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L’Amazzonia continua a bruciare e Bolsonaro fa finta di niente

View of a burnt area of forest in Altamira, Para state, Brazil, in the Amazon basin, on August 27, 2019. - Brazil will accept foreign aid to help fight fires in the Amazon rainforest on the condition the Latin American country controls the money, the president's spokesman said Tuesday. (Photo by Joao Laet / AFP) (Photo credit should read JOAO LAET/AFP/Getty Images)

Gli ultimi dati raccolti dall’Istituto nazionale di ricerche spaziali (Inpe) brasiliano sono spaventosi tanto quanto chiari: gli incendi nel bioma amazzonico sono aumentati del 196% ad agosto di quest’anno, raggiungendo 30.901 focolai attivi rispetto ai 10.421 dello stesso mese del 2018. I roghi sono cresciuti anche considerando l’intero territorio brasiliano, e non solo l’Amazzonia: 51.936 focolai ad agosto, con un incremento del 128% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, quando sono stati identificati 22.774 focolai. Da gennaio ci sono stati 90.501 focolai in tutto il Paese, rispetto ai 52.926 dello stesso periodo dell’anno scorso (+71%). Il numero è il più alto osservato dal 2010.

Degli incendi in Amazzonia se ne è parlato parecchio nelle ultime settimane, ma nessuna soluzione sembra essere stata trovata per il momento dai leader sudamericani e la situazione è in peggioramento. Peggiorerà ancora nei prossimi mesi con l’intensificarsi della stagione secca. Sono almeno 7mila i metri quadri di foresta già stati persi tra le fiamme, un’area più grande della Liguria (quasi 6mila km quad.) e i danni provocati non sono ancora valutabili poiché si conosce il numero dei focolai attivi ma non la loro dimensione.

Si registra perfino un aumento degli omicidi tra gli indigeni delle popolazioni native dell’Amazzonia che tentano di difendere il territorio dalle aziende che ne sfruttano le risorse radendo al suolo la foresta. Il tutto in nome dello sfruttamento economico. Senza modifiche nel quadro legislativo , Bolsonaro è riuscito a imprimere un accelerazione al disboscamento.

Nonostante tutti i dati raccolti, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro continua a considerare “allarmistici” i toni dei media che affrontano l’argomento – a inizio agosto ha cacciato il direttore dell’Inpe stesso accusandolo di mentire sul disboscamento – e polemizza ancora nei confronti di Emmanuel Macron, che aveva definito la situazione una “crisi internazionale” e proposto l’argomento al G7 di Biarritz.

Mercoledì 28 agosto Bolsonaro ha ricevuto il suo omologo cileno Sebastian Piñera a Brasilia e i due hanno deciso di raccogliere i leader dei paesi sudamericani implicati per analizzare la situazione, il prossimo 6 settembre a Letizia, città colombiana al confine tra Brasile e Perù. Piñera, intervistato dalla Bbc a margine del G7, ha dichiarato che Bolsonaro non è responsabile degli incendi e che con il suo comportamento sta «difendendo la sovranità del Brasile». «L’Amazzonia e’ una vasta area di 7 milioni di chilometri quadrati. Ogni anno ci sono incendi. Quest’anno è stato peggio dell’anno scorso, ma restiamo nella media degli ultimi 20 o 30 anni. Non credo che il presidente Bolsonaro sia responsabile, penso che stia facendo tutto il possibile per combattere questi incendi», ha sottolineato. Bolsonaro ha reiterato che accetterà i 20 milioni di dollari offerti dal G7 solamente se Macron «smentirà quello che ha detto sulla nostra sovranità in Amazzonia».

 

Per approfondire: Left in edicola fino al 5 settembre 2019


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Pasquale, che era solo le sue braccia

20060614 - CRO - NAPOLI - ALIMENTARE: DA DOMANI SU TAVOLE PASSATA POMODORO DOC COLDIRETTI, CON TRASPARENZA IN ETICHETTA AUMENTO CONSUMI 6% - Un momento della raccolta dei pomodori nelle campagne campane. Da domani entra in vigore l'obbligo di indicare in etichetta la provenienza del pomodoro utilizzato per la passata e gli altri derivati. Secondo le stime di Coldiretti la certezza di acquistare passata Made in Italy dovrebbe portare a una spinta dei consumi del 6% e questo anche se i prodotti etichettati prima del 15 giugno potranno essere venduti fino al 31 dicembre 2007. CIRO FUSCO / ANSA / KLD

Merito del capitalismo spinto e di questi tempi di legalità professata ma mai praticata: anche nel 2019, ancora nel 2019, molte persone sono solo la parte del loro corpo che torna utile alla catena di montaggio produttiva, come se non ci fosse nient’altro intorno, come se il cuore, la testa, la sua vita, la sua famiglia, i suoi dolori, le sue speranze siano solo inutili facezie da sbolognare il prima possibile, da non prendere in considerazione.

