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L’interrogazione sul respingimento segreto in Libia rimane senza risposta

Migrants arrive at a naval base in Tripoli, after being rescued in the Mediterranean on June 24, 2018. - Some five hundred African migrants were rescued in the Mediterranean by the country's coast guards on June 24, 2018, according to the Libyan navy. (Photo by MAHMUD TURKIA / AFP) (Photo credit should read MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

Secondo alcune testimonianze, il 2 luglio 2018 un cargo italiano ha ricondotto a Tripoli un gruppo di migranti soccorsi nel Mediterraneo. Una vicenda ancora oscura, che potrebbe costituire una grave infrazione delle norme internazionali sul diritto d’asilo e sul diritto del mare. E che ha segnato in negativo il destino di molti esseri umani. Ricondotti nei lager libici. Una vicenda che il nostro settimanale ha denunciato per primo, grazie ai contributi dell’attivista e scrittrice Sarita Fratini e del collettivo Josi & Loni project.

Ebbene, il 26 luglio scorso il deputato dem Matteo Orfini ha depositato alla commissione Affari costituzionali della Camera una interrogazione sul tema, indirizzata al ministro delle Infrastrutture. Nel documento si chiede di fare luce anche su un altro episodio, quello della Asso Ventotto, la nave commerciale di cui si occuparono le cronache il 30 luglio 2018 per aver riportato in Libia un gruppo di persone soccorse nel Mediterraneo in acque internazionali, su indicazione della marina di Tripoli. Un episodio che l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione definì «una delle più gravi violazioni del diritto internazionale ed europeo in materia di asilo mai avvenute».

Per il momento, con la caduta del governo giallonero, il quesito rimane senza risposta. Dal canto nostro, continueremo a indagare.

Per approfondire, l’inchiesta di Leonardo Filippi è stata pubblicata su Left del 14 giugno 2019


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Non chiamatela emergenza

Rescuers team walk near a house, destroyed in the earthquake in one of the more heavily damaged areas on August 22, 2017 in Casamicciola Terme, Italy. A magnitude-4.0 earthquake struck the Italian holiday island of Ischia early this morning during peak tourist season, killing two women. The earthquake occured just two days ahead of the first anniversary of an earthquake in central Italy in which 299 people died. (Photo by Marco Cantile/NurPhoto via Getty Images)

Negli ultimi decenni il nostro Paese ha assistito a tante cosiddette emergenze: catastrofi naturali che paiono interrompere bruscamente il naturale scorrere delle cose. Quando accadono, la macchina statale che si mette in moto, per tutelare la salute delle persone e riparare ai danni materiali, genera e consolida in tutto e per tutto una “retorica emergenziale”. Dalla produzione intensiva di norme “ad hoc”, tramite decretazione d’urgenza, alla narrazione dei media che amplifica il senso di pericolo incombente che tali eventi generano nella popolazione. Ma se guardiamo con attenzione a questi eventi è facile comprendere come in molti casi non si tratterebbe di emergenze, ma di problemi strutturali del nostro Paese. E, come tali, andrebbero affrontati.

A proposito di terremoti, il paradigma andrebbe completamente rovesciato: questi fenomeni non sono una emergenza in Italia. Il territorio della Penisola è attraversato da un complesso sistema di faglie che la espone quasi per intero al rischio sismico. Una situazione assai evidente sull’arco appenninico, che dall’Emilia Romagna alla Sicilia è teatro di eventi potenzialmente distruttivi. Ciò che rende però il terremoto pericoloso – è bene ricordarlo – non è il fenomeno in sé, bensì l’elemento umano, ossia costruzioni poco sicure e cura del territorio talvolta del tutto assente.

A seguito dei terremoti che dal 24 agosto 2016 hanno colpito il Centro Italia abbiamo assistito al consueto copione emergenziale e di conseguenza all’ennesima esperienza di gestione post-sisma fallimentare. Oggi – a tre anni di distanza – quei territori vivono ancora in un tempo sospeso. La ricostruzione è impantanata. L’emergenza sociale ed economica che sperimentano è fatta, prima di tutto, di spopolamento, crisi delle imprese, assenza di reddito e lavoro per chi decide di continuare a vivere quelle terre meravigliose.

Ma come si sono mossi i tre governi (Renzi, Gentiloni, Conte, ndr) che si sono succeduti in questi tre anni? Da un…

L’articolo di Riccardo Bucci prosegue su Left in edicola dal 23 agosto 2019


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Oltre la dittatura del presente, a sinistra

A Corazziere, member of the Italian Cuirassiers' Regiment (Reggimento Corazzieri) elite military and honor guard, is seen in the Quirinale Palace during the first round of formal political consultations following the resignation of Prime Minister Giuseppe Conte, in Rome, Italy, 21 August 2019. ANSA/ETTORE FERRARI

Non una parola sui decreti sicurezza nel discorso al Senato del premier Conte né sugli altri decreti anticostituzionali del governo giallonero. Anche se gli va riconosciuto che – seppur in extremis – ha accusato il vice premier e ministro dell’Interno Salvini di essere scappato dalla verifica in Aula, svicolando dall’obbligo di far chiarezza sul Russiagate.

Nella sua comunicazione in Senato il presidente del Consiglio uscente ha difeso l’operato del governo limitandosi a parlare di un generico nuovo umanesimo come stella polare, invocando un’Europa più solidale e – udite, udite – lui, devoto di padre Pio ha parlato laicità, mentre Salvini baciava il rosario e, come se fosse una cosa normale, parlava dei miracoli di Giovanni Paolo II, rincorso da Renzi che citava il Vangelo.

