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Essere ateo, perché non è una questione di fede

L’editore Nessun Dogma ha pubblicato “Come se Dio fosse antani. Ateismo e filosofia senza supercazzole” di Giovanni Gaetani. Un libro che affronta con un linguaggio chiaro e veloce i temi cari alla filosofia dell’ateismo, dall’inesistenza di Dio all’etica umanista. Abbiamo rivolto all’autore qualche domanda, anche in vista delle presentazioni che lo vedranno impegnato in Liguria il 28 e 29 settembre, al Book Pride di Genova, a Savona e a Sarzana.

“Come se Dio fosse antani” è un libro che, come da sottotitolo, parla di “ateismo e filosofia senza supercazzole”. Una scelta doppiamente controcorrente per un Paese che si sta riscoprendo sempre più tradizionalista, populista e “anti-filosofico”, per così dire. Perché questa scelta? Quanto di politico e quanto di personale c’è in essa?

Uno degli slogan del femminismo di seconda ondata era: “Il personale è politico”. Confesso dunque senza timore che le motivazioni nascoste dietro questo libro sono prima di tutto personali. Ho studiato filosofia per nove anni a Roma, in un’università alquanto cattolica. Salvo rare eccezioni, l’ateismo veniva considerato da professori e studenti una sorta di “errore del pensiero”. Come se, appunto, la “vera filosofia” – infarcita di misticismo e oscurità – conducesse sempre a Dio in un modo o nell’altro. Nel tempo io invece mi sono convinto del contrario: più ci sforziamo di parlare chiaramente, più l’idea di Dio è destinata a scomparire. È stato un percorso faticoso e solitario, senza guide né appoggi esterni – l’Uaar stessa l’ho conosciuta molto tardi, soltanto nel 2013. Ma è proprio qui che il personale si unisce al politico.

Ho scritto questo libro proprio per “far apparire normale” e “legittimare” l’ateismo agli occhi di un ragazzo o di una ragazza di quindici anni, come nessuno ha fatto all’inizio della mia deconversione. Perché, quando a quell’età si cominciano ad avere i primi dubbi su Dio e la religione, ci si ritrova da soli e senza guide, e l’ateismo è un’opzione che mette un certo timore. Ecco, l’obiettivo era far capire ad un adolescente che non credere in Dio può essere una scelta filosoficamente coerente, ragionata, positiva – “normale” appunto, con buona pace di quanto possano pensare i loro genitori, professori, parenti e la società tutta.

Ricordo infatti che, durante la presentazione di Bologna, il commento di un lettore fu proprio questo: “Se avessi letto il tuo libro a quindici anni, forse avrei apprezzato di più la filosofia durante il liceo…”

Sì, questa frase me l’ha detta più di una persona e non può che farmi piacere. L’obiettivo principale era proprio questo: riuscire a parlare di una cosa seria e complicata come la filosofia, ma con un linguaggio chiaro e ironico, accessibile anche ai cosiddetti “non addetti ai lavori” – o, più in generale, a chiunque guardi con sospetto ai tecnicismi della filosofia accademica.

Questo doppio registro comunicativo, serio e ironico al tempo stesso, traspare già dal titolo. “Come se Dio fosse antani” nasce infatti dall’unione di due citazioni, giusto?

Esatto. La scelta di questo titolo è a modo suo un azzardo, ne abbiamo discusso a lungo con l’editore. Il problema è infatti che, se non si coglie almeno una delle due citazioni, il lettore rischia di non capirci nulla e di passare oltre…

Da una parte, la citazione più pop ed evidente è il “come se fosse antani”, supercazzola per eccellenza tratta dal film Amici miei di Mario Monicelli. L’altra citazione è invece molto più nascosta ed erudita. Si tratta dell’etsi Deus non daretur (“come se Dio non fosse”) di Ugo Grozio, filosofo e teologo olandese del diciassettesimo secolo. Sin dal titolo ho voluto mettere insieme questi due registri linguistici così diversi fra loro, proprio per far capire al lettore che si tratta di un libro serio e ironico al tempo stesso.

Il libro è pubblicato dall’editore Nessun Dogma, il progetto editoriale dell’Uaar, l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Facendo entrambi parte di questa organizzazione, dobbiamo spesso confrontarci con lo scetticismo di chi pensa che non abbia senso battersi per la laicità e i diritti dei non-credenti in Italia. Come rispondi a questa critica?

L’egemonia culturale e politica del Cattolicesimo è profondamente radicata nella nostra mentalità, cosa che porta ogni italiano a considerare normali istituzioni e abitudini altrimenti inammissibili – pensa soltanto ai 6 miliardi pagati ogni anno dallo Stato alla Chiesa, senza che questo desti più di tanto clamore in un paese così attento alla spesa pubblica su altri fronti.

Il nostro attivismo è quindi doppiamente difficile. Perché non basta soltanto combattere contro quelle istituzioni e abitudini. No, bisogna prima di tutto sforzarsi di decostruire la mentalità che le legittima. Si tratta di smantellare quella narrazione (silenziosa ma onnipervasiva) che ogni italiano porta con sé sin dai tempi dell’infanzia e del catechismo. Ma per far ciò bisogna cambiar metodo. Non basta ripetere a spada tratta le ormai consolidate critiche alla religione. Bisogna piuttosto emanciparsi dalla religione stessa e costruire un’alternativa indipendente. Questa alternativa per me si chiama umanismo, ma in Italia purtroppo questa filosofia fatica a farsi conoscere.

Nel tuo libro parli anche di questo, precisamente nella postfazione, la Lettera a un’aspirante filosofa. Come spiegheresti in breve l’umanismo a chi non ne ha mai sentito parlare? E perché lo reputi così importante?

Riassumendo all’estremo, si tratta di una visione del mondo senza Dio che mette al centro del proprio universo gli esseri umani con le loro capacità empatiche e razionali. Tra i valori umanisti troviamo l’autonomia individuale, l’universalità dei diritti umani, la difesa della democrazia, la promozione del metodo scientifico, e molto altro ancora. Si tratta dunque di una posizione di vita indipendente e positiva che, a mio modo di vedere le cose, è la migliore evoluzione dell’ateismo. Mettiamola così: se l’ateismo costituisce l’universo di ciò in cui non credo, la pars destruens insomma, l’umanismo rappresenta tutto ciò in cui invece credo.

Ma c’è di più. Per me l’umanismo è così importante perché, a livello politico, ha una visione “intersezionale” – termine preso in prestito dal movimento femminista contemporaneo. Le associazioni umaniste, specialmente in Nord Europa, hanno compreso la necessità di un’azione politica a 360 gradi, che affianchi alle battaglie classiche del movimento ateo – laicità, ragione, libertà di pensiero, etc. – le rivendicazioni degli altri movimenti – quello Lgbt+, il femminismo, il fronte anti-razzista, etc. Per questo spero che anche in Italia l’umanismo prenda piede. Perché, se è vero che le oppressioni sono tutte interconnesse, di conseguenza devono esserlo anche le lotte.

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Andrea Ruggeri è coordinatore del circolo UAAR di Bologna

Processo Cucchi: «Era evidente che lo avessero pestato»

Un momento del sit in organizzato all'esterno del tribunale di piazzale Clodio in occasione del processo Cucchi bis, Roma, 27 settembre 2018. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Stefano Cucchi, quella mattina a piazzale Clodio, diceva di avere dolori in fondo alla schiena e alle gambe. Camminava curvo, anzi storto, appoggiandosi al muro per scaricate parte del peso sul muro, non reggeva il passo degli altri, chiese un farmaco che prendeva abitualmente, per andare in carcere nemmeno lo ammanettarono, così stabilì il caposcorta, perché non si sarebbe potuto tenere al sedile del pullman, arrivato a Regina Coeli non ce la faceva a salire le scale. Aveva gli occhi gonfi, quello di destra più marcatamente e anche la mandibola dalla stessa parte. Nemmeno che la fece a spogliarsi per la perquisizione di rito, né a chinarsi, eppure ci provava. Tutti gli chiesero cosa gli fosse successo, meno la giudice che lo spedì in galera anche con le carte sbagliate (risultava essere un albanese di sei anni più grande e senza fissa dimora), meno l’avvocato d’ufficio ché i carabinieri non vollero avvisare quello che aveva indicato lui. Scivolato dalle scale, la risposta secca. «Che scale strane», gli rispose Giovanni Battista Ferri, responsabile dell’ambulatorio medico della Città giudiziaria di Roma, sentito oggi nel processo per la morte di Cucchi lo visitò intorno alle 14 del 16 ottobre 2009 (il giorno dopo l’arresto per droga). «Andai nelle celle, mi presentai e gli chiesi cosa potevo fare per lui; la risposta fu che non aveva bisogno di nulla. Lo vidi solo in viso. Nel referto scrissi che aveva lesioni ecchimotiche su entrambi gli occhi e che aveva riferito dolori alla regione sacrale e agli arti inferiori. Secondo me erano lesioni da evento traumatico, e dal dolore sembravano lesioni recenti, ma lui rifiutò di farsi visitare». E alla richiesta sul come si fosse procurato quel dolore, la risposta fu «che era caduto dalle scale il giorno precedente, anche se quella risposta non mi convinse. Comunque, le sue condizioni di salute consentivano di andare in carcere; era idoneo per il carcere».

