In questa gara molto populistica a “fare in fretta” c’è una cosa che veramente va fatta subito e anzi si è già perso troppo tempo: fare sbarcare le ormai 500 persone che sono state salvate dalla Open Arms e che loro si sono stremate ed hanno bisogno di decisioni immediate e nel rispetto delle leggi internazionali e dell’umanità. Questo sì è un atto indispensabile e che riporterebbe nella vita vera il fatto che la spallata di Salvini è in minoranza nella realtà e non solo in Senato.
Nella infuocata discussione “sul calendario” le argomentazioni di Salvini non sono apparse forti, almeno rispetto alle ambizioni dichiarate di poter prendere tutto il potere.
Per testimoniare della voglia del popolo di votare ha fatto un lungo elenco di dichiarazioni di industriali che non sono proprio popolo. La gara di populismo lo ha portato poi a dire che voterà il dimezzamento dei parlamentari per poi fare le elezioni.
Dimentica, non sa, finge di non sapere che una legge costituzionale chiede un referendum confermativo e che se non si sa quanti parlamentari bisogna eleggere ben difficilmente si può votare sia per interpretazione istituzionale sia perché il parlamento eletto e sottoposto a modifica strutturale sarebbe di fatto delegittimato o la “riforma” (per altro pessima) rinviata di 5 anni.
Poi un dosaggio di citazioni che i mass media si divertono ad interpretare.
La sensazione è che la sua ascesa sia contrastabile con le regole della democrazia parlamentare. E che sarebbe bene fare subito una legge proporzionale.
Ma soprattutto va contrastata nella società, col popolo vero. Eliminare subito le cose pessime fatte da Salvini (non da solo) è indispensabile. Parlo di migrsnti e di repressione.
E va detto che il problema non sono i conti in astratto ma le condizioni di vita delle persone e che in Italia ci sono molte ricchezze e troppi poveri.
Facciamo sbarcare le 500 persone salvate da Open Arms
Ora un programma di sinistra. No alle scelte per interessi di partito
Talvolta accade, spesso in vero, che la storia presenti il conto: nulla avviene per caso, nulla è senza conseguenze, e i nodi prima o poi tornano sul piatto. In questi frangenti bisogna mostrare coraggio, non indietreggiare, rilanciare la propria idea, non rimanere sconfitti, prima ancora da sé stessi.
La crisi agostana del governo gialloverde è uno di quei nodi e ha prodotto, ovviamente, un’infinità di dichiarazioni, di visioni, di strategie, nel Pd e a sinistra del Pd, da Renzi a Zingaretti (e Calenda), da Speranza, ad Acerbo, a Fratoianni.
Ricapitoliamo: questo Governo nasce, anche, per il rifiuto del Pd a dialogare con il M5S, che d’altronde non ne aveva alcuna voglia (Lega o Pd uguali, bastava un contratto). Per esattezza fu Renzi, in un’intervista televisiva la sera prima della Direzione del Pd, a dettare la linea.
Ora Renzi chiede, smentendo il sé stesso persino di pochi giorni fa, di fare un Governo (provvisorio, di scopo, istituzionale ecc.), perché il Paese non cada in mano alla destra. Preoccupazione nobile, la stessa che avrebbe dovuto mostrare un anno fa, verrebbe da dire.
O forse non era prevedibile che un governo Lega-M5S avrebbe prodotto danni? La strategia del pop corn, non puntava proprio a questo? Vediamo che sanno fare e poi arriviamo noi (ovvero l’io renziano) e salviamo il Paese?
Purtroppo a farne le spese è stato appunto il Paese, sul piano economico e civile (debito pubblico, manovre in deficit, quota 100, migranti, decreto sicurezza bis). O non importa? Una forza che si candidi al governo, deve sempre pensare agli interessi del Paese.
È palese allora che questo sguardo, allora come oggi, volga agli interessi propri di partito se non personali.
In questo Parlamento Matteo Renzi ha dalla sua la maggioranza dei deputati e senatori Pd, non negli organi del partito dove viceversa la maggioranza è con Zingaretti. Se si andasse alle elezioni di certo Zingaretti farebbe liste prevedendo meno spazio ai renziani. Quindi a Renzi, non al Paese, conviene tenere questo Parlamento in vita, soprattutto qualora decidesse la paventata scissione: un bel gruzzoletto da far contare, puro calcolo privato.
Stessa e speculare preoccupazione ha Zingaretti: andare a elezioni ora per ridimensionare il gruppo renziano. Insomma, come al solito, tutto, fuorché l’interesse del Paese.
A latere di questo scontro fratricida, si barcamena la sinistra variegata: sarà meglio votare, per lasciare l’onere a Salvini di fare una manovra lacrime e sangue, o meglio sobbarcarsi il fardello e sistemare i conti dello Stato per poi andare alle elezioni? E quando votare? Subito dopo la finanziaria, o al termine naturale tra tre anni, cercando nel frattempo di limitare la crescita della Lega e quindi il rischio che, vincendo o stravincendo le elezioni, Salvini scelga persino il prossimo presidente della Repubblica?