Pasquale, ad esempio, era solo braccia, solo le sue braccia. E ora che il suo cuore si è fermato non è già niente, vale solo per quelle due braccia in meno che raccolgono meloni nell’azienda agricola dell’estrema periferia di Giugliano, Napoli. Le sue braccia si alzavano tutti i giorni alle 4 del mattino, con il resto del corpo attaccato intorno, per sperare di guadagnarsi una giornata di lavoro, ovviamente in nero, che gli avrebbe fruttato dieci o dodici euro al giorno. Nella disperazione il lavoro non paga, il lavoro si deve guadagnare elemosinando sempre più in basso, in una discesa agli inferi in cui ci guadagna solo il padrone.

Le due braccia raccoglievano meloni sotto il sole cocente, qualche volta avevano anche sete, bussavano al cervello, chiedevano alla bocca di avere dell’acqua ma l’acqua lì nel campo di Pasquale costava due euro alla bottiglietta, meglio farne a meno. I disperati del resto vanno strizzati fino all’ultimo respiro. E le braccia di Pasquale erano le tipiche braccia dei reietti, quelle che ciondolano fino a staccarsi per sopravvivere fino al letto, crollare, e ricominciare il giorno dopo quando fuori è ancora buio.

Le braccia di Pasquale sono morte qualche giorno fa ma se n’è parlato poco o niente. Perché quelle braccia sono le braccia che ci portano in tavola meloni, pomodori e tutto il resto. E che schifo parlare di morte e di cibo. Non si fa. È maleducazione.

Ora le braccia di Pasquale stanno incrociate, morte con il resto del corpo. Hanno raccolto più meloni che monete. Quelle poche, sudate fino a consumarsi il cuore.

Ma Pasquale è morto prima, quando l’hanno cancellato, tutto, tranne le sue braccia.

Buon martedì.

Si chiama Eleonore il no al divieto di Salvini, Trenta e Toninelli

Lo sbarco dei migranti salvati dalla nave Eleonore a Pozzallo in una foto postata su Twitter da J. Filous, 2 settembre 2019. La procura di Ragusa ha aperto un'inchiesta sull'arrivo della nave della ong Mission Lifeline. TWITTER/J. Filous/@SEACOVERAGE Seegezwitscher +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO? ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L?AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ ++ HO - NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

L’ennesimo divieto di sbarco a uso e consumo della campagna elettorale permanente di Salvini – controfirmato dai ministri Trenta e Toninelli – ha fatto la fine che tutti auspicavamo: la nave Elenore della ong tedesca Lifeline è finalmente arrivata nel porto siciliano di Pozzallo. Il capitano Klaus Peter Reisch ha preso la decisione di andare contro l’espresso divieto di attraccare in Italia dopo che il violento temporale della notte scorsa ha incrementato i disagi già ingenti che i 101 migranti a bordo stavano vivendo da otto giorni. La Eleonore era stata la prima nave tra quelle delle tre ong attualmente attive nel Mediterraneo a vedersi chiudere i porti italiani. Il capitano si è mantenuto fino a domenica sera nei dintorni di Malta, in attesa di comunicazioni dalla Germania, di cui batte bandiera. Ma il peggioramento delle condizioni meteorologiche ha costretto Reisch a dichiarare lo stato di emergenza e infrangere il divieto di entrare nelle acque territoriali italiane. A causa delle piccole dimensioni dell’imbarcazione, i migranti ospitati a bordo erano stati costretti a dormire all’aperto, legandosi con delle imbracature per non finire in mare durante il temporale.

A circa quattro miglia dal porto di Pozzallo, la Guardia di Finanza ha fermato la nave per notificare il divieto di entrare in Italia, già comunicato via radio. Dopo di che ha proceduto al sequestro amministrativo cautelare, diventato effettivo dopo lo sbarco. Dalla ong Lifeline fanno sapere che hanno già provveduto a contattare dei legali per gestire la questione.

L’attracco della Eleonore sembra aver sbloccato anche l’impasse in cui si trova la nave Mare Jonio della ong Mediterranea, costretta da cinque giorni a rimanere al largo con 31 naufraghi a bordo e ad affrontare lo stesso temporale che ha seminato il terrore sulla Eleonore. Secondo fonti d’agenzia delle ultime, la Mare Jonio potrebbe attraccare a breve a Lampedusa “per motivi sanitari”. Oltre alle due imbarcazioni già nominate, è attualmente in missione anche la nave Alan Kurdi della ong tedesca Sea Eye. Le ultime notizie la vorrebbero in rotta verso l’isola di Malta.

Dal canto suo, come afferma la portavoce della Commissione europea, Natasha Berald, Bruxelles si sta già mobilitando per trovare una sistemazione alle 101 persone della Eleonore. E nel frattempo, sempre a Pozzallo, sono sbarcati 29 migranti dalla nave della Marina militare italiana Cassiopea, mentre a Lampedusa sono arrivati un centinaio di tunisini a bordo di un barchino di legno.