«Ha parlato con l’espressione in volto apparentemente priva di qualsiasi emozione – scriverà dopo l’udienza Ilaria Cucchi – quasi con un mezzo sorriso, non di compiacimento per il dolore di mio fratello ma per il proprio ruolo. Quando però il mio avvocato (Fabio Anselmo, ndr) gli ha chiesto cosa avrebbe fatto se si fosse trattato di un suo paziente del suo ambulatorio privato lui ha risposto che “tra gli altri avrebbe ordinato accertamenti radiologici”. Ma Stefano Cucchi evidentemente non era un suo paziente perché lo ha mandato in carcere. Allora mi chiedo: ma cos’era per lui?».

Strane scale e strana storia quella di Stefano Cucchi che morirà sei giorni dopo lontano dagli occhi di tutti eccetto quelli dei sanitari del Pertini, repartino penintenziario. Per quei medici è in corso il terzo processo d’appello. L’udienza di oggi, la prima dopo la ripresa estiva, conferma quanto fosse malconcio dopo poche ore in balìa di alcuni carabinieri i cui difensori sembrano puntare tutto sulla magrezza dell’arrestato che, invece, anche quella sera era stato ad allenarsi, era un pugile, come rivela la strisciata della carta magnetica della palestra. Tutti i testimoni, anche se qualcuno ha una memoria più reticente di altri, confermano la gravità delle sue condizioni smentendo i periti del primo processo, quello che provò a incastrare alcune guardie penitenziarie, quello che aveva avvolto i carabinieri in un cono d’ombra che a molti sembrò essere stato disposto dall’allora ministro della difesa del governo Berlusconi: Ignazio La Russa. Proclamò che l’Arma era estranea ai fatti e ci sarebbero voluti altri nove anni per un Cucchi bis contro cinque carabinieri, tre imputati per omicidio preterintenzionale.

Prima del dottor Ferri è stato sentito anche un ex detenuto, portato nelle celle di piazzale Clodio lo stesso giorno di Cucchi dopo un arresto per spaccio: ha sentito Cucchi bussare alla porta della cella. «Chiedeva la terapia e il metadone, chiamava le guardie, ma non venivano. E allora qualcuno dalle celle disse di non chiamarle “guardie”, ma “agenti”. E quando comunicò a chiamarli così, loro arrivarono».

E, chissà perché in caserma rifiutò «di andare in ospedale dicendo di non aver bisogno di nulla»; in tribunale non «si reggeva in piedi e camminava male. Era evidente che era stato pestato», hanno ripetuto, dal banco dei testimoni, nove persone, tutte già sentite nel precedente processo. In aula si è partiti dalla presenza di Cucchi nella caserma dei carabinieri di Tor Sapienza dopo l’arresto, quando le sue condizioni di salute consigliarono l’intervento di un’ambulanza. «Trovai Cucchi dentro una cella poco illuminata. Era disteso sul letto, rivolto verso il muro e coperto fino alla testa. Lo salutai, e mi rispose “Non ho bisogno di niente”», ha detto in aula l’infermiere Francesco Ponzo. «Lo vidi in viso per pochi secondi, aveva pupille normali e una ecchimosi nella zona zigomale destra. Gli dissi “Vieni con me, andiamo in ospedale. Se hai qualche tipo di problema, poi magari ne parliamo in separata sede”. Per la mia insistenza, lui si irritò. Alla fine risalimmo, prendemmo i dati e andammo via». Ma per l’equipaggio del 118 sembra che quella notte fosse una notte come tante altre, risaliti in ambulanza, non avrebbero fatto alcun commento.

La parte finale dell’udienza è stata dedicata all’esame degli agenti della Penitenziaria incaricati di portare i detenuti dal tribunale in carcere. «Vidi per la prima volta Cucchi alle celle d’uscita. Non si reggeva in piedi, camminava male, in viso era parecchio rosso, aveva segni evidenti di occhiaie profonde – ha detto l’ispettore superiore Antonio La Rosa – secondo me quel ragazzo aveva avuto qualche problema, secondo la mia esperienza aveva preso qualche schiaffo, qualche pugno. Era evidente che era stato pestato». «Ma quale caduta dalle scale, lui ha avuto un incontro di boxe, solo che lui era il sacco», avrebbero scherzato quelli che tornavano con lui verso Regina Coeli.

Fuori dalla Città giudiziaria, trecento persone, tutte giovanissime, per un sit-in scaturito dopo il successo della proiezione del film “Sulla mia pelle” all’università, promossa da Sapienza clandestina con l’adesione di Alterego Fabbrica dei diritti e Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa. Riccardo Bucci, per conto di entrambe le associazioni, sta curando “Vlad”, il vademecum per intervenire tempestivamente in caso di abusi. È stato lui, intervenendo al sit-in, a spiegare come si sta mettendo il processo che riprenderà il prossimo 11 ottobre.

No, non sei il proprietario di tua moglie

“Qualunque disposizione che considera la donna in un livello di diseguaglianza non è costituzionale”.

E poi.

“È arrivato il momento di dire che il marito non è il proprietario della sua sposa. La superiorità legale di un sesso su un altro è sbagliata”.

Sono le parole con cui la Corte Suprema in India ha deciso di depenalizzare la legge per cui un uomo poteva andare a letto con una donna sposata solo chiedendo il permesso al marito. Una legge vecchia di 160 anni che sanciva come l’atto sessuale fosse un affare tra soli uomini: erano gli uomini a dover trovare l’accordo e solo gli uomini potevano eventualmente presentare denuncia.

È una di quelle notizie che compare nei media tra le novità esotiche e di folklore, quelle che quando le leggi pensi come sono retrogradi laggiù e che vengono confezionate con una certo senso di superiorità tipico del mondo occidentale.

A pochi centimetri c’è la notizia che arriva da Merano, dove Johannes Beutel ha deciso di accoltellare la moglie colpevole di volerlo lasciare. Uccidendola come accade tre volte su quattro, dicono le statistiche, quando il delitto avviene in famiglia.

E ho pensato che forse bisognerebbe ripeterlo anche qui da noi, scriverlo un po’ dappertutto, che il marito no, non è proprietario di sua moglie. Servirebbe una grande opera di alfabetizzazione sentimentale partendo dalle basi: insegnare che volere bene a qualcuno significa volere il suo bene e non c’entra nulla con il possederlo. E dire a tutti quelli che ciondolano facendo sì sì con la testa, che sono concetti ovvi e banali, che il rispetto è una di quelle pratiche che non vale nulla conoscere, va solo praticato.

E chissà, mi chiedevo, se qualcuno stamattina in India leggendo le inquietanti statistiche italiane non pensi come siamo retrogradi noi che le leggi barbare le abbiamo cancellate da un pezzo (anche se qualcuno ultimamente le ripropone) eppure non siamo riusciti ad arginare i barbari, oltre alle leggi.

Poi mi è capitato l’articolo di Libero, di ieri, in cui racconta della morte del famoso latin lover romagnolo. Titola Libero che «un infarto l’ha fregato mentre castigava una 23enne». E ho pensato ai barbari. Appunto.

Buon venerdì.

Politici che odiano le donne, i bambini e i migranti

Deputy Prime Minister Matteo Salvini (R) and Italys Minister of Family and Disability, Lorenzo Fontana are seen at the Lower House, ahead of a confidence vote on the government program, in Rome on June 6, 2018. - Conte is set to address the Lower House for a confidence vote on his government programme later today, after winning the confidence vote at the Senate yesterday. (Photo by FILIPPO MONTEFORTE / AFP) (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Fa carta straccia del permesso di soggiorno per la protezione umanitaria, nega il diritto d’asilo (previsto dalla Costituzione), raddoppia da tre a sei mesi la permanenza (una vera e propria reclusione) nei centri per il rimpatrio. Scendendo più in dettaglio: cancella il diritto al pubblico patrocinio per i richiedenti asilo, impone più daspo urbano e restrizioni della libertà in base a soli sospetti, revoca lo status di rifugiato ai profughi condannati in primo grado. Il decreto sicurezza-migranti che ha passato il vaglio del Consiglio dei ministri è lesivo dei trattati internazionali, incostituzionale (l’ordinamento prevede la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio), disumano. Ancora una volta Salvini alza il tiro nella lotta contro i migranti sebbene l’immigrazione sia ai minimi storici degli ultimi anni.

