto dal graphic novel Cinzia di Leo Ortolani (grandissimo autore a cui Lucca dovrebbe dedicare una statua piuttosto che scene di questo tipo) che è stato considerato “troppo vicino all’ideologia gender”. Da incorniciare la frase del consigliere grillino Massimiliano Bindocci: «Su questi temi c’è un’estrema discrezionalità. Forse noi non siamo preparati per giudicare sulla bontà o meno delle scelte che vengono prese ma un luogo deputato a questo sarebbe necessario». Sì, si chiama ministero della censura, in effetti, quel luogo. Non vi metto nemmeno le frasi di Lega e destraccia varia per non insozzarvi la giornata ma le potete immaginare da voi.

Poi. Salvini a Sabaudia ha detto che quando finirà di fare politica tornerà al suo lavoro. E quando l’ha detto si è aperto un buco nero. Innanzitutto perché Salvini, da sempre, lavora di politica (e infatti il giornalista del Fatto Quotidiano Davide Vecchi ha vinto la causa che gli era stata intentata su questo) e poi perché nella sua breve esperienza da giornalista alla Padania, lo dice il suo ex direttore Moncalvo, firmava il foglio presenza senza andare al lavoro. Insomma: non riesce a dire una cosa che sia una senza buttarci dentro una bugia.

Che anno bellissimo.

Buon venerdì.

Nell’abisso della disumanità

"Restiamo Umani (We remain Human)" network activists are chained to the entrance of the Ministry of Infrastructure in solidarity with migrants in Rome, Italy, 11 July 2018. ANSA/VINCENZO TERSIGNI

Forse il decreto sicurezza bis poteva essere approvato al Senato senza bisogno del voto di fiducia. La maggioranza a Palazzo Madama è labile; alcuni senatori del M5s avevano manifestato contrarietà al decreto ma poi non hanno avuto il coraggio di un voto contrario e sono usciti dall’aula. Il “soccorso nero” di Forza Italia e di FdI poteva giungere evitando di dover blindare il decreto su cui pesavano 1.240 emendamenti. Il ministro dell’Interno ha voluto la prova di forza. Il risultato, nella serata di lunedì 5 agosto, è stato di 160 voti favorevoli, 57 contrari, 21 astensioni (FdI e Svp) che in tal modo hanno appoggiato il governo, e poi c’è la non partecipazione al voto di Forza Italia, utile a non abbassare il quorum per marcare una posizione. Lo scenario potrebbe riproporsi presto, con una maggioranza sul filo di lana. Il dl presentato senza relatore, (in assenza del parere della commissione Bilancio, la Affari costituzionali non ha potuto votare gli emendamenti, ennesimo oltraggio al Parlamento), aveva subito alla Camera modifiche peggiorative. Si pensi all’articolo 2 in cui, esasperando le sanzioni si afferma che «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane, salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato, si applica al comandante della nave la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 150.000 a euro 1.000.000. La responsabilità solidale … si estende all’armatore della nave. È sempre disposta la confisca della nave utilizzata per commettere la violazione, procedendosi immediatamente a sequestro cautelare».

L’utilizzo del termine «responsabilità solidale» fa rabbrividire ma l’applicazione stessa dell’articolo costituirà motivo di contesa giuridica. È di pochi giorni fa il dissequestro della Mare Jonio di Mediterranea. La procura di Agrigento non ha ritenuto valido fermare l’imbarcazione che ha agito in nome delle convenzioni internazionali sovraordinanti le leggi dello Stato. Ma col decreto, in caso di «sequestro inoppugnabile» l’imbarcazione requisita potrà essere, se considerata inutilizzabile, distrutta dopo due anni dal provvedimento. Va ricordato, per distribuire equamente le responsabilità politiche, che l’emendamento che prevede la confisca è stato voluto dal M5s, del resto il senatore Elio Lannutti, esponente del Movimento, non ha esitato a citare Marx in salsa sovranista per motivare la condivisione di tali normative. L’articolo 4 prevede invece il potenziamento delle operazioni di polizia sotto copertura anche con riferimento alle attività di contrasto del delitto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in accordo con operatori di polizia di Stati con i quali siano stati stipulati appositi accordi per il loro impiego nel territorio nazionale. Tre milioni di euro a disposizione in 3 anni. Questo apre la strada a una gestione di fondi assai opaca e sovranazionale. Si insiste su un potenziamento dei presidi di polizia, rendendo più agevole il reperimento di locali idonei alla ridefinizione dei compiti degli agenti mentre, nell’articolo 9 (comma 1.1) emerge l’int…