 

In fondo sogna di essere Salvini

Dice Di Maio ai suoi che la sua nomina a vicepresidente del consiglio non è una questione personale ma è una questione politica. Usando proprio queste parole. Quale sia la questione politica lo spiega lui stesso: “Se non sono vicepremier perdo la guida del Movimento”, ha detto Di Maio. In pratica vorrebbe convincerci che il suo posizionamento all’interno del Movimento 5 Stelle sia un problema nostro, di tutti noi, del Paese, degli elettori e di tutti quelli che si aspettano dalla politica (di qualsiasi parte siano) sensibili miglioramenti per la propria vita. Il problema politico è il suo peso all’interno del Movimento.

Basterebbe questo se non ci fosse addirittura Beppe Grillo a dirlo chiaro e tondo. Chiaro e tondo proprio no, in verità: giocando molto di sponda, proprio quel Grillo che si vantava di dire le cose come stanno. Ma vabbè. E come se non bastasse perfino Marco Travaglio ha deciso di bastonare Di Maio. Non manca proprio nessuno, solo due liocorni.

Ma la sensazione vera è che il gioco di Di Maio sia proprio questo: prendere nel governo giallorosso il posto che fu di Salvini fino a qualche giorno fa. Vorrebbe essere colui che si fa notare suonando le note più alte e più forti e invece è solo una stonatura in giacca e cravatta. Anche perché, e dovremmo avere il coraggio di dirlo, se il problema politico è il suo posizionamento all’interno del Movimento 5 Stelle allora non si vede perché non accettare la presidenza del consiglio offerta da Salvini.

O forse, se ci pensate, con questa informazione è tutto terribilmente più chiaro. Terribilmente più chiaro. Interessante la politica secondo Di Maio, non c’è che dire.

Buon lunedì.

Vanno riformati i partiti non la Costituzione

Professor Luigi Ferrajoli, secondo lei – giurista e allievo di Bobbio – esiste un sistema elettorale più democratico degli altri?

Ho sempre pensato che il sistema elettorale più democratico, quello che meglio garantisce la rappresentanza politica, è il sistema proporzionale. Questo è tanto più vero nelle condizioni attuali: l’Italia, come gran parte degli altri Paesi europei, soffre di una crisi radicale della rappresentanza. Il nostro ceto politico non rappresenta quasi più nulla: il 50 per cento dell’elettorato non vota e l’altra metà è costretta a scegliere tra partiti che, nel loro insieme, come dicono i sondaggi di Ilvo Diamanti, non raggiungono il 4 per cento di gradimento. È perciò crollata non solo la quantità, ma anche la qualità del voto: si vota prevalentemente il partito meno penoso, per paura o disprezzo di tutti gli altri.

Chi ci rimette di più con il crollo della rappresentanza?

Questo crollo della rappresentanza, mentre non danneggia la destra e le forze di governo, essendo perfettamente funzionale alle politiche liberiste – dato che consente la massima e indisturbata onnipotenza del ceto di governo nei confronti della società, in ossequio alle direttive dei mercati – a sinistra è letteralmente distruttivo, dato che equivale all’emarginazione di qualunque politica anti-liberista in difesa dei diritti sociali e del lavoro. Per questo, i sistemi maggioritari sono funzionali all’attuale crisi della rappresentanza: perché sono fondati sulla personalizzazione e sulla verticalizzazione dei sistemi politici e sulla passivizzazione dell’elettorato.

I sistemi maggioritari allontanano dalla politica?

Naturalmente sono solo uno dei fattori della distanza tra sistema politico e società. Sicuramente, grazie anche allo sradicamento sociale dei partiti, tali sistemi favoriscono la trasformazione delle elezioni in concorsi di bellezza e in gare di demagogia tra i diversi capi che litigano in televisione. Solo il sistema proporzionale garantisce invece, con l’uguaglianza del voto, la rappresentanza di tutti gli interessi, di tutte le forze politiche, di tutte le opzioni, di tutti i diversi progetti nella società. Solo il sistema proporzionale rende possibile la rifondazione dei partiti quali portatori di interessi e politiche diverse.

Perché?

Perché, paradossalmente, i sistemi maggioritari costringono le forze politiche ad assomigliarsi per catturare il voto cosiddetto centrista, che poi è il voto dell’elettorato più spoliticizzato, più disinformato e più disinteressato. Inoltre, solo il sistema proporzionale garantisce la centralità del Parlamento, dato che in base ad esso il partito di maggioranza relativa, supponiamo del 30 per cento, per formare il governo è costretto al compromesso parlamentare che, non dimentichiamolo, è la forma propria delle decisioni nelle democrazie parlamentari. Quindi, solo una legge elettorale proporzionale è in grado di promuovere lo sviluppo di un effettivo pluralismo politico e perciò la massima rappresentatività del Parlamento.

Da anni lei chiede una riforma dei partiti. 

Sì, lo sostengo da sempre: occorre una legge che imponga la democrazia interna, a tutela dei diritti politici degli elettori, e che introduca quello che è un presupposto elementare della rappresentanza: l’alterità tra partiti quali organi della società e istituzioni pubbliche rappresentative. Occorre cioè la separazione e l’incompatibilità tra cariche di partito e funzioni pubbliche anche elettive. I gruppi dirigenti dei partiti che vanno in Parlamento e anche al governo dovrebbero lasciare il posto ad altri, che siano in grado di orientarli, di controllarli, di chiamarli a rispondere. Questa è la condizione minima della rappresentanza, senza la quale i partiti – come vediamo – si sono di fatto trasformati in organi parastatali. Ma c’è di più.

