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La parola di d’io

Senza saperlo don Donato Piacentini è l’esempio perfetto del sovranista dei nostri tempi che finge di occuparsi dei poveri nostri per reclamare il diritto di non occuparsi degli altri. Nel suo caso esiste anche l’aggravante del ruolo religioso (che smentisce in toto le sue affermazioni proprio nei principi generali) ma se fosse stato un metalmeccanico, un ingegnere, un cameriere o un ministro dell’interno non sarebbe cambiato molto.

«Vanno a soccorrere persone che hanno telefonini o catenine al collo e  che dicono di venire dalle persecuzioni. Ma quali persecuzioni? Guardiamoci intorno, guardiamo la nostra città, la nostra patria. Guardiamo le persone accanto, che hanno bisogno e quante ne  conosco io, sono tante, tantissime, una marea che si vergognano del loro stato di vita», ha urlacciato don Donato durante la sua predica a Sora durante la celebrazione della festa di San Rocco. E qui esce subito la prima caratteristica del sovranista razzista: per loro la realtà del mondo è valutabile semplicemente dal proprio ristretto sguardo provinciale. È vero ciò che loro credono vero. I fatti non contano. Le sensazioni sono fatti. Sono miopi e strabici per vedere solo quello che confermano le loro tesi. In nome di d’io.

Poi c’è il loro proverbiale coraggio. È stato sconfessato dal suo vescovo che in un comunicato ufficiale parla di “discutibili scelte personali” ricordando quanto invece sottolineato dallo stesso vescovo nella sua omelia per la festa di San Rocco, ovvero che “uno dei cardini fondamentali” del Vangelo ”è la scelta ‘prima gli altri’” ribadendo dunque l’impegno per l’accoglienza dei migranti. È stato sconfessato da una valanga di commenti (giustamente) indignati. E cosa ha fatto don Donato? Ha detto di essere stato frainteso, ovviamente. «Tutto è stato ampliato e trasformato. Se necessario sono pronte le scuse senza che si arrivi ad una strumentalizzazione in qualsiasi campo che non era nelle intenzioni», ha scritto il prete, dimenticando che l’unica cosa ampia di questa storia è l’empietà delle sue parole.

Ovviamente ha negato e ovviamente mente, il caro parroco. Il suo profilo Facebook è pieno di post a sostegno delle politiche disumane del ministro dell’interno. Ma ovviamente non ha il coraggio di dichiararlo. Perché i razzisti sono così: fondamentalmente vigliacchi e consapevoli che le loro affermazioni sono contrarie alla legge. Per questo si sono inventati il buonsenso per nascondersi. Ma appena li beccano poi, sempre, iniziano a frignare.

Vada in pace, don Donato.

Buon lunedì.

Sànchez: «La Spagna pronta ad accogliere i migranti a bordo di Open Arms»

Alcuni migranti si gettano in mare dalla Open Arms sperando di poter raggiungere a nuoto le coste di Lampedusa, perché anche la disperazione ha un limite. Vengono ripescati e riportati a bordo quando arriva la notizia che il governo spagnolo di Pedro Sánchez, seppur con colpevole ritardo, decide di abilitare il porto di Algeciras, nello stretto di Gibilterra, per far sbarcare gli ultimi 105 migranti rimasti sequestrati sulla nave che batte bandiera spagnola, dopo il rifiuto di Matteo Salvini a farli scendere.

Il governo spagnolo ha scelto il porto andaluso perché considerato il più preparato per l’operazione. Ad Algeciras è in funzione da un anno un Centro di assistenza temporanea per stranieri (Cate), con la capacità di accogliere, per essere identificati e poi indirizzati alla rete di accoglienza, circa 600 migranti. Sembrerebbe tutto perfetto se non fosse che proprio a luglio scorso la Caravana Abriendo Fronteras, composta da una rete di associazioni spagnole che rivendicano l’accoglienza e il diritto di libertà di movimento per tutte le persone, si era mobilitata presso il Cate di San Roque-Algeciras per denunciare quanto siano inutili e dannose queste strutture.

Sequestro di persona è l’espressione utilizzata da Oscar Camps, fondatore della ong Open Arms, nel video diffuso qualche giorno fa via twitter: “Scusi il disturbo durante le vacanze, presidente Sánchez, ma ci stanno sequestrando”. A bordo viaggiano cittadini spagnoli a cui è impedito l’attracco, così come alle centinaia di migranti soccorsi e ospitati da più di 18 giorni e aggiunge “Di che cos’altro ha bisogno Matteo Salvini per la sua campagna politica? Morti?”

