Home Blog Pagina 597

Caro Di Maio, che dici su Giulio?

No, no, no, Giulio non sono io. Ma Di Maio agli Esteri pone in modo centrale un argomento sparito dai radar dell’ultimo governo che è Giulio Regeni (del resto i sindaci della Lega ne rimuovono gli striscioni). Quel Giulio Regeni che molti esponenti del Movimento 5 Stelle (con il presidente della Camera Fico in testa) da mesi dicono di volere difendere ricercando la verità e che invece rimane nel cassetto delle storie che in molti si augurano che si dimentichino in fretta.

Di Maio da vicepremier si era esposto affrontando il caso direttamente con il presidente egiziano Al Sisi, e fece assicurazioni che non hanno mai avuto seguito. Lo scorso novembre annunciò conseguenze se dal Cairo non fossero arrivate risposte concrete entro la fine del 2018: conseguenze mai viste, risposte concrete dall’Egitto nemmeno.

«Ora che ha il potere e la responsabilità di porre in essere quelle conseguenze minacciate nei confronti del governo egiziano, confidiamo che il ministro vorrà come prima cosa richiamare il nostro ambasciatore e pretendere la verità fino ad oggi nascosta e negata» hanno scritto ieri i genitori di Giulio.

Quando Di Maio era ancora all’opposizione, nel 2016, disse: «Il governo dovrebbe minacciare ed eventualmente avviare ritorsioni economiche verso l’Egitto. Giulio era ed è uno dei nostri orgogli nel mondo. Il governo deve andare fino in fondo, lo faccia una volta tanto».

Ora è nel posto più ideale per prendere in mano la situazione e dimostrarci che le parole valgono, hanno un peso, sono politica. Se davvero Di Maio vuole rilanciarsi c come uomo forte (non voleva per questo il Viminale?) allora su Regeni (così come su Silvia Romano) ha l’opportunità di fare la voce grossa.

Aspettiamo.

Buon venerdì.

Chi ha davvero paura della sovranità popolare

Anti-fascist people take part in the demonstration against the Security Decree wanted by Italian Interior Minister Matteo Salvini and the evictions scheduled in the coming months, on June 22, 2019, in Rome, Italy (Photo by Andrea Ronchini/NurPhoto via Getty Images)

Quelli a cui è sfumato il blitz, che prevedeva mozione di sfiducia e voto in autunno in rapida successione, urlavano: «Chi ha paura del popolo?», «È il momento di dare voce al popolo!». Il popolo, quello reale, fatto di persone in carne ed ossa, sa esprimersi con la propria voce, ma spesso non viene ascoltato. Quello di cui parlano loro, invece, è un popolo “italiano”, indistinto, informe, quasi un corpo mistico, ma in vacanza, quindi smobilitato. Pur con grande copertura mediatica, durante questa crisi di governo estiva non si è parlato d’altro.

Nella prima mano della partita, chi ha dato le carte ben conosceva i regolamenti parlamentari. Non a caso è stato un ex presidente del Senato a fornire la prima indicazione tecnico-politica su come comportarsi per far fallire la sfiducia a Conte. Nel Palazzo, in effetti, c’era e c’è effettivamente paura delle elezioni anticipate e ravvicinate. Tuttavia, se le mosse saranno dettate solo dalla paura della vittoria di un movimento ai bordi della democrazia, ma anche del proprio destino personale, è difficile immaginare la costruzione di un esecutivo lungimirante, all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte.

Nel frattempo, per le forze politiche italiane i reali risultati elettorali delle europee e quelli virtuali di sondaggi e proiezioni restano un monito costante. Quale sarà l’esito finale è presto per prevederlo. Sulla scena gli attori politici devono seguire il loro copione, e più smarriscono i contatti col proprio retroterra politico-sociale, più i loro gesti contengono fatti simbolici, gli unici che garantiscono un immediato, ma effimero, ritorno d’immagine.

Tuttavia, in questa situazione si pone l’opportunità concreta di mettere al centro del dibattito politico una riforma decisiva: quella della legge elettorale. Altro che voce, le forze politiche devono ridare ai cittadini il diritto di votare secondo Costituzione, facoltà che ci è stata rubata nel…

L’articolo di Felice Besostri prosegue su Left in edicola dal 30 agosto 2019


SOMMARIO ACQUISTA

È stato il vento

 

SOMMARIO

Introduzione di Mimmo Rizzuti

Mimmo Lucano: «Rifarei tutto» di Stefano Galieni

 

IL MODELLO RIACE

Storia di una rivolta gentile di Stefania Limiti

Riace, la rinascita dell’Italia di Soumaila Diawara

Casa vecchia, vita nuova di Stefano Galieni

 

ATTACCO ALL’ACCOGLIENZA

Sull’immigrazione il governo punta a creare il caos di Leonardo Filippi e Federico Tulli

