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Urlano perché non hanno argomenti

Senatori di Fratelli d'Italia espongono cartelli con Tricolore e scritta 'voto' in Senato durante voto sulla fiducia al Governo, Roma 10 settembre 2019. ANSA/GIUSEPPE LAMI

«Il sapere e la ragione parlano; l’ignoranza e il torto urlano» scriveva Arturo Graf. E in questi ultimi due giorni ho voluto farmi del male seguendo per intero le dirette del voto di fiducia al governo sia alla Camera che al Senato. Mi è venuta la congiuntivite, giuro. Mi si è spento l’elettroencefalogramma per riuscire ad allinearmi con la corporeità degli argomenti proposti, delle tesi esposte e dei rinfacci l’uno all’altro.

Provo però a ricapitolare, perché ne vale la pena.

La Lega ha strepitato a più non posso con cori da stadio ogni volta che parlavano gli altri, in primis Conte, come fanno quelli che non hanno idee e allora per galleggiare devono fare deserto tutto intorno. Più o meno comunque la loro lettura dei fatti è questa: i poteri forti hanno decido di fare cadere il governo (lo so, fa già ridere così) e loro hanno deciso di dire basta all’esperienza del governo gialloverde perché gli altri dicevano sempre no. A rigor di logica quindi si autodenunciano come poteri forti, se ci pensate. Comunque: dicono che Conte abbia formato il governo telefonando a Parigi, a Berlino e a Bruxelles e si sia messo d’accordo con il Pd perché gliel’ha consigliato qualche plutomassone turbocapitalista. Poi hanno detto «poltronari» (ne ho scritto ieri), «parlateci di Bibbiano» e altre amenità simili. Sembrava il saggio di fine anno: hanno messo in scena i tweet del loro capo.

Fratelli d’Italia ha detto che loro sono gli unici coerenti lì dentro (bastonando l’amichetto Salvini): per loro essere rimasti fuori dai giochi è una nota di merito. Dicono sempre così quelli che vengono lasciati fuori nelle partite di calcetto: «Sono troppo forte per loro». Poi hanno detto che Leu è un partito di pericolosi comunisti (me lo vedo Grasso lanciare le molotov) e che Conte è schiavo dei poteri forti.

Forza Italia ha detto che Salvini è stato un po’ discolo ma se accetta di portare il caffè a letto tutte le mattina a Berlusconi forse lo perdoneranno. Hanno detto che non vanno in piazza perché sono diversi da quelli che comunque ritengono naturali alleati. Hanno anche detto che c’è già un leader naturale per risolvere tutto: Silvio. Applausi svogliati e stanchi.

Questi i concetti politici. Il resto? Urla, magliette, sfottò e il Parlamento trasformato in urlatoio. La politica dell’opposizione è tutta qui.

Per chi mi chiede della maggioranza, vi anticipo: siamo in attesa dei fatti. Ah, a proposito, anche la Alan Kurdi che continua a rimanere in mezzo al mare.

Buon mercoledì.

Sopravvissuti alle bombe ed espulsi dal centro Onu. Il dramma senza fine dei migranti in Libia

TOPSHOT - Illegal immigrants are seen at a detention centre in Zawiyah, 45 kilometres west of the Libyan capital Tripoli, on June 17, 2017. The Libyan coastguard has rescued more than 900 African and Asian migrants attempting to reach Europe, a navy spokesman said. / AFP PHOTO / Taha JAWASHI (Photo credit should read TAHA JAWASHI/AFP/Getty Images)

Erano scampati al bombardamento del lager libico di Tajoura dello scorso 2 luglio, in cui morirono 53 persone. Avevano trovato rifugio all’interno di una struttura dell’Unhcr, a Tripoli. Un luogo dove finalmente i circa 480 profughi superstiti si sentivano al sicuro, al riparo da nuove torture e omicidi, di routine nel centro di detenzione da cui provenivano. Ora però l’agenzia Onu per i rifugiati chiede agli ospiti abbandonare la struttura perché i posti all’interno sono troppo pochi rispetto alle presenze. Minacciandoli di essere riportati nei centri di detenzione. Mettendo così, in ogni caso, a rischio le loro vite.

La struttura dell’agenzia Onu per i rifugiati, conosciuta come Gdf (Gathering and departure facility, ndr), «è gravemente sovraffollata. Più di mille persone sono ospitate qui, mentre la capacità del centro è di 700 persone» spiega in una nota l’Unhcr. «Le infrastrutture e i servizi del Gdf – si legge ancora – sono malridotti e il deterioramento delle condizioni di vita potrebbe portare ad una situazione insostenibile». Il centro, creato nel 2018, ha la funzione di spazio di transito per quei rifugiati detenuti nel Paese che vengono identificati come i più vulnerabili e per i quali (pochi) viene trovato un posto fuori dalla Libia. Non per tutti, insomma. Per questo ai sopravvissuti di Tajoura è stato chiesto di uscire.

Ma i circa 480 superstiti ai quali è stata formulata questa richiesta si sono opposti. Per loro, allontanarsi dalla struttura significa rischiare di tornare tra le mani dei trafficanti di esseri umani, oltre che esporsi ai pericoli del conflitto in corso nel Paese. Per questo hanno deciso di lanciare un appello internazionale. Dopo essere entrati nel centro il 9 luglio, «ora l’Interno e l’Unhcr vuole farci uscire e lasciarci per le strade di Tripoli, dove ci aspettano intensi combattimenti e reti di trafficanti – scrive uno dei profughi all’interno del Gdf, in un messaggio Whatsapp che abbiamo raccolto grazie al lavoro di denuncia del collettivo Josi e Loni project. «Il rischio – prosegue – è di una grande catastrofe umanitaria. Noi rifugiati e sopravvissuti del bombardamento di Tajoura chiediamo aiuto e protezione».

Secondo diversi profughi ora sotto sgombero, vivere all’esterno del centro, a Tripoli, sarebbe tanto rischioso quanto affrontare il mare, e per questo molti di loro starebbero già pianificando la traversata del Mediterraneo, come si evince da alcune testimonianze raccolte dall’Irish Times.