L’esecutivo in funzione in Spagna, in attesa che si definisca un governo dopo le elezioni dello scorso aprile, interviene con una dichiarazione ai media e si appropria del ruolo di “guidare una risposta a una crisi umanitaria” , di fronte alla “situazione di emergenza” che si sta vivendo all’interno della nave spagnola per “la inconcepibile risposta delle autorità italiane, e in particolare del ministro degli Interni, Matteo Salvini, per la chiusura di tutti i suoi porti e le difficoltà esposte da altri paesi del Mediterraneo centrale”, una chiara allusione a Malta che spesso e volentieri ha negato l’accoglienza ai migranti.
“I porti spagnoli non sono i più vicini o i più sicuri per Open Arms, ma al momento la Spagna è l’unico paese disposto ad accoglierla nel quadro di una soluzione europea”, afferma la dichiarazione del governo Sánchez. Lo stesso governo che sei mesi fa, però, aveva tolto l’autorizzazione alla ong Open Arms per svolgere attività di ricerca e soccorso di migranti nelle acque del mediterraneo, ribadendo che è compito della guardia costiera spagnola, nel rispetto dei trattati internazionali sui diritti umani, farsi carico di queste operazioni. Che poi però svolge, solo quando costretta e solo in prossimità delle proprie acque nazionali.

Il piano del governo spagnolo, riportato nel comunicato, prevede che, una volta sbarcati i migranti ad Algeciras, si proceda con la distribuzione già concordata tra sei paesi europei: oltre alla Spagna, Francia, Germania, Portogallo, Lussemburgo e Romania. Matteo Salvini, spesso definito dai principali giornali spagnoli come un ministro dell’ultradestra xenofoba e sessista, non ha tardato a esprimere il suo entusiasmo, via social network : “… Bene! Chi la dura la vince” e ironizza con un video sulle critiche della stampa e della classe politica di fronte al suo rifiuto di aprire i porti italiani ai soccorsi.

Fonti diplomatiche spagnole sottolineano che è la prima volta che un paese rifiuta di consentire lo sbarco di alcuni migranti nonostante l’impegno a non rimanere sul suo territorio e inquadrano questo atteggiamento delle autorità italiane nello scontro tra i due partner di coalizione, il Movimento 5 Stelle e la Lega, in vista di una crisi di governo o di prossime elezioni.

In una dichiarazione rilasciata dal ministero degli Affari esteri spagnolo, pochi minuti prima di quella dell’esecutivo, viene annunciato che “il governo spagnolo prenderà in considerazione la possibilità di agire dinanzi all’Unione europea o dinanzi alle istituzioni per i diritti umani e il diritto marittimo internazionale, contro l’atteggiamento sostenuto dal governo italiano in merito allo sbarco di migranti a bordo della Open Arms”. E hanno assicurato che porteranno questa denuncia nella prossima riunione dei ministri degli interni dell’UE, alla quale dovrebbe partecipare anche Matteo Salvini, e non escludono che potrebbero avviare una azione giudiziaria presso la Corte de L’Aia, perché l’atteggiamento del ministro degli interni italiano ha comportato una flagrante violazione della convenzione del mare e del diritto internazionale.

Intanto il portavoce della Open Arms rifiuta la proposta di Sánchez, ricordando che la situazione per i migranti a bordo è “di emergenza” e sottolineando che lo sbarco deve essere “immediato”, che il porto di Algeciras è il “più lontano dal Mediterraneo”. La rotta verso Algeciras è già stabilita, ma il capitano della nave spagnola spiega l’impossibilità di soddisfare un ordine che sarebbe obbligato a rispettare: “Dopo 26 giorni di missione, 17 in attesa con 134 persone a bordo, un ordine del tribunale a favore e 6 paesi disposti a ospitare, ci si chiede di navigare per 950 miglia, circa 5 giorni in più, verso Algeciras, il porto più lontano del Mediterraneo, con una situazione insostenibile a bordo?”

«Io, ricercatore italiano emigrato in Albania»

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Quando decisi di partire e trasferirmi ne sapevo veramente poco dell’Albania. Come molti italiani ne conoscevo la posizione sulla mappa e ricordavo a grandi linee il suo recente passato. Tirana l’ho scelta ma, ripensandoci ora, forse ad avermi voluto è stata più lei. È stato un po’ come in quei corteggiamenti dove entrambi si guardano ma poi è l’altro a fare il primo passo e prendere l’iniziativa. Tra me e l’Albania è andata proprio in questo modo e, devo ammettere, nemmeno il tempo di sbarcare ed è stato amore a prima vista.