Ed è qui che si intravede una nuova, ulteriore opportunità per la Sinistra, l’ennesima, probabilmente ancora una volta incompresa: farsi carico della messa in sicurezza dei conti e impedire l’avanzata salviniana, secondo una via terza.
Perché in tutti i ragionamenti partono dando per scontato che la prossima finanziaria dovrà necessariamente essere lacrime e sangue, dovendo disinnescare l’aumento dell’Iva (23 miliari), e che chiunque l’affronterà non potrà che pagarne l’onere: fosse la Sinistra, questa perderebbe inevitabilmente a vantaggio dell’illusione salviniana.
Ma a questi ragionamenti mancano due elementi non secondari.
Il primo è che l’aumento dell’Iva andrà disinnescato non solo con la finanziaria di quest’anno, ma anche il prossimo anno (29 miliardi). Un problemino non da poco, che necessita dunque uno sguardo un po’ più lungo del nostro naso. Allora bisogna affrontare il nodo non dando nulla per ineluttabile, come se, in sostanza, non esistessero altre strade che la riproposizione della politica del pop corn, o la rassegnazione.
È invece proprio questo il secondo elemento non considerato: non è affatto obbligatorio fare manovre lacrime e sangue, sostanzialmente liberiste, se la Sinistra decide di fare la Sinistra.
Ad esempio: che fine ha fatto la Patrimoniale, l’idea di tassare i grandi e grandissimi capitali, un’idea forte da riproporre non come panacea di tutti i mali, ma come risposta reale, tangibile, immediata, davvero l’unica che favorisce i redditi bassi e bassissimi?
Allora l’ipotesi di far nascere un governo che duri fino al termine della legislatura, non un governo per sempre, ma che dia il segno che un’altra strada è possibile, con il Pd, con il M5s, con tutti quelli che ci stanno, dove si indica finalmente una diversa strada percorribile: un percorso non liberista, diverso, alternativo, di Sinistra, e sfidando, sul terreno del “cambiamento” tutti gli interlocutori. Un programma, minimo ma ovviamente caratterizzante, che rappresenti allo stesso tempo un grimaldello per smascherare trucchi, false narrazioni e ambiguità. Che costringa a posizioni chiare e nette, di fronte al Paese, sia il Pd (zingarettiano, renziano o calendiano) sia quella parte del M5s che ha mal digerito i bocconi salviniani e che sarebbe ora si svegliasse dal sonno o dalla rassegnazione supina.
Insomma, che si renda evidente il tipo di società e di Paese che si vuole. E allora immaginiamo un programma fatto di poche ma chiare, idee (per la natura temporale di tale governo), cui la sinistra si possa riconoscere facilmente, anche rispetto la ridotta porzione sopravvivente nel Pd, anche quella latente eppure esistente nel M5S, ma soprattutto quella viva nel corpo della società:
– abolizione del decreto sicurezza bis (questo il minimo iniziale);
– introduzione di una patrimoniale vera, per disinnescare l’aumento dell’IVA, ma che serva anche a rimodulare l’attuale tassazione, migliorandone la progressività a vantaggio dei più svantaggiati;
– abolizione del Rosatellum e reintroduzione di un sistema elettorale proporzionale, il solo davvero rappresentativo;
– disponibilità al confronto sul numero dei parlamentari, ma non con attraverso un mero taglio demagogico e populista pentaleghista, e diverso da quello bocciato al Referendum, attraverso un attento esame dei collegi e avendo per stella polare il rispetto della rappresentatività. (Si può discutere di tutto, ma senza sottostare a ricatti del tipo si vota il taglio e poi si vota. L’alternativa è ridiscutere di tutto, compresa una eventuale riduzione, purché rientri in uno studio complessivo degli effetti sulla rappresentatività. Così come proposta la si riduce, anche attraverso l’inevitabile revisione dei collegi. Ovviamente sarebbe meglio il taglio dei privilegi, anche più dei semplici stipendi).
A questo programma minimo immediato, affiancare, come sinistra, una nuova politica ecologica per il pianeta e quale occasione di sviluppo e di lavoro, il cambiamento dei trattati europei, l’allargamento dei diritti, la ridistribuzione della ricchezza, il miglioramento della qualità della vita.
Insomma, una Sinistra che faccia la Sinistra, riprenda a far politica, non si limiti a parole d’ordine, giuste, ma insufficienti.
L’opportunità che appare è ripartire finalmente dall’esigenza non più rimandabile, di unità della Sinistra, nel Paese e nelle diverse militanze più e meglio che nelle asfittiche e sconfitte classi dirigenti.
Lionello Fittante è cofondatore associazione politico-culturale #perimolti e componente Comitato Nazionale èViva
Fischia il vento…
Improvvisamente, da qualche tempo, sembra che una parte degli italiani sia diventata legalitaria, tutti rispettosi delle leggi e tutti pronti a crocifiggere chi aiuta i migranti naufraghi nel Mediterraneo, che ne pensi?
