Home Blog Pagina 710

Tu non lo sai ma lavori gratis

La questione del lavoro gratuito è una faccenda millenaria. Dall’antica sudditanza e subordinazione nel lavoro servile, alla novecentesca accumulazione capitalistica tramite una commistione di lavoro retribuito e gratuito, quasi naturalmente iscritta nel contratto di lavoro salariato, duratura eredità di quella condizione servile, riprendendo i classici studi di Yann Moulier-Boutang (Dalla schiavitù al lavoro salariato, manifestolibri, 2000).
Ma si dovrebbe chiedere alle donne e al millenario furto di lavoro non retribuito che continuano a subire. «Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato». Questo il motto che nel lontano 1975 apre la campagna femminista internazionale in favore del Salario per il lavoro domestico, ad opera di Silvia Federici. Per denunciare come il cuore oscuro del patto maschile tra “i produttori”, il capitale e il lavoro, fosse l’implicito e invisibile sfruttamento del lavoro femminile di cura e riproduzione sociale, all’interno dell’ordine familiare e di un sistema di welfare patriarcale e paternalista. Non a caso, proprio in quegli anni, Ivan Illich parla di “lavoro ombra” (Shadow work, 1981), una formula attuale, come vedremo.
La recente storia del post-fordismo all’italiana ci racconta come, nelle prestazioni lavorative della società della conoscenza, siano le…

L’articolo di Giuseppe Allegri prosegue su Left in edicola dal 5 ottobre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

L’articolo di Giuseppe Allegri prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Il governo della solitudine

La propaganda governativa vuole che si parli del governo. Male o bene non importa. L’essenziale è di mantenere la mente del “popolo” concentrata su di sé e sul nemico da sconfiggere. Una propaganda che fa venire il mal di stomaco. Ogni giorno è peggiore del giorno precedente. Sembra che non ci sia limite all’assurdità di dichiarazioni sempre più stupide e violente a questa escalation senza fine di pensare e dire male degli altri. A leggere certe dichiarazioni e certi commenti viene lo sconforto. Sembra non ci sia più niente da fare per questo Paese. Sembra che la “gente” la pensi effettivamente come il governo. Perché la propaganda vuole farci pensare che tutti la pensano come il governo. Perché si vuole convincere chi legge a pensare di essere solo. Che chi non la pensa come il governo siano in pochi. Si vuole isolare ogni persona che la pensi in modo diverso. E non solo. Dopo la persuasione a pensare di essere soli si deve pensare che sia una colpa pensare diversamente dal governo. La colpa di non essere per il “cambiamento” che il governo sta portando nel Paese.

E forse è anche così. Il governo vuole un “popolo” di persone che evitino di pensare. Evitino di porsi domande perché tanto non serve. Non serve a nulla pensare che un’altra politica sull’immigrazione sia possibile, come dimostra l’esperienza di Mimmo Lucano a Riace. Una politica per la quale vengono prima le persone come peraltro è scritto a chiare lettere nella nostra Costituzione.

Oggi, dopo l’arresto di Mimmo Lucano, mi chiedo perché non sia mai stata sollevata la questione di incostituzionalità per la legge Bossi-Fini e Turco-Napolitano. E ancora meno riesco a comprendere quale delitto possa aver commesso Lucano per aver favorito o suggerito il matrimonio di persone italiane con persone non italiane.

La cosa significherebbe favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma se questo è il reato allora chiunque aiuti una persona con nazionalità non comunitaria e non in regola con il permesso di soggiorno compie un reato. Chiunque dia da dormire o da mangiare a immigrati irregolari come per esempio l’associazione Baobab Experience, compirebbe un reato. Sono da arrestare anche loro?

Mimmo Lucano andrebbe insignito di una Medaglia al merito della Repubblica per aver fatto del tutto per far si che l’articolo 3 della Costituzione italiana sia applicato a tutte le persone in difficoltà che si trovano sul territorio della Repubblica. La propaganda del governo si nutre di nemici. E quando questi non ci sono vengono costruiti. Se ci sono interlocutori questi vengono accuratamente provocati per farli diventare nemici al più presto. Poi si screditano. E le loro proteste diventeranno la dimostrazione che si era nel giusto ad accusarli. Ma com’è possibile arrivare a pensare così male degli altri? Ogni essere umano ha rapporto con altri esseri umani. Ognuno di noi ha familiari, amici, conoscenti, magari persone che conosciamo tramite i media. Ognuno di noi ha decine o centinaia di conoscenze. Poi ci sono tutti gli altri. Tutti quelli che non conosciamo. Che rapporto abbiamo con chi non conosciamo? O forse è meglio dire, cosa pensiamo di loro?

Certamente sappiamo dell’esistenza di sconosciuti. Magari ci riferiamo a loro classificandoli per la nazionalità o per il colore della pelle o per la professione o per qualunque altra caratteristica. E allora parliamo degli italiani o dei francesi, delle donne o degli uomini, degli europei e dei cinesi, degli scienziati o degli artisti, degli operai e degli immigrati. Cosa pensiamo di tutte quelle persone che non abbiamo mai visto e che certamente non conosceremo mai nella vita? Quali certezze possiamo avere della realtà di quelle persone? Certamente Salvini e quelli come lui pensano che chi non è come loro è pericoloso. Perché pensano che al fondo tutti gli esseri umani siano naturalmente perversi e violenti. Ciò che ci impedirebbe di scannarci per strada è la repressione data dall’educazione e quando serve dalla costrizione degli impulsi violenti. La verità della realtà umana sarebbe la violenza e la sopraffazione dell’altro.

Noi occidentali “educati” dal logos controlliamo la bestialità che è in noi, che invece è sospetta di essere senza controllo in tutti quelli che non sono come noi. Qualunque diversità è pericolosa perché potrebbe significare che il male e la violenza originaria non sono state represse adeguatamente. Ecco perché fa notizia l’immigrato violento. Perché alimenta questa narrazione.

Quel è la “cura” di Salvini & co? È la sopraffazione fisica sull’altro perché rimane l’unica possibilità di rapporto con il “mostro”. Salvini non può vedere che la verità è esattamente l’opposto. Per capirlo basterebbe osservare i bambini. Il pensiero naturale, spontaneo di ogni essere umano è la certezza dell’esistenza di altri esseri umani simili a se stessi con cui avere rapporto. E questo perché c’è un’uguaglianza di fondo che non è per costruzione culturale ma è per nascita (M. Fagioli, Istinto di morte e conoscenza).

La violenza che alcuni esseri umani esprimono si sviluppa in conseguenza di rapporti negativi che si sono vissuti nell’infanzia dopo la nascita. Il bambino che subisce un genitore violento reagirà con un sentimento di odio e di colpa per quell’odio che sente. Si sentirà in colpa per aver perso l’amore per il proprio genitore. Avrà paura di perdere gli affetti e purtroppo, il più delle volte, annullerà se stesso nel tentativo di ritornare alla situazione precedente. Allora tutto passa. Ma la perdita degli affetti è la superficie immobile che nasconde la perdita dell’idea dell’uguaglianza originaria, la perdita della matrice del pensiero che sta alla nascita. Allora l’altro, il diverso, diventa estraneo, nemico, pericolo da tenere lontano da cui diffidare sempre. Perché in quell’individuo non c’è più l’idea di rapporto possibile con l’altro. E quindi il nemico è un’idea che è dentro di sé. Quelli come Salvini pensano degli altri ciò che essi stessi sono. Sono loro in primis le persone che non sanno avere rapporto con gli altri. È il loro pensiero che è violento e sono pericolosi e violenti per questo motivo. Il loro disegno è far sì che il mondo sia uguale a ciò che essi pensano che sia e fare così in modo che gli altri la pensino come loro.

Il motivo? Non sentirsi più soli come sono sempre stati nella loro vita.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 5 ottobre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Il Paese incivile che non riconosce gli artisti

ROME, ITALY - FEBRUARY 27: Musicians from the lyrics foundations and Italian symphonic demonstrate against the deconstruction of art departments, closure of dance groups and the casualization of all professions working in the musical theater on February 27, 2017 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati/Corbis via Getty Images)

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. La Costituzione della Repubblica italiana – Articolo 9

A tutti sono cari gli attori che ci raccontano storie inventate da farle sembrare vere e i musicisti che con il loro tocco o i cantanti che con la loro voce ci trasportano negli spazi emozionali della nostra coscienza. Chi non ha sognato da piccolo di fare grandi scoperte come archeologo o non è rimasto incantato davanti a un dipinto o un mosaico restituiti da un paziente restauro. Eppure è difficile per la maggior parte delle persone pensare che queste figure che migliorano così tanto la nostra vita abbiano studiato e appreso il mestiere che le rende capaci di farlo, che sia necessaria una costante preparazione e soprattutto che sia un vero e proprio lavoro. Il primo a non pensarlo è proprio lo Stato italiano, che non considera queste figure come dei lavoratori, evitando di tutelarli con leggi dedicate che garantiscano dignità, diritti e welfare proprio come per tutti gli altri lavoratori.

Il maggior riformista in questo ambito è stato il ministro Franceschini nel passato governo, che dopo decenni ha messo mano a una legge sul cinema e a un codice sullo spettacolo. Poteva essere l’occasione di colmare un vuoto giuridico e legislativo che perdura da sempre: gli attori in Italia non hanno neanche un Contratto nazionale per l’audiovisivo, lavorano alla mercé delle produzioni. Non è stato così. Non solo nelle leggi non è fatta parola su come tutelare questi lavoratori (attori, musicisti, cantanti) essenziali perché ci possa essere teatro, musica, cinema, ma si è sfasciato anche il già precario sistema teatrale costringendo i teatri, per rientrare nei parametri necessari a ricevere il contributo pubblico, a produrre di più con minori finanziamenti. Indovinate chi paga le conseguenze di tutto questo, conseguenze occupazionali, salariali, previdenziali? Gli artisti.

Come può una legge che regolamenta e promuove l’industria culturale non fare cenno ai suoi maggiori protagonisti, non preoccuparsi di come vivono e a quali condizioni sono costretti a prestare la loro opera questi lavoratori? Come può non parlare mai di noi?

Sì, siamo gli attori e le attrici che hanno smesso di subire in silenzio e lottano, perché uno Stato che non difende i suoi artisti non è un Paese civile. Siamo tutti professionisti, ci siamo uniti e ci siamo chiamati Facciamolaconta, 1.240 attori in controtendenza con un sistema che ci vuole spaventati, ricattati e individualisti poiché abituati a “cavarsela da soli”, che insieme ai lavoratori dei beni culturali Mi riconosci? e ai Comitati lirico sinfonici hanno indetto la prima grande “Manifestazione per la cultura e il lavoro – In difesa dell’articolo 9”. La cultura è un tessuto vivo e variegato, opera superspecializzata di alcune categorie di lavoratori che – è bene che tutti sappiano – lo Stato italiano non sempre riconosce come lavoratori e che quindi non hanno nessuna tutela e nessun diritto.

Per questo ci troveremo tutti in piazza il 6 ottobre a Roma. Non è mai successo. Questa è la novità. I lavoratori dei beni culturali e dello spettacolo marceranno insieme per il diritto alla cultura e al lavoro. E a noi si sono uniti anche realtà sindacali, politiche, e una moltitudine di associazioni di categoria. Tutti insieme. Finalmente. Ma è solo l’inizio.

 

*Facciamolaconta riunisce un gruppo di attori e attrici, che si è liberamente costituito per presentare alle istituzioni richieste di tutela che riconoscano la centralità della loro professione, i loro diritti e tutele. 

L’articolo di Facciamolaconta è tratto da Left in edicola dal 5 ototbre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

L’eccidio nazifascista di Monte Sole, tra storia e attualità

Un momento delle celebrazioni per la ricorrenza del 25 aprile a San Martino di Monte Sole (Bologna), sulle colline di Marzabotto, 25 aprile 2014. ANSA/ GIORGIO BENVENUTI

«In realtà non ricordiamo nulla. Troppi edifici sono crollati, troppe macerie si sono accumulate, insormontabili sono i sedimenti e le morene». Il tedesco Winfried Georg Sebald è stato uno dei massimi scrittori contemporanei ad interrogarsi sull’identità culturale dell’Europa cercando, con il suo peregrinare fisico e ideale, il denominatore comune del Vecchio continente. La risposta non è affatto rassicurante: le radici europee affondano nella crudeltà e nel ripetersi di una violenza secolare, il cui culmine è stato raggiunto durante la Seconda guerra mondiale e della quale lo scrittore serberà per tutta la vita la ferita influenzandone l’opera.

Le macerie, gli edifici crollati e la violenza feroce sono da Sebald in parte immaginati ed evocati, diventando suggestioni sulla scia delle quali riflettere sulla natura umana. A Monte Sole, zona appenninica vicino a Bologna, furono ferocemente reali. Uccisioni, incendi, rastrellamenti, decapitazioni. Donne e bambini impalati. Sono i giorni che vanno dal 29 settembre al 5 ottobre del 1944, e la tremenda carneficina è quella comunemente conosciuta come la strage di Marzabotto.

A scavare nella memoria individuale e collettiva è ancora una volta la compagnia teatrale Archivio Zeta che organizza, al Parco storico di Monte Sole nell’anniversario della strage, una tre giorni – dal 5 al 7 ottobre – dedicata al recupero della dimensione storica, umana e letteraria del ricordo quale necessario strumento di educazione e coscienza civica.

«Della strage di Marzabotto si conosce quasi tutto, del massacro di Monte Sole relativamente poco. Sembra un paradosso, perché si parla della stessa cosa: la cosiddetta strage di Marzabotto non è che la somma di tanti massacri, in 115 luoghi distinti e per un totale di circa 770 civili uccisi nel territorio sotto Monte Sole in tre comuni a sud di Bologna, Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, commessi dai reparti tedeschi della XVI divisione granatieri» precisa Luca Baldissara, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore, con il collega Paolo Pezzino, del libro Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole (Edizioni Il Mulino, 2009). «Recuperare la memoria del luogo nel suo insieme è particolarmente importante per restituire la giusta dimensione all’evento stragista – spiega Baldissara – perché solo così è possibile comprenderne la natura, una scelta razionale finalizzata a punire e sterminare i civili e non una violenza senza senso». Non c’è dunque niente di disumano, la violenza a Monte Sole fu tragicamente umana. Cosciente e deliberata. Se il male è banale, la violenza è razionale.

Baldissara sottolinea l’aspetto deliberato della strage: «Monte Sole è stato il più feroce eccidio nazista, simile a Sant’Anna di Stazzema perché si ravvisa la stessa logica del terrore accompagnata dalla volontà di mettere in sicurezza un territorio vicino alla linea Gotica, ma la differenza è nella tipologia e nella dimensione della zona interessata: Monte Sole è un territorio molto più ampio, 115 località distinte nell’Appennino tosco-emiliano, e la filosofia dei reparti tedeschi era quella di distruggere e incendiare tutto per lasciarsi alle spalle una terra di nessuno. Furono uccisi anche gli animali da cortile». Una violenza razionale e antica, che affonda le radici nella storia dell’Europa: «Il nazismo non si è inventato alcunché, ha ereditato il codice culturale violento della nostra storia lungo un secolo e mezzo, da Napoleone alla Prima guerra mondiale fino alle guerre coloniali. I grandi eserciti hanno sempre cercato di vincere le guerre contrastando la guerriglia e le resistenze con la tecnica del terrore e della distruzione. Monte Sole è un esempio della storia europea».

La cifra letteraria di Sebald, la violenza quale elemento comune dell’Europa, è dunque non solo un’intuizione narrativa ma un fatto storico. «Monte Sole è una delle espressioni più cruente della nostra storia, – aggiunge il professore – ma il modus operandi utilizzato dall’esercito nazista, contrastare la resistenza dei civili con la distruzione sistematica, è stato replicato anche dopo la Seconda guerra mondiale: in Indocina e in Algeria dall’esercito francese, in Vietnam dagli americani, e in certe modalità anche dall’esercito israeliano nei territori occupati della Palestina». La storia, dunque, non insegna? «La storia ci può aiutare a comprendere, insegnando semmai quanto sia necessario e indispensabile un continuo lavoro di educazione in direzione opposta alla violenza, per la costruzione di una coscienza civica dei cittadini».

«Nella tre giorni del nostro seminario a Monte Sole – spiegano Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni di Archivio Zeta – cercheremo di indagare il concetto di violenza, non solo quella perpetrata durante il periodo nazifascista ma anche successivamente, per far sì che Monte Sole possa essere un luogo che accoglie una riflessione di lungo periodo sulla storia coloniale dell’Europa tenendo come filo conduttore l’opera di Joseph Conrad Cuore di tenebra. Nel pomeriggio dell’ultimo giorno infine, domenica 7 ottobre, il seminario si aprirà ad un percorso sui luoghi degli eccidi, con una passeggiata alla maniera di Winfried Georg Sebald».

L’Europa smarrita dei nostri giorni dovrebbe, forse, ripartire da qui.

Che buio a Verona

Uno striscione con la scritta 194 (in riferimento alla Legge 194) durante una manifestazione a Napoli, in una immagine di archivio. La legge 194 sull'aborto arriva all'esame della Corte Costituzionale, che il 20 giugno esaminerà la legittimità dell'art.4 sulle circostanze che legittimano l'interruzione di gravidanza. Alla Consulta si è rivolto un giudice tutelare di Spoleto dopo la richiesta di una sedicenne di abortire senza coinvolgere i genitori. ANSA/CIRO FUSCO

Da ieri Verona è ufficialmente “città a favore della vita”: in consiglio comunale è passata la mozione 434 pensata per il quarantesimo anniversario della legge 194.

Un conato di oscurantismo e caccia alle streghe che in sostanza decide di finanziare con soldi pubblici alcune associazioni cattoliche (a scopo di lucro) che si battono contro l’aborto. Una mozione che segna di fatto un ritorno al medioevo, sia per come è stata pensata e scritta e sia per il suo senso politico: si basa su fonti più che discutibili (come quella sugli aborti clandestini che essendo clandestini viene difficile pensare che sia possibile quantificare) fino al riferimento all’interruzione di gravidanza come pratica contraccettiva passando per le “uccisioni nascoste prodotte dalle pillole abortive”.

Un testo immondo (lo trovate qui) che non vale nemmeno la pena citare troppo, rischiando di portarlo in superficie.

Non stupisce però che tutto questo accada a Verona: la patria di Tosi e dei fascismi di ritorno già da tempo ha inforcato la strada della negazione dei diritti come tratto distintivo. Chi non sa immaginarne di nuovi del resto non ha di meglio da fare che farsi notare togliendo i diritti esistenti.

Non stupisce nemmeno che la mozione sia passata: la destra anche a Verona va a gonfie vele.

Alla mozione si è opposta la declinazione locale del movimento Non una di meno. Hanno provato in tutti i modi (leciti) a parlarne e farne parlare.

Da fuori verrebbe da pensare che anche questa battaglia, seppur locale, possa essere un’occasione per l’opposizione.

L’opposizione. Già.

La capogruppo del partito democratico Carla Padovani (quella che nel 2012 era uscita dal Pd per andare nell’Udc perché in disaccordo con le unioni civili per poi tornarci) ha votato a favore.

Scrive Non Una di Meno Verona: “Inoltre la maggioranza ha cercato, senza successo, di far mettere all’ordine del giorno l’altra mozione che prevede la sepoltura automatica dei feti abortiti anche contro la volontà della donna coinvolta”.

Ma non preoccupatevi: c’è tempo per scivolare verso l’abisso.

Buon venerdì.

Un criminale ribaltamento della realtà

Manifesti di solidarieta' per Mimmo Lucano, il sindaco di Riace, esposti durante il corteo di protesta dei centri sociali e dei movimenti per l'arrivo in citta' del ministro Matteo Salvini, Napoli, 2 ottobre 2018. ANSA/ CIRO FUSCO

Ordine, sicurezza, bavaglio al dissenso. Proibito favorire l’integrazione, proibito solidarizzare. Così è l’Italia ai tempi del governo giallonero dove le forze dell’ordine a Roma intervengono per eseguire lo sgombero coatto di una pensionata che non era in grado di pagare l’aumento di affitto. Ma a Bari osservano da lontano l’assalto squadrista di CasaPound a pacifici manifestanti antirazzisti. L’Italia ai tempi di Salvini e Di Maio è il Paese che si è inventato il reato di solidarietà per bloccare un’esperienza di integrazione felice come quella realizzata dal sindaco Mimmo Lucano a Riace. Così accade che un ministro indagato per sequestro di persona plauda per l’arresto di un sindaco colpevole di aver trasformato un paesino spopolato e architettonicamente malmesso in una cittadina operosa, restaurata, pulita, in grado di dar lavoro a immigrati e non.

La realtà capovolta. Mentre la Lega che ha frodato soldi degli italiani è al governo, Mimmo Lucano è accusato di aver favorito l’immigrazione clandestina non avendo un centesimo, anzi avendo lavorato con successo per far ripartire la depressa economia locale. Per questo è stato attaccato dalla ’ndrangheta e dai fascisti che nei suoi confronti hanno messo in moto una orchestrata macchina del fango. Invece di mettere la lotta alla mafia al primo punto del proprio programma, il ministro Salvini rende i beni sequestrati dalla mafia acquistabili all’asta da privati e dà la caccia ai migranti con il decreto sicurezza. E ora, per lui ciliegina sulla torta, porta a termine l’operazione anti Riace, iniziata dal suo predecessore Minniti. Ovvero da quel centrosinistra che, quando era al governo, avrebbe potuto cambiare la legge Bossi-Fini, ma si è guardato bene dal farlo. (Facendo poi naufragare anche lo Ius soli e la riforma della giustizia penale).

L’operazione di criminalizzazione delle Ong, gli accordi con la Libia, la cancellazione del secondo grado di appello per i richiedenti asilo portano la firma del ministro dell’Interno Marco Minniti (Pd). Salvini è andato ancora oltre con questo decreto sicurezza-immigrazione che abroga la protezione umanitaria e addirittura pretenderebbe di revocare la cittadinanza in base a soli sospetti o a condanne in primo grado. L’abbiamo scritto e lo ripetiamo, è un provvedimento ingiusto