Anche nell’ultimo atto del governo giallonero in Aula non abbiamo udito una parola in difesa dei diritti umani (sociali e civili) e abbiamo assistito ad una antistorica e medievale gara a negare la laicità come principio supremo dello Stato (come ha scritto la Corte costituzionale nel 1989). Benché nei giorni precedenti Conte, con il ministro della difesa Trenta, avesse preso le distanze dal disumano divieto di sbarco di Salvini, il 20 agosto non ha argomentato il suo repentino cambio di rotta, dedicando solo qualche parola al tema dei migranti nella replica.

Per 19 giorni il ministro dell’Interno aveva usato il pugno di ferro con i naufraghi salvati dalla Open Arms allo stremo, fisicamente e psicologicamente. Al punto che alcuni di loro si erano tuffati in mare nella vana speranza di raggiungere Lampedusa a nuoto. Ora, finalmente, mentre andiamo in stampa, la procura di Agrigento ha disposto il sequestro della nave e lo sbarco immediato dei profughi a bordo.

Il caso della Ong catalana è uno dei tanti che hanno punteggiato lo scellerato governo Lega-M5s. Un anno fa scoppiò quello dell’Aquarius a cui la Spagna offrì un porto sicuro, come ora ha fatto con Open Arms. La Ong trasse in salvo anche la signora Josefa, contro la quale si accanirono i fascioleghisti nostrani, negando che fosse una sopravvissuta per lo smalto rosso sulle unghie, che attiviste le avevano regalato. Clamoroso fu poi il caso della motovedetta Diciotti per il quale Salvini è stato accusato di sequestro di persona scampando il giudizio grazie alla memoria difensiva presentata dal premier Conte a cui si è accodato il ministro delle infrastrutture Toninelli. Non pago, Salvini ha accusato la capitana Carola Rackete, arrestata per aver portato in salvo i migranti a bordo della Sea Watch 3! Ricavandone l’ennesimo autogoal, poiché la magistratura ha riconosciuto lo stato di necessità e di urgenza in cui la capitana ha dovuto attraccare, dopo 17 giorni di stallo in mare.

Abbiamo sommariamente ricordato qui solo alcuni dei moltissimi episodi nefasti che hanno caratterizzato il governo legastellato, basato su un inaccettabile contratto di governo. Inaccettabile anche per la formula dell’accordo di natura privatistica. Per tutti questi 14 mesi non abbiamo mai smesso di denunciare la cinica e falsa narrazione propalata da Salvini e dai professionisti dell’odio che hanno costruito ad hoc un nemico, individuandolo nei migranti, gridando all’invasione, agitando paranoicamente lo spettro di una fantomatica sostituzione etnica quando – come ribadisce Giuliana Sgrena in questo sfoglio – l’immigrazione non è mai stata così scarsa. Notoriamente sono più i giovani italiani costretti a lasciare il Paese per trovare un lavoro, che gli immigrati in arrivo.

L’auto nominato “governo del cambiamento” è stato un totale disastro per il Paese che ora rischia una manovra lacrime e sangue, l’esercizio provvisorio e l’aumento dell’Iva. Lungi dall’aver abolito la povertà il governo giallonero ha varato un reddito di cittadinanza che, al più, è una misura assistenziale, un’elemosina e talmente bassa che molti vi hanno rinunciato. Per non dire di quei malcapitati navigator, precari essi stessi, che dovrebbero trovare ad altri un’occupazione. Avevano promesso l’abolizione della Fornero e hanno prodotto una fallimentare “Quota cento”, che penalizza le donne e che non porta ricambio generazionale.

Il fallimento politico del governo giallonero era da tempo sotto gli occhi di tutti. L’unica risposta che ha saputo dare alle questioni sociali è stata autoritaria, con i due decreti Salvini che, oltre a mettere in atto politiche criminali verso i migranti, reprimono manifestazioni pubbliche di dissenso. Spingendosi pericolosamente sulla strada dell’emulazione di Mussolini, dalle spiagge Matteo Salvini ha preteso «pieni poteri», suscitando una viscerale e profondissima rivolta fra quanti – e siamo tanti – non hanno annullato la storia antifascista di questo Paese e considerano come stella polare i valori della Costituzione nata dalla Resistenza. Ora è giunto il momento in cui l’opposizione deve non solo rifiutare ogni forma di governo antidemocratica, ma proporre con coraggio una propria visione, puntando ad elaborare un progetto egemone per costruire un’Italia più giusta, laica, moderna e democratica. Il governo giallonero ha parlato a vanvera di sicurezza senza fare nulla riguardo alla vera sicurezza che manca in questo Paese: sul lavoro, nelle aree vessate dalle mafie (come in questo numero documentano Gazzanni e Iorio), nelle famiglie dove le donne sono vittime di violenza, nei territori a rischio sismico.

Nulla è stato fatto per la messa in sicurezza del territorio, come raccontiamo in questa storia di copertina che traccia un quadro drammatico a tre anni dall’ultimo distruttivo terremoto. Dopo un governo che ha contribuito ad aumentare la forbice delle disuguaglianze, che con lo Sblocca cantieri e i condoni ha fatto la fortuna degli speculatori, mentre lascia sul tavolo centinaia di crisi aziendali, è tempo che la sinistra alzi la testa, cominciando a parlare di politiche per uno sviluppo sostenibile, Green new deal, investimenti sulla scuola e sulla ricerca, misure di welfare universale e di protezione dei ceti più poveri, patrimoniale, diritti sociali e diritti civili (cancellazione del ddl Pillon, una legge sul fine vita, abolizione di quel che resta della legge 40, campagne di prevenzione contro la violenza sulle donne ecc.). Per cominciare. Mentre si riaffacciano alla ribalta vecchi “campioni” del neoliberismo pronti a riproporre fallimentari ricette di austerity, la sinistra faccia un bagno di realtà ma tentando anche uno scatto di immaginazione, provando a guardare oltre la dittatura del presente. è accaduto perfino nei periodi più bui, è accaduto sotto il fascismo, è accaduto dietro le sbarre a Ventotene.