I profughi in questione erano fuggiti in massa dal centro di detenzione di Tajoura, nella periferia Est di Tripoli, in seguito al raid dell’aviazione del generale Khalifa Haftar del 2 luglio, un vero e proprio crimine di guerra nell’ambito dello scontro civile in atto nel Paese (non era la prima volta che il centro finiva sotto le bombe; secondo le testimonianze di alcuni profughi, inoltre, i morti sarebbero stati circa un centinaio). Dopo che l’Unhcr si era dichiarata disponibile ad ospitare solo una piccola parte dei superstiti nel Gdf, gli esclusi avevano deciso di entrare comunque nella struttura.

A distanza di due mesi dal loro ingresso, però, il personale del centro ha comunicato ai profughi di essere “sgraditi”, in quanto il loro accesso sarebbe avvenuto in maniera “abusiva”, la struttura è oltre il limite della capienza e i posti a disposizione per l’evacuazione sono assai limitati. Motivazioni che, per quanto reali, assai difficilmente giustificano l’esposizione di persone già fortemente traumatizzate al rischio di tornare nei lager libici (nel centro dal quale provengono, quello di Tajoura – è bene ricordarlo – torture e stupri sono all’ordine del giorno). Un’operazione messa in atto, peraltro, proprio dall’agenzia che avrebbe come mandato internazionale la loro protezione.

Ma a suscitare forte preoccupazione sono anche le modalità con cui si sarebbe chiesto ai profughi di andarsene. Come testimoniato da alcuni video girati dai migranti, gli operatori dell’Unhcr avrebbero tentato di convincere i superstiti di Tajoura ad abbandonare il Gdf affermando che «non ci sono altre opzioni», e che qualora non accettassero di farlo «arriveranno qui (le autorità libiche, ndr) e vi riporteranno nei centri di detenzione». Il Gdf dell’Unhcr, è bene ricordarlo, opera sotto la giurisdizione del ministero dell’Interno libico del governo di accordo nazionale presieduto da Fayez al-Sarraj.

https://twitter.com/SAIBI2001/status/1168160321145647105

Secondo alcune testimonianze scritte a mano dai profughi e raccolte dalla reporter irlandese Sally Hayden, inoltre, nei loro confronti gli operatori Onu avrebbero paventato l’uso della forza, in caso di rifiuto ad uscire autonomamente.

«Non abbiamo mai detto che i profughi saranno forzati ad uscire, o che sarà in alcun modo usata la forza nei loro confronti», ribatte Paula Barrachina Esteban, funzionaria dell’Unhcr a Tripoli, contattata dal nostro settimanale.

«Ma se non volessero abbandonare il centro – prosegue – e non trovassimo altre soluzioni, una possibilità è che le autorità libiche decidano di intervenire e li riportino in stato di detenzione. Non è la cosa che vogliamo, per questo abbiamo deciso di prolungare il dialogo coi profughi. Per ora nessuno di loro è stato fatto uscire, si tratta di una soluzione volontaria».

Il motivo con cui l’agenzia per i rifugiati giustifica la scelta di allontanare una parte degli attuali profughi presenti nel Gdf – ribadiscono dall’Alto commissariato – è legato alle condizioni della struttura, e di chi la abita.

«Il Gdf è un centro di transito per i rifugiati detenuti in Libia che individuiamo come più vulnerabili, affinché siano evacuati dal Paese – prosegue Barrachina -. Tra coloro che erano detenuti a Tajoura ne abbiamo individuati 55. Ma ora la struttura è al limite, e non abbiamo a disposizione abbastanza slot per evacuare tutti i profughi presenti nel centro. Perciò abbiamo chiesto ai 480 che sono entrati dopo il bombardamento di luglio di essere trasferiti in ambito urbano, dove vivono già più di 50mila rifugiati».

A chi accettasse di uscire – in gruppi da 20-40 per volta – verrebbero consegnati una piccola cifra di denaro e l’occorrente per l’igiene personale, e verrebbe offerta la possibilità di una successiva valutazione personale per verificare le condizioni per un reinsediamento fuori dal Paese.

«La Libia non è un Paese sicuro, lo sappiamo – conclude la portavoce dell’Unhcr -. Per questo quella che proponiamo non è la soluzione ideale, ma è l’unica che abbiamo se vogliamo tornare ad rendere operativo il Gdf. Nell’ultimo anno da qui sono state trasferite 1016 persone, verso il Niger e verso l’Europa. In questo momento abbiamo identificato persone che avrebbero diritto ad abbandonare la Libia, ma non possono accedere al Gdf perché è pieno».

Numeri e argomentazioni, questi, che al momento non fanno presa sui sopravvissuti di Tajoura, portatori di un gigantesco bagaglio di ferite, nel corpo e nella psiche. Costretti ad un assurdo braccio di ferro con chi avrebbe il compito di difenderli, che non intendono mollare.

Poltronari

The leader of League party Matteo Salvini (L), flanked by the president of the Brothers of Italy party (Fratelli d'Italia, FdI) Giorgia Meloni (R), delivers a speech during the demonstration of the right against the M5S-PD Government, in Rome, 9 September 2019. Premier Giuseppe Conte will present the programme of his new government in the Lower House on Monday ahead of the first of two confidence votes that the executive is set to face in parliament. Conte's second government based on the alliance between the anti-establishment 5-Star Movement (M5S) and the centre-left Democratic Party (PD). ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Matteo Salvini:

Il 20 giugno 1993 venne eletto consigliere comunale di Milano a seguito della vittoria alle elezioni comunali del candidato sindaco Marco Formentini.

Nel 1997 incomincia l’attività giornalistica e lavora come cronista per il quotidiano la Padania (questo periodo sarà in seguito definito dallo stesso Salvini come «un’esperienza affascinante»).

Dal 1999 lavora inoltre per l’emittente radiofonica leghista Radio Padania Libera diventandone successivamente direttore.

Dal 2004 al 2006 è stato deputato del Parlamento europeo, eletto per la lista della Lega Nord nella circoscrizione nord-ovest (con circa 14mila preferenze). Successivamente Salvini sceglie come proprio assistente parlamentare Franco Bossi, fratello di Umberto. Nel 2006 viene sostituito come deputato al Parlamento europeo da Gian Paolo Gobbo, essendosi candidato alle elezioni amministrative di Milano dove viene rieletto consigliere comunale, con oltre 3mila preferenze

Alle elezioni politiche del 2008 è stato eletto parlamentare alla Camera dei deputati nella circoscrizione Lombardia 1.

