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Il bluff della democrazia diretta

Alla fine tutti i nodi vengono al pettine. Con l’organizzazione del “Global Forum on modern direct democracy 2018”, tenutosi a Roma la settimana scorsa (dal 26 al 29 Settembre), si può finalmente capire cosa il M5S intende per “democrazia diretta”. Questo incontro internazionale, infatti, è stato, allo stesso tempo, un’occasione mancata per approfondire realmente il tema e un grande spot elettorale per il partito di Grillo-Casaleggio.

Non si sono trattati temi centrali per la qualità della democrazia contemporanea, come le conseguenze su quanto consideriamo democratico dell’enorme diseguaglianza economica e della relativa concentrazione di potere nelle mani di pochi, neanche la dimensione globale e macroregionale della democrazia diretta, o la sua traduzione sul posto di lavoro. Neppure sono state prese in considerazione le richieste democratiche di diversi soggetti attivi (le Ong, i movimenti per la giustizia sociale o le associazioni per i diritti umani), né approfonditi alcuni casi decisivi per la democratizzazione dell’apparato statale in diverse parti del mondo (come la Svizzera o la città brasiliana di Porto Alegre).

D’altro canto, invece, è emerso come il partito di Grillo stia modificando la categoria politica di “democrazia diretta”, per rafforzare la retorica ideologica e conservare il potere ottenuto. Come già successo con altre parole d’ordine (distinzione destra/sinistra, reddito di cittadinanza, movimento vs partito, cittadinanza vs sistema corrotto), anche in questo caso siamo in presenza di una risignificazione puramente strumentale del termine, ampliato a dismisura per poterlo usare in qualsiasi circostanza per delegittimare l’avversario.
Il Forum, ormai alla sua settima edizione, è arrivato a Roma su proposta dei 5S, che ne fanno parte da qualche anno. Forse per ingenuità o superficialità, ma l’inconsistenza del Forum ha finito per essere un volano alla propaganda grillina, che si è scatenata all’inaugurazione e alla chiusura di una manifestazione che non ha visto la partecipazione dei cittadini romani.

I “big” grillini hanno preso la scena in queste occasioni, monopolizzando l’attenzione dei media, altrimenti poco interessati a questa sorta di Social Forum di nicchia (per composizione sociale e riferimenti culturali), nerd (per l’ossessione dell’uso del web) e quasi folklorico, perché pensato come una rapidissima kermesse di esperienze istituzionali, incontratesi per elaborare la “Magna Charta per la nuova era della democrazia”.

«Quanto ereditato con la rivoluzione illuminista del ‘700 è stato un passo in avanti per l’umanità, ma oggi tutto ciò ha bisogno di una revisione, dell’inserimento di sistemi di controllo dei rappresentanti da parte dei cittadini», ha dichiarato il ministro per la Democrazia diretta Fraccaro, mentre rivendicava di aver depositato in Parlamento la proposta di legge sul referendum propositivo senza quorum. Come se questa servisse per controllare qualcuno. Della sovrapposizione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa ha parlato anche Virginia Raggi, facendo riferimento al «dovere dei governanti di raccogliere la voce dei cittadini», e, in particolare, ai progetti municipali che il comune di Roma porta avanti. Peccato che questi siano simili, però, a forme di democrazia partecipata, e non diretta. Non a caso, anche il capo dei 5Stelle, Luigi Di Maio, ha fatto riferimento a un “Forum globale per la democrazia diretta e partecipata”, reinventandosi così il titolo dell’incontro.

«La prima grande forma di democrazia diretta è una forza politica e un governo che mantengono le promesse che hanno fatto durante la campagna elettorale», ha affermato, prima di rispondere a chi durante il Forum ha messo in dubbio la democraticità della piattaforma Rousseau, ammettendo inoltre che: «Sarà anche così, però è una forma con cui in questi anni non solo abbiamo votato il capo politico, ma abbiamo creato un programma elettorale, con un milione di click». Come se fosse una risposta valida.