L’inchiesta di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 9 agosto 2019


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La politica del tempo

Il 5 agosto 2019 sarà una data da ricordare. Per la prima volta il parlamento italiano ha approvato una legge, il decreto sicurezza bis, che di fatto spinge chiunque si trovi in presenza di naufraghi, ossia persone in difficoltà in mare, a lasciarli al loro destino. In altre parole, è stata approvata una legge che autorizza l’omissione di soccorso e la conseguente strage eventuale.
Cosa deciderà di fare un peschereccio che si trovi ad intercettare una richiesta di soccorso da un barcone di disperati?
Cosa farà un mercantile di passaggio nel mare libico avvistando un gommone semiaffondato e carico di donne e bambini?
Il ministro dell’Interno potrà decidere, a sua completa e insindacabile discrezione, se autorizzare l’imbarcazione che ha salvato i naufraghi ad entrare in un porto italiano oppure no.
Viene violato in maniera sfacciata il principio di uguaglianza stabilito dalla Costituzione. Il ministro dell’Interno stabilisce chi è “uguale” e può essere salvato e chi no e non doveva essere salvato. E quindi lasciato morire.
Il ministro dell’Interno farà il portiere. Chi entra e chi non entra nei porti.

Dovremo assistere all’omicidio di chi tenterà comunque di attraversare il canale di Sicilia e non troverà nessuno che potrà o vorrà salvarlo… non sarà più reato l’omissione di soccorso?
Certamente le partenze dalla Libia continueranno. Perché non si sono mai interrotte anche in assenza di navi di soccorso. Perché ogni barca che parte ha l’obiettivo di arrivare in Italia (e alcune in effetti ci riescono) e non di raggiungere una nave di soccorso. Perché chi si imbarca sa benissimo di rischiare la vita e malgrado ciò si imbarca lo stesso ben sapendo delle centinaia di altri che sono morti in mare.
Il nostro ministro dell’Interno non si rende conto perché è accecato dal culto di se stesso. È molto orgoglioso della sua politica che fa morire persone in mare. Sono danni collaterali che evidentemente lui accetta e anzi sostiene pensando evidentemente che fare politica sia come fare la guerra.
Obbliga chi va per mare a commettere omissione di soccorso che in molti casi diventa, purtroppo, strage. Questa è la verità del decreto sicurezza. Una legge che sanziona chi evita le stragi in mare.
Un cortocircuito mentale assurdo che parte da un pensiero completamente errato: quello dell’invasione e della conseguente sostituzione etnica.
Questo sarebbe il reale motivo della chiusura delle frontiere. Si delimita lo spazio. Si alzano muri per non far passare fisicamente le persone. Non devono venire qui. Nella nostra terra nel nostro spazio. Perché altrimenti ci sostituiscono. Anche se non si capisce che vorrebbe dire sostituzione. Forse i sovranisti pensano a L’invasione degli ultracorpi in cui invasori alieni si sostituiscono alle persone replicandole perfettamente tranne che per una completa assenza di sentimenti?

Giuseppe Genna in un articolo dell’espresso del 30 luglio scorso fa riferimento ad Hobbes per dire che la politica moderna è geometria. Per ricostruire la sinistra bisognerebbe quindi trovare una terza dimensione spaziale che superi la codificazione spaziale “destra-sinistra” senza annullarla.
È sicuramente una suggestione molto affascinante ma io credo che bisogna cogliere quello che c’è dietro a questa immagine della politica come geometria.
La geometria è ciò che serve a definire e misurare lo spazio e a rendere con la matematica le relazioni spaziali tra gli enti che esistono nello spazio. Quindi non è tanto che la politica è geometria. Ma è più interessante pensare che la politica moderna, secondo la definizione di Hobbes, si occupa della gestione dello spazio e di ciò che nello spazio esiste. Ovvero della realtà materiale non umana. Di tutto ciò che è fuori di noi. In altre parole, la politica si occupa principalmente dei bisogni. Di ciò che è materiale. Dove la parola materiale va intesa come tutto ciò che non è umano.
E allora l’essere umano dove lo mettiamo? Certamente ha necessità materiali, ovvero bisogni. Ma tutti sappiamo perfettamente che i bisogni non esauriscono ciò che l’essere umano cerca e vuole. Significa avere una visione molto limitata della vita umana pensare che essa realtà si esaurisca nella soddisfazione dei bisogni.

