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Le guardie private in città: da Cascina a Pisa il business della sicurezza targato Lega

Cascina docet, Pisa obbedisce. È come dire “figlia insegna a mamma”. Da quando Cascina è diventata fortezza della Lega toscana e laboratorio nazionale dei progetti sulla sicurezza targati Salvini sotto la guida della sindaca Susanna Ceccardi, pupilla del Capitano e consigliera nazionale per la sicurezza, i rapporti tra il capoluogo ed il secondo comune per densità di popolazione della provincia pisana, si sono ribaltati. Di fatto, oggi, la città della Torre (e di Galileo…) guarda a Cascina con ammirazione, e persino con una certa reverenziale sudditanza, per quanto riguarda la pratica politica sul fronte “sicurezza”, il mantra su cui Salvini ha costruito la sua popolarità.

A Cascina la “sicurezza” è stata privatizzata. Ovvero, per realizzare i due progetti partoriti dalla giunta leghista, “Sentinelle di notte” e “Sentinelle a scuola”, si è deciso di affidare a vigilantes armati del corpo privato “Guardie di città” il controllo delle persone e del territorio. Un modus operandi su cui sembra stia già lavorando l’onorevole della Lega, Edoardo Ziello, osservatore iperpresente della politica pisana guidata dal leghista Michele Conti, per creare una task force contro la mala-movida della città universitaria.

Una formula che, al contrario, ha allarmato il gruppo pisano di opposizione, Diritti in Comune (Una città in comune – Rifondazione Comunista – Pisa Possibile), rappresentato dal consigliere comunale Ciccio Auletta. «La sicurezza pubblica non è un business, ma un ruolo cardine dello Stato – ha dichiarato Auletta – . Si moltiplicano le voci secondo cui la Giunta Conti vuole copiare quella di Cascina e utilizzare guardie private (magari proprio il “solito” Corpo delle guardie di città) per funzioni di controllo del territorio e di ordine pubblico, che spettano invece allo Stato e alle forze di polizia. Si tratta di una scelta gravissima, su cui chiediamo al Questore e al Prefetto di Pisa di intervenire per impedire alla amministrazione comunale pisana di procedere in tale direzione. Si cerca infatti di introdurre surrettiziamente una sorta di polizia al servizio della Giunta – ha continuato Auletta. Di fronte alle fallimentari politiche securitarie del loro ministro degli Interni, che combatte i poveri e i richiedenti asilo invece di colpire la criminalità, la Lega sul territorio utilizza società private per privatizzare di fatto la sicurezza, facendone un business e erodendo così uno dei cardini dello Stato».

«È un provvedimento, anche in questo caso – ha aggiunto Auletta – di pura propaganda che non renderà nessuno davvero più sicuro. Legittima difesa, decreti sicurezza, militarizzazione della Polizia municipale dotata di manganello e spray urticante, affidamenti a guardie private di servizi prettamente statali costituiscono un mix esplosivo, che nulla ha a che vedere con lo Stato di diritto né con il contrasto alla criminalità, ma che fa assomigliare le nostre città sempre di più al Far West». Per queste ragioni Diritti in Comune si è impegnato a sollevare immediatamente la questione in Consiglio comunale per capire quali sono le reali intenzioni della Giunta e chiedere fin da subito alle autorità competenti, Prefetto e Questore, di intervenire per fermare provvedimenti simili.

Ma se non riuscite a battere la destra, perché siete lì?

Giornalisti fuori da Palazzo Chigi durante l'incontro tra il segretario del PD Nicola Zingaretti ed il capo politico del M5S Luigi Di Maio, Roma 26 agosto 2019. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Rubo, non me ne vorrà, una domanda che ha posto Francesco Costa sul suo blog per aprire una riflessione sul caotico momento della politica italiana, questa crisi di governo che quel geniaccio di Salvini ha acceso per diventare condottiero e invece ora è bello rinchiuso in un cul de sac.

Obbligatoria premessa: il governo gialloverde è stato il governo più di destra e più reazionario che si sia visto in questi ultimi anni in Italia. Sono riusciti perfino a fare apparire responsabile uno come Silvio Berlusconi e diversi italiani sono convinti che un cactus come presidente del Consiglio (e magari un cavallo al Viminale) potrebbero fare meno danni di quelli che abbiamo avuto finora. Comprensibile quindi che nella tattica politica rientri anche l’ipotesi di mettere fuori gioco gli avversari per indebolirli e per recuperare consensi. Insomma, per dirsela tutta, questo non è un editoriale pro o contro il governo giallorosso. Su quello ci sarà molto da dire e da scrivere quando i giochi saranno definitivamente e ufficialmente chiusi.

C’è però una domanda di fondo che non si può non fare a tutti quelli che ci ripetono da giorni che la destra non si può battere e che quindi bisogna ingegnarsi per non andare ad elezioni. È chiaro e saputo che siamo una democrazia parlamentare e che non si vota ogni volta che i sondaggi tornano comodi a qualcuno, solo mi chiedo cosa dovrebbero pensare gli elettori di sinistra di una classe dirigente che dichiara di non essere in grado di vincere perché quegli altri sono troppo forti. Cosa diremmo a un idraulico che ci dice che aggiusterà alla bell’e meglio il nostro lavandino perché non è in grado di sostituirlo? Cosa diremmo a un medico che ci prescrive una montagna di antidolorifici perché non sa quale sia la cura?

