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Da Macron a Di Maio (passando per Ursula von der Leyen)

Con 383 sì e 327 no Ursula von der Leyen viene approvata dal Parlamento Europeo per soli 9 voti di scarto sulla maggioranza richiesta.

Sono circa 50 voti in meno di quelli presi 5 anni fa da Juncker.

Dopo anni di crisi si è “letto” il voto europeo come una conferma del proprio operato e si è fatto un percorso intergovernativo che ha negato quel poco di democrazia avviata con gli spitzenkandidat indulgendo in trattative poco edificanti producendo questo risultato.

Un totale continuismo programmatico che non affronta sul serio nessun problema della sofferenza di chi vive in Europa o di chi vorrebbe arrivarci che invece è drammatica.

Conoscendo bene lo stile Ue ne ritrovo nel discorso di Ursula von der Leyen tutti gli elementi.

Bene ha fatto il Gue a porre i termini concreti che non trovano risposta.

1) Si pone fine alla stretta della austerità costruita con six pack, two pack e fiscal compact?

2) Come si esce dall’impianto liberista di Maastricht?

3) Che significano salario minimo europeo e assicurazione europea sulla disoccupazione? Perché non si prevede un livello contrattuale europeo che preveda armonizzazione salariale e delle attribuzioni sociali? La “assicurazione” europea per la disoccupazione è come la previdenza integrativa europea privata che bisogna pagarsi?

4) Dove sono i canali legali per i migranti per entrare in Europa?

5) Dove sono le misure concrete che servono a ridurre sul serio le emissioni e non registrare semplicemente la riduzione derivante da chiusure e spostamenti d’impianti?

I Cinquestelle e il Pd si accodano. Blanditi i “populisti” per separarli dai “sovranisti”.

Divisi i socialisti. Decisivi i popolari con i loro tanti sovranisti e i liberali resi ancora più liberisti da Macron.

Gue e Verdi sono una robusta opposizione di alternativa che dimostra che la dialettica non è tra governance e sovranisti. Si conferma l’importanza di questi due gruppi che in Italia si è fatto di tutto perché non avessero rappresentanza e nel cui voto io mi riconosco.

Lo strappo di Macron ha comunque ottenuto il risultato voluto anche se con molti rischi.

La UE ha una “nuova” maggioranza risicata ma più “politica”.

Non è quella di cui si è straparlato in campagna elettorale “da Macron a Tsipras” ma “da Macron a Di Maio”.

I liberali di Macron sono al centro e la Germania del dopo Merkel e della Spd in crisi converge pagando prezzi nelle alleanze interne ed esterne ma restando il Paese più forte. Sanchez ha garantito la maggioranza dei socialisti compreso il Pd.

La maggioranza parlamentare è striminzita ma allargabile facilmente perché la Spd verosimilmente non starà all’opposizione e gli stessi verdi dopo lo schiaffo della esclusione dovranno tenere e non sarà facile.

Sui paesi a guida sovranista si farà un riequilibrio nelle nomine.

Resta l’Italia dove la partita sarà complessa. Ora Conte dovrà garantire una nomina di peso. Ma un leghista potrebbe non passare il voto di Strasburgo. Sia per i cinquestelle che per la lega le scelte non sono facili. Anche Salvini ha bisogno di risultati e può pensare che gli serva che il governo sia suo anche formalmente.

Vedremo.

Intanto, come ho già scritto, è bene ricordare che dei 327 voti contrari (più gli astenuti) una buona metà sono di sinistra.

