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Vietati i castelli di sabbia

Accade a Cavallino-Treporti, un comune della città metropolitana di Venezia, dove la Capitaneria di porto si è prodigata a riprendere dei bambini “colpevoli” di giocare con palette e secchielli sulla sabbia. «Meglio cambiare località balneare se non posso lasciare i miei nipoti giocare a fare i castelli di sabbia sulla battigia» ha scritto Franco Beccari, un bagnante lì in vacanza con i nipotini con una lettera pubblicata dalla testata on line La Voce di Venezia. Racconta: «È intervenuta la Capitaneria per sottolineare con forza il rispetto dell’ordinanza comunale che vieta sulla spiaggia l’attività ludica, soprattutto dei bambini, di scavare buchette, costruire castelli di sabbia e giochi simili sul bagnasciuga».

E poi, giustamente scrive: «Siamo stati tutti bambini e il gioco che non vedevamo l’ora di fare era quello di costruire qualche cosa con la sabbia, canali, castelli tutto quello che ci divertiva e se non lo fai sul bagnasciuga dove lo puoi fare. Ho provato a spiegare ai miei nipoti che non possono praticare queste attività sapete la risposta: ma se non facciamo i castelli e le buchette cosa possiamo fare? Difficile rispondere quando non c’è una spiegazione logica, ma la risposta in testa io la avevo: andare da un’altra parte».

La sindaca del comune, Roberta Nesto, si difende dicendo che quell’ordinanza andrebbe «applicata con buonsenso». Fantastico. Come se le leggi vengano scritte solo per essere un’occasione di rompere le scatole quando ci torna utile, mica qualcosa che vada rispettato così come è scritto.

La vicenda però sottolinea anche l’assurdità di questa continua nevrosi di decoro e sicurezza che negli ultimi anni ha preso un gran piede senza rendersi conto che i diritti degli altri sono anche i nostri e quando si toccano poi toccano a tutti. Toccano perfino a Salvini e a Giorgia Meloni che vogliono andare in piazza a manifestare e si troveranno di fronte alle restrizioni assurde del decreto Sicurezza bis. Un capolavoro di castroneria.

Intanto, al di là della spiaggia, più a sud, la Mare Jonio di Mediterranea continua a portare il suo carico di donne incinta e di bambini sotto onde alte due metri. A proposito di sicurezza.

Buon venerdì.

Donald Sassoon: Quei sintomi morbosi alimentati dai nemici dell’Europa

Nazionalismo, xenofobia, populismo, autoritarismo. Sono i sintomi morbosi della nostra epoca che lo storico Donald Sassoon denuncia in un suo appassionato e documentatissimo pamphlet edito da Garzanti, che Left aveva presentato in anteprima. Ora in vista del Festivaletteratura di Mantova, torniamo ad approfondire, chiedendo all’allievo di Hobsbawn e oggi professore emerito di Storia europea alla Queen Mary University di Londra di aiutarci a leggere più in profondità gli ultimi convulsi e preoccupanti eventi politici che riguardano l’Unione europea – dopo anni di fallimentari politiche di austerity – minacciata dalla Brexit e dalle mire di leader suprematisti che disprezzano le regole democratiche, da Trump a Putin, da Orbán a Salvini. L’ultima volta che l’avevamo interpellato la grande manifestazione londinese per il Remain apriva orizzonti di speranza, ma ora il premier Boris Johnson vuole sbarazzarsi del backstop sull’Irlanda e chiudere gli accordi per uscire dall’Europa.

Professor Sassoon pur di portare a casa la Brexit il 31 ottobre Johnson è disposto a tutto, anche a chiudere il Parlamento fino a quella data. Lo può fare?
Si è aperta una disputa sul fatto che lui possa fare una tale mossa. Io penso che sia improbabile che passi una decisione antidemocratica come bloccare il Parlamento. Va detto anche che la linea dura di Boris Johnson è contrastata all’interno del suo partito, i Tories.

Sta dicendo che sia ancora possibile evitare la Brexit?
C’è una piccola probabilità che non si faccia: occorrerebbe che tutti i partiti di opposizione più una trentina di deputati conservatori (poiché alcuni deputati del Labour sono a favore del Brexit) si accordassero per un voto di sfiducia verso il governo. In questo caso si aprirebbe una crisi non consueta per la Gran Bretagna e forse allora ci potrebbero essere le elezioni, con Corbyn temporaneamente premier, e forse un secondo referendum: si potrebbero aprire così molte possibilità… ma io non ci scommetterei.

Nel frattempo anche la posizione di Jeremy Corbyn è cambiata, il leader del Labour è diventato più filo-europeista?
I media lo hanno sempre descritto come antieuropeista, il che era vero trent’anni fa, ma non era vero durante la campagna per il referendum. Corbyn è stato fra i pochi ad aver parlato dei vantaggi e non solo dei problemi portati dalla Ue. Cercava di non perdere l’appoggio di quella parte dell’elettorato a favore dell’uscita (soprattutto nei seggi laburisti del Nord) ma nelle ultime settimane la posizione del Labour è diventata molto più chiara a favore del Remain e in questo senso il partito appare meno disunito rispetto a qualche mese fa.

In Sintomi morbosi scrive che l’Europa, sotto molti punti di vista, è ormai periferia del mondo, intanto aumentano le disuguaglianze, le sinistre sono in crisi e il welfare è in declino. Ma c’è ancora secondo lei la possibilità di invertire la rotta per realizzare il sogno che balenava nel Manifesto di Ventotene, creando un’Europa dei diritti non solo dei mercati?
Quel progetto è stato interrotto una decina di anni fa. Certo, l’Europa è ancora oggi l’area geografica dove ci sono più diritti sociali. Senza dubbio ce ne sono più che in Cina o negli Usa. Ma l’Europa sta attraversando un periodo di grande difficoltà non solo per via del Brexit, ma anche per il fatto che l’euroscetticismo è dilagante. Lo sapete bene voi, mentre dieci o quindici anni fa l’Italia era uno dei Paesi più filoeuropeisti, di recente si è ritrovata con un governo euroscettico. Anche in Francia dove Macron è entusiasta della Ue, Marine Le Pen ha ottenuto il 40 per cento dei consensi. Dunque le cose stanno andando molto male in Europa. Ma a dire il vero accade un po’ dappertutto. Non vanno certo bene le cose in India con il fanatico Modi, non vanno bene in Brasile con Bolsonaro, per non parlare di Donald Trump perché se ne parla anche troppo! Insomma, per dirla con understatement inglese, oggi il sol dell’avvenire non sta esattamente splendendo.