Insomma, a dirsela tutta, non è che facciano proprio un figurone quelli che vorrebbero rassicurarci dicendo che stanno spalando l’acqua fuori dalla chiglia e dovremmo essere felici di non affondare. Ma soprattutto: se dei dirigenti che dovrebbero portare un partito a essere credibile (e quindi votato) ci dicono che non ci riusciranno che cosa ci fanno lì?

Buon martedì.

La crisi di governo vista dal Sud

Mentre Giuseppe Conte, nel suo discorso al Senato il 20 agosto scorso, ha omesso completamente la responsabilità del M5s sulla questione migranti, tacendo anche sulla responsabilità nell’aver portato al governo la peggior destra antimeridionale, preoccupa la sua disponibilità a procedere con decisione nell’applicazione del Regionalismo differenziato. Sarà un caso, ma questo passaggio del suo discorso è stato l’unico in cui Salvini ha annuito compiaciuto. Anche su questo punto Conte ha deluso, così come sul non aver evidenziato alcuna discontinuità con la disastrosa esperienza di governo appena conclusa, decreti sicurezza compresi.

Permangono quindi la pervicace volontà da parte del M5s di procedere con la “Secessione dei ricchi” e il pericolo che, per non scontentare l’elettorato e l’imprenditoria del Nord, Pd e M5s – che al Nord hanno sostenuto con forza le ragioni delle Regioni “secessioniste” – trovino un accordo, nell’eventuale formazione di un governo di scopo, convergendo sulla proposta di Regionalismo emiliano, presentandolo come «temperato». Il tema dell’autonomia differenziata resta così all’ordine del giorno del dibattito politico, a prescindere dalla crisi. Il sistema fin qui determinato in assenza della definizione di Lep (livelli essenziali di prestazione, ndr) e fabbisogni standard, che i Cinquestelle non han voluto o saputo affrontare o imporre, finirà per aumentare ancora di più le differenze tra le regioni. Il pericolo è evidenziato anche dalla polemica, nata pochi giorni fa al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini dopo una tavola rotonda sul tema, scoppiata fra Luca Zaia, governatore leghista del Veneto, e Adriano Giannola, presidente dello Svimez. Tavola rotonda in cui Giannola ha giustamente attaccato il progetto autonomista della Lega e le richieste che vengono dalle tre Regioni del nord, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

«Per fermare l’eutanasia del Paese – ha dichiarato – il Nord deve capire che solo recuperando il Sud e il suo mercato interno (che assorbe il 70% delle merci prodotte al Nord) può recuperare esso stesso». Giannola ha inoltre rivendicato «l’operazione verità, che ha silurato le pretese iniziali del disegno autonomista». Ma ha messo in guardia sul «motivo accuratamente nascosto del fallimento del disegno autonomista, che fa prevedere una più virulenta ripresa, senza mediazioni, dopo l’eventuale vittoria elettorale della Lega» e riferendosi in particolare a Veneto e Lombardia, ha aggiunto, indicando il vero pericolo in essere per il futuro del Sud: «Torneranno alla carica, se vincenti, più aggressivi e più forti, con Salvini ancor più dipendente dai governatori». Punto sul vivo, Zaia ha affidato la sua risposta, poche ore dopo, a un lungo comunicato, con un veemente attacco contro chi difende – con numeri incontrovertibili – le ragioni di un Sud tacciato, come nella migliore tradizione leghista, come piagnone e sprecone: «È ora di finirla con la bufala della secessione dei ricchi e dell’Italia di serie A e serie B»…

Peccato però che, in questo caso, chi si lamenta da tempo siano proprio i governatori “secessionisti” del Nord, che battono cassa dolendosi di ricevere pochi denari anche se, proprio dai dati Svimez recentemente diffusi, si evince che principalmente su scuola, sanità, infrastrutture e trasporti il Sud negli ultimi 10 anni, anche grazie alla mai avvenuta definizione di Lep e fabbisogni standard, ha visto un imponente travaso di finanziamenti a vantaggio delle Regioni del Centro-Nord. Il “differenziale a vantaggio del Centro Nord” avviene considerando che il dato della spesa pubblica nel 2017 è stato di 696,7 miliardi di euro per il Centro nord, dove abita il 65,7% della popolazione, e di soli 272,6 miliardi di euro per il Sud, in cui risiede il 34,3% dei cittadini. Ecco da dove nasce l’espressione di cittadini di «serie A», al Nord, e «serie B», al Sud: dal fatto che il meridione riceve percentualmente molto meno solo per motivi geografici, con buona pace di Zaia.

