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Chiesa e pedofilia, denunciato lo Stato italiano per omesso controllo sui vescovi

Per giorni ha tenuto banco la notizia che papa Bergoglio sapesse delle accuse contro l’ex arcivescovo McCarrick, e che non sia intervenuto. In Italia ci sono quattro casi di insabbiamento identici a quello sollevato da mons. Viganò. Ma la stampa e le istituzioni fanno finta di niente. Per questo motivo Rete L’Abuso onlus – che fa parte della Ending clergy abuse, una associazione internazionale che si occupa di tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili – durante una conferenza stampa che si è tenuta presso la sede del Partito radicale a Roma ha annunciato questa mattina un esposto-denuncia nei confronti del governo italiano per omesso controllo nei confronti delle autorità ecclesiastiche responsabili di insabbiamento dei casi suddetti, in violazione delle norme di attuazione della Convenzione di Lanzarote sulla protezione dei minori dagli abusi sessuali.

Il nostro settimanale è l’unica testata giornalistica italiana che ha seguito sin dall’inizio questa vicenda. In particolare, la battaglia di civiltà condotta da Rete L’Abuso insieme all’associazione Sordi del Provolo affinché le 67 vittime dell’istituto veronese per sordomuti ottenessero giustizia. Sull’esposto – che sarà depositato contestualmente presso le procure di Roma, Milano, Pavia Napoli e Savona – ci sono anche le loro firme.

Per approfondire: bit.ly/2IB5yx1bit.ly/2IBaNN1

«Cara senatrice Merlin, sono una prostituta, mi salvi». Lettere dalle case chiuse, sessant’anni dopo la legge

20080216 - ROMA - POL - PROSTITUZIONE: MERLIN, UNA LEGGE DI MEZZ'ETA'- Una foto della senatrice Lina Merlin datata 12 marzo 1956. E' a questa senatrice socialista, ex partigiana, che si deve l'abolizione delle case di tolleranza, cinquant'anni fa. La legge, che porta il suo nome, fu approvata, dopo dieci anni di burrascosa discussione parlamentare, il 20 febbraio 1958. Le nuove norme misero fine alla prostituzione di stato, ai controlli sanitari obbligatori e introdussero sanzioni per chi sfruttava le prostitute. Mentre la vendita del proprio corpo non era considerata reato. Con la legge Merlin, che costo' addirittura alla sua firmataria minacce di morte, comincio' una rivoluzione nei costumi sessuali nazionali. La notte che entro' in vigore la legge (settembre '58) furono chiusi oltre 560 bordelli. Si chiamavano 'case chiuse' per via delle finestre sempre sbarrate per motivi di ordine pubblico e di privacy. ANSA ARCHIVIO / KLD

Sessant’anni fa, il 20 febbraio 1958, veniva approvata la legge 75, più nota come legge Merlin. Ovvero «Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui». Addio “case chiuse, quindi. Sessant’anni dopo, la questione dello sfruttamento nei confronti delle donne rimane ancora un nodo da risolvere, se teniamo presente la tratta degli esseri umani e la rete criminale che la gestisce. Ma la violenza contro le donne deriva, anche, e soprattutto, da una visione medievale e conservatrice che attraversa ancora oggi la società e che considera la donna come essere inferiore.
Di violenze disumane, fisiche e psicologiche, parlano le donne che durante i lavori parlamentari scrissero alla senatrice Merlin, ex partigiana. Cameriere, ragazze poverissime, tradite da un fidanzato e dal padrone, spesso con un figlio a carico: ecco il ritratto di una generazione femminile che usciva dalla guerra e che finivano in un altro dramma. Sono raccolte nel libro che esce oggi, 3 ottobre, per la collana Le Staffette di Edizioni Gruppo Abele, Cara senatrice Merlin. Lettere dalle case chiuse. Ragioni e sfide di una legge attuale, a cura di Mirta Da Pra Pocchiesa. Da segnalare che una prima edizione venne pubblicata nel 1955 a cura della stessa senatrice Lina Merlin e di Carla Barberis (ovvero Carla Voltolina che poi diventerà la moglie di Sandro Pertini).
Ne pubblichiamo alcune per concessione dell’editore.

 

B., 27 Gennaio 1951
Signora Deputatessa Merlin
Io ò saputo dalle mie compagne della legge che fà per noi prostitute. Io
non me ne intendo; sono una povera donna che faceva la serva e sono delle
campagne di C. e vorrei tornarci a fare la serva o la contadina non questo
mestiere che mi fa schifo. Ero a M. e M. mi faceva terrore e io uscivo poco,
avevo paura dei trammi e delle macchine, ma un giorno uscivo e incontrai
uno che mi si mise dietro a camminare dietro. I miei padroni tutte le
sere facevano cene, ballavano e poi si baciavano e anche con le mani non
stavano fermi bene e io pensai che fare all’amore non era peccato e mi ci
misi con un giovanotto che non parlava come noi di C. Ma un giorno mi
portò nella sua camera perché disse «ò male allo stomaco». Ma altroché
male, lui mi prese e mi cosò anche mentre io piangevo e dissi «ò paura ò
paura». Poi non mi à sposato e mi a fatto fare il figliolo. Io sono prostituta
perché i padroni non mi rivolevano e loro erano come me e pegio e si
facevano sempre cornuti fra elli.
ò paura di venire via per la fame e per chiedere perdono alla famiglia
che sono onesti fratelli e sorelle. Però a C. sarei felice, ci sono nata, c’è l’aria
sana, gli olivi e la vendemmia e anche i contadini mi volevano bene.
M’aiuti Signora Deputatrice io voglio salvare mio figlio.
[seguono cognome, nome e indirizzo]

 