Liberiamoci dal tatticismo e da quest’inerzia mortale che ci consegna a una subalternità totale, stritolati nella tenaglia fra il populismo sovranista e il “partito” di Ursula von der Leyen che, per quanto sia argine ai nuovi fascismi, è stata un criticatissimo ministro in Germania, ha espresso posizioni più conservatrici di Schäuble. Perciò non è stata votata né dai Verdi né dalla Gue.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 23 agosto 2019


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Il dovere all’empatia

Se dovessi scegliere un punto del prossimo contratto di governo, qualsiasi governo, con qualsiasi traballante e improbabile alleanza, tipo se qualcuno mi suonasse al citofono e mi dicesse «buongiorno mi può proporre un punto per il contratto con gli italiani?» e io «certo, volentieri, venga pure, le offro un bicchiere d’acqua fresca», ecco, se succedesse una cosa così, certo che non succede ma se succedesse, chiederei di inserire, nel contratto da presentare tutti mielosi da Bruno Vespa con il profumo di dopobarba che scivola fuori dai teleschermi degli italiani imbambolati davanti a Porta a Porta, un nuovo dovere: il dovere all’empatia.

Il dovere costituzionale di essere capaci e di essere volenterosi di mettersi nei panni degli altri, qualsiasi panno sia chiaro, che siano stracci oppure quei bei completi giacca e cravatta che non cascano nemmeno di un millimetro sulle spalle, oppure quelli di chi ha sempre addosso il grembiule che profuma di tutto il cibo cucinato per tutti i figli e per tutti i nipoti. Provare a liberarsi dalla tossicità di questi ultimi mesi con la capacità di indossare le scarpe degli altri, di riuscire a tenere nel palato i dolori e le speranze di chi vive una vita lontana da noi con la capacità e l’intelligenza di non cadere nella tentazione di credere che la nostra vita, il nostro paradigma, i nostri pensieri, il nostro ordinario, il ritmo cardiaco della nostra giornata, siano le uniche chiavi possibile per leggere il mondo.

Capire che ognuno vive un contesto che è un fardello, ce lo trasciniamo addosso come un sacco di iuta pieno di barattoli, quelli che fanno rumore attaccati ai paraurti posteriori delle coppie che si sposano, e siamo sempre convinti, sicuri, con una sicumera insopportabile oltre che stupida, che il nostro sia l’unico modo di intendere il mondo. Ci hanno convinto che il nostro buonsenso sia l’unico buonsenso possibile senza sapere e senza insegnarci che il variopinto ventaglio di sensi è il valore di una società eterogenea capace di annusare le diversità degli altri e di trasformarsi in acquolina in bocca per crescere e viaggiare negli incontri che facciamo.

Provate a pensarci: se di colpo diventasse obbligatoria l’empatia, come l’educazione fisica o la matematica a scuola, sarebbero fuori gioco tutti quelli che usano la miopia come clava per bastonare i deboli. Perché anche noi saremmo deboli. Capaci di essere deboli. Con tutti i vocabolari che servono per leggere le difficoltà e le disperazioni.

Buon giovedì.

I conti di Conte

Italian Prime Minister Giuseppe Conte (R) is flanked by Deputy Prime Minister and Interior Minister Matteo Salvini (L) as he addresses to the Senate about the government crisis, in Rome, Italy, 20 August 2019. ANSA/ ETTORE FERRARI

Piccolo promemoria per tutti quelli che in questi mesi hanno contestato gli appuntamenti del buongiorno: ieri Giuseppe Conte ha stilato un lungo sommario di tutte le critiche che da più parti si scrivevano contro il ministro dell’interno (anzi, ex, che peccato) Matteo Salvini.

Si era detto fin dall’inizio che questa crisi era solo un lurido giochetto per provare a capitalizzare i consensi che stavano fuori dal Parlamento (che poi bisogna vedere quanto i sondaggi alla fine si trasformino in voti) dimenticando completamente il ruolo del Parlamento e di una democrazia parlamentare com’è quella italiana. Salvini voleva una crisi sognando che le istituzioni siano semplici come una diretta Facebook. E si sbagliava. E ora anche Conte lo riconosce.

Si diceva che Salvini non ha nessuna cultura delle regole e soprattutto nessun rispetto per i meccanismi istituzionali, impegnato sempre a spremere la sua posizione per mietere consenso, concentrato nel fare propaganda piuttosto che fare il ministro. Lo scrivevamo in molti. Dicevano che no, che non era vero. Ora invece è vero. L’ha detto anche Conte.

Scrivevamo che Salvini ha un populismo pericoloso che richiama la politica di piazza e certi modi di periodi bui e ci dicevano che esageravamo. Anzi: dicevano che ce l’avevamo con Salvini e scrivevamo sempre e solo di lui. Ora anche Conte ce l’ha con lui e ripete esattamente gli stessi concetti. Perfetto.