Romano Prodi, sulle autonomie regionali, il 18 agosto all’interno di una intervista al Messaggero sulla situazione politica, ha dichiarato: «Non possono essere lasciate all’iniziativa di alcune Regioni, ma debbono coinvolgere tutti gli italiani». L’auspicio è che questa presa di posizione chiara contro il regionalismo differenziato, da parte di un personaggio molto autorevole all’interno del Pd, porti il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini ad un ripensamento, se non ad una rapida retromarcia sul tema.

Giova a questo punto ricordare che il Sud con la caduta del governo vede anche interrompersi l’attuazione di quel «piano per il Sud» di cui il premier Conte ha fatto cenno nel suo discorso al Senato. I cui punti di forza sarebbero stati l’estensione della decontribuzione per le nuove assunzioni al Sud, a partire dai giovani, la nomina di Invitalia (l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, ndr) a “braccio operativo” degli enti locali, per sveltire la realizzazione di opere infrastrutturali e l’istituzione della Banca degli investimenti per aiutare le piccole e medie imprese meridionali ad accedere al credito in maniera più conveniente rispetto allo scenario attuale, coinvolgendo Banca del Mezzogiorno e Cassa depositi e prestiti. Per non parlare delle vertenze industriali, come, ad esempio, quella della Whirlpool. Impossibile, adesso, prevedere cosa di questo sarà ripreso o meno da un eventuale nuovo governo.

Di sicuro i tempi inevitabilmente si allungheranno a fronte di uno scenario da brividi per il Sud, sull’orlo di una recessione che meriterebbe decisioni molto più forti, rapide e condivise. In uno scenario economico che nel Sud vede una frenata più accentuata rispetto al Centro-Nord, con l’occupazione che si riduce già a partire dalla metà del 2018, e uno scenario negativo per il 2019 che fa prevedere un’ulteriore caduta dell’occupazione e del Pil. In sintesi: un 2019 di stagnazione italiana e di recessione meridionale.

Uno scenario che potrebbe ancora peggiorare se dovesse poi scattare l’aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia. La Svimez regionalizza l’impatto delle clausole e prevede un effetto recessivo diffuso su tutto il Paese ma più accentuato al Meridione, dove il più basso livello medio dei redditi esalta gli effetti della regressività dell’aumento Iva, cioè il fatto che pesi proporzionalmente di più sui consumatori a reddito basso. Per non parlare poi dell’eventuale applicazione della Flat tax sostenuta dalla Lega nel caso di nuove elezioni e di vittoria del centro-destra. Uno scenario assolutamente negativo per il Sud, in previsione di una manovra “lacrime e sangue” nei prossimi mesi, se i conti, come probabile, dovessero ulteriormente peggiorare.

Prima del precipitare della situazione è perciò necessario strutturare proposte di possibile e sensata realizzazione per rilanciare il Sud. È in gioco la tenuta democratica del Paese e la sua stessa natura unitaria.

Ad esempio, fra i cinque punti proposti dal Partito democratico per l’eventuale formazione di un nuovo governo con il M5s il quinto, «sterzata sulle politiche economiche», andrebbe approfondito ed integrato con una visione redistributiva, di rilancio del lavoro e di maggiore equità territoriale, con investimenti pubblici che necessariamente ripartano dal Sud e soprattutto, per mettere in sicurezza dall’egoismo leghista il Mezzogiorno nel prossimo futuro, arrivare finalmente a definire ed applicare una volta per tutte Lep e fabbisogni standard, affinché non vi siano più cittadini e servizi di serie A e di serie B. È questo un passaggio fondamentale perché i diritti sociali non rimangano vuota enunciazione, ma siano effettivamente esigibili. Misura dell’uguaglianza del Paese e reale indicatore che il regionalismo differenziato miri realmente ad una migliore efficienza e non sia destinato ad aumentare le diseguaglianze, già presenti, in nome dell’egoismo territoriale (come evidenziato dalla Corte dei conti il 17 luglio 2019).

Da questa proposta e da questo impegno di equità riparta anche la proposta progressista, sia nel caso di formazione di un nuovo governo, sia nel caso di elezioni, mettendo in campo uno sforzo straordinario per raccontare cosa comporterebbe per il Sud nei prossimi anni l’applicazione del regionalismo differenziato senza queste preliminari e necessarie definizioni (e raccontarlo dati alla mano, indicando quanto già è stato “scippato” e quanto lo sarà). Spiegando le conseguenze nel dettaglio a tutti gli elettori e non solo a quelli del Sud.

Natale Cuccurese è presidente e segretario nazionale del Partito del Sud-meridionalisti progressisti

I conti dimezzati

Un momento del voto sul disegno di legge costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, Roma 7 febbraio 2019. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Cerchiamo di capirci: un taglio alla spesa pubblica, soprattutto se intacca alcuni insopportabili privilegi del corpo parlamentare, sarebbe un segnale di morigeratezza al passo con questi tempi di difficoltà economiche e di crisi del lavoro. Su questo possiamo essere d’accordo. Ma la bava alla bocca anti-casta che in questi anni ha addirittura dipinto realtà inesistenti pur di accrescere l’antipolitica come leva per scardinare la democrazia e imporre l’autoritarismo (e il leaderismo) è uno degli errori più gravi che si potrebbero commettere in questo tempo dove si chiede di instaurare una credibilità, oltre che un governo.