Il 7 giugno 2009 viene eletto al Parlamento europeo, con 70mila preferenze; un mese dopo si dimette da parlamentare italiano, scegliendo l’incarico europeo.

Alle elezioni politiche del 2013 viene eletto deputato, ma cessa il mandato il primo giorno della legislatura, sostituito da Marco Rondini, per mantenere l’incarico di europarlamentare.

Eletto senatore alle ultime elezioni in Calabria, ha rassegnato contemporaneamente le dimissioni da europarlamentare.

24 anni di politica come mestiere.

Giorgia Meloni:

Nel 1998, dopo aver vinto le primarie di Alleanza nazionale per l’XI Municipio di Roma, viene eletta consigliere della Provincia di Roma per Alleanza nazionale, rimanendo in carica fino al 2002.

Nel 2006, a 29 anni, viene eletta alla Camera dei deputati nella lista di Alleanza nazionale nel collegio Lazio 1, divenendo la più giovane donna parlamentare della XV legislatura. Dal 2006 al 2008 è una dei vicepresidenti della Camera dei deputati.

Nel 2008, poco dopo l’insediamento della XVI Legislatura, diventa, a soli 31 anni, ministro per la Gioventù del Governo Berlusconi IV, mantenendo la presidenza di Azione giovani.

In occasione delle elezioni politiche del 2018 è stata rieletta deputata con il centro-destra nel collegio uninominale di Latina.

19 anni di politica come mestiere.

Questi ieri hanno manifestato contro i poltronari. È tutto.

Buon martedì.

La discontinuità è un governo che smonti il disegno leghista

Il premier Giuseppe Conte (S), la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese (C) e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio alla Camera durante la fiducia al nuovo governo, Roma, 9 settembre 2019. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Avrà sbagliato Salvini a ingaggiare il braccio di forza con il M5s che ha portato a staccare la spina al governo gialloverde o è stato un preciso calcolo in vista di una finanziaria che si annunciava necessariamente lacrime e sangue per la impossibilità strutturale di un approccio diverso nelle condizioni date?
La risposta non è semplice, ovviamente, ma qualunque risposta al quesito contiene una parte di verità.
Qualora Salvini avesse vinto la sfida ingaggiata con il M5s, costringendo al rinnovo del “contratto” magari con un rimpasto, avrebbe ulteriormente ridimensionato l’alleato pur avendo la metà delle forze parlamentari, e avrebbe consolidato il suo ruolo di fatto di “padrone” dell’esecutivo.

Avesse perso il confronto, come apparentemente successo con la nascita della nuova maggioranza, Salvini avrebbe comunque potuto presentarsi, nella prevedibile opposizione sociale e mediatica, come l’uomo forte nel governo che finché ha potuto ha fatto il possibile per gli italiani, ma anche come l’uomo forte dell’opposizione, che il Pd e le forze di sinistra non hanno in questi mesi realmente mai saputo fare, che non partorisce una finanziaria da lui comunque presentata, qualunque essa sia, come dettata dall’Europa, mettendo in conto, in questo disegno, anche un calo dei consensi che gli concedevano i sondaggi (scommettendo quindi sulla capacità di limitare l’eventuale erosione), tuttavia consolidandone la gran parte in vista di elezioni più o meno prossime.
Insomma, al governo o all’opposizione, Salvini, in tale ottica, potrà sempre proporsi come l’uomo forte, al governo come all’opposizione: un calcolo sempre conveniente sia in caso di permanenza che di uscita dall’esecutivo.

È del tutto evidente che ogni strumento la nostra democrazia e la nostra Costituzione ci offrono per impedire il prevalere della destra in tutte le sue forme era da afferrare, e basterebbe già solo questo per giustificare e consentire la nascita del Governo M5s/Pd/Mdp, pur di stampo marcatamente centrista e rassicurante verso i mercati e le istituzioni europee.

La giustezza e la necessità di far nascere un nuovo governo, non deve tuttavia farci dimenticare, a questo proposito, che siamo comunque di fronte non ad un governo giallo-rosso, come viene semplicisticamente descritto, ma ad un governo moderato e di centro, formato da M5sS e Pd (cioè tra una forza che si autodefinisce a-ideologica, ed una sostanzialmente di centro) cui si affianca come ministro un esponente di Mdp, Speranza, esponente del partito che si è presentato con lo stesso Pd alle europee e che marcia decisamente verso una nuova confluenza o affiancamento e non ci si è orientati invece verso altri e più rappresentativi esponenti (nel senso dell’unità a sinistra) della variegata composizione del gruppo (circolava il nome della Muroni, o della stessa De Petris, ecc).

Tale scelta indica la sostanziale marginalizzazione delle componenti di sinistra, perché Speranza in realtà non rappresenta l’elemento unitario della sinistra, semmai uno dei protagonisti del tradimento della promessa unitaria che fu propria del progetto, e Leu è solo il nome residuo del gruppo parlamentare in cui sono presenti diverse e distanti forze della cosiddetta sinistra radicale.
Se le cose stanno così, andrei assolutamente cauto, nelle manifestazioni, comprensibili, di soddisfazione che si sono succedute al termine della soluzione della crisi di governo.

Molto dipenderà da quello che il nuovo governo riuscirà a realizzare, per smontare il disegno leghista, e a quanto saprà contribuire con la sua azione alla guarigione dall’infezione sociale e civile che caratterizza il Paese, distinguendosi per discontinuità, e offrendo soluzioni, se pur minime e con i limiti suddetti, ad alcuni dei temi ormai stancamente ripetuti: lavoro, lotta alla precarietà, all’evasione fiscale, sostegno alle famiglie, migranti, ecc.

