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Se volere la Luna è poter fare ricerca scientifica

A picture taken on May 6, 2018 shows a woman leaning against smallscale sculptures featuring German-born physicist Albert Einstein, which are part of an installation by German conceptual artist, Ottmar Hoerl, on the Muensterplatz square in Ulm, Einstein's birth city. (Photo by Stefan Puchner / dpa / AFP) / Germany OUT / RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY MENTION OF THE ARTIST UPON PUBLICATION - TO ILLUSTRATE THE EVENT AS SPECIFIED IN THE CAPTION (Photo credit should read STEFAN PUCHNER/AFP/Getty Images)

Mentre il nostro governo prosegue la sua propaganda di odio contro Ong e politiche di accoglienza, colpevolizzando chi migra per non morire, altre “navi”, cariche di migranti nostrani, lasciano l’Italia nell’indifferenza quasi totale. «Se ogni settimana gli italiani che lasciano il Paese attraversassero il mare, su un barcone ci sarebbero 2.300 italiani ogni sette giorni (di media i migranti nel 2018 sono stati 449 a settimana)». Così Massimo Anelli, docente di Scienze politiche e sociali dell’Università Bocconi, interviene al Festival dell’Economia di Trento nella sezione “Cervelli in fuga? Andamenti, politica e politiche”.

Si tratta di un flusso uscente preoccupante: dal 2008, tenendo conto anche dei rientri, l’Italia ha perso una città delle dimensioni di Bologna (circa 390mila abitanti). A migrare sono soprattutto giovani di età compresa tra i 25 e i 40 anni, la maggior parte con un titolo di studio medio-alto. Nell’ultimo rapporto Istat si legge che tra coloro che si sono dottorati nel 2014, conseguendo quindi il più alto titolo accademico, a quattro anni dal conseguimento (nel 2018), quasi uno su cinque (il 18,8%) vive all’estero. Fenomeno in crescita se si guarda ai dati degli anni precedenti: nel 2014 ad abitare all’estero era infatti il 14,7% di coloro che si erano dottorati in Italia nel 2010. Se ci limitiamo poi alle sole discipline scientifiche, le percentuali si fanno ancora più drammatiche e a risentirne è chiaramente il livello della ricerca scientifica in Italia.

Bisogna sottolineare che ciò che preoccupa è il flusso netto in uscita. Il fatto che molti giovani, dopo aver conseguito una laurea o un dottorato in area Stem (dall’inglese Science, technology, engineering and mathematics), lascino l’Italia per proseguire il proprio percorso all’estero non è, infatti, di per sé un segnale d’allarme. La spinta a partire…

L’articolo di Ilaria Maccari, Alessia Nota e Giulia Venditti prosegue su Left in edicola dal 19 luglio 2019


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Io, Agnes Heller

Agnes Heller

Un ricordo della grande filosofa ungherese Agnes Heller scomparsa oggi. Allieva di Lukacs, marxista eretica che ha avuto il coraggio di ribellarsi ai carri armati sovietici. Fra i molti e fertili incontri che abbiamo avuto con lei e con il suo insegnamento vorremmo riproporvi questa intervista apparsa su Left nel 2013  in cui rileggeva la lezione di Marx e parlava dell’intelligenza poetica di Shakespeare. Ma soprattutto metteva al centro il rifiuto della violenza. Denunciando il regime di Orban. Di seguito l’incontro con lei che la direttrice di Left Simona Maggiorelli ha moderato a Più Libri più liberi nel 2017

di Simona Maggiorelli

Quando qualcuno le chiede se è marxista lei risponde con bella fierezza: «Io sono Agnes Heller, non posso che essere me stessa». Allieva di György Lukács e fra i massimi esponenti della Scuola di Budapest che “osò” criticare l’ortodossia comunista, la filosofa ungherese di origini ebraiche (classe 1929) da bambina è scampata all’orrore nazista e da giovane studiosa ha avuto il coraggio di schierarsi pubblicamente contro i carri armati sovietici che uccidevano la primavera di Praga. Con coerenza, nei suoi lavori filosofici come in quelli più schiettamente politici, si è sempre battuta per i diritti umani e per la giustizia sociale, rifiutando la violenza, anche quella proletaria «per la conquista del potere».

E se a lungo è stata un personaggio scomodo per i regimi dell’Est, oggi lo è altrettanto per il governo conservatore di Viktor Orban. «L’attuale governo ungherese ha limitato la libertà di stampa, ha eliminato pesi e contrappesi, ha varato una Costituzione infischiandosene dell’opposizione e l’ha modificata già quattro volte. Ed ha anche cambiato la legge elettorale. Questo è un regime bonapartista» dice Agnes Heller a left. E subito aggiunge: «L’unico rimedio possibile è la vittoria dell’opposizione democratica.