Vale a dire?

Senza partiti radicati nella società e autonomi dalle istituzioni, la selezione del ceto politico avviene sulla base della cooptazione dei più fedeli al capo di turno. Di qui il crollo della qualità della classe dirigente. Siamo al livello più basso rispetto al passato, non parliamo della Costituente, ma anche dei Parlamenti degli anni 50, 60 e 70, quando i politici, di governo e di opposizione, erano persone più colte, più capaci, più disinteressate.

Solo il proporzionale garantisce la democrazia

Intrecciato con la crisi di governo, in questa estate di fuoco, prova a fare irruzione nel dibattito pubblico il sistema proporzionale. «Sistema elettorale – recita la Treccani – per il quale l’assegnazione dei seggi avviene in modo da assicurare alle diverse liste un numero di posti proporzionale ai voti avuti». È l’antidoto a quei «pieni poteri» invocati da Salvini aprendo la crisi dopo aver incassato il secondo decreto sicurezza e il Tav.

Una testa un voto, insomma, quel principio che – legato all’idea per cui a parità di lavoro debba essere corrisposto lo stesso salario – è stato a lungo il cardine della democrazia parlamentare e della coesione sociale. Un lusso che il neoliberismo non può permettersi. «Lo spiegò bene nel 1975 la Trilateral Commission quando ha scritto dell’insostenibilità dello stato sociale nel suo manifesto: The Crisis of Democracy: On the Governability of Democracies», ricorda a Left Gianni Ferrara, classe 1929, costituzionalista ed ex deputato eletto nelle liste del Pci. Tuttavia, se il proporzionale si riaffaccia nel vocabolario politico di fine estate, è per ragioni contingenti: la combinazione fra il taglio dei parlamentari (v. Left del 9 agosto) della “riforma” Fraccaro (il cui ultimo voto è in calendario il 9 settembre e per la quale il Pd ha sempre votato contro ndr) e il Rosatellum, il sistema elettorale in voga, potrebbe far schizzare alle stelle il bottino di seggi di un’alleanza sovranista tra Salvini, Meloni e i suoi fratelli.

Il Pd, poi, è nato da una “vocazione maggioritaria” e le ragioni di “una testa un voto” non albergano nel Pantheon di valori di Zingaretti e Renzi. Tantomeno in quello del M5s che…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left
in edicola dal 30 agosto 2019


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E se il killer degli ulivi non fosse la Xylella?

La geografia del Salento rischia di essere stravolta dalle misure di lotta al batterio Xylella fastidiosa, Xf: abbattimento delle piante infette e, nella zona cuscinetto, delle piante ospiti nel raggio di 100 metri; uso di ingenti quantità di fitofarmaci su larga scala e divieto di reimpianto delle piante ospiti – associate alla deroga concessa per il reimpianto di sole due cultivar di olivo ritenute “resistenti” che ben si prestano agli impianti superintensivi, ovvero il Leccino (non autoctono) e la Favolosa (brevettata). Il combinato disposto delle misure di lotta e delle “soluzioni” produrrebbe effetti devastanti e irreversibili sul paesaggio, impatti significativi sull’ecosistema, sul clima e l’economia locale, nonché danni alla salute. Ma l’aspetto incredibile è che tali scenari possano realizzarsi su una sostanziale divergenza fra i fatti e la rappresentazione dei fatti, aspetto che apre a numerose domande.

“Il batterio killer fa strage di ulivi” è fra gli slogan più ricorrenti delle associazioni di categoria e di una parte di politici, assunto come mantra quotidiano da alcuni media. Eppure, il fenomeno che si osserva a occhio nudo è il disseccamento (diffuso a macchia di leopardo nelle province di Lecce e Brindisi) non la Xylella (per il cui rilevamento è indispensabile il test molecolare). Del resto, non tutti gli ulivi con sintomi del disseccamento sono positivi al batterio, così come in alcuni casi, dati due oliveti contigui, con stesse varietà, uno presenta piante disseccate e l’altro no, oppure è possibile osservare oasi di ulivi verdi in mezzo a campi disseccati. Dunque, perché gli alberi si disseccano?