Vedo che siamo in un periodo in cui tutti urlano, tutti gridano, c’è gente che parla di cose che non conosce, sembra che l’incompetenza sia diventata la regola. Però io non ci credo che a questo schiamazzo di una politica ormai vergognosa corrisponda un vero sentire degli italiani. Credo che molta gente, probabilmente la maggioranza, stia mal sopportando questo clima. Per questo credo che la situazione sia ancora reversibile.
Come la mettiamo con la propaganda “di governo”?
È vero che c’è una macchina propagandistica pazzesca e che c’è un’assenza delle più alte cariche dello Stato. Che non ci sia nessun commento sul fatto che ormai la politica si faccia con i tweet e il dibattito si faccia con gli insulti, se non con i pestaggi, è preoccupante. Un membro del Parlamento che si permette di dire «affondiamo la nave»… sono cose che erano impensabili alcuni anni fa. Però io non credo che tutto questo sia il sentire degli italiani.
Quindi sei ottimista?
Io vedo un Paese dove c’è molta solidarietà. Un Paese dove ci sono migliaia di organizzazioni, di associazioni, piccole o grandi o medie che siano, che si danno da fare comunque per migliorare la vita delle persone. Questa cosa è incompatibile con la politica attuale. Se pensassi che veramente gli italiani la pensano come Salvini dovrei concludere da medico che ci sia stato un cambiamento genetico e antropologico degli italiani. Tutta questa società civile, una volta si chiamava così, credo che vorrebbe un mondo diverso, più equilibrato, più giusto, più sereno, meno carico di odio. Credo che questa sia una brezza che c’è già e che spero diventi vento forte.
Un fischio?
Sì. Non c’è bisogno che urli una bufera però, insomma…
Cosa rispondere a chi ancora continua con la retorica dell’invasione? Risponderei di informarsi. Qui non c’è nessuna invasione, sembra che il problema dell’Italia non siano i trecento miliardi e passa lucrati dalle mafie, i centocinquanta miliardi di evasione fiscale, altri centinaia di miliardi di corruzione ma sembra che il problema siano quaranta migranti fuori dal porto di Lampedusa. Su questo si è costruita una narrazione fasulla.
In Italia in questo momento sono più i giovani che se ne vanno di quelli che arrivano.
Certo, gli stranieri vengono qui per ragioni diverse rispetto a chi emigra poiché l’Italia è un Paese mediamente ricco. Ma dov’è questa invasione? Calcoliamola in termini demografici: è una follia, non esiste, è una cosa costruita ad arte perché bisogna alimentare l’odio verso il diverso. Diverso che può essere declinato in vari modi: può essere il rom, il sinti, l’ebreo o il nero. Ma è un odio che si riversa sempre su chi sta al di sotto nella scala sociale. Come se la responsabilità dei problemi, anche drammatici, che vivono gli italiani, come la crisi economica e la difficoltà di arrivare a fine mese, fossero colpa degli ultimi e non colpa di chi invece sta più in alto nella scala sociale. E questa è una pazzia tipica della mentalità fascista.
Le lacrime dello sciacallo

Se avete bisogno di una cartolina dal futuro per leggere in anticipo la prossima campagna elettorale vi basta rivedere le immagini del ministro dell’Inferno che si è recato, nel suo tour promozionale estivo (pur non avendo né un nuovo disco né un nuovo libro), a casa dei cuginetti Simone e Alessio D’Antonio che sono stati travolti da un Suv a Vittoria (Ragusa) mentre giocavano fuori casa.
Al di là del fatto che usare due bambini morti per la propaganda politica (perché è lo stesso Salvini che ci ha detto di essere in campagna elettorale, lo ricordate?) è un atto aberrante (del resto è lo stesso che i bambini troppo scuri li tiene sulle navi fottendosene allegramente) c’è da sottolineare come Salvini abbia dichiarato di essere lì da padre e non da ministro con il suo solito orrido palleggiare da una funzione all’altra come gli viene più comodo (del resto questa lunghissima campagna elettorale gliela stiamo pagando noi, poiché non sono bastati 49 milioni di euro) e insistendo nel volerci convincere che un padre chissà perché debba essere di natura una brava persona (come se non fossero stati padri i peggiori killer di mafia).
Dicono le cronache che Salvini ha regalato alle famiglie “una medaglietta sacra della Madonna di Medjugorie” e gli ha promesso di chiamarli ogni settimana. In pratica in questo Paese se i tuoi figli vengono falciati da un’auto con a bordo i due figli dei due boss della città (Rosario Greco che a Vittoria è soprattutto il figlio di Emanuele Greco detto Elio indicato dalla Procura come boss di Cosa Nostra nella zona e Angelo Ventura, figlio di Giambattista “Titta” Ventura, il pluripregiudicato Gianbattista Ventura, fratello di Filippo Ventura, ritenuto il capomafia di Vittoria) in cambio vinci Salvini come risarcimento della Giustizia.