*

Articolo pubblicato su Transform! Italia

«Mi occupo di vita reale»

'Focaccia e gelato al volo nello splendido borgo di Boccadasse, a Genova, prima di rientrare a Roma. Che colori stupendi!'. Cosi' il vicepremier e ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sul suo profilo Twitter. PROFILO TWITTER DI MATTEO SALVINI +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ ++ HO - NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

L’uomo che si fotografa seminudo nel letto con la sua fidanzata, l’uomo che spande sui social le sue colazioni, i suoi pranzi, le sue cene, le sue birre, i suoi aperitivi, i poliziotti che accarezzano i gatti, le sue felpe, i suoi travestimenti con le divise delle forze dell’ordine, la sua pancetta in spiaggia, i baci linguosi con la sua nuova fidanzata, le sue vacanze in montagna, l’uomo che porta su un palco una bambola gonfiabile per rappresentare la Boldrini, l’uomo che si fotografa mentre manda bacioni come un beota sulla banchina, l’uomo che ha innescato una polemica sulla Nutella, l’uomo che va allo stadio abbracciato al peggior pregiudicato della curva, l’uomo che è andato in copertina con addosso solo una cravatta verde, l’uomo che ogni giorno spande veleno sui negri e sui rom, l’uomo che aveva nominato sottosegretario un amico di un amico degli amici di Cosa Nostra e continua a difenderlo, l’uomo che ha rateizzato 89 milioni di euro in ottant’anni, l’uomo che non ha mai lavorato in vita sua (e lo dice anche una sentenza di Cassazione), l’uomo che si è accanito per mesi contro Mimmo Lucano, quell’uomo lì ieri ha detto che lui si occupa solo di “vita reale”.

Può succedere solo da noi che a una frase del genere non si alzi una ola dalle Alpi alla Sicilia per mandarlo a quel Paese. Dice che si occupa talmente tanto della vita reale da non avere tempo per andare in Parlamento a chiarire perché Savoini fosse il suo braccio destro nei numerosi viaggi in Russia. Aveva detto nei giorni scorsi di non conoscerlo e ieri ha confessato di conoscerlo da 25 anni: lo sconosciuto più famigliare che si possa immaginare. Se la prende con gli alleati perché non lo difendono abbastanza e si limitano solo ad annullarsi facendosi calpestare.

Parla di tasse ma non gliene fotte niente delle tasse: deve solo parlare d’altro e purtroppo per lui non ha Ong in arrivo. Qualunquismo e benaltrismo a braccetto e all’ennesima potenza. Il Parlamento ridotto a un votificio. E una vita “reale” che non assomiglia a quella di nessuno di noi. Chissà quanto dura, questa barzelletta.

Buon mercoledì.

#RibelleCiao, le donne della sinistra Cgil alla conquista dello spazio politico

Le bandiere della pace, le bandiere della Cgil, le bandiere No Tav, lo striscione che chiede lo sciopero generale «subito!» per abrogare la legge Fornero. È la festa nazionale, tenutasi a Torino a fine giugno, di “Riconquistiamo tutto”, la minoranza di sinistra interna alla Cgil. Il titolo è evocativo: «Ritorno al futuro 1969-2019, perché il nostro futuro è nel nostro passato», partendo dagli operai della Pirelli in sciopero nell’autunno caldo del 1969. Nell’ambito di questa tre giorni di lavoro, è spiccata una giornata colorata di fucsia, rappresentata dalla prima assemblea nazionale di #RibelleCiao, le donne dell’area, quelle donne che non si sono chiuse in un teatro a discutere tra di loro, secondo l’idea dell’allora segretaria Camusso che convocò l’assemblea Belle Ciao, ma appunto, si sono ribellate e hanno costruito, dove hanno potuto, lo sciopero globale femminista dello scorso otto marzo.

«#RibelleCiao non è solo un hashtag, è uno slogan che è soprattutto uno spazio politico»: è nettissima Eliana Como, portavoce dell’area Riconquistiamo tutto, quando parla del femminismo delle operaie, delle impiegate, delle precarie, delle insegnanti, delle infermiere, delle pensionate, delle studenti. Quando ripete che non può bastare la contrattazione di genere, i convegni e le belle parole. Che quello che interessa non è il potere alle donne, ma la disparità salariale, le condizioni di lavoro spesso umilianti con le cosiddette pause fisiologiche per le mestruazioni, il mobbing alle donne che si impegnano politicamente o le molestie sessuali all’operaia in cambio dell’assunzione; la cassiera infastidita dal cliente, l’infermiera che subisce le battute allusive del collega, del medico o del paziente, le continue richieste di essere sempre di bella presenza e sorridente se vuoi fare la commessa, la hostess in fiera o l’insegnante di sostegno.