Tra i nemici dell’Europa o almeno tra coloro che mirano a cambiarne il segno politico c’è anche il presidente russo Putin: «Il liberalismo è finito, bisogna guardare da un’altra parte», ha affermato. Detto da lui mi sembra un segnale preoccupante…
È certamente un sintomo morboso. Non l’ha detto solo Putin, ma lo dice anche Orbán e l’Ungheria fa parte dell’Unione europea. Difendere il liberalismo diventa sempre più difficile, intanto i partiti della sinistra sono in grandissima difficoltà. Stanno addirittura peggio oggi che nel dopoguerra.

Matteo Salvini ha detto «datemi pieni poteri», citando Mussolini. Come si può contrastare questo populismo autoritario che vorrebbe togliere di mezzo i contrappesi democratici previsti dalla Costituzione e non tollera la stampa libera?
Lei mi sta facendo la domanda più difficile che si possa fare a uno di sinistra oggi. Risuona la vecchia domanda che anche Lenin si poneva: “Che fare?” Francamente non lo so. Come dico sempre, faccio lo storico ed è già abbastanza difficile capire ciò che è successo. Ciò che appare evidente è che la sinistra – tutta la sinistra in tutta Europa – si è dimostrata incapace nel fronteggiare i nuovi fenomeni. Parlo della sinistra tradizionale, i laburisti in Inghilterra, il Pd in Italia, i socialisti in Francia che durante le ultime presidenziali apparivano ridotti ormai al 6 per cento. L’Spd in Germania era fortissimo, oggi è al 20 per cento, è al livello più basso della sua storia. Quello che lei poneva è il problema più serio che hanno e non trovano risposta, se non ripetere ciò che dicevano in passato. Ma non si può continuare con le vecchie ricette, bisogna avere il coraggio della novità, il che non è assolutamente semplice. Guardiamo al caso di Syriza: era un nuovo partito, ha anche proposto cose innovative, ha anche vinto le elezioni, ma una volta vinte le elezioni, non ha saputo cosa fare e ora ha perso… Mi dispiace non avere la soluzione di tutti i nostri problemi.

Nel suo libro dice che Gramsci in carcere ha avuto anche il merito di riflettere sulle cause della sconfitta. La sinistra, in particolare quella italiana non ha riflettuto abbastanza sui motivi della propria crisi? Il centrosinistra italiano è stato apertamente neoliberista, ha inseguito la via blairiana, anche quando nessuno lo era più…
Pensando anche alla sinistra americana, da Clinton a Obama, direi che l’errore che la sinistra ha fatto è stato quello di accettare una parte dell’agenda politica della destra, offrendo una versione moderata delle posizioni neoliberiste e questo chiaramente non ha funzionato. Si sono comportati così perché non hanno idee nuove, ed è difficile averne. La frase di Gramsci che ho ripreso come titolo del mio libro ci parla di una situazione da cui non si sa come uscire. Altrimenti non sarebbe crisi, altrimenti avremmo un programma, si intraprenderebbero le lotte da fare. La crisi è quando il vecchio è finito e il nuovo non si sa cos’è. E per risolvere tutto questo bisogna studiare, vedere in profondità, insomma bisogna fare politica.

Un sintomo morboso dei nostri tempi è la crescente xenofobia, il razzismo. Lei documenta, dati alla mano, che l’islamofobia per esempio è inversamente proporzionale alla presenza di musulmani nelle varie aree d’Europa. Come si combatte il pregiudizio: studiando, viaggiando?
Si combatte cercando di spiegare che i Paesi dove c’è immigrazione ne sono stati avvantaggiati. Se tutti gli immigrati se ne andassero dalla Gran Bretagna crollerebbe il servizio sanitario, crollerebbe tutto. Bisogna ripeterlo, dobbiamo cercare di convincere la gente. Vorrei segnalare anche un altro aspetto: quei sondaggi che ci dicono che la Francia e la Germania sono meno xenofobe dell’Ungheria e della Polonia, ci dicono anche che in certi Paesi le persone hanno anche un po’ paura a dichiararsi xenofobe, perché la xenofobia non fa ancora parte del loro modo di pensare, non è ancora legittimata dai loro dirigenti nazionali. In Italia dove c’è Salvini che dice e fa certe cose, la gente si sente incoraggiata a fare altrettanto e la xenofobia è sdoganata.

L’intervista di Simona Maggiorelli a Donald Sassoon è tratta da Left in edicola fino al 5 settembre 2019

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Amazzonia in fiamme, un crimine contro l’umanità

epa07530714 Indigenous people from different tribes protest against the policies of the Government of Jair Bolsonaro, at the central Esplanade of the Ministries of Brasilia, Brazil, 26 April 2019. The Tierra Libre camp, which is held annually in Brasilia since 2004, is called by the Articulation of the Indigenous Peoples of Brazil (APIB), which this year has announced its decision to protest against the 'threat' to its territories that embody the Bolsonaro policies for the environment and the Amazon. EPA/Joedson Alves

«All’inizio pensai che stavo combattendo per salvare gli alberi della gomma, poi ho pensato che stavo combattendo per salvare la foresta pluviale dell’Amazzonia. Ora capisco che sto lottando per l’umanità» diceva Chico Mendes, il sindacalista che si batté contro il disboscamento della foresta amazzonica e per questo fu assassinato nel 1988. Ancora oggi la sua visione e la sua lotta politica restano fondamentali.

Non si tratta “solo” di difendere il grande polmone verde dell’Amazzonia, i suoi ricchissimi fiumi e la biodiversità di un panorama straordinario dalla deforestazione selvaggia e dagli incendi.

La lotta per salvare l’Amazzonia è innanzitutto lotta per i diritti delle popolazioni indigene che quell’ecosistema hanno contribuito a preservare e trasmettere di generazione in generazione, insieme al loro sapere e alle loro lingue. Una straordinaria ricchezza culturale che il presidente del Brasile Bolsonaro vorrebbe cancellare dalla storia, completando l’opera di conquistadores, dittatori e multinazionali affamate di profitto ad ogni costo.