Il ministro dell’inferno (quello che vorrebbe sconfiggere le mafie) non ha nemmeno avuto il coraggio di fare i nomi dei due pregiudicati nonostante la corposa scorta (sempre pagata da noi). Ha preferito spandere un po’ di pietismo come se fosse un semplice amico di famiglia.
Poi, alla fine, la visita che doveva essere privata è stata un bel primo piano delle sue lacrime da mandare in mondovisione.
Del resto lo sciacallaggio è un vizio duro da togliersi.
Buon martedì.
Crisi di governo. Tredici punti per vederci chiaro
1) Il governo attuale giallonero non nasce dalle urne ma da un patto parlamentare, addirittura un contratto.
2) Salvini ha rotto il contratto perché dice che il governo non funziona e che lui vuole tutto il potere.
3) Non essendoci nessun governo eletto dal popolo e neanche una coalizione vittoriosa alle urne la caduta del governo non prevede nessun ritorno al popolo obbligatorio non solo per regola istituzionale ma per concreto svolgimento della situazione politica.
E soluzioni parlamentari non sono né tecnicamente né politicamente ribaltoni o inciuci. Naturalmente possono non piacere. Ma i confronti con Dini e Monti sono sbagliati tecnicamente.
4) Siccome il Parlamento non si “aggiorna” sui sondaggi o su altre elezioni come le europee l’attuale parlamento è legittimo.
5) In questo parlamento la Lega è forza di minoranza ed anzi per andare al governo ha rotto la sua coalizione elettorale, facendo lei si un ribaltone.
6) Se si vuole guardare alle europee in seguito ad esse si è formata a quel livello una maggioranza che esclude la destra. A questa maggioranza contribuiscono forze italiane, e non la Lega, che hanno la maggioranza anche in Italia.
7) Quese forze per me hanno la responsabilità di escludere la destra leghista anche in Italia.
8) Anche con i sondaggi Lega e Fratelli d’Italia hanno meno voti della maggioranza europea. Naturalmente col proporzionale.
9) Io e le forze a cui mi riferisco e cioè Sinistra Europea e Gue non facciamo parte della maggioranza europea. Siamo all’opposizione ma assolutamente contro le destre.
10) Non c’è nessuna reale possibilità che un governo con Salvini premier farebbe cose migliori. Probabilmente sarebbe rispetto alla UE come Orban e lo stesso verso il nostro Paese.
11) L’idea che l’opposizione a Salvini favorirebbe un buon bipolarismo è una riedizione persino più sciocca del tanto peggio tanto meglio.
12) Il proporzionale non solo è giusto ma è ormai un salva democrazia.
13) Vorrei tanto che in questa situazione ci fosse una Sinistra europea ma siamo in questa situazione anche perché non c’è.
Credibili, credenti, creduloni
Sarebbe il momento di osare un passo più lungo di quelli fatti fin qui, tentare di spezzare questo angolo che rinchiude il momento politico in un circo delle pulci di slogan, piccole vendette trasversali e patetici istinti di preservazione.
Bisognerebbe smettere di essere credenti, ad esempio. Credenti nel senso di ciecamente innamorati del proprio leader per seguirne pedissequamente tutte le mosse come se fossero inutili i ragionamenti. Spostare l’affezione dai partiti ai loro uomini al comando ha reso tutto terribilmente superficiale e scontato: non esistono correnti in virtù di diverse interpretazioni del presente ma è tutto un bieco senso di appartenenza. Dal chi sei? siamo passati al chi ti manda? senza nemmeno accorgersi che sia la strada migliore per la superficialità. Ci accorgeremmo forse che il nostro politico preferito, per quanto sia il preferito, possa dire anche delle solenni cagate e possa prendere decisioni sbagliate. Nessun dramma, per carità, ma almeno ci sarebbe la soddisfazione di chiedergli spiegazioni e ascoltare le risposte.
Bisognerebbe smettere di essere creduloni, anche: imparare a valutare le azioni oltre alle parole. Il buon esempio non si spiega, si pratica. Vale per i genitori con i propri figli ma vale anche per chi dovrebbe amministrare con lo zelo del buon padre di famiglia. Credere a qualcuno come prerequisito di ogni suo gesto è il modo migliore per garantirgli impunità e bassa propaganda. Forse dovremmo coltivare l’esercizio del dubbio. Sarebbe un bene, per tutti.
Bisognerebbe cominciare ad occuparsi di essere credibili. E pretendere gente credibile. Gente che se cambia idea su qualcosa ha il dovere di spiegarci per bene il per corso del suo pensiero e ha il dovere di prendersi la responsabilità dei propri errori. La credibilità non si costruisce indovinando tutte le mosse, figurarsi, ma rimanendo coerenti a valori e principi, ad esempio non prendendo decisioni solo per preservarsi ma riuscendo a comunicare dove stia il bene collettivo.
Credibili, credenti e creduloni: sembra così facile decidere dove stare.
Buon lunedì.
Salvini ha già vinto?