La letteratura scientifica indica chiaramente il legame fra povertà dei suoli trattati con prodotti chimici e la maggiore vulnerabilità delle piante ai patogeni e alle malattie, compreso gli erbicidi (Yamada e altri, 2009) anche con riferimento specifico alla Xf che infetta gli alberi di limone (Johal e Huber, 2009). Del resto, già nel 1974, in agro di Gallipoli furono osservati alberi di olivo disseccati a causa degli erbicidi. In quel caso, la dose utilizzata era 4,5 kg per ettaro (Luisi e De Cicco, 1975). Quantitativi analoghi sono stati riscontrati anche nelle province di Lecce e Brindisi con punte rispettive, nel 2007, di 5,36 kg per ettaro e 4,04 kg per ettaro. I dati Istat indicano per queste due province, fra il 2003 e il 2010, una distribuzione di erbicidi per ettaro ai primi posti a livello regionale, con un distacco significativo anche dalle province di Bari e Foggia con superficie agraria di gran lunga superiore e caratterizzate, rispettivamente, da pratiche intensive e sistemi monoculturali che, per definizione, richiedono una quantità più ingente di fitofarmaci. Perché questa anomalia?

La divergenza è anche fra numeri e dati. Nel 2015, mentre il commissario per l’emergenza Silletti dichiarava un milione di ulivi infetti (trasmettendo tale cifra, a quanto si apprende dalla stampa, alla Prefettura), il ministero pubblicava i dati dei monitoraggi: su 26.755 campionamenti solo 612 casi positivi alla presenza del batterio. Nel 2018, mentre alcune associazioni di categoria dichiaravano 10 milioni di piante infette, a Melendugno, in piena zona infetta (dove i monitoraggi risultano sospesi), la società Tap chiedeva alla Regione Puglia l’autorizzazione a spostare 450 piante. L’autorizzazione fu negata a causa di tre piante perché positive al batterio, ovvero lo 0,7%. Del resto, nello stesso periodo, la Regione Puglia, rendendo noti i monitoraggi delle fasce di contenimento (in zona infetta) e cuscinetto (in zona indenne), dichiarava «Nessun boom di piante infette», con percentuali che si attestano intorno all’1,8%. Quindi, perché creare l’equivalenza “disseccamento uguale Xylella” e continuare a riproporla contrariamente alla stessa evidenza?

Assunto, dunque, che il disseccamento non è sempre attribuibile alla presenza del batterio e che questo, del resto, fosse già noto nella delibera n.2023 del 2013 che lo attribuiva a un insieme di concause patogene (funghi, rodilegno giallo, Xf) e agronomiche (mancanza di potatura, eliminazione delle erbe infestanti), perché la stessa delibera si concentra sulla lotta al batterio Xf attraverso le misure su citate, successivamente fatte proprie dai decreti ministeriali e dalle decisioni dell’Unione europea? Perché il ruolo degli altri patogeni, come dei fattori agronomici e ambientali, è trascurato?

Del resto, nessuna ricerca indica gli abbattimenti e i trattamenti come soluzioni…

L’articolo di Margherita Ciervo prosegue sul numero di Left in edicola dal 30 agosto


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Senza laicità non c’è vero cambiamento

Abbiamo rivolto alcune domande al poeta siriano Adonis che in opposizione ad Assad lasciò la Siria per andare in Libano dove ha insegnato e fondato riviste. Prima di trasferirsi a Parigi dove vive in esilio volontario da oltre vent’anni.

Sono passati quasi 10 anni. La primavera araba fu all’inizio un bel risveglio ma poi – lei scrive nel saggio pubblicato da Guanda, Violenza e islam – non è riuscita a liberarsi dell’oppressione e dell’oscurantismo religioso.
Inizialmente abbiamo sperato. Io stesso ho scritto un libro sulla Primavera araba. Purtroppo si è trasformata in una guerra e in un conflitto mosso da interessi. Tutti gli arabi, tutti i musulmani oggi non sono altro che un mezzo per realizzare quello che l’Occidente americano ed europeo vogliono. E il risultato è catastrofico sotto ogni riguardo.

Perché la rivolta, alla fine, è andata incontro al fallimento?
Una Primavera, vale a dire una rivoluzione reale, deve essere realizzata e concepita da un intero popolo. Mentre qui non ha partecipato profondamente, l’iniziativa è stata di piccoli gruppi. Inoltre una rivoluzione, per essere tale, deve essere capace di svolgere un certo discorso che qui non è stato fatto. Il nostro problema è la mancanza di libertà della donna. Nessuno l’ha tematizzato. Il primo obiettivo non è stato liberare la donna dalla legge islamica, dall’oppressione religiosa, dalla sharia. Non ci può essere vera rivoluzione senza laicità. Nessuno ne ha parlato.

Come mai?

Hanno paura perfino di pronunciare la parola! Un punto dirimente è la separazione tra Stato e religione, fra politica e fede. E di nuovo nessuno ne ha parlato. Una rivoluzione deve essere indipendente, invece c’è stata una chiara ingerenza straniera. Così in alcuni Paesi arabi alla fine siamo approdati ad una situazione peggiore di quella passata. La tirannia precedente era di natura militare, quella attuale pretende di essere di natura divina. Il tiranno militare uccide chi si oppone e ha un’opinione diversa dalla sua. L’Isis uccide nel nome di Dio! Oggi si viene fatti fuori per volontà di Dio. La tirannia imprigiona e ammazza le persone perché ne ha paura. Ma la tirannia teocratica uccide le persone perché le detesta, non pensa che siano esseri umani, li considera animali selvaggi a cui sparare. È davvero terribile.