Ne abbiamo già scritto a più riprese denunciando lo sfruttamento intensivo dell’ambiente, la deforestazione compiuta ad hoc, l’accerchiamento e la deportazione degli Indios rilanciata con violenza dall’attuale presidente sceriffo, sodale di Salvini e di tutti i leader nazionalisti che stanno scrivendo le pagine più buie dei nostri anni.

In Amazzonia oggi sopravvivono 500 popoli indigeni: circa un milione di persone. Fra loro, ci raccontano antropologi ed esperti, ci sono Karipuna, Guarani, Yanomani, Kichwa, Shuar, Wajãpi ma anche tribù meno conosciute che vivono in isolamento, senza contatti dal mondo esterno.

Fondamentale è stato, ed è, il loro contributo nel plasmare e proteggere quei grandi ecosistemi forestali. Con coraggio, nonostante il dolore per la perdita e le minacce, nonostante gli scarsi mezzi, sono loro oggi i partigiani del futuro dell’Amazzonia e del nostro futuro.

Le donne indios in modo particolare – come racconta in questo sfoglio l’antropologo e ricercatore Yurij Castelfranchi – sono state protagoniste di pacifiche manifestazione di protesta. Nelle prime settimane di agosto varie organizzazioni di donne indigene si sono mobilitate a Brasilia per protestare contro la repressione dei loro diritti fondamentali e collettivi. Hanno preso vita così la prima marcia delle donne indigene e il primo forum nazionale. E a loro abbiamo voluto rendere omaggio con questa storia di copertina in cui denunciamo le responsabilità del capitalismo selvaggio, nazionalista e violento di Bolsonaro, delle multinazionali della carne bovina, dalla soia e dei mangimi animali ma anche dei piccoli proprietari, dei cercatori d’oro che uccidono e depredano gli Indios. Con l’aiuto di esperti abbiamo cercato di capire anche chi siano i complici internazionali che traggono vantaggi da questo crimine che si sta compiendo davanti ai nostri occhi, senza che nessuno dei grandi attori internazionali intervenga in modo adeguato. Le grandi potenze radunate al G7 di Biarritz hanno stanziato 20 milioni di euro, quando l’organizzazione del vertice ne è costata perfino di più. Un’elemosina che Bolsonaro ha rifiutato intimando di stare alla larga, di farsi gli affari propri e, in precedenza, inventando fake news, incolpando le Ong, come va di moda fare anche in casa nostra.

Il presidente del Brasile ora promette l’intervento dell’esercito per combattere gli incendi, ma la grande foresta pluviale ha tutto da temere da questo leader di estrema destra, fondamentalista evangelico o cristiano a seconda della convenienza, che si è lanciato in una crociata contro gli indios, contro l’università e il mondo della ricerca che offre loro protezione, e contro gli ambientalisti. «Il capo di Stato più pericoloso al mondo per l’ambiente», lo ha definito The Economist in un’inchiesta in cui il settimanale documenta come dal suo arrivo al potere, lo scorso gennaio, la desertificazione dell’Amazzonia abbia subito una forte accelerazione.

L’incremento ha avuto un balzo tra aprile e giugno poi è cresciuta in modo esponenziale a luglio (+278%) determinando in un solo mese la scomparsa di 2.255 km quadrati di foresta vergine, l’equivalente del Lussemburgo. Una tragedia immane che ci riguarda tutti da vicino, come chiariscono militanti, esperti e politici in questo sfoglio nessuno si salva da solo. Questioni come quelle ambientali o vengono affrontate in modo multilaterale oppure diventano irrisolvibili. In questo pianeta sempre più interconnesso, che si tratti di cultura, conflitti militari, negoziazioni commerciali o questioni climatiche, servono risposte collettive.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 30 agosto 2019


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L’urlo della grande foresta

CANDEIRAS DO JAMARI, RONDÔNIA, BRAZIL: Aerial view of a large burned area in the city of Candeiras do Jamari in the state of Rondônia. (Photo: Victor Moriyama / Greenpeace), Amazon Burning Overflight CANDEIRAS DO JAMARI, RONDÔNIA, BRASIL: Imagem aérea de uma grande área queimada na cidade de Candeiras do Jamari no Estado de Rondônia. (Foto: Victor Moriyama / Greenpeace)

Un «universo monumentale». Con queste parole l’antropologo Claude Lévi-Strauss definì l’Amazzonia dopo il suo viaggio in Brasile, nel quale tratteggiò il ritratto di tribù mai venute in contatto con la civiltà. Oggi, quell’universo e quelle tribù, sono sotto attacco. Legittimati dalle sciagurate politiche ambientali di Bolsonaro – che ad aprile si soprannominava da sé «capitan motosega» – gli agricoltori brasiliani, e in particolare i grandi latifondisti, hanno preso ad innescare incendi per abbattere la foresta pluviale e ottenere così terre da coltivare e pascoli. Ma anche per mettere in fuga le popolazioni indigene che la abitano, considerate un ostacolo per i loro affari, oppure ancora per cancellare le prove delle proprie attività di disboscamento illegale. Pratiche, queste, che si ripetono in effetti ogni anno, durante la stagione secca che inizia a giugno e termina a novembre. Ma che stavolta hanno visto un vero e proprio boom. Come testimoniano le molte immagini satellitari, drammatiche, in cui miriadi di chiazze fumanti di terra bruciata annebbiano il groviglio verde scuro della foresta. Foto che hanno fatto il giro del mondo, provocando un moto globale di indignazione. Così, dopo i presidi davanti i consolati brasiliani del movimento Fridays for future, il fascicolo è arrivato anche ai tavoli del G7 di Biarritz, in Francia, durante il quale i Paesi membri hanno deciso di stanziare 17,9 milioni di euro per il Brasile e gli altri Stati sudamericani colpiti dai fuochi in Amazzonia. Finanziamento presto respinto.

