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The Black Post: Giornalisti non per caso

Il sole tramonta dietro l’acquedotto romano vicino a via Casilina Vecchia, zona San Giovanni della Capitale. Il caldo comincia ad allentare la presa, il cielo si colora di rosso. Intorno ad un tavolo, su una terrazza di un bel palazzetto con una vista così suggestiva, oltre a noi di Left ci sono Sandro Medici e Soumaila Diawara. E poi c’è Luca De Simoni, Daouda del Burkina Faso, Nazlican, turca, Rose di origine camerunense e Sofonias dall’Etiopia.

Nomi noti, come quelli del giornalista e politico Sandro e del poeta Soumaila e altri meno. Tutti insieme formano la redazione di The Black Post – L’informazione Nero su Bianco, una novità editoriale (portale di informazione online) che parte da un’idea semplice: a parlare di migrazione devono essere gli stessi migranti.

«Sono sempre terze persone a trattare le migrazioni – racconta Luca, ideatore del progetto, studente e impegnato in un giornale online – magari giornalisti o politici di turno, ma mai i protagonisti, i migranti. Volevamo dare loro voce, creando un punto di vista e una narrazione diversi. Abbiamo cominciato a cercare ragazzi e ragazze che volessero partecipare e pian piano si è creato il gruppo».

Un’idea ge…

L’articolo di Simone Schiavetti prosegue su Left in edicola dal 17 agosto 2019


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Dalle resistenze alla resistenza

Per sconfiggere Salvini loro sono decisivi. Loro sono le donne e gli uomini, le esperienza di vita, lotta, società, a cui dà la parola questo numero di Left che esce in un ferragosto infuocato. Non un’idea “antipolitica”, né una scelta spiazzata dall’accelerarsi della crisi. Questo spazio era stato pensato prima che Salvini lanciasse la sua “madre di tutte le battaglie”. Ma per chi, come noi di Left, la lotta contro Salvini, la Lega e il governo giallonero non è una scelta dell’ultima ora, né tantomeno una questione solo elettorale, la coincidenza della crisi con questo dar voce a chi resiste e cerca di esistere è assolutamente politica ed aiuta ad agire nella crisi.

Anche perché molte di queste esperienze e lotte vivevano già prima che ci fosse la stretta di questi mesi. A dire che quanto di negativo e terribile è incubato nella nostra realtà politica arriva da lontano, anche da molto. Da quando la competizione ha sostituito la cooperazione aprendo la strada all’odio. Ma anche a dire che nonostante competizione e odio soffino sull’individualismo c’è invece un noi che ha continuato a vivere. E che non ha ceduto alle sirene del populismo.

Come ha fatto? Coltivando la socialità, immaginando un’alternativa di società e cercando di renderla cosa viva, pratica quotidiana. Contro le élites e contro il populismo, tra Scilla e Cariddi, in un mare che, non a caso rifiuta i porti chiusi. In questo rifiutare i porti chiusi, in questo aprire società c’è l’antidoto agli altri grandi mali della politica e cioè il settarismo e il politicismo. La sfida della alternatività come possibilità di scelta è la cura per quel furto di democrazia che subiamo da troppo tempo da elites e populisti e che ora rischia di degenerare ulteriormente.

Per noi di Left mettere in campo questa risorsa, questo noi, è fondamentale. Lo abbiamo sempre fatto col settimanale, l’online e ora anche con i laboratori politici. Non rinunciando a “leggere” la politica e avendo cara la lezione che era di Luigi Pintor col suo Servabo. Ricordarsi che essa deve vivere anche e soprattutto fuori dai palazzi. Salvini ha lanciato la sua sfida. Dopo essersi coperto dentro il governo giallonero dice di voler fare in proprio. Cosa vuol fare veramente e che cosa pensa per sé e per l’Italia?

Si può anche sospettare che preferisca sfuggire i nodi che vengono al pettine, il rapporto con la Ue, la legge di stabilità, la manovra e l’Iva, lo spread scaricando su altri i problemi e cavalcando l’onda populista oltre questi ostacoli. Attenzione però a non farsi distrarre e non cogliere il senso della sfida che sta lanciando. Anche perché l’andare oltre gli ostacoli di autunno presupporrebbe una “transizione governativa” quanto mai incerta e perigliosa.

C’erano una volta i “governi balneari” che erano di decantazione. Poi c’è stato il governo Monti ed è proprio tutta un’altra storia. Manovra economica, legge europea e dossier aperti come l’autonomia differenziata e il taglio dei parlamentari (o del Parlamento) non possono non inquietare. E c’è il Commissario europeo da indicare. Ma poi la sfida di Salvini sarebbe, è, comunque aperta. Possiamo dire, per cercare di capire, che sia una sorta di “fare come Orban e l’Ungheria”? Naturalmente situazioni diverse, Paesi con pesi diversi, addirittura con Orban che “furbamente” sta con il Ppe e Ursula Von der Leyen in Europa mentre la Lega e Salvini sono rimasti “isolati” e la presidente della Commissione europea ha rifiutato i loro voti che invece in Italia sono stati accettati per la Tav.