Il percorso di Eliana Como è un percorso femminista iniziato non in un collettivo, ma in una fabbrica manifatturiera di Bergamo, ad altissima presenza femminile, dove lei svolgeva lavoro sindacale. Quando si racconta dice che per lei, per la sua storia e il suo modo di essere, il femminismo è qualcosa di strutturale. «Il mestiere di sindacalista dentro la Cgil non è mai facile se sei una donna, se sei giovane, o almeno percepita come giovane, con un corpo pieno di tatuaggi e di piercing, ma non imponente fisicamente e che quindi non incute timore e riverenza. Vengo dall’area dei metalmeccanici, ma non ho quel physique du rôle adatto alla parte di portavoce secondo l’immaginario dominante, ma sono le nostre idee a imporsi nei meccanismi burocratici del sindacato, oltre ai corpi, le idee di tante lavoratrici proprio come me. Vorrei rendere quest’area più femminista o almeno più comoda per le donne che ci stanno dentro».

È proprio questo lo spirito della prima assemblea nazionale delle #RibelleCiao tenutasi a Torino, ed è anche una scommessa divertente, sprezzante del sarcasmo e del mugugno dei maschi che, per ora, non sono ammessi. Uno spazio di sorellanza dove discutere cosa fare e come, perché il prossimo 8 marzo è dietro l’angolo, sarà di domenica e questo, per chi si interessa soprattutto dello sciopero dal lavoro produttivo può essere una difficoltà in più. Bisogna inventarsi forme di sciopero diverse, convincere la Cgil che non è sufficiente esporre qualche fazzoletto viola, ma occorre sfidare le abitudini consolidate nel sindacato per entrare in comunicazione con il movimento Non una di meno. È importante esserci in quel movimento femminista, con la propria autonomia anche, ma nel rispetto reciproco. Ed è sicuramente una scelta sbagliata il fatto che la Cgil non ci sia, non si senta coinvolta.

Un rapporto non facile, per linguaggi e pratiche diverse. Quando le femministe di Nudm rivendicano il reddito per l’autodeterminazione, Eliana Como preferisce parlare di riduzione dell’orario a parità di salario, di un’altra politica salariale, del rispetto della sicurezza che troppo spesso nei luoghi di lavoro è tarata sul maschile, del controllo sui ritmi e sui tempi, del contrasto ai part-time involontari, alla precarietà e al lavoro domenicale e festivo. Ma sa bene, e non si stanca di ripeterlo in una assemblea vivace e partecipatissima, che il welfare contrattuale, a danno di quello pubblico già ampiamente danneggiato da tagli e privatizzazioni, non lo vuole, piuttosto vorrebbe un sindacato disponibile a lottare per congedi parentali uguali tra maschi e femmine o congedi retribuiti per donne vittime di violenza. E rifiuta nettamente quell’idea che vorrebbe le donne non al lavoro, ma confinate a casa a sfornare figli e ad accudire alla famiglia. Le idee non mancano. Adesso c’è anche lo spazio politico dove elaborarle, uno spazio che serve a tutte e tutti, perché se la Cgil secondo lo statuto è una organizzazione mista, non può più permettersi la comodità di essere neutra.

Eravamo quattro amici al bar. E Siri. E un missile

Non si sa cosa altro debba succedere per considerare superato il limite della decenza. La giornata di ieri è un piccolo bigino della legislatura, un riassunto degli atteggiamenti, delle nefandezze e della dignità istituzionale che è finita sotto l’ultimo tappeto dell’ultimo cesso dei palazzi di governo.