La risposta è no. È fortissimo, ha costruito un discorso pubblico egemonico, parla alla pancia delle persone, ma con una forte attenzione ai bisogni materiali di molte di loro. Ha capito che l’Italia è un Paese invecchiato e stanco, con la testa perennemente rivolta all’indietro, in cui la politica è ridotta ad un talent show trash.
Ha scommesso sulla sua capacità di conquistare un elettorato di destra orfano di Berlusconi, un elettorato populista orfano dei vaffa e persino un elettorato di sinistra orfano di tutto. Offre la libertà di odiare e nemici per farlo, facili perché isolati, diversi e indifesi.
Promette meno tasse ad un Paese in cui tanti sono abituati a non pagarle, e molti di più sono stanchi di pagare anche per gli altri. A tutti dice “sarete padroni a casa vostra”, e poco importa che per qualcuno si tratti di una baracca fronte discarica e per altri di una villa vista mare. In un Paese da anni in preda all’individualismo conta solo il proprio particolare, e non il contesto in cui è inserito. La destra ha costruito il suo popolo, connesso a simboli comuni e per il resto chiuso nella propria casa.
Eppure non ha ancora vinto, se noi ci metteremo in testa di combattere.
C’è infatti un’Italia diversa, ancora capace di riconoscere un senso alle parole solidarietà, uguaglianza e libertà. È stanca, sfiduciata, persino rassegnata, dopo anni di arretramento culturale, politico ed economico. In 30 anni di lotte aveva conquistato la sanità pubblica e gratuita, la pensione dopo 35 anni, il diritto di stare a testa alta sul posto di lavoro, istruzione per i figli e un proprio posto nel mondo. È stata travolta da tre decenni di controriforme, spesso agite da governi “amici”, che hanno trasformato i lavoratori in precari, tagliato e privatizzato tutti i servizi fondamentali, permesso il progressivo deterioramento della qualità della vita urbana.
Il colpo finale è stato caricato dalla Fornero e sparato da Renzi, con il Jobs Act, l’emarginazione dei sindacati, la Buona Scuola e l’abbraccio a Marchionne, e poi la dottrina Minniti e l’attacco ai diritti umani.
Se la destra ha plasmato il proprio popolo, la “sinistra” di governo ha sgretolato il suo. Né è bastata a ricostruire un senso la generosa opposizione di chi non si è piegato: troppo fragile, troppo debole, troppo contraddittorio.
Eppure non sono sparite le persone che nel 2011 vincevano un referendum chiedendo di riconquistare i beni comuni, a partire dall’acqua, e mettendo al centro la questione ecologica.
Né quelle che per quasi 20 anni si sono mobilitate nel Paese e nelle urne per difendere la democrazia e i diritti del lavoro, pur trovando spesso un ostacolo nei propri stessi rappresentanti. Sono state tradite, ma continuano a rappresentare un argine forte e potenzialmente maggioritario contro qualsiasi deriva autoritaria. Vanno richiamate tutte ad una nuova, immediata stagione di impegno, insieme alle giovani generazioni che in questi mesi hanno rappresentato la prima linea in difesa dell’umanità e del pianeta, contro il razzismo di Stato e il surriscaldamento globale.
Come? Tornando a mettere al centro il programma fondamentale di una sinistra del XXI secolo: forte redistribuzione per via fiscale della ricchezza, lotta serrata ai cambiamenti climatici, riduzione del tempo di lavoro, rilancio dell’istruzione gratuita, pubblica e permanente, sanità di qualità, restituzione di salario e diritti ai lavoratori, beni comuni contro la privatizzazione della vita.
Poche cose, nette e radicali, su cui costruire un nuovo patto sociale, che restituisca respiro alle splendide parole della nostra Costituzione.
Uniti non abbiamo mai perso, ma per unirci abbiamo bisogno di metterci alle spalle una lunga e triste stagione.
Ora è il momento.
I paradossi di Machiavelli
Repubblicano, scrisse il trattato sul potere assoluto da cinque secoli più studiato al mondo. Assertore della cattiveria originaria degli esseri umani, immaginò un Principe capace di agire per il bene comune. Ateo, teorizzò l’importanza di una religione civile a fondamento delle repubbliche. Convinto della naturale finitezza della vita umana e degli Stati, lottò con tutto se stesso per forzarne i limiti. Frequentatore dei grandi d’Italia e d’Europa, visse e morì in povertà. Il suo capolavoro, demonizzato, fu messo all’indice e dato alle fiamme, mentre le sue idee erano piegate a giustificare la gesuitica dottrina della Ragion di Stato, al punto che i termini ‘machiavellico’ e ‘machiavellismo’ designano tuttora intenzioni opposte al pensiero da cui furono derivate. Per quindici anni Segretario della Repubblica, e dopo la caduta scrittore e filosofo inserito nell’orizzonte del Rinascimento, il grande fiorentino ha tuttavia continuato a ispirare i maggiori pensatori moderni, da Spinoza a Rousseau fino a Gramsci, che nel suo Principe vide una «fantasia concreta» capace di suscitare la volontà collettiva di un popolo disperso. Ma chi fu veramente Niccolò Machiavelli? La sua biografia, in tensione tra passione politica e vocazione poetica, tra dissimulazione e verità, è l’indispensabile contrappunto per comprendere le sue opere, quelle sue idee «eccessive» tese, nella crisi del Rinascimento, a dilazionare la fine della libertà che dal 1494 minacciava Firenze e l’Italia. «Castellucci» e «stravaganze», che si sono rivelate vere scoperte dell’arte politica. È questa la linea interpretativa di Michele Ciliberto, presidente dell’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento che, tra i massimi interpreti di Giordano Bruno, nel suo nuovo lavoro Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia (Laterza) ci sorprende con una lettura originale e avvincente. Ne parliamo con lui.