Come tutti i paragoni, questo suona solo indicativo. La realtà potrebbe essere anche peggiore. Il fatto è che tutte le forze politiche in Italia sono divise non solo sulla tattica ma sulla identità. Prive di una idea autonoma, molte oscillano tra elitismo e populismo. Questo rende la situazione particolarmente pericolosa. La stessa Lega, che tenta, ed è tentata, l’affondo è quella che vuole un Nord integrato nel traino tedesco o quella del partito della Nazione trumpiano che litiga con Bruxelles?

Il Pd, cosa può fare di se stesso oltre ad esser diviso tra “zingarettiani” e “renziani”, e dopo che le due idee prevalenti “usate” nel post Pci, e cioè partito della nazione e partito dei cittadini, si sono esternalizzate nella Lega e nei Cinquestelle lasciando in sostanza un “partito del governo” (più che “di governo)? E i Cinquestelle, che hanno votato per Ursula Von der Leyen come un “partito macroniano” qualsiasi, pensano di salvarsi rispolverando il populismo? E queste forze politiche possono combinarsi diversamente tra loro in modi che aiutino e non danneggino ulteriormente? In questa situazione delle forze politiche le “istituzioni”, ormai italiane ed europee stanno tra la Costituzione (meno male che resiste) e il “governo europeo” (assai più problematico). Vedremo cosa accadrà.

Di certo chi vuole sconfiggere Salvini, e noi siamo da sempre e in prima fila, sa che per farlo la cosa fondamentale è essere l’opposto di lui. Ed esserlo non solo a parole ma nei fatti, nella vita reale. E di questa vita reale, di queste resistenze che fanno una resistenza, parla questo numero.

L’editoriale di Roberto Musacchio è tratto da Left in edicola dal 17 agosto 2019


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C’è un tempo per lavorare e un tempo per vivere

Pepe Mujica, come vede lo stato di salute della “società del benessere”?

Siamo in un vortice. L’innovazione tecnologica sempre più veloce spinge sul pedale della produttività e cambia le forme di lavoro. E va di pari passo con una impressionante tendenza alla concentrazione della ricchezza. L’economia cresce ovunque, con enormi contraddizioni ma cresce. A livello globale la ricchezza aumenta ma è sempre più concentrata nelle mani di pochi, in primis nelle società più sviluppate. Ed è enorme la distanza tra chi è al vertice di questa piramide e il resto della società. Tutto ciò genera una sensazione di insicurezza e di frustrazione in ampi settori anche delle classi medie, non solo in quelle più umili. Questa incertezza è alla base del rigurgito di nazionalismi a cui stiamo assistendo. Avanza la destra che a sua volta alimenta la paura. Basta pensare a coloro che hanno votato Donald Trump.

Nei Paesi avanzati ormai c’è uno smantellamento sistematico delle politiche sociali.

Tutto ciò che è indispensabile per garantire equità e benessere diffuso è sotto attacco, per non dire della tendenza che notiamo ovunque a riformare il diritto del (e al) lavoro. Cercando di renderlo sempre più flessibile e meno tutelato, togliendo ogni sicurezza alle persone.

E poi c’è il marketing.

Un’arma formidabile per far aumentare nelle grandi masse la sete di consumo di novità. Uno strumento che confonde e ci fa illudere che la realizzazione di un’identità umana consista nel comprare cose nuove. Questo modello ormai è diffuso dappertutto. Con il risultato di un colossale indebitamento della gente comune che si trova a vivere alla continua ricerca di soluzioni economiche per far fronte alle rate. Anche questo produce disagio sociale. Togliendo peraltro tempo per gli affetti, per le relazioni personali, per i figli.

Come si può realizzare un nuovo modello di “benessere”?

Penso che confondere le persone facendo credere che la crescita economica sia automaticamente garanzia di benessere per tutti sia estremamente fuorviante e pericoloso. È necessario iniziare almeno a prendere in considerazione come la gente si sente. Bisogna cominciare, a livello politico, a considerare se i cittadini abbiano tutti gli strumenti a disposizione per realizzarsi come persone e non solo come consumatori.

La chiamavano il “presidente contadino”, non sta per caso facendo apologia della povertà?

Non si tratta certo di fare apologia della povertà, né di tornare all’antico. Si tratta di capire che ciò che si sta sprecando non sono solo energia e mezzi materiali, ma tempo di vita e questo tempo non lascia spazio per la soddisfazione delle esigenze più personali, intime, degli esseri umani. Avere cioè tempo da dedicare alle relazioni personali (magari non invitando la fidanzata a passare il sabato pomeriggio in un centro commerciale), nelle relazioni con i figli, con gli amici, con la ricerca e l’approfondimento di interessi in ambito culturale. Indubbiamente bisogna lavorare per vivere. Chi non lavora vive a carico di qualcun altro che lavora. Ma la nostra identità non è solo quella che ci dà il lavoro. Deve esistere un tempo per lavorare e un tempo per vivere e realizzarci a pieno come persone.

È un problema che si sta verificando a qualsiasi latitudine.

Avendo molti soldi a disposizione si possono comperare molte cose. Ma non si può compare il tempo della vita, dei rapporti, quello che si passa alla ricerca della soddisfazione di esigenze che definiscono l’identità di ciascuno di noi. E la “vita” vera ci sfugge tra le mani. Allora in questo senso va fatta una battaglia culturale.

Non è troppo tardi?