Fin dal titolo il decreto Salvini criminalizza l’immigrazione annunciandone una gestione securitaria. è un provvedimento manifesto, crudele e vigliacco nel prendersela con i più vulnerabili. Tanto feroce quanto avulso dalla realtà, dai problemi dell’Italia, dove l’emergenza riguarda la sicurezza delle infrastrutture e del territorio, dove l’emergenza è la disoccupazione, la dispersione scolastica, la sanità depotenziata e privatizzata… Invece di affrontare tutto questo, il Def annuncia nuovo indebitamento: sulle spalle degli italiani 120 miliardi di deficit, senza un piano per gli investimenti  e per il lavoro, annunciando solo prebende e condoni.

Si rischia di rimanere increduli e imbambolati di fronte a misure come questo decreto sicurezza dettato da pensieri deliranti, fantasticherie di complotti per la sostituzione etnica degli italiani. Ma la paranoia che alimenta politiche di chiusura dei porti (chiusi alle persone migranti non alle merci) produce ricadute molto concrete, pesantissime, su chi scappa dalla guerra, dalla tortura, dalla miseria, dalla mancanza di futuro. “Forte con i deboli” avevamo scritto in copertina del numero di Left in cui abbiamo anticipato i contenuti di fondo del decreto Salvini, lanciando l’allarme. Gli annunci choc di provvedimenti così agghiaccianti da superare ogni realtà producono l’effetto di tramortire l’opinione pubblica, che, irretita, rimane inerte, incapace di reagire e di proferire parola mentre il ministro dell’Interno minaccia di procedere con le ruspe contro i Rom. Come l’inaccettabile stretta sulla protezione umanitaria che ricaccia i profughi in una situazione di irregolarità, senza tutele, senza garanzie, anche le annunciate misure contro la minoranza rom è indotta dal pensiero delirante e violentissimo che chi ha un colore diverso di pelle o esprime un’altra cultura o stile di vita non abbia la stessa umanità e diritti.

La paura dell’altro, del diverso da sé ossessiona il governo giallonero che fa di tutto per restaurare un ordine patriarcale, da Stato teocratico e suprematista. Folgorato sulla via di Damasco da Steve Bannon, Salvini con Fontana e Pillon vuole cancellare i diritti conquistati dalle donne, rimandandole dietro i fornelli, a casa a fare figli per la patria. Sotto attacco sono la 194, le unioni civili, la legge sui consultori, ma anche la pur moderata legge sul fine vita, come raccontiamo in questa storia di copertina in cui a parlare sono sociologi come Chiara Saraceno giuristi, psicoterapeuti, ginecologi di chiara fama come Carlo Flamigni, attivisti, ma soprattutto sono le donne a prendere la parola in prima persona. Conte bacia i santini di padre Pio, Di Maio l’ampolla di San Gennaro e non è solo folclore, perché si traduce in disegni di legge, concepiti su dogmi, come l’idea scientificamente falsa che la vita umana cominci al concepimento. In nome della fede, i cattolici sono sordi anche alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’Uomo che ha condannato la Legge 40 perché confonde feto e bambino e fanno orecchie da mercante quando, come è avvenuto la settimana scorsa, la Corte di Strasburgo afferma che è giusto censurare chi dice che l’aborto è un omicidio. (Come sostiene papa Francesco).

In Parlamento, un intergruppo di crociati – che va dalla sempiterna Binetti, numeraria dell’Opus dei ed ex senatrice Pd, a Gasparri a Quagliarello – è pronto ad alzare gli scudi per imporre a tutti valori non negoziabili, per ridurre le donne al silenzio come voleva Paolo di Tarso, per riportare indietro le lancette della storia a quando i bambini erano considerati una mera tavoletta di cera. Questo è il pensiero agghiacciante che traspare dietro il ddl Pillon, che opera una controriforma degli affidi, negando ai bambini il diritto di rifiutare il genitore maltrattante (anche durante un eventuale processo) e rende alle donne più difficile denunciare. Lasciandovi all’approfondimento che offrono gli articoli di questa storia di copertina, vorrei concludere ricordando al collega Damilano, a Genna e ai colleghi dell’Espresso che i Pillon o i Fontana non sono espressione di una Chiesa “cattiva” che combatterebbe la Chiesa “buona” di Bergoglio. Non c’è una Chiesa cattiva e una buona. Il pensiero di negazione e di annullamento dell’identità delle donne è il medesimo. Medesima è la scandalosa copertura dei preti pedofili che violentano i bambini. Medesima è la dottrina spacciata per antropologia.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 28 settembre 2018


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Nel nome del padre

AVV SIMONE PILLON

La co-genitorialità è un processo complesso, che inizia nelle aspettative dei genitori prima ancora che la figlia o il figlio nasca, e poi si forma, consolida, cambia nelle negoziazioni quotidiane tra genitori e tra genitori e figli, man mano che questi crescono. Gli equilibri che si raggiungono tra genitori sono spesso asimmetrici, come documentano anche ricerche recenti sulla transizione alla genitorialità, che mostrano come aspettative e intenzioni egualitarie poi si ridefiniscano spesso lungo linee tradizionali dopo la nascita di un figlio, seguendo copioni di genere più o meno modernizzati. Ma anche là dove c’è maggiore uguaglianza e i ruoli genitoriali sono più interscambiabili, non tutto è diviso esattamente a metà, ma si cerca un equilibrio tra le esigenze, capacità, disponibilità dell’uno e dell’altra rispetto ai bisogni – mutevoli – dei figli. Quando i genitori si separano questi equilibri per forza si rompono e occorre trovarne di nuovi, e prima ancora sviluppare nuovi modi, nuove disponibilità, per negoziarli.

Di fronte a questa complessità, il disegno di  legge “in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”, che vede primo firmatario il senatore leghista Pillon, propone una ricetta basata su un’idea di parità insieme perfetta e semplificata delle responsabilità genitoriali, con la divisione esattamente a metà di tutto: tempo, spese, attività. 

Come se fare il genitore potesse essere disarticolato in una serie di mansioni precise, non ci fossero imprevisti, ma nemmeno spazio per l’immaginazione, per cogliere le opportunità e tenere conto dei cambiamenti. Il tutto a prescindere non solo dall’età dei figli, dai loro ritmi ed esigenze specificamente individuali, ma anche dalla storia pregressa di quella famiglia, dai rapporti tra genitori e figli, dalla divisione delle responsabilità consolidata nel tempo e così via. Così, l’opportunità, tutta da incoraggiare, che i figli abbiano uno spazio – fisico e relazionale – di quotidianità sia presso la madre sia presso il padre diventa un obbligo, per i figli, a dividersi “paritariamente” tra due case.

Senza considerare cosa ciò comporti per… 

L’articolo di Chiara Saraceno prosegue su Left in edicola dal 28 settembre 2018


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Quel decreto è una sicurezza. Per le mafie, i trafficanti di uomini e i mercanti d’armi

Il presidente del Consiglio, Guseppe Conte (S), e il il vice premier e ministro dell'Interno, Matteo Salvini, durante una conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri a palazzo Chigi, Roma, 24 settembre 2018. ANSA/ETTORE FERRARI

Certo, sarà forse più difficile noleggiare un furgone – come hanno fatto gli attentatori di Nizza, Londra, Münster o Barcellona – ma, prima del dl sicurezza o immigrazione, Salvini ha rispettato i suoi obblighi verso la lobby delle armi, per cui ora è un gioco da ragazzi comprarsi un kalashnikov. Il governo “del cambiamento” ha scelto il tipo di stragi da promuovere, quelle tipiche degli Usa dove i supermarket traboccano di armi. Non solo, ha promulgato un pacchetto che mescola leggi razziali, inasprimenti del codice Rocco e, probabilmente, concessioni alle mafie. L’emergenza permanente è una condizione chiave per garantire la continuazione della compressione dei salari e dei diritti sociali in una società sgretolata e impoverita.

Una delle parole chiave nell’analisi del dl sicurezza è unanimità: il consiglio dei ministri ha votato come un sol uomo il pacchetto di norme facendo registrare l’egemonia del socio di minoranza, Salvini (che ha preso la metà dei voti grillini), in una compagine che non trova affatto disdicevole caratterizzarsi sul razzismo e l’autoritarismo. Chi fa il palo ha la stessa responsabilità di chi ruba. Nella fattispecie, ruba diritti. Secondo la suddivisione dei ministeri, Di Maio e Salvini dovevano essere, rispettivamente, il poliziotto buono (per le misure sociali) e il poliziotto cattivo (per le politiche sicuritarie). Ma quella caratterizzazione è saltata da tempo. Ammesso e non concesso che il vertice M5s fosse davvero più progressista dei suoi omologhi leghisti, adesso è in affanno nella rincorsa della Lega in continua ascesa nei sondaggi. Anche annunciando il sussidio che viene pomposamente declamato come “reddito di cittadinanza” il ministro Di Maio ha voluto sottolineare la propria adesione alla linea del “primato nazionale”. In questa gara a chi è più razzista prende corpo un decreto legge spacciato come misura necessaria «per rafforzare i dispositivi a garanzia della sicurezza pubblica, con particolare riferimento alla minaccia del terrorismo e della criminalità organizzata di tipo mafioso, al miglioramento del circuito informativo tra le forze di polizia e l’Autorità giudiziaria e alla prevenzione e al contrasto delle infiltrazioni criminali negli enti locali».