Ma la precondizione assolutamente necessaria è che tutti i partiti di opposizione uniscano le forze in vista delle elezioni che si terranno nella primavera del 2014. Questa è la nostra unica chance». Attesa a Torino dove il 29 settembre tiene una conferenza sul tema del valore della scelta, cogliamo l’occasione per riprendere con lei alcuni fili rossi che percorrono tutta la sua ricerca. A cominciare dall’importanza del rifiuto della violenza. «Oggi è diventato finalmente un pensiero largamente condiviso. Non solo la violenza fisica ma anche quella mentale è considerata inaccettabile – commenta -. In molti Paesi ci sono leggi che puniscono atti di violenza sia nella sfera pubblica che in quella privata. In tutte le nazioni democratiche ci sono leggi contro lo stupro in famiglia e contro la pedofilia. Certo, la questione della violenza psichica è più complessa per un giudice, perché invisibile e talora difficile da dimostrare. Ma va riconosciuto che grossi passi avanti sono stati fatti nella pubblica opinione, è cambiata la comprensione e il giudizio della gente. E questa acquisizione culturale mi fa pensare che lo sviluppo umano sia nella direzione di una sempre minore violenza. Con ciò non voglio dire che credo nella “pace eterna”. Ma per quanto riguarda, ad esempio, un fenomeno macroscopico di violenza come lo è la guerra, penso che in Europa non ce ne saranno in un futuro immediato. E che le guerre locali che, purtroppo, segnano oggi altre parti del mondo, non sfoceranno in nuove guerre mondiali».
Dopo tante battaglie contro il totalitarismo e riflessioni critiche sul capitalismo che offre una caricatura della libertà oggi che senso ha per per lei questa parola?
La libertà è il valore più ricercato. Nella storia però è stato interpretato in modi molto diversi. La libertà può essere intesa come libertà di scelta, come piena indipendenza, come inscindibile dal rispetto delle leggi e molto altro. La modernità è caratterizzata anche dal pensiero che “tutti gli uomini nascono liberi”. Ma il fondamentalismo religioso e le ideologie totalitarie attaccano questa acquisizione. Ciò significa che nelle democrazie moderne niente è “naturale” e dato una volta per tutte. Questo è il motivo per cui le libertà democratiche devono essere praticate, riaffermate ogni giorno, perché rischiamo di perderle con facilità.

Lei è una grande studiosa di Marx. E del Marx giovane in particolare. Anche quando la sinistra si concentrava solo sulla lettura più strutturalista del Capitale. Oggi cosa resta della sua lezione?

Karl Marx è stato il primo importante filosofo radicale del XIX secolo. A mio avviso non ha perso questo significato e può essere fonte di ispirazione. Ma le sue previsioni riguardo al collasso del capitalismo non si sono dimostrate valide. Di fatto ha sbagliato anche nel preconizzare la fine dello Stato come istituzione e nel preventivare un messianico avvento del comunismo come mondo dell’abbondanza. Nessuna filosofia può essere falsificata su un terreno empirico concreto. Dunque il marxismo non è più un’opzione teoretica credibile, come del resto non lo sono più molti altri “ismi”. Oggi chi si dice marxista magari non ha nemmeno letto i suoi lavori ma condivide l’agenda politica radicalmente semplificata di un gruppo o di un partito “anticapitalista” e “antiglobalizzazione”.
Negli ultimi anni lei è tornata alla sua passione giovanile, gli studi di estetica e ha dedicato più libri a Shakespeare. Riguardo a ciò che muove l’animo umano i poeti hanno da insegnarci molto più dei filosofi?
Shakespeare per me resta una delle più significative fonti di sapienza nonché di conoscenza di noi stessi e delle altre persone. Credo che non lo batta nessuno da questo punto di vista. Ma non penso che si possa stabilire una gerarchia fra poesia e filosofia. Sono due generi letterari diversi, per me ugualmente importanti.

«È un omofobo», Porto Rico vuole cacciare il governatore. Tra le sue “vittime” anche Ricky Martin

SAN JUAN, PUERTO RICO - JULY 18: Daryana Rivera (R) joins other demonstrators near a street leading to the governor's mansion to protest against Ricardo Rossello, the governor of Puerto Rico on July 18, 2019 in Old San Juan, Puerto Rico. Protesters are demanding that the governor step down after the contents of a private chat group revealed that he and top aides made misogynistic and homophobic comments. (Photo by Joe Raedle/Getty Images)

«Siamo stanchi del cinismo. Insultano le donne, insultano la comunità Lgbt, le persone con disabilità. La corruzione è folle. Siamo stanchi, non ne possiamo più». È il cantante e attore portoricano Ricky Martin a criticare il governo dell’isola in un video su Twitter, durante le proteste che invadono le strade della capitale San Juan ormai da sette giorni. I cittadini chiedono le dimissioni del governatore Ricardo Rosselló, dopo la diffusione di 900 pagine di trascrizioni di sue chat private – avvenuta il 13 luglio -, contenenti insulti omofobi, misogini e altri commenti compromettenti. Che prendono di mira anche il celebre cantante portoricano. Nei giorni passati migliaia di manifestanti si sono scontrati con la polizia a pochi metri dalla casa del governatore e sono stati dispersi con lacrimogeni e proiettili di gomma.

I messaggi – ottenuti e diffusi dal Center for investigative journalism, un consorzio che riunisce varie testate giornalistiche internazionali – provengono da chat di gruppo della piattaforma di messaggistica Telegram che vanno dalla fine del 2018 al 20 gennaio del 2019, e coinvolgono altri 11 ministri e consiglieri. Tra i messaggi ce ne sono alcuni che mostrano la manipolazione dei sondaggi politici, al fine di promuovere l’immagine pubblica del governatore e della sua amministrazione. Altri in cui Rosselló chiama una politica newyorkese di origini portoricane «una puttana» e risponde a un consigliere che diceva di voler «sparare» alla responsabile delle finanze di Porto Rico sostenendo che gli avrebbe «fatto un favore». Includevano, inoltre, insulti omofobi contro la sessualità di Ricky Martin (il caso ha preso da qui il nome di Rickyleaks), motivo per cui il cantante, accompagnato da altri artisti e personalità portoricane del mondo dello spettacolo, ha marciato in prima linea contro Rosselló. Ancora, si scherzava sulle vittime dell’uragano Maria del 2017, il peggiore disastro della storia del Paese, con 2.975 vittime ufficiali, ma quasi 5.000 morti effettivi, secondo alcune stime.