Credo che la mia generazione abbia commesso l’errore di non rendersi conto che per cambiare una società non basta occuparsi di produzione e redistribuzione della ricchezza o dei rapporti di forza tra lavoratori e datori di lavoro. Non si può non notare che in Paesi molto sviluppati a livello tecnologico, come per esempio il Giappone, ci sono ragazzi che si suicidano per non aver passato un esame a scuola. È purtroppo molto frequente. Il punto è che una società altamente competitiva pone delle sfide che finiscono per essere umanamente insostenibili per degli adolescenti e questa cosa è inaccettabile e da sovvertire. Occorre fare in fretta un salto di paradigma culturale.

«Si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare»

Elsa Morante su Mussolini.

O meglio: Elsa Morante su un tipo che fu anche, e non solo, Mussolini.

(Tratto da: Elsa Morante, Opere, vol. I, Mondadori Meridiani, Milano 1988, L-LII)

«Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.

Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.

Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare».

Buon mercoledì.

Woodstock, quei giorni incredibili che sconvolsero la musica

Jimi Hendrix performing his legendary 2 hour performance at Woodstock Music & Arts Festival held on Sam Yasgur's alfalfa field in Sullivan County in Bethal, New York on August 18, 1969. Hendrix insisted he close the festival and was scheduled to appear at midnight but due to delays did not take the stage until 9 am Monday morning. Most of the crowd had left for home by then and had dwindled from a whopping 500,000 to measly 80,000. ** HIGHER RATES APPLY ** CALL TO NEGOTIATE RATE ** © Peter Tarnoff / MediaPunch /IPX

«I giovani negli anni Sessanta scappavano di casa per allontanarsi da tutto ciò che sembrava vecchio, noioso e fuori moda, e anche – e questo è tipico dei giovani di qualunque epoca – per scoprire la loro vita» ha detto Joan Baez. «Woodstock è stata una sorprendente presa di coscienza, è stato come dire a noi stessi e al mondo: ecco, noi siamo questo», così David Crosby.

È difficile riassumere in poche parole il significato storico di Woodstock, del quale dal 15 al 17 agosto (e anche la mattina del 18) ricorre il cinquantenario. Ciò che fu subito evidente è che non si è trattò solo di un festival di musica. È stato il culmine espressivo fatto di immagini, suoni e colori di un’intera generazione, condensato nello spazio di pochi km quadrati in un tempo ristretto di tre giorni. Per la ricorrenza è in uscita un imponente boxset Woodstock 50 .Back to the Garden – The Definitive 50th Anniversary Archive, 38 dischi e 432 brani, in pratica tutto il concerto. Si segnalano anche tra le iniziative editoriali Woodstock ’69. Rock revolution (White star) di Ernesto Assante, e Woodstock, i tre giorni che hanno cambiato il mondo (Hoepli), che offrono una visione completa degli avvenimenti, subito entrati nell’immaginario collettivo grazie anche al docufilm che vede il giovane patito di rock Martin Scorsese coinvolto nel montaggio.

Quella dei Sixties è la generazione «I have a dream», coloro che sognarono coraggiosamente una realtà diversa, certamente migliore di quella in cui vivevano, che volevano cambiare il mondo ribellandosi allo stato delle cose, avvertendo l’oppressione di una società rigida e compartimentata impersonificata dal genitore incapace di comprendere le esigenze del figlio. Il gap generazionale divenne immediatamente più ampio, «The present now will soon will be past» cantava Bob Dylan il 12 ottobre del 1963. C’era certamente l’intuizione che la scelta di vita “borghese” non avrebbe portato alla felicità, quindi si cercava la libertà in uno stile di vita alternativo e senza regole.

«Diamo l’assalto al cielo» era uno degli slogan, la musica ne era il veicolo espressivo principale. Quella musica che ebbe il suo apice nel festival è ancora oggi punto di riferimento imprescindibile poiché ha prodotto espressioni artistiche di indiscusso valore. Per comprendere meglio gli eventi è necessario capirne genesi e sviluppi: innanzitutto l’idea iniziale era di una fiera musicale rurale destinata a un pubblico di 10mila persone, come versione ingrandita dei Soundout, cioè improvvisate esibizioni di campagna all’aperto, e si scelse la contea di Woodstock perché all’epoca numerosi artisti vi dimoravano, Bob Dylan e The Band su tutti.

Il progetto iniziale crebbe strada facendo e si trasformò completamente, stimolato dalla crescente richiesta, da problemi logistici e dai rifiuti delle varie amministrazioni di ospitare un concerto di “migliaia di capelloni”. Nella terza e definitiva versione trovò la sua sede nella contea di Sullivan a circa 80 Km dalla location originaria, ma volle mantenere il nome iniziale. Il poster della manifestazione invece cambiò fino ad arrivare alla celebre versione di Arnold Skolnick. Si prevedevano circa 200mila presenze, ne arrivarono 500mila (si dice addirittura un milione, comprendendo coloro che tentarono di arrivare senza riuscire), causando enormi problemi di gestione e inaugurando tre giorni di improvvisazione totale, a scapito della qualità musicale, come è stato riconosciuto anche dagli artisti in scaletta (sotto il punto di vista delle performance il Monterey Pop Festival del 1967 fu decisamente migliore).