In realtà è una misura per fare pressioni sulla popolazione migrante, fabbricare ulteriore marginalità e clandestinità, per criminalizzare pratiche di conflitto, per “restituire” a prestanome delle mafie i beni confiscati. Uno stato d’emergenza fondato su una miscela di emarginazione e repressione. Vediamo come.
La restrizione del sistema di accoglienza è sicuramente l’aspetto più evidente delle nuove misure: i richiedenti asilo verranno esclusi dal sistema Sprar che sarà limitato solo a chi è già titolare di protezione internazionale o ai minori stranieri non accompagnati. Si ridimensiona un sistema che ha provato, pur dentro mille contraddizioni, percorsi virtuosi di accoglienza e integrazione puntando su centri di accoglienza emergenziali (i Cas) con servizi inadeguati e spesso gestioni opache. Fuori dall’accoglienza Sprar tutte le categorie vulnerabili di richiedenti asilo come ad esempio le vittime di tratta o di tortura o le persone con problemi di salute mentale.

Una norma incostituzionale, per i giuristi del Coordinamento per la difesa della Costituzione, quella che prevede la sospensione della procedura d’asilo ed il rimpatrio del richiedente asilo che abbia subito una condanna in primo grado «perché palesemente contraria alla presunzione di non colpevolezza (art. 27 Cost.) ed al principio che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento (art. 24 Cost.)».
Il sostanziale smantellamento del sistema di protezione su base comunale (Sprar) rende più problematica la convivenza. Secondo i dati raccolti su migliaia di migranti da Medu, medici per i diritti umani negli ultimi quattro anni (si veda la webmap Esodi) il 90% di coloro che sbarcano in Italia dalle coste del Nord Africa è sopravvissuto a traumi estremi nel Paese di origine e lungo la rotta migratoria (in particolare in Libia): torture, lavori forzati e abusi gravissimi. Nei centri emergenziali sarà sempre più difficile una tempestiva individuazione di persone con problemi fisici e psichici, con ricadute negative dal punto di vista della salute individuale e pubblica, della spesa sanitaria e dell’integrazione.

L’articolo 13 del dl prevede che i richiedenti asilo non si possano iscrivere all’anagrafe e non possano quindi accedere alla residenza. Un ulteriore provvedimento punitivo che sembra avere un’esclusiva matrice ideologica da dare in pasto a un’opinione publica intossicata. Scompaiono i “motivi umanitari” sostituiti dalla concessione del permesso di soggiorno per alcuni “casi speciali” come ad esempio “condizioni di salute di eccezionale gravità” o “situazione di contingente o eccezionale calamità del Paese dove lo straniero dovrebbe fare ritorno”. «La nuova disciplina dell’immigrazione e della cittadinanza presenta aspetti allarmanti di incostituzionalità – denunciano in un documento congiunto i giuristi del Cdc (Massimo Villone, Alfiero Grandi, Silvia Manderino, Mauro Beschi, Domenico Gallo) – l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari è mirata specificamente a sgonfiare il volume dei permessi di soggiorno, creando una serie di drammi personali e aprendo la strada ad un’esplosione del contenzioso».

L’effetto sarà il medesimo di qualunque proibizionismo: alimentare le mafie con la dilatazione dell’area della clandestinità, di una popolazione di senza diritti, facile preda della criminalità e del lavoro schiavistico. Tutto ciò inciderà sulla sicurezza e renderà più spietata la competizione tra nativi e migranti nei settori più opachi del mercato del lavoro. Anche il raddoppio del trattenimento degli stranieri all’interno dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), ex Cie, da 90 giorni a 180 giorni, non serve allo scopo dichiarato ma è solo un provvedimento punitivo. Quando fu dilatato addirittura a 18 mesi, dal 2011 al 2014 (si veda il rapporto Arcipelago Cie di Medu) non ha prodotto alcun miglioramento significativo della percentuale dei rimpatri né ha garantito per le persone internate il livello di dei loro diritti fondamentali. Anche se consentito dalla Direttiva europea sui rimpatri 2008/115/CE, il raddoppio della permanenza «presenta marcati aspetti di irragionevolezza – dicono al Cdc – perché si risolve in una pena senza delitto data l’impossibilità di procedere al rimpatrio nella stragrande maggioranza dei casi».

Raddoppierà la popolazione di stranieri in detenzione amministrativa con incremento esponenziale dei costi per i contribuenti. «In questo contesto è inaccettabile la possibilità di trattenere le persone da rimpatriare in strutture idonee e nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza. In questo modo viene creato un circuito carcerario (le prigioni del Ministero dell’Interno) al di fuori dell’ordinamento nel quale non sarà possibile monitorare il rispetto dei diritti umani fondamentali», spiegano i quattro giuristi. Caserme, commissariati e carceri, come testimonia il lavoro di denuncia di associazioni come Antigone o Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, sono luoghi in cui si moltiplicano gli abusi in divisa. «I Comuni con popolazione superiore ai centomila abitanti – si legge nel testo del dl – possono dotarsi di armi comuni ad impulso elettrico, quale dotazione di reparto, in via sperimentale, per il periodo di sei mesi, due unità di personale, munito della qualifica di agente di pubblica sicurezza, individuato fra gli appartenenti ai dipendenti Corpi e Servizi di polizia municipale». Dopo sei mesi «possono deliberare di assegnare in dotazione effettiva di reparto l’arma comune ad impulsi elettrici positivamente sperimentata».

L’armamento dei vigili urbani è un passaggio necessario per la trasformazione in problematiche di ordine pubblico di qualsiasi questione legata ai conflitti sociali, anche quelli “orizzontali” (residenti contro studenti nei quartieri della movida, stranieri contro nativi nelle periferie ecc…) e, più in generale, nella fabbricazione della guerra ai poveri. La pistola taser, considerata strumento di tortura, è appena stata fornita alle questure di undici città e ha già debuttato con l’utilizzo a Firenze contro una persona malata di mente rivelandosi in tutta la sua inumanità. Un dossier di Amnesty international fornisce dettagli sulla lunga catena di morti legate all’utilizzo di queste armi “non letali”.

Anche l’estensione del Daspo «a coloro che, operanti in gruppi o isolatamente, pongano in essere atti preparatori, obiettivamente rilevanti, diretti a sovvertire l’ordinamento dello Stato» serve solo a “nutrire la bestia”, alimentando lo stato di emergenza perenne: non è fissando cartelli con scritto “vietato l’ingresso ai terroristi” alle porte di un palazzetto dello sport che si intimoriscono “fascisti barbuti” dell’Isis.
Si dilata il Daspo urbano, stavolta in nome del “decoro”, estendosi «ai presidi sanitari e alle aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati e pubblici spettacoli nell’elenco dei luoghi che possono essere individuati dai regolamenti di polizia urbana». Pura guerra ai poveri, o tradotto in “salvinese”, guerra «ai soggetti che pongono in essere condotte che impediscono l’accessibilità e la fruizione dei suddetti presidi dei citati eventi».

Anche il potenziamento del reato di blocco stradale (articolo 25), esteso contro chiunque ostruisce o ingombra una strada ordinaria o ferrata, e l’inasprimento di pene contro chiunque invade «arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto» non hanno alcuna giustificazione se non quella di criminalizzare le pratiche di conflitto sociale, vero obiettivo di ogni governo antipopolare. Promemoria per i “progressisti” scandalizzati: queste norme sono la prosecuzione dei decreti Minniti-Orlando e del decreto Lupi prima di quelli.

Chi occupa sarà punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due anni o con la multa da 103 a 1032 euro. Pena che si raddoppia «nei confronti dei promotori e organizzatori dell’invasione, nonché di coloro che hanno compiuto il fatto armati». «Problematiche e di scarsa utilità, oltre ad essere prive di ogni requisito d’urgenza sono le norme in materia di sicurezza – commentano i giuristi – la sperimentazione delle c.d. armi ad impulsi elettrici da parte delle polizie municipali, crea una situazione pericolosa per la pubblica incolumità, trattandosi di dispositivi che possono avere effetti letali. Raddoppiare le pene previste dal codice Rocco per le occupazioni abusive è scelta palesemente irragionevole in quanto l’emergenza non è rappresentata dalle occupazioni di edifici abbandonati da parte dei senza casa, ma dall’esistenza di fasce di popolazione prive del diritto all’abitazione, così come non c’è nessuna necessità di mettere in vendita i patrimoni sequestrati alle mafie, aprendo alla possibilità che la criminalità organizzata riprenda possesso dei beni che le sono stati sottratti».