I manifestanti protestano anche contro la corruzione del governo: due ex collaboratori dell’attuale amministrazione sono infatti stati arrestati dall’Fbi pochi giorni prima della fuga di notizie e condannati per corruzione e frode. Sono accusati di aver usato impropriamente oltre 15 milioni di dollari di fondi stanziati dopo l’uragano.

Rosselló si è scusato per i messaggi e ha promesso una svolta verso maggiore trasparenza e responsabilizzazione all’interno del governo. Alla conferenza stampa indetta dopo lo scoppio della crisi, ha anche tentato di giustificarsi inducendo come scusa il fatto di aver avuto «giorni di lavoro di 18 ore», anche se la chat mostra l’utilizzo continuo della conversazione Telegram durante tutta la giornata lavorativa. Intanto, comunque, il Segretario di Stato Luis Rivera Marin e il Responsabile per la gestione finanziaria Christian Sobrino si sono dimessi in seguito alla crisi.

Porto Rico è un isola caraibica che fa parte degli Stati Uniti – come territorio – fin dal 1898, dei quali cui vorrebbe diventare ufficialmente un Paese membro. Chiunque sia nato sull’isola, infatti, è sì considerato cittadino nordamericano ma non gode di tutti i diritti che spettano a chi proviene da uno dei 50 Stati veri e propri; per esempio, un portoricano non può votare alle elezioni presidenziali, a meno che non sia registrato in uno degli Stati.

Nella campagna per le elezioni del 2016, che vinse come candidato del Nuovo Partito Progressista, Rosselló aveva promesso che l’isola sarebbe finalmente diventata parte a tutti gli effetti della federazione. L’uragano Maria, precedentemente menzionato, rivelò le enormi inadeguatezze infrastrutturali e logistiche di Porto Rico, oltreché la ritrosia degli Stati Uniti nel fornire il supporto necessario. Rosselló fu attaccato duramente per la sua gestione del disastro, ma il recente scandalo, secondo i media internazionali, è ancora più grave per la sua immagine pubblica.

Fino ad ora il governatore si è rifiutato di dimettersi e sembra avere, al contrario, intenzione di ricandidarsi alle elezioni del 2020. Tuttavia, la tensione sfociata negli scontri con la polizia, seguiti da manifestazioni perlopiù pacifiche a cui hanno partecipato decine di migliaia di persone, aumenta: ci sono state proteste anche negli Stati Uniti, tra le persone di origine portoricana.

Marte è lì che ci aspetta

This is an artist's concept of NASA's Mars Science Laboratory spacecraft approaching Mars. The Curiosity rover is safely tucked inside the spacecraft's aeroshell. The mission's approach phase begins 45 minutes before the spacecraft enters the Martian atmosphere. It lasts until the spacecraft enters the atmosphere. For navigation purposes, the atmospheric entry point is (2,188 miles (3,522 kilometers) above the center of the planet. This illustration depicts a scene after the spacecraft's cruise stage has been jettisoned, which will occur 10 minutes before atmospheric entry. The Mars Science Laboratory spacecraft is being prepared for launch during Nov. 25 to Dec. 18, 2011. Landing on Mars is in early August 2012. In a prime mission lasting one Martian year (nearly two Earth years) researchers will use the rover's tools to study whether the landing region has had environmental conditions favorable for supporting microbial life and for preserving clues about whether life existed. NASA's Jet Propulsion Laboratory, a division of the California Institute of Technology, Pasadena, Calif., manages the Mars Science Laboratory Project for the NASA Science Mission Directorate, Washington. More information about Curiosity is at http://mars.jpl.nasa.gov/msl/. Credit NASA/JPL-Caltech

Abbiamo incontrato Patrizia Caraveo in occasione di un incontro organizzato da ArciAtea alla Casa della Cultura di Milano per ricordare Margherita Hack nel sesto anniversario della scomparsa. Amica e collega della Hack e come lei, oltre che astrofisica, divulgatrice d’eccezione in un Paese che ancora deve scoprire fino in fondo l’importanza della diffusione della cultura della scienza e del metodo scientifico. Patrizia Caraveo ci ha emozionato tutti leggendo all’inizio del suo intervento un brano della poesia che un altro grande astrofisico e divulgatore, suo marito Giovanni Bignami, scomparso prematuramente due anni fa, scrisse «per Marghe» per la festa dei suoi 90 anni. Caraveo, che è dirigente di ricerca all’Istituto nazionale di astrofisica, ha da poco pubblicato per Raffaello Cortina Conquistati dalla Luna. Nel libro l’autrice ricostruisce in punta di penna, con estrema chiarezza e rigore scientifico, e il supporto di una ricca serie di suggestive illustrazioni, la storia del rapporto speciale che da sempre lega gli esseri umani alla Luna. Partiamo da qui, con lei, per il nostro viaggio immaginario nel cosmo attraverso i calendari lunari, il cannocchiale di Galileo, i racconti di Verne, la relatività di Einstein e le conquiste del XX secolo. Prossima fermata Marte.