Verrà un tempo in cui ci si dovrà però sedere a ragionare, apertamente e senza pregiudizi, sugli errori di questi anni, da parte del M5s, del Pd e delle forze di sinistra, ciascuno riconoscendo la propria parte di responsabilità.
Dall’aver impedito la formazione di un governo tra il Pd bersaniano e non renziano, con la conseguenza di aver concorso all’avvento di Renzi e delle sue politiche (dal patto del Nazareno, alle alleanze con Alfano, alle politiche migratorie distintesi per gli accordi con la Libia, ecc), fino all’aver consentito o addirittura auspicato la nascita del governo gialloverde (i cui effetti sono tragica cronaca) scegliendo la politica dei pop corn, scommettere cioè sui danni altrui nella speranza di potersi riproporre come salvatori della patria, ma dimostrando con ciò di non avere la minima preoccupazione sugli effetti sociali, civili ed economici nel Paese che tale scelta determinavano.

Ma bisognerà ragionare soprattutto, e penso in particolare alla sinistra tutta oltre che ovviamente al Pd, sulla grave colpa (derivante da un’evidente incapacità culturale e politica delle inadeguate classi dirigenti) di porsi con un prevalente atteggiamento di sufficienza e supposta superiorità nei confronti di un movimento, i pentastellati, che non nasce “partito”, ma che esprimeva alle origini (non più chiaramente oggi per le notevoli ed evidenti mutazioni subite) istanze ed esigenze reali e che, direi naturalmente, avrebbero dovuto trovare a sinistra il primo interlocutore.

Bisognerà riflettere su cosa è adesso, non nelle narrazioni più o meno interessate e nella vulgata mediatica, il Pd, che, semplificando, viene raccontato come la sinistra sostanziale nel Paese e che al contrario bisognerà prima o poi definitivamente battezzare come partito compiutamente, persino legittimamente, di centro, al cui interno convivono, esattamente come fu nella Dc, tante e diverse pulsioni e sensibilità (talvolta genericamente più a sinistra, altre meno, tutte comunque più o meno dichiaratamente liberiste), tante correnti e soprattutto tanti leader, talvolta senza truppe.

E ancora bisognerà riflettere su cosa è e cosa vuole essere la sinistra oggi in Italia, che è presente nella sensibilità e nelle esigenze sociali (le decine di manifestazioni pro-Lucano, contro CasaPound, contro le politiche salviniane, in difesa dei migranti e della Comandante, nelle lotte contro gli sgomberi, nel sostegno ai senza casa ecc.) e che tuttavia non si identifica in alcuna formazione e anzi si disperde in prevalenza nell’astensionismo.
Bisognerà riflettere infine sulla necessità reale, politica e sociale, di un soggetto unitario della sinistra che innanzitutto si riconosca nella radicalità di pensiero (cambiare il mondo non amministrarlo) ma che rifiuti l’etichetta di marginalità che le viene imposta quando al termine radicale si associa l’idea di rivoluzionari fuori tempo, estremisti da salotto.

Insomma, la soluzione della crisi di governo non scioglie di per sé i nodi presenti nel Paese, ma rappresenta un’opportunità, che mette alla prova tutti i protagonisti in campo di cui vedremo la reale capacità di rispondere alla sfida.

Lionello Fittante è cofondatore associazione politico-culturale #perimolti e componente Comitato Nazionale èViva

La trattativa Sánchez-Iglesias non decolla. E l’ipotesi elezioni si avvicina

epa07705107 Acting Spanish Prime Minister, Pedro Sanchez (L), chats with left Podemos Party's leader Pablo Iglesias, during a meeting in the framework of a new round of talks for his investiture at Lower Chamber of Spanish Parliament, in Madrid, Spain, 09 July 2019. Sanchez began a new round of talks to reach enough support to achieve his inauguration. EPA/Juan Carlos Hidalgo

Sánchez afferma che una buona negoziazione non deve avere né vincitori, né vinti. Iglesias critica il Psoe di immobilismo. Mentre la Spagna scivola dritta verso nuove elezioni, in autunno, dopo l’insuccesso a luglio della nomina del presidente del consiglio e senza alcun accordo raggiunto, fino ad oggi, tra Psoe e Unidas Podemos.

Che il ripetere le elezioni non danneggi i socialisti è qualcosa di cui quasi nessuno dubita: sebbene un ritorno alle urne possa essere un’arma a doppio taglio, per ora, tutti i sondaggi danno al Psoe un aumento dei voti e un grande vantaggio rispetto al resto dei partiti. Ora la pressione è tutta focalizzata su Sánchez e Iglesias, l’alleanza ovvia che il risultato delle politiche lo scorso aprile lanciò. Si accusano a vicenda, da settimane, del fallimento nel tentativo di formare un governo progressista, ma formalmente resiste la volontà comune di rivedersi e provarci ancora, anche se è manifesto il clima di diffidenza e sfiducia reciproca in cui si muovono.

Una trattativa ha le sue regole, se vuole andare in porto, ma basarla sul prendere o lasciare non può andare mai a buon fine. Sánchez ha deliberatamente scelto di non far partire un vero confronto, passando questi quattro mesi a screditare Unidas Podemos. Ora i socialisti provano a dividere le forze che si siedono al tavolo per negoziare – Podemos, Izquierda Unida e il Partito Comunista di Spagna, En Comú Podem e Galicia en Común, i verdi di Equo – con lo scopo di determinare l’equilibrio di voti necessari all’investitura senza una coalizione governativa. Si moltiplicano le pressioni sui deputati contrari alle elezioni e disponibili ad accettare l’incastro programmatico chiesto dal Psoe, con responsabilità istituzionali, ma ben lontane dal consiglio dei ministri che Sánchez vuole assolutamente monocolore socialista.

Intanto l’estate vola via e l’ultimo trimestre dell’anno inizia tra incertezza politica e tensioni sociali. E il conto alla rovescia continua inesorabile verso il 23 settembre, ultima data utile per evitare le urne a novembre. La Spagna dovrà affrontare, incatenata al bilancio, approvato dall’ultimo governo Rajoy, il peggioramento della situazione economica tra gli annunci di una sempre più probabile recessione che coinvolgerà l’intera Europa. L’uscita senza accordo dalla Ue dell’Inghilterra renderà, per la Spagna, la crisi ancora più acuta, tanto che Sánchez si è già riunito con le comunità autonome, aggravate da un deficit finanziario di milioni di euro, per stabilire prime misure di emergenza. Si rischia di portare il Paese al voto in piena urgenza abitativa, di questi giorni la notizia che a Madrid e Barcellona i prezzi per affittare una casa hanno raggiunto un nuovo massimo e con essi gli sfratti per morosità.