Il ministro Salvini (che non vede l’ora che arrivi una Ong per poter parlare d’altro rispetto al cumulo di balle sul caso Savoini-Russia) ha incontrato i sindacati che andrebbero incontrati dal ministro del Lavoro e dal presidente del Consiglio. Niente male come ennesimo scavalcamento che provoca al massimo qualche incazzatura bisbigliata nei retroscena politici. Di Maio e Conte ormai sono aloni istituzionali. E cosa fa il ministro dell’Interno per rendere il tutto ancora peggio di quello che già è? Si porta dietro Armando Siri. Sì, quello sotto inchiesta che è stato dimesso da sottosegretario. Evidentemente non è degno di fare il sottosegretario ma va benissimo per i sindacati. Già.

A Torino sequestrano armi a un gruppo di neofascisti. Un profluvio di armi, pronti per andare alla guerra. C’è addirittura un missile aria-aria. Non hanno ancora trovato l’aereo, forse nascosto in qualche sgabuzzino. Si parla tanto di terroristi che arrivano sui barconi e intanto questi hanno un arsenale. Ma niente. A Salvini non scappa di dire niente. Chissà perché.

Poi. Di Maio e Conte chiedono a Salvini di riferire in Parlamento sul caso dei fondi russi. Secondo voi li ha ascoltati? Ha detto una cosa qualsiasi? Un uomo che scappa dai processi si fa problemi a scappare dal Parlamento? Ma no. Niente. Niente. Quei due non sono aloni, sono macule istituzionali.

A Roma intanto si sgomberano di notte, con un esercito che sembra pronto per partire alla guerra, trecento disperati. I destrorsi esultano al nome della legalità. Solo che tra quei trecento ci sono ottanta bambini e anche italiani. Altro che prima gli italiani. Prima o poi verranno a prendere anche voi.

La donna uccisa a Savona dall’ex marito, Deborah Ballesio, aveva denunciato ben diciannove volte. Non è servito. Non si leggono i commenti di quelli che difendono le nostre donne. Beati loro che non se ne sono accorti.

Avanti così.

Buon martedì.

Sgombero Cardinal Capranica: con gli idranti per cacciare 350 persone senza casa, tra cui 80 bambini

La barricata eretta dagli occupanti scesi in strada per resistere allo sgombero dell'ex scuola occupata di via Cardinal Domenico Capranica a Primavalle, 15 luglio 2019. ANSA/Massimo Percossi

L’assedio notturno è iniziato alle 23.30 e durato tutta la notte, con almeno 200 agenti in tenuta anti-sommossa, 18 blindati della polizia, 6 camionette dei carabinieri, 6 defender, 2 camion idranti e un elicottero. E poi, intorno alle ore 10 della mattina successiva, lunedì 15 luglio, sono iniziate le operazioni di sgombero dell’ex Istituto agrario di via Cardinal Capranica, a ovest di Roma, nel quartiere di Primavalle. Il palazzo era occupato da circa 350 persone in emergenza abitativa – la maggior parte stranieri, compresi 80 minori – che da una ventina d’anni avevano trasformato lo stabile in un vero e proprio condominio.

La Prefettura di Roma discuteva da tempo sulla liberazione dell’immobile: lo stabile era il primo nella lista stilata dopo la circolare del Viminale che impone di liberare le strutture occupate in tutta Italia. L’operazione di sgombero prevista per la giornata di oggi sarebbe iniziata in nottata per anticipare la manifestazione prevista il 15 luglio dei movimenti per la casa e il diritto all’abitare, a cui attualmente stanno partecipando circa 200 persone. L’intervento sembra essere infatti avvenuto senza preavviso, senza cercare soluzioni alternative, senza alcun accordo con le istituzioni locali e con i giornalisti tenuti a debita distanza.

Mentre gli agenti circondavano l’edificio, gli occupanti hanno accatastato pneumatici e mobilio a formare delle barricate e qualche decina di persone è salita sul tetto, dove è stato esposto lo striscione «Roma si barrica», e su cui sei donne e tre bambini si sono incatenati. «Noi da qui non ce ne andiamo, siamo in 20 sul tetto, 10 sono bambini dai 4 anni in su. Non molliamo, non riusciranno a buttarci fuori. Questa è casa nostra», ha affermato un’attivista di Action, movimento di sinistra per il diritto all’abitare. Anche sul tetto le persone hanno accumulato copertoni di auto, ma in tanti stanno comunque uscendo dalla ex scuola, a seguito dei messaggi della polizia: «Intanto uscite, poi si troveranno le soluzioni abitative».