L’articolo 38, infatti, prevede l’«ampliamento della platea dei possibili acquirenti, ora circoscritti a determinati enti pubblici, associazioni di categoria e fondazioni bancarie. Viene invece prevista la possibilità di aggiudicazione, semplicemente, al miglior offerente, con il bilanciamento di rigorose preclusioni e dei conseguenti controlli, allo scopo di assicurare che comunque il bene non torni, all’esito dell’asta, nella disponibilità di ambienti mafiosi, anche attraverso prestanome. A tal fine viene anche previsto il rilascio dell’informazione antimafia».

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Per approfondire leggi anche l’editoriale di Simona Maggiorelli su Left in edicola dal 28 settembre POLITICI CHE ODIANO LE DONNE, I BAMBINI E I MIGRANTI

 

In edicola dal 28 settembre 2018


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Abolire il Jobs act si deve ma soprattutto si può

La Corte costituzionale ha stabilito che quanto sostenuto dalla Cgil rispetto al caposaldo delle controriforme del lavoro agite da Matteo Renzi, dal suo partito, il Pd, ed il suo governo – ovvero il famigerato Jobs act con la definitiva abolizione dell’articolo 18 con l’introduzione del contratto “ad indennizzo crescente” – non solo erano politicamente e socialmente regressive ed esplicitamente motivate da rendere difficile se non impraticabile la possibilità dei lavoratori di essere protagonisti del controllo sul ciclo produttivo e della sicurezza nei luoghi di lavoro, ma violavano il principio costituzionale del valore e della dignità del lavoro.

Definendo illegittimo il criterio di determinazione dell’indennità di licenziamento legato esclusivamente al computo degli anni di servizio, non solo viene messo in evidenza il venir meno da parte del giudice della possibilità di stabilire l’effettivo danno subito dal lavoratore, o dalla lavoratrice, licenziato senza giusta causa e giustificato motivo, ma viene ribadito con forza che un sistema di calcolo che rimane troppo rigido e troppo basso nelle possibilità sanzionatorie, seppur solo nella forma monetaria, non costituendo un valido deterrente contro l’arbitrarietà dei licenziamenti, non ottempera alla tutela del ruolo costituzionale del lavoro identificato come strumento di emancipazione e di crescita personale e professionale.

Lo stesso innalzamento degli indennizzi previsto dal cosiddetto Decreto dignità non risolve né dal punto di vista politico che costituzionale lo strappo del diritto del lavoro perpetrata dal Jobs Act, come ha argomentato la Corte rispetto alla posizione dell’Avvocatura di Stato, che riteneva – su mandato del Governo gialloblu – ormai superata la controversia.

Come Cgil abbiamo ritenuto e riteniamo la battaglia contro il Jobs act un asse centrale della nostra iniziativa, che abbiamo e stiamo perseguendo su tre fronti: i ricorsi alla Corte per illegittimità costituzionale ed in sede europea, l’attività contrattuale, per disapplicare il Jobs act mantenendo le tutele pre-contratto ad indennizzo crescente, l’iniziativa referendaria e di iniziativa popolare a favore e sostegno della Carta dei diritti universali del lavoro che estende l’articolo 18 nella sua pienezza ante Monti-Fornero alle aziende fino ai 5 dipendenti, riscrivendo il diritto del lavoro adeguandolo ad una società che vede la compresenza di lavoro semi schiavistico, fordista classico e post fordista, ivi compreso il capitalismo delle piattaforme.

Più tutele e diritti individuali in capo al lavoratore indipendentemente dal numero di addetti dell’azienda e dalla tipologia contrattuale, in una dimensione collettiva di riconoscimento del valore e ruolo dei corpi intermedi come le organizzazioni sindacali.

Il Pd, Renzi ed i governi del Pd sono in odio ai lavoratori ed alle lavoratrici per le misure contro il lavoro che hanno assunto, consegnando una pistola nelle mani delle imprese puntata contro ogni lavoratore e lavoratrice che per qualunque motivo, pur facendo bene il suo lavoro, fosse inviso alla direzione aziendale: motivi di opinioni politiche, attivismo sindacale, orientamenti religiosi o sessuali, non volendo citare ricatti di varia natura che i lavoratori e troppo spesso le lavoratrici sono costretti a subire.

È un primo risultato di straordinaria importanza che ci conferma come Cgil nelle nostre scelte: abolire il Jobs act si deve ma soprattutto si può.

Con la mobilitazione, con la proposta della Carta dei diritti universali del lavoro, col divenire punto di riferimento del mondo culturale ed intellettuale che innerva il diritto del lavoro, con la incrollabile certezza che se non c’è libertà e democrazia dentro i posti di lavoro non ci potrà essere nella stessa società.

Perché come ci ha insegnato il compagno Giuseppe Di Vittorio, un lavoratore libero è quello che non è costretto a levarsi il cappello di fronte al padrone.

Ddl Pillon, dove Stato fa rima con patriarcato

Il senatore Simone Pillon in occasione del sit in dei senatori della Lega fuori dal Senato, in segno di solidarietà a Matteo Salvini, al termine della informativa di Giuseppe Conte sulla vicenda Diciotti. I senatori hanno indossato una maglietta bianca con la foto del segretario leghista e con su scritto #iostoconSalvini e #nessunotocchiSalvini, Roma 12 Settembre 2018 ANSA / LUIGI MISTRULLI

Quando nel nostro ordinamento è stato introdotto il principio della bigenitorialità, si era inteso sostenere che il progetto educativo del minore dovesse essere condiviso da entrambi i genitori i quali avrebbero dovuto mantenere entrambi un rapporto equilibrato con la prole, pur nella disgregazione del rapporto matrimoniale o di convivenza.

Il principio della bigenitorialità avrebbe dovuto declinarsi nella consapevolezza, da parte di entrambi i genitori, di dover sostenere una eguale responsabilità nella crescita dei figli.

Molti padri, ma anche molte madri, hanno invece interpretato il principio di bigenitorialità come una nuova spranga da usare contro l’altro genitore, una nuova arma per strumentalizzare i figli ad uso delle proprie frustrazioni.

Il modello patriarcale di famiglia, già fallimentare di per sé, attraverso il consumismo capitalistico è esploso in tutta la sua pericolosità.

La famiglia tradizionale, veicolata dalla favolistica religiosa, ha avuto una corrispondenza nei modelli consumistici pubblicitari, i quali hanno contribuito ad introdurre nell’immaginario collettivo, una idea di modello familiare inesistente e utopico.

Le famiglie perfette sono aspirazioni illusorie, la realtà è fatta in gran parte di genitori che non si sopportano, che si tradiscono, che si odiano.

I figli, anche se amati, sono spesso vissuti come l’ostacolo alla propria affermazione e alla propria “felicità”.

Separazioni e divorzi sono la soluzione agli incubi permanenti.

I politici italiani, spalmati su tutto l’arco parlamentare, hanno sempre ostentato il proprio impegno a dare “sostegni alle famiglie”, ma poi è sempre prevalsa una riserva mentale di fondo che relegava il problema al femminile e dunque, un bonus, un contributo assistenziale, una mancetta governativa potevano ritenersi sufficienti, senza impegnarsi più di tanto per elaborare politiche di ampie prospettive rivolte alla genitorialità.

La deriva pentafascioleghista, nella incapacità di cogliere gli aspetti più delicati delle dinamiche familiari, si è diretta ora verso il diritto di famiglia con il preciso scopo di devastare quelle tutele, spesso inattuate e solo teoriche, che tuttavia le leggi consentivano.

Attraverso il senatore Pillon è approdato in Parlamento un disegno di legge ispirato al fondamentalismo religioso, nel quale si prevede che i coniugi che intendono separarsi debbano passare attraverso un procedimento a pagamento di mediazione obbligatoria.

La obbligatorietà della mediazione è un altro tassello verso la privatizzazione del sistema giudiziario, ma ciò che rileva in questo contesto è che la disparità di reddito tra uomini e donne, diventerà ostacolo alla scelta di separarsi da parte del soggetto economicamente più debole, che generalmente è la donna.

Se è vero che molti femminicidi si verificano dopo che le mogli sono scappate da mariti e compagni violenti, il senatore Pillon ha trovato una soluzione per impedir loro di scappare, ed ha ideato una moltitudine di ostacoli pratici ed economici per paralizzare la via di fuga alle donne malmenate, compresa una valutazione sulla capacità reddituale al fine di consentire l’affidamento dei figli.