Come è avvenuto il passaggio da Bruno a Machiavelli, entrambi formati sul materialismo di Lucrezio, nei quali lei evidenzia risonanze assai più forti che con il pensiero di Spinoza?
In verità bisognerebbe parlare di passaggio da Machiavelli a Bruno, piuttosto che da Bruno a Machiavelli. Mi sono laureato sulla fortuna di Machiavelli con Eugenio Garin, che mi spinse a preparare un lessico di Giordano Bruno che poi è stato pubblicato nel 1979. Devo dire però che ho sempre sentito Bruno e Machiavelli in notevole sintonia, ed è anzi credo uno dei punti di originalità di questo mio libro aver mostrato quanto Bruno debba a Machiavelli. Sicuramente è stato fondamentale per entrambi Lucrezio, che per me è il vero maestro di Machiavelli; e l’uno e l’altro, pur condividendone temi e motivi, sono distanti da Spinoza. Ma qui il problema è di ordine generale e riguarda i rapporti tra Umanesimo, Rinascimento e mondo moderno, al quale appartiene Spinoza, a differenza di Bruno e di Machiavelli. È un altro elemento su cui ho insistito nel mio libro, staccando Machiavelli, come avevo già fatto per Bruno, dalle genealogie costruite dai “moderni”, i quali hanno trasformato sia Bruno che Machiavelli in loro “precursori”. Ma le cose sono assai più complicate.
Ragione e pazzia, emblematico sottotitolo del libro, segna la distanza dall’idea umanistica dell’uomo quasi deus di Ficino e Pico della Mirandola e il superamento del giudizio crociano della scoperta dell’autonomia della politica come arte del compromesso. Un Machiavelli audace e passionale che, tra politica e amori, fino all’ultimo gioca a scacchi con la fortuna?
Credo che sia necessario liberarsi da una antica immagine del Rinascimento come mondo della serenità, dell’armonia, incentrato sul primato dell’uomo. Nell’Umanesimo c’è stata anche questa tendenza, rappresentata appunto da Ficino e Pico; ma ce n’è anche un’altra che si esprime nell’esperienza e negli scritti di Alberti, Machiavelli, Guicciardini, Pomponazzi nei quali è presentata un’immagine drammatica, anzi tragica, del destino dell’uomo ed anche delle civiltà. Se c’è un’idea alla quale Machiavelli è totalmente estraneo…

È in gioco la democrazia, la sinistra non si divida come nel 1921
Se alle prossime elezioni è in gioco la democrazia in Italia, allora è giocoforza richiamarsi alle elezioni del 1921 la legislatura nella quale Mussolini divenne presidente del Consiglio del Regno d’Italia il 31 ottobre 1922, dopo il resistibile successo della Marcia su Roma di pochi giorni prima. Detto così si conferma che quando i fatti storici sembrano ripetersi la prima volta sono una tragedia, la seconda una farsa.
Nel 1921 la responsabilità dell’accreditamento del fascismo fu dei liberali di Giolitti e dei nazionalisti di Corradini con le liste del Blocco Nazionale, sperimentate nelle amministrative del 1920, che peraltro furono la terza formazione con 1.260.007 voti, il 19,7 % e 105 seggi, preceduto dal Psi con 1.631.435 voti, il 24,7 % e 123 seggi e dal Partito popolare con 1 347 305 voti, il 20,39% e 108 seggi.
Salvini è, invece, arrivato al potere e al ministero degli Interni grazie ad un accordo di governo con il M5S , che si fonda, per la prima volta dal 1992, ultime elezioni con la proporzionale, su una maggioranza parlamentare, sostenuta da una maggioranza di elettori 16.430.753, il 50,03% per l’esattezza, 3 punti percentuali in meno del pentapartito Dc, Psi, Pri, Pli e Psdi del 1992, ma superiore al 46,81% del PdL del 2008, la più alta percentuale di Berlusconi con il maggioritario.
Sulla carta questo consenso popolare non sarebbe venuto meno con le europee del 26 maggio con 13.744.665 voti, il 51,325, ma su 6 milioni di voti validi in meno e con rapporti di forza invertiti all’interno della maggioranza.