Visto in questo modo ciò che manca nella politica è banalmente l’idea del tempo. Tempo che deve essere necessariamente riferito all’essere umano.
Tutti gli esseri umani, tutti noi, abbiamo un tempo. Siamo nati, viviamo per un tempo più o meno lungo e poi moriamo. Nessuno è immortale. Nessuno non è nato.
Con la morte scompare il pensiero ma non il corpo. Il corpo di un essere umano prima di scomparire del tutto impiega migliaia di anni. Il pensiero invece scompare istantaneamente.
Il pensiero compare alla nascita nel corpo del feto che proprio per questa comparsa non è più feto e diventa bambino. Il feto non esiste più, quel corpo scompare per sempre e compare un essere umano. Essere umano che per il tempo della sua vita sarà corpo e mente.
Fino appunto alla morte, che è il termine del funzionamento del corpo che ha, come conseguenza, la scomparsa del pensiero.
Tutti gli esseri umani hanno una biologia simile tra di essi. Ma sono tutti diversi tra loro. La sequenza del Dna di ogni persona attualmente vivente sulla terra è unica e questa determina caratteri somatici del tutto irripetibili. Ma questo è vero non solo nello spazio ma anche nel tempo. Tutti gli esseri umani vissuti sulla terra dalla comparsa dell’homo sapiens ad oggi hanno Dna diverso tra di loro. Non esistono due esseri umani uguali (con l’unica eccezione evidente dei gemelli monocoriali).

Data questa ineliminabile diversità fisica cosa è ciò che ci rende tutti uguali?
Ciò che ci rende tutti uguali è la dinamica psichica della nascita, scoperta da Massimo Fagioli nel 1970 e teorizzata in Istinto di morte e conoscenza.
Molto sinteticamente essa dice che il pensiero compare alla nascita per la reazione della sostanza cerebrale della retina dell’occhio allo stimolo assolutamente nuovo della luce. Questo stimolo fisico (la luce) sulla sostanza biologica (la retina) determina una reazione che è un pensiero di non esistenza dello stimolo stesso. Ma questo pensiero di inesistenza non è assoluto. L’esistenza materiale della biologia del corpo del feto, che proviene dalla stasi del liquido amniotico, fa si che il pensiero di inesistenza del mondo diventi una fantasia di esistenza di se stesso in rapporto con un altra realtà di essere umano simile a se stesso.
Possiamo dire che ciò che fa l’uguaglianza non è una dinamica spaziale (la realtà biologica del corpo, diverso per tutti) ma è una questione temporale (la dinamica di comparsa della mente, uguale per tutti alla nascita).
Ciò che manca alla politica è allora la comprensione che essa deve riguardare sia lo spazio che il tempo. Non è quindi una semplice questione di trovare una terza dimensione spaziale. Ma è che bisogna trovare una quarta dimensione temporale.
Allora ora forse possiamo ipotizzare quello che in realtà è la paura nascosta in quella che viene chiamata “sostituzione etnica”.
Il nostro tempo è limitato.

Tutti siamo destinati prima o poi a non essere più. Ci saranno altri che vivranno la loro vita e il loro tempo. Vedendola in modo distorto, in maniera spaziale, viene fuori un concetto di “sostituzione”. Noi saremo “sostituiti” da altri, saremo “rimossi e sostituiti”.
In realtà non c’è alcuna sostituzione. È soltanto la realtà della vita che ha un inizio e una fine.
Volendo usare questa brutta parola è quindi in qualche modo una “sostituzione temporale”.
Chi pensa alla “sostituzione etnica” sono allora quelli che pensano di essere eterni. Pensano che il tempo non esista. Hanno paura della morte. Della loro propria morte che in realtà è la morte del pensiero.
Hanno un pensiero razionale che non ha nessuna possibilità di comprendere che la vita non si svolge solo nello spazio ma anche nel tempo.
Un tempo nel quale, ogni istante può essere una nuova nascita nella misura in cui riusciamo a realizzarci nel rapporto con gli altri. E la realizzazione può essere qualcosa che riesce ad essere oltre ai limiti del tempo e a vincere il tempo e la morte nella misura in cui crea qualcosa che può rimanere oltre i limiti della propria vita.
Se si accetta la propria nascita si accetta anche la propria morte. Si accetta la propria esistenza nel tempo.
Altrimenti si vivrà come dei morti che fanno morire gli altri. Non sono riusciti a vivere perché hanno annullato il tempo e credono che l’essere umano sia soltanto spazio.
Essi sono in verità gli ultracorpi da cui dobbiamo difenderci.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 9 agosto 2019