Uno schiaffo al volto disumano dell’Europa di Roberto Musacchio

La distruzione della solidarietà di Stefano Galieni

Lettera aperta a Salvini da una lavoratrice dell’accoglienza di Camilla Donzelli

L’OASI CONTRO LE MAFIE

Riace dà fastidio alla mafia e ai razzisti di Stefano Galieni

La lotta di Peppino Lavorato nella Rosarno delle cosche di Stefano Galieni

Rocco e i suoi fratelli nello slum di San Ferdinando di Angelo Ferracuti

 

SIAMO TUTTI RIACESI

Il governo della solitudine di Matteo Fago

Noi stiamo con Riace di Rossella Carnevali e Valentina Mancini

Da tutta Europa in difesa di Lucano di Giacomo Russo Spena

L’alternativa di Riace fa paura ai potenti di Enrico Calamai

Europa, una fanciulla venuta dal mare di Simona Maggiorelli

Nel vento di Riace soffiano le idee di Ventotene di Mimmo Rizzuti

 

UN COMUNE DA NOBEL

Riace Premio Nobel per la pace 2019 a cura del Comitato promotore

Candidiamo Mimmo al Nobel per la pace di Natascia Di Vito e David Armando

Perché Left candida Riace al premio Nobel per la pace di Simona Maggiorelli

Una battaglia globale che supera i confini italiani di Tasia Christodoulopoulou

Da Riace a Bruxelles, resistere è un dovere di Eleonora Forenza

Storia di un eroe in trincea di Nicola Zingaretti

Riace, un’idea collettiva di Mimmo Rizzuti

Riace è un modello per tutta l’Europa di Pier Virgilio Dastoli

Riace non si arresta di Mimmo Lucano

La solidarietà è un tratto umano. E laico di Simona Maggiorelli

La forza dell’Ubuntu contro razzismo e oppressione di Pierre Kabeza

L’onda nera se ne andrà di Mimmo Lucano

Taglio della spesa militare, più welfare e integrazione: il terzo settore chiede a Conte una svolta

Se non proprio con l’ambizione di integrare le linee programmatiche che il presidente del Consiglio ha abbozzato in queste ore, quantomeno con l’intenzione di fornire un indirizzo orientativo ai partiti che hanno trovato una maggioranza, affinché (ri)trovino anche un’umanità indispensabile per il futuro del Paese. Diverse associazioni della società civile, movimenti e organismi professionali, trasversalmente uniti verso la solidarietà, l’integrazione e la non violenza si sono per questo attivati, per offrire un contributo alla stesura dell’agenda del governo Conte Bis

Con una lettera, indirizzata a Giuseppe Conte, a Luigi Di Maio, a Nicola Zingaretti, a Pietro Grasso e a Sergio Mattarella, dal palco del Flumen – Festival dell’ecologia della non violenza e delle migrazioni, il Movimento Nonviolento lancia tre punti programmatici prioritari nella discussione “per la definizione del programma e la conseguente formazione del nuovo governo che accolga la fiducia delle Camere per la prosecuzione della legislatura”, si legge nella missiva.

Primo punto, uscire dal programma F-35: entro fine anno, il nostro Paese avrebbe l’opportunità di recedere, senza ulteriori penali, dagli impegni presi per l’acquisto dei cacciabombardieri, risparmiando dieci miliardi di euro. Secondo, la riduzione delle spese militari – più democratica e utile di quella dei parlamentari – con un taglio del 10 per cento e la cifra risparmiata, pari a due miliardi e mezzo di euro, sia utilizzata per alleggerire la manovra economica. Tre, no al 2 per cento del Pil per la Nato che chiede di aumentare il budget militare. «Questi tre obiettivi – conclude la lettera – sono un richiamo a impegni realistici che voi stessi avete condiviso in campagna elettorale: ora avete l’occasione di fare in modo che l’Italia possa contribuire a trasformare l’Europa in una potenza di pace».

Partendo da un Paese unito, multiculturale e multietnico, che sia mosso secondo «un approccio politico diverso da quello che pretende di separare realtà inseparabili e che fa sembrare la logica “Prima gli italiani”, un’operazione sensata»: è questa la premessa del manifesto Uniti per unire la nostra Italia, diffuso dal Movimento internazionale, transnazionale e interprofessionale “Uniti per unire” di cui fanno parte oltre mille associazioni italiane e straniere.