«Apprezziamo, ma forse queste risorse sono più utili per il rimboschimento dell’Europa» ha dichiarato Onyx Lorenzoni, capo dello staff di Bolsonaro, mentre quest’ultimo via Twitter colpiva il suo omologo francese Macron, accusandolo di trattare il Brasile come una colonia. I dati comunicati dall’Istituto nazionale di ricerche spaziali brasiliano, l’Inpe, indicano un aumento dell’80 per cento degli incendi nel Paese rispetto all’anno precedente (e pure un +103% in Bolivia e un +143 in Guyana). I roghi censiti dall’Istituto in tutto il Brasile dall’inizio dell’anno sono 82.285, il 51,9% dei quali si è sviluppato nel bioma amazzonico. E secondo le informazioni della Nasa, raccolte dal progetto Global fire atlas, i fuochi divampati da gennaio negli Stati di Amazonas (12.577) e Rondônia (12.955), nella zona nord-ovest del Paese, superano le cifre dei tre anni precedenti. «Ma anche il restante 30% degli incendi in Brasile, quelli innescati nel bioma Cerrado, la savana tropicale, sono gravissimi, perché colpiscono un’area ad altissima biodiversità, di straordinaria importanza ecologica», racconta a Left Yurij Castelfranchi, professore associato di Sociologia dell’Università federale di Minas Gerais.

«Poi, un altro indicatore da tenere in considerazione, sono le emissioni di Co2, anche quelle in spaventoso aumento», ricorda il professore. Nei nove Stati brasiliani del bacino amazzonico il volume di anidride carbonica sprigionata in atmosfera è il più alto dal 2010 (considerando le intere annate), stando ai grafici del programma Ue di monitoraggio ambientale Copernicus. E siamo solo ad agosto. Ma come nascono questi incendi? «Bisogna fare una premessa: pressoché ogni incendio che si sviluppa in Amazzonia è provocato direttamente dall’essere umano – chiarisce Castelfranchi -. Perché per dare fuoco alla foresta, in una zona con un tasso di umidità così alto, è necessario prima abbatterla, poi lasciare che il sole secchi le foglie e i tronchi disposti a terra, un processo…

L’intervista di Leonardo Filippi a Yurij Castelfranchi prosegue su Left in edicola dal 30 agosto 2019


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Raggi e Atac contro Lucha y siesta: vogliono sgomberare la casa rifugio per le donne vittime di violenza

«Comune, Atac e Tribunale hanno deciso: la Casa delle donne Lucha y Siesta va chiusa tra pochi giorni. La gravissima decisione ci è stata comunicata ieri (28 agosto) con una lettera che annuncia l’interruzione delle utenze per il 15 settembre e l’immediato sgombero dello stabile. È così che Comune, Atac e Tribunale vogliono decretare la fine di una delle esperienze socio-culturali più preziose in città, e la soppressione del Centro e della Casa rifugio per donne che vogliono uscire dalla violenza più grande di Roma e della Regione Lazio».

Così le donne, attiviste e femministe della Casa hanno sottolineato in un comunicato. La struttura è un vero e proprio rifugio per chi ha subito abusi, un punto di riferimento per le donne attivo dal 2008. Fornisce informazione, orientamento, ascolto e accoglienza ed ospita numerose  attività culturali. La decisione riguardo lo sgombero è giunta all’improvviso, non tenendo conto delle 15 donne e dei 7 bambini che vi alloggiano attualmente. Roma conta ben tre milioni di abitanti, e secondo la Convenzione di Istanbul dovrebbe avere una casa rifugio ogni 10mila residenti. I posti in tutto nella capitale sono, invece, 25. Lucha y Siesta ne garantiva 13 in più, arrivando così a 39.

«La brutale accelerazione delle procedure di sgombero nonostante le inconsistenti rassicurazioni dell’ultimo anno, oltre a causare sconcerto e apprensione per il futuro tra chi vive nella struttura, fa supporre che esista già un acquirente – continuano le attiviste -. Da una parte quindi, il Comune di Roma, che fa della violenza sulle donne una vetrina politica, sceglie la precarietà dei bandi e lo svuotamento dell’approccio femminista al contrasto di questo fenomeno senza tutelare la prevenzione, la sostenibilità dei percorsi di fuoriuscita e la cultura che lo alimenta. Dall’altra l’Atac, affogato dai debiti per una storica cattiva gestione, svende il patrimonio a favore dei soliti noti speculatori».

«Dobbiamo pertanto – concludono nel comunicato – mettere in conto che non solo le interlocuzioni avute si sono rivelate, alla prova dei fatti, solo bugie e manipolazioni, ma che questa città allo sbando è in mano a liquidatrici e a tribunali fallimentari. La politica ha abdicato alla sua funzione pubblica per nascondersi dietro procedure giudiziarie e burocratiche, preoccupandosi come sempre degli interessi di pochi piuttosto che del benessere di milioni di persone che ci vivono».

«Questa accelerazione ci ha colto di sorpresa proprio per le tempistiche» dice a Left Mara, un’attivista di Lucha y siesta. «Sono anni – prosegue – che cerchiamo di avere un dialogo con Atac e il Comune e non c’è mai stata da parte loro una risposta costruttiva. Fino a pochi giorni fa ci erano state date altre tempistiche, ma ora spostare le donne che abitano nella casa insieme ai loro figli non è cosa facile. Si tratta di un bene pubblico, perché Atac é una partecipata del Comune, ma anche perché noi l’abbiamo reso tale negli ultimi 11 anni. Le istituzioni pubbliche non si stanno occupando di politica e cittadini ma di interessi privati e fino a questo momento è mancata la volontà politica di risolvere la questione».

Anche l’occupazione di viale del Caravaggio 105/107 è in cima alla lista degli sgomberi. «La nostra battaglia va avanti e continuerà finché non ci sarà un epilogo felice per la nostra occupazione e per tutte le occupazioni. Gli abitanti del Caravaggio non sono dei parassiti ma sono dei lavoratori e delle lavoratrici, sono sfruttati, nonostante i loro sforzi non riescono a pagarsi l’affitto», ha raccontato Anna, occupante dal 2013 dello stabile a Tor Marancia, composto di due palazzi di proprietà della famiglia Armellini. Della lista che la prefettura di Roma ha stilato a luglio, contenente 25 immobili da sgomberare a partire dalla primavera del 2020, in via prioritaria (entro la fine dell’estate) troviamo tra gli altri lo stabile di via Antonio Tempesta 262, nel quartiere di Torpignattara, e proprio quello in viale del Caravaggio. In quest’ultimo abitano 380 persone e almeno 80 minori. La decisione è stata approvata dal Prefetto di Roma in seguito all’attuazione del decreto Sicurezza, anche se con il nuovo governo la situazione potrebbe cambiare.