Il pericolo per la democrazia viene dalla legge elettorale che grazie all’incostituzionale voto congiunto e alla quota di maggioritario 3/8 dei seggi, il 37, 50% consente alla lista o coalizione di maggioranza relativa, omogeneamente distribuita sull’intero territorio nazionale di ottenere la maggioranza assoluta del Parlamento, con il 37% dei consensi.
Una percentuale che stando ai sondaggi la LEFA può raggiungere da sola e superare agevolmente con l’accoppiata Salvini-Meloni, che sostituirebbe la Renzi-Boschi santificata dalle europee 2014.
Lo scenario in assoluto peggiore è votare con la legge n. 51/2019 e la riduzione dei parlamentari, perché il premio di maggioranza nascosto nel Rosatellum verrebbe amplificato. E’ vero che con elezioni anticipate molto probabilmente la riforma costituzionale salterebbe, ma non i pericoli per la democrazia di una maggioranza parlamentare al servizio di un premier, che aspira ai pieni poteri e che troverebbe un’intesa sull’elezione diretta del Presidente della Repubblica o del Primo ministro.
Il prossimo Parlamento (2019-2024) dovrà eleggere nel 2022 Il Presidente della Repubblica, che nei sette anni potrà nominare 4 giudici Costituzionali e rinnovarne direttamente 4 e nominare 8 membri del CSM La Costituzione se non è considerata un valore da tutelare è minacciata quotidianamente nei comportamenti della Pubblica amministrazione e per di più con gli organi di garanzia depotenziati. Una maggioranza a guida Lega ci darebbe l’autonomia differenziata, uno schiaffo all’art. 3 della Costituzione. Questi pericoli si evitano intanto impedendo che una minoranza abbia la maggioranza del Parlamento, obiettivo prioritario al quale sacrificare anche le obiezioni sulla riduzione dei parlamentari.
Le elezioni non devono essere gestite da un ministro dell’Interno, che come dimostreranno i ricorsi, che saranno discussi in ottobre contro le elezioni europee, proprio sul terreno elettorale è stato un fallimento.
Ci vuole un nuovo governo di garanzia costituzionale, con una maggioranza che comprenda il M5S. Le difficoltà ci sono e gli ostacoli e i pretesti verranno da chi vuole mantenere questa legge perché gli assicura una maggioranza popolare, che ancora non ha non ha, e da chi vuole salvare le coalizioni, come unità anti-salviniana. Soltanto una legge elettorale proporzionale potrà invertire la crescente astensione, e motivare alla partecipazione la maggioranza democratica e costituzionale.
Nel 1921 a fronte del pericolo fascista la sinistra si è divisa pensando, sbagliando, che la situazione fosse matura per la rivoluzione e i democrati borghesi, che i fascisti fossero un pericolo minore dei “rossi”, socialisti o comunisti che fossero. In questo momento in Parlamento non abbiamo, né Gramsci, né Matteotti e i rapporti non sono idilliaci, ma non è con l’appello all’unità democratica per salvare una presenza minoritaria in Parlamento che si ricostruisce una sinistra con un progetto alternativo, che abbia come obiettivo il superamento delle divisioni del XX secolo.
Nel 1996 l’Ulivo con Rifondazione raccolse 14.600.00 voti, nel 2008 centrosinistra e Sinistra arcobaleno erano ancora poco più di 15 milioni, nel 2018 PD, Leu e PaP poco meno di 9 milioni, nel frattempo i voti validi sono passati da 37.484.3988 a 32.841.025 per scendere a 26.783.7632 alle europee del 2019: per contrastare l’autoritarismo non basta l’unità dei sopravvissuti.
L’ascesa di Salvini è ancora resistibile
Salvini apre una crisi di governo su cui gli analisti politici azzardano motivazioni disparate. Sicuramente una delle cause principali è la mancata approvazione dell’autonomia differenziata, presente nel “contratto di governo”, e su cui i Cinquestelle han fatto negli ultimi mesi una costante ostruzione, resisi finalmente conto di cosa poteva comportare per loro, in termini di perdita di consenso verso il loro elettorato del Sud, questa approvazione.
Salvini si è perciò visto costretto ad agire, pressato fra richieste della Lega (del Nord), soprattutto veneta, e della relativa imprenditoria a sostegno, di cui le dichiarazioni di oggi del Presidente Confindustria di Vicenza, Luciano Vescovi, sono più che esplicative. Ovviamente Salvini, impegnato nell’affermazione di una Lega nazionale, e proprio in questi giorni in un tour sulle spiagge del Mezzogiorno, non poteva certo rivelare in pieno questo aspetto della crisi, visto che ha bisogno del voto del Sud per affermarsi e poter ambire a quei “pieni poteri”, come ha dichiarato a Pescara l’altro ieri aprendo la crisi, facendo così capire la vera posta in gioco in Italia, dove ovviamente chi è per la difesa dello Stato di diritto, della Costituzione, della democrazia non può che opporsi all’abisso totalitario che si potrebbe aprire davanti a tutti noi nel prossimo futuro. L’affermazione elettorale di Salvini, dotato di “pieni poteri”, significherebbe anche lo sdoganamento di politiche contro lo sviluppo del Mezzogiorno, a cominciare dalla approvazione della “Secessione dei ricchi”, nella sua versione più virulenta, quella Veneta.