Il taglio dei parlamentari, ad esempio, comporterebbe un risparmio nelle casse dello Stato di 50 milioni di euro. Ebbene, 50 milioni di euro non sono poca roba, detti così, buttati come se fossero un amo, ma stiamo parlando dello 0,007% della spesa pubblica. Un’inezia. Una roba da niente.

Sento già le osservazioni: “Da qualche parte bisogna cominciare”, dicono. Ed è verissimo. Ma ridurre il numero di deputati significa inevitabilmente ridurre anche la rappresentanza dei cittadini (quelli che si invocano sempre quando si è alti nei sondaggi, per dire) e tagliare i parlamentari significherebbe sicuramente mettere mano alla Costituzione (ve lo ricordate il risultato dell’ultimo referendum?) e affidare al prossimo governo lo studio di una giusta legge elettorale (sì, ciao) che non penalizzi le regioni più piccole.

Allora mi chiedo se non si otterrebbe un risparmio significativo (seppur minimo) e simile al taglio dei parlamentari con il dimezzamento delle indennità, solo per fare un esempio. O se davvero non sia possibile trovare risparmi più consistenti con riforme ben più coraggiose (mafie, corruzione, centinaia di miliardi, vi dicono qualcosa?) che garantirebbero l’equilibrio della democrazia decidendo di toccare quei potentati che da sempre ci costano molto di più dei caffè alla buvette della Camera (riconversione ecologica, ad esempio, che farebbe bene ai nostri figli).

Insomma, provare ad essere seri, fare tornare di moda la serietà, alzare il livello. Volare alto: una volta si diceva così.

Buon lunedì.

Affido familiare, la legge va migliorata: si sa che non funziona

«Nei confronti della realtà umana del bambino c’è un pregiudizio culturale storico, vale a dire l’idea che sia una tavoletta di cera da plasmare. Spesso l’atteggiamento nei confronti dei bambini è questo. Anche da parte di persone che per professione sono sovente in rapporto con loro, per cui vengono indotti a dire determinate cose. E i bambini lo fanno perché hanno la naturale tendenza a fidarsi degli adulti, purtroppo». Si parla molto da quasi due mesi dell’operazione “Angeli e demoni” sui presunti affidamenti illeciti di bambini a Bibbiano in provincia di Reggio Emilia. Fermo restando l’auspicio che sia fatta al più presto chiarezza e la presunzione d’innocenza delle persone coinvolte nelle indagini a vario titolo, abbiamo chiesto allo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini di spiegarci cosa può accadere quando uno specialista ritiene di essere in presenza di una vicenda di abusi o maltrattamenti di minori in famiglia. Riguardo il caso in questione, ricordiamo che il procuratore capo Marco Mescolini all’Ansa al mometno dei primi arresti parlò di «lavaggio del cervello ai piccoli» per creare falsi ricordi (con lo scopo di toglierli ai loro genitori e affidarli ad altre famiglie). Plagio, insomma. Tuttavia, Mescolini ha anche doverosamente aggiunto che «non è il sistema dei servizi sociali sotto esame, ma le persone attinte dalla misura». Le ultime iscrizioni al registro degli indagati – tre, per abuso di ufficio – risalgono alla scorsa settimana.

Professore, come ci si dovrebbe rapportare a un bambino per cercare di capire se davvero ha subito un abuso dai suoi genitori?

È sempre difficile fare un “interrogatorio” o un colloquio con un bambino specie se si dà per scontato che qualcosa sia successo. Io spesso ho modo di riscontrare che il problema sia in questa mentalità per cui i bambini non sanno nulla ed è l’adulto che gli deve insegnare cosa dire. Al contrario, ci si deve sempre mettere in una reale situazione di ascolto, partecipe ed empatico nei loro confronti. Perché, come ampiamente dimostrato con la teoria della nascita di Fagioli, ogni bambino è portatore di una conoscenza, è dotato di una intelligenza e di una capacità di comprendere. Se manca questo approccio si inficia qualunque tipo di relazione. Da quella dell’assistente sociale a quella del magistrato o dello psicologo psicoterapeuta. Per evitare di mettere in bocca delle risposte preconfezionate c’è chi ha sottolineato l’importanza di fare delle domande indirette. Se c’è questo pregiudizio sulla realtà del bambino, anche le domande indirette purtroppo possono risolvere ben poco. Si deve riuscire a fare un pensiero, un’immagine di un bambino che è sapiente, che quindi sa le cose e te le può spiegare. A modo suo e nei termini suoi.

Per il minore, quali sono le conseguenze di un pregiudizio del genere?

Il bambino lo sente come vissuto emotivo ma non è in grado di opporsi alla “lesione”. Si tratta peraltro di un pregiudizio che non è nemmeno espresso e verbalizzato. Inoltre è diffuso nella nostra cultura e dunque lui lo ha già in parte vissuto nel rapporto con i genitori, in famiglia, a scuola. Questa immagine della tabula rasa su cui gli adulti devono scrivere è presentissima nella nostra cultura.