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Il giro del mondo in 15 reportage

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Introduzione di Simona Maggiorelli

Rwanda, la rinascita al femminile del Paese delle mille colline di Martina Di Pirro • da Kigali

Polveriera Sahel di Giacomo Zandonini • da Tillabéri, Niger

Sudan, si alza il vento della rivolta di Antonella Napoli • da Khartoum, Sudan

Depredati a casa loro di Lorenzo Giroffi e Giuseppe Borello • da Dakar, Senegal

Tra i pescatori di Zarzis che respingono gli xenofobi di Giulia Bertoluzzi • da Zarzis, Tunisia

Le note dell’Intifada musicale di Chiara Cruciati • da Betlemme, Palestina

I desaparecidos del Paese dei cedri di Roberto Prinzi • da Beirut, Libano

Oltre la fine della guerra di Laura Silvia Battaglia • da Sana’a, Yemen

Benvenuti nel regno ultranazionalista di Kusturica di Luca Leone • da Višegrad, Bosnia

Prigionieri dell’Europa sull’isola di Lesbo di Valerio Cataldi • da Lesbo, Grecia

Il sapere è la libertà delle donne di Marina Lalovic • da Karachi, Pakistan

«Democracy and freedom», l’utopia degli studenti di Tienanmen di Mah Sileih • da Pechino, Cina

L’incubo degli sfollati di Marawi di Matteo Miavaldi • da Iligan, Filippine

Un selfie nel cuore dell’Amazzonia di Angelo Ferracuti • da Manaus, Brasile

Nella casa dei libri di Saramago di Shady Hamadi • da Lanzarote, Spagna

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“Him”, Maurizio Cattelan (2001)

“Him”, Maurizio Cattelan (2001)

Rapinatori di democrazia

Luigi Di Maio e Matteo Salvini in un'immagine ripresa a Roma, 8 luglio 2019. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Che Paese sarà l’Italia nel caso si dovesse davvero arrivare al taglio dei parlamentari che potrebbe essere l’ultimo atto del moribondo governo giallonero? Una riforma costituzionale che taglierebbe il 36,5% dei parlamentari e che si aggiunge solo per citarne alcuni ai due decreti “sicurezza”, ai tagli al finanziamento dei giornali e, se ci dovesse essere tempo, alle insidie del salario minimo per la tenuta dei contratti collettivi di lavoro. Sembra per ora scongiurata l’autonomia differenziata ma a mettere insieme i pezzi si compone comunque il puzzle impressionante della più grande rapina del secolo. Una rapina di democrazia. «Stiamo assistendo a uno scivolamento da un modello fondato sullo Stato di diritto alla cosiddetta democrazia autoritaria in cui permangono forme apparentemente democratiche, ma svuotate di contenuto», denuncia Federico Fornaro, di Mdp-Articolo1, capogruppo di Liberi e uguali (Leu) in commissione Affari costituzionali della Camera. A seguito della modifica costituzionale muterà il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera da 96.006 a 151.210. Il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Il dato più alto d’Europa, secondo un dossier del 29 luglio curato dai servizi studi di Camera e Senato.