«Andremo in un posto tipo un hotel, una stanza con il bagno per noi e una stanza per i bambini, ci dicono, ma non sappiamo niente. Ce lo dicono loro. I bambini vanno all’asilo e a scuola in zona. Siamo sotto choc», ha dichiarato una mamma che abitava nella struttura con il marito e i figli. «Ancora una volta a Roma si considera l’emergenza abitativa come una questione di ordine pubblico mentre è una drammatica questione sociale. Quello che sta accadendo a Primavalle non è accettabile», protesta il deputato Pd Matteo Orfini; anche la senatrice Monica Cirinnà condanna l’intervento definendolo propaganda e sciacallaggio.

Tuttavia, secondo il presidente dell’VIII Municipio, Amedeo Ciaccheri, lo sgombero non era previsto: «Fino a qualche giorno fa – ha affermato durante il presidio – questa vicenda era tutta da studiare tra Prefettura, Comune e Regione impegnati in direzione di misure alternative per un modello già applicato a via Carlo Felice (l’immobile a San Giovanni tornato al proprietario Banca d’Italia). La situazione è precipitata in queste ore, solo 20 giorni fa la sindaca proponeva una pausa per studiare una soluzione, invece si è rotto un percorso che dura da qualche mese, anche per altre situazioni di occupazioni abitative tra cui quella di via del Caravaggio. Qui si parla di centri accoglienza per le famiglie e dormitori per single».

Le polemiche sullo sgombero si erano susseguite tra Lega, amministrazione comunale e parti sociali romane, nelle scorse settimane. «Qualcuno ha voglia di piantare una bandierina politica e si è militarizzato un quartiere per sgomberare 78 famiglie e 80 bambini», sostiene Luca Fagiano, uno dei leader dei Movimenti per il diritto all’abitare. «Fino ad oggi gli occupanti sono stati contattati solo da sedicenti assistenti sociali che però non hanno offerto loro soluzioni, oggi che hanno per la prima volta un confronto con le istituzioni si procede lo stesso con una operazione pesante e rischiosa. È una vergogna, bisogna respingere queste politiche che trasformano i problemi sociali in un problema di ordine pubblico», ha concluso.

Chi ci porta i migranti qui

Migrants disembark from an Italian Guardia di Finanza (GdF) ship in Pozzallo, Sicily Island, southern Italy, 09 July 2019. A total of 53 migrants were rescued on a boat in the Sicilian Channel by a Coast Guard patrol boat, but six of them were immediately transferred to Lampedusa due to medical problems. ANSA/CICCIO RUTA

No, no, fermi. Non si parla di Ong. Meglio: si parla anche di Ong ma in tutto questo baccano ho pensato che ogni tanto conviene depurarsi con i numeri. E allora guardiamoli questi numeri, cerchiamo di capire chi porta i migranti in Italia perché ci sia anche più chiaro l’uso strumentale dei numeri che viene continuamente perpetrato.

I numeri li ha dati sul suo profilo twitter Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi:  nel 2019 sono sbarcati in Italia 3.073 migranti. Soltanto 248 sono arrivati a bordo delle navi delle Ong. Sono l’8 per cento. Manca il 92 per cento degli arrivi. Forte, eh?

Quel 92 per cento arriva attraverso gli sbarchi fantasma (ne ho parlato nel buongiorno del 9 luglio, qualcuno chiedeva i dati, eccoli) oppure in modo autonomo. Riguardo alle Ong «dall’inizio dell’anno hanno compiuto soltanto 7 missioni, sono state attive solamente 31 giorni su 187, praticamente un mese non continuativo su sei», dice Villa, spiegando che la percezione smisurata dipende dal fatto che «quando arrivano al largo delle coste italiane, restano un sacco di giorni in attesa di sbarcare».