Facciamo nostra la sua domanda che chiude la premessa al libro: Siamo stati noi umani a conquistare la Luna o è lei ad aver conquistato noi?
Ovviamente sono vere entrambe le interpretazioni. È vero che noi abbiamo conquistato la Luna ma è altrettanto vero che l’uomo ha sempre guardato con grande fascinazione alla Luna. Tutti hanno un rapporto emozionale con il nostro satellite sin da quando, nella notte dei tempi, veniva utilizzata come calendario. È così evidente nel cielo ed è così splendente che non si può non esserne colpiti. Dopo di che ciascuno di noi reagisce a modo suo. Ci si può accontentare di ammirarla oppure di farsi ispirare. Ci sono poesie dedicate alla Luna, fantastici pezzi musicali, canzoni, dipinti, romanzi di fantascienza (che è nata immaginando viaggi alla Luna). Oppure si può decidere di avere un rapporto razionale, studiando come si muove nel cielo, qual è il meccanismo che si cela dietro le eclissi, esplorandola. Passando così allo sviluppo tecnologico e all’astronautica. Dall’essere conquistati arriviamo alla conquista, attraverso le diverse branche del sapere.
Nel 1609 Galileo rischiò grosso guardando la Luna con il suo cannocchiale…
Galileo scrisse quello che lui vedeva. Lo descrisse benissimo. Sapeva perfettamente di descrivere qualcosa che non era consono e allineato con l’interpretazione aristotelica dei corpi celesti che era stata completamente sposata dalla Chiesa cattolica. Quando lui dice «che la Luna ha le montagne» sta andando in modo plateale contro la teoria che i corpi celesti siano sfere perfette. Se ne rende conto e spiega in modo molto dettagliato perché si è convinto di questa cosa. E nessuno lo ha mai contraddetto. Quando il cardinale Bellarmino chiese agli astronomi del Collegio romano di dare la loro opinione su quanto diceva Galileo, di controllare le sue affermazioni, essi risposero punto per punto che tutto quello che diceva lo scienziato pisano era corretto. Perché loro stessi si erano dotati di uno strumento simile a quello utilizzato da Galileo e avevano visto le stesse cose.
Bellarmino sapeva che Galileo aveva ragione?
Lo…

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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Certi amori non finiscono

Mentre il governo traballa sotto i colpi dell’inchiesta sui soldi russi e sotto i pessimi rapporti degli alleati che continuano a sputarsi in faccia il ministro dell’interno Matteo Salvini è alla disperata ricerca di qualcosa che gli permetta di parlare d’altro, di buttare la palla in tribuna e di inventarsi un’altra disperata boutade perché i giornali la smettano di parlare dei suoi pessimi collaboratori che giocano a fare le spie come nei film mentre chiedono la carità all’amico Putin.

Se dovessi immaginarmelo, Salvini, me lo vedo con tutti i suoi collaboratori a frugare nei cassonetti, con quei lunghi bastoni metallici a uncino, per trovare qualche straccio di fatto di cronaca nera da usare per la propaganda. Ci ha provato con un tweet patetico sui “rapporti dimostrati tra ONG e scafisti” condividendo un servizio della trasmissione di Porro in cui non si dimostra un bel niente, ci ha provato attaccando Carola Rackete (ancora!) che però non l’ha nemmeno degnato di una risposta e quindi ha tirato fuori dal cilindro la notizia che il Movimento 5 Stelle in Europa governerebbe con il PD. Badate bene, perché la bugia è clamorosa: la Lega decide di isolarsi a livello internazionale e poi si lamenta di vedere tutti gli altri fare gruppo.

E così ieri ha deciso di schiacciare sull’acceleratore e di mandare il suo ennesimo penultimatum a Di Maio e agli italiani. Dice che non si presenterà al Consiglio dei ministri perché non ci sono cose interessanti (ha detto così, giuro) e che ha perso la fiducia “anche personale” nei suoi alleati (chissà quella impersonale, invece).

Così alla fine Salvini, il nuovo che avanza, potrà finalmente tornare nelle braccia di papà Silvio, di Forza Italia e di tutto il cucuzzaro del centrodestra italiano, per rimanere perfettamente allineato a quello che la Lega fa nelle regioni, nelle città e ovunque sia al governo: andare a braccetto con Berlusconi.

Del resto certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano. Amori indivisibili, indissolubili, inseparabili.

Buon venerdì.

Il coraggio di alzare lo sguardo e immaginare un mondo diverso

epa07597197 A child takes part during a demonstration called 'Global Strike for Climate 2' in Brussels, Belgium, 24 May 2019. Youth and students across the world are taking part in a student strike movement called #FridayForFuture which was sparked by Greta Thunberg of Sweden, a sixteen year old climate activist who has been protesting outside the Swedish parliament every Friday since August 2018. EPA/STEPHANIE LECOCQ

Attraverso l’inquietante vicenda di Savoini abbiamo appreso che l’Italia, oltre ad essere incapsulata nel patto Atlantico, è entrata a far parte dell’orbita russa. È stata annessa per via affaristica e clientelare. Con il coinvolgimento di figuri che Claudio Gatti nel suo libro inchiesta I demoni di Salvini (Chiarelettere) definisce «post nazisti». Quando, come e perché l’Italia ha smesso di essere un Paese europeo per puntare tutto su Putin, (sodale di Berlusconi), che nel suo Paese ha imposto un regime anti democratico e attacca a morte i giornalisti? Con tutta evidenza non è stata una decisione passata attraverso il dibattito parlamentare. Né il Parlamento ne ha chiesto adeguatamente conto a Salvini. Cosa ne pensa il presidente della Repubblica, Mattarella? Dove è finito il giornalismo d’inchiesta sui quotidiani mainstream?