Nel manifesto vengono segnalati dieci punti per proporre un cambio di linea nella politica verso la crescita culturale, economica e sociale dell’Italia di tutti. Tra questi, offrire reali ruoli operativi ai nuovi cittadini di origine immigrata, evitando la strumentalizzazione in sola chiave elettorale e tendente a creare disinformazione e conseguente odio rivolto all’origine etnica; promuovere il coinvolgimento produttivo dei cittadini immigrati attraverso una strategia a due binari che garantisca, da un lato l’eliminazione degli ostacoli, anche normativi, a processi di integrazione e dall’altro, la stessa sicurezza per tutti; ridurre la carenza dei professionisti della sanità attingendo al bacino dei medici di origine straniera, senza l’obbligo della cittadinanza italiana per chi lavora da cinque anni nel Belpaese; promuovere l’emersione dei saperi dei professionisti stranieri in quanto utili allo sviluppo dell’intero sistema italiano; incentivare l’approvazione di una legislazione europea che garantisca la solidarietà tra tutti i Paesi dell’Unione contro il traffico di esseri umani e la violenza di donne e bambini; individuare meccanismi di soluzione dei conflitti in Yemen, Siria, Iraq e Libia.

Questione, quest’ultima, sulla quale Medici per i diritti umani (Medu) rivolge a Conte due domande: «Quali politiche migratorie intende sviluppare il governo che si accinge a formare e a quali ministri intende affidarle?». E poi: «Quali relazioni con la Libia, snodo centrale del feroce sistema criminale che sfrutta i flussi migratori dall’Africa Sub-sahariana all’Europa?» Perché «tali fondamentali questioni sono state affrontate in modo disastroso dal suo precedente governo, in cui ha prevalso l’impostazione leghista tanto che il suo ex ministro dell’Interno, poco più di un anno fa, parlava, senza essere smentito dal governo, di «centri per immigrati all’avanguardia in Libia», chiedendo di «smontare la retorica della Libia che tortura i migranti e non rispetta i diritti umani».

Se vuole essere davvero di svolta, per il presidente del Cnca, Riccardo De Facci, «il nuovo governo deve mettere al centro della sua azione politiche di welfare innovative e non assistenziali: tra le prime misure che ci attendiamo ci sono il corposo finanziamento del Fondo nazionale per le politiche sociali e per le politiche Giovanili, il rilancio di culture ecologiche e di economia circolare, una seria lotta alla povertà, una reale applicazione dei Lea (Livelli essenziali di assistenza, ndr) in tutta Italia». Dando uno sguardo alla bozza dei lavori, sintetizzata in ventisei punti dal M5s, qualcuna di queste istanze sembrerebbe soddisfatta. Ma non basta. «Vorremmo definitivamente superare – continua De Facci – l’ondata di odio che, in questi ultimi anni, si è accanita contro il mondo della solidarietà, del mutualismo, dei poveri e della diversità».

Cinque cose da fare per non farlo tornare

Interior Minister Matteo Salvini, right, checks his phone as he walks in downtown Rome after leaving Palazzo Chigi government office, Monday, Sept. 24, 2018. Salvini, who’s cracking down on migrants, told reporters that the government at a Cabinet meeting Monday approved a decree setting tighter criteria for such protection, a status less than full asylum. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Non ci si illuda di essersene liberati. Per carità, che non ci sia nessuno a sinistra e nel centrosinistra che pensi che Matteo Salvini e soprattutto il suo salvinismo possano essere sconfitti da un aperitivo andato di traverso questa estate che ha provocato la crisi di governo più suicida che si sia vista nella nostra storia parlamentare. Matteo Salvini incasserà il colpo e ricomincerà ad urlare più forte di prima, per farsi notare sarà ancora più velenoso e poi feroce mentre se ne sta comodo nel posto dell’opposizione che gli torna utile per mancanza di responsabilità.

C’è un mondo da rovesciare perché la sinistra provi a tornare credibile nei temi, nei modi, nelle persone e soprattutto nella connessione con i problemi reali. Con gli sforzi dei lavoratori che ogni giorno si trascinano fino alla fine del mese, con la solitudine di anziani abbandonati e mal curati, con le speranze piallate dei giovani studenti che crescono in un Paese in cui la cultura è considerata un inutile fardello, con i servizi che mancano alle famiglie. Forse sarebbe il caso di tenere bene a mente alcuni punti, darsi degli obiettivi e provare a cominciare a fare sul serio.

Primo. Salvini va superato, non va solo sconfitto.
Non basta mettere fuori gioco il leader leghista per sperare che la sua narrazione fatta di penultimi contro gli ultimi, di nemici immaginari dipinti come nostri persecutori, di sicurezza intesta come restringimento dei diritti e di popolo come entità fantasiosa da usare come manganello venga disinnescata. Per cancellare il finto tema della finta emergenza dell’immigrazione occorre essere capaci di superarla con priorità più sentite, più importanti e facilmente riconoscibili dagli elettori: ci era riuscito (per poco) Renzi parlando di asili, di scuole, di diritti e sembra che quel campo sia stato completamente abbandonato. Superare Salvini significa presentare al Paese una lista di priorità che sia condivisibile, che cambi veramente la vita delle persone e che non sia vista come una confusa declamazione di buoni propositi.