Secondo un sondaggio della SigmaDos per El Mundo, più della metà delle persone intervistate, il 54,9%, vorrebbe che Psoe e Unidas Podemos raggiungessero un accordo governativo. Più favorevoli sono proprio gli elettori di questi due partiti – il 71,7% di quelli di Pedro Sánchez e fino al 95% di quelli di Pablo Iglesias – ma anche quelli di Pp (23%) e di Ciudadanos (30%). Pertanto, solo il 36,9% sembrerebbe propenso a nuove elezioni. Ed è inutile ricordare che una ripetizione elettorale favorirebbe gli accordi tra le destre, provocherebbe sfiducia nell’elettorato di sinistra favorendo l’astensione o riprodurrebbe una situazione di stallo con le stesse condizioni di ora, con la possibilità di formare un governo solo attraverso un accordo fra Psoe e Unidas Podemos.

Il disegno dei socialisti sembra da sempre essere stato quello di tornare alle urne e regolare definitivamente i conti con la rivolta degli indignati del 2011, da cui viene Podemos, riducendo quella rivolta a sola forza di testimonianza. Chiudere con questa anomalia spagnola, consolidando una normalizzazione centrista, è proprio la richiesta dei poteri forti, delle banche, dei grandi patrimoni, delle compagnie elettriche. Al grido della base socialista, subito dopo le elezioni,”con Ciudadanos no” hanno contrapposto un sussurrato “con Podemos meglio di no”.
Un governo di coalizione tra le due sinistre significherebbe alzare le imposte sui benefici delle banche dal 6% al 15%, derogare la legge sul lavoro di Rajoy, bloccare gli sfratti e calmierare gli affitti e realizzare tutte quelle misure che il Psoe sa declinare benissimo in campagna elettorale, ma poi è altrettanto bravo a disattendere. Basta ricordare che l’85% del patto sul bilancio per il 2019, concordato con Unidas Podemos, poi affossato dagli indipendentisti catalani, è rimasto sulla carta, disatteso.

Le prossime settimane diranno se, alla fine, Unidas Podemos deciderà di dare i propri voti “gratis” per avviare la legislatura, appoggiandola esternamente. Non è una decisione semplice, ma ha il pregio di evitare elezioni pericolose e soprattutto di svelare il gioco socialista, questo suo continuo mettere la freccia a sinistra per poi girare a destra. Un accordo su pochi punti, deroga alla legge sul lavoro, nuova politica sull’immigrazione, blocco dei prezzi affitti e regole e tasse alle compagnie che gestiscono gli affitti per turisti, tassa sui patrimoni e alle rendite bancarie, transizione ecologica a cui far seguire una intransigente pressione per la loro realizzazione. Forse anche questa scelta porterebbe ad elezioni, ma risulterebbe chiaro chi ne sarebbe il responsabile e il perché prende questa decisione.

Gli aizzatori che poi frignano

Matteo Salvini leader Lega Nord visita il campo rom di Via Germagnano a Torino, 1 Febbraio 2018 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Benvenuti nell’era del vittimismo salviniano che in nome del politicamente corretto trova terreno fertile un po’ dappertutto. L’ultima sparata dell’ex ministro finalmente tornato alle sagre di piazza è un post del giornalista Rai Fabio Sanfilippo che, dice Salvini, lo avrebbe invitato al suicidio.

“Invita Salvini al suicidio, Rai avvia il procedimento” ha scritto l’Ansa.

“Salvini, il giornalista Rai Fabio Sanfilippo lo invita al suicidio su Facebook”, ha scritto il Corriere della Sera.

E poi: «Giornalista su FB “Salvini ti spari” L’azienda interviene».

Titoli e titoloni di tutti i giornali, compreso quello che aveva scritto che “Per stendere Renzi bisogna sparargli” (non c’è nemmeno bisogno di nominare la testata, pensate al quotidiano che più si avvicina alla cacata carta per dirlo in latino, è esattamente quello).

Nessuno forse ha letto il post di Sanfilippo che dice testualmente:

«Caro Matteo Salvini, lo so che stai facendo finta di niente, anzi spacci la disfatta per vittoria. Ma io sono stato un leale avversario fin dagli albori, quindi posso permettermi questa missiva aperta, nemico mio. Certo vedere certi post e certe dirette mi fa tenerezza, tipo che vorrei mettere i croccantini o la mousse, se preferisci l’umido. Ma temo sia il tuo guru dei social che ti fa fare queste performance, cacciamolo! Allora, ti sei impiccato da solo e questo è evidente. Io ne sono felice, vabbè, si era capito. Ora perderai il 20,25 per cento dei consensi che ti accreditano i sondaggi, lo sai? E che fai? Non hai un lavoro, non sai fare niente, non hai un seggio da parlamentare europeo, hai perso il posto da ministro, certo stai in Parlamento, ma con la vita che ti eri abituato a fare tempo sei mesi e ti spari nemico mio.  Penso che perderai pure la segreteria della Lega Nord o come si chiama. Quello che non ti perdonerò è di aver plagiato la mente di due miei nipoti, con i miei figli non ci sei riuscito, cazzo. Ma li recupero, fidati. Mi dispiace per tua figlia, ma avrà tempo per riprendersi, basta farla seguire da persone qualificate. In bocca al lupo»

Può piacere o no ma non c’è nessuna istigazione al suicidio. Tanto per chiarire. L’istigazione invece che Salvini ha usato e continua a usare da tempo. Del resto è un’istigazione alla morte chiamare i migranti clandestini e scrivere che devono tornare in Libia. È un’istigazione alla morte parlare di pulizia di una certa etnia. È istigazione alla morte inoculare il sospetto che alcuni minacciati di morte non abbiano bisogno della scorta. È un’istigazione alla morte tenere bambini in mezzo al mare. È un’istigazione alla morte proteggere i razzisti e le loro violenze e i fascisti e le loro violenze.