Considerato uno dei massimi esperti di sistemi elettorali, Fornaro ha appena compiuto una simulazione degli effetti della riforma Fraccaro (in realtà copiata pari-pari dal ministro M5s da un precedente testo del forzista Quagliarello) svelando le distorsioni della rappresentanza. Se alla Camera l’attribuzione dei seggi avviene su scala nazionale, e si ridurrà proporzionalmente per tutti, al Senato dove i seggi sono distribuiti a livello regionale, l’effetto sarà quello di uno sbarramento implicito nei collegi uninominali che toccherà il 33% in Abruzzo, Liguria, Marche e Sardegna, del 25% in Basilicata dove il taglio degli eletti sarà del 57%. Una regione come la Liguria, da 8, eleggerà solo 5 senatori, uno ogni 314.139 abitanti e il Piemonte da 22 passerà a 14 con soli 5 collegi su 8 provincie. «Se è vero che la democrazia rappresentativa è malata, siamo all’11% di fiducia nel Parlamento, invece di curare la malattia avvicinando l’elettore all’eletto, si fa l’esatto contrario», avverte Fornaro. Crescerà il peso dei grandi elettori nell’elezione del presidente della Repubblica e, a Rosatellum vigente, i partiti intermedi non riusciranno a eleggere in metà delle regioni. Se si fosse votato un Parlamento “riformato” assieme alle europee, la Lega avrebbe sfiorato la maggioranza assoluta (da 42 a 44 senatori, da 76 a 93 deputati) mentre i pentastellati, per i quali il pacchetto Fraccaro sarà un harakiri, da 225 deputati sarebbero crollati a 54 e da 111 senatori a 28, una cura dimagrante che avrebbe colpito anche Forza Italia e, in misura minore il Pd. «Inoltre – continua Fornaro – non c’è alcuna prova che, in un sistema bicamerale paritario, un minor numero di senatori possa fare lo stesso lavoro della Camera. E il peso del singolo senatore diventerebbe più importante e più esposto a pressioni esterne, alle lobbies. L’unica è che non si raggiunga in ultima lettura la maggioranza assoluta e dipenderà dalla tenuta della maggioranza e dagli “aiutini” esterni di Fdi che è una stampella, come fu Verdini per Renzi».

Anche Erasmo Palazzotto, deputato di Sinistra italiana e tra i promotori della piattaforma Mediterranea, punta l’indice sullo «svuotamento della funzione parlamentare grazie al contratto di governo, con il Parlamento che può solo ratificare norme già concordate dai due partiti di governo. In aula dibattiti compressi e una riforma della Costituzione che rischia di essere approvata in tempi strettissimi. Una dimensione per cui le istituzioni…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 9 agosto 2019


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Libri al rogo. Ancora

A file photo, dated July 15, 2019, of Turkey's President Recep Tayyip Erdogan. (ANSA/AP Photo/Lefteris Pitarakis) [CopyrightNotice: Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved]

Se vi serve qualche nuova immagine per raccontare l’aria mefitica che si annusa in giro potete raccontare che l’indicibile continua a accadere senza che in troppi se ne accorgano, come se fosse una cosa da niente, tutto normale. Abbiamo passato decenni a fingere contrizione per i roghi di libri organizzati nel 1933 dai tedeschi che bruciarono tutto ciò che non era in linea con l’ideologia nazista, li abbiamo visti nei film, nei documentari, li abbiamo guardati con la certezza che una mostruosità del genere non potesse più accadere e invece il passato è già qui, ha la faccia del premier turco Erdogan e contiene la stessa spinta repressiva di chi non sapendo controbattere alle tesi dei suoi avversari decide di instaurare il silenzio e di chiamarlo libertà.

Scrive The Guardian che il governo turco avrebbe bruciato qualcosa come trecentomila libri negli ultimi tre anni perché ritenuti vicini alle tesi dell’oppositore politico di Erdogan, Fethullah Gülen – questo ha dichiarato il ministro dell’Istruzione Ziya Selçuk – e sono molte le associazioni umanitarie che raccontano della chiusura di almeno ventinove case editrici considerate nemiche del governo e del premier.

Ovviamente non ci è dato di sapere secondo quali criteri si sia deciso di mettere i libri al rogo (del resto in democrazie storpie come quella turca è il buonsenso del capo a dettare le regole) ma nel dicembre del 2016 un giornale turco scrisse che almeno un milione e 800mila libri di scuola erano stati ritirati perché contenevano la parola “Pennsylvania” che è lo stato americano dove Gülen vive da alcuni anni in esilio volontario.

Del resto parliamo della stessa Turchia che dopo il tentato golpe ha iniziato una serie di farneticanti ronde per arrestare presunti attentatori alla sicurezza nazionale tra politici, giornalisti, intellettuali e liberi cittadini. È la stessa Turchia che ha ormai cancellato la libertà di stampa lasciando spazio solo alle opinioni perfettamente allineate a Erdogan. È la stessa Turchia, sì proprio quella, che il nostro ministro dell’Interno ha indicato come buon alleato per l’Italia nello scacchiere europeo.

E chissà se abbiamo gli anticorpi per sapere leggere un fatto del genere.

Buon giovedì.