Come se ne esce?

Lo abbiamo accennato prima. Bisogna fare un cambio di paradigma culturale e scientifico e realizzare che il bambino pur avendo il suo modo di esprimersi ha sicuramente delle conoscenze molto esatte e profonde dei rapporti, di ciò che ha vissuto e di cosa è la vita. Senza questa conoscenza non si può immaginare né vedere il percorso di sviluppo che lui fa, imparando il linguaggio, imparando a muoversi nella società… Bisogna avere questa consapevolezza delle sue capacità, delle sue potenzialità e quindi mettersi in una dimensione di ascolto reale: “Cerco di capire cosa mi stai dicendo”. Questo vale per un medico, per un assistente sociale e per un genitore. Spesso invece l’adulto, tanto più se investito di un compito delicato come può essere quello dell’assistente sociale, dello psicologo terapeuta, del magistrato, quando si trova di fronte un minore ha già formulato un giudizio. Quindi poi rischia di adattarlo alla situazione del bambino, senza cercare di capire cosa stia realmente cercando di dire.

Il procuratore Mescolini ha detto che il sistema dei servizi sociali non è sotto esame. Lei cosa ne pensa?

Tante volte gli assistenti sociali salvano la vita a dei bambini che sono sottoposti a maltrattamenti, violenze o peggio. Purtroppo nella pratica clinica vedo che però alcuni compiono degli errori gravi.

Questo dipende dal pregiudizio di cui abbiamo parlato?

Può succedere che un disegno fatto da un bambino venga interpretato sulla base di una convinzione che l’operatore si è fatto senza dare l’attenzione necessaria al minore. E la relazione che presenta al magistrato viene redatta in modo tale che delle madri non pessime finiscono per perdere la genitorialità. E i loro figli vengono dati in affidamento. Essendo io uno psichiatra degli adulti di solito vengo chiamato per la perizia o la valutazione dei genitori. In alcuni casi sembrano brave persone, in altri invece era solo uno dei due quello con problemi (tossicodipendenza, etc), ma i figli sono stati lo stesso levati a tutti e due anche quando la madre cercava di tutelarli.

Non c’è modo di evitarlo?

Se l’assistente sociale scrive che ha il sospetto che il bambino stia soffrendo, il magistrato emette un decreto di allontanamento. Come abbiamo visto in questa vicenda di Reggio Emilia, il meccanismo di legge dell’affidamento provvisorio mette la decisione nelle mani degli assistenti sociali.

Sono formati per fare un’analisi psicologica?

Dipende. Gli assistenti sociali più anziani hanno un diploma equiparabile a quello di una maestra d’asilo, ora invece per accedere alla professione occorrono studi universitari. Il punto è che la nuova legge del 2015 andrebbe risistemata, si sa che non funziona. È troppo sbilanciata, anche dal punto di vista degli assistenti sociali. Se accade qualcosa a un bambino che hanno visto reputando che non fosse in pericolo, tutta la responsabilità ricade su di loro pur non avendo competenze specifiche. Un cambiamento va fatto anche a tutela degli assistenti sociali, nel loro interesse. È vero che hanno un potere enorme ma dall’altra parte se succede qualcosa si devono assumere tutta la responsabilità.

Andrea Masini è direttore della rivista scientifica Il sogno della farfalla e docente della scuola di psicoterapia dinamica Bios Psichè di Roma.

Roberto Burioni e Guido Silvestri: Contro i negazionisti del metodo scientifico

L’anti-vaccinismo, la contrarietà alla sperimentazione animale e agli ogm, il sostegno al metodo Stamina: sono importanti fenomeni di massa che hanno diviso e continuano a dividere non solo l’opinione pubblica ma anche i decisori politici, sia in Italia che all’estero. Secondo un recente sondaggio dell’Eurobarometro, ad esempio, il 48% degli europei crede a false leggende sui vaccini, ossia che causino spesso gravi effetti collaterali. In questi casi la comunità scientifica ha stigmatizzato tali prese di posizione, prive di oggettività, ma è stata spesso sotto attacco perché per molti un ragionamento basato sull’evidenza scientifica è solo un’opinione, e per di più con la stessa dignità di una affermazione di colui che non ha mai aperto un libro di medicina.

Tuttavia la ricerca medico – scientifica ha anche il nobile compito di demolire i nostri pregiudizi e migliorare le nostre esistenze. In questi ultimi anni, a causa anche di una diffusione incontrollata sui social network di gigantesche bufale, la credibilità della scienza è stata minata da parte della disinformazione e del nuovo oscurantismo in cui si moltiplicano i ciarlatani. Le fake news possono addirittura uccidere o ledere gravemente, se solo si pensa ad un bambino morto per una otite curata con l’omeopatia o a casi di rapporti sessuali non protetti da parte di persone affette da Hiv per le quali l’Hiv non esisterebbe o sarebbe un virus inoffensivo.