A margine di un incontro, Giovanni Allegretti, tra i maggiori studiosi italiani della democrazia deliberativa, ci ha confessato: «Politicamente si può evitare di distinguere tra democrazia deliberativa, diretta o partecipata, ma sovrapporre queste esperienze è un approccio caotico…superficiale. La democrazia diretta, semmai, è un passaggio di un percorso più ampio di formazione delle idee e di qualità della deliberazione. Il ministro per la democrazia diretta potrebbe essere un buon investimento, perché c’è una richiesta di maggiore democrazia pubblica, ma non sa da dove cominciare».

La tianxia, l’agenda estera di Pechino e il sogno imperiale di Xi Jinping

epa07012215 Chinese President Xi Jinping attends a round table on inter-regional cooperation during their meeting at the Eastern Economic Forum in Vladivostok, Russia, 11 September 2018. Russian President Vladimir Putin and Chinese President Xi Jinping are taking part in the Eastern Economic Forum, which runs in Vladivostok from 11 to 13 September. EPA/SERGEI CHIRIKOV / POOL

«La Belt and Road è in linea con l’attenzione riposta dal popolo cinese nei confronti delle civiltà lontane e il concetto di tianxia, basato sull’armonia tra tutti i popoli». Sono parole cariche di suggestioni remote quelle con cui, alla fine di agosto, il presidente della Repubblica popolare Xi Jinping ha celebrato il quinto anniversario del progetto Nuova via della seta (ufficialmente Belt and Road), la cintura economica tra Asia, Europa e Africa, mirata a restituire alla Cina l’antico protagonismo nella gestione dei flussi commerciali globali.

 Pensata principalmente per creare sinergie strategiche fra i tre continenti, portare sviluppo nelle regioni più occidentali del Paese e delocalizzare oltreconfine la sovracapacità che affligge l’industria cinese, all’estero la Belt and Road è stata presto tinteggiata di sfumature neocolonialiste. Colpa dell’esposizione debitoria accumulata dagli Stati coinvolti, a cui negli ultimi anni Pechino ha elargito finanziamenti agevolati per miliardi di dollari. Tanto che nel mese di luglio il segretario alla Difesa americano Jim Mattis ha parlato di una nuova minaccia per «l’ordine globale esistente». Il dito punta contro una “versione muscolare” del sistema tributario di epoca Ming (1368 – 1644) per mezzo del quale gli Stati periferici pagavano una sorta di omaggio formale di sottomissione al Celeste Impero con l’invio di doni e l’istituzione di un sistema commerciale regolato in cambio della pace e del riconoscimento della propria legittimità. Il paragone è particolarmente calzante se si considera che furono proprio i Ming ad avviare le prime spedizioni navali verso le coste africane, che oggi Pechino vuole rispolverare.

 Sebbene le insinuazioni statunitensi siano state bollate dalla stampa statale come “infantili” e “semplicistiche”, l’ingresso del termine “tianxia” in un discorso ufficiale conferma il tentativo teso ad accreditare l’agenda estera cinese tracciando un filo diretto con il passato. Al partito comunista non basta riannodare le proprie radici al glorioso interludio maoista. Vuole rievocare quel ritmo ciclico della storia che, di dinastia in dinastia, ha visto la Cina rimanere per secoli una delle civiltà più avanzate al mondo, salvo poi finire vittima dell’imperialismo occidentale nella seconda metà dell’800.

Innanzitutto, cosa si intende per “tianxia”? Letteralmente «tutto ciò che è sotto il Cielo», è il principio nebuloso per il quale un impero raggiunge portata potenzialmente universale grazie alla superiorità dei suoi valori culturali, estendibili oltre i confini fisici, linguistici, etnici e religiosi. Negli ultimi anni, la nozione di “tianxia” è diventata oggetto di dibattito all’interno dei circoli intellettuali d’oltre Muraglia. Nel 1981, la Chinese Association of Sociology of Ethnicity e la Chinese Academy of Social Sciences tennero – invano – una conferenza su scala nazionale con l’intento di raggiungere una definizione unanimemente condivisa del termine. Ma con l’ascesa politica ed economica del gigante asiatico sullo scacchiere internazionale, il concetto sinocentrico di “tianxia” ha varcato le frontiere nazionali diventando – seppur ufficiosamente – uno dei principi trainanti della politica estera cinese. Soprattutto con “l’incoronazione” di Xi Jinping a presidente e segretario del partito.