L’egittologo e studioso di ebraismo Jan Assmann sostiene che il monoteismo sia intrinsecamente violento, perché pretende di imporre una verità assoluta, condannando come infedele chi non l’accetta. Ci sono assonanze con la sua riflessione?
Il monoteismo è certamente basato sulla violenza. Pensiamo alla Bibbia: ci sono due fratelli, uno uccide l’altro. Tutto questo viene accettato, addirittura difeso, con una spiegazione molto bizzarra, assurda: il male ha ucciso il bene. La violenza è fondatrice del monoteismo e tutta la storia del rapporto con l’altro da sé nella Bibbia è una storia di violenza. Analogamente l’Islam in quanto religione di Stato, già prima della morte del profeta appare fondato sulla violenza. I primi tre califfi sono stati assassinati. La guerra tra i successori di Maometto è durata cinquant’anni. Dunque tutta la prima età dell’Islam si basa sulla distruttività. Per non parlare dei versetti contenuti nel testo sacro, che sono innervati di violenza. Per approfondire il nesso tra violenza e religione nei monoteismi consiglio di leggere i libri di René Girard.

Lei accennava alla sharia e alla negazione dei diritti delle donne nelle Paesi musulmani. E negli altri monoteismi?
Accade lo stesso, se non peggio. Basta pensare a come la donna viene considerata nella Bibbia e dalla Chiesa. Ancora oggi c’è una setta ebraica che vieta all’uomo di vedere la propria donna nuda. Anche quando fa l’amore con lei. C’è un abito speciale con un buco. Io non ci potevo credere. Ho chiesto ad un amico ebreo e mi ha confermato che è proprio così. La visone presente nella Bibbia è analoga a quella espressa nell’Islam. Nel testo biblico si dice che la donna non è stata creata da Dio, come l’uomo. Egli è stato fatto a immagine di Dio. Ma la donna è creata da una costola maschile quindi è essenzialmente inferiore. Questa è una visione totalmente anti umana ed io sono radicalmente contro. Diversamente dalle altre letture del Corano (sunnita, sciita, wahabita) i mistici sufi esprimono una visione che dà alla donna grande importanza, la femminilità è in primo piano. Il mondo è fondato sulla femminilità non sulla mascolinità. In un certo senso è anti monoteista.

In Violenza e Islam citando poeti della tradizione classica come Al-Mutannabbi e Abu Nuwas, ricorda che la poesia araba più antica è piena di immagini, è soggettiva. Poi tutto questo si è perso nell’astrazione religiosa e nella rigidità del dogma. Che cosa rappresenta per lei la poesia oggi?
Che cosa è l’amore per te? Quale è il ruolo dell’amore? Cambiare il mondo? Cambiare l’interiorità, forse. Per diventare più liberi, più umani, più in rapporto con il resto del mondo. Dunque la poesia è come l’amore, non può cambiare la realtà materialmente. Al contrario è possibile che se un criminale uccide qualcuno, quest’azione possa cambiare un intero Paese. Quello della poesia è un altro livello, un altro mondo. È l’ideologia che ha generato rigidità perché pretende di utilizzare la creatività dell’essere umano in modo strumentale. No, la poesia come l’amore non ha niente a che fare con l’ideologia. Una donna può amare un uomo che non conosce, di un altro Paese, con un’altra cultura, che parla un’altra lingua. Questo è la poesia, è centrata sull’essere umano e sul fatto che l’essere umano è il centro del mondo. L’uomo non è mai un mezzo, tutto deve essere fatto per l’essere umano. In questo senso io ho sempre scritto poesie per vedere più a fondo in me stesso, per comprendere meglio gli altri e il mondo.

Traduzione di Paola Traverso

La polizia di Hong Kong alza il tiro, gli attivisti decidono di annullare la manifestazione

HONG KONG, CHINA - AUGUST 30: Protesters cover their left eye and stand in silence during the 74th Liberation Anniversary Assembly on August 30, 2019 in Hong Kong, China. Pro-democracy protesters have continued rallies on the streets of Hong Kong against a controversial extradition bill since 9 June as the city plunged into crisis after waves of demonstrations and several violent clashes. Hong Kong's Chief Executive Carrie Lam apologized for introducing the bill and declared it "dead", however protesters have continued to draw large crowds with demands for Lam's resignation and completely withdraw the bill. (Photo by Anthony Kwan/Getty Images)

Le autorità stanno cercando in ogni modo di disperdere le proteste di massa a Hong Kong, giunte ormai al 13esimo weekend consecutivo. Il Fronte civile per i diritti umani (Civil human rights front) ha annullato la manifestazione di protesta in programma domani 31 agosto, dopo che la polizia di Hong Kong ha deciso per la prima volta di vietare un loro evento, incrementando il già altissimo livello dello scontro con i manifestanti per la democrazia. Bonnie Leung, vice coordinatrice del Fronte, ha annunciato che la decisione di annullare la marcia è arrivata ore dopo l’arresto di tre attivisti, tra i quali il leader del movimento degli ombrelli del 2014, il giovanissimo Joshua Wong (22 anni). La polizia aveva vietato la manifestazione e si era rifiutata di rivedere la sua decisione, dopo la richiesta degli organizzatori, che hanno quindi deciso di annullare l’evento per «proteggere i manifestanti e assicurare che non ci fossero conseguenze legali per loro», ha spiegato Leung.