Due elementi salvarono l’evento dal naufragio: la sorprendente capacità degli organizzatori che ebbero una visione inclusiva e coinvolsero le persone giuste, dai tecnici di ogni genere ai responsabili della gestione palco e degli annessi, alla security, alle associazioni. Ciascun team era composto dai migliori in assoluto nel proprio campo. Il secondo elemento, la vera carta vincente, fu la mutua solidarietà instauratasi nel pubblico, che si aiutò l’un l’altro attivamente con spirito di condivisione. Tutte le vie di comunicazione erano bloccate dai veicoli in coda per un raggio di 40 km, si poteva arrivare solo a piedi o in elicottero. Gli spettatori camminarono mediamente 24 Km per raggiungere l’area, abbandonando i mezzi ai lati delle strade. Per telefonare occorreva attendere circa due ore. 18 medici e 36 infermiere furono insufficienti come staff sanitario, il 16 agosto ne arrivarono altri 50 da New York, e la scarsità di acqua e cibo rischiò di diventare un problema.

La zona venne dichiarata area disastrata dalle autorità. Anche gli artisti erano coinvolti nel marasma, la scaletta venne stravolta e i tempi di attesa dilatati. Ma tutto ciò obbligò musicisti, organizzatori e pubblico all’improvvisazione, il che funzionò sorprendentemente bene e conferì all’evento un carattere di genuinità eliminando la distanza fra i ruoli per una moltitudine che necessitava di mutuo soccorso per riuscire. Una vera manifestazione di Pace, Amore e Musica come recita la locandina. Chi visse in prima persona quei giorni si stupì di come la situazione non degenerò in scontri e violenza.

Chiaramente, nota dolente, le sostanze stupefacenti erano presenti quasi ovunque come si vede anche nel film, e tanti ne erano sotto gli effetti, organizzatori, artisti e pubblico. Nel 1969 nessuno immaginava quale flagello sarebbe stata la droga negli anni a seguire, basta ricordare che un anno dopo Woodstock tre dei protagonisti entreranno a far parte del tragico Club dei 27, le personalità decedute a 27 anni: Alan Wilson dei Canned Heat, Jimi Hendrix e Janis Joplin, seguiti poi da Ronald McKernan dei Grateful Dead, e da tanti altri. Negli anni Settanta la situazione peggiorò, rivelando tutta la delusione, la fragilità e l’autolesionismo di una generazione.

Nonostante ciò a Woodstock si registrarono alcune esibizioni storiche: Richie Havens pur avendo diversa collocazione in scaletta si esibì per primo perché gli altri non erano ancora arrivati, e finito il repertorio fu costretto ad improvvisare per intrattenere il pubblico, eseguendo “Motherless Child” al suono della sola parola Freedom. Performance leggendaria, come quella di Joan Baez che chiuse la prima giornata dedicata al folk.

Country Joe Mc Donald accese la platea con I-feel-like-I’m-fixin’-to-die-rag, e i Santana salirono sul palco da sconosciuti e ne discesero da leggenda. I The Who fecero ottima impressione, mentre i Jefferson Airplane vennero penalizzati dall’orario, iniziando all’alba di domenica 17. Joe Cocker infiammò gli animi con la versione Rock di “With a little Help from my Friends”, prima di due ore di pioggia battente che trasformò la collina in un campo fangoso. Alla ripresa Alvin Lee dei Ten Years After si presentò in gran forma, e The Band entrò subito nel mood con un set apprezzatissimo.

Crosby, Stills e Nash suonarono in trio acustico, e in elettrico con Neil Young. Una performance sensazionale, conclusa con due bis. L’ultima esibizione fu la migliore: Jimi Hendrix iniziò la mattina di lunedì 18 agosto a causa dei ritardi accumulati e davanti a un pubblico di 40mila persone (la maggior parte stava già rientrando) si lanciò in due ore di concerto (una rarità) dove eseguì le classiche “Foxy Lady”, “Gypsy Woman” e “Hey Joe”, e la celebre versione dell’inno statunitense, “The Star Spangler Banner”, con una chitarra elettrica superdistorta carica di espressività, degna conclusione di un evento epocale. Quei giorni rappresentarono l’apice degli anni Sessanta, ma col senno di poi possiamo dire che furono anche il suo canto del cigno. Al termine del decennio il vento cambiò rapidamente, e nessuna tra le manifestazioni successive eccetto forse il Festival dell’Isola di Wight del 1970 ne mantenne lo spirito originario. Subito dopo iniziò un decennio che vide sorrisi pacifici e fiori tra i capelli lasciare gradualmente il posto all’estremismo politico e alla violenza del radicalismo. In definitiva, oltre alcune sacrosante conquiste sociali, della Woodstock Nation forse è giusto che resti l’unica cosa che si dimostrò veramente creativa e innovativa: la Musica.

 

 

TIMELINE DEGLI EVENTI
Nel 1954 nasce il Rock’n’roll figlio della musica Country, Blues, Swing e Gospel. Curiosamente anche questi generi musicali tutt’ora sulla cresta dell’onda si sviluppano in un area del globo relativamente ristretta, nel Centro/Sud degli Stati Uniti.