 «Può la filosofia dell’antica Cina salvare il mondo dal caos?» si chiede in un articolo comparso lo scorso febbraio sul Washington Post Zhao Tingyang, illustre accademico dell’Istituto di filosofia presso l’Accademia cinese delle Scienze sociali. Consolidata la propria statura intellettuale nel 2005 con Tianxia Tixi (The Tianxia System), Zhao ha riadattato la saggezza degli antichi alle nuove responsabilità della Cina come stakeholder mondiale. Lo ha fatto cancellando la natura verticale e gerarchica delle relazioni confuciane sottointese originariamente nel concetto di “tianxia”. Secondo l’esperto, in tempi di sovranismo, gli evidenti limiti del modello occidentale – basato sulla nozione restrittiva di “stato-nazione” – spianano la strada all’affermazione di una dottrina cinese, dichiaratamente inclusiva, che valorizza il concetto di “mondo” come massima unità politica. Facendo proprio il principio confuciano di “armonia tra le diversità”, il tianxia di Zhao presuppone l’attribuzione di pari dignità e legittimità a qualsiasi popolo su base egualitaria, a prescindere dalla sua estensione o statura economica. Un punto su cui è tornato nel 2014 lo stesso Xi durante una visita alle Fiji, la prima di un leader cinese nel remoto arcipelago del Sud Pacifico: «I Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, sono tutti membri uguali della comunità internazionale». Da qui l’espressione “comunità del destino condiviso”, riproposta con insistenza martellante al termine di ogni vertice multilaterale.

 I primi cinque anni di amministrazione Xi Jinping sono stati marchiati da un evidente revival imperiale, e non soltanto per via di una recente riforma costituzionale che potenzialmente conferisce al capo di Stato un mandato sine die.

Come ricorda su Il Manifesto Maurizio Scarpari, ex docente di Lingua cinese classica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, «grazie a lui il confucianesimo, bandito da Mao come retaggio feudale del passato, è tornato attuale e i suoi valori sono promossi e insegnati fin dalle scuole materne. Per questo volersi accreditare come leader illuminato, per il suo forte carisma, per l’atteggiamento risoluto e per l’immenso potere accumulato è stato paragonato a un imperatore con ambizioni egemoniche di stampo neocolonialista, dispotico ma al tempo stesso ammirato e stimato da una parte tutt’altro che insignificante della popolazione. Con lui si è chiusa un’era che ha visto la Cina prima umiliata dall’aggressione imperialista straniera e poi isolata dal resto del mondo». 

Certo, il ritorno alla grandeur implica anche critiche e rischi. Per la giornalista Didi Kirsten Tatlow, Pechino starebbe cercando di consolidare la propria base politica attraverso la riappropriazione di una concezione cosmologica e monistica che accomuna il Partito-Stato e l’assolutismo dinastico. Come scrive Tatlow per il Mercator Institute for China Studies, la nozione di tianxia presuppone un’estensione dell’influenza cinese oltre i confini nazionali in chiave coercitiva, come sottolinea l’esercizio della cosiddetta cybersovranità nel controllo della ricezione delle informazioni sgradite anche da parte dei cittadini cinesi all’estero. Ma forse è soprattutto il sistema del jimi (di amministrazione, ndr) a incarnare al meglio il potere esercitato al di là delle frontiere nazionali con lo scopo di proteggere gli interessi cinesi – sempre più globali – attraverso un sistema di punizioni e retribuzioni per gli stati “vassalli”. Basta pensare alle ritorsioni commerciali ultimamente messe in atto contro paesi e società straniere colpevoli di riconoscere implicitamente la statualità di Taiwan, l’isola democratica che Pechino vuole riannettere ai suoi territori. 