E sempre a proposito di Ong i dati smentiscono anche un altro luogo comune: non è vero che la loro presenza incoraggi le partenze, no. Nei giorni in cui stavano in mare si sono registrate 32 partenze. 34 sono le partenze in assenza di Ong. Incredibile vero?

Poi c’è l’altro luogo comune, che in realtà è una calunnia: non è mai stato provato (mai!) nessun rapporto tra Ong e scafisti. E gli editoriali, mi spiace dirvelo, no, non sono una prova sufficiente. Sono opinioni che non hanno nessun riscontro giudiziario.

Così, tanto per chiarire.

Buon lunedì.

Scuola e università contro la disgregazione culturale

LUCA ZAIA GIUSEPPE CONTE STEFANO BONACCINI

È il mondo della formazione il terreno di scontro più acceso nel processo di autonomia differenziata chiesta da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, ovvero Lega e Pd uniti in nome del “grande Nord”, come il giurista Massimo Villone definisce la paradossale alleanza. Mentre l’intesa Stato-Regioni arranca, tra rinvii e prove di forza, si assiste a una reazione che viene dal mondo della scuola e dell’università. Una «realtà di massa» che rappresenta un elemento centrale nel Paese. «Dagli insegnanti dipende la produzione di identità e della cultura dello Stato. Il futuro dei Millennials dipende da voi, per questo è decisivo chi controlla voi», ha detto Villone rivolgendosi ai partecipanti dell’assemblea nazionale per il ritiro dell’autonomia differenziata il 7 luglio a Roma.

Un evento importante sia per la grande partecipazione di docenti, genitori, giuristi che per l’approfondimento delle riflessioni, oltre che per l’organizzazione di una resistenza al regionalismo (in qualsiasi forma esso sia), compresa la creazione di un comitato nazionale e il lancio di un appello ai sindacati e ai parlamentari.

Nonostante l’avversario adesso sia più ostico della vecchia Lega bossiana, data appunto la trasversalità di interessi politici ed economici del blocco “secessionista”, la lotta dei docenti per difendere la libertà d’insegnamento e il contratto nazionale, dice Villone, ormai non…

L’articolo di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola dal 12 luglio 2019


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Pd e immigrazione, le giravolte di Renzi

Il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi e il ministro dell'Interno, Marco Minniti, ospiti della trasmissione di Raitre "In 1/2 ora in pi˘", condotta da Lucia Annunziata, Roma, 18 febbraio 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Per fare una corrente, ci hanno insegnato i “trenta gloriosi” anni democristiani, ci vogliono un capo-corrente, alcuni fedeli e un programma. Matteo Renzi riunisce Ritorno al futuro e il Comitato di azione civile il 12 luglio a Milano e consegna a Repubblica alcuni punti sui quali i suoi fedelissimi si stanno già esprimendo. A differenza della Democrazia cristiana però, il correntismo di Renzi si definisce prima di tutto contro il proprio partito, il suo vero antagonista. L’attacco che sferra contro il Pd è durissimo. E soprattutto è giocato su una premessa: che chi legge abbia la memoria corta, che il presentismo sia la disposizione mentale e psicologica, fuori e dentro il suo partito. Renzi si mobilita contro coloro che erano i maggiorenti del Pd quando egli era segretario e ai quali imputa, oggi, la debolezza del Pd di Nicola Zingaretti.

I bersagli di Renzi sono due: il governo Gentiloni e l’ex ministro Marco Minniti. L’accusa verte su due fatti: l’esasperazione del tema degli sbarchi; il non aver voluto la legge detta dello ius soli.
Qui starebbe secondo Renzi l’inizio del declino del Pd, non il 4 dicembre 2016 con la sberla ricevuta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Il declino sarebbe partito con il governo Gentiloni dunque, e con la truppa di parlamentari che Renzi non controllava. Sarebbe partito con il «funesto 2017», quando «abbiamo sopravvalutato» la questione migratoria considerando «qualche decina di barche che arrivava in un Paese di 60 milioni di abitanti, “una minaccia alla democrazia”».