Nel 1955 Rock around the Clock di Bill Haley è in vetta alle classifiche USA, mentre Martin Luther King indìce un boicottaggio dei mezzi pubblici di 382 giorni a seguito del rifiuto della donna di colore Rosa Parks di cedere il posto a un bianco sull’autobus.

Nel 1956 Elvis Presley diviene l’artista ad aver venduto più copie nella storia della discografia, mentre Allan Ginsberg pubblica L’urlo.

Nel 1957 esce On the Road di Jack Kerouac, e l’ursa lancia in orbita lo Sputnik. Nel 1958 10mila persone sfilano per i diritti civili nella marcia giovanile a Washington.

Nel 1959 Fidel Castro prende il potere a Cuba e dall’altra parte del mondo inizia il conflitto tra Vietnam del Nord e Vietnam del Sud. Corrispondentemente il Newport Festival, tradizionalmente riservato al jazz, inaugura una manifestazione anche per la musica folk.

Nel 1960 negli Usa viene approvata il 23 giugno la vendita della pillola anticoncezionale e viene eletto il più giovane presidente della storia americana, JFK.

Nel 1961 il 21 febbraio primo concerto dei Beatles al Cavern Club di Liverpool, il 5 aprile Bob Dylan tiene il suo primo concerto retribuito a New York, il 12 aprile Yuri Gagarin è il primo uomo nello spazio, il 13 agosto la Germania Est inizia a erigere il Muro di Berlino, intensificando cosi la Guerra Fredda.

1962, il 15 giugno gli Students for a Democratic Society (SDS) salgono alla ribalta diffondendo il Port Huron Statement, il 12 luglio concerto d’esordio dei Rolling Stones a Londra, al Marquee Club.

Nel 1963 il 28 Agosto alla marcia per i diritti civili Joan Baez e Bob Dylan suonano al Lincoln Memorial per Martin Luther King, e il 22 novembre John F. Kennedy viene assassinato a Dallas.

1964 il 25 gennaio I Want To Hold Your Hand segna la scalata dei Beatles alle classifiche USA; il 25 Febbraio il pugile Cassius Clay (poi Muhammad Ali) diventa campione mondiale dei pesi massimi, il 2 Luglio il Civil Rights Act bandisce la segregazione nei luoghi pubblici in Usa.

Nel 1965 il 21 febbraio Malcolm X viene ucciso, il 7 marzo domenica di sangue in Alabama, la polizia attacca duramente i manifestanti per il diritto al voto, il giorno dopo i primi soldati statunitensi arrivano in Vietnam, in luglio Bob Dylan si trasferisce a Byrdcliffe, Woodstock, e il 25 dello stesso mese la sua svolta elettrica al Newport Folk Festival causa reazioni controverse. L’11 agosto scoppiano disordini nel ghetto nero di Watts a Los Angeles e il 5 Novembre gli Who pubblicano My Generation. Il 3 dicembre esce Rubber Soul dei Beatles.

Nel 1966 gli avvenimenti riguardanti la musica si intensificano notevolmente. Il 4 marzo viene pubblicato il commento di John Lennon, “siamo più famosi di Gesù Cristo” che scatena forti reazioni nell’opinione pubblica, l’ 11 aprile il debutto al Troubadour di Hollywood dei Buffalo Springfield di Stills e Young, e sempre a Los Angeles il 16 maggio esce Pet Sounds dei Beach Boys, geniale esperienza pioneristica nell’uso della registrazione multitraccia, stimolata dall’ascolto di Rubber Soul; qualche chilometro più a Nord, il 29 agosto i Beatles tengono il loro ultimo concerto al Candlestick Park di San Francisco (non suoneranno mai più dal vivo eccezion fatta per il rooftop concert del ’69), e il 16 ottobre Grace Slick suona per la prima volta con i Jefferson Airplane. Alla fine dell’anno il 16 dicembre esce il singolo d’esordio della Jimi Hendrix Experience “Hey Joe”, e il 18 Dicembre viene distribuito a New York Blow Up di Michelangelo Antonioni, che fotografa nitidamente la Swingin’ London dell’epoca con una sequenza che immortala un’esibizione degli Yardbyrds di Jimmy Page e Jeff Beck.

Nel 1967 il 14 gennaio a San Francisco lo Human Be-in preannuncia la Summer of Love, il 15 aprile 400.000 manifestanti pacifisti marciano da Central Park verso l’edificio delle Nazioni Unite a New York, il 1 giugno esce l’album Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, che presenta sonorità sperimentali essendo registrato in multitraccia a seguito dell’esperienza di Pet Sounds dell’anno precedente, il 16-18 giugno va in scena il Monterey Pop Festival sulla West Coast, culmine della Summer of Love di San Francisco, il 3 ottobre muore la leggenda del folk Woody Guthrie, e nello stesso mese Che Guevara in Bolivia, il 16 ottobre Joan Baez è arrestata con altre 123 persone durante una protesta nazionale contro l’arruolamento obbligatorio, e il giorno dopo il rock musical Hair esordisce a New York, il 21 ottobre 200000 pacifisti marciano verso il Pentagono.