Abbiamo scritto che l’obbligo di Salvini è quello di spiegare al Parlamento la vicenda russa senza permettersi di sbolognarla come chiacchiericcio giornalistico. Ci hanno detto in molti che no, che non era vero, che il Capitano non doveva inseguire le tesi dei giornali. E invece Conte l’ha ribadito. Alla buon’ora.

Abbiamo anche scritto che Salvini sembra un patetico Esorciccio quando impugna i rosari e i vangeli brandendoli come manganelli contro gli avversari politici. Sembrava che avessimo scritto un’eresia. L’ha detto ieri anche Conte.

Ora sorge una domanda spontanea: quindi davvero non eravamo visionari? Quindi davvero in fondo solo i tifosi di Salvini sono rimasti a non vedere ciò che è sotto agli occhi di tutti? Benissimo. Bene Conte. Però quattordici mesi per accorgersene non è certo un lampo di genio. No.

Buon mercoledì.

Unidas Podemos lancia proposte a Sánchez per riaprire il dialogo. Con una piattaforma sui diritti

epa07740194 A composite picture shows Spanish acting Prime Minister Pedro Sanchez (L) and leader of Spanish left coalition Unidas Podemos' Pablo Iglesias (R) attend the second and last investiture vote at Lower Chamber of Spanish Parliament in Madrid, Spain, 25 July 2019. Sanchez lost a vote of confidence in parliament by 155 votes against his reelection, 67 abstentions and 124 votes in favor, making it not sufficient to form a new coalition government. EPA/BALLESTEROS/EMILIO NARANJO

Unidas Podemos propone, ma è il Psoe che dispone. È appena passato ferragosto e Pedro Sánchez, presidente del consiglio in attesa di governo, è in vacanza a Doñana, nel sud della Spagna. Unidas Podemos si riunisce, discute e invia al Psoe una nuova proposta per riprendere i negoziati per un governo di coalizione. Un documento di 110 pagine, con 4 diverse proposte organizzative di ministeri e vicepresidenze possibili. Titolo e sottotitolo: “Proposte per riprendere il dialogo. Per un accordo globale per il governo di coalizione”.
I negoziati si erano conclusi a luglio, senza accordo e senza investitura per il candidato socialista Sánchez, che ora ha tempo fino al 23 settembre per uscire dallo stallo, per cercare e raccogliere sostegno, per evitare la convocazione di nuove elezioni anticipate.

Il documento inviato da Pablo Iglesias & C. prende l’iniziativa e non accetta il continuo rinvio del dialogo: «Per formare il più presto possibile un governo di coalizione, come già esiste in molti altri Paesi europei e nel nostro paese a livello comunale e regionale». Il testo è un po’ prolisso e include anche una serie di proposte programmatiche, copiate e incollate dalla seconda versione del documento España Avanza, redatto dal Psoe lo scorso luglio, e dall’accordo di bilancio per il 2019 già concordato lo scorso autunno da Unidas Podemos e Psoe.

Tra le proposte del documento dei podemisti è previsto, a fine legislatura, l’innalzamento del salario minimo inter professionale a 1.200 euro; l’aggiornamento per legge delle pensioni all’indice dei prezzi al consumo e l’abrogazione della riforma del lavoro del 2012; la richiesta di universalizzare la rete pubblica delle scuole da 0 a 3 anni in modo che qualsiasi famiglia vi possa accedere; definire congedi di paternità e maternità uguali e non trasferibili; garantire servizi pubblici e un’adeguata connettività ovunque nel Paese; la fine delle porte girevoli, meccanismo che permette ai politici di riciclarsi nelle aziende private, e la creazione di un’unità di polizia specializzata nella corruzione istituzionale; stabilire affitti più bassi e calmierati per evitare speculazioni e garantire il diritto all’alloggio; fissare un tasso minimo effettivo del 15% per le banche, in modo che il salvataggio bancario venga progressivamente restituito alle casse dello Stato; proposte di obiettivi ambiziosi per ridurre le emissioni di CO2; promuovere una legge sui cambiamenti climatici temeraria, che preveda una riforma del mercato elettrico per favorire le energie rinnovabili e ridurre la bolletta dell’elettricità.

E più avanti si legge: «Questo governo di coalizione può diventare un riferimento in tutta Europa che dimostra che un’uscita sociale e democratica dalla crisi economica è possibile. Intendiamo lavorare sodo per costruire una nuova Europa che metta al centro le persone e i loro diritti».

Il Psoe prende tempo, è contrariato per aver ricevuto il documento in contemporanea con i mezzi di comunicazione e non prima in esclusiva, impiega qualche ora per leggerlo e risponde: è impossibile. Apprezzano la proposta, «nel programmatico, ci è molto vicina», ma sottolineano che la loro posizione su un possibile governo di coalizione non è cambiata. Il documento di risposta della leadership socialista ricorda che molte delle misure incluse già hanno “fatto parte del discorso di investitura del candidato premier” lo scorso luglio, ma si evidenziano le «importanti differenze nelle questioni statali», ossia le discordanze sulla soluzione della questione catalana.

Non piace l’idea di Unidas Podemos di creare un tavolo dei partiti sulla Catalogna, parallelo alle istituzioni, per incentivare una soluzione politica e non giuridica della crisi territoriale. “La proposta del Psoe è nota: dialogo all’interno della legge, rispetto della Costituzione e rafforzamento dello Stato autonomo”, si legge nel comunicato socialista. «Speriamo che si possa raggiungere un ampio accordo per sbloccare la situazione politica e che presto la Spagna abbia il governo che gli spagnoli hanno votato in maggioranza: un governo progressista, femminista, ambientalista ed europeista guidato dal Psoe», conclude la formazione guidata da Pedro Sánchez, che invita Unidas Podemos a «lavorare in quella direzione».