A distanza di sei secoli, il sistema del tianxia non implica più esclusivamente un’egemonia culturale. Soltanto tra il 2014 e il 2017, l’EximBank ha concesso finanziamenti per oltre 930 miliardi di yuan nell’ambito della Belt and Road. Come gli elevati costi portarono alla brusca sospensione delle ambizioni marittime della corte Ming, così oggi il rallentamento dell’economia e il malcontento popolare nei confronti della spesa estera di Pechino gettano tinte fosche sulla sostenibilità finanziaria della Nuova Via della Seta. E dei sogni imperiali di Xi Jinping.

Festeggiare i risultati, piuttosto che gli annunci

Il vicepremier Luigi Di Maio e i ministri del M5s si sono affacciati dalle finestre di palazzo Chigi per salutare il gruppo di manifestanti che stanno festeggiando davanti palazzo Chigi. "Ce l'abbiamo fatta", esultano. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Non sono un economista e non discetto di economia con la presunzione di essere la voce esatta di una scienza (che tra l’altro esatta non è) ma da osservatore, preferibilmente da sinistra, assisto con un certo sgomento alla ripetizione di una scena già vista che non mi pare abbia portato molta fortuna in tempi recenti: sfidare la manovra del governo facendo leva sugli scenari apocalittici declamati dai mercati (parola che si svuota e diventa feticcio ogni giorno di più) è il modo migliore per accelerare la distanza tra opposizione e persone e opposizione e realtà.

Per rapporto deficit-pil la manovra di questo governo rischia addirittura di essere austera: è superiore al 2,3% del governo Gentiloni ma è addirittura più bassa di quella dell’austerissimo Monti. Il tema non è l’indebitamento (e insistere su questo risulta piuttosto patetico, tristemente goffo) ma come si intende utilizzarlo per eliminare le disuguaglianze e rilanciare il Paese. Contrarre un debito per comprarsi una fuoriserie che non riuscirò mai nemmeno a mantenere o per acquistare una casa in cui invecchiare con tranquillità può essere uguale nei numeri ma profondamente diverso per senso di responsabilità.

Risulta poco credibile, sinceramente, assistere per l’ennesima volta alla gara di volume dei catastrofisti da una parte e dei salvatori della patria dall’altra: leggere i giornali in questi ultimi giorni ci riporta a un mondo che dovrebbe disintegrarsi nel prossimo futuro (ma ve le ricordate le invasioni di cavallette che avrebbero dovuto seppellirci per il referendum costituzionale?) oppure che addirittura ha cancellato la povertà senza che ce ne accorgessimo (e chissà quando ricominceremo a parlare responsabilmente, tra la classe dirigente).

Così accade che quelli festeggino gli annunci dal balcone e questi altri chiedono di fidarsi delle loro valutazioni del disastro prossimo venturo dopo averne sbagliate parecchie negli ultimi mesi. Una guerra tutta sugli annunci: lì si festeggia o si dispera. I risultati sono un particolare che sembra non interessare a nessuno. Il fallimento (o il successo) è solo una questione di narrazione. E così perfino i numeri finiscono per diventare solo un altro campo su cui sgolarsi.

Avanti così.

Buon lunedì.

Il governo Sánchez alla prova dei fatti

epa07031561 Spanish Prime Minister Pedro Sanchez (L) leaves after Question Time at the Lower House in Madrid, Spain, 19 September 2018. EPA/MARISCAL

Cento giorni. Di solito è il periodo che si concede a un governo prima di criticarlo. Tre mesi di grazia. O qualcosa di simile. Cento giorni, in realtà, per capire dove tira il vento. Almeno questa è la consuetudine dai tempi di Franklin Delano Roosevelt. Arrivato al governo degli States nel mezzo della Grande recessione, il presidente democratico diede prova di un’attività frenetica nella primavera del 1933. Cento giorni per dimostrare che il New deal non era solo una promessa da campagna elettorale. Nel caso della Spagna di Pedro Sánchez le cose ovviamente sono molto diverse. A partire dal fatto che il leader socialista è diventato presidente a metà legislatura grazie a un’inattesa mozione di sfiducia. Ma i cento giorni sono comunque sempre un simbolo.
Ebbene, che ha fatto in questi primi tre mesi e mezzo il nuovo esecutivo del Psoe? Ci sono stati indubbiamente degli importanti passi in avanti rispetto all’epoca di Mariano Rajoy, anche se, forse, non tanti come qualcuno si sarebbe potuto aspettare. La situazione, è bene ricordarlo, non è quella di António Costa in Portogallo, dove al governo socialista bastano i voti del Bloco de esquerda e del Partido comunista portugues per avere la maggioranza assoluta in Parlamento. A Madrid le cose sono molto più complesse: oltre a Unidos podemos, a Sánchez, con soli 84 deputati, servono anche i voti dei nazionalisti baschi e degli indipendentisti catalani per arrivare alla maggioranza assoluta. Mettere tutti d’accordo non è dunque cosa facile, tenendo poi conto della crisi cronica che si vive in Catalogna e che influisce direttamente sulle possibilità di durare del governo. Ma nessuno è stupito al riguardo. Lo si sapeva bene. Sánchez ha dunque…