Mentre i grandi giornali raccontano il Russia Gate come se fosse un giallo per l’estate dilettandosi con retroscena di cene di alto bordo e intrighi di palazzo, il governo che ha annunciato di aver abolito la povertà attacca i più poveri, con provvedimenti iniqui come la flat tax e inasprendo ferocemente il daspo urbano. Nel silenzio generale. Di questo modo di trattare le questioni sociali come questioni di ordine pubblico, Roma è stata l’antesignana. Abbiamo ancora davanti agli occhi le scene di sgombero coatto e violento dell’estate 2017 in piazza Indipendenza con l’uso degli idranti da parte della polizia contro persone inermi. Denunciammo quella «operazione di cleaning» (vale a dire “pulizia”: etnica?), così la definì la prefetta che dirigeva le operazioni. Intanto la città governata da Virginia Raggi è diventata la capitale degli sgomberi, accanita contro le frange più deboli. Mentre lascia a CasaPound la libertà di continuare ad occupare impunemente, nonostante il danno erariale da 4,5 milioni certificato dalla Corte dei conti.

Dopo lo sgombero dell’ex Penicillina e dello stabile di via Carlo Felice, fucina di attività sociali, di solidarietà e informazione, nei giorni scorsi è toccato ad una ex scuola a Primavalle. Impossibile chiudere gli occhi davanti all’immagine di quel bambino che cerca di mettere in salvo dei libri, sotto lo sguardo di agenti in tenuta anti sommossa. Impossibile rimanere inerti rispetto alla sua domanda di futuro. E a quella di moltissimi altri ragazzini come lui. Sono quasi un milione e trecentomila i bambini in povertà assoluta in Italia che patiscono anche una povertà di proposta formativa e di istruzione. A questo tema abbiamo già dedicato una copertina e ora vogliamo continuare ad approfondire questo che a noi pare il tema cruciale: il diritto allo studio, il diritto ad alzare lo sguardo, immaginando un mondo diverso, senza confini, senza barriere mentali, senza pregiudizi, per costruire un mondo più giusto e umano.

Così, in occasione del cinquantenario dell’allunaggio, stregati dall’intuizione di scienziati, artisti e navigatori che seppero immaginare spazi più ampi, allargando prima di tutto il nostro spazio interiore, siamo andati a cercare chi oggi non si arrende a questa nerissima realtà e con coraggio guarda oltre mettendosi in viaggio in cerca di un futuro migliore, lottando per i diritti di tutti, cercando modi per portare avanti la ricerca, per far progredire la conoscenza, a vantaggio di tutti. In tempi di crisi della politica e della rappresentanza sono i movimenti antirazzisti e delle donne, i giovanissimi dei #FridaysForFuture a nutrire la speranza del cambiamento, a parlarci di un altro modo possibile di abitare e vivere i rapporti. Mentre esponenti del governo giallonero attaccavano ferocemente la capitana Carola Rackete per aver portato in salvo vite umane, più di un milione di euro veniva raccolto grazie alla generosità di semplici cittadini, a sostegno della SeaWatch3.

Mentre le grandi potenze attuano politiche neoliberiste e di sfruttamento che distruggono la società e l’ambiente, migliaia e migliaia di ragazzi in tutto il mondo scendono in piazza chiedendo un green new deal. «I media devono cominciare a occuparsi seriamente del Climate change, devono trasmettere i risultati dei numerosi rapporti scientifici e le loro conclusioni allarmanti. Dobbiamo informare l’opinione pubblica su ciò che sta realmente accadendo. Quando realizzeranno l’entità del problema, agiranno. Quando sapranno cosa può essere evitato e come evitarlo, faranno ciò che è necessario per farlo. Almeno, è quello che spero» ha detto Greta Thunberg nei giorni scorsi intervistata da Liberation. Questioni complesse in parole semplici. Fiducia nel sapere e lotta tenace. Anche da qui possiamo partire per un percorso di ricostruzione della sinistra che sarà necessariamente lungo e non facile. Non smettiamo di combattere per i nostri ideali. Vogliamo la luna.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 19 luglio 2019


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L’altra faccia della Terra

ROME, ITALY - APRIL 19: Greta Thunberg attends the ‘Fridays For Future’ rally with Greta Thunberg asking for measures and concrete action to combat climate change at Piazza Del Popolo on April 19, 2019 in Rome, Italy. (Photo by Ernesto Ruscio/Getty Images)

No, non ci siamo stati. Non siamo mai stati sulla Luna. Tutt’al più ci sono stati quei tre. Noi altri tutti telespettatori. Non ci siamo mai stati ma, oggi come allora, molti di noi vogliono la luna. La conquista della Luna fu sia un capitolo della guerra fredda, sia la colonizzazione di un immaginario. E la leggenda del Moon Hoax, la frottola della Luna, sta lì a certificarlo. Tra tutti i complotti è sicuramente il più affascinante e non è oscurantista, perché la luna è di tutti: è l’altro, l’altrove, l’altro mondo, l’impossibile, l’utopia.