Secondo. Affrontare i cambiamenti climatici. In politica vince chi riesce a prevedere la direzione che sta prendendo il mondo…

L’articolo di Giulio Cavalli prosegue su Left in edicola dal 6 settembre 2019

su_button url=”https://left.it/left-n-36-6-settembre-2019/” background=”#a39f9f” size=”7″]SOMMARIO[/su_button] ACQUISTA

L’unico confine è tra umanità e disumanità

A young refugee (R) shakes hands with a member of a team of former professional footballers prior to the start of their friendly organised by the United Nation's UNHCR in Rome on June 23, 2018. - EU states that refuse to accept migrants should face financial penalities, the French President said on June 23, 2018, on the eve of an emergency mini-summit in Brussels about the escalating crisis dividing Europe. It came after Italy's new populist government defiantly declared that its ports were closed to foreign-flagged rescue ships, after accusing fellow EU members of failing to share the burden of migrant arrivals. (Photo by TIZIANA FABI / AFP) (Photo credit should read TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)

Lo sguardo serio di Alessandra Sciurba e di Carola Rackete, la loro forza, il loro coraggio, la fermezza del capitano della nave Eleonore, Klaus Peter Reisch, le gambe tremanti dei profughi scesi a terra dopo giorni in balia delle onde, delle politiche criminali del governo giallonero e dell’indifferenza glaciale di Bruxelles, le coperte termiche luccicanti, la concentrazione dei volontari impegnati nelle operazioni di salvataggio e cura dei naufraghi, le manifestazioni per l’accoglienza nei porti d’approdo e nei centri di tante città, le lenzuola alle finestre e sui balconi di tutta Italia, la voce pacata e la dignità di Domenico Lucano. Fotogrammi di incessante resistenza durante i 14 mesi di incivile disumanità, di illegalità istituzionalizzata, di violazione della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dei trattati internazionali sul diritto d’asilo, delle leggi sul soccorso in mare.

Pretendiamo che tutto questo non accada più. E che con un nuovo governo vengano abrogati per ignominia i due decreti sicurezza di Salvini, per iniziare. Già perché, per evitare che accada di nuovo, devono fare la stessa fine tutte le precedenti sciagurate norme sull’immigrazione, a partire dal codice anti-Ong di Minniti, passando per la legge Minniti-Orlando (che solo per dirne una ha eliminato un grado di giudizio per i richiedenti asilo), per i decreti Maroni e così via, fino alla legge Bossi-Fini del 2002, la madre delle norme di inciviltà. Non vogliamo con questo dimenticare che la Turco-Napolitano del 1998 “introdusse” i lager per immigrati, i Centri di permanenza temporanea, dando per prima risposte controproducenti a una questione complessa. Ma è indubbio che attraverso la legge simbolo della destra che da un ventennio opprime l’Italia siano state gettate le basi dell’odio, della paura e della lacerazione sociale che Salvini ha cavalcato dal ponte di comando del ministero dell’Interno (si fa per dire, poiché in 14 mesi è stato più volte in spiaggia che al Viminale) allo scopo di raccogliere consenso e prendere il potere in solitudine. Anzi, per meglio dire, «pieni poteri».

È bene ricordare che introducendo il reato di “clandestinità”, la scellerata Bossi-Fini oltre ad aver favorito il proliferare di trafficanti di esseri umani, da un lato ha creato a tavolino un esercito di lavoratori senza permesso di soggiorno quindi ricattabili e a bassissimo costo, facendo fare in questo modo affari d’oro non solo alle organizzazioni criminali che per esempio controllano la filiera agroalimentare del centro-sud ma anche a tanti “onesti” imprenditori del nord. Dall’altro, la Bossi-Fini ha istituzionalizzato e “socializzato” il razzismo insinuando nell’opinione pubblica una falsa percezione dello straniero, della sua identità, dei suoi bisogni, delle sue esigenze, tramite l’equazione xenofoba “immigrato=delinquente”. E questo in parte aiuta a capire come sia stato possibile che gli ultimi due governi abbiano potuto fare in tutta tranquillità accordi con i libici rendendo di fatto gli italiani complici di deportazioni e torture su donne, bambini e uomini nei lager del grande Paese nordafricano. In tutto questo un ruolo determinante, in negativo, è stato giocato dall’Europa e dal tristemente noto Regolamento “Dublino”.