Potremmo citare centinaia di altri esempi ma quello che c’è da evidenziare è che per combattere questa pericolosa disinformazione occorre fare rete tra scienziati, politici, società civile, nel comune sforzo di diffondere la verità e combattere la pseudoscienza dilagante sulla rete, aiutando la cittadinanza a capire l’importanza dell’innovazione e supportando la politica a fare scelte sul modello dell’evidence-based policy making. Tutto ciò si rende ancora più necessario in un momento in cui, secondo gli ultimi test Invalsi, il 35% degli studenti di terza media non capisce un testo d’italiano. Per questo è nato il Patto trasversale per la scienza (Pts), il cui obiettivo principale è «portare le evidenze scientifiche alla base delle scelte legislative e di governo di tutti i partiti politici, trasversalmente» oltre che quello di «promuovere la cultura della scienza e il metodo scientifico attraverso programmi formativi e divulgativi in ambito scolastico, sanitario e mediatico». Tra i padri fondatori di questo progetto ci sono due scienziati e divulgatori italiani: Guido Silvestri e Roberto Burioni…

L’intervista di Valentina Stella a Roberto Burioni e Guido Silvestri prosegue su Left in edicola dal 23 agosto 2019


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Stessa mafia, stesso mare

Mentre Matteo Salvini vaga di spiaggia in spiaggia tra foto in costume e mojito in mano, c’è chi grazie proprio a villaggi turistici e stabilimenti balneari ha messo su un business milionario, a suon di estorsioni e teste di legno. Durante il beach tour del ministro dell’Interno – proprio quell’autorità che avrebbe il compito di combattere la criminalità organizzata – molto meglio dire che grazie al pugno duro leghista sotto gli ombrelloni «non ci sono vu cumprà che rompono». Fa nulla per l’efferata e spesso sottovalutata presenza malavitosa che minaccia, corrompe, incendia.

Secondo dati ricavati da relazioni della Direzione investigativa antimafia e ricostruiti dai Verdi, dal 2013 al 2017 sono stati 110 gli stabilimenti balneari sequestrati direttamente alle cosche. L’interesse dei boss per le spiagge e i litorali è dovuto al ricchissimo business che queste generano, senza dimenticare che è facilissimo riciclare denaro di provenienza illecita sul bagnasciuga grazie agli irrisori costi delle concessioni demaniali, che – secondo dati del ministero dell’Economia – incidono su meno del cinque per cento del fatturato degli stabilimenti balneari stessi. Un giro d’affari certificato dall’Agenzia delle entrate intorno ai 2 miliardi di euro.

«Il tema – commenta non a caso il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, che in passato è stato vittima anche di pesanti atti intimidatori (nel 2000 gli venne incendiata casa a Ostia, nel 2006 gli venne fatto trovare un fegato di animale sul pianerottolo) – è pesantemente sottovalutato dalle istituzioni. Eppure la gestione del demanio marittimo è sempre stato oggetto dell’attenzione della criminalità organizzata, proprio perché i canoni annui sono così bassi che ovviamente determinano utili molto elevati».
Luigi Bonaventura, oggi collaboratore di giustizia, è stato a lungo boss della cosca Vrenna-Bonaventura e per anni ha avuto nelle sue mani il controllo di gran parte della movida crotonese, tra stabilimenti balneari, discoteche e ristoranti. «In Calabria e in Sicilia – spiega – questo business è molto florido per due motivi…

L’inchiesta di Carmine Gazzanni prosegue su Left in edicola dal 23 agosto 2019


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Il consenso per Salvini si fonda sulla paura che lui alimenta narrando un’Italia che non esiste