A volere la luna erano in parecchi: guerriglieri nelle jungle o nei villaggi che decolonizzavano il paesaggio in Africa o in Latinoamerica, a Praga come nella Torino dell’autunno caldo. Ovunque esistevano soggetti collettivi coi pugni al cielo. «Il 15 gennaio del ’70 venne assassinato a Managua, in diretta tv – racconta Daniele Barbieri, una delle guide astrali di questo articolo – Leonel Rugama, poeta e rivoluzionario, aveva 21 anni. Pochi mesi prima aveva scritto La Terra è un satellite della Luna, una poesia su quanto fossero costate le missioni Apollo mentre “i figli della gente di Acahualinca non nascono per fame, e hanno fame di nascere, per morire di fame. Beati i poveri perché di essi sarà la luna”». Per questo la conquista della luna doveva servire a inibire l’idea stessa di un assalto al cielo.

A Porto Marghera, l’assemblea autonoma produsse un documento, Contro la luna, per dire che…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 19 luglio 2019


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Alberto Lucarelli: Patrimonio pubblico, profitti privati. Per salvare i beni comuni serve una legge nazionale

Tutelare l’ambiente, salvare il territorio dalla speculazione, mettere al centro l’interesse pubblico nella gestione dell’acqua e di altre risorse primarie, valorizzare la funzione civile delle proprietà collettive, materiali e immateriali, a cominciare dal patrimonio storico artistico. Ridare forza al concetto di communitas, alla democrazia partecipativa, attraverso una rilettura della categoria dei beni pubblici è l’obiettivo che si è dato il gruppo di lavoro nato dalla commissione Rodotà di cui ha fatto parte il giurista Alberto Lucarelli che, insieme a Ugo Mattei ed altri, si è fatto promotore di una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare in difesa dei beni comuni. Ordinario di Diritto costituzionale alla Federico II di Napoli e co-direttore della rivista Rassegna di diritto pubblico europeo, Lucarelli è stato al fianco di Stefano Rodotà, in particolare nel 2007 e 2008, lavorando per una riforma del regime civilistico della proprietà pubblica, un progetto che faceva tesoro della riflessione sui beni comuni avviata nei Social forum, a Seattle, a Genova, a Firenze.

All’epoca del referendum sull’acqua, di cui Lucarelli con altri redasse i quesiti, furono raccolte migliaia e migliaia di firme. Ora l’obiettivo del comitato Rodotà è ricreare quell’esperienza, raccogliendo «un milione di firme», dice Mattei, per dare un segnale forte di reazione e mobilitazione della società civile contro le politiche neoliberiste di privatizzazione dei beni pubblici e di sfruttamento intensivo a tutto vantaggio del profitto privato.

«C’è una crescente sensibilità verso questi temi, che semplificando molto chiamiamo beni comuni», rimarca Lucarelli. «Lo abbiamo visto anche dai risultati del voto a livello europeo: c’è stata un’apertura di interesse verso la difesa dei beni comuni, in particolare dell’ambiente. L’affermazione dei partiti ecologisti alle elezioni del 26 maggio scorso lo denota. Penso al 22% dei Verdi in Germania, al 12% in Francia. Alcuni sono partiti orientati a mettere insieme istanze ecologiste e sociali» afferma il giurista autore di Beni comuni (2011) e de La democrazia dei beni comuni (2013), ora al lavoro per un nuovo libro su populismo e costituzionalismo.

Diverso è invece il caso Italia dove l’importanza di questi temi è stata colta da molteplici amministrazioni locali, ma è del tutto assente dall’agenda politica di governo. «I beni comuni e sociali sono ormai categorie giuridiche concrete, diffuse nelle esperienze amministrative, ma non c’è una legge in Italia che le recepisca», avverte Lucarelli. «Da assessore per i primi 19 mesi a Napoli mi sono occupato di beni comuni direttamente. Il concetto è iscritto nell’articolo 3 dello statuto del Comune di Napoli. Su questi temi le esperienze giuridiche civili locali si sono realizzate con un pragmatismo visionario e lungimirante. Ma se non c’è una legge nazionale, la categoria dei beni comuni può essere facilmente spazzata via».

Ma quale legge sarebbe auspicabile? Rispetto alla proposta di legge di iniziativa popolare del comitato Rodotà il costituzionalista Paolo Maddalena ha espresso delle riserve, per esempio, perché il concetto di proprietà demaniale, sarebbe scomparso. Il testo non lo elimina, risponde Lucarelli, ma lo destruttura, riorganizza la materia, «per renderla più aderente alla realtà attuale e soprattutto per orientarla a finalità collettive, piuttosto che agli interessi del proprietario». E commentando la spaccatura che si è aperta nel gruppo di lavoro iniziale di cui faceva parte anche Maddalena ammette con rammarico: «Lungo il percorso alcuni compagni di strada si sono persi. Ma bisogna avere il coraggio di ricompattarsi, non solo per la crescente sensibilità che emerge in vari ambiti e perché in tanti stanno capendo l’importanza del tema, ma anche perché le svendite continuano e vanno contrastate».