L’articolo di Steven Forti prosegue su Left in edicola dal 28 settembre 2018


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Damiano Coletta: «La destra si vince con la cultura della partecipazione»

«Si va avanti e si resiste». È il primo commento di Damiano Coletta, sindaco da oltre due anni di Latina, dopo aver strappato la città con il movimento civico Latina bene comune allo strapotere della destra. Una città e un territorio che sono stati attraversati da intrecci di politica e criminalità, un Comune in cui amministrare è un’impresa proprio per «i guasti del passato che pesano come macigni», dice Coletta, medico cardiologo adesso in aspettativa.
Oltre due anni dall’elezione a sindaco. Come sta andando Damiano Coletta?
Questi due anni trascorsi hanno costituito, l’ho sempre detto, una fase di bonifica, tanto per restare in tema rispetto alle origini della città. Qui, ricordo, c’è stata una politica che purtroppo ha devastato Latina. Abbiamo ereditato scheletri frutto di inganni perpetrati dalle precedenti amministrazioni sulla testa dei cittadini. Una per tutte è il bluff della metro dell’ex sindaco Zaccheo, un’opera mai partita a causa di un contratto insostenibile. Ora c’è un contenzioso con richiesta di risarcimenti e indagini per danno erariale: non possono e non devono pagare i cittadini queste scelte sbagliate.
Quali obiettivi vi siete posti lei e la sua giunta?
Il processo che si è dovuto e si dovrà fare è culturale: ricostruire l’identità di una città che deve partire dall’identità delle persone. Quindi riaffermare il diritto delle pari opportunità, che purtroppo non sono facilmente percepibili, e anche stabilire la cultura della partecipazione fornendo strumenti come il regolamento della gestione condivisa dei beni comuni. Il che significa che cittadini, associazioni e comitati possono partecipare alla gestione della cosa pubblica. Io credo che…

L’intervista di Donatella Coccoli a Damiano Coletta prosegue su Left in edicola dal 28 settembre 2018


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Il panorama messo in luce da Tadao Ando

In Giappone, nella città di Osaka rinata dalle ceneri della guerra senza neanche un albero, un uomo si dirige verso il municipio con il progetto di un edificio sottobraccio; il suo nome è Tadao Ando, non ha molta esperienza lavorativa nelle costruzioni, non è un architetto e non ha mai frequentato una scuola tecnica. Per essere più precisi ha interrotto gli studi a diciassette anni senza conseguire il diploma, e ciò gli ha precluso l’ingresso all’università. Nel suo bagaglio personale ha un tentativo di carriera come pugile professionista e un breve periodo come camionista. Ma dimostra una profonda passione per l’architettura, emersa a quindici anni osservando il lavoro di alcuni carpentieri impegnati nella ristrutturazione di una casa; questi erano talmente dediti alla propria opera che uno di loro rinunciò persino al proprio pasto. Per nulla scoraggiato dalle avversità, Ando si procura i libri di testo e studia in un anno ciò che normalmente si apprende in molto più tempo. Grazie a un’attenta osservazione carpisce la tecnica dai manovali del quartiere di Asahi dove vive, e un passo alla volta lastrica la strada che lo condurrà infine in municipio. È il 1969, anno in cui fonda il suo studio, e il progetto che porta con sé è la ricostruzione dell’area della stazione di Osaka e consiste in tre edifici a torre sulla cui sommità svettano libere vere e proprie alberature, a portare ombra e natura in altrettanti giardini pensili. La candidatura di tale lavoro è totalmente spontanea e l’amministrazione si interroga stupita su quali siano i motivi che hanno spinto il giovane a presentare di propria iniziativa un progetto. Comincia così la carriera professionale dell’autodidatta giapponese Tadao Ando, classe 1941, uno dei maggiori architetti della nostra epoca, cui il Beaubourg parigino dedica una retrospettiva che si apre il 10 ottobre dal titolo eloquente, Tadao Ando, The Challenge. Alla sua ideazione ha contribuito…