Sono arrivato nell’ottobre dello scorso anno, con una valigia e tanta voglia di mettermi in gioco. Come tanti miei coetanei impegnati in un dottorato di ricerca in Progettazione architettonica, ero da tempo ben consapevole che per poter avere una carriera di tipo accademico avrei dovuto guardare fuori dai confini nazionali, alla ricerca di un Paese che credesse in me e nella mia formazione. Fare il ricercatore in Italia è difficile, non c’è bisogno di rimarcarlo, ma sentivo di potermi permettere un’avventura in un posto dove un’esperienza reale avrebbe potuto finalmente farmi capire se quella che inseguivo fosse la strada giusta. L’occasione è arrivata la scorsa estate quando mi è stata offerta una posizione presso la Polis University di Tirana, dove avrei potuto mettere in pratica quello che avevo imparato negli ultimi anni in una realtà completamente nuova e differente rispetto a quella con cui mi ero confrontato fino a quel momento.

A Polis insegno progettazione architettonica e dirigo una unità di ricerca che lavora sull’innovazione e approfondisce il rapporto tra Information technology e architettura. Appena arrivato mi è stato comunicato che avrei insegnato al quarto anno del corso di laurea e avrei avuto un corso tutto mio. Alla notizia…

L’articolo di Valerio Perna prosegue su Left in edicola dal 17 agosto 2019


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Maryse Condé, il coraggio della verità

Una visione epica dell’esistenza e della letteratura. Una lingua ricca di aromi, carnale, nitida. Con grande spessore letterario e umano, Maryse Condé, premio Nobel alternativo 2018, ha raccontato la sua terra madre, l’isola caraibica di Guadalupe, e le ferite del colonialismo. Grande viaggiatrice, dalla Francia, scelse di andare a vivere e a insegnare in Africa, rifiutando ogni mitologia delle radici, per conoscere quella immensa e variegata realtà con i propri occhi. A 82 anni ora lo racconta nell’autobiografia La vita senza fard (La Tartaruga), coraggiosa testimonianza di scrittrice e donna che si presenta senza infingimenti.

Maryse, la verità chiede coraggio, identità, assunzione di responsabilità, cosa significa per lei la parola «verità» e quanto le è costato cercarla sempre?
C’è un’immagine che caratterizza ognuno di noi, che uno lo voglia o meno. Un’ immagine fatta da propositi a volte concepiti senza troppe riflessioni, da reazioni momentanee, immediate. Questa immagine a volte ne nasconde una più profonda, più adeguata alla propria personalità più intima. Quello che io chiamo verità è la ricerca costante dell’espressione di sé più autentica, al di là delle idealizzazioni e dei malintesi. Non è un’impresa facile, è un lavoro di demistificazione, è il rifiuto di ciò che è comodo e facile ricordare. Questa ricerca è dolorosa e costa a coloro che vi si dedicano seriamente.

Nel dittico Le muraglie di terra e La terra in briciole lei riporta alla luce la storia di Segou e della sua islamizzazione, dall’arrivo del primo bianco sul Niger fino alla conquista coloniale francese. La verità storica ha una grande importanza collettiva, ma troppo spesso viene negata?

Non ho inventato nulla. Tutto il mondo sa che Mungo Park era stato inviato dalla Società di geografia inglese per scoprire in quale senso scorresse il fiume Niger, chiamato “Joliba” dagli africani. Sono partita da questo aneddoto per raccontare la vita dei primi abitanti dell’impero Bambara. Ho voluto…

L’intervista di Simona Maggiorelli a Maryse Condé prosegue su Left in edicola dal 17 agosto 2019


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Mai più, nunca más

«Andrò avanti con l’associazione che porta il nome di Stefano. Ha ragione chi dice che lo strumentalizzo, continuerò a farlo, perché tramite lui ricordiamo tutti gli altri Stefano».

Da quella notte di ottobre 2009, Ilaria Cucchi si interroga su cosa si dovrebbe fare «perché non succeda mai più», come, prima di lei, scrissero su un lenzuolo gli amici di Federico Aldrovandi quando scesero in piazza un anno dopo l’uccisione del diciottenne ferrarese da parte di quattro agenti. E prima di loro ci aveva pensato Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, che provò a mettere insieme «il Paese dei comitati», come lo chiamava Manlio Milani, il marito di Livia Bottardi che morì nella strage di Brescia 27 anni prima di Carlo, 31 prima di Federico, 35 prima di Stefano.

L’unica cosa che possiamo fare è un lavoro di sensibilizzazione. In fondo è quello che stiamo facendo. Ed è l’unica speranza che abbiamo», dice la sorella di Cucchi al termine di un’ennesima, partecipatissima, proiezione collettiva di Sulla mia pelle, il film di Cremonini che ricostruisce l’ultima settimana di vita di Stefano. Migliaia di persone, da un mese, vi prendono parte nelle piazze, nelle università, nei centri sociali nonostante la lunga notte della Repubblica del tempo di Salvini e Di Maio.