Dov’era Renzi quando tutto questo succedeva? Era segretario del partito. Delle due l’una: o allora anch’egli la pensava esattamente in quel modo, oppure era un segretario debole, impotente a far sentire la sua voce. Visto il carattere dell’uomo, siamo propensi a considerare la prima ipotesi come quella più credibile. Renzi sta…

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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Il gene della depressione non esiste

È molto probabile che gli psichiatri organicisti siano saltati sulla sedia alla notizia dello studio pubblicato recentemente dall’American Journal of Psychiatric. L’articolo intitolato “No support for Historical Candidate Gene or Candidate Gene-by-Interaction Hypotheses for Major depression Across Multiple Large Samples” descrive una ricerca condotta in Colorado su un campione di 620mila soggetti che smentisce in maniera netta l’origine genetica della depressione. I risultati di questa analisi smentiscono completamente quelli di un’indagine pubblicata nel 1996 sempre sull’American Journal of Psychiatric che, pur  utilizzando uno scarso numero di campioni, esattamente 454, pretendeva di affermare la presenza di alcuni geni, per la precisione 18, responsabili dell’origine della depressione. Si tratta di uno studio europeo in cui si pensò di aver scoperto il primo fattore genetico coinvolto nello sviluppo di questa patologia.

Gli scienziati erano partiti dall’osservazione di un gene, (5-Httl), responsabile della sintesi di una proteina che ha il compito di catturare (reuptake) la serotonina, un neurotrasmettitore il cui valore si abbassa nella depressione. L’alterazione di questo  gene  avrebbe ostacolato il recupero  della serotonina nel neurone, provocando il calo dell’umore. Non veniva considerato che non è la diminuzione della serotonina a determinare l’abbassamento dell’umore ma il contrario: è la sintomatologia depressiva, espressione di una realtà psichica alterata, a determinare il basso valore del neurotrasmettitore. Si scambia cioè la causa con l’effetto. Questa prima ricerca ebbe grande eco tra gli psichiatri organicisti, così che in pochi anni la convinzione dell’origine genetica della depressione si associò, senza alcun supporto scientifico, ad altre patologie mentali. Alla luce del nuovo studio ci chiediamo: come è stato possibile reiterare un simile errore per 23 anni? Come è stato possibile che un’indagine così parziale abbia avuto un impatto così forte nel dibattito psichiatrico? Uno studio quindi assolutamente non scientifico che sicuramente ha avuto conseguenze disastrose sui pazienti depressi i quali, nella convinzione che la malattia fosse incurabile perché di origine genetica, perdevano ogni speranza di guarire. Ma se i pazienti gettavano la spugna, le case farmaceutiche facevano la loro fortuna. Tuttavia  non sono solo gli interessi dei produttori di psicofarmaci a determinare il successo della psichiatria biologica ma anche l’assenza di una ricerca più profonda sulla realtà psichica. Infatti da Ippocrate fino ai giorni nostri, medici e psichiatri si sono arresi di fronte al “male oscuro”, dichiarandolo incurabile. L’impossibilità della guarigione viene sostenuta ancora oggi dalla psichiatria biologica, convinta che  l’origine della depressione vada cercata nei geni e nella disfunzione dei neurotrasmettitori. Tempo fa…

L’articolo di Cecilia Di Agostino, Marzia Fabi e Maria Sneider prosegue su Left in edicola dal 12 luglio 2019

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Dopo gli anelli di Saturno, verso la prossima eclissi di Luna