«Non abbiamo avuto altra scelta che annullare la marcia. Chiediamo scusa, ma continueremo a chiedere alle autorità di autorizzare nuove manifestazioni», ha aggiunto. «È significativo che le autorità abbiano vietato un evento di un’organizzazione come la nostra. Si tratta di una violazione assoluta dei diritti umani più elementari della popolazione di Hong Kong. Non è possibile fidarsi di questo sistema». Per questo «non abbiamo altra scelta che continuare con il nostro movimento. È nella natura umana che se le richieste non vengono ascoltate, il popolo di Hong Kong diventerà più radicale, e questo è qualcosa che il Fronte non vuole vedere. Ecco perché continueremo a chiedere che ci facciano manifestare modo pacifico», ha concluso.

Nella retata contro gli attivisti, oltre al più famoso Joshua Wong Chi-fun, sono stati arrestati anche Agnes Chow, tra i leader di Demosistō (partito democratico di cui Wong è segretario e fondatore) e Andy Chan, capo di un partito politico a favore dell’indipendenza (l’Hong Kong national party). Wong e Chow sono stati poi rilasciati su cauzione, ma a entrambi è stato disposto il divieto di circolazione tra le 23 e le 7, nonché il divieto di ingresso nell’area dell’Admiralty, il centro dell’ex colonia dove si sono già tenute le più grandi mobilitazioni contro la legge sulle estradizioni in Cina. A proposito dell’arresto di Wong, Demosistō ha twittato: «È stato arrestato questa mattina, intorno alle 7:30. È stato con forza spinto in un mini van privato sulla strada, in piena luce. I nostri avvocati stanno seguendo il caso». Wong era stato rilasciato solo lo scorso giugno, dopo aver scontato due mesi per i disordini durante il movimento degli ombrelli del 2014.

Andy Chan, invece, è stato fermato all’aeroporto internazionale di Hong Kong mentre tentava di salire a bordo di un volo per il Giappone, accusato di rivolta e aggressione di un ufficiale di polizia. Agnes Chow era stata prelevata nella sua casa a Tai Po questa mattina. Da quando sono iniziate le proteste all’inizio di giugno, sono finite in carcere oltre 800 persone. In questo clima di crescente tensione, molti dei dimostranti che avrebbero dovuto scendere per strada durante la marcia di domani sfogano il loro malcontento sui social network: «Non ci spaventano. Più la rabbia collettiva aumenta più persone si ribelleranno», «Anche se utilizzeranno i carri armati, io ci sarò ancora». Gwong fuhk, alla lettera “tornare a brillare”, è lo slogan ufficiale della rivolta.

Secondo quanto riportato dalla Reuters, Beijing avrebbe ordinato a Lam di non cedere a nessuna delle richieste dei manifestanti, tra cui le sue stesse dimissioni, il ritiro della legge sull’estradizione, il lancio di un’investigazione indipendente sul comportamento deplorevole della polizia e l’accettazione di elezioni democratiche a suffragio universale, oltreché il ritiro delle accuse contro i dimostranti e della definizione di “rivoltosi” nei loro confronti. Secondo il direttore di Amnesty International Hong Kong, Man-kei Tam, «nelle scorse settimane, abbiamo assistito a tattiche spaventose che provengono direttamente dal sistema cinese: gli organizzatori delle proteste pro-democrazia attaccati da delinquenti, attivisti arrestati dopo essere stati pedinati nelle proprie case e in strada, e un’enorme marcia vietata».

«Questo weekend ho partecipato agli scontri più violenti mai visti a Hong Kong tra i dimostranti e la polizia – scrive Alessandra Bocchi, giornalista freelance che sta seguendo le proteste da vicino -. La polizia ha utilizzato cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e proiettili di gomma; un poliziotto ha puntato la pistola contro un protestante e la stampa. I dissidenti tiravano mattoni raccolti per strada (…) e bombe a benzina fatte in casa, oltreché bombe molotov. Utilizzavano laser per evitare il riconoscimento del volto da parte delle telecamere». Il risentimento nei confronti della polizia sarebbe cresciuto dalla scorsa settimana, quando una giovane donna ha perso un occhio dopo essere stata colpita da un proiettile di gomma. «Molti protestanti marciano con cartelli che chiedono a Trump di approvare l’Hong Kong Human rights and democracy act», un atto per sostenere la libertà e la democrazia ad Hong Kong in un momento in cui la sua autonomia è sotto assalto, e stabilire misure punitive contro il governo cinese, responsabile della soppressione delle libertà fondamentali nell’ex colonia.