Accade in molte parti d’Italia, ed anche a Napoli, dove  quando era assessore Lucarelli furono avviate sperimentazioni coraggiose come la ripubblicizzazione dell’acquedotto. Di recente, però, nel capoluogo partenopeo 431 immobili sono stati inseriti in un piano di dismissioni. Fra questi figura anche l’ex carcere Filangieri e altri spazi già individuati come “beni comuni” e “usi civici urbani”. «Alcuni di essi erano sedi di interessanti esperienze dal basso, interamente gestite dai partecipanti», denuncia Lucarelli.

Strumento di partecipazione dal basso è anche la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare del comitato Rodotà. In tempi di crisi della democrazia rappresentativa iniziative simili possono essere un mezzo di mobilitazione ma anche di azione politica? «Se ripercorriamo la storia degli ultimi trent’anni vediamo che dopo la caduta del muro di Berlino l’Europa è passata da un modello socialdemocratico diffuso a un “nuovo” ordoliberismo», premette Lucarelli.

«A partire dal trattato di Maastricht si sono rese evidenti le radici del trattato del 1957, che hanno fortemente impattato sui singoli Stati. Ci sono stati atti europei regressivi. E anche oggi – approfondisce – vediamo che, dopo un voto  che ha mostrato segnali di interesse verso l’ecologia, i beni comuni e i diritti dei lavoratori, le nuove nomine vanno in tutt’altra direzione. In particolare quella di Christine Lagarde ai vertici della Bce. In questo quadro di crisi della rappresentanza – precisa il giurista – i processi di democrazia partecipativa possono contribuire a costruire spazi di discussione. Ma non si tratta di contrapporre la democrazia diretta a quella rappresentativa, né di sostituirla con altro. Il Parlamento europeo è un simulacro della rappresentanza, è una struttura inter governativa… occorre tornare a mettere le orecchie a terra per ascoltare cosa si muove».

L’intervista di Simona Maggiorelli al giurista Alberto Lucarelli è stata pubblicata su Left del 12 luglio 2019


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La professoressa sospesa e le promesse

Ricordate Rosa Maria Dell’Aria? È la professoressa di Palermo che insegna all’istituto industriale Vittorio Emanuele III e che venne sospesa perché non avrebbe «vigilato» sul lavoro di alcuni suoi studenti di 14 anni che, durante la Giornata della memoria, avevano presentato un video nel quale accostavano la promulgazione delle leggi razziali del 1938 al “decreto sicurezza” del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Ci fu un gran clamore in quei giorni. La sottosegretaria leghista ai Beni culturali Lucia Borgonzoni (quella che candidamente ammette di non leggere libri) era intervenuta su Facebook commentando: «Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere». Lei parlò della «più grande amarezza e la più grande ferita» della sua vita professionale. «Quel lavoro non aveva assolutamente alcuna finalità politica né tendeva a indottrinare gli studenti, che da sempre hanno lavorato in modo libero come essi stessi hanno dichiarato anche agli ispettori arrivati in istituto a fine gennaio». Dell’Aria ha spiegato di non aver visionato in anticipo la parte della presentazione con le immagini contestate e ha aggiunto: «Il video è il risultato dell’elaborazione dei ragazzi, si era parlato di diritti umani e nella loro elaborazione hanno fatto l’associazione tra il decreto sicurezza e la lesione dei diritti umani». Ha spiegato che il suo lavoro di insegnante consiste nel «modificare il libero convincimento laddove possa essere offensivo, denigratorio o osceno», ma non quello di reprimere le opinioni: «Il mio modus operandi è cercare che i ragazzi si formino un pensiero libero, critico, che siano attenti ai fatti della realtà e che imparino a ragionare e a pensare. Che si formino delle opinioni».

Di Maio le telefonò addirittura. “Farò di tutto – disse il vicepremier nel corso del colloquio con la docente – perché lei venga reintegrata il prima possibile. Prima che lo Stato perda è bene che si ravveda”. Salvini annunciò la revoca della sospensione e disse che avrebbe inaugurato il prossimo anno scolastico nella sua scuola.

Bene. La sanzione non è mai stata annullata, invece. È lei stessa a raccontarlo. Come se le promesse valessero da sole senza farle seguire dalle azioni. A posto così. “Ci tengo alla dichiarazione di illegittimità – ha detto – perché si percepisce già tra i colleghi, tra gli studenti la preoccupazione di non poter più dire in futuro: io la penso così. Forse ci vogliono allineati. E invece noi dobbiamo continuare”.

Buon giovedì.

Trump condannato dalla Camera Usa per le frasi razziste contro le deputate dem, ecco come è andata

epa07719406 Democratic Representatives Rashida Tlaib (L), Ilhan Omar (C-L), Alexandria Ocasio-Cortez (C-R), and Ayanna Pressley (R) speak about President Trump's Twitter attacks against them in the US Capitol in Washington, DC, USA, 15 July 2019. Without identifying them by name, President Trump tweeted that the minority lawmakers should 'go back' to their countries. Three of the four freshman congresswomen are natural-born US citizens. EPA/JIM LO SCALZO

La Camera dei Rappresentanti americana, a maggioranza democratica, ha approvato una risoluzione che condanna «i commenti razzisti che hanno legittimato paura e odio nei confronti dei Nuovi Americani e delle persone di colore» del presidente Donald Trump contro quattro deputate progressiste appartenenti a minoranze etniche. La decisione è arrivata a seguito di una seduta convulsa, durante la quale la speaker dem Nancy Pelosi è stata ripresa dai colleghi per aver violato le regole vigenti, che vietano di definire il presidente razzista o di dichiarare razzisti i suoi commenti, in un acceso discorso. La risoluzione poi è stata approvata con 240 voti a favore e 187 contrari. Ai democratici, compatti, che hanno votato a favore si sono uniti solo quattro repubblicani, il congressman texano Will Hurd, (l’unico rappresentante afroamericano del partito), Brian Fitzpatrick (Pennsylvania), Fred Upton (Michigan) and Susan Brooks (Indiana); e un indipendente, Justin Amash.