Ma è sempre così: gli aizzatori appena vengono disinnescati frignano. E sanno solo vedere gli aizzamenti degli altri. Anche dove non ci sono.

Buon lunedì.

La forza della solidarietà è più forte di ogni divieto

Il tweet della ong Mediterranea Saving Human con la foto di una bambina salvata in mare insieme a circa cento migranti, 28 agosto 2019. "Tra i naufraghi soccorsi oggi dalla Mare Jonio 22 sono bambini, alcuni piccolissimi: naufraghi col ciuccio in bocca. Siamo a bordo con questa inondazione di vita strappata alla morte. Viva Mediterranea, oggi la Mare Jonio Ë la nave dei bambini", si legge sul social network. TWITTER/MEDITERRANEA SAVING HUMANS +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO? ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L?AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ ++ HO - NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Sei giorni e cinque notti. Tanto è durata l’ultima odissea di Mare Jonio, la nave di soccorso della missione Mediterranea. A bordo, assieme allo staff di volontari della ong nata nel 2018 da una rete di associazioni e centri sociali, c’erano 98 sopravvissuti. Profughi, strappati alle onde del mare la mattina del 28 agosto. Il tubolare di destra del gommone che li aveva portati al largo di Misurata si era bucato, costringendoli ad una deriva di due giorni e due notti, senza acqua e cibo. Tra loro, 22 bambini sotto i dieci anni, altri sei minorenni, 26 donne, di cui almeno otto in stato di gravidanza. In fuga da violenze indicibili. Ma non sufficienti, evidentemente, per evitare che la nave ricevesse subito il divieto di sbarco – previsto dalla legge Sicurezza – da parte del governo italiano uscente. Firmato: Matteo Salvini, Elisabetta Trenta, Danilo Toninelli.

Poi, il «trasbordo della vergogna» di 64 persone – donne, bambini e malati – su una motovedetta della Capitaneria di porto, al largo di Lampedusa. Mentre calava la notte, il mare in burrasca, con tutti i pericoli del caso. Infine, lo sbarco di altre persone in gravi condizioni, e l’incredibile epilogo il 2 settembre: l’autorità portuale concede il permesso di entrare in acque territoriali e far scendere a terra i migranti per «motivi sanitari», mentre le Fiamme gialle consegnano alla ong una multa da 300mila euro per…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 6 settembre 2019

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Quei fanatici cristiani che uccisero Ipazia

Nel mese di marzo del 415 d.C., ad Alessandria, una donna viene brutalmente assassinata. Non era un delitto “passionale”, nel senso che siamo abituati ad attribuire a questo termine pur improprio. L’autore del crimine non era un marito tradito, un amante respinto e abbandonato. L’unica cosa che sappiamo di lui era che odiava selvaggiamente quella donna: a provarlo, infatti, è l’incredibile, disumana crudeltà dell’uccisione.

Dopo averla seviziata e uccisa con dei cocci appuntiti, l’assassino aveva fatto la sua carne a brandelli, aveva cavato gli occhi dalle orbite e aveva dato alle fiamme i poveri resti. Uno scempio inaudito che peraltro svelava almeno parte del mistero: ad ucciderla non era stata una sola persona, era stata una folla inferocita.

Ma per quale ragione? Chi poteva essere, chi era la donna che aveva suscitato un simile odio? Si chiamava Ipazia, quella donna, e…

L’articolo di Eva Cantarella prosegue su Left in edicola dal 6 settembre 2019

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Un Paese a mezza pensione

Un Paese a mezza pensione dove la fuga dal lavoro – quando non è il lavoro ad andare in fuga – prende le dimensioni di un’emorragia nel pubblico impiego grazie ai meccanismi di Quota 100 che, al di là degli effetti benefici su chi riesce a raggiungere il traguardo, prefigura un ricambio generazionale, una staffetta che avrà l’aspetto di una cura dimagrante dei diritti. A prendere il posto di chi va in pensione saranno lavoratori sempre più atipici.

Sono state 10.336 le domande di pensione Quota 100 presentate dai dipendenti pubblici con decorrenza agosto 2019: 5.694, come emerge dai dati Inps, dagli enti locali, 2.023 da paramedici, amministrativi e tecnici. La Cgil, preoccupata dalle incognite del turn over fa sapere che otto su dieci usciranno dalla pubblica amministrazione. Il 55,1% da Regioni, Comuni e Province, il 22,7% dal comparto sanità. Ma Quota 100, come aveva previsto la Cgil, coinvolgerà una platea molto più ristretta rispetto alle previsioni, con un ingente risparmio di risorse per il prossimo triennio, 325mila persone anziché 970mila, con un risparmio di 7miliardi e 200milioni con cui, secondo Corso Italia, si potrebbero mettere in atto «altre misure che permettano di superare la legge Fornero».

Con buona pace delle sparate propagandistiche di Salvini nella sua campagna elettorale perpetua: «Il ricambio generazionale arriverà almeno al 50% se non la cancelleranno». Invece la misura-bandiera sembra essere uno dei punti negoziabili nelle trattative tra M5s e Pd. «Uno dei possibili settori di intervento della nuova maggioranza, se ci sarà, potrebbe proprio essere quello relativo al sistema pensionistico». Discorrendone con Left, David Natali invita a «procedere con i piedi di piombo, nessuno sa ancora quali saranno gli accordi tra le forze politiche». Natali, che insegna Politica europea e Politica comparata alla Scuola di studi superiori Sant’Anna di Pisa, spiega che «in base agli ultimi dati si prevede un numero sensibilmente inferiore, all’incirca 200mila invece che 290mila, di domande entro la fine dell’anno, 7-8 miliardi di spesa aggiuntiva secondo previsioni confermate dagli organi tecnici del Parlamento, 22 miliardi nel triennio».