Nel 1968 il 5 gennaio in Cecoslovacchia sale al potere Alexander Dubcek, che avvia la Primavera di Praga con una serie di riforme, cui i sovietici metteranno fine il 20 agosto con l’invasione militare, il 16 marzo il massacro di My Lai in Vietnam, mentre Joni Mitchell pubblica l’album di debutto Songs To A Seagull, il 4 aprile Martin Luther King è assassinato a Memphis, il 13 inizia il culmine del maggio francese a Parigi con il più importante sciopero generale della V Repubblica, rappresentativo della situazione del movimento in Europa, che vede l’Italia pienamente presente fin dal 1966/67, il 18-19 maggio il Miami Pop Festival, il 6 giugno viene ucciso Robert Kennedy, e il 1 luglio Usa, Urss e altri 60 Paesi firmano il trattato di non proliferazione nucleare, il 16 ottobre a Città del Messico sul podio Olimpico Tommy Smith e John Carlos alzano il pugno chiuso in un guanto nero al momento dell’esecuzione dell’inno nazionale, il 5 novembre è eletto presidente Usa Richard Nixon, e dal 28 al 30 dicembre si tiene il secondo Miami Pop Festival. Qualche mese prima, dal 26 al 29 agosto si protesta contro la guerra alla Convention democratica di Chicago, e la polizia interviene molto duramente. Dopo questo avvenimento una linea venne tracciata e l’America, anche quella bianca e borghese sembrò divisa come mai lo era stata.

Nel 1969 il 30 gennaio concerto improvvisato dei Beatles sul tetto della Apple a Londra, sarà l’ultimo, il 18 marzo gli Usa iniziano a bombardare le postazioni vietnamite in Cambogia e 26 giugno esce il film Easy Rider. Il 4-5 luglio si tiene l’ Atlanta Pop Festival, il 20 luglio gli astronauti statunitensi Neil Armstrong e Buzz Aldrin sono i primi uomini sulla luna, dall’ 1 al 3 agosto in scena l’Atlantic City Pop Festival, il 9 agosto Sharon Tate è assassinata con altre quattro persone dalla Manson Family in casa di Roman Polanski.

Odio l’indifferenza

«Io l’odio l’ho visto. Non ne ho solo sentito parlare. E per odio non intendo quella cosa che si scatena tra condòmini quando scoppia una disputa per una lampadina. Io ho visto l’odio messo in pratica. Ne sono stata vittima in prima persona. Ho visto quando dalle parole si passa ai fatti. Ed è uno stacco minimo. Quando si dà il passaporto alla parola lo si dà anche al fatto».

Siamo con la senatrice a vita Liliana Segre sopravvissuta ad Auschwitz, tra gli ultimi testimoni della Shoah italiana e delle conseguenze provocate dalle leggi razziali di Mussolini. Ascoltando le sue parole non possiamo non pensare a quello che sta accadendo ai migranti naufragati nel Mediterraneo e agli immigrati “vittime” di una campagna politica fondata sull’odio e la falsa narrazione.

Quando in televisione passa la notizia di un barcone cappottato, io sento dire: basta con questa roba. È la stessa cosa che accadeva dopo la fine della guerra: basta con questi ebrei e l’Olocausto, non ne parliamo più. E si cambia canale. E l’Europa, non solo l’Italia, chiude i suoi confini.

Così le persone muoiono in mare, a migliaia, nell’indifferenza di un’opinione pubblica anestetizzata da una propaganda martellante che da anni insiste sul falso nesso immigrazione=delinquenza. C’è dunque un nesso tra l’odio e l’indifferenza, e l’anaffettività?

Prima dobbiamo dire che ci sono notevoli differenze sostanziali tra quello che accade nel Mediterraneo e ciò che è stato il genocidio degli ebrei. Un crimine questo deciso e organizzato a tavolino anni prima e consumato freddamente così come era stato pianificato. Il progetto era perfetto, il meccanismo di morte funzionava perfettamente senza una falla.

E oggi?

Oggi noi sentiamo qualcuno comandare che quella tal nave non può attraccare, il giorno dopo invece ad un’altra è concesso. Poi qualcuno del porto decide che non può lasciare annegare queste persone e corre a salvarle, un terzo si arrabbia e il quarto fa una nuova leggina. No, il nazismo era diverso.

Cos’è l’indifferenza?

Io l’ho vista negli occhi di quelli che facevano il “male”. Erano assolutamente indifferenti. Occhi vuoti, vitrei, su volti di pietra che mandavano a morire le persone senza muovere un muscolo. Tante volte mi sono sentita chiedere: Ma nel lager non c’è stato uno che è stato buono con lei? Io avrei tanto voluto dire sì, ma non c’è stato. Oppure mi sento chiedere: Lei ha perdonato? È una domanda intollerabile. Come questa cosa che i giornalisti fanno di chiedere ai genitori, magari dopo due ore che gli hanno ammazzato un figlio, se perdonano gli assassini… No, io non ho perdonato. E non dimentico. Perché è impossibile, non solo per quello che hanno fatto a me ma per il male che ho visto fare ad altri. Era assolutamente troppo, milioni di persone uccise con freddezza per la sola colpa di esser nate. Da qualche anno c’è crescente spirale di odio, intolleranza, razzismo, antisemitismo e neofascismo, che pervadono la scena pubblica. E io oggi dal mio seggio in Senato combatto le parole dell’odio. Ma non dimentico.