Chiuda la porta, quando esce, Capitano

Fa tenerezza il ministro dell’Interno che si arrabatta prima di inscatolare le sue cose al Viminale. Fa tenerezza nella sua fragorosa profusione di bugie che racconta come se ci credesse davvero: lui che ha fatto tutta la campagna elettorale a braccetto con Berlusconi (e con la Meloni in scia) e li ha abbandonati per trovare l’accordicchio con il Movimento 5 stelle ora guaisce contro gli accordi degli altri, convinto davvero di essere uno stratega. È riuscito a infilarsi da solo nel sacco e ora si inventa poteri forti in giro che sono i suoi stessi compagni di strada fino a qualche giorno fa, gli stessi che ha eroso a forza di fare propaganda e che ha gettato convinto di avere abbastanza voti.

Fa tenerezza il ministro Salvini che prima ci insegnava come si doveva fare il ministro dell’Interno, ci ripeteva che stava in mezzo al popolo perché si doveva fare così, fingendo di fare attività istituzionale quando era solo bieca campagna elettorale. E ora è incollato alla sedia contravvenendo a se stesso, fingendo di fare il bravo impiegato con le foto dei figli usati come scenografia del solito set delle sue bugie raccontate per avere un buon sfondo.

Fa tenerezza Salvini che si ingegna per firmare divieti alle navi Ong, l’ultima la Mare Jonio piena di donne incinte e di bambini, cercando di convincerci che siano un problema per la sicurezza nazionale e poi basta una foto, una foto qualsiasi, perché si sbricioli in tutta la sua vigliacca ipocrisia.

Ora ricomincerà con la sua solfa, pregherà il Sacro cuore di Maria perché qualche immigrato compia un reato qualsiasi. E intanto il suo gradimento cala. Intanto i suoi fidi spalatori di fango che gli curano i social non glieli pagheremo più noi. E probabilmente arriveranno anche i processi.

Chiuda la porta, quando esce, Capitano.

Buon giovedì.

Bye bye democrazia: Johnson chiude il Parlamento, per forzare una Brexit senza accordo

epa07799381 A protester depicting British Prime Minister Boris Johnson demonstrates during a protest outside the gates of Number 10 Downing Street in Westminster, London, Britain, 28 August 2019. The UK government is to suspend Parliament after the summer break, a move that might block MPs from voting against a possible no-deal Brexit. In a letter to legislators, British PM Boris Johnson said he had asked Queen Elizabeth II to suspend the current parliamentary session in the second week of September until 14 October. EPA/WILL OLIVER .

La “soluzione nucleare” – così chiamata per il suo carattere “estremo” – è stata adottata: il premier britannico Boris Johnson ha chiesto e ottenuto dalla regina Elisabetta di sospendere i lavori del Parlamento pochi giorni dopo il rientro dei parlamentari dalla pausa estiva e solo qualche settimana prima della data fissata per il divorzio definitivo del Regno Unito dall’Ue, il 31 ottobre.

Johnson ha intenzione di lasciare a casa i deputati dal 9 settembre al 14 ottobre, giorno in cui è fissato il discorso della Regina sulle politiche del nuovo governo. Si ridurrebbe, così, drasticamente il tempo a disposizione del fronte trasversale dei deputati contrari al No deal per cercare di neutralizzare con una legge i piani del governo per una hard Brexit – senza accordo. Il premier ha, tuttavia, negato subito che si tratti di una mossa per impedire il dibattito con la Camera dei Comuni, sostenendo che Westminster avrà tempo a sufficienza per discutere dei termini della Brexit: «Serve ad andare avanti con i piani per far progredire il Paese. È falso, stiamo presentando nuove leggi su crimine, ospedali, istruzione. Ci sarà tutto il tempo dopo il vertice del 17 ottobre (Ue sulla Brexit, ndr) per dibattere la Brexit».

Immediata la reazione delle opposizioni: in base alla “Costituzione” del Regno Unito, infatti, la Regina può opporsi a quello che formalmente è un “consiglio” del premier, ma per convenzione questo non avviene. Il leader del partito laburista, Jeremy Corbyn, aveva addirittura scritto una lettera alla Regina per esprimerle le sue preoccupazioni chiedendole un incontro urgente. «Sono inorridito dalla sconsideratezza del governo Johnson, che parla di sovranità e che tuttavia sta cercando di sospendere il Parlamento per evitare l’esame dei suoi piani per una spericolata Brexit senza accordo. Questo è un oltraggio e una minaccia per la nostra democrazia», ha sottolineato Corbyn indignato.

Anche lo speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, ha commentato in modo perentorio la mossa: «Si tratta di un oltraggio costituzionale. Non importa come la si presenta, è ovvio che il fine sarebbe quello di impedire al parlamento di dibattere la Brexit e fare il proprio dovere nel modellare la strada per il Paese… chiudere il Parlamento sarebbe un’offesa al processo democratico e ai diritti dei deputati». Il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, ha espresso il suo disaccordo twittando: «Sembra che Boris Johnson stia per chiudere il Parlamento ed imporre una Brexit senza accordo. A meno che i parlamentari si uniscano per fermarlo, la prossima settimana, oggi verrà ricordato come un giorno nero per la democrazia britannica». Chiude il responsabile per la Brexit dei Liberaldemocratici Tom Brake, sostenendo con durezza che «Johnson ha appena lanciato il guanto di sfida alla democrazia parlamentare. La madre di tutti i parlamenti non gli permetterà di escludere il Parlamento dalla più importante decisione per il nostro Paese. Risponderemo alla sua dichiarazione di guerra con un pugno di ferro».

Intanto, la petizione che chiede di bloccare la sospensione del Parlamento ha già superato le 300mila firme in sole tre ore. Bruxelles reagisce con cautela: la Commissione europea non ha commentato, limitandosi a ricordare che per raggiungere un accordo, ci vogliono in tempi brevi «proposte che funzionino». A seguito degli ultimi sviluppi è possibile che la prossima settimana, al rientro dei deputati dalla pausa estiva, il partito di opposizione laburista presenti una proposta di legge per bloccare la sospensione del Parlamento, seguita da una mozione di sfiducia al governo. In questo caso, Johnson potrebbe scegliere di non dimettersi, convocare elezioni anticipate e sciogliere addirittura la Camera dei Comuni. In questo modo, una Brexit senza accordo avverrebbe praticamente in automatico.