Giurista, accademico italiano, docente della Normale di Pisa e giudice emerito della Corte costituzionale, Sabino Cassese è voce autorevole e lontana dalla bagarre politica attuale. Quando è passata anche al Senato la stretta autoritaria contenuta nel decreto sicurezza bis (che incurante dell’articolo 10 della Carta e del diritto internazionale criminalizza la migrazione e punisce le Ong che prestano soccorso) abbiamo chiesto al professore di aiutarci a comprendere i rischi che corre la democrazia italiana ai tempi del governo giallonero. Ma anche, alla luce del suo ultimo libro Il popolo e i suoi rappresentanti, di aiutarci a rintracciare le radici della crisi che la democrazia rappresentativa sta attraversando.
Professor Cassese come valuta questa seconda legge sulla sicurezza?
Sproporzionata rispetto alla situazione della sicurezza in Italia. Secondo le statistiche, l’Italia è un Paese relativamente più sicuro di altri. C’era bisogno di due leggi sulla sicurezza in un anno? C’è poi da chiedersi: è una norma legittima costituzionalmente e per il diritto internazionale? Ci sono bisogni di prevenzione che non sono soddisfatti da questa legge? La mia risposta – per ora provvisoria – è che la legge risponde più a esigenze elettorali della Lega che a bisogni sociali. Più in generale, l’enfasi posta sul tema della sicurezza è un fatto negativo: ha valore retorico-politico. Ripeto, la sicurezza in Italia è maggiore che in molti altri Paesi. Accentuare la preoccupazione per questo tema serve fondamentalmente a Matteo Salvini per raccogliere altri voti, facendo uso delle preoccupazioni che egli stesso alimenta con la sua “narrazione” delle condizioni del nostro Paese.
Il leaderismo e l’assenza di democrazia all’interno dei partiti sono due patologie che si esprimono al massimo nelle due forze di governo che pretendono di parlare a nome del popolo?
Purtroppo l’assenza di democrazia interna riguarda tutti i partiti. Basti pensare al ricorso alle cosiddette primarie. Riprendendo un istituto che era stato introdotto negli Stati Uniti proprio per contrastare la sclerotizzazione dei partiti, le primarie hanno supplito all’assenza di democrazia interna dei partiti. Ma, in questo modo, a una vita democratica continua nel partito si è sostituita una democrazia per lo più quinquennale, concentrata in un giorno.
Nel suo nuovo libro Il popolo e i suoi rappresentanti tratta una questione cardine oggi: la crisi della rappresentanza. Come si è determinata?
Con il passaggio dal suffragio ristretto al suffragio universale vi è stato bisogno dei partiti come tramite dei rapporti tra società e Stato. Quando i partiti sono entrati in crisi, questi rapporti sono a loro volta entrati in crisi.
In un passaggio del libro riporta che l’iscrizione ai partiti nel 1948 era otto volte maggiore rispetto ad oggi, benché fossimo 10milioni in meno. Qual è la causa della dissoluzione dei partiti tradizionali?
La storia dei partiti nel nostro Paese attraversa diverse fasi. La prima è quella costitutiva, che trova il suo acme nel periodo del secondo dopoguerra con una massiccia partecipazione dei cittadini ai partiti, partecipazione che si manifestava sia con le iscrizioni sia con la presenza nelle sezioni locali dei partiti. Poi i partiti sono diventati sempre più “chiese”, la democrazia interna dei partiti è andata diminuendo. Si è verificato quindi un paradosso: i partiti, strumento della democrazia, non erano a loro volta democratici al loro interno. Di qui la crisi e la trasformazione dei partiti da associazioni a ristrette camarille.
Lei ha scritto un importante libro sullo Stato fascista. Lo storico Luciano Canfora parla di proto fascismo oggi riferendosi non solo alle azioni squadriste di movimenti come CasaPound e Forza nuova, cosa ne pensa?
Non credo che si debba evocare il tema del fascismo. Anche questo finisce per nutrire preoccupazioni alimentate dalla Lega.


L’intervista è tratta da Left del 9 agosto 2019 

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Un vaccino per l’anti-politica

Italian Prime Minister Giuseppe Conte (C) is flanked by Deputy Prime Ministers Matteo Salvini (L) and Luigi Di Maio (R) as he addresses to the Senate about the government crisis, in Rome, Italy, 20 August 2019. ANSA/ ETTORE FERRARI

Ma com’è possibile che si sia arrivati a questo punto? Credo sia una domanda che molti si stanno ponendo in queste settimane, di fronte alle convulse vicende politiche di questo agosto italiano. Ed è una domanda inquietante, quale che sia lo sbocco immediato che potrà avere questa crisi. Se anche assumiamo che il voto europeo, e poi i sondaggi, non siano destinati ad essere confermati esattamente alle prossime elezioni politiche, rimangono alcuni dati di fatto: la forza politica, il consenso diffuso, una vera e propria egemonia culturale, che possiede ed esercita oggi nel nostro Paese una destra reazionaria, xenofoba, nazionalista, pericolosamente incline a stravolgere ogni vincolo costituzionale; e, di contro, un’area democratica debole, divisa, incapace di mettere in campo idee, risorse e organizzazione che possano contrastare quell’egemonia; ed in mezzo, una formazione politica, il M5s, a cui molti italiani si erano rivolti, con un misto di speranze e di risentimento, e che – dopo un anno di governo – mostra tutta la fragilità e l’inconsistenza delle sue basi ideologiche, l’assenza di una vera bussola di principi e ideali a cui ispirarsi.

E allora, di fronte a tutto questo, è possibile suggerire una qualche chiave di interpretazione che sfugga alla trappola dei retroscena giornalistici, e che ci permetta di capire qualcosa su ciò che accade effettivamente, e su cosa potrà accadere?

Quello che stiamo vivendo è…

L’articolo di Antonio Floridia prosegue su Left in edicola dal 23 agosto 2019


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Come ricostruire l’Italia

Questo numero di Left ricorda il terremoto che il 24 agosto 2016 colpì l’Italia centrale con epicentro Accumoli ed Amatrice. Ricordiamo le vittime, che si aggiunsero alle tantissime dei moltissimi eventi naturali che colpiscono un Paese morfologicamente prezioso ma fragile e incapace di pensare l’unica Grande opera che serve: la sua messa in sicurezza.