Anche per questo Liliana Segre ha insistito affinché la parola «Indifferenza» fosse scolpita al Binario 21, il Memoriale della Shoah di Milano.

Non è una parola retorica ma è una parola gravissima. L’indifferenza fa sì che una persona non agisca una violenza fisica. Semplicemente volta lo sguardo dall’altra parte e smette di vedere.

Il diritto di poter dire, mi sono ammalata

È morta Nadia Toffa, conduttrice della trasmissione televisiva Le Iene che da tempo lottava contro un tumore. Aveva quarant’anni e, come tutti i personaggi pubblici televisivi, la sua morte è stata accompagnata da una montagna di messaggi di cordoglio più o meno sinceri, più o meno veritieri e più o meno furbi. Anche la politica, come al solito, ci si è buttata con foto, tweet e video, come se non ci fosse da buttare via niente da questi fatti di cronaca che permettono comunque di aggiungere un contenuto sui social.

Ma non è questo di cui voglio parlare, no. Mi interessa piuttosto questo modo ormai consolidato di illustrare i malati di tumore come guerrieri: una sottile colpevolizzazione dei malati che se si sono ammalati è perché sono stati distratti, deboli, comunque sbagliati e che divide i guariti dagli sconfitti in una terribile classifica che non ha nessun senso scientifico eppure funziona.

Nadia Toffa ha combattuto la sua malattia pubblicamente, lei che con il pubblico era abituata a parlarci, scrivendone addirittura un libro e arrivando a definire il cancro un dono. «Rivendico il diritto di parlare apertamente della nostra malattia, che non è esibizionismo né un credersi invincibili, anzi: è un diritto a sentirsi umani. Anche fragili, ma forti nel reagire», scriveva.

Perché c’è un’ansia di predicare il modo giusto di combattere la malattia fisica, che è qualcosa che ha a che vedere con il bullismo prepotente di questi tempi, come se ci fossero delle regole scritte e dei comandamenti per fare il malato e per piacere a tutti.

Forse sarebbe il caso di cominciare a parlare delle cose con il loro nome, chiamare il cancro “cancro”, di dire che in un futuro nemmeno troppo lontano i dati ci dicono che il 30% di noi morirà di quello, che la malattia ognuno la affronta emotivamente con i mezzi che ha.

Nadia Toffa ha deciso di vivere la malattia con il sorriso. Non ci sono migliori o peggiori. Ognuno come vuole. Così come ognuno esprime il proprio cordoglio con le parole che sente.

Nadia Toffa non è morta perché ha lottato troppo poco. C’è una malattia da studiare ancora di più, ancora più forte, e una cura da trovare, migliore.

Le malattie fanno parte della vita umana. Ognuno ha il diritto di affrontare il percorso di cura come si sente di farlo.

Buon mercoledì.