Come scrive Galieni in questo numero, dopo anni di discussione, l’Ue non è stata capace di riformare questo sistema che impedisce l’equa ripartizione delle responsabilità nell’accoglienza dei profughi. E per come è stato concepito non solo non garantisce pari tutele per tutti i migranti che entrano in territorio europeo ma scarica soprattutto sui Paesi di frontiera l’onere della gestione della prima accoglienza. Così è stato un gioco da ragazzi per dei sadici cercatori di potere spacciare per vera un’inesistente invasione e creare il nemico da respingere, per poi apparire come salvatori della “Patria” emanando leggi e firmando ordini che chiudono i porti a bambini e donne incinte in fuga dai loro aguzzini. Forti con i deboli. E deboli con i forti, se pensiamo che nei suoi 14 mesi al Viminale, Salvini, che da Roma denunciava Bruxelles di lasciare sola l’Italia ad affrontare “l’invasione”, non ha mai partecipato a un incontro per la riforma del Regolamento “Dublino”.

C’è poi la questione sociale. In Italia, oltre a Riace, ci sono numerosi esempi di realtà locali rivitalizzate dagli immigrati e da politiche di accoglienza basate sull’idea di uguaglianza degli esseri umani. Ma, come ha denunciato su queste pagine il sociologo Stefano Allievi, c’è un problema tutto culturale che – anche a sinistra – porta a credere che le risorse siano come una torta e che se arriva qualcun altro se ne prende una fetta. «In realtà – dice Allievi – la torta lievita continuamente. È il numero di “nuove” persone che la fa lievitare». Quando nel 2015 in Germania sono entrati oltre un milione di stranieri tutti insieme, ai sindaci delle cittadine che li avrebbero accolti è stato fatto un discorso molto semplice: da te vengono mille persone, questo vuol dire 400 appartamenti in più da costruire, mille clienti in più per i negozi, 300 bambini in più a scuola. Cioè nuove classi da costruire e nuovi insegnanti da assumere.

Ecco, dice Allievi, è questo che in Italia ancora non abbiamo capito: «I Paesi che hanno meno popolazione attiva finiscono in recessione. Chi vuole aprire un’azienda, se non c’è manodopera la apre altrove. E la manodopera in Italia cala di 300mila persone l’anno, in Europa di 3mln. Significa che, dal 2015 al 2050, 100mln di persone che erano popolazione attiva diventeranno pensionati senza essere sostituiti da popolazione attiva. Perché non vogliamo immigrati». E i giovani se ne vanno all’estero, i disoccupati e i lavoratori senza tutele aumentano, i pensionati si rassegnano a una vita da fame.

«L’unico confine che conosco è quello tra umanità e disumanità», ci ha detto di recente Domenico Lucano in un’intervista. Si parta da questa idea, da questa mentalità, da questa cultura per dare all’Italia un futuro nuovo, diverso da quello auspicato da populisti e neoliberisti fondato sull’oppressione, la repressione e lo sfruttamento. Si parta dai principi fondamentali della Costituzione.

L’editoriale di Federico Tulli è tratto da Left in edicola dal 6 settembre 2019

SOMMARIO ACQUISTA

Il rigore mai dato

Inter's Romelu Lukaku jubilates after scoring the goal during the Italian Serie A soccer match FC Inter vs US Lecce at the Giuseppe Meazza stadium in Milan, Italy, 26 August 2019. ANSA/MATTEO BAZZI

A Cagliari il calciatore dell’Inter Lukaku, mentre si apprestava a tirare un calcio di rigore, è stato sommerso da cori razzisti e scimmieschi, di chi ha voluto attaccarlo sul colore della pelle. Le immagini sono state riprese da un tifoso, lì sugli spalti, e hanno (per fortuna) indignato parecchia gente in giro trasformando l’evento in una notizia. Non stupisce il razzismo negli stadi da calcio, figurarsi se in un Paese in cui il razzismo cola dalle bocche dei dirigenti politici non si ritrovi anche in porti franchi come sono considerate le curve dei tifosi.

Stupisce però il comunicato degli ultrà interisti che ieri ci hanno dato lezioni di etica con un pessimo comunicato urlato sui social che inizia così:

«LETTERA APERTA A ROMELU LUKAKU, GLI ITALIANI NON SONO RAZZISTI !!!

DOPO L’ENNESIMO TEATRINO MEDIATICO DI LUOGHI COMUNI SUL PRESUNTO RAZZISMO DEGLI ULTRAS ORCHESTRATO DA CHI VUOLE RACCOGLIERE I SOLITI E FACILI CONSENSI POPOLARI FRUTTO DELL’IGNORANZA, LA CURVA NORD MILANO ANCORA UNA VOLTA HA SCELTO DI RIPETERE I DISTINGUO TRA IL RAZZISMO VERO E QUELLO “STRUMENTALE” CHE NON RIGUARDA IL MONDO ULTRAS COME INVECE I SOLITI FALSI MORALISTI AMANO FAR CREDERE PER ACCRESCERE INUTILI ALLARMISMI E CONDANNARE GRATUITAMENTE IL NOSTRO MONDO…».