[s. l. n. d.]
Gentile Senatore,
dicono che mi metteranno in galera appena chiudono le case ma io
non ho mai fatto del male a nessuno e in galera non ci voglio andare,
ci vadano i padroni che ci sfruttano il sangue a tutti noi; sono una di
quelle ma non ero così e volevo crescere onesta, invece a 15 anni in una
baracca mio cognato mi prese per forza e poi mi minacciò sempre di
dirlo a mia sorella che ero stata io; appena mi accorsi di essere grossa
scappai di casa e andai a fare la serva in una osteria. Appena si accorsero
che dovevo fare il bambino mi dissero che ero una p. e che se volevo
rimanere ancora lì dovevo lavorare senza paga perché già il mangiare
e il dormire era troppo per quello che facevo. Invece lavoravo come una
soma e quando alla maternità feci il bambino non avevo latte e lo portai
a balia e mi dissero che se non pagavo prima non me lo prendevano.
Incontrai un soldato che mi disse sei una brava ragazza e i soldi per il
bambino te li trovo io che ho la terra al paese e poi ti sposo. Allora i miei
padroni dell’osteria glielo dissero che lo avevo avuto da mio cognato e
che ero una p. e che anche lì facevo la p., invece non era vero e lavoravo
sempre come una soma e mi davano da mangiare quello che avanzavano
gli altri e dormivo sul pianerottolo con un materasso per terra. Allora
lui disse mi hai detto delle bugie o io non ti guardo più e non l’ho più
visto. Allora uno che veniva all’osteria mi ha detto se sei brava te li trovo
io i soldi basta che qualche volta vieni con me, se no niente soldi per
il tuo bambino e mi avrebbe fatto licenziare dove lavoravo; mi portava
sempre fuori e diceva che dovevo andare anche con i suoi amici se no
niente soldi per il bambino e mi avrebbe fatto arrestare perché ero una
p. Un giorno una come me mi disse va là stupida perché ti fai sfruttare
c è un posto che guadagni bene e poi vai in America con il tuo bambino
e nessuno ti vede più. Invece era d’accordo con lui e sono finita in una
Casa e non le dico cosa ho passato e tutti i soldi me li portano via i
padroni e lui che è d’accordo. Quando voglio scappare mi dice che il mio
bambino me lo portano via e se esco mi mettono in galera e in galera e
senza il mio bambino non ci voglio stare. Non sono vecchia, sono frusta,
ho 24 anni, il mio bambino le monache non lo vogliono perché dicono
che è bastardo e dove me lo tengono costa tanti soldi ma lui non deve
sapere che sua mamma è una p. Sono sempre malata che non ho la forza
quasi di alzarmi dal letto e sono in una Casa bassa e allora posso stare.
Tanti mi dicono perché io che sono brava sono finita lì e la padrona che
è d’acordo con lui mi dice adesso la Senatore chiude le Case e se non
sei d’acordo con noi ti mettono in galera con tuo bambino. È vero che
mi metteranno dentro se chiudono i casini? Senatore, invece di farmi
mettere dentro mi potrebbe mandare all’ospedale con il mio bambino e
a farci curare perché il bambino ha sempre qualcosa e il dottore dice che
è il sangue non buono, invece io il sangue buono prima l’avevo, invece è
che non li hanno mai dato tanto da mangiare perché si approfittano che
io non ci sono e dicono che il denaro non basta e lui patisce la fame e ci
ha sempre qualcosa. Non mi faccia mettere dentro me lo ha detto uno
che è venuto che lei Senatore è una brava persona e allora io ho detto
ci scrivo e se è una brava persona mi aiuta. Non ho mai fatto male a
nessuno e sono una povera ragazza sfruttata sempre, sono una di quelle
ma per mio bambino farei tutto. Non dica a nessuno il mio nome perché
se lo sanno che le scrivo mi fanno ancora del male e al mio bambino che
non sa che sua mamma è una p. e mi crede brava. Il mio bambino lo
faccio pregare per lei se mi fa ritirare con il mio bambino all’ospedale in
un posto che nessuno sappia chi sono e se mi stracciano il libretto perché
è meglio morire tutti e due piuttosto che questa vita. Ce ne sono tante
altre povere signorine come me che non ci hanno colpa e che hanno
paura, hanno bambini da aiutare e gente cattiva le sfrutta, ma se invece
di metterci in galera ci aiutano tutte allora sarà una gran bella cosa. I
meglio saluti e mi aiuti che il mio bambino pregherà per lei.
[seguono cognome, nome e indirizzo]

Senatrice
Lina Merlin – Senato della Repubblica – Roma
Sono una povera disgraziata (non ancora trentenne abbandonata dal
marito espatriato in A.) con un bambino che appena conosce il volto della
sua mamma, perché obbligata lasciarlo vivere dai nonni lontani, non
sapendo come provvedere al suo mantenimento. Invano sto cercando da
oltre due anni un qualsiasi modesto impiego (avendo frequentato un pò di
scuole magistrali) passando a vari uffici e Ditte private, non disdegnando
le più amare umiliazioni, ricevendo in cambio inviti a trascorrere… allegre
serate.
Le mie ripetute sofferenze di vita stentata, mi hanno condotta ad una
malattia che lo Stato da anni combatte e solo la Divina Provvidenza mi
ha salvata dalla tomba, guarendo, sia pure in parte, miracolosamente. La
legge per l’avviamento al lavoro degli ex tubercolotici c’è ma anche questo,
per motivo di precedenza, per me, tutto è stato precluso. Purtroppo la
fame non ammette altre alternative ed io disillusa di questa inumana
società, dopo aver lottato con tutti i mezzi leciti ed illeciti per mantenermi
nei buoni principi di donna onesta e di madre cristiana, mi vedo costretta
ad intraprendere quella strada per cui la legge sopraindicata ne combatte
i suoi fini.
Ora mi chiedo: se lo stato ha già in programma la riabilitazione di queste
povere disgraziate perché non prevenirne una anzitempo?
A Loro mi rivolgo Onorevole Presidente ed Onorevole Senatrice, affinché
questa mia supplica possa dare un esito positivo offrendomi la possibilità
di un sia pur modesto impiego.
Doverosamente
[seguono cognome, nome e indirizzo]

 

M., 7 novembre 1950
On. Senatrice,
sono stata una di quelle ragazze. Ora da circa sei mesi sono tornata
definitivamente a casa mia col fermo proposito di farmi una vita nuova,
di entrare a far parte della società, ma purtroppo ancora molti ostacoli
mi chiudono ogni strada, anche perché non mi posso azzardare dato
il mio precedente nella mia città dove abito e sono nata. Nessuno sa e
oggi più che mai vorrei fosse segreto. Ma come faccio a trovare un onesto
lavoro? Vivo qui a M. con mia madre che ha 70 anni, a mio carico da
tredici anni, poiché da tal epoca sono orfana di padre e fu questo uno
dei motivi per cui mi rassegnai a quella vita senza pensare al male che mi
sarei sottoposta.
È inutile dire le mie sofferenze passate, non tanto materiali quanto
morali: il mio io che si logorava di attimo in attimo, ma non voglio
prolungarmi in questo triste e sporco ricordo. È l’oggi, il domani che
desidero concretare. Mi sento tanta forza di volontà e so che potrò far
molto, ma per incominciare ho bisogno di una mano amica che mi aiuti a
rialzarmi. È a Voi On. Senatrice che mi appello perché siete l’unica persona
a cui posso confidare ed avere la di Voi comprensione e aiuto. Come sopra
accennavo, da sei mesi circa sono a casa, aspetto un lavoro: nonostante
quasi giornalmente vado a presentarmi alla Camera del Lavoro munita
del mio cartellino con relativo libretto di lavoro, non ancora riuscita a
trovare un’occupazione. Perciò quei miseri guadagni fatti in passato sono
serviti a sobbarcare le spese della mia modesta casa vivendo io e mia
madre, ed ora non mi rimane che il terrore della miseria, siamo alle porte
dell’inverno e le spese aumentano ancora con mia madre che dato l’età è
in condizioni di salute precarie. Ho bisogno assolutamente di lavorare.
Ora spero solo nel Vostro interessamento. Ho 31 anni, nonostante tutto o
avuto dai miei una buona educazione che non mi farà fare brutte figure
dove avrò la fortuna di un’occupazione: in quanto riguarda all’istruzione
ho fatto la I avviamento al lavoro e potrei occuparmi come commessa in
qualche azienda.
Nella speranza di una Vostra risposta in merito che vi prego sia fra l’altro
di massima segretezza riguardo il mio nome, chiedo scusa per il disturbo
che vi reco.
Obbligatissima
[seguono nome, cognome e indirizzo]

Lampedusa, 5 anni fa il naufragio in cui persero la vita 368 persone

Cinque anni fa un risveglio orrendo. E ancora avevamo capito poco. Il numero delle vittime dell’imbarcazione affondata a poche centinaia di metri dalla salvezza, al largo di Lampedusa sembrava crescere ad ogni minuto. Come non ricordare le immagini che irrompevano a dire, la morte non è lontana, è qui, ha bussato forte, ha i volti dei bambini, delle donne e degli uomini che sembravano pronti ad una nuova vita. I ricordi diventano frammenti: il pianto ipocrita dei proprietari delle frontiere di allora si mescolava al dolore autentico della gente di mare. Uomini della guardia costiera, pescatori, abitanti della piccola isola divenuta nella notte centro dell’inferno. Piangeva il pescatore che era riuscito a salvare da solo, 47 persone ma che ne aveva viste tante, troppe, scivolare nel mare e non riemergere. Ore di fatica per salvare almeno una vita in più. Il bilancio atroce 366 vittime, in maggioranza provenienti dall’Eritrea, in gran parte mai identificate. Ce le ricordiamo a riempire gli hangar, ci ricordiamo la fila di lenzuola e poi di bare con l’isola che chiedeva aiuto perché non riusciva neanche a trovare posto per le vittime.
E un pezzo forte di questo assurdo Paese, si mosse e si commosse, chiese giustizia, ricordò se stesso e non voltò le spalle. Pochi giorni dopo ne accadde un altro e ancora più grave di naufragio, al largo delle coste libiche, più vicino a Malta e ci si accorse, troppo tardi di quella fossa comune che era ormai diventata il Mediterraneo centrale. “Bisogna fare qualcosa” si disse in tante e tanti, ma sia chiaro, affermò chi comandava, la colpa non è nostra o delle nostre leggi ma dei trafficanti. Sono loro i veri assassini. Allora si ebbe la decenza di promuovere una operazione incompleta ma che produsse dei risultati come Mare Nostrum. Le imbarcazioni militari italiane si assunsero la responsabilità di scendere nei pressi delle coste libiche e, nonostante si continuò a morire, oltre 120 mila persone vennero tratte in salvo. Ma di cambiare le regole, di poter aprire canali di ingresso legali a chi fuggiva, di costruire un contesto di solidarietà europea nessuno volle parlare nonostante i tanto declamati “pugni sul tavolo”.
Mare Nostrum venne interrotta grazie al connubio fra la volgare arroganza sovranista rappresentata non solo dalla Lega e riassunta nel grido di allarme “ci stanno invadendo” e dai miseri egoismi europei che ne foraggiarono il potenziale. Alla fine del 2014 le coste libiche tornarono ad essere battute in lontananza solo dalle imbarcazioni di Frontex col compito di fermare le fughe mentre si dotava una sedicente guardia costiera libica, composta già allora da e trafficanti che avevano cambiato datore di lavoro e indossato una divisa, di nuovi strumenti per riprendere i fuggitivi, riportarli nei propri lager, pretendere nuovi riscatti e praticare nuove violenze. Dovettero intervenire le Ong a sfidare il mare e i fucili libici per salvare la gente che scappava sui gommoni. Ong che presto si ritrovarono contro una classe politica nostrane, l’odio diffuso a piene mani da molti organi di stampa, inchieste giudiziarie fondate sul nulla e alla fine, anche illegali Codici di condotta per impedire a chi salva vite di svolgere la propria missione.
Cinque anni dopo sembra passata un’era geologica. Prima Minniti e poi Salvini hanno contribuito ad aumentare la desertificazione del principio di umanità. Vanno fermati, costi quel che costi, anche bloccando i porti, anche subendo condanne internazionali. E questo avviene con un consenso diffuso e popolare. I barconi sono il nemico, non le miserie provocate da politiche economiche scellerate che favoriscono unicamente il profitto di pochi. L’arresto ieri di Domenico (Mimmo) Lucano, sindaco di Riace ed emblema dell’accoglienza è un colpo inferto a chi disobbedisce, le misure contenute nel prossimo “Decreto Salvini” ne sono il corollario, tale da definire un vero e proprio Stato di polizia.
Cinque anni dopo, le piazze piene di ieri in solidarietà con Mimmo, hanno dato qualche flebile speranza ma per il resto è giusto dirlo. Questo paese, fa più schifo di allora, si crogiola ancora per la sofferenza dell’altro, del nero, del diverso. Quanti anni passeranno prima di capire che i prossimi saremo noi?

«Non si può fare la guerra a chi fugge dalla guerra». Così Lampedusa ricorda le vittime del naufragio del 2013

«Attraversando la Libia di notte, non hanno visto niente. Chilometri e chilometri di nulla. Lo sfascio del dopoguerra, le distruzioni ai bordi delle strade, le divisioni del conflitto sono stati allontanati dal loro sguardo e dai loro ricordi. Si sono ritrovati sulla costa, raccolti in massa per essere imbarcati alla prima occasione buona, come dopo aver attraversato una bolla. Un tunnel buio, privo di spettri. Quando, molto tempo dopo la grande strage, qualcuno chiede loro com’era la Libia, quali fossero gli effetti del conflitto, nessuno dei sopravvissuti sa rispondere con esattezza. Quando proprio devono dir qualcosa si limitano ad accennare: l’abbiamo vista solo di notte. Il viaggio culminato nel terribile naufragio del 3 ottobre 2013 ha avuto inizio molto prima. Non giorni, ma mesi prima. Eppure ogni istante che lo precede sembra essere stato risucchiato nelle viscere del mare, assieme al relitto in secca sul fondale».

Il viaggio è quello intrapreso da più di 500 persone verso l’Europa. Per la maggior parte di loro culminato, come ricorda Alessandro Leogrande in questo passaggio de La frontiera nel «terribile naufragio del 3 ottobre 2013», dove nelle viscere del mare di Lampedusa ci finirono 368 persone. Perlopiù eritree, in fuga dalla dittatura di Afewerki. Un naufragio che, per dirla sempre con le parole di Leogrande, «ha lacerato le coscienze di molti», senza però risolvere molto. Perché i morti in mare continuano ad esserci. E perché, se sulla spinta di quella tragedia nacque l’operazione Mare Nostrum, che pur con tutti i suoi limiti qualche vita in mare la salvava, da lì in poi non si è andati a migliorare, tutt’altro. L’escalation negativa ha visto la meno efficace missione Triton e poi il nulla, salvo la criminalizzazione delle Ong rimaste in mare a salvare persone. Accompagnata dai decreti Minniti-Orlando prima e Salvini poi.

Tenere viva la memoria di quella tragedia, e partire da lì per riflettere sul tema delle migrazioni è un’operazione essenziale, che il Comitato 3 Ottobre porta avanti ormai da 5 anni con la “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza”, in programma anche quest’anno con una 3 giorni (1-3 ottobre) di eventi a Lampedusa, nella quale, come ricorda Tareke Brhane, presidente del Comitato, «non basta piangere quei morti, c’è bisogno di sensibilizzare società civile e istituzioni sul tema della migrazione». E Tareke non è una voce neutra in materia. Eritreo, rifugiato in Italia dal 2005 («sono arrivato qui sui barconi anche io» ricorda), con esperienze da mediatore culturale per diverse associazioni (nonché medaglia per l’attivismo sociale 2014), assieme al Comitato ha realizzato un fitto programma di eventi per la 3 giorni, fatto di workshop tematici, tavole rotonde e una marcia in ricordo delle vittime. Coinvolgendo rifugiati, associazioni impegnate in prima linea sul tema delle migrazioni (Amnesty, Msf, Save the children, Unhcr, Dac – Diritti al cuore onlus, la lista è molto lunga) ma soprattutto le scuole, con studenti e insegnanti provenienti da tutt’Italia e non solo. Studenti e insegnanti che proprio il 2 ottobre saranno impegnati in incontri curati dalle Ong per approfondire i diversi aspetti del fenomeno migratorio.

«Abbiamo sempre cercato di investire nei giovani – racconta Tareke – anche perché, per quella che è la nostra esperienza, una parte di loro, parlando di migrazione, non sa bene di cosa si tratta. E dall’ignoranza può nascere l’indifferenza o peggio ancora il razzismo. I giovani sono il futuro. Per questo è importante dialogare con loro». E i loro in questione sono studenti di 16-18 anni, provenienti da scuole di tutt’Italia (14 istituti presenti) ma anche dalla Francia. Dialogare con i studenti quindi, ma anche coinvolgerli in tutto il programma della manifestazione, compresa quella tavola rotonda dove, oltre a rifugiati, esperti del settore delle varie associazioni e rappresentati istituzionali, ci saranno appunto anche insegnati e studenti. «Che avranno voce su tutto – prosegue Tareke – perché il nostro obiettivo è quello di metterli nella condizione di capire e approfondire i vari argomenti. E, da parte nostra, essere pronti ad ascoltarli e a rispondere alle loro domande».

Lavoro di coinvolgimento e ascolto dei giovani che, chiediamo, può essere considerato come un antidoto rispetto a episodi di razzismo sempre più frequenti? «Assolutamente si – risponde – e lo abbiamo visto anche dalle reazioni dei ragazzi. Quando ci fu la questione dell’Aquarius, tante di quelle scuole che erano state da noi tornarono a Lampedusa per protestare, conobbero alcuni rifugiati e rimasero in contatto con loro. Esperienza che, oltretutto, gli ha permesso di aprire gli occhi su una realtà che spesso non viene raccontata come si deve». Realtà che è ben conosciuta dalle tante associazioni che saranno presenti a Lampedusa per gli eventi della Giornata e che vedranno poi nella tavola rotonda un momento per fare rete tra loro.

«Noi affrontiamo il tema della migrazione a 360 gradi – spiega Tareke – coinvolgendo associazioni, studenti, rifugiati, giornalisti ma anche il governo, di cui negli anni passati c’è stata sempre una presenza durante la Giornata della Memoria. Quest’anno invece ancora non sappiamo se ci sarà qualcuno». Quello stesso governo, autore del Decreto sicurezza e immigrazione sul quale il parere di Tareke è chiaro: «Non si può fare la guerra a persone abituate a subire minacce o che provengono loro stesse da guerre. Ci vogliono soluzioni a lungo termine che coinvolgano anche i rifugiati stessi, per metterli nelle condizioni di dare il loro contributo, solo così riusciremo ad andare avanti. Un po’ come è successo a me. Arrivato anni fa sui barconi ora sono un attivista. Diversamente butteremo solo soldi e risorse senza produrre nessuna sicurezza, anzi, avremo l’esatto contrario». Per evitare il quale, il Comitato 3 Ottobre, oltre ad organizzare l’evento in ricordo della strage del 2013, porta avanti attività per favorire aperture di corridoi umanitari, ingressi legali e sicuri e garantire accoglienza. «Perché – come ricorda Tareke – bisogna mettere in condizione chi arriva di entrare regolarmente». Idee quanto mai attuali e da non dimenticare. Proprio come la strage del 3 ottobre 2013. Ancora (purtroppo) attuale e assolutamente da non dimenticare.

È che vi fa paura, la solidarietà

Un momento della manifestazione in piazza dell'Esquilino a Roma contro l'arresto di Mimmo Lucano, sindaco di Riace, 2 ottobre 2018. ANSA/CLAUDIO PERI

Assistendo alla buriana sollevata per l’arresto di Mimmo Lucano ne sono ancora più convinto: questi in fondo si vergognano di ciò che sono, della solidarietà che non riescono ad esprimere, delle fobie che provano a rendere potabili trasformandole in strampalati programmi elettorali, della pietas che possono riversare impunemente solo sui gattini, della grettezza dei bassifondi che frequentano per non soffrire di vertigini, della malcelata soddisfazione che provano ogni volta che qualcuno sdogana i loro istinti, della banalizzazione del mondo che gli permette di non dovere elaborare e comprendere e così finiscono per odiare, odiare di cuore con ogni cellula del loro corpo quegli altri a cui viene così naturale essere ciò che per loro è praticamente impossibile.

Svergognati dai loro istinti bassi odiano la solidarietà perché in fondo, anche se non lo ammettono in pubblico, sanno bene la differenza di coraggio che passa tra chi apre le braccia rispetto e chi impugna il fucile: giocano a fare i centurioni ma sono solo sciacalli che escono allo scoperto quando si diffonde l’odore delle carogne. Rovesciano il reale illudendosi di rimanere in piedi: così in pochi giorni passano dal raccontare come medaglie le indagini per sequestro di persona di una nave di poveri diavoli al ritenere infamante vergogna le accuse di troppa disordinata solidarietà.

Frugano tutto il giorno nei cassonetti della cronaca per trovare uno straccio di buonista con qualche ombra da rivendere al mercato del sospetto: vorrebbero dirci che i buoni non sono migliori ma ci guadagnano di nascosto. Solo così riescono a vergognarsi (un po’ meno) di quello che sono.

Se il buono viene colto con le mani nel sacco (anche se, come nel caso di Lucano, è un sacco vuoto che finirà sgonfio) loro si illudono di poter essere quello che sono, condonati da una pace morale che hanno inventato per assolversi.

Vale la pena rileggere Calamandrei quando nel 1956 difese Danilo Dolci: «Questa è la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia. Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo».

Buon mercoledì.

Con il modello Riace nel mirino

Forse si può discutere il fiuto per i delinquenti ma non certo l’ironia da vendere di chi ha imbastito, chiamandola Xenia, l’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Mimmo Lucano, sindaco di Riace, con la surreale accusa di favoreggiamento all’immigrazione clandestina: avrebbe organizzato un “matrimonio di comodo” tra una migrante e un calabrese per consentire alla donna di restare in Italia. L’assaggio di intercettazioni regalato dalla procura di Locri ai giornali non sembra schiacciare Lucano e, a meno che non ci sia una regìa a centellinare nuove rivelazioni, l’impresa ha tutta l’aria di un processo politico a un modello virtuoso di accoglienza e integrazione. Così l’hanno chiamata operazione Xenia come il concetto dell’ospitalità nel mondo greco antico. Era un dovere a quel tempo accogliere coloro che chiedevano ospitalità. L’Italia di Minniti, prima, e di Salvini, poi, sequestra le navi alle Ong, sgombera con violenza la povera gente dagli alloggi di fortuna e da stabili occupati, perseguita chi sperimenta accoglienza con un modello che viene studiato in mezzo mondo.

Succede nella Locride, terra di ‘ndrangheta, traffici d’armi, droga, rifiuti, rapimenti ed estorsioni, che alle ultime elezioni ha incoronato Salvini. Nessuno come i giudici pare sensibile allo Zeitgeist, allo spirito del tempo, all’aria che tira. Così spiega un penalista, Francesco Romeo, in un articolo che uscirà venerdì prossimo sul nostro settimanale a proposito dei bersagli del dl sicurezza. E l’indipendenza della magistratura rischia di essere una chimera in un paese in cui si moltiplicano impunite le aggressioni razziste, le spedizioni squadristiche e un decreto sicurezza punta a mettere fuorilegge le pratiche sindacali e dei movimenti sociali che si battono per il diritto all’abitare, per la riappropriazione dei territori contro grandi opere inutili e dannose e per condizioni di vita dignitose.

L’arresto stamattina presto, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Locri su richiesta della Procura della Repubblica.

Dichiarazioni choc quelle di Carlo Sibilla, sottosegretario agli Interni per conto di M5S: «È finita l’era del business dell’immigrazione. Nessuno vuole scappare da un Paese in cui si trova bene. Bisogna fare di tutto per stringere accordi con i paesi di provenienza dei migranti e rendere le vite delle persone più sicure e degne di essere vissute». «Accidenti, chissà cosa diranno Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati! #Riace», twitta il ministro dell’Interno Matteo Salvini: già piovono comunicati di solidarietà da tutto l’arcipelago delle sinistre, dell’associazionismo, della società civile allergica al razzismo. «Riace era disabitata, oggi vive in un incontro di culture e persone di diversa provenienza. Riace ha dato uno schiaffo a chi ha dipinto il fenomeno migratorio come un problema, come una paura. Riace, nel suo piccolo borgo, ha dimostrato a tutt@ che la realtà è in mano nostra e che non c’è nulla di già scritto. L’accusa avanzata contro il sindaco è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, un reato legato alla condizione di esseri umani dichiarati fuori legge solo per la mancanza di un foglio, di un timbro. Lo stato, oggi, fa la guerra al sindaco di un piccolo paese calabro perché ha cercato di aiutare degli esseri umani, perché ha deciso di rimboccarsi le maniche e lavorare davvero per costruire un mondo diverso», scrive una rete di associazioni che dà appuntamento per il 2 ottobre alle 17.30 in piazza dell’Esquilino di Roma, e sabato Riace verrà pacificamente invasa per una prima manifestazione di solidarietà col sindaco.

Con l’ordinanza di custodia cautelare a Lucano viene disposto anche il divieto di dimora nei confronti della sua compagna, Tesfahun Lemlem, accusata degli stessi reati contestati al sindaco. La prefettura di Reggio Calabria, lo scorso anno, ha disposto un’ispezione nel Comune di Riace dalla quale a caccia di irregolarità nell’utilizzo dei finanziamenti governativi per la gestione dei migranti. Sul punto, tuttavia, il gip, nella sua ordinanza, ha affermato che «ferme restando le valutazioni già espresse in ordine alla tutt’altro che trasparente gestione, da parte del Comune di Riace e dei vari enti attuatori, delle risorse erogate per l’esecuzione dei progetti Sprar e Cas, ed acclarato quindi che tutti i protagonisti dell’attività investigativa conformavano i propri comportamenti ad estrema superficialità, il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delittuose ipotizzate».

Spiega il procuratore di Locri Luigi D’Alessio che «gli elementi di prova raccolti hanno permesso di dimostrare infatti come il sindaco Lucano, unitamente alla sua compagna Tesfahun Lemlem, avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l’ingresso in Italia». Lucano, in buona sostanza, avrebbe dimostrato una «spigliatezza disarmante, nonostante il ruolo istituzionale rivestito», nell’ammettere «pacificamente più volte, ed in termini che non potevano in alcun modo essere equivocati, di essersi reso materialmente protagonista ed in prima persona adoperato, ai fini dell’organizzazione di matrimoni di comodo», scrive ancora D’Alessio, in una nota. Al riguardo viene riportato un dialogo intercettato dalla Guardia di finanza sul matrimonio di una cittadina straniera cui era già stato negato per tre volte il permesso di soggiorno. «Lei – dice Lucano – ha solo la possibilità di tornare in Nigeria. Secondo me l’unica strada percorribile, che lei si sposa! Io sono responsabile dell’ufficio anagrafe, il matrimonio te lo faccio immediatamente con un italiano. Mi fa un atto notorio dove dice che è libera e siccome è richiedente asilo non vado ad esaminare i suoi documenti perché uno che è in fuga dalle guerre non ha documenti. Se succede questo in un giorno li sposiamo». «Poi – prosegue Lucano – dopo mi chiede al comune il certificato di matrimonio, va alla questura di Siderno e chiede un permesso di soggiorno per motivi familiari perché si è sposata in Italia con cittadino italiano e non gli deve portare niente, solo il certificato di matrimonio. In quel modo, dopo che lei ha il permesso di soggiorno per motivi familiari, i tre dinieghi non hanno nessun valore è subentrata un’altra situazione civile. Non solo, dopo un po’ di tempo prende anche la cittadinanza italiana». Tutto qui?

Lucano è anche accusato di avere fraudolentemente affidato in forma diretta il servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti a due cooperative sociali, la Ecoriace e L’Aquilone che dà lavoro anche a migranti – impedendo così, secondo l’accusa, l’effettuazione delle necessarie procedure di gara previste dal Codice dei contratti pubblici. Le due coop, secondo l’accusa, non possedevano i requisiti di legge richiesti per l’ottenimento del servizio pubblico, perché non iscritte nell’apposito albo regionale previsto dalla normativa di settore. Dalle indagini, secondo l’accusa, sarebbe emerso che Lucano, dopo vani e diretti tentativi di far ottenere l’iscrizione, avrebbe deciso di istituire un albo comunale delle cooperative sociali cui poter affidare direttamente, secondo il sistema agevolato previsto dalle norme, lo svolgimento di servizi pubblici. Perché le due coop furono escluse dall’albo regionale? Il servizio è stato svolto dall’ottobre 2012 fino all’aprile 2016. In tal modo, secondo la Procura di Locri, sono stati artificiosamente riconosciuti alle due coop i presupposti necessari. In particolare, secondo l’accusa, Lucano avrebbe fatto approvare alla Giunta comunale da lui presieduta un albo comunale simile a quello previsto dalle norme; poi avrebbe suggerito con successo al Consiglio comunale di procedere all’assegnazione diretta; infine avrebbe proposto più volte, alla Giunta comunale, la proroga dell’affidamento. In tal modo alle due cooperative sarebbe stato procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale, quantificato in circa un milione di euro.

Un Paese che non produce cultura è un Paese morto, per questo il 6 ottobre scendo in piazza

Girotondo dei 'lavoratori fantasma' di fronte a Palazzo Vecchio a Firenze, in occasione della partecipazione del ministro per i Beni culturali Dario Franceschini a un convegno sulle normative Art Bonus nel palazzo comunale, 6 marzo 2015. Al presidio di protesta partecipano alcune decine di dipendenti dei musei statali fiorentini, con indosso costumi e maschere bianche. Sugli abiti è scritto 'lavoratori fantasma' e in tanti espongono cartelli con indicato il museo per cui lavorano. ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

Mi chiamo Barbara e faccio l’attrice. Faccio l’attrice, non lo sono. Certo ci sono delle predisposizioni, delle passioni, un talento ma non si nasce già dottori così come non si nasce già attori. Ecco questo è il punto; noi attori per diventare tali, abbiamo fatto una lunga formazione e come per tutte le professioni sviluppiamo le nostre abilità e ci aggiorniamo continuamente. Alla formazione accademica abbiamo affiancato la gavetta. E quanta gavetta! Io la prima esperienza l’ho vissuta sul set; avevo 19 anni e condividevo pausa e cestino (il pasto per troupe e attori, ndr) con Vittorio Gassman. Accanto a quel mostro che pochi giorni prima avevo visto in teatro con la faccia tutta nera mentre interpretava Otello, mi sentivo minuscola.

Credo che fu quello il giorno in cui pensai che questo lavoro non si poteva fare senza una vera e propria preparazione. Quindi finii l’università e me ne partii alla volta di Londra per andare a studiare teatro, quello di Shakespeare. Gli anni sono passati e le cose sono cambiate ma in peggio. Cosa che Vittorio Gassman si rivolterebbe nella tomba se sapesse che ora i suoi colleghi vengono trattati letteralmente come carne da macello. Il nostro non è più considerato un lavoro ma un hobby e quindi non meritiamo né diritti né welfare. La nostra vita professionale è totalmente precaria e subiamo conseguenze di una crisi culturale senza precedenti nel totale disinteresse delle istituzioni e dei soggetti politici.

Il discorso infatti è tutto culturale. L’intento è proprio quello di dare un segnale che tutto il comparto, dallo spettacolo alla lirica, ai beni culturali (non a caso cito questi per primi, perché sono i promotori della Manifestazione del 6 ottobre) torni a poter offrire una visione culturale, che dia speranza, che racconti di possibilità, di talenti che diventano opere riconosciute in tutto il mondo, che stimoli gli ingegni e che renda fieri essere dei professionisti nel proprio campo. È un sogno? No, affatto. È ciò che accade in molti Paesi stranieri e che accadeva in Italia fino a 25 anni fa. E solo una visione culturale nuova o rinnovata è lo strumento che può portare a sentirsi finalmente fieri di essere cittadini di un Paese.

Noi attori siamo stremati, non riconosciuti, impoveriti ma soprattutto messi gli uni contro gli altri. Alla stragrande maggioranza degli attori è negato l’accesso al lavoro: infatti, per fare cassa, a causa dei tagli indiscriminati al Fus, le produzioni si affidano ai quei pochi nomi di richiamo che hanno garantiti lavoro e cifre fuori mercato escludendo tutti gli altri professionisti o riducendoli a paghe vergognose. Insieme poi si condividerà non solo lo stesso palcoscenico ma anche ahimé, la divisione della benzina per le trasferte in macchina. Alla pari. Si è perso il senso della comunità, del gruppo. Del rispetto di un tutto.

I produttori accettano o facilitano questo modus operandi, così invece di sostenere la professionalità e la qualità si risponde ad un mercato cieco che non fa differenza tra uno spettacolo un altro, basta ci sia “il nome”. È aberrante. No peggio, è triste. La ricerca Vita d’artisti, ha dimostrato che il numero medio annuo di giornate retribuite per quanto riguarda gli artisti impegnati nello spettacolo è 34. Poco più della metà dei lavoratori percepisce fino a 5 mila euro l’anno. In compenso ci sono barman e camerieri che recitano benissimo. Si deve pur campare.

Il 6 ottobre si scende in piazza. Tutti. Artisti, archeologi, musicisti, autori, lavoratori dei beni culturali e ambientali, della lirica, bibliotecari. Tutti. Stanchi ma non vinti. La cultura fa anche questo: ti brucia continuamente dentro, non ti lascia addormentare, ti rende incazzato o depresso magari ma poi si ricomincia. Il 6 si parte da Piramide in corteo, con striscioni, slogan e rivendicazioni e a piazza Mastai, punto di arrivo, saremo in tanti, per farci vedere, per far veder alla gente, che con la cultura non ci lavora ma ci convive, che non si può lasciar senza forze economiche un comparto così essenziale al bene del Paese, lasciarlo senza programmi lungimiranti. Lasciarlo languire, fino a morire.

Lo sa la gente che tutto il settore culturale nazionale produce il 17% del Pil? Non lo sa. E noi saremo lì per dirglielo, per dire che chiediamo lavoro con diritti equi e rispetto di una professionalità sudata. Che si accorga il Paese che ha bisogno di noi, perché un Paese che non produce cultura è un Paese morto.

Il buono, il brutto e il Casalino

Il portavoce del premier Giuseppe Conte, Rocco Casalino, entra a palazzo Chigi, Roma, 24 settembre 2018. ANSA/ETTORE FERRARI

Dunque la notizia del giorno è lo sfogo maleducato e incazzoso (oltre che inopportuno) di un portavoce del potente di turno nei confronti dei giornalisti. Chiaro: che Rocco Casalino sia l’ennesimo bullo che sfoggia un raro senso di impunità per la posizione che si ritrova ad occupare è al di fuori di qualsiasi possibile dubbio. Se ci pensate, in fondo, è una perfetta rappresentazione della casta: occupa un posto ottenuto per nomina (quando Casalino tentò di candidarsi per le elezioni regionali in Lombardia dovette ritirarsi per il malpancismo all’interno del Movimento 5 Stelle, il che è tutto dire), guadagna uno sproposito (meritato, dice lui, ma la meritocrazia certificata dal beneficiario fa ridere già solo a scriverla) e soprattutto gode di un’autorevolezza data dall’incarico, mica dalla propria storia. Casalino sarebbe il nemico giurato dei partiti di governo, se non ne facesse parte. E vabbè. Tra l’altro, se ci pensate, Casalino è costretto agli straordinari: fare il portavoce di un premier pressoché invisibile è qualcosa che ha a che fare con la creazione piuttosto che con il semplice lavoro da bottega.

Però, fatemelo scrivere, questa levata d’indignazione da parte di tutti ha anche qualche sfumatura patetica, da parte di certuni. Casalino non ha inventato un metodo: Casalino interpreta (maluccio) la parte che molti prima di lui hanno tenuto con la stessa arroganza, consapevoli che il giornalismo (certo giornalismo) ha ottimi rapporti con il potere solo se accetta di esserne il megafono e il cameriere. I portavoce dei potenti (mica solo in politica) conoscono molto bene le platee a cui si rivolgono e sanno perfettamente con chi osare e con chi no: sono molti i giornalisti che ritengono la propria mansueta vicinanza al potere una garanzia sul futuro. Non vuole essere una giustificazione ma credo che i bulli in fondo li abbiamo creati anche noi, elemosinando diritti come se fossero favori non solo nel campo del giornalismo ma in diversi settori. I Casalini (e i tanti bulli prima e intorno a lui) fioriscono concimati dalle teste chine, dalle schiene curve, dalla propensione alla gratificazione sottomessa.

Per questo al di là del (giusto) sdegno per gli audio in cui il portavoce del premier si lamenta del suo ferragosto rovinato dai morti seppelliti dal ponte mi piacerebbe sapere quanti articoli invece siano inquinati da indirizzamenti calati dall’alto eppure rivenduti come giornalismo. Mi piacerebbe sapere quanti retroscena non siano altro che bisbiglii riportati in pagine per fare contento qualcuno. Mi piacerebbe sapere se non fosse opportuno avere uno slancio per dirci, guardandoci negli occhi, che sarebbe il caso di liberarsi sì dei bulli ma anche dei loro camerieri.

Ma è il tempo in cui bisogna restare sempre in superficie e quindi tutti addosso a Casalino. Aspettando il prossimo. E illudendosi che l’opposizione stia nell’individuare un tipo che questa volta appartenga alla fazione avversa.

Buon martedì.

Il Garante dei detenuti: «Quei rimpatri violano i diritti dei migranti»

Continuano i rimpatri di migranti dall'aereoporto di Lampedusa (Agrigento) oggi 14 Aprile 2011. E' il primo volo previsto odierno con a bordo una trentina di tunisini rimpatriati nell'ambito dell'accordo tra Roma e Tunisi. Con la partenza di questa mattina sull'isola restano circa 160 migranti, di cui 36 minori, che saranno trasferiti sulla terraferma appena individuate le strutture di accoglienza. ANSA/ CARLO FERRARO

Un volo charter diretto a Lagos per rimpatriare forzatamente quarantasei cittadini nigeriani, espulsi dall’Italia. Il nostro Paese, in collaborazione con l’agenzia europea Frontex, ha organizzato l’operazione di allontanamento, avvenuta lo scorso 19 gennaio, trascurando l’applicazione di non poche misure a tutela dei diritti umani. Che il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale ha messo in evidenza in un Rapporto di monitoraggio dell’operazione congiunta per il rimpatrio forzato di cittadini nigeriani organizzata dall’Italia e coordinata da Frontex – diffuso qualche giorno fa – e sulla cui violazione chiede risposte puntuali alle autorità competenti.

La prima, e più significativa, ha riguardato la mancanza di informazioni circa la destinazione del viaggio, contravvenendo, così, ai principi di correttezza e trasparenza, e calcando, piuttosto, quello di arbitrarietà di una misura restrittiva della libertà personale della cui applicazione non era stata data alcuna comunicazione preventiva, impedendo loro di organizzarsi per tempo, anche relativamente alla conoscenza delle posizioni giuridiche personali. E men che meno erano stati edotti di tutte le varie fasi del viaggio, inclusi orari e scali. Cosicché l’inaspettata comunicazione ha sorpreso alcuni di loro mentre dormivano ignari nei Cpr di Roma e Bari, generando preoccupazioni e paura che hanno sortito l’effetto di tacere sulla propria identità. Spesso soggetta a essere scambiata, per la presenza di un elenco dei rimpatriandi, in mano agli operatori, senza foto e con pochi dettagli. Nemmeno quelli relativi alle posizioni giuridiche dei richiedenti asilo da (non) rimpatriare: è il caso di M.P., per la quale il provvedimento di rigetto, da parte dell’autorità giudiziaria, della richiesta di asilo poteva ancora essere sospeso.

Già in via preliminare, dunque, le infrazioni hanno avuto il loro peso, gravato, poi, dalle modalità operative tenute a bordo dell’aeromobile sul quale, sebbene il personale impiegato indossasse un fratino riconoscibile, non aveva esposto alcun elemento identificativo, trasgredendo l’orientamento 18.4 delle Venti linee guida sul rimpatrio forzato, adottate, nel 2015, dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che prevede l’esposizione del nome dell’operatore.

Di più, nel corso dei voli, era del tutto assente la figura del mediatore culturale, in grado di interloquire in una lingua comprensibile che, non solo costituisce «il necessario presupposto dell’effettività di tutti i diritti di cui il cittadino straniero è titolare, ma è fondamentale per la messa in atto di tecniche verbali di descalation indispensabili per smorzare i momenti di tensione evitando l’uso della forza e dei mezzi di contenimento», scrive il Garante. Il quale ha potuto rilevare, anche, come un carente coordinamento fra gli attori coinvolti nelle diverse fasi del rimpatrio forzato ha avuto come conseguenza diretta la non somministrazione del pasto per più di quindici ore (tamponato, solo, dalla spontanea generosità di qualche operatore).

Carenti sono state, pure, le garanzie relative alla tutela degli effetti personali: imbustati in sacchi di plastica, deputati generalmente all’immondizia, sono stati etichettati con un foglietto scritto a mano, fermato con un nastro adesivo, e perciò senza la possibilità di rilascio di alcuna ricevuta di consegna. L’assenza di un riscontro documentato, all’arrivo in Nigeria – un Paese che, per inciso, non ha ancora adottato il reato di tortura – è stato motivo di particolare agitazione tra i rimpatriati, mossi dal timore della non restituzione dei propri beni, oltre che di vedersi violata la tutela del diritto alla proprietà privata. Uno di quei diritti fondamentali, sfregiati nel corso del rimpatrio, per i quali sarebbe possibile rivolgere reclamo – previsto dall’articolo 72 del Regolamento Ue 2016/1624 – a Frontex, ché in questa operazione (monitorata a campione) non ha predisposto le misure per l’accesso alle procedure e il materiale divulgativo da parte dell’agenzia. A lamentarlo, non i rimpatriati (a forza) ma i responsabili della scorta italiana.

Senza soccorsi nel Mediterraneo, a settembre il 19% dei migranti sono morti o dispersi

A settembre circa due persone su dieci (19%) che hanno tentato la traversata dalla Libia sono morte annegate o risultano disperse. È questo uno dei “risultati” delle politiche di deterrenza nei confronti del soccorso in mare attuate dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, analizzate nel nuovo rapporto dell’Ispi-Istituto per gli studi di politica internazionale.

Da quando si è insediato, si legge nello studio, c’è stata una «riduzione relativamente modesta» degli sbarchi in Italia che è coincisa «con un forte aumento del numero di morti e dispersi». In questi quattro mesi, il tasso medio di mortalità è stato del 6,8%. Più che triplo rispetto al tasso di morte medio nel Mediterraneo centrale nel 2014-2017 (2,1%).

Il rapporto confronta tre periodi: 16 luglio 2016-15 luglio 2017; 16 luglio 2017- maggio 2018; giugno-settembre 2018. Nel primo periodo, quello dei 12 mesi precedenti al calo degli sbarchi (quando partivano 17mila persone al mese contro le attuali 3mila), si stima siano annegate poco meno di 12 persone al giorno. L’anno che coincide con le politiche Minniti è stato accompagnato da una netta diminuzione del numero dei morti, sceso a circa 3 persone al giorno. Ai quattro mesi di politiche Salvini corrisponde invece un nuovo aumento del numero di morti e dispersi (8 persone al giorno).

Sbarchi in Italia_ il costo delle politiche di deterrenza _ ISPI