L’articolo di Matteo Sintini prosegue su Left in edicola dal 28 settembre 2018


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Carlo Flamigni: «Questo governo è fuori dalla realtà»

«Nell’Italia fascista, il regime affrontò il duplice problema dell’emancipazione femminile e della politica demografica, e la dittatura giustificò le proprie battaglie demografiche in chiave di salvezza nazionale. Tale concezione rivestì nei confronti delle donne conseguenze immediate. Lo Stato si proclamava l’unico arbitro della salute pubblica e in linea di principio esse non avevano alcun potere decisionale riguardo alla procreazione dei figli. Mi sono occupato a lungo di questi temi ed è questo che mi torna in mente quando sento le esternazioni del governo attuale riguardo ai rapporti familiari e affettivi».

Carlo Flamigni ginecologo e pioniere  della fecondazione in vitro, nonché storico componente del Comitato nazionale per la bioetica, dopo qualche resistenza accetta di rispondere alle nostre domande. Vogliamo sapere per esempio cosa ne pensa dell’idea di quel ministro che intende intaccare un caposaldo della Legge 194, vale a dire la scelta libera e consapevole della donna che vuole interrompere la gravidanza, introducendo nei consultori i rappresentanti di associazioni religiose «per incentivare le nascite». Oppure del pensiero di quell’altro senatore convinto che esista una razza italiana e che dunque «se non si sostiene la maternità» noi italiani siamo destinati all’estinzione.

«Sentir parlare di questi personaggi mi fa innervosire, sono fuori dalla storia, fuori dalla realtà. Voliamo più alto! Ma prima voglio aggiungere qualcosa…».

Prego.
«L’attacco condotto dal regime contro la libertà di riproduzione è stato uno degli aspetti più importanti della politica repressiva fascista sulla sessualità. Mussolini pose gli interventi in “difesa della razza” al centro degli obiettivi nazionali. Voleva raggiungere entro la metà del secolo una popolazione di 60 milioni in una nazione che ne contava all’epoca 40. Per giustificare questa ambizione faceva riferimento a due argomenti dichiarati ed a uno sottointeso.

Vale a dire?
Il primo argomento era…

L’intervista di Federico Tulli a Carlo Flamigni prosegue su Left in edicola dal 28 settembre 2018


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Né di sinistra, né laico: spoiler sul Pd del futuro