Solo il sistema proporzionale è garanzia di democrazia

Una battaglia politica di sinistra per sfuggire dalla falsa alternativa rappresentata dal partito di Repubblica al rischio di orbanizzazione del Paese.
La crisi del governo giallonero è un fatto positivo, indipendentemente dalle motivazioni che hanno indotto il leader della Lega a tentare di massimizzare il consenso che i sondaggi gli attribuiscono in termini di voti. L’obbiettivo di Salvini sembra essere quello di una orbanizzazione del quadro politico con un governo liberista in economia ed illiberale sul piano dei diritti civili, cementato dalla logica del capro espiatorio identificato nel migrante musulmano e da una concezione della famiglia naturale tipica della destra cattolica. Un governo specchio e sostanza di una società organicistica dove è bandito il conflitto interno a partire dalla fabbrica per arrivare all’intera società.
La rottura tra Lega e M5se segna una battuta di arresto, che va colta, nello svuotamento e subalternità del mondo Cinquestelle ai disvalori ed alla visione del mondo della Lega che può riaprire una dialettica sociale e politica positiva e progressiva.
Varie proposte – e di diverso livello e qualità – animano quella parte dello schieramento politico che cerca di contrastare il precipitare della crisi e elezioni a brevissimo.
Al netto di considerazioni più complessive ed argomentate, quello che maggiormente colpisce di coloro che sono politicamente contrari alla proposta di verificare la possibilità di un governo di legislatura Pd-M5s e LeU è l’assunto di una ineluttabile Finanziaria lacrime e sangue che tale governo dovrebbe sostenere, elemento che avvantaggerebbe successivamente la Lega.
Ma se si teorizza – ed addirittura si è interiorizzato – come siano ineluttabili politiche economiche e sociali regressive, ci si rende conto che assieme all’impossibilità di essere Sinistra si sta negando lo stesso spazio ed esistenza della politica?
Perché si debbono e possono fare solo Finanziarie lacrime e sangue per i lavoratori e le classi popolari?
Si sfidino invece Pd M5s e LeU a mettere in campo una Finanziaria che sia in sintonia con quanto proposto, ed esempio, da Bernie Sanders negli Stati Uniti e da Jeremy Corbyn in Inghilterra e da tutto il movimento ambientalista mondiale.
Ed è questo il punto che attraversa lo schieramento avverso alla Lega. Se l’unica alternativa sia quella di riprodurre sostanzialmente la maggioranza che governa l’Unione Europea, ovvero Conservatori, una parte significativa del gruppo socialista e i liberali, oppure aprire finalmente un fronte di critica e di proposta alternativa sul piano economico e sociale alle politiche di austerità ed al neoliberismo variamente temperato. Una proposta di Governo di legislatura che deve passare attraverso la rimessa in discussione all’interno del Pd delle politiche renziane – e più complessivamente del tardo blairismo – e nel Movimento 5 stelle declinare a Sinistra il suo profilo – e gli uomini e donne chiamate e rappresentarlo – recuperando la dimensione dei beni comuni, dell’intervento pubblico nell’economia, dell’attenzione al Sud ed a strumenti universali di sostegno al reddito che avevano costituito parte significativa del suo successo elettorale.
Per quanto numericamente esigua, la pattuglia di deputati e senatori di LeU potrebbe e dovrebbe svolgere in questa fase un ruolo da protagonista, rianimando altresì per quella via l’intera area politica a sinistra del Pd.
Prendere quindi quota 100 e reddito di cittadinanza e – criticandoli non per quello che c’è ma per quello che manca – rilanciare la questione ambientale e un piano di assunzioni straordinario in tutti i comparti pubblici, dando risposte concrete ed immediate alle centinaia di crisi industriali aperte nel Paese.
Tale iniziativa può e deve collocarsi in sintonia con la posizione assunta dalla Cgil nei confronti del Governo gialloverde e ribadita unitariamente nei confronti dell’evolversi della crisi.
Sarebbe inoltre il caso di riflettere che non si dà mantenimento del sistema di bilanciamento dei poteri previsto dalla Costituzione repubblicana a fronte di sistemi elettorali maggioritari.
Se si andasse a votare in questo momento, stante sondaggi e legge elettorale, il blocco Lega FdI con o senza Forza Italia potrebbe ottenere i 2/3 dei parlamentari eleggendosi da solo presidente della Repubblica, membri non togati del Csm e membri della Corte Costituzionale.
Occorre dunque un sistema elettorale proporzionale per la stessa tenuta costituzionale, ivi compresa la divisione dei poteri.
Una legge elettorale proporzionale sostanzia e si sostanzia in una democrazia basata sui partiti, e non su comitati elettorali e/o d’affari accumunati dalla narrazione tossica della fine delle ideologie.
Ma una democrazia basata sui partiti vive soprattutto nella rappresentanza determinata degli interessi sociali, nella materialità di chi si rappresenta.
Il Lavoro è il soggetto non rappresentato (inteso come classe sociale determinata che aspira ad esser soggetto generale della trasformazione).E rappresentare il Lavoro significa partire concretamente dai bisogni materiali del lavoro dipendente ed autonomo economicamente subordinato.
Significa partire dalla possibilità di autonomia nel posto di lavoro attraverso l’articolo 18 e riconoscimento dei corpi intermedi di rappresentanza sociale attraverso una Legge su rappresentanza e rappresentatività delle Organizzazioni Sindacali.
Questione sociale e questione democratica potrebbero finalmente saldarsi di nuovo: la battaglia per un Governo di legislatura che aggredisca da Sinistra la gabbia dell’Unione è una battaglia che merita di essere fatta, che deve vedere protagonisti i corpi intermedi e l’associazionismo democratico, le riviste e quel che resta dell’intellettualità democratica.
Una battaglia che va portata nelle piazze del Paese: in appoggio ad una manovra finanziaria che aggredisca profitti e rendite e premi salari pensioni scuola e sanità e ad una iniziativa che non stia sulla difensiva sul piano dell’accoglienza e dell’integrazione di chi migra. Analisi strategia e tattica insomma, quella che un tempo chiamavamo Politica.

Maurizio Brotini è segretario Cgil Toscana

Ci parli della famiglia naturale, senatore Pillon

Informiamo il senatore della Repubblica italiana Simone Pillon che la famiglia naturale non esiste. E che delle criticità che gravano sul sistema degli affidi noi parliamo da molto prima che il suo partito si ricordasse che in Emilia Romagna ci saranno presto le elezioni regionali e che dunque l’inchiesta di Bibbiano può tornare utile. A noi – da quando questo “giornaletto radical chic” esiste – interessa la salute psicofisica delle persone, dei bambini in particolare, a lei evidentemente preme altro. #ParlatecidiBibbiano, tagga il senatore della Repubblica Simone Pillon come fosse un troll qualsiasi. Uno di quelli, per intenderci, che senza argomenti infestano la nostra bacheca quando osiamo andare in profondità su certi temi e senza guardare in faccia nessuno, come impone la nostra professionalità e l’art. 21 della Costituzione. Piuttosto avvilente per un senatore della Repubblica, no? Se fosse più attento, come esige il suo ruolo e l’indennità che percepisce dai contribuenti, avrebbe notato che nel numero che lui attacca parliamo appunto di Bibbiano. E lo avevamo già fatto nelle settimane precedenti, sia in edicola che sul nostro sito con inchieste, editoriali e approfondimenti di veri esperti, ponendoci sempre dalla parte dei minori (e delle donne). Ma forse è proprio questo ciò che il senatore leghista Simone Pillon non apprezza.

PER APPROFONDIRE

Dalla parte dei bambini

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Ddl Pillon: il potere della religione, l’impotenza della politica

Per non dimenticare gli affetti

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