Che poi è la messa in sicurezza del suo territorio, ma anche delle istituzioni che vi prepongono e delle attività che vi insistono. Proprio perché parliamo di «messa in sicurezza», la crisi politica che stiamo vivendo, i rischi che percepiamo, il suo difficile svolgimento chiedono una riflessione che sia di larga portata. Indispensabile se pensiamo che stiamo a ormai trent’anni da quello che è stato chiamato addirittura il passaggio ad una Seconda repubblica. Che doveva realizzare un “Paese normale”, stabile e senza avventure. Una Seconda repubblica che sorgeva dallo scioglimento dei partiti di massa in nome della governabilità fondata sul maggioritario bipolare non più gravato da ideologismi e da conflitti.

Sono passati trent’anni ed abbiamo conosciuto Berlusconi e il partito azienda, i ripetuti attacchi alla Costituzione, l’affermarsi dell’inesistenza di alternative, i populismi e il partito della Nazione di Salvini. Soprattutto, le condizioni di vita delle persone sono andate peggiorando, mentre si perdeva la speranza in un cambiamento.

Ed eccoci qua in piena crisi politica e con l’incertezza sulle soluzioni e sui rischi che si corrono. Mentre la recessione si affaccia minacciosa dagli Usa e dalla Germania, siamo a chiederci chi sia veramente Salvini, se l’uomo che “vuole tutto il potere” o colui che sembra, spaventato, voler tornare indietro sui passi fatti. Mentre si assiste in diretta all’ennesima tragedia sadica ai danni dei migranti sulla Open arms, addirittura si risente l’antica espressione andreottiana dei «due forni» per indicare la propensione dei cinquestelle a poter scegliere tra due possibili alleanze. Loro che non dovevano allearsi con nessuno perché espressione della rivoluzione dei cittadini. E il Pd, che doveva essere architrave del bipolarismo, quello forte perché ancorato al governo europeo, si trova diviso e ridotto a fare uno dei forni, come un partito socialista piccolo e “nenniano”.

Siamo in una situazione in cui l’incertezza, e la potenziale pericolosità degli esiti, mostrano tutta la fragilità dell’impianto della cosiddetta Seconda repubblica che ha mantenuto i difetti della Prima aggravandoli con la destabilizzazione dei corpi intermedi, la preclusione di scelte alternative nel merito, l’irruzione del populismo rapidamente degenerato in forme di neoautoritarismo.

Che in un quadro come questo si pensi ad una riduzione dei parlamentari come “lotta alla casta” è un ennesimo vulnus assai rischioso. In una democrazia impoverita come la nostra per la crisi dei corpi intermedi e della relazione di rappresentanza, nel mentre è cresciuta la complessità anche legislativa (si pensi a quella europea) che si riducano i parlamentari in un Paese come l’Italia che è già al 22esimo posto in Europa nel rapporto percentuale tra eletti e elettori è uno sbaglio. Tanto più grave vista l’assurda legge elettorale che premia minoranze trasformandole in maggioranze e subordina gli eletti ai capi. E oggi darebbe tantissimo potere alla Lega.

Trenta anni sono un tempo sufficiente per capire che una costruzione, quella della Seconda repubblica, è fallita. In questa crisi perigliosa, ciò che è sopravvissuto dell’impianto costituzionale e parlamentare – grazie a chi lo ha difeso dai ripetuti attacchi – è riuscito a opporsi a chi dice di volere tutto il potere. La crisi resta incerta. Si accavallano e si rincorrono ipotesi, dal «governo Ursula» sulla scia del voto di Pd e Cinquestelle (ma anche di Berlusconi) alla nuova Presidente della Commissione Europea, al rincontro tra Cinquestelle e Lega, alle elezioni volute da Salvini e non escluse da Zingaretti.

Conte, che nasceva comprimario, arriva a questo passaggio da assoluto protagonista. E il suo discorso in aula lo conferma. Un discorso che chiama in causa il ministro degli Interni, sulle responsabilità della crisi e da ultimo anche sull’uso dei simboli religiosi. Che prova a recuperare, nell’era dei social, molti fondamenti della cultura istituzionale. Che rivendica le cose fatte, non distinguendosi neanche sulle peggiori. Che guarda molto a ciò che è accaduto e che accadrà in Europa, la nuova Commissione, il “rischio” dei conti. Nulla sui migranti, che pure stanno in quel Mediterraneo di cui parla.

Salvini risponde con quello che sembra un discorso elettorale, con tutto il suo repertorio, ma forse resterà per ora all’opposizione. Di certo prima si abbandona il punto cardine della Seconda repubblica, e cioè quel maggioritario che doveva creare una stabile normalità e invece ha determinato rischi ripetuti e crescenti, meglio è. Il proporzionale appare come una messa in sicurezza democratica. Ma poi occorrono altre cose. Che si ricostruiscano partiti veri e partecipati, magari a dimensione europea, che sarebbe quella minima necessaria. Che riprenda una nuova capacità riformatrice. In questo numero di Left parliamo non a caso di una grande riforma per mettersi in sicurezza dai terremoti. Serve trovare le forze per farla.

L’editoriale di Roberto Musacchio è tratto da Left in edicola dal 23 agosto 2019


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