Adesso Orfini dice «sciogliamolo e rifondiamolo». Come se il Pd fosse un tablet impallato: «Hai provato a spegnere e a riaccendere?». «Orfini si sveglia adesso? E che cosa ha fatto in quattro anni che è stato presidente del partito?», sbotta una giovane militante romana che chiede l’anonimato per non causare turbamenti alla vigilia del congresso. Anche dalla festa dei giovani di Ravenna il messaggio è stato, all’incirca, che è impensabile superare la crisi con i suoi responsabili. Ma nessuno si aspetti clamorose autocritiche da chi ha diretto l’ex partito di maggioranza relativa. «Il Pd ha bisogno di un processo rifondativo non tanto delle idee, ma del modello organizzativo», è la linea del politologo Mauro Calise (autore per Laterza de Il Partito personale) su democratica.org, il sito nato sulle ceneri de l’Unità.
L’ex giovane turco Orfini sarebbe “il poliziotto cattivo di Renzi”, mandato avanti (invano) per rinviare il congresso. Al Nazareno puntano tutti sul derby europeisti-sovranisti e anche gli appelli che circolano sono solo varianti su scala continentale del tormentone sul voto utile: votate noi altrimenti arrivano quelli più cattivi. Così, prima Martina (che non si sa se correrà per le primarie) e poi Renzi da Porta a Porta, lanciano una versione europea del Fronte repubblicano. Alle europee con un listone Macron (con cui vorrebbe allearsi anche il M5s), Verdi, liberali, Pse e Tsipras. Nessuna reazione visibile a occhio nudo da Atene dove la notizia è finita nelle brevi di un paio di giornali. «Ma stiamo scherzando?!», esclama Argyrios Argiris Panagopoulos del dipartimento politiche europee di Syriza: «Come si fa a candidarsi con chi ci ha massacrato fino a ieri? – dice a Left – certo, siamo molto preoccupati per l’ondata sovranista ma è stata possibile grazie alle politiche neoliberiste e a settori della socialdemocrazia. In Spagna e Portogallo quei partiti stanno cambiando ma Renzi non è cambiato. Noi andremo alle elezioni con la Sinistra europea».
Qualcuno giura che l’ex rottamatore fiorentino stia…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 28 settembre 2018


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Le donne non stanno a guardare

Students march during a demonstration to protest against Italian government's school reforms on October 10, 2014 in Turin. AFP PHOTO / MARCO BERTORELLO (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Oggi non ci sono le condizioni per cambiare la legge 194 sull’aborto. Ma anche noi ci arriveremo come l’Argentina». Questa dichiarazione di guerra da disputarsi per l’ennesima volta sul corpo delle donne, non è stata lanciata da un integralista cattolico al Family day. Bensì da un senatore della Repubblica, Simone Pillon, membro di uno dei due partiti di governo, la Lega. Chi impugnava i microfoni a quelle kermesse oscurantiste, come Pillon, ora ha in mano le redini di questo Paese. «Dobbiamo sostenere la maternità altrimenti nel 2050 ci estinguiamo come italiani», ha detto Pillon in un’intervista a La Stampa, non solo avvisando che il conflitto si giocherà sulla linea del genere, ma pure alludendo a un antiscientifico e xenofobo concetto di razza.

Ma non c’è solo la possibilità di decidere di interrompere la gravidanza nel mirino dei crociati del terzo millennio. Dopo che Salvini già durante l’estate si era premurato di far saltare la dicitura «genitore 1» e «genitore 2» dai moduli per la carta di identità elettronica, ripristinando le espressioni «padre» e «madre», ora “Vita famiglia e libertà” il neonato intergruppo di 150 parlamentari composto da elementi del centrodestra (e anche del M5s), non si fa problemi a manifestare la volontà di intervenire contro le leggi sul fine vita e che regolano le unioni civili. Intanto, il disegno di legge sugli affidi firmato da Pillon nega l’identità umana e i diritti di donne e bambini in nome di una «bigenitorialità perfetta».

Nel frattempo, mentre il governo del cambiamento punta a riportare il Paese negli anni bui del Medioevo, i fenomeni di violenza sulle donne non accennano a calare. Secondo gli ultimi dati del Viminale, tra agosto 2017 e luglio 2018 si sono consumati ben 120 femminicidi – esattamente quanti ne sono avvenuti nel 2016 -, il 75% dei quali «in ambito familiare affettivo». In Italia le donne vengono uccise in casa, dal marito, dall’ex marito, dal compagno. Dati che ribadiscono come il problema da affrontare vada ricercato all’interno di una persistente cultura patriarcale, su cui questo come i governi precedenti non si sofferma mai a riflettere.

Ad arginare tale vera emergenza, ormai strutturale, ci avrebbe dovuto pensare il Piano anti violenza 2017 – 2020, varato lo scorso novembre dall’…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 28 settembre 2018


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A Bari è stata un’aggressione squadrista, CasaPound va sciolto

Bari non si lega, si intitolava la manifestazione antirazzista che ha percorso pacificamente lo scorso 21 settembre le strade del quartiere Libertà di Bari. Il corteo ha attraversato le strade di questa centralissima periferia, mentre dal microfono gli interventi parlavano di antifascismo, di antirazzismo, di diritto all’abitare, di autodeterminazione e di quell’emergenza povertà accuratamente nascosta dall’invenzione dell’emergenza sicurezza da parte della comunicazione del governo pentaleghista.