Lo stallo continua, i socialisti, per ora, finiscono le vacanze e restano rintanati nella loro idea di governo monocolore o, alla peggio, di elezioni, lasciando nell’incertezza e nella delusione milioni di persone che avevano votato per un governo progressista che delineasse un paese diverso.

Siamo ancora tra Scilla e Cariddi

La cosa peggiore è l’uso veramente improprio della religione in un’aula istituzionale. La cosa positiva è che con le dimissioni del governo, Salvini non è più ministro. Ma la cosa che rincuora di più è che le donne e gli uomini a bordo della Open Arms finalmente potranno scendere, grazie però ad un magistrato.

Il resto è un dibattito in cui si evidenziano le due caratteristiche di questa epoca. Da un lato ciò che rappresenta l’ancoraggio vero di parte dell’attuale classe politica, e cioè quello alla governance europea, più volte richiamato da Conte e ben presente a tutti. Dietro la formula del «governo Ursula», riferita alla Presidente della Commissione su cui si è consumata la differenza (tattica?) tra la Lega e gli altri, e dietro le urgenze e le emergenze di indicare il Commissario e affrontare gli obblighi economici, ci sta questo ancoraggio. Dall’altro la intrinseca debolezza, e pericolosità, di quella che è stata chiamata Seconda repubblica. Doveva dare stabilità e invece crea rischi continui. Doveva superare la “partitocrazia” e invece ha creato leaderismi, populismi, rischi di degenerazioni autoritarie. Ecco che la “soluzione” della crisi sta tra quanto “tiene” dell’assetto costituzionale e istituzionale, l’ancoraggio europeo e le “dinamiche” della Seconda repubblica.

Conte si è avvalso molto del retaggio “antico” e ha addebitato tante colpe a Salvini, a partire dalla crisi. Poi è stato molto continuista, anche sul peggio di quanto fatto. E ha taciuto (tornandoci però nella replica per difendere la sostanza del suo operato) sui migranti, vittime del governo gialloverde. Salvini ha rivendicato tutto e ha fatto un discorso fortemente elettorale. Zingaretti ha chiesto discontinuità contestando tutto il governo gialloverde ma non offrendo discontinuità su quanto fatto dal Pd con i suoi governi.

In questo quadro, tra Scilla e Cariddi, tra l’ancoraggio all’Europa e le perversioni della seconda repubblica, tutto può ancora accadere. Ma se vogliamo almeno provare ad andare oltre Scilla e Cariddi, bisognerà mettere mano ad entrambi i corni della questione. La maggioranza di Ursula può (per ora) tenere a bada le destre peggiori. Ma la recessione che arriva addirittura dalla Germania ci dice che ci vuole ben altro. Ciò che resta dell’assetto parlamentare aiuta a frenare chi vuole tutto il potere. Ma se non si mette mano al disastro del maggioritario ricostruendo il proporzionale prima o poi sarà troppo tardi.

Eccoli, gli scafisti (radical chic)

Un fermo immagine tratto da un video della polizia di ragusa mostra un momento dell'operazione anti caporalato svolta nelle campagne ragusane che ha prtato al fermo di alcuni sfruttatori di manodopera a Ragusa, 6 giugno 2018. ANSA/POLIZIA EDITORIAL USE ONLY

Volete sapere chi sono quelli che lucrano sull’immigrazione e che guadagnano con gli stranieri? Semplice. Semplicissimo.

Casamassima, ad esempio, paese in provincia di Bari: Domenico De Frenza sfruttava un pastore bengalese (senza permesso di soggiorno e quindi invisibile, senza diritti) facendolo lavorare 11 ore al giorno con la sontuosa paga di 1,80 euro all’ora. Un euro e ottanta centesimi ogni ora. Nessun risposo, niente ferie, nessuna assistenza medica. Niente di niente. Abitava in un container costruito assemblando le cabine di un camion, la cucina era costituita da un fornello con una bombola di gas, per i servizi igienici si serviva di un pozzo, quello usato dagli animali per abbeverarsi. Aveva provato a ribellarsi, il bengalese, ma essendo invisibile ha dovuto sottostare ai voleri del suo padrone pur di spedire un po’ di soldi a casa alla moglie e ai figli. Eccolo, lo scafista.

Oppure potete andare nelle campagne di Latina, di Fondi, di Terracina dove i Sikh da anni sono forza lavoro da stremare e sottopagare con l’accondiscendente di tutta la filiera alimentare.

Oppure potete andare nelle fabbriche venete, dove gli scafisti votano Lega.

Oppure potete fare un salto nelle imprese edili in Lombardia, dove se scomparissero tutti gli stranieri non sarebbero nemmeno capaci di tirare su una cuccia per cani.

Oppure potreste chiedere a un ministro dell’Interno che senza stranieri sarebbe ancora a fare l’anonimo (ma ultrapagato) parlamentare europeo. Non so se ve lo ricordate: è quello che critica i radical chic e intanto passeggia nella sontuosa villa del suocero Denis Verdini.

Oppure potreste chiedere al sindaco di Gallarate, che si è inventato un reato di un tunisino contro un italiano e invece era il contrario. E gli sono rimaste in bocca le scuse e le parole.

Se ci pensate bene sono tutti dei privilegiati, mica dei disperati, dei perfetti radical chic.