Bisogna che si metta in campo uno sforzo straordinario per raccontare cosa comporterebbe per il Sud nei prossimi anni questa approvazione (dati alla mano su quanto già è stato scippato e quanto lo sarà), spiegando le conseguenze nel dettaglio a tutti gli elettori, soprattutto a quelli del Sud.
ll Regionalismo differenziato è infatti dimostrato, man mano che ne sono state svelate le carte, è un progetto iniquo, egoistico e neoliberista, che dividerà l’Italia e penalizzerà principalmente il Sud, ma che, aprendo ovunque alle privatizzazioni, a partire da temi fondamentali quali scuola e salute, andrà a colpire anche il Nord, nelle fasce meno tutelate della popolazione, come lavoratori, studenti e pensionati.
A quel punto sarebbe legittimo domandarsi se potremo ancora considerarci un’unica nazione. La nostra è una costruzione nazionale e sociale delicata, molto complicata, fatta di culture e storie condivise. E’ il frutto di un vincolo di cittadinanza, motivato da memorie e sentimenti comuni, un patto di lealtà e solidarietà nazionale, del sentirsi uguali pur vivendo in zone diversamente sviluppate. Ebbene questo vincolo potrebbe rompersi dinanzi alla concessione dell’autonomia regionale.
Il tutto, dopo dieci anni, senza aver mai fissato, per volontà politica, i livelli essenziali di prestazione (Lep) e i fabbisogni standard perché non vi fossero cittadini di serie A e cittadini di serie B. Addirittura la Lega, che ora si spaccia per partito nazionale, porta avanti una inedita forma di “nazionalismo secessionista”, come lo definisce Isaia Sales, unico caso al mondo, che si estrinseca mediante un razzismo che oltre che etnico è anche territoriale.
Cos’è se non “razzismo territoriale” ritenere che alcuni italiani, se abitanti di alcune particolari regioni, valgono di meno di altri italiani? La cosa agghiacciante è che, in questo delirante scenario secessionista, la Lega trova sponde in parte del Pd, come nel caso dell’Emilia-Romagna, dove il presidente Bonaccini si è posto all’inseguimento della Lega. Come detto recentemente da Luciano Canfora sul Manifesto, “Anche questo disgusta. Ma come può il Pd pensare di recuperare nel centro-sud con una proposta simile a quella di Zaia “. Il tutto assume una veste ambigua se non dissociata, visto che già si può prevedere con ragionevole certezza, in vista delle elezioni regionali in Emilia-Romagna, la chiamata all’unione delle forze progressiste per un fronte comune, che esprima un “voto utile”, in nome dell’antifascismo e del contrasto a quella stessa Lega di cui in realtà si clonano modi e richieste…
Il cittadino che non risiede in aree ricche si appresterebbe così a ricevere meno servizi e avere meno opportunità, così che i gap dei servizi, nella scuola, sanità, asili, risorse di sostegno all’apparato produttivo e alle infrastrutture, diventerà “legittimo e codificato per legge”. Non saranno più considerati un esito involontario di una particolare storia nazionale, e perciò da superare, ma un privilegio etnico-territoriale, immodificabile, dovuto a una sorta di superiorità di stampo, se non razziale, almeno misticista-protestante.
Il pericolo è proprio che, per non scontentare l’elettorato e l’imprenditoria del Nord, Pd e M5S, che al Nord han sostenuto con forza le ragioni delle Regioni “secessioniste”, trovino un accordo, anche nell’eventuale formazione di un governo di garanzia, convergendo sulla proposta di Regionalismo emiliano, presentandolo come “temperato”. In realtà nessuna forma di Secessione dei Ricchi è plausibile e bisogna opporsi a questa con forza, anche partendo dalle dichiarazioni che alcuni Presidenti di regione del Partito democratico, come De Luca, Emiliano e Rossi hanno rilasciato nelle ultime settimane, aprendo anche il tema della contraddizione Sud-Nord all’interno del Pd nazionale, mettendo in luce il carattere pericoloso per l’unità nazionale ed eversivo che è insito in questa proposta. Da qui ripartire, per non assecondare il tentativo di “golpe” leghista, ricompattare il fronte democratico in nome di una nuova “Resistenza” e fermare “la resistibile ascesa di Salvini”.
La “secessione dei ricchi” impone a tutti noi l’impegno a non abbandonare la lotta per portare al centro dell’agenda politica i temi della questione meridionale e della equità sociale (e territoriale) da un punto di vista gramsciano, anche all’interno degli stessi partiti nazionali progressisti.
Il futuro del Meridione non è mai stato a rischio come adesso.
Natale Cuccurese è presidente e segretario nazionale del partito del Sud-meridionalisti progressisti