Il patrimonio culturale spina dorsale della vita civile

La risposta al dramma delle migrazioni, e alle pantomime ripugnanti di chi vuole respingerle abolendo il senso di umanità, deve essere prima di tutto una risposta culturale: e ciò vale sia per i cittadini sia per i loro rappresentanti. Perché un tema così immane si affronta con una visione del mondo e delle persone che si articola in una prospettiva storica – oltre che geopolitica – senza la quale non è possibile intervenire perché non si può comprendere che cosa sta accadendo. E questa visione comprende un minimo di sensibilità e di interesse per le storie e le culture che ogni migrante si porta dietro. Un governo che finora si è manifestato quasi soltanto per bocca di un ministro che ha elevato il disprezzo per chi pensa e chi emigra a spina dorsale non solo del suo stile di comunicazione, ma della sua stessa attività politica, esibisce soltanto risposte incolte, ispirate da una paura del diverso e da un malinteso senso di identità che stanno agli antipodi di un’idea dinamica di cultura e di patrimonio, fatta soprattutto di connessioni e di aperture. Non ce lo possiamo permettere.

Per affrontare le migrazioni come qualsiasi altro grande processo storico c’è bisogno di un’idea forte di patrimonio culturale, inteso come spina dorsale della vita civile. Ma quanto forte è davvero l’idea che questa Italia ha del suo patrimonio? E quanto siamo convinti che il patrimonio è una straordinaria risorsa non solo perché alimenta il turismo, ma soprattutto perché alimenta il nostro essere cittadini e il nostro restare umani? E c’è una coscienza – storica e civile – nelle nostre azioni di difesa del patrimonio?   

Proviamo a ragionarci partendo da tre citazioni, non dichiarandone subito l’autore.

A) «Grazie alle nuove tecnologie e all’alfabetizzazione di massa, la cultura è diventata uno strumento democratico con costi d’accesso estremamente bassi e che può essere offerto ad una vastissima tipologia di persone. Il dialogo interculturale, inoltre, è un mezzo per la costruzione della pace».

B) «Un euro in cultura per un euro in sicurezza. Aprire i musei, altro che chiudere i porti. Investire sui teatri e sulla scuola, specie nelle periferie, non solo sulla repressione».

C) «Senza retorica, sono convinto che i contatti fra culture e lingue diverse servano ad abbattere i confini».

In fondo, sembrano tre momenti di uno stesso discorso, tale è la sintonia di questi punti di vista: la cultura è fondamentale e senza cultura non c’è futuro. Dunque, deve stare al centro dell’azione politica. La citazione A) è tratta da un intervento del ministro Alberto Bonisoli a Fabriano, al cospetto del presidente Sergio Mattarella, il 12 giugno scorso. L’idea di una «vastissima tipologia di persone» non brilla per eleganza né per chiarezza semantica, ma quella di una cultura come strumento democratico, e dunque inclusivo, è fisiologicamente necessaria. Da credere è che questa sia la linea politica non solo del Mibac, ma di tutto il governo attuale. Più riconoscibile B), tratta dalla lettera autoapologetica inviata fuori tempo massimo da Matteo Renzi a Repubblica: la linea del suo governo, certo. Ma quanto seguita nei fatti? Certo che sicurezza e inclusione si costruiscono con istruzione e cultura, ma in quale modello culturale aveva investito il governo Renzi (e a cascata quello Gentiloni), se l’azione più significativa in questo senso è stata una riforma dell’amministrazione dei beni culturali che dietro la vetrina internazionalista e valorizzativa ha smantellato un sistema di tutela che ancora poteva fare scuola nel mondo, negando di fatto il suo vero punto di forza, e cioè il rapporto tra musei e territorio? Coltivare il patrimonio culturale significa soprattutto recuperare questo rapporto, rilanciando la salvaguardia e la piena messa in valore del patrimonio diffuso, ed è questo il compito politico che sembrava essersi preso in carico il nuovo ministro, annunciando una riforma del settore che era anche e soprattutto una verifica critica di efficacia e debolezze della riforma legata al nome di Dario Franceschini. Cosa non facile in un governo dove il presidente non ha parlato di cultura nel suo discorso di insediamento, uno dei vice ha lamentato che a Taranto non c’è un museo della Magna Grecia e l’altro, milanese, ha ammesso ridacchiando di non aver mai visto il Cenacolo di Leonardo.

Il decreto di riorganizzazione del Mibac deve essere ancora pubblicato e soprattutto corredato di un regolamento che spieghi alcuni meccanismi di funzionamento al momento difficili, se non impossibili, da valutare: ne ha parlato con acutezza Rita Paris nello scorso numero di Left, per cui non posso che aggiungere qui alcune glosse ispirate in buona parte dalle parole C). Che si devono, incredibile a dirsi, a Matteo Salvini. Le ha pronunciate a Bologna nell’aprile 2016, durante la campagna elettorale pro Lucia Borgonzoni (attuale sottosegretario al Mibac), e lasciano intravedere una prospettiva che non trova riscontro nella successiva sua azione di propaganda e di governo. O forse sì, se proviamo a contestualizzarle alla luce di quel che ha detto poco prima: «Bisogna puntare sulla cultura. Sono stufo che sia occupata militarmente dagli ignoranti di sinistra, dagli amici degli amici, dall’Arci, dal partito dei furbetti» (da La Stampa del 14 aprile 2016).

La cultura, insomma, è uno spazio da occupare manu militari per non lasciarlo agli avversari, e non un pilastro su cui costruire un progetto di futuro. Qualcosa di strumentale, che non produce né cittadinanza né civiltà. Magari reddito e potere. Ma è, soprattutto, qualcosa che ha fatto del male al Paese soprattutto perché lasciata in certe mani. Tra le mani più sciagurate, e dunque degne di un bel taglio secondo la sharia salviniana, ci sarebbero gli uffici periferici del Mibac, le soprintendenze tanto vituperate anche dall’altro Matteo, e da questi non abolite ma fortemente ridimensionate. Nel programma della Lega sul sito ufficiale del partito si trova infatti la proposta «di abolire le soprintendenze, che hanno causato una ormai provata incapacità di movimento e di crescita del nostro sistema culturale. È necessario dunque attribuire alle Regioni ogni potestà decisionale in materia di beni culturali, trasferendo le competenze ai territori secondo le diversificate esigenze dei settori culturali. Affidare la cultura alle istituzioni locali è l’unico modo di proteggerla dall’immobilismo cronico, dal clientelismo e dal malaffare».