Non sono razzisti, è lui che è nero, insomma. Ma anche qui siamo alle solite. Valerio Moggia su Vice scrive un interessante articolo in cui elenca solo alcuni dei fatti recenti italiani: il giocatore del Napoli Koulibaly definito «un bugiardo e piccolo uomo» dalla curva interista per avere denunciato gli ululati nei suoi confronti, il presidente del Cagliari (sempre loro) che definiva la discussione sugli urlati contro il giocatore della Juventus Kean degli «inutili moralismi», Bonucci che sempre sul suo compagno di squadra disse che le colpe erano «50 e 50», l’Udinese che nell’89 non comprò Rosenthal per delle scritte antisemite, l’olandese Maickel Ferrier che non si trasferì a Verona dopo che due tifosi si travestirono incappucciati da Ku Klux Klan e altro.

Lo stadio sembra che non debba sottostare alle leggi, come se fosse un’enclave in cui non esistono le regole dello Stato. E così il rigore viene vissuto come un inutile fardello in carico ai tifosi. E poi ci si stupisce che quei modi e quei gesti escano dallo stadio e si riversino nelle strade. Come la gente alla fine della partita, del resto. Chissà che ne pensa la Figc.

Buon giovedì.

«Troppo poco, troppo tardi». Il ritiro della legge sulle estradizioni non placa la protesta ad Hong Kong

HONG KONG, CHINA - SEPTEMBER 02: Protesters take part in a school boycott rally at Tamer Park in Central district on September 2, 2019 in Hong Kong, on September 02, 2019 in Hong Kong, China. Pro-democracy protesters have continued demonstrations across Hong Kong since 9 June against a controversial bill which allows extraditions to mainland China as the ongoing protests surpassed the Umbrella Movement five years ago, becoming the biggest political crisis since Britain handed its onetime colony back to China in 1997. Hong Kong's embattled leader Carrie Lam apologized for introducing the bill and declared it "dead", however the campaign continues to draw large crowds to voice their discontent while many end up in violent clashes with the police as protesters show no signs of stopping. (Photo by Chris McGrath/Getty Images)

La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha finalmente annunciato il ritiro ufficiale della contestata legge sull’estradizione, che ha causato l’inizio delle proteste di massa a giugno. Inoltre, aprirà un’indagine per studiare le cause della rivolta sociale e suggerire delle soluzioni per il futuro, oltreché per esaminare il comportamento delle forze di polizia durante le manifestazioni (senza ricorrere però ad una commissione di inchiesta indipendente, come richiesto dai cittadini).

La decisione di ritirare la legge testimonia l’apertura del governo rispetto ad almeno uno dei cinque punti dei manifestanti, che chiedono anche la destituzione dell’attuale governo e maggiore rispetto per la democrazia, l’amnistia per coloro che sono stati arrestati, l’eliminazione della definizione di “rivoltosi” per i protestanti.

La governatrice Lam aveva già sospeso in precedenza il provvedimento che avrebbe permesso l’estradizione di alcuni cittadini in Cina, verso Macao, e Taiwan per essere sottoposti a processo. Un provvedimento che avrebbe potuto trasformarsi in uno strumento nelle mani di Pechino per estradare gli avversari politici e rafforzare il controllo cinese sugli hongkonghesi. La semplice sospensione della norma non scongiurava la possibilità che potesse poi essere reintrodotta in qualsiasi momento dal governo filocinese.

Solo martedì 3 settembre il governo cinese aveva ribadito di avere il potere di dichiarare unilateralmente lo stato di emergenza per placare i disordini, dopo la circolazione di immagini che mostravano uno studente adolescente esanime trascinato dagli agenti, che, secondo alcune testimonianze, sarebbe in coma in seguito a lesioni alla colonna vertebrale o a una rottura del cranio.

Una portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Hong Kong e Macao del Consiglio di Stato, ha citato la Basic law, la legge che regola le relazioni tra Pechino e l’ex colonia britannica. In base all’articolo 18, l’organo di vertice del Parlamento cinese, il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, può dichiarare lo stato di emergenza «a causa di turbolenze» che «mettono in pericolo l’unità o la sicurezza sicurezza nazionale e che vanno al di là del controllo della Regione» amministrativa speciale. Il governo «non rimarrà a guardare», ha poi commentato la portavoce, e «non permetterà che la situazione a Hong Kong continui senza sosta».

Il 4 settembre la portavoce ha confermato il sostegno al governo locale, ma la priorità è sempre quella di ristabilire l’ordine. Intanto nelle ultime ore, la Reuters ha fatto circolare un video ripreso durante una riunione a porte chiuse, in cui Lam ha ammesso che se potesse si dimetterebbe, e ha chiesto a Pechino di accettare alcune tra le richieste degli hongkonghesi. La leader ha, in seguito, smentito di avere mai avuto l’intenzione di discutere le proprie dimissioni con il governo centrale e ha etichettato il video come fake news.