Per esistere hanno bisogno delle stesse persone che a parole condannano. Altrimenti sarebbero niente. Niente di niente. E se quelli diventassero persone normali, i clandestini come li chiamano loro, improvvisamente toccherebbe dargli diritti. E questi non esisterebbero più.

Buon martedì.

Legge elettorale e taglio dei parlamentari: attenzione ai ciarlatani di governo

Un momento del voto sul disegno di legge costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, Roma 7 febbraio 2019. ANSA/GIUSEPPE LAMI

È possibile, in questo momento storico, opporsi ad un governo – qualsiasi esso sia – che abbia lo scopo di tagliare il numero dei parlamentari? L’argomento è indubbiamente spinoso.
Il “gentismo di governo” ha anestetizzato ogni capacità critica: rassegnati ad essere “plebe” per tutta la vita – ché nessuno più le include in un discorso di “direzione dello stato” – le masse popolari hanno convertito l’odio di classe in un sentimento di invidia per l’élite governante. Non potendo farne parte, si consolano pensando che, in futuro, sempre più persone condivideranno la loro condizione di esclusi.

Non può che essere questo, e non altro, il motivo che ancora oggi spinge milioni di italiani ad applaudire a quanti loro promettano di ridurre le loro chances di poter, un giorno, “dirigere lo Stato”: se qualcuno crede ancora alla favoletta dei risparmi, infatti, forse merita davvero di rimanere plebe (e su questo anche Marx avrebbe avuto poco da dire).

Ohibò, ma che sinistra è questa che “insulta” il popolo “sovrano”? Non sia mai, per carità, ma dopo questa tragicomica esperienza di governo e ancor più grottesca crisi, consentiteci almeno di sorridere un po’ di chi ancora crede ai ciarlatani, gialli o verdi che siano (su quelli tricolore del passato, poi, sorvoliamo).

E consentiteci, altresì, di sparger qualche lacrima anche per noi stessi, che dovremmo occuparci di come superare la democrazia liberale (e borghese) e invece ci tocca, contro i nostri stessi interessi, di difenderne i principi nell’interesse di tutti, lasciando il socialismo (e, per i romantici, la rivoluzione) a ben oltre che dopodomani.

Cionondimeno, passate le risa, è tradizione di ogni Paese sano nel quale approdi il ciarlatano di turno a mostrar la miracolosa mercanzia che, ad un certo momento, qualcuno di quelli che osservavano la scena si alzi per scacciarlo a suon di pedate, giusto in tempo perché la fila dei gonzi non riempia tutta la piazza.
Per tirare pedate non serve né la laurea, né altro attestato di merito: basta saper come, e soprattutto dove, colpire.

Orbene, contro il governo che verrà e nell’interesse di quelle masse popolari a cui oggi facciamo ribrezzo, vorrei sommariamente indicare un paio di temi ai quali richiamarsi per fare appello a quanti non siano ammaliati – non ancora o non più – dai ciarlatani di governo: un appello non a questa o quella forza politica del nascente governo morente dei non salviniani, ma alla mobilitazione di tutti coloro i quali non si arrendono allo stantìo gioco dell’alternanza senza alternativa.

In questo scritto voglio concentrarmi esclusivamente sulla questione democratica, rinviando ad altro momento le altre questioni, a partire da quella sociale.
Parto da due argomenti scottanti: la legge elettorale e, appunto, la riduzione del numero dei parlamentari.

Esiste un ottimo argomento per sostenere, nelle piazze, l’approvazione di una legge elettorale proporzionale pura, lo stesso che usano gli ultras del maggioritario per mettere all’angolo i proporzionalisti quando questi ultimi chiedono il ritorno al proporzionale “per tutelare le minoranze”: la legge proporzionale è, in verità, la più maggioritaria delle leggi.

Se c’è una maggioranza tra gli elettori, infatti, la legge proporzionale la riporta pari pari nel Parlamento (purché sia pura, senza premi di maggioranza, sbarramenti o altre storture).
Secondo un ragionamento di classe, che dovrebbe essere il nostro faro (o almeno per me lo è), non c’è legge elettorale migliore del proporzionale, proprio perché di suo non tutela le minoranze: quelle sociali, ovviamente, ovverosia banchieri, finanzieri, dirigenti d’azienda, ereditieri. Queste minoranze, più rimangono tali e meglio è.
Si dirà: ma i partiti politici non rappresentano più le classi (o le alleanze di classi): giusto.

E infatti il problema non è l’assenza della legge proporzionale, ma esattamente quella di un partito della classe maggioritaria, cioè di chi deve lavorare per vivere: non ho dubbio alcuno sul fatto che se siffatto partito esistesse e fosse dato in ascesa nei sondaggi, alcuna legge elettorale maggioritaria o premio di maggioranza esisterebbe nel nostro Paese.

Tutto il resto è un corollario: dalla tutela delle minoranze – ché, fosse per noi, banchieri, finanzieri, ereditieri e dirigenti d’azienda li vorremmo quanto prima nella nostra “maggioranza” di salariati – al rischio dei “pieni poteri” a Salvini (ma qualcuno crede davvero che nell’Italia di oggi ciò sarebbe consentito a un emissario di Putin? Dentro la Ue? Dentro la Nato?).