Più che ad un’abolizione, al tavolo tematico del Nazareno si starebbe pensando al taglio di un anno della sperimentazione triennale della misura anche per evitare disparità tra lavoratori e disastri sociali come gli esodati di Fornero. Anche nel sindacato si ritiene che sarebbe un errore interromperla prima del tempo. «Anche perché nelle fabbriche è stata percepita come un’inversione di tendenza positiva dopo tanti anni», avverte Augustin Breda, delegato Fiom all’Electrolux di Susegana (Treviso), spiegando che nel Nordest Quota 100 è stata uno «degli elementi di maggior consenso per il governo Lega-M5s, insieme al blocco delle clausole della Fornero che innalzano l’età pensionabile. Molti di noi sono entrati precocemente in fabbrica e sono arrivati alla soglia di 42 anni di contributi prima dei 62 anni previsti da Quota 100, ecco perché nell’industria c’è stata meno richiesta».
Natali, riprendendo un parere largamente condiviso tra gli esperti, ricorda che «l’aumento di spesa per un numero così ridotto di aventi diritto è comunque un salasso per la spesa pubblica. Ed è il punto di attacco della Cgil. Da qui il dibattito degli ultimi mesi e le proposte alternative che potrebbero essere la base per una forma di concertazione eventuale con il nuovo governo».

Corso Italia chiede una flessibilità in uscita per tutti dopo i 62 anni e interventi a favore delle donne, dei lavoratori discontinui e precoci, dei lavoratori gravosi o usuranti e l’introduzione di una pensione contributiva di garanzia per i giovani. Anche Landini ha appena rammentato che Quota 100 «è un provvedimento che introduce discriminazioni per le donne. Ci vuole una riforma strutturale. Quando si parla di pensioni non ci possono essere regole uguali per tutti. Chi fa lavori pesanti ed ha un’aspettativa di vita inferiore deve andare in pensione prima. Punto. Inoltre, serve flessibilità: chi arriva a 62 anni deve poter andare in pensione a prescindere da quanti contributi ha, ricevendo in base a quanto ha versato». «In generale la Cgil punta a un sistema con soglie alte ma anche con assegni cospicui, non meno di mille euro dell’assegno previdenziale», riprende Natali.

Quando Quota 100 è stata adottata, «i decisori e gli esperti avevano in mente due profili», spiega il docente che nel 2018 ha curato The New Pension Mix, nell’ambito di un progetto della federazione sindacale europea. «I lavoratori dell’industria del Nord, quella che a volte si definisce come aristocrazia operaia – continua – e che ora è parte della base elettorale della Lega, che hanno avuto contratti tipici con tutte le tutele, carriere continue senza periodi di disoccupazione. L’altra categoria è quella del pubblico impiego, lavoratori che sono stati in grado di entrare nel mercato del lavoro e non uscirne mai».

Profili entrambi minoritari e in via di estinzione come spiega anche il 13mo Rapporto sullo Stato sociale 2019 – welfare pubblico e welfare occupazionale, redatto dal Dipartimento di Economia e diritto della Sapienza Università di Roma, mentre gli scenari da qui al 2050, quando l’Ocse prevede che il rapporto occupati-pensionati sarà di uno a uno, prevedono l’inasprirsi degli effetti delle controriforme del lavoro e di quelle previdenziali. L’inadeguatezza dei salari si tramuterà per quote crescenti di lavoratrici e lavoratori nell’inadeguatezza ancora più drammatica dell’assegno pensionistico.

Il “toccasana” della pensione complementare, dei fondi pensione, è una cura rischiosa e costosa (2.630 euro l’anno di media) – che possono permettersi in pochi (solo il 30% degli occupati). Inaccessibile per coloro che soffriranno maggiormente di pensioni più basse, i più giovani o le donne che hanno avuto accesso e carriere più difficili o periodi di disoccupazione involontaria per via della maternità. «Categorie a cui si rivolgeva l’Ape sociale introdotta da un accordo tra le parti all’epoca del governo Gentiloni», sottolinea Natali. E proprio a un anticipo pensionistico di quel tipo starebbe pensando il Pd per l’eventuale Conte-bis, forte anche delle riflessioni di Espanet, associazione di analisti europei di politica sociale (di cui Natali presiede la sezione italiana) sulla necessità di ricalibrare e diversificare i diritti previdenziali a seconda del tipo di contratto, di carriera, e di chi è a maggiore rischio di povertà nella terza età.

Nel Libro bianco sulle pensioni, (White Paper – An Agenda for Adequate, Safe and Sustainable Pensions) presentato a Bruxelles prima delle elezioni europee, la Commissione di Bruxelles ha raccomandato ai Paesi membri di «sviluppare sistemi pensionistici privati complementari», «potenziare la sicurezza dei sistemi pensionistici integrativi», «incoraggiare gli Stati membri a promuovere vite lavorative più lunghe» e «sostenere le riforme pensionistiche negli Stati membri». Tuttavia, specifica la nostra guida, «non esiste una linea di tendenza così evidente in Europa. In realtà oggi c’è molta perplessità rispetto a una privatizzazione più o meno marcata del sistema previdenziale perché la Grande Recessione del 2008 ha dimostrato che i lavoratori iscritti ai fondi pensione hanno pagato un prezzo altissimo all’andamento sfavorevole dei mercati finanziari. Questo ha determinato una riflessione ad ampio raggio sia dei sindacati, sia dei decisori. Oggi mi sembra di poter dire che se si ragiona ancora di mix pensionistico, si riconosce che la previdenza pubblica sarà ancora la parte fondamentale del sistema», dice Natali.

Una cosa è certa, per Natali, il dibattito sulla “riforma” del sistema pensionistico «ci ha accompagnato per 30 anni e ci accompagnerà per molto tempo. Questo perché si allunga la vita, la popolazione invecchia e la spesa pensionistica è una delle voci più significative, in Italia tra il 15 e il 16% del Pil. E, in condizioni di alto deficit e alto debito pubblico, come gran parte dei Paesi europei, sei costretto a fare i conti sulla corsia previdenziale».
Sulle pensioni (molto più magre per i lavoratori della Germania Est), infatti, si sono giocate le regionali di Sassonia e Brandeburgo e sulle pensioni è arrivata la nuova dichiarazione di guerra di Macron all’indomani del G7.