Il 16 e 17 luglio, nella settimana del cinquantenario del primo sbarco dell’uomo sulla luna, avvenuto il 20 luglio 1969, sarà visibile una parziale eclissi del nostro satellite. Lo spettacolo, visibile a occhio nudo, avrà inizio intorno alle 18:42, ma sarà ben visibile dalle 21:00. Il picco è previsto per le 23:30. La parte oscurata dal cono d’ombra della Terra oscillerà tra il 55 e il 70%, vale a dire che la luna sarà coperta per circa due terzi. Quest’anno luglio è davvero ricco di eventi per gli appassionati di astronomia. Oltre alla ricorrenza appena ricordata, nella notte scorsa è stato possibile ammirare come non mai con un semplice telescopio gli anelli di Saturno e la maestosità di un altro gigante gassoso: Giove. Il primo in opposizione, il secondo in congiunzione con la Luna, nella costellazione dell’Ofiuco. Per l’occasione, l’Unione astrofili italiani (Uai) ha organizzato iniziative in tutta Italia, riunite sotto il nome de le “Notti dei giganti”, per osservare i due pianeti.

Il 9 luglio, Saturno si è trovato, infatti, a 1 miliardo e 351 milioni di chilometri dalla Terra, la distanza minima che può intercorrere tra i due, e in opposizione, «cioè in una posizione opposta a quella del Sole», ha spiegato Paolo Volpini della Uai. Di conseguenza, ha aggiunto «quando tramonta il Sole sorge il pianeta, che resta visibile per tutta la notte» e sarà nelle migliori condizioni di visibilità. «A inizio serata (il 12 luglio, ndr) si è potuto cercare il pianeta sull’orizzonte orientale, tra le stelle della costellazione del Sagittario. Poi nelle ore centrali della notte Saturno tenderà a spostarsi verso Sud». La Luna ha culminato a Sud nelle prime ore della notte, per poi spostarsi lentamente nella costellazione dello Scorpione e, insieme a Giove, sono stati preceduti dalla stella rossa Antares e seguiti da Saturno nel Sagittario. Quando un pianeta esterno (cioè più lontano dal Sole rispetto alla Terra) è all’opposizione, la Terra si trova esattamente in mezzo tra il Sole e il pianeta, che si trova nella posizione più vicina possibile alla Terra e completamente illuminato dal Sole. Il fatto di trovarsi all’opposizione, dunque, rende gli anelli di Saturno estremamente più luminosi, per via di un fenomeno ottico che prende il nome di effetto di opposizione o anche effetto Seeliger (da Hugo von Seeliger, l’astronomo tedesco che per primo ne propose la spiegazione nel 1887).

Ma in cosa consiste questo effetto? Si basa sull’angolo di fase, ossia l’angolo formato da un corpo celeste (nel nostro caso Saturno), dalla sorgente luminosa che lo illumina (il Sole) e dal luogo in cui si trova l’osservatore (la Terra). Più Saturno si avvicina all’opposizione, più l’angolo di fase tende a zero, poiché il fenomeno consiste precisamente nel fatto che Sole, Terra e pianeta esterno siano perfettamente allineati. Ecco che, allora, tutte le ombre del corpo illuminato scompaiono. Tale effetto si manifesta maggiormente nei corpi privi di aria, formati da particelle irregolari, come, appunto, gli anelli di Saturno e la superficie lunare. Quando l’angolo di fase è maggiore di zero, allora le sporgenze e gli avvallamenti nei corpi celesti proiettano le loro ombre, che tolgono luminosità alla veduta d’insieme. Ma quando i tre corpi celesti sono allineati, allora, per un breve lasso di tempo, tutte le ombre generate dalle piccole asperità superficiali dei materiali scompaiono sotto la luce diretta, perpendicolare, del Sole.

Accompagnato da Giove (che si è comportato similmente al pianeta con l’anello) ancora ben visibile e luminoso nella prima parte della notte, Saturno lascerà il posto il prossimo 14 luglio a Plutone, quando il “pianeta nano” si troverà in opposizione al Sole (a circa 4.900 miliardi di chilometri di distanza), in una posizione vicina a quella attuale di Saturno. «Come quest’ultimo sarà visibile per tutta la notte, a Sud-Est dopo il tramonto, poi a Sud nelle ore centrali della notte e infine a Sud-Ovest prima dell’alba», precisa l’Uai, sottolineando che per poter ammirare Plutone serviranno, questa volta, telescopi più potenti.