Le madri, pur di non essere separate dai figli a causa del basso reddito, accetteranno di restare con i mariti violenti.

La centralità del progetto educativo, quale presupposto della bigenitorialità, viene sostituito dalla divisione identica dei tempi di permanenza presso entrambi i genitori.

I figli diventano palline da ping pong, rimbalzati da una casa all’altra, senza continuità abitativa, in una condizione di destabilizzazione permanente.

A queste condizioni, una donna sana di mente può solo decidere di farsi sterilizzare.

*

Carla Corsetti, avvocato, è segretario nazionale di Democrazia atea e fa parte del coordinamento nazionale di Potere al popolo

 

Per approfondire, suggeriamo la storia di copertina di Left in edicola dal 28 settembre 2018


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Una domanda, una sola, per Foa

Marcello Foa durante l'audizione in Commissione di Vigilanza RAI a Palazzo San Macuto, Camera dei Deputati, Roma, 26 settembre 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

«Il retweet di qualcuno, che magari non sai neanche chi è, non è significativo di un’adesione incondizionata di quello che c’è scritto nel tweet. Ma solo che quel tweet ti è sembrato interessante».

Lo ha detto ieri il futuro presidente della Rai Marcello Foa rispondendo in audizione in Commissione Vigilanza a chi gli chiedeva di un suo retweet contro il Presidente della Repubblica riproposto direttamente dal profilo di Simone Di Stefano, leader di CasaPound.

È una frase breve ma significativa perché davvero Foa è l’ennesimo modello di quelli che sono come noi che vanno così forte sul mercato del consenso, della propaganda e della politica. La giornata sociale (che avvenga sui social, leggendo notizie in internet, cambiando stazione radio in auto o commentando ad alta voce il telegiornale della sera) è un incessante zapping alla ricerca di conferme di ciò che pensiamo. Sempre quello. Solo quello. La credibilità, l’autorevolezza o peggio ancora lo studio sono solo beghe da radical chic, sono freni alla frenesia del fare, roba da allontanare con disgusto.

Così accade che tutto si divida in due macro tifoserie: chi è d’accordo con me e chi discorda da me. Chi è d’accordo con me è un genio, gli altri sono tutti venduti o coglioni. E se il più putrido assassino o il più feroce mafioso o il peggiore corruttore dicono una frase, una frase sola, che fortifica la mia tesi allora io la capitalizzo e la diffondo. Gli altri non esistono come entità con una loro storia e con un loro profilo: gli altri mi servono solo se (e quando) sono utili a mostrare che ho ragione io.

Se il leader di CasaPound attacca Mattarella, il presidente della Rai Foa (del governo che aveva promesso di dare alla Rai una presidenza al di sopra di ogni sospetto di appartenenza politica) trova utile retwittarlo per una «scelta impulsiva» (ha detto così). Se poi gliene chiedono conto lui ci spiega che magari lui non sa nemmeno chi è, quello lì che ha piazzato sul suo profilo social. Il presidente della Rai.

Ma non vorrei correre lo stesso rischio e invischiarmi nello stesso pregiudizio. In Rai del resto abbiamo avuto pessimi dirigenti e sempre tanta politica, nulla di nuovo. A Foa (e ai suoi sostenitori, di governo e non) chiedo, poiché è al di sopra di ogni sospetto di scendere un secondo qui sotto a spiegarci (lui che sull’informazione asservita al potere ha scritto spesso) cosa abbia fatto cambiare idea a Silvio Berlusconi che ora appoggia la sua nomina. Se c’è stato uno scambio, un’illuminazione, una qualche promessa. Sarebbe un inizio di trasparenza con il botto. No?

Buon giovedì.

Lo sminamento del Voltone. Una bella pagina di storia antifascista

Capraia e Limite, Castello

Nell’estate del ’44, quando i tedeschi in ritirata facevano saltare dietro di loro ponti e viadotti, il Voltone dell’Erta a Montelupo rimase miracolosamente intatto. Il “Voltone” viene chiamata quella galleria ferroviaria che attraversa la collina dell’Erta, sopra la quale passa la strada statale 67. Ma perché non fu distrutto un tale obbiettivo strategico? Tanti vecchi montelupini sanno il perché; ma non è scritto da nessuna parte come mai e per merito di chi ciò non avvenne. E’ stata la discrezione e la semplicità dei protagonisti, insieme alla loro modesta capacità culturale, a non far conoscere tale esperienza. Ora, purtroppo, è venuta a mancare anche la loro testimonianza diretta.
È su proposta dell’Auser, che promuove la pubblicazione di racconti su fatti vissuti dalle generazioni passate, che mi sono deciso a scrivere questo avvenimento.

 

Questa storia si basa sul racconto dei protagonisti ormai deceduti e sulla memoria dei figli e dei parenti. Sono state fatte ricerche per verificare le date di questo avvenimento e raccolto testimonianze e documenti.
I principali protagonisti sono due: Lucchesi Lorenzo, detto “Tabarino” e Prosperi Rizieri, mio padre, soprannominato “Ruzzolo”. Due uomini semplici, con pregi e difetti, ma da ricordare tra quelli che, lottando, ci hanno regalato il bene più prezioso: la libertà.
“Tabarino” era un uomo di tendenze anarchiche. Nel ’44 aveva 57 anni, tutti i capelli bianchi e un fisico ancora agile e svelto. Era un ottimo fabbro, estroso e preciso, ma un po’ svogliato. Aveva un difetto: rubava. Piccole cose: polli e conigli il più delle volte. Però gli era costato qualche anno di carcere ed i familiari ne avevano sofferto anche moralmente.
Ma era un uomo generoso, sempre pronto ad aiutare gli altri, tant’è vero che molti alla Torre, il suo paese, lo ricordano con simpatia.
Rizieri era più giovane, aveva 36 anni, simpatico ed allegro. Era un gran lavoratore. Maestro vetraio molto abile e forte fisicamente: uno dei migliori soffiatori della zona. Questa sua capacità gli faceva guadagnare diversi soldi, ma come si dice a Montelupo li “sciupava” tutti. Gli piacevano troppo la spensierata compagnia degli amici e le carte da gioco.
Era nato a Capraia, ma, rimasto orfano di babbo e di mamma a 10 anni, era andato dagli zii a S.Quirico e a lavorare alla “Nardi?” della Torre. Gli aveva fatto da padre lo zio Giannino, comunista, perseguitato dai fascisti anche con il carcere.
In comune con “Tabarino” aveva il coraggio e l’altruismo. Furono queste le doti che li indussero a rischiare la vita per salvare il “Voltone” dell’Erta dalla distruzione. Dopo non cercarono né onori né ricompense, proprio perché considerarono quell’impresa semplicemente come la restituzione di un favore: le armi avute dal Manicomio.

Questi furono i fatti.