Pressato da Medef, la sua Confindustria, l’Eliseo punta alle pensioni “a punti”, ossia a spingere sul contributivo, e a mantenere stabile l’incidenza del monte pensioni sul Pil mentre cresce la platea di pensionati. Già l’annuncio ha ritoccato all’ingiù la popolarità del presidente: scettici e preoccupati. Quattro intervistati su dieci (41%) dall’istituto di sondaggi Cisop ritengono che non sia necessario riformare il sistema, solo il 36% è favorevole a un prolungamento del periodo contributivo per i lavoratori (67% dei quali sono pensionati), mentre solo il 16% vuole un aumento dei contributi. La riduzione delle pensioni per i futuri pensionati è respinta quasi all’unanimità (93%). Mentre in Italia sindacati e sinistra confidano nella discontinuità del prossimo governo, al di là delle Alpi sarà il conflitto sociale a scandire i tempi dell’autunno.

L’articolo di Checchino Antonini è tratto da Left in edicola fino al 12 settembre 2019

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Brexit, la corsa in Parlamento per fermare il no deal e Boris Johnson

epa07817238 A handout photo made available by the UK Parliament shows British Prime Minister Boris Johnson gesturing during Prime Ministers Questions (PMQS) in the House of Commons in London, Britain, 04 September 2019. EPA/JESSICA TAYLOR/UK PARLIAMENT / HANDOUT MANDATORY CREDIT: UK PARLIAMENT / JESSICA TAYLOR HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Dopo una sessione terminata all’una e mezza di giovedì notte, i Lord britannici hanno approvato e emendato la proposta di legge che dovrebbe prevenire un’uscita dura dall’Unione europea del Regno Unito, quella che viene chiamata una hard Brexit con un no deal.
Quando il 24 luglio scorso Boris Johnson (BoJo) ha preso il posto di Theresa May il destino sospeso della Brexit, decisa con un discusso referendum nel 2016, è apparso subito chiaro. Ma la scelta di procedere con il pugno di ferro dell’inquilino del numero dieci di Downing Street non ha convinto tutti i parlamentari, primo tra tutti Jeremy Corbyn, leader del partito Laburista.

Così, alla riapertura delle Camere dopo le vacanze estive, è stata subito presentata una proposta di legge, il Benn bill (da Hilary Benn, il laburista che l’ha firmata), che impedisce l’uscita dall’Unione europea con un no deal e costringe il premier a chiedere una proroga della scadenza dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona a Bruxelles. Con un rivolgimento che ha visto ben ventuno parlamentari conservatori cambiare schieramento (espulsi subito dopo dal partito) e spostare così l’ago della bilancia della maggioranza alla Camera dei Comuni, Johnson si è trovato alle strette.

A nulla è servito il tentativo di proporre una mozione in cui venivano richiesti lo scioglimento della Camera e nuove elezioni il 15 ottobre: non solo non è stata approvata, ma il Benn bill è passato con 327 voti favorevoli e 299 contrari. Dei 434 deputati necessari a far passare la mozione, cioè due terzi dei Comuni, solo in 298 hanno appoggiato la proposta di Johnson.

Lunedì 9 settembre il Benn bill sarà di nuovo sul tavolo dei Comuni, in attesa di una definitiva approvazione. L’ultimo passaggio, quello della ratifica da parte della Regina Elisabetta II, verrà saltato in nome del principio del royal assent. Sia che la legge venga approvata o no, per Boris Johnson le cose si fanno difficili. Attualmente, infatti, il governo non ha la maggioranza, per cui non può esercitare appieno le sue funzioni. Nel caso in cui il Benn bill non dovesse passare, l’opposizione sta già pensando a un voto di sfiducia. Quanto alla data di possibili nuove elezioni, il leader dell’opposizione John McDonnell, il cosiddetto shadow chanchellor, ha dichiarato che i laburisti si stanno consultando con gli altri partiti del loro schieramento «per definire una data».

Dal canto suo, Johnson vorrebbe tornare alle urne con l’ardita speranza di formare un Parlamento meno ostile nei confronti suoi e della sua visione della Brexit. Ma la mossa di aver programmato la sospensione dell’attività delle Camere rende i tempi molto stretti, giocando a suo sfavore nella ricerca della maggioranza di due terzi necessaria. Corbyn ha dichiarato che appoggerà la mozione per il voto anticipato solo dopo che una legge anti no deal sarà stata approvata, suscitando malcontento nel suo partito, che invece vorrebbe aspettare la decisione dell’Ue di posticipare la data della Brexit per aprire nuovamente le urne. Questo consentirebbe di dare tempo a tutti e ventisette i Paesi dell’Unione di accettare il prolungamento dei termini previsti dall’articolo 50, che sposterebbe la data di uscita al 31 gennaio 2020, rendendolo inattaccabile. In ogni caso, Johnson ha già dichiarato che proporrà una nuova mozione per il voto anticipato già lunedì prossimo, sfidando apertamente il Parlamento a rifiutarsi di votarla nel caso in cui la legge venisse approvata.

E mentre anche Jo Johnson, fratello del premier, abbandona la nave dimettendosi dal suo seggio tra i Tories e dalla carica di ministro per non dover votare contro il suo familiare (già nel 2016 aveva votato remain), i mercati dichiarano che preferirebbero vedere Corbyn a trattare a Bruxelles invece di BoJo. Oltre il fronte economico, se il no deal dovesse verificarsi si teme una nuova accensione delle tensioni tra Irlanda e Irlanda del Nord, il cui confine diventerebbe quello tra Unione europea e la fuoriuscita Gran Bretagna.

Uno dei nodi cruciali che rende pericoloso l’approssimarsi del 31 ottobre è la confusione politica che si è creata intorno alla Brexit. Se è vero, infatti, che la maggior parte degli elettori che hanno votato leave al referendum appartiene al partito Conservatore di Johnson, i contrari ad uscire dall’Ue sono divisi tra il Labour Party e il più piccolo Liberal Democratic Party. Questa frammentazione potrebbe essere sufficiente ad assicurare all’attuale premier la maggioranza in possibili elezioni future, sia essa assoluta o relativa. In ogni caso, però, se dovesse realizzarsi la rottura con un no deal, le conseguenze economiche e politiche per Londra sarebbero molto più pesanti di quanto porta avanti BoJo con la sua ostinazione.