Nel testo della delibera vi sono soprattutto richiami ai padri fondatori e agli ex presidenti. L’immigrazione «ha delineato ogni passo della storia americana, tutti gli americani, eccetto i discendenti dei Nativi e degli afroamericani in schiavitù, sono immigrati o discendenti di immigrati», si legge nel testo. Viene evidenziato, inoltre, che il patriottismo non si definisce per razza o etnia, «ma per devozione degli ideali costituzionali di equità, libertà, inclusione e democrazia».

Approvare una tale risoluzione – che tecnicamente è una dichiarazione di opinione e quindi non giuridicamente vincolante – criticando la condotta del Presidente è cosa rara. Secondo un report del 2018 del Congressional research service, è successo solo quattro volte che il Congresso votasse per approvare la censura o la condanna del Presidente. L’ultima era stata nel 1912, quando William Howard Taft era stato accusato di tentare di influenzare un’elezione del Senato.

Tornando ai fatti, durante un Comitato direttivo Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib e Ayanna Pressley avevano testimoniato sulle pessime condizioni in un centro di detenzione per migranti che avevano visitato. I dem avevano già più volte criticato l’amministrazione di Trump dei controlli alle frontiere, sostenendo che i migranti sono detenuti in condizioni inumane. Dopo la testimonianza, il tycoon ha affermato che, al contrario, le condizioni del centro avevano ricevuto «ottime recensioni».

In seguito, domenica 14 luglio, Trump aveva invitato in un tweet Ocasio-Cortez, Tlaib, Pressley e Ilhan Omar, quattro donne elette alla Camera dei Rappresentanti, nessuna bianca, a tornarsene nel loro Paese d’origine. Aveva poi rincarato la dose, citando anche l’attuale senatore della Carolina del Sud, Lindsey Graham: «Sono anti-semite, anti-americane, la loro agenda politica è disgustosa e gli americani la bocceranno… sappiamo tutti che Ocasio-Cortez e le altre sono un branco di comuniste, che odiano Israele e il nostro Paese». «Quando si scuseranno con il nostro Paese, il popolo di Israele e con l’ufficio del Presidente, per il linguaggio volgare che hanno usato e per le cose terribili che hanno detto? Tante persone sono arrabbiate con loro e le loro azioni sono orribili e disgustose!», aveva continuato Trump. In ogni caso, aveva aggiunto, «se non sono contente di stare qui, possono andarsene». «Queste sono persone, a mio avviso, che odiano l’America», aveva concluso.

Secondo Nancy Pelosi, «ogni singolo membro di questa istituzione, democratico o repubblicano, dovrebbe unirsi a noi nel condannare i tweet razzisti del Presidente». L’appello, che sottolineava con veemenza quanto i commenti dalla Casa Bianca fossero «disgustosi, vergognosi e razzisti», è caduto praticamente nel vuoto tra le fila del Grand Old Party (Gop).  Se infatti si è trattato di uno schiaffo senza precedenti nei confronti di Trump, la risoluzione ha anche mostrato la compattezza dei repubblicani nel sostenere il Presidente. L’atto da poco approvato potrebbe ora aiutare a contrastare Trump e le sue politiche nei tribunali americani, soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione.

Approfittando della risoluzione, Al Green – deputato democratico del Texas – ha formalmente presentato alla Camera una richiesta per l’impeachment di Donald Trump. Non è la prima volta che Green intraprende questa strada con l’obiettivo di spingere la Camera ad affrontare il nodo dell’impeachment nel breve termine. L’iniziativa di Green è simbolica e con tutta probabilità non sfocerà in alcun risultato, anche se la Camera è costretta a votare in settimana. Le accuse dovranno essere confermate dalla commissione di Giustizia e poi dall’intera Aula a maggioranza semplice. La partita chiave, tuttavia, si giocherebbe in Senato, attualmente controllato dai repubblicani, dove per essere approvata la rimozione dall’incarico del Presidente dovrebbe essere votata da una maggioranza di 2/3 degli onorevoli.

L’attacco di Trump alle neo deputate ha suscitato enormi critiche negli Stati Uniti ma anche fuori dai confini nazionali. Per esempio, gli ha risposto con durezza la premier britannica Theresa May, sostenendo che le parole del Presidente americano sono «completamente inaccettabili». Ecco come la questione razziale, mai sopita, domina nuovamente il dibattito politico americano.

Aggiornamento del 18 luglio 2019

Con 332 voti a favore e 95 contro, la Camera Usa, controllata dai dem, ha deciso di mettere da parte e rinviare la risoluzione per avviare l’impeachment di Donald Trump accusandolo di aver screditato la presidenza con i suoi commenti razzisti contro quattro deputate progressiste di colore.