Era l’estate del 44 e i bombardamenti degli Alleati si facevano di giorno in giorno più frequenti. La gente dei paesi aveva lasciato le proprie case per sfollare nelle campagne: luoghi più sicuri ed aperti. Le fabbriche avevano chiuso. Alla vetreria Taddei ed in alcune frazioni di Empoli c’erano stati i rastrellamenti e le deportazioni in Germania già a marzo. A Montelupo 22 antifascisti furono prelevati dalle loro case e mandati nei campi di concentramento.
In quella situazione, con i tedeschi in fuga, il pericolo di essere deportati aumentava. Per sfuggire questa eventualità alcuni uomini del posto si riunirono e decisero che insieme meglio avrebbero potuto sfuggire ai rastrellamenti e vivere alla macchia. A Montelupo c’erano già alcuni antifascisti segretamente organizzati e in contatto con il C.N.T.L. di Empoli e a questi si affiancarono i nuovi clandestini, per lo più giovani renitenti alla leva o ex militari rientrati l’8 settembre.
Intanto si andava intensificando l’attività partigiana in tutta la zona e l’eventualità di scontri con i tedeschi si faceva sempre più probabile. Occorrevano quindi altre armi per questi nuovi arrivati. Ci fu chi pensò alle guardie del Manicomio Giudiziario. I secondini erano armati e certamente nel carcere c’era un arsenale. Come fare per avere quelle armi? Fu deciso per la maniera più semplice: chiederle; facendo valere per la richiesta la drammaticità della situazione.
Il 12 luglio, a sera inoltrata, un gruppetto di quattro o cinque uomini, tra cui Rizieri, “Tabarino”, “Gigino di Sofia” e Guido Guidi, si presentò all’ingresso del manicomio chiedendo del direttore. Ci fu qualche difficoltà, ma poi furono ammessi a parlare con il dott. Generoso Quadrino, direttore del carcere. La richiesta delle armi venne esposta da “Tabarino” che meglio di tutti si sapeva esprimere.
A sua volta, il direttore cercò di spiegare che lui non poteva disporre di ciò che era proprietà dello Stato. Ci sarebbe voluta un’autorizzazione ministeriale. Figuriamoci! Ma era un uomo intelligente e disponibile al dialogo. Parlò della situazione in cui si trovava il Manicomio in quell’estate del ’44.
Più di cinquecento persone: detenuti, agenti di custodia con i familiari, funzionari e sfollati, stavano ammassati all’interno della Villa Medicea perché si ritenevano al riparo dai bombardamenti alleati e dalle rappresaglie tedesche. Infatti il carcere, come ospedale psichiatrico aveva i tetti dei padiglioni contrassegnati con grandi croci rosse, in modo che gli aerei non vi sganciassero le loro bombe.
Tutta questa gente all’interno dell’ospedale, aveva bisogno di cibo e di acqua. Che sarebbe successo se fossero venuti a mancare? Il cibo già scarseggiava e l’acqua poteva mancare da un momento all’altro se, come prevedeva il direttore, i tedeschi in ritirata avessero minato e fatto saltare il “Voltone” dell’Erta. L’acquedotto, che alimentava il Manicomio, passava proprio di lì e facendo saltare la galleria i tedeschi avrebbero distrutto anche l’acquedotto. In previsione di ciò aveva tentato di ripristinare un vecchio pozzo all’interno della Villa, ma con scarsi risultati.
Il dottor Generoso Quadrino era un uomo di circa cinquant’anni che sempre aveva applicato la legge ed i regolamenti burocratici, ma in quell’eccezionale situazione volle comportarsi come il suo intuito gli suggeriva. Confidò in quegli uomini che si trovava davanti e che a lui, psicologo, sembrarono coraggiosi e leali.
Acconsentì alla loro richiesta a patto che facessero di tutto per non far distruggere l’acquedotto.
La sottrazione delle armi sarebbe stata denunciata come un furto per giustificarne la mancanza alle autorità superiori.
Non ci furono patti scritti o rilascio di ricevute. Si strinsero la mano guardandosi negli occhi, il direttore da una parte ed i partigiani dall’altra.
Il prelievo avvenne in due o tre sere, a piccoli gruppi, e la quantità di armi fu tale che servì a rifornire anche una formazione di partigiani empolesi che precedentemente aveva armato i montelupini.
***
“Tomba di Berto” è un grosso burrone tra Sammontana e San Donato. In fondo scorre un rio e c’è sempre acqua potabile nei tonfettini in qua e la verso la parte alta tra la fitta vegetazione. Le pareti del burrone sono ciglioni impervi, scoscesi e in qualche punto franosi. Il luogo, per chi non è pratico, risulta inaccessibile. Per questo era stato scelto dai partigiani come rifugio, ma scherzando veniva chiamato “Il quartier generale”. Avevano allargato e approfondito, puntellandola bene, una grotta naturale e qui potevano dormirci riparandosi in caso di pioggia.
Vicino al rio di Tomba ci sono le due grandi fattorie di Sammontana nelle cui cantine e magazzini erano sfollate varie famiglie di S.Quirico, Montelupo e della Torre, tra queste anche quelle di “Ruzzolo” e di “Tabarino”.
Ma nei locali padronali della “Fattoria di Sopra” c’era anche il comando tedesco del Genio Guastatori, proprio quelli che poi avrebbero minato il “Voltone”. Fortunatamente per i clandestini i genieri non effettuavano rastrellamenti, ma facevano solo attività operative. Tuttavia, sia gli uomini che di notte tornavano ogni tanto alle famiglie, sia le donne che di giorno portavano loro, nel bosco, qualcosa da mangiare, dovevano usare la massima cautela per non farsi notare.
Fu in quella boscaglia che, il giorno dopo il prelievo delle armi, si tenne la riunione per decidere come fare a mantenere l’impegno preso: salvare il “Voltone”. Il direttore aveva visto giusto: quelli erano uomini che avrebbero fatto di tutto per tener fede alla parola data.
La discussione cominciò in modo un po’ caotico, ma piano piano tutti si resero conto di non dover fare un attacco armato ai tedeschi. Bisognava evitare le rappresaglie. Anzi, sull’uso delle armi fu raccomandata la massima cautela e mai iniziative personali.
Fu deciso il sabotaggio, cioè disinnescare di nascosto l’esplosivo che i tedeschi avrebbero deposto e renderlo inefficace.
Stabilirono di fare dei turni di sentinella per intervenire tempestivamente quando i tedeschi avrebbero iniziato a collocare le mine. Si appostarono, due per turno, sulla scarpata sopra la ferrovia, tra le casce. Ad una cinquantina di metri dal “Voltone”. Di lì si poteva vedere sopra e sotto la galleria, bastava salire o scendere la scarpata e, attraverso viottoli predisposti tra la fitta vegetazione, avvicinarsi ulteriormente alla galleria senza esser visti.
Erano già due settimane che stavano di guardia sia di giorno che di notte. Infatti i tedeschi, per non esser bersaglio degli aerei inglesi e americani, si muovevano, con i camion ed i carri, quasi sempre di notte.
Una mattina presto, stava appena albeggiando, arrivò una camionetta e un camion tedesco. Quelli del camion entrarono subito nel casceto e tagliarono alcune piccole piante da appoggiare ai due veicoli per mimetizzarli.
Quelli della camionetta, con dei fogli scesero la scarpata fin sulla ferrovia e con un metro a nastro presero delle misure. Parlottavano e osservavano il “Voltone”, poi risalirono. Evidentemente erano dei tecnici del Genio.
Intanto quelli del camion avevano preparato pale e picconi. Furono segnati i punti dove aprire le buche per le mine. Quattro in tutto, due da un lato e due dall’altro della strada, in fila diritta sopra la galleria. La collocazione delle mine avveniva come previsto: dalla parte di sopra. Furono mandati a chiamare “Tabarino” e “Beppe di Cortenuova” che più degli altri si intendevano di esplosivo.
Ma i tedeschi si limitarono a fare solo i “fornelli”, poi se ne andarono. Erano quattro buche della profondità di circa 60-70 centimetri, larghe altrettanto alla base. Con una avevano incontrato proprio l’acquedotto del Manicomio ed avevano dovuto spostarla di circa un metro.
“Tabarino” disse che probabilmente avrebbero messo del tritolo. Intanto si sentiva picchiare più in giù verso Montelupo. I tedeschi stavano minando anche i due ponti sulla Pesa e quello sull’Arno.
Ormai c’era poco da aspettare, quasi certamente la sera i tedeschi avrebbero messo l’esplosivo e al massimo un paio di giorni dopo se ne sarebbero andati facendo saltare tutto dietro di loro.
Già si poteva immaginare l’orrenda voragine che si sarebbe creata dopo l’esplosione. Tutta la collina dell’Erta divisa in due da un enorme baratro, la ferrovia ricoperta dalle macerie e l’acquedotto del Manicomio che, spezzato, versava ininterrottamente.
Le conseguenze di ciò: il Manicomio, stracolmo di gente, senz’acqua e al collasso igienico sanitario; l’inseguimento degli “Alleati” ai tedeschi in fuga bloccato e una grande opera pubblica scomparsa.
Nel covo di “Rio di Tomba” ci fu la solita riunione per decidere come intervenire. C’era tensione, ma anche speranza che presto la guerra sarebbe finita. L’esercito “alleato” avanzava da sud. Era giunta notizia che pattuglie di avanguardie inglesi erano state viste nei pressi di Montespertoli.
Bisognava prendere contatti per collaborare alla liberazione della zona.
Ma intanto c’era da salvare il “Voltone”. Se i tedeschi lo avessero minato, come si poteva prevedere dalle buche, il sabotaggio sarebbe consistito nel tagliare le micce e rimetterle a posto con il contatto all’esplosivo interrotto.
Si proposero “Ruzzolo” e “Tabarino” accompagnati da due o tre compagni per proteggerli alle spalle. Nessuno si oppose. In pratica, del gruppo di “Rio di Tomba”, erano loro i capi.
Probabilmente avrebbero avuto più di una nottata a disposizione, ma, per sicurezza, decisero di intervenire subito, al momento della posa dell’esplosivo. Se per caso ci fosse stato un attacco “alleato” e i tedeschi avessero anticipato la fuga …. non si sa mai. Meglio agire subito.
La sera venne un temporale; durò poco, ma il cielo non si rasserenò e pieno di nuvoli prometteva ancora pioggia. Meglio così, ci sarebbe stato ancora più scuro.
Andarono via dal rifugio a buio, quando già dalla Fattoria di Sammontana si sentivano i rumori dei camion tedeschi che facevano le operazioni di carico. Il deposito degli esplosivi era nella fornace di calce lì vicino.
Passando lungo il rio, poi attraversando i campi, facevano, in parallelo, lo stesso percorso della strada dove transitavano i camion tedeschi, piano, piano e a fari spenti. Fortunatamente quella sera, forse per il maltempo, non volava il ricognitore “alleato” che ogni tanto lanciava bengala per illuminare il territorio.
Giunsero sul posto prima dei tedeschi e stettero tutti insieme dalla parte della bottega del Gheri. Erano in cinque, tre sarebbero rimasti nascosti nel casceto come punto di appoggio, mentre “Ruzzolo” e “Tabarino” avrebbero effettuato il sabotaggio.
Arrivarono i tedeschi e scaricarono diverse casse di esplosivo. Lo deposero nelle buche e lo ricoprirono con dei cumuli di detriti dai quali uscivano i cordoni delle micce avvolti a spirale per srotolarli, poi, al momento dell’accensione. Lavoravano nell’oscurità con solo un paio di torce elettriche. Si udivano le loro voci gutturali e i secchi ordini dei capi. In un’ora avevano finito il lavoro. Era verso le ventitré. Restarono di guardia in due, armati di mitra. Il camion, con tutti gli altri, se ne andò verso Montelupo giù per la discesa.
Le case dell’Erta erano disabitate, tutti erano sfollati: non c’era segno di vita intorno.
Le sentinelle camminarono in su e in giù sulla strada, fermandosi ogni tanto ad ascoltare eventuali rumori sospetti. Poi cominciò a piovere e parlottando si ripararono sotto il terrazzo della casa più vicina: il palazzotto della Verzani, anch’esso disabitato. Evidentemente si erano persuasi che intorno era tutto calmo, non sospettavano sabotaggi e continuavano a parlare.
I partigiani invece quasi trattenevano il respiro per non farsi sentire. Lungo la scarpata, sul ciglione tra l’Appalto del Gheri e la ferrovia, c’era un pallaio dove tante volte avevano passato qualche ora al gioco delle bocce. Un cancelletto di fianco dava proprio sulla strada, vicinissimo ad una delle mine.
“Tabarino” prese lungo il muro dell’Appalto” e arrivato in fondo alla “Rivestizione Pietro Rigatti” attraversò la strada lontano dalle sentinelle per poi ritornare indietro. Dall’altra parte, dove ora c’è la vetreria VAE, c’erano solo macchie a confine dei campi. Strisciando lungo di esse la sua sagoma si confondeva con lo scuro delle siepi. Arrivò alla seconda mina; “Ruzzolo” era già sulla prima. Si guardarono e cominciarono con le mani a scavare il cumulo intorno alla miccia. Pioveva ancora e la terra bagnata gli si appiccicava alle mani. Alla profondità di una trentina di centimetri, col coltello, tagliarono la miccia e la fermarono con una pietra. Ricoprirono come prima e si guardarono con approvazione reciproca, uno di qua e uno di là della strada.
Sempre strisciando fecero il percorso a ritroso e con il cuore in gola per l’emozione si ritrovarono alla postazione di partenza: al pallaio del Gheri, fradici e fangosi.
I due tedeschi stavano sempre sotto il terrazzo. C’era un gran silenzio intorno. Solo il brontolio dei tuoni del leggero temporale si mescolava al latrare di un cane in lontananza. Rimanevano da disinnescare le due mine più lontane. Decisero di scendere sulla ferrovia e di risalire poi dall’altra parte del Voltone. Si sarebbero trovati in un orticello proprio sopra la volta, ma davanti ai tedeschi dalla parte opposta della strada statale e di quella che da lì porta al Manicomio e che veniva chiamata lo “Stradoncino”. C’era nell’orto molta vegetazione tra cui nascondersi, ma la vicinanza ai tedeschi era di pochi metri.
Decise “Ruzzolo” di andarci. Lui era il più giovane e, anche se di corporatura robusta, il più agile. “Tabarino e gli altri con i fucili avrebbero tenuto di mira i tedeschi nel caso il sabotaggio fosse stato
scoperto.
Scese giù tra le casce, attraversò, senza far rumore, camminando sui binari, tutta la galleria e risalì il ciglione dalla parte opposta. Da un viottolo entrò nell’orto. I due tedeschi erano proprio di fronte dall’altra parte della strada. Si vedeva, ad intervalli, il puntino rosso di una sigaretta che si ravvivava ad ogni tirata di fumo. I tedeschi fumavano e parlottavano tranquilli al riparo dalla pioggiarella sotto il terrazzo, ma sarebbe bastato un passo falso per scatenare la loro reazione a raffiche di mitra.
“Ruzzolo” tagliò la miccia della mina facilmente: la buca era stata fatta nella terra morbida dell’orto. Fermò la miccia ad un fuscello e lo risotterrò nel punto di prima, ricoprendo il tutto. Quest’operazione di fermare la miccia interrotta veniva fatta per precauzione, nel caso i tedeschi, tirandola, ne avessero voluto verificare l’integrità.
Rimaneva l’ultima mina, ma era quella più vicina alle sentinelle. Intanto aveva smesso di piovere ed i due tedeschi ritornarono sulla strada. “Ruzzolo”, nascosto tra le piante di pomodori, non si muoveva e tratteneva il respiro. Restò così per una mezz’ora. Oltre alla paura di essere scoperto aveva anche timore che i compagni, dal nascondiglio dall’altra parte, prendessero qualche iniziativa pericolosa.
Intanto si udiva avvicinarsi il rombo di un motore su per la salita dell’Erta.
Era il camion tedesco che ritornava. Si udirono delle voci concitate e i tedeschi di guardia che rispondevano. Poi il camion ripartì con a bordo anche le due sentinelle. Evidentemente, o ritenevano che non ci fosse più bisogno della guardia, oppure i due servivano da un’altra parte.
“Ruzzolo” rimase ancora immobile, non aveva piena visibilità della strada. Poi si sentì chiamare e si rese conto che i tedeschi se ne erano andati davvero. Si alzò e vide “Tabarino” che uscito allo scoperto stava tagliando l’ultima miccia. Verificarono che non si notassero impronte di manomissione intorno alla terra bagnata sopra le mine; poi, svelti, ritornarono al riparo. $i abbracciarono contenti della missione compiuta, ma un po’ delusi per il rischio che avevano corso quasi inutilmente visto che i tedeschi se ne erano andati.
Il giorno dopo, 27 luglio 1944, i tedeschi in ritirata fecero brillare tutte le mine che avevano piazzato.
Saltò in aria il ponte sulla Pesa e le case vicine, il ponte sulla ferrovia e il ponte sull’Arno tra Montelupo e Capraia.
Solo il Voltone dell’Erta rimase intatto.