Sono gli estremi di una denuncia per diffamazione: vi si dice infatti, né più né meno, che funzionari e dirigenti di comprovata esperienza, arrivati al posto che occupano dopo anni di studi, concorsi e gavette in cambio di uno stipendio miserrimo, sono in netta maggioranza incapaci e/o corrotti. Mentre ciò non accadrebbe, come per incanto, se quegli stessi ruoli fossero affidati alle regioni o ai comuni. Non possiamo limitarci a liquidare simili scemenze con una scrollata di spalle: da un lato, si tratta di posizioni che vantano un minimo di sostegno, diciamo così, intellettuale: per esempio nelle posizioni di Luca Nannipieri, che da anni va sostenendo, tra articoli e pamphlets, che le soprintendenze vanno abolite e le loro funzioni devolute ai comuni. 

La riforma lanciata da Bonisoli parla di «maggiore attenzione ai territori, cancellazione di inutili sovrapposizioni attraverso l’eliminazione di duplicati e funzioni doppie per una migliore azione amministrativa, ottimizzazione e razionalizzazione della spesa, superando i confini amministrativi e legando tra di loro situazioni e siti secondo una logica tematica». Tradotto in linguaggio operativo, significa tra l’altro una nuova direzione generale per i contratti, l’accorpamento di alcuni poli museali e segretariati regionali, con la creazione di ircocervi interregionali che non si capisce come possano funzionare vista l’eterogeneità dei loro oggetti di interesse, la perdita di autonomia di alcuni musei, scelti non si capisce in base a quali criteri (il caso più clamoroso è quello della Galleria dell’Accademia di Firenze), e comunque una limitazione di autonomia per tutti, anche sulla questione dei prestiti. L’impianto delle soprintendenze uniche, talvolta deformato da accorpamenti territoriali assurdi (come la soprintendenza di Alessandria-Asti-Cuneo) non viene intaccato, ma si propone anzi di abolire gli attuali uffici esportazione e di sostituirli con pochi grandi uffici dirigenziali – si parla di quattro in tutta Italia – che gestiranno il traffico delle opere in uscita dal Paese: funzione delicatissima, e centrale nella logica del modello italiano di tutela.

Questa novità è stata salutata come uno strumento per rafforzare la tutela, ma mi permetto di dubitarne. Intanto perché gli uffici esportazione non dipendono dalle soprintendenze, che pure ne forniscono il personale: sono già uffici autonomi dove chi decide è il direttore dell’ufficio, non il soprintendente. Accorpare in sole quattro sedi tutto il notevole movimento di opere che attualmente l’esportazione governa rischia di determinare una forte congestione: sembra che possano rimanere in piedi gli attuali uffici esportazione declassati in quanto succursali degli uffici principali, ma allora non si capisce come possa essere organizzato il lavoro. Per esempio: se si crea un grande ufficio esportazione a Milano, un antiquario di Genova che cosa fa? Presenta l’opera lì e i funzionari di Genova poi mandano tutto a Milano? Forse converrebbe lavorare su una maggiore uniformità di protocolli condivisi: è importante che gli uffici esportazione seguano criteri omogenei, ma non è il caso che la periferia venga di fatto così penalizzata ancora una volta sostanzialmente a favore del centro, laddove lo Stato dovrebbe essere forte dovunque e non abbandonare le periferie. Gli uffici ministeriali stanno per essere rinvigoriti e dall’assunzione di personale fresco, reclutato attraverso concorsi imminenti (bisogna sicuramente dare merito al ministro di essersi molto impegnato su questo fronte), ma bisogna vedere come questo personale verrà distribuito.

Scopo di tutto questo sembra essere rendere più razionale la macchina amministrativa. Ma il patrimonio culturale non è amministrazione. Quale visione del patrimonio e quale progetto di Paese ispirano queste azioni politiche? Lo stesso caso dell’Accademia a Firenze, che potrebbe finire in una stessa megadirezione con Uffizi e Pitti, anziché andare ad arricchire il polo museale con i suoi introiti, evidenzia questa opacità di visione, o comunque un malinteso senso della funzione di un museo, che in entrambi i casi il suo ministero vedrebbe solo come produttore di incassi.

Ma anziché discutere con foga da campanile sulla perdita di autonomia di un museo piuttosto che di un altro, e della sorte dei loro direttori (problema peraltro serissimo), dobbiamo semmai – e qui si torna al progetto eversivo di Salvini – interrogarci seriamente sul futuro del nostro sistema della tutela anche alla luce di devoluzioni territoriali che sembrano imminenti, se è vero che la bozza di accordo tra il governo e le Regioni che hanno chiesto l’autonomia – Lombardia, Emilia Romagna e Veneto – assegna a Lombardia e Veneto la tutela del patrimonio artistico e ambientale. Addirittura la bozza più operativa elaborata dal Veneto e concordata col governo il 15 maggio prevede senza mezzi termini di porre le soprintendenze alla dipendenza della Regione. La cosa rischia di creare un conflitto anche a livello costituzionale, perché la tutela non è oggetto di legislazione concorrente tra Stato e Regioni, ma esclusiva dello Stato. Questo dunque è il campo su cui si giocherà la partita decisiva: che non riguarda soltanto cultori professionali del patrimonio, intellettuali e “professoroni”. Riguarda tutti noi proprio in quanto il patrimonio è la risorsa del nostro stare al mondo, anche là dove tutto sembra non avere senso. Ma è soltanto in questa coscienza del patrimonio che possiamo ritrovare un senso anche là dove non sembra esserci più. Forse ce ne dovremmo ricordare ogni volta che un barcone si affaccia al nostro orizzonte.

L’articolo di Fulvio Cervini è tratto da Left n. 28 del 12 luglio 2019


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Consultazioni come partite di calcio

Second round of formal political consultations at the Quirinale Palace following the resignation of Prime Minister Giuseppe Conte, in Rome, Italy, 27 August 2019. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Scusate se non scrivo un prolisso editoriale sulle voci, sulle vocine, sulle vocette, sui bisbiglii e sugli sbadigli delle “fonti” della trattativa per il governo. So che sarebbe adrenalinico, come buongiorno, ma strizzare le meningi sui retroscena di cui vorrebbero che si parli proprio quelli che fingono di non volere i retroscena mi farebbe sentire piuttosto scomodo in questa enorme catena di montaggio che è la politica diventata reality.