Oltre cinque anni fa, l’assoluzione delle guardie penitenziarie nel primo processo, quello che ignorava il ruolo dei carabinieri che avevano arrestato Cucchi, sembrava una pietra tombale sulla battaglia di verità e giustizia.

Centinaia di persone diedero vita alle “mille candele” sotto il Csm per illuminare quei luoghi bui dove ogni giorno si umiliano le esistenze e si calpesta la democrazia. Fu un nuovo inizio.

Poi l’inchiesta bis, un altro processo e le rivelazioni di Francesco Tedesco.

Tutto quello che in questi anni avevo solo potuto immaginare, il tassello che mancava adesso è arrivato», ripete Ilaria Cucchi da quando le rivelazioni di uno dei carabinieri imputati per l’omicidio preterintenzionale di suo fratello hanno confermato quello che immaginava da quando aveva rivisto Stefano sul tavolo dell’obitorio.

Dieci anni fa. E mentre lei era in obitorio, Tedesco scriveva un rapporto su quello che era accaduto una settimana prima, la notte dell’arresto. Ma lei non poteva saperlo perché il “muro” era già stato issato, erano spariti i nomi di chi aveva preso parte all’arresto, erano stati falsificati i verbali, sarebbe sparito anche quel rapporto, un ministro del governo Berlusconi, La Russa, aveva ordinato di lasciar stare i carabinieri, che non c’entravano. La notte della Repubblica non è iniziata ieri.

Il muro serviva a fare la guerra a noi.

Colpevolizzazione secondaria, direbbero gli addetti ai lavori della giurisprudenza: la tendenza a processare le vittime quando i carnefici sono potenti, magari in divisa.

Non ci siamo fermati e, col tempo, siamo diventati sempre di più. Sono stati anni difficilissimi, la mia vita è cambiata per sempre. Io sono cambiata e se anche domani Stefano dovesse tornare a casa, tutto il dolore non ce lo toglierebbe nessuno. Dieci anni fa ero una persona che si fidava talmente delle istituzioni da affidare loro mio fratello di fronte a quello che percepivo come un mio fallimento. Nel momento più brutto della nostra vita, però, quelle stesse istituzioni ci voltavano le spalle. Lo Stato non era più nostro alleato ma il nostro peggior nemico, non potevo nemmeno immaginare che sarebbe stata una battaglia dentro e fuori le aule di giustizia.

Sono stati anni in cui ha scoperto una dimensione politica che mai avrebbe immaginato.

Era l’ultima cosa che avrei voluto, purtroppo sono stata costretta a diventare un punto di riferimento. Ma quello che è successo può ancora accadere a chiunque. Non possiamo più voltarci dall’altra parte.

Non si avvelena così la Duchessa

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«Siamo in viaggio di maturità, alla quarta tappa del Cammino dei briganti», raccontano Lorenzo Castellucci e Margherita Randazzo mentre si bagnano nel fontanile di Cartore alla fine dell’escursione al lago della Duchessa. Il Cammino dei briganti è un anello di 100 km, percorribile a tappe, che nella Valle del Salto si incrocia con il sentiero europeo E1, 7mila km a piedi da capo Nord a capo Passero, e con il Cammino naturale dei parchi, 430 km tra borghi e aree protette dall’Appia antica fino alla basilica di Collemaggio.
La Riserva naturale regionale Montagne della Duchessa, nata nel 1990 quando una mobilitazione riuscì a sventare un progetto di impianti sciistici, è un’istituzione regionale del Lazio, i suoi guardiaparco garantiscono anche l’attività antincendio sull’intero territorio del Comune di Borgorose, 4.500 abitanti disseminati per 17 frazioni.

«Ci sono 1200 specie vegetali, 42 di orchidee, due Zsc (zone speciale di conservazione) per una fauna altrettanto varia, ed è un’area di connessione per il transito dell’orso marsicano» spiega a Left Silvia Scozzafava, senior ecologist della Riserva. «Qui è racchiusa in soli 3.500 ettari tutta la biodiversità dell’Appennino tra 800 e 2.184 metri sul livello del mare, non è un santuario ma un territorio vissuto con le tracce di una lunga frequentazione umana, qui c’è la possibilità di conservazione attiva, una convivenza armonica tra paesaggi a mosaico e wilderness». Lorenzo e Margherita, bolognesi, hanno gli sguardi illuminati dai paesaggi quasi selvaggi che stanno attraversando, gli stessi in cui hanno scorrazzato i briganti e prima di loro gli Equi, i Romani, Francesco d’Assisi, l’antipapa Niccolo V, i ghibellini di Corradino di Svevia, Stendhal, Margherita d’Austria e in ogni tempo i pastori, sempre meno però. «Per questo ci siamo rimasti male quando ci siamo trovati davanti quelle fabbriche». In realtà si tratta di quel che resta di un piccolo centro industriale nella Piana di Spedino dove…

L’inchiesta di Checchino Antonini e Massimo Lauria prosegue su Left in edicola dal 17 agoesto 2019


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Dai, stava scherzando

Italian Deputy Prime Minister and Interior Minister, Matteo Salvini, during the speech at Lido Cala Sveva in Termoli, stage of his 'Italian summer tour', 9 August 2019. ANSA / NICO LANESE

La sintesi migliore l’ha scritta Arianna Ciccone nel suo profilo Facebook:

“Prima chiede la fiducia. La ottiene. E due giorni dopo, a Camere chiuse, apre la crisi di Governo.