Quanto accaduto quando il corteo era già terminato ha una sola definizione: aggressione fascista. Mentre tornavamo dalla manifestazione percorrendo via Crisanzio in direzione del centro, abbiamo incontrato una ragazza, con la sua bambina e il passeggino, in attesa di una amica. Ci siamo offerti di aspettare con lei l’amica e che la situazione si calmasse, perché lungo la strada in cui lei vive (via Eritrea) c’era un assembramento di 20-30 esponenti di CasaPound. La ragazza, cittadina italiana di origine etiope – in Italia, nel 2018 – ha paura di attraversare la strada perché ha la pelle scura. Perché davanti alla sede di CasaPound non c’è la minima presenza delle forze dell’ordine, che invece hanno presidiato massicciamente il corteo antifascista. Perché il clima di odio creato dalla retorica dell’invasione, la xenofobia e il razzismo propalato dalle azioni del governo, sono un implicito lasciapassare per i nuovi fascisti.

Ed infatti accade quanto era prevedibile e prevenibile. Accade che chi si sente legittimato ad aggredire, aggredisca. Accade che i fascisti di CasaPound lasciati liberi di agire agiscano. Che inizino a marciare verso di noi in cordone; che ci inseguano quando già avevamo ripreso il cammino lungo via Crisanzio per evitare ogni incidente (anche considerata la presenza delle bambine); che ci minaccino con mazze, tirapugni, catene intimandoci di andarcene, che ci spintonino urlando che quello è il loro territorio e lì comandano loro. Che picchino alla rinfusa, spacchino le teste di due compagni.

Continuiamo a chiedere con determinazione la chiusura immediata delle sedi di CasaPound e di tutti i covi fascisti. Ma sappiamo che non sarà il ministro dell’Interno a rispondere a questa (vera) “emergenza sicurezza”. Perché Matteo Salvini, invece, si fa fotografare a cena con Gianluca Iannone e  Simone Di Stefano, rispettivamente fondatore e segretario di CasaPound. Tocca allora a noi contrastare non solo il neofascismo, ma anche il razzismo che si spaccia per “buon senso” e diventa senso comune diffuso. Come provvedimento di buon senso è stato spacciato anche, da ultimo, il Decreto immigrazione, che cancella il permesso di soggiorno per  protezione umanitaria, distrugge il sistema Sprar di accoglienza secondaria, rende una variabile dipendente il diritto di asilo, garantito dalla Costituzione.

Tocca a noi continuare a ricordare che l’antifascismo non è un ferro vecchio del passato, ma una pratica politica militante sempre più necessaria per attuare la Costituzione in questo presente  ogni giorno più nero. Tocca a noi essere partigiane e partigiani sempre, contro l’indifferenza e la passività diffusa. Contro chi pretende di fare informazione mettendo sullo stesso piano fascismo e antifascismo, aggressori e aggrediti, riproponendo lo schema falsificante dello scontro tra estremismi. La risposta della Bari antifascista non si è fatta attendere, a partire dalla conferenza stampa in piazza la mattina successiva all’aggressione, dalla assemblea cittadina convocata il 25 settembre nella piazza dove fu ucciso da una squadraccia missina il giovane comunista Benedetto Petrone, al corteo convocato per il 29 settembre.

Ma occorre costruire una risposta forte in Italia e in Europa. Una risposta che metta in luce la connessione profondissima fra le politiche neoliberiste degli eurocrati e la crescita delle forze nazionaliste e dei populismi di destra. Una risposta che costruisca una alternativa per i popoli europei. Proprio di questo abbiamo discusso a Napoli negli Study days della Gue/Ngl. Ma la costruzione di questa alternativa è la responsabilità storica che ogni antifascista deve sentire su di sé, e che ci porta a sentirci partigiane sempre.

La testimonianza di Eleonora Forenza è tratta da Left in edicola dal 28 settembre 2018


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