I media cinesi continuano a propagandare l’idea che le proteste siano state coadiuvate dagli Stati Uniti, e che gli americani stiano pianificando di portare instabilità nella zona. «È ridicolo» ha detto un dimostrante a Bocchi, sventolando una bandiera americana – che per gli hongkonghesi è semplicemente sinonimo di democrazia e libertà. «Vorrei chiedere a quelli che continuano a diffondere queste notizie come pensano che due milioni di persone possano essere pagate per scendere in strada?», un altro asserisce: «Questo è ciò che la propaganda cinese vuole farti credere».

Per un pugno di rubli

Una foto del 18 novembre 2016 tratta dal profilo Facebook di Claudio D'Amico con Matteo Salvini e Paolo Savoini dove dice: Siamo arrivati Mosca! Oggi avremo diversi incontri alla Duma e poi la tappa del'IO VOTO NO' tour all'hotel Golden Ring alle 16,30! FACEBOOK CLAUDIO D'AMICO +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Nelle comunicazioni al Senato con cui Giuseppe Conte ha messo la parola fine al governo gialloverde e in cui ha voluto togliersi qualche sassolino dalle scarpe dopo un anno di convivenza con Matteo Salvini, non è mancata un’accusa particolarmente sferzante: «Se tu avessi accettato di venire qui al Senato per riferire sulla vicenda russa, una vicenda che oggettivamente merita di essere chiarita anche per i riflessi sul piano internazionale, avresti evitato al tuo presidente del Consiglio di presentarsi al tuo posto, rifiutandoti per giunta di condividere con lui le informazioni di cui sei in possesso». Appunto, cosa sa Salvini? Quali sono stati i rapporti della Lega con il Cremlino? Qual è il ruolo di Gianluca Savoini, da sempre l’uomo del Carroccio a Mosca? Se non prendiamo sul serio le voci che da anni circolano sui contanti ricevuti da fonti russe nel 2014, quando il partito ex-padano era al 4% dei suffragi e tutto sembrava crollare, possiamo supporre che i rapporti intrattenuti in Russia dalla Lega e dagli imprenditori del Nord accompagnati a far affari nella Federazione da uomini vicini al Carroccio siano stati assolutamente legali. Ma legali, in ogni caso, non significa cristallini dal punto di vista politico.

Il Russiagate all’italiana scoppia il 10 luglio quando il portale americano Buzzfeed annuncia: «Rivelazione: l’esplosiva registrazione segreta che dimostra come la Russia abbia cercato di far ottenere milioni di dollari per il “Trump europeo”, alias Matteo Salvini». Si tratta di un colloquio del 18 ottobre 2018 tenutosi all’Hotel Metropol di Mosca all’indomani della venuta nella Capitale del capo della Lega, tra due faccendieri russi e tre italiani sull’ipotesi di acquisto di idrocarburi della Federazione da parte italiana, da cui la Lega otterrebbe una “stecca” di 3 milioni di euro. La vicenda apparterrebbe solo al folklore di un certo business all’amatriciana sul suolo russo – con tutte le sue venature picaresche di cui chi ha vissuto in Russia dopo il 1989 potrebbe trarne un libro – se non fosse che a far da grande cerimoniere all’incontro e a dargli spessore politico era presente Gianluca Savoini, il quale parla apertamente dell’utilizzo di questi soldi per l’imminente campagna elettorale europea in chiave sovranista e “contro Bruxelles”. La magistratura italiana ha aperto un fascicolo sulla vicenda e ne trarrà le sue conclusioni ma evidentemente resta irrisolto il problema del rapporto tra Savoini, tesserato alla Lega sin dagli esordi, e Salvini. Il quale potrebbe trarsi d’impaccio se fosse così adamantino come vorrebbe far credere, querelando Savoini e rispondendo alle interrogazioni parlamentari che iniziano a fioccare.

Ma il capitano non fa né l’uno né l’altro. Lascia che il premier vada a pelare la sua gatta in aula ed evita accuratamente di dar seguito alla preannunciata denuncia contro Savoini. I motivi sono evidenti: se Savoini vuotasse il sacco metterebbe nei guai il suo capo. Savoini ha un certo curriculum a Mosca. Pur non sapendo sillabare una parola nell’alfabeto cirillico, gestisce da molti anni l’Associazione Lombardia-Russia, che mentre aiuta gli imprenditori italiani a fare business in Russia tesse legami con gli ambienti fascistoidi e euroasiatisti dell’ormai ex professore Alexander Dugin. Business in Russia che indirettamente, e per mezzo di intermediazioni, permetterebbe di far finire qualcosa anche nelle casse della Lega, in uno schema simile formalmente legale, pur in un contesto storico diverso, a quello del Pci ai tempi dell’Urss. Del resto è stato Savoini a introdurre Salvini, a caccia di relazioni dirette con il suo venerato Putin, negli ambienti della Duma di Mosca. E non a caso i viaggi a Mosca del leader della Lega, in varie vesti, si moltiplicano a partire dal 2014 quando il Carroccio svolta verso le forze dell’estrema destra europea. Savoini avrebbe quindi….

L’articolo di Yurii Colombo prosegue su Left in edicola dal 30 agosto 2019


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