Presenta una mozione di sfiducia al Presidente del Consiglio. Ma non si dimette né lui né fa dimettere i suoi ministri.

Poi dice ai giornalisti che lui è pronto a dimettersi, che non ha problemi a ritirare i suoi ministri. E subito dopo annuncia che invece no, non si dimette.

Prima dice che va da solo al voto, poi chiede a Berlusconi di andare insieme.

Prima dice che il taglio dei parlamentari è Salva-Renzi e che fino all’anno prossimo non si potrebbe tornare al voto. E quindi no, non lo vota.
Poi dice che è pronto a votarlo e subito dopo si va a votare (ma poi mica è lui che può decidere la data del voto!).

Gli fanno notare che se vuole votare taglio parlamentari dovrebbe ritirare la sfiducia a Conte. Ma lui dice no, non la ritira.

Qui o siamo davanti al più grande stratega politico al mondo mai visto in tutta la storia dell’umanità e noi mortali non possiamo capire proprio o manco lui sa che cazzo sta facendo”.

A questo forse si potrebbe anche aggiungere che nelle ultime ore Salvini, consapevole di avere sbagliato tempi e modi, stia cercando di tornare sui suoi passi simulando addirittura di non avere mai chiesto la caduta del governo. Anzi, come gli ha insegnato bene il suo padrino Berlusconi ha anche tentato di dare la colpa ai giornalisti, come se la crisi fosse solo un’allucinazione generale dovuta al solleone estivo.

L’unica cosa che riesce a mettere a fuoco anche nel marasma della confusione labirintitica sono le navi dei poveracci: del resto non è mai riuscito a parlare d’altro. Un uomo con un solo argomento ma con mille facce.

Buon sabato.

Cosmopoliti di tutto il mondo unitevi

C’era nel pensiero degli anarchici («La mia patria è il mondo intero», scriveva Pietro Gori), ma c’era – in chiave ancor più rivoluzionaria perché collettiva – nel pensiero marxiano «proletari di tutto il mondo unitevi».

Provocatoriamente potremmo dire anche che il cosmopolitismo è sempre stato un tratto distintivo ed evolutivo di Homo sapiens. La nostra specie è da sempre naturalmente nomade. Non solo per bisogno. Ma anche per curiosità, per esigenza di conoscenza dell’altro e di ampliamento dei propri orizzonti, come ci insegnano gli antropologi. Ma in tempi di rigurgiti nazionalisti e sovranisti come quelli che stiamo vivendo, la parola cosmopolitismo ci appare sempre più necessaria, da riscoprire, nel suo senso più profondo. Abbiamo chiesto al filologo e studioso del mondo antico Luciano Canfora di aiutarci a ricostruirne l’origine e a comprenderne l’attualità.

Professor Canfora come leggere la parola cosmopolitismo in tempi di sovranisti al governo?

Intanto dobbiamo dire che il cosmopolitismo è l’esatto contrario del razzismo, poiché il razzismo si fonda (più o meno apertamente) sull’idea della supremazia di alcuni su altri, di un popolo, di un gruppo più o meno definibile rispetto a tutti gli altri. Le leggi razziali del 1938 si fondavano sulla premessa della difesa della razza da “inquinamenti”. La copertina di quel periodico ridicolo che si chiamava La difesa della razza raffigurava un italiano più o meno apollineo nei tratti, distinto, separato da un ebreo, ovviamente bruttissimo quanto nasuto, e da un nero, nerissimo. Questa era la “cultura”, il livello mentale dei vari Interlandi, Mussolini, Pende, e dei tanti cosiddetti intellettuali che si misero a scrivere sulla difesa della razza.

Riprendere oggi a coltivare il cosmopolitismo potrebbe essere un antidoto rispetto all’ideologia suprematista e isolazionista alla Trump? È antistorica la sua visione condivisa da Salvini che dice: «Prima gli italiani»?