Quindi, la riduzione dei parlamentari.
In primo luogo, alla ferrea legge del numero assoluto che i pentastellati ed altri novelli oligarchi ostentano, secondo la quale l’Italia è seconda in Europa per numero di parlamentari (dopo il Regno Unito), si potrebbe opporre l’altrettanto ferrea legge del numero relativo, da cui emerge che l’Italia è al sest’ultimo posto in Europa nel rapporto tra numero dei parlamentari e numero di abitanti – solo 1.6 ogni centomila abitanti, praticamente al livello della “democraticissima” Polonia e al di sotto dei 2 del Belgio, del Regno Unito che ne possiede 2.2 come il Portogallo, di Repubblica Ceca e Grecia (2.7), dell’Austria (2.9), di Svezia, Finlandia e Ungheria (3.7), dell’Irlanda (4.9), senza citare le inarrivabili Slovenia (6.3), Cipro (6.5), Estonia (7.6) Lussemburgo (11.2) e Malta (16.4).

In secondo luogo, opporre al taglio dei parlamentari il taglio dei loro stipendi e di altri emolumenti: anziché eliminare un terzo dei parlamentari, perché non abrogare l’ignobile legge del 1965 (governo di centrosinistra, Moro – Nenni) che aggancia lo stipendio a quello dei presidenti di sezione della Cassazione?

Nella gara di chi la spara più grossa, si potrebbe pure sfidare gli sforbiciatori a ritornare all’austerità dei costituenti, i quali non guadagnavano più di tre volte un operaio di terzo livello: per i candidati di quel partito operaio di cui parlavamo in premessa sarebbe solo guadagno. Al contrario, dal divano di casa, avrebbe voglia qualcuno ad invidiare chi lascerebbe la famiglia per tutta la settimana per guadagnare, stringi stringi, poco più di quello che già aveva, ma con in più tutte le rotture connesse all’incarico pubblico (a cui, da oggi, bisogna aggiungere il rischio del ferragosto in Transatlantico, anziché sul transatlantico).

Certo, potrebbe accadere che la politica andrebbe a farla solo chi se la può permettere, cioè quelle minoranze che potrebbero vivere senza lavorare: questa situazione imporrebbe, dunque, di riaprire il ragionamento sul finanziamento pubblico ai partiti e…
Ma meglio affrontare questo e altri spinosi temi la prossima volta, ché in troppi han già bevuto la pozione del ciarlatano intanto che noi eravamo al bar a farci beffe di lui.

Alessandro Tedde (Sassari, 1988), avvocato e giurista con una laurea in diritto costituzionale e un post-laurea in Studi e ricerche parlamentari a Firenze, è fondatore e presidente di Sinistra XXI, think tank per il quale coordina il progetto di ricerca “Democracy as self-government”, con il sostegno di Transform!Europe.

“È la rivoluzione dei nostri tempi”: la sfida pacifica dei ragazzi di Hong Kong

Undicesimo week end di proteste a Honk Kong. Tra sabato 17 e domenica 18 agosto circa 2 milioni di persone hanno manifestato al Victoria Park. Sulle ragioni e le modalità della protesta, ecco le voci dal vivo dei giovani dell’ex colonia britannica.

Martedì 13 agosto 2019, aeroporto internazionale di Hong Kong, ore 17.30, (ora locale)

All’arrivo un avviso sul pannello elettronico, al ritiro bagagli avverte: “Tutti i voli sono cancellati, i passeggeri sono pregati di allontanarsi dall’aeroporto, il prima possibile”. Poche centinaia di metri più avanti, lo sguardo si apre oltre le porte che si spalancano nella hall, immensa: due lunghe ali di folla accolgono i viaggiatori. I manifestanti sono assiepati a centinaia, espongono cartelli e porgono volantini, mostrano foto, fogli e cartoni con frasi in inglese e in cinese. Gridano slogan.

L’effetto sonoro è formidabile. È un’eco di voci che a tratti esplode e poi sotterranea, pervade discendente lo spazio gigantesco dell’aeroporto, un ventre torrido di vetro e metallo. Pensiline sovrapposte, corridoi trasversali, che collegano i diversi piani, scale mobili: ogni margine visibile è tutto un corteo di voci e di corpi che si muovono. Sono ragazzi e ragazze, tantissimi. Sono quelli che le tv internazionali mostrano da giorni, nelle edizioni asiatiche, inquadrandone le avanguardie più agguerrite che fronteggiano la polizia in assetto anti sommossa.

Molte ragazze hanno sull’occhio destro pezzi di carta disegnati con una ferita sanguinante. Il riferimento è all’episodio di una loro coetanea ferita gravemente all’occhio da un proiettile di gomma delle forze speciali, qualche giorno prima. Anche un grande cartellone pubblicitario elettronico di una marca fashion, sul quale lei e lui, giovani e bellissimi, si preparano ad affrontare una giornata “felice”, ironia della sorte, è stato modificato da un disegno sull’occhio destro di lei, chiuso da un cerotto insanguinato a forma di ics.

I manifestanti sono ragazzini, tantissimi, e pacifici. In molti si avvicinano per chiedere scusa del disagio ai passeggeri rimasti a terra. Si inchinano con una mano sul petto. Regalano acqua, snack e biscotti al cioccolato. Da lunedì 12 agosto lo “strike” generale proclamato alla vigilia del fine settimana li ha radunati all’aeroporto di Hong Kong, che per il secondo giorno consecutivo ha deciso di chiudere e cancellare tutti i voli, per motivi di sicurezza. A partire dalle ore 16. I manifestanti hanno bloccato l’ingresso ai “security checks”. Dicono. In realtà dal lato inaccessibile del grande hub intercontinentale, gli aerei decollano, ma con a bordo i passeggeri rimasti a terra il giorno prima.