«Troppo poco, troppo tardi», ha scritto su Twitter Joshua Wong, già leader del movimento degli ombrelli del 2014, arrestato e poi rilasciato la scorsa settimana, a proposito del ritiro della legge sull’estradizione. «La risposta di Carrie Lam è arrivata dopo il sacrificio di 7 vite, l’arresto di oltre 1.200 dimostranti, con molti maltrattati nelle stazioni di polizia».

https://twitter.com/joshuawongcf/status/1167417920122585090

«Sollecitiamo anche il mondo a essere vigile – ha poi aggiunto Wong – e a non farsi ingannare dai governi di Hong Kong e di Pechino. Infatti, non hanno ingannato nessuno e una stretta su larga scala è in arrivo».

https://twitter.com/joshuawongcf/status/1169167621826048001

Ora fatti, senza parole

Il capo politico del M5s Luigi Di Maio durante la conferenza stampa al termine del voto sulla piattaforma Rousseau, Roma, 03 settembre 2019. ANSA/ANGELO CARCONI

Passa l’accordo tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico sulla piattaforma Rousseau: il 79% dei votanti ha detto sì, su 73mila persone. C’è stato un grande can can sull’uso della tecnologia nella democrazia e sulla sicurezza del voto. C’è da dire che la demonizzazione del voto elettronico però è di per sé una manfrina piuttosto conservatrice. Se c’è un problema nella piattaforma (ma soprattutto nel Movimento) è l’ingerenza di una società privata e di un imprenditore: questo è il conflitto di interessi. Ma sentire i leghisti (tutti al guinzaglio di Salvini) o i berlusconiani (al soldo di Berlusconi) dare lezioni di libertà fa piuttosto ridere.

Quindi il governo Conte bis è pronto a partire e per chiunque abbia avuto i conati per il salvinismo che ci ha inondato negli ultimi tempi può essere una buona opportunità. Ieri parlando con un senatore del Movimento 5 Stelle, Emanuele Dessì, si diceva degli ideali socialisti e progressisti che erano un po’ i punti cardine del Movimento alla sua nascita: possiamo credere che siano stati divorati da Salvini negli ultimi mesi solo se assistiamo a una netta inversione di marcia.

Nei 26 punti di governo (che sono più una lista di buoni propositi) ce n’è uno che salta all’occhio:

«Occorre promuovere una più efficace protezione dei diritti della persona e rimuovere tutte le forme di diseguaglianze (sociali, territoriali, di genere), che impediscono il pieno sviluppo della persona e il suo partecipe coinvolgimento nella vita politica, sociale, economica e culturale del Paese. Occorre intervenire con più efficaci misure di sostegno alle famiglie con persone con disabilità e alle famiglie numerose».

Ora, al di là del fatto che il verbo occorre fa piuttosto sorridere visto che devono farlo loro e dovrebbero anche dirci come, sarebbe interessante capire come si intendono i diritti dopo l’usura a cui sono stati sottoposti negli ultimi mesi. La discontinuità, se discontinuità deve essere, si vede tutta lì.

A proposito: non ci hanno ancora detto dove trovano i soldi per evitare l’aumento dell’Iva.

Insomma: fatti, basta parole.

Buon mercoledì. E buona fortuna a noi.

Il giro del mondo in 15 reportage – introduzione

«Questo non è un mestiere per cinici», diceva un grande reporter come Ryszard Kapuściński. «I cattivi, i furbetti, i cinici non possono essere buoni giornalisti». Manca loro quella umanità profonda che è essenziale per entrare in risonanza con le persone, qualunque sia la loro lingua e cultura, per guadagnarsi la loro fiducia e saperne poi davvero raccontare le storie. Per questo il grande giornalista polacco, autore di libri reportage come Shah-in-shah (1982) sulla rivoluzione iraniana, come Ebano (1998) in cui aveva raccolto trent’anni di viaggi in Africa, l’uomo che da ragazzino aveva patito il socialismo reale e che tuttavia non aveva perso la speranza e credeva nella spinta rivoluzionaria dei movimenti anticolonialisti, aveva scelto di vivere scomodo, di andare sul campo, rifiutandosi di scrivere pezzi da una stanza di albergo come facevano molti suoi colleghi in territori di crisi e di guerra. «È sbagliato scrivere di qualcuno senza averne condiviso almeno un po’ la vita», diceva Kapuściński che aveva rischiato la pelle per stare al fianco di chi non aveva voce. «Lo scrivere non è più un’arte, anzi non è neanche una professione: ormai – denunciò da ultimo – è diventato un mezzo universalmente accessibile per reclamizzarsi, far quattrini o procacciarsi ammiratori. L’inflazione, ecco che cosa minaccia l’arte. Il diluvio, l’alluvione, l’inondazione di dilettantismo, di faciloneria, di qualunquismo». Ma non tutti si sono adeguati al mainstream dell’infotainment, della spettacolarizzazione, dell’omologazione, non tutti si sono arresi al giornalismo da desk imposto dal mercato.