Così ci siamo riempiti di trasmissioni che danno di gomito ai colpi di gomito di una trattativa politica, frugando tra gli sguardi come se fosse una puntata dei cronisti che si corteggiano, elemosinando mezze dichiarazioni che non significano nulla ma che vengono interpretati come fossero fondi di caffè. E sul niente si dibatte tantissimo fingendo di sapere. Ieri, se ci pensate, non è ufficialmente successo nulla. O meglio: stanno trattando e come tutte le trattative si trovano di fronte alla difficoltà di tenere insieme i pezzi (se davvero si possono tenere insieme).

Ciò che colpisce però è che tutti i personaggi in commedia hanno detto tutto e il contrario di tutto: Zingaretti non voleva Conte e probabilmente c’è Conte, Di Maio aveva detto “mai con il Pd” e tratta con il Pd, Salvini si è presentato alle elezioni con Berlusconi e si è poi  accordato con il M5S e ora dice che i governi li devono decidere le elezioni. Uno spettacolo grottesco, triste, deturpante.

Programmi? Boh. Si sa intanto che i ministri grillini hanno appoggiato l’ennesima schifezza di Salvini. Questo è l’unico fatto reale di ieri. Ah, no, c’è un altro fatto: per il M5S tratta con autorevole voce in capitolo anche una società privata, la Casaleggio. Prima era una vergogna. Ora non più.

E poi, come tutti i reality viene fuori che deve votare anche il pubblico da casa.

Evviva.

Buon mercoledì.

Colpo di coda del governo giallonero. Salvini, Trenta e Toninelli vietano lo sbarco ai profughi della Eleonore

26 August 2019, --: On Monday, more than 250 migrants were rescued off the Libyan coast of the Mediterranean. The German rescue ship "Eleonore" took in about 100 migrants near Libya. The people were rescued while their boat was sinking, said Axel Steier, spokesman for the Dresden aid organisation Mission Lifeline, which supports the "Eleonore". Photo: Johannes Filous/dpa

Ancora porti chiusi. Nemmeno il governo ai titoli di coda ferma le politiche xenofobe dei gialloneri e Salvini prosegue indisturbato nel suo lavoro. Stando a una nota del Viminale, il ministro dell’Interno ha firmato il divieto di ingresso, transito e sosta nelle acque italiane per la nave Eleonore della Ong Lifeline, battente bandiera tedesca, che ieri aveva soccorso 101 migranti a bordo di un barcone che stava affondando al largo delle coste libiche. Il provvedimento è già stato controfirmato dai ministri della Difesa e delle Infrastrutture e Trasporti Trenta e Toninelli.

Il provvedimento trae la sua base normativa dal decreto sicurezza bis (che consente al ministero dell’Interno di limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale per ragioni di ordine e sicurezza). Immediata la reazione dei deputati del Pd, tra cui Matteo Orfini che scrive su Twitter: «Salvini chiude i porti alla Ong Lifeline con 101 persone a bordo. Presidente Giuseppe Conte, mentre parliamo di possibili governi tra un ultimatum e l’altro, potrebbe cortesemente evitare che chi agisce su sua delega continui con politiche disumane? A proposito di discontinuità».

Recentemente, Salvini aveva disposto il divieto di ingresso per la nave Open Arms, gestita dall’omonima Ong spagnola, che a Ferragosto si trovava al largo di Lampedusa già da parecchi giorni con centinaia di migranti a bordo tra cui moltissimi minori non accompagnati, senza possibilità di farli sbarcare. Il Tar del Lazio si era espresso accogliendo le richieste degli avvocati della Ong, permettendo alla nave di entrare a Lampedusa, secondo la regola del porto più vicino. «Sicuramente sussiste, alla luce della documentazione prodotta (medical report, relazione psicologica, dichiarazione capo missione), la prospettata situazione di eccezionale gravità ed urgenza, tale da giustificare la concessione – nelle more della trattazione dell’istanza cautelare nei modi ordinari – della richiesta tutela cautelare monocratica, al fine di consentire l’ingresso della nave Open Arms in acque territoriali italiane», si leggeva nel testo del decreto del Tar del Lazio in relazione al ricorso presentato dalla Open Arms contro il provvedimento di Salvini. La sentenza proseguiva spiegando che per i motivi sopracitati si rendeva possibile: «Prestare l’immediata assistenza alle persone soccorse maggiormente bisognevoli, come del resto sembra sia già avvenuto per i casi più critici». Lo stesso ex premier Giuseppe Conte aveva inviato una lettera a Salvini chiedendo lo sbarco immediato e la messa in sicurezza dei minori.

La scelta di Trenta e Toninelli è in controtendenza con quella presa nel caso della nave di Open Arms, quando si rifiutarono di mettere la propria firma sul documento: «Ho preso questa decisione, motivata da solide ragioni legali, ascoltando la mia coscienza – aveva dichiarato allora Trenta -. Non dobbiamo mai dimenticare che dietro le polemiche di questi giorni ci sono bambini e ragazzi che hanno sofferto violenze e abusi di ogni tipo. La politica non può mai perdere l’umanità. Per questo non ho firmato». Ora la decisione di appoggiare la scelta di Salvini, che informerà del provvedimento anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, come previsto dal decreto sicurezza bis, fa esultare il Viminale per «la ritrovata compattezza del governo a fronte dell’ennesimo tentativo di avvicinamento alle acque italiane di una ong tedesca».

Le tragedie nel Mediterraneo intanto continuano, nel silenzio delle autorità marittime, che negli ultimi tre giorni hanno avuto notizia di almeno sei barconi partiti da Tripoli senza che venissero segnalati ai naviganti. Secondo Alarm Phone – il call center che raccoglie le richieste di soccorso da parte dei migranti nel Mar Mediterraneo diramando poi l’allarme alle autorità e alle Ong attive in mare – l’ultimo naufragio è avvenuto verso le 3.30 di questa mattina: un barcone con a bordo circa 90 persone è affondato, le autorità libiche stanno cercando di recuperare morti e superstiti, ma a quanto pare la maggior parte delle persone non ce l’hanno fatta, il numero resta ancora imprecisato. Sulla pagina Twitter, proprio Alarm Phone sancisce: «Queste morti sono tua responsabilità Europa. Le tue politiche di deterrenza uccidono».