È l’undicesima settimana di rivolta e scontri per Hong Kong. Sono in diverse migliaia a partecipare al sit-in di protesta all’aeroporto, visti dall’alto sembrano formiche. Si muovono di continuo. Segnano con la loro fisicità lo spazio bianco, tutto intorno. Cappelli e mascherina, nera per lo più, sono eleganti e inquietanti al tempo stesso. Alcuni sono incappucciati, altri indossano il casco giallo, sul quale c’è scritto: è per la nostra protezione. È un mondo umano particolare, quello che si osserva: coppie di ragazzi, lui e lei, mano nella mano, con i cartelli contro la brutalità della polizia, adulti solitari, una donna che piange e scivola via, un padre con una bambina piccola sopra un carrello, distribuisce triangoli di riso avvolti nelle alghe, che prende da una busta della spesa.

C’è chi distribuisce mele, bottiglie d’acqua. Giovanissimi in camicia bianca e cravatte nere, scarpe all’inglese, passano chiacchierando fittamente. Ragazze esili come foglie chiedono di prendere i loro volantini. È l’occasione per mostrare al mondo la loro realtà: “Dateci una possibilità” è scritto sopra un cartello, “ascoltateci”, gridano dietro a un blocco formato da carrelli per i bagagli posti di traverso. “Free Hong Hong”, risalgono forti gli slogan dal fondo della hall. Stanno facendo la storia, inconsapevoli, forse. “C’è bisogno di spiegare perché?”, dice una ragazza, alludendo all’episodio della dimostrante ferita all’occhio, da cui ha perso la vista. Intanto chiama per noi la compagnia aerea che sembra non offrire soluzioni al volo “sparito”.

I motivi della rivolta sono fondamentalmente due, spiega porgendo una bottiglia d’acqua il suo compagno, mascherina nera e sguardo come un taglio: “La legge sull’estradizione e poi le violenze della polizia, è contro tutto questo che lottiamo”. Hong Kong parrebbe un luogo privilegiato, rispetto alla Cina continentale, sotto diversi aspetti anche sul piano delle libertà individuali. Il problema richiederebbe un discorso lungo e approfondito, ammette, prima di sparire, in un lampo, insieme ai suoi compagni. Non è facile comprendere. È un fatto che questi ragazzi si sentono oppressi.

Appesa ad un reggi mano in alluminio di una scala, una fotocopia mostra immagini della repressione di piazza Tienanmen nel 1989 e quelle di questi giorni a Hong Kong: oggi come allora, trenta anni dopo, recita. Su un altro cartello, un manifestante ha scritto: “Noi non siamo cinesi, siamo Hongkongers”. Applausi. Slogan che montano con un clamore spaventoso e un effetto emotivo notevole. All’ingresso della metro sono accalcati a centinaia. Nelle viscere dell’aeroporto, dove la massa precipita nel sottosuolo, la strettoia si chiude in un ondeggiare di corpi, flash e grida. A impressionare è la compostezza in cui comunque tutto si svolge. “Non riprendere i volti, per favore”, qualcuno batte sulla spalla.

Cellulari, macchine fotografiche e telecamere illuminano l’avanguardia che si sposta con uno strano movimento circolare, come una perturbazione meteo: procede intorno ad un nucleo sul quale dall’alto puntano gli obiettivi della stampa internazionale e degli stessi dimostranti. Poi tutto sembra fermarsi per ripartire in un altro luogo, non lontano, in un conflitto dai mille volti che si consuma per segmenti, con improvvise accelerazioni e lunghe pause. Decine di piccole iniziative, persino con carrelli rovesciati a creare mini barricate.

Ma all’ora di cena, anche la rivoluzione fa una pausa. I ragazzi si fermano per mangiare. Stanchi e sudati. Pure al Mc Donald, al piano di sopra, la coda è già lunga. Una camionetta blindata della polizia è ferma nelle immediate vicinanze di un ingresso, all’esterno, spenta e buia. Per le autorità i manifestanti sono protagonisti di gravi crimini, attuati con turpe, orribile violenza. Terrorismo è l’accusa. Da giorni la Cina raduna blindati e mezzi di trasporto truppe al confine di Shenzhen, praticamente a una manciata di chilometri da qui. La pressione è alle stelle. Intanto dopo una notte di tuoni e pioggia, un’altra luna è sorta, pallida, su Hong Kong.

(Le foto sono di Giovanni Senatore)

 

Hong Kong, 14 agosto 2019

Dopo due giorni di proteste di massa, l’aeroporto internazionale di Hong Kong, ha ripreso il suo regolare funzionamento anche per la stretta dei controlli operata dalle forze dell’ordine, in particolare sui documenti d’identità agli ingressi della metro. Già nella serata del 14 nuovi scontri e violenze si sono verificati in un’altra zona di Hong Kong, che conta 7.5 milioni di residenti. I manifestanti indicano in 5 punti i termini minimi per porre fine alla protesta. “5 demands, not one less”, spiegano, cinque richieste, non una di meno: ritiro completo del disegno di legge sull’estradizione, totale cessazione dell’assetto anti sommossa, liberazione incondizionata di tutti i manifestanti arrestati (fonti della protesta indicano questo numero in 600 persone, di età compresa tra i 14 e i 76 anni), istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sui comportamenti della polizia, suffragio universale. “Liberate Hong Kong. Revolution of our time”, “Liberare Hong Kong” scrivono in un volantino i manifestanti, “è la rivoluzione dei nostri tempi”.

Sulla rivolta di Hong Kong, leggi anche l’articolo di Alessandra Colarizi su Left del 9 agosto 2019


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