Per fortuna c’è ancora una sceltissima schiera di giornalisti che, gambe in spalla, rischiano in proprio pur di poter raccontare con sguardo vivo realtà lontane e raccontate in modo inadeguato, per conoscerle stando in rapporto vero con gli abitanti, studiandone la lingua, la cultura, cercando di comprenderne in profondità le lotte, le aspirazioni, i sogni. In nome di una difesa non astratta dei diritti umani e sociali, scegliendo di fare questo mestiere per motivazioni ideali, etiche e umane. Questo filo rosso di passione professionale e civile percorre i quindici reportage che abbiamo qui raccolto, in rappresentanza dei molti e autorevoli servizi giornalistici pubblicati nel corso di tredici anni da Left, erede dello storico settimanale Avvenimenti.

A chi ci incontrasse ora per la prima volta con questo volume diciamo che è solo un assaggio della nostra lunga storia, ma che ben ci rappresenta, perché qui troverete il racconto dal Brasile di un grande scrittore come Angelo Ferracuti, autore di libri inchiesta che sono già dei classici come Il costo della vita (2013), e troverete – senza gerarchie di sorta – l’appassionato racconto di una giovane reporter come Martina Di Pirro che è andata in Rwanda, a venticinque anni dal genocidio scovando le tracce di una possibile rinascita del Paese nella resistenza quotidiana delle donne. Troverete la denuncia della drammatica condizione in cui vivono i bambini reclusi in centri per migranti a Lesbo firmata dall’inviato del Tg3 (e presidente della Carta di Roma) Valerio Cataldi e il racconto dal Sahel dell’operatore sociale e giornalista Giacomo Zandonini che negli ultimi anni è diventato uno dei testimoni più attenti nel raccogliere voci di migranti, in fuga da situazioni di guerra e di povertà, che si avventurano nel deserto e per mare in cerca di un futuro migliore, nonostante i soprusi, i ricatti e le torture inferte loro dagli scafisti, nonostante i muri opposti da quella stessa Europa che ha depredato le loro risorse prima di chiudere loro le porte.

In queste pagine troverete la coraggiosa cronaca di Antonella Napoli dal Sudan in rivolta, scritta in giorni infuocati in cui è stata fermata, le è stata sequestrata la macchina fotografica, e si è temuto per la sua incolumità. E poi il reportage dalle Filippine di Matteo Miavaldi che ha fatto arrivare fino a noi il dramma degli sfollati di Marawi. Sono narrazioni con accenti diversi, ognuna con un proprio stile, ma tutte percorse da fili d’oro di impegno personale, documentando tragedie come quella dei desaparecidos in Libano ricostruita dall’esperto di Medio Oriente e redattore di Nena News Roberto Prinzi, ma anche scovando scintille di riscatto, come quelle che Chiara Cruciati, giornalista de Il Manifesto, ha messo in luce in Palestina dove giovani musicisti combattono l’occupazione israeliana con la musica.

Piccoli e importanti segnali di speranza sono stati raccolti in Yemen da Laura Silvia Battaglia, profonda conoscitrice della storia di questo Paese bellissimo, ferito dall’aggressione saudita e dalla guerra. Nel suo reportage racconta, da Sana’ a, storie di giovani che cercano di costruirsi un futuro diverso con la produzione di caffè. Attraverso le parole di un’altra voce di Radio3 mondo, Marina Lalovic, arriva fino a noi la lotta delle donne in Pakistan. Ma straordinarie sono anche le due storie, diverse e parallele, dei pescatori antirazzisti di Zarzis, in Tunisia, ripercorsa da Giulia Bertoluzzi e dei pescatori incontrati da Lorenzo Giroffi e Giuseppe Borello a Dakar, in Senegal. Fra i racconti più sconvolgenti e inaspettati c’è quello dello scrittore ed editore di Infinito Luca Leone che rivela la storia della città ultra nazionalista fondata da Emir Kusturica, in Occidente acclamato regista e musicista. Bruciante e viva è la memoria dello scrittore cinese Mah Sileih nell’anniversario della strage di Tienanmen; per non chiudere gli occhi davanti alle pagine più buie, per reagire e opporsi alla violenza.

Quella violenza visibile e invisibile che il Nobel Josè Saramago aveva sempre rifiutato con la forza della sua narrazione, come ci ricorda con il suo toccante reportage da Lanzarote lo scrittore Shady Hamadi, anche questo, come altri reportage contenuti in questo volume, illustrato poeticamente dal giornalista, disegnatore e scrittore Vittorio Giacopini.

ACQUISTA IL LIBRO