Per la stesura di questo racconto mi sono avvalso di varie testimonianze. Particolarmente utili mi sono state quelle di: Billeri Prosperi Ofelia, Lucchesi Raffaello, Lucchesi Martini Comunarda, Gianni Silvano e Prosperi Giancarlo.
Ringrazio sentitamente, per la cortesia dimostrata nel fornire la documentazione, la direzione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo F.no ed in particolare l’Ispettore Rigatti Adriano.

 

IL FESTIVAL
Dal 7 ottobre al 16 dicembre, il Palazzo Podestarile di Montelupo Fiorentino (Fi) ospita J.O.B.S. Join Our Blanded Stories. Storie di lavoratori in mostra, a cura di Andrea Zanetti, che inaugura la prima edizione di Ci sono sempre parole ( non) Festival delle narrazioni popolari (e impopolari), primo Festival ‘diffuso’ sulle narrazioni e lo storytelling che mette al centro le persone e i loro racconti di vita quotidiana e che si svolgerà fino al 30 novembre 2018 oltre a Montelupo Fiorentino, in altri due comuni dell’Empolese Valdelsa, Capraia e Limite e Montepertoli. La mostra è realizzata con la collaborazione e il contributo di Cgil, cisl, Uil,  Firenze; è organizzata da Sistema museale Museo diffuso Empolese Valdelsa e l’associazione Yab. Il mondo del lavoro oggi. La precarietà, l’incertezza, il silenzio, il futuro che non arriva. La realizzazione di sé. Le famiglie contemporanee, il mutuo, la pensione, i nipoti. Le non famiglie, le solitudini. Le relazioni. Quanto si potrebbe scrivere e raccontare sul mondo, meglio, i mondi, del lavoro oggi! Quante storie di difficoltà, successi o privazioni, potremmo descrivere sulla base delle cronache quotidiane che leggiamo. Il mercato, la globalità, le reti, l’innovazione, la manualità; gli operai che resistono e quelli che non esistono. Gli occhi disillusi dei pensionati e quelli rassegnati dei figli. Ma anche gli occhi di chi ci è riuscito, con o senza lotte. Le mani di chi si impolvera ogni giorno o quelle veloci di chi digita su qualche tasto.

Capraia e Limite, Lungarno, sede omaggio all’Empaty Museum