Non direi antistorica. È pre culturale, al di sotto della media minima necessaria degli esseri pensanti, è una forma sub umana di pensiero (o meglio di non pensiero), che ha una sua forza soltanto nella campagna ferocissima di cacciata dei migranti, di disseminazione della paura, di additamento di un nemico che non è un nemico, esattamente come durante il nazionalsocialismo tedesco si additava l’ebreo come l’affamatore del popolo. È lo stesso meccanismo.

Il cosmopolitismo è un antidoto?

È ben più che un antidoto, noi abbiamo scelto questo tema qui a Genova, proponendolo alla cittadinanza e alle scuole, perché riteniamo che il mondo tutto corra pericolo, dall’America di Trump al nostro Paese.

Cosa dire a chi anche a sinistra prospetta un ritorno a un’idea di patria seppur legata alla Costituzione?

Di curarsi la mente e di studiare la storia.

In un quadro europeo e mondiale dove le disuguaglianze economiche e sociali sono sempre più feroci c’è chi dice che il cosmopolitismo sia un privilegio di pochi.

Non so chi dica che il cosmopolitismo sia un concetto elitario. Il compagno Marx disse «gli operai non hanno patria», nel senso che gliela hanno tolta. «Proletari di tutto il mondo unitevi». Spero che queste parole tornino a risuonare.

Dunque il cosmopolitismo si può legare a un’idea di uguaglianza fra tutti gli esseri umani?

Si deve legare a un’idea di uguaglianza! Il fatto stesso di concepire la caduta delle barriere nazionali e delle barriere sociali significa lavorare per l’uguaglianza. Un pensatore molto originale come il sofista Antifonte in un testo che si è conservato solo in parte, dice: «Noi siamo più barbari dei barbari perché crediamo alla differenza fra i Greci e i Barbari, tra gli schiavi e liberi».

Quest’anno ricorre il trentennale della caduta di Berlino, ma ancora non abbiamo realizzato un mondo senza muri, anzi ne stiamo costruendo di nuovi…

La caduta del muro di Berlino fu l’effetto di una situazione diplomatica complessa, che sarebbe lungo descrivere. Alla base c’era la crisi del sistema sovietico e del sistema socialista al proprio interno. Quello che era un confine di Stato fu gestito malissimo, in maniera punitiva e sbagliata. Ma il muro che è stato quasi portato a compimento fra Messico e Usa è molto più grave perché è il simbolo del razzismo trionfante.

Perché tornare a votare con il Rosatellum sarebbe molto pericoloso

Siamo a un passo dallo sfacelo: c’è la prospettiva seria di un governo Salvini-Meloni-Iannone, ma nessuno lo scrive, nessuno riflette seriamente su tale ipotesi. Eppure c’è davvero il rischio di trovarsi una stabile maggioranza d’ispirazione fascista. Lega, Fratelli d’Italia e Casapound che potrebbero eleggere: presidente della Repubblica, membri non togati del Consiglio superiore della magistratura, membri della Corte Costituzionale.

I Cinqueselle hanno aperto la strada a questa destra fascista ed hanno responsabilità gravissime. Le leadership dei grillini sono state altamente inadeguate. D’altronde si sapeva, il M5s ha rappresentato un’entità a sé che a contatto con il potere avrebbe potuto perdere la testa. Così è stato, quindi, non poteva finire diversamente.  L’imperdonabile arrivismo politico dei Cinquestelle emerge con forza dopo il salvataggio di Salvini in aula per il caso “Diciotti”, per l’atteggiamento intransigente sui migranti e infine per l’assoluta ingiustificata approvazione del decreto sicurezza bis. Il danno ormai è fatto.

Cosa si potrebbe fare adesso? Il Parlamento ha la concreta possibilità di far slittare l’aumento automatico dell’Iva. Dopo la caduta del governo Conte, potrebbe formarsi uno elettorale, che non può essere quello attuale, e subito dopo il voto, considerato ormai “inevitabile”, e che tuttavia ha bisogno di tempi tecnici per potersi svolgere. Questa però sarebbe la soluzione più immediata ma non la migliore praticabile. Il vero problema è che bisognerebbe rivedere l’attuale legge elettorale che, di fatto, è la vera causa di tutti i mali. Se i nostri politici fossero onesti e pronti a fare il bene del Paese questo dovrebbe essere un punto non secondario, poco dibattuto, ma di fondamentale importanza per la tenuta delle istituzioni democratiche. Ricordo bene come tutti i partiti hanno, secondo la loro convenienza politica, criticato la legge elettorale denominata Rosatellum. Allora perché non abrogarla creandone una nuova, giusta, semplice, che possa dare peso al voto dei cittadini che tornino ad essere unici artefici del risultato finale? Tutti hanno gridato allo scandalo perché i parlamentari sono nominati e non eletti. E’ esattamente così! Allora perché non trasformare questo grido di accusa in atti concreti? I Cinque Stelle che tanto hanno odiato e combattuto questa legge elettorale perché non ne hanno mai proposta una nuova che mettesse al centro l’elettore? Ovviamente non quello della piattaforma Rousseau.

Nessuno ci ha nemmeno provato. Di ridiscutere seriamente l’attuale legge elettorale non si hanno tracce parlamentari. Personalmente ritengo che se passasse la riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari sarebbe pericolosissimo andare a votare con il Rosatellum (o con il Rosatellum ter) che, di fatto, consegnerebbe il Parlamento ai segretari di partito! Nessuno lo dice, come mai? Allora il tema centrale diventa un imperativo: cambiare la legge elettorale per dare la possibilità ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. E non scegliere persone designate dai partiti e calate dall’alto. E poi vinca il più votato dagli italiani. Dirò di più, io ritornerei a un proporzionale puro o aperto che, possa ridare al cittadino elettore la possibilità di scegliere e decidere il rappresentante in Parlamento e non essere obbligato a ratificare una scelta fatta da un segretario di partito.

Cari cittadini italiani come mai nessuno ha avuto il coraggio di mettere sul tavolo di discussione la riforma dell’attuale legge elettorale? Probabilmente perché a tutti sta bene che si voti con queste regole che assicurano la fedeltà dell’eletto al leader designatore per poi gridare forse allo scandalo. Poi ci chiediamo perché l’astensione dal voto aumenti e il cittadino si allontani ancora di più dalla politica attiva. Io credo che la scelta di ridurre i parlamentari aggravi la crisi attuale del Parlamento, creata anzitutto da un ruolo prevalente del Governo e largamente al di fuori della previsione della Costituzione, che gli attribuisce un ruolo centrale nel nostro sistema istituzionale di democrazia rappresentativa. La riduzione del numero di parlamentari è decisa in un quadro di mortificazione del Parlamento e di conseguenza allontanerà ancora di più rappresentanti e rappresentati. Cosa ben diversa è un nuovo progetto istituzionale con meno parlamentari che non riduca la rappresentanza del territorio. Stefano Rodotà, favorevole a una diminuzione dei parlamentari, puntava a ridare assoluta centralità al Parlamento e rimetteva il Governo al suo posto di semplice attuatore.

Pericle ci insegna che il cittadino, non solo deve esercitare la sovranità popolare partecipando alle elezioni (quali che siano le sue scelte), ma poi deve chiedere conto ai suoi “delegati” di ciò che fanno nell’interesse comune, deve far sentire la propria voce, partecipare al dibattito pubblico sulle questioni di fondo, indignarsi per le cose che non vanno, svolgere azioni concrete di controllo sul bene comune. Questa è la cittadinanza attiva che, alla fine, è il valore più rilevante di ogni altro, non solo perché è il sale della democrazia, ma anche, e soprattutto, perché è la maggior garanzia del rispetto e dell’attuazione di tutti gli altri valori costituzionali. Il distacco, l’indifferenza, non appartengono alla democrazia e non la qualificano; non valorizzano la persona e non ne esaltano la dignità. Com’era solito dirmi il mio maestro, Giuliano Vassalli, i sistemi elettorali sono infiniti e non esiste uno perfetto, dipende da chi li usa e da come li usa. Partiamo da una nozione semplicissima: in una democrazia, il sistema elettorale è il mezzo con cui i voti espressi dagli elettori si traducono in rappresentanza parlamentare. I meccanismi utilizzabili sono due: maggioritario e proporzionale.

Il nostro Paese li ha sperimentati entrambi. La domanda da porsi è: cosa si vuol prediligere con il tipo di sistema elettorale, la governabilità o la rappresentatività? Per quanto mi riguarda la soluzione ideale, sarebbe un mix tra questi due “ingredienti”. Il nodo da sciogliere resta comunque quello della scelta finale: proporzionale o maggioritario? Con entrambi, se si vuole, si può garantire sia la governabilità sia la rappresentatività. Personalmente a me piace un sistema proporzionale con soglia di sbarramento accettabile (ad esempio il 5%), con pesi e contrappesi da stabilire con particolare minuziosità.

Una legge di questo tipo, tra i suoi contrappesi, ad esempio, dovrebbe prevedere il divieto assoluto del cambio di “casacca”. Sono stato da sempre convinto che il funzionamento di un sistema politico non dipenda da una legge elettorale ma da altri fattori come la storia, la cultura, il costume e l’economia di una nazione. Sono convinto che il sistema proporzionale possa funzionare ancora perché se si volesse, si potrebbe garantire contemporaneamente sia la rappresentatività sia la governabilità. Ci sono ad esempio i collegi uninominali. Ogni partito presenta un candidato, l’elettore sceglie un candidato-partito, chi prende più voti è eletto. Sfortunatamente semplice a dirsi ma difficile a realizzarsi in una Nazione dove regnano sovrane mafie, corruzione ed evasione fiscale. Come disse qualcuno secoli orsono: “Abbiamo fatto l’Italia ora occorre fare gli italiani”. Motto, purtroppo, ancora attualissimo.

Vincenzo Musacchio è giurista e direttore scientifico della Scuola di legalità di Roma e del Molise

Socialismo o barbarie

«Socialismo o barbarie». È lapidario Ken Loach nell’esprimere la sua visione del futuro citando un leggendario slogan di Rosa Luxemburg. «Sembra un aut aut disperato, vero? Penso invece che oggi più che mai, non esista davvero un’altra via», rincara il grande regista britannico autore di pellicole indimenticabili come Land and freedom, Carla’s song e I, Daniel Blake. Abbiamo raccolto il suo messaggio che, forte e chiaro, indica nell’autodeterminazione dei popoli l’unica risposta possibile alla chiusura delle frontiere e all’avanzata del nazionalismo xenofobo.

Cosa la preoccupa di più, in questo momento?

Sono preoccupato da tutto quello che accade a casa nostra come da quello che accade nel resto del mondo. Penso a quello che accade in Siria e alle terribili sofferenze che quelle popolazioni stanno attraversando. Penso allo sciagurato intervento del governo inglese in quei territori. Penso anche alla cacciata dei palestinesi dalle loro terre da parte degli israeliani e che le sofferenze per quei popoli sembrano eterne. Sono preoccupato da Trump per esempio. E soprattutto sono preoccupato per come sia difficile distinguere tra cosa è falso e cosa è vero.

La guerra che si combatte sul fronte delle “fake notizie” sembra non avere fine.

Certo, penso alle manipolazioni della stampa inglese e alle sue bugie, alle accuse calunniose di antisemitismo che hanno colpito il Labour. Da quando Jeremy Corbyn ha ottenuto la leadership del partito grazie all’appoggio della gente e non grazie ai giochi in Parlamento, gli attacchi si susseguono senza sosta. È il classico gioco delle classi dominanti che quando si sentono minacciate nel loro esercizio del potere, cambiano le regole del gioco, spesso falsificando la realtà grazie al contributo dei media che sono nel loro libro paga, spesso ricoprendosi di ridicolo. Per esempio, se appoggi il popolo palestinese, allora non puoi che essere antisemita.

In tempi di Brexit, mentre assistiamo all’avanzata del nazionalismo xenofobo, alla chiusura delle frontiere, lei crede ancora nell’attualità dell’internazionalismo e della solidarietà?

L’internazionalismo è da sempre un fondamentale valore della sinistra. Un valore per cui ci siamo battuti in passato e per cui ci batteremo in futuro. L’internazionalismo è valido oggi e lo sarà sempre. Soprattutto oggi, in un mondo globalizzato, i problemi e i bisogni della working class sono simili. In Uk come in Spagna, come in Italia. E anche in Corea.

Perché?

Perché tutti i lavoratori si trovano e si troveranno a fare i conti con il mercato globale, la competitività globale e con lo sfruttamento globale. I movimenti nazionalisti e xenofobi che prosperano in Europa come in America e che apparentemente nascono dal basso, affermando di difendere la working class, sono palesemente al servizio della classe dominante, sfruttando il concetto del Paese dominante. Per sconfiggerli, bisogna rimettere in campo il concetto dell’autodeterminazione dei popoli. Bisogna lavorare insieme, costruire legami e obiettivi comuni che vadano oltre i confini nazionali.

Sembra che però tutto vada nella direzione opposta.

Anche se al momento sembra impossibile, si può sempre lavorare a un cambiamento possibile del sistema, a un nuovo modello economico. Abbiamo bisogno di una differente visione di Unione europea. Io credo nell’Europa dei popoli, della gente, contro questo club di grassi businessman che è invece l’Ue di Bruxelles.

In I, Daniel Blake, lei ha offerto un’indimenticabile testimonianza di come il sistema socio assistenziale britannico possa annientare la vita delle persone. Come si può uscire da questa trappola?

Possiamo pensare a un unico modello di social welfare che rispetti la dignità delle persone. Per esempio. Il sistema inglese umilia la gente, criminalizzando i loro bisogni  e le loro esigenze attraverso l’esercizio punitivo delle forme di assistenza, creando un clima di incertezza, quasi di paura. Penso si tratti di crudeltà consapevole ai danni di lavoratori e disoccupati, donne e madri soprattutto. Per cui, anche ottenere un alloggio diventa un percorso umiliante, per non parlare del lavoro e anche della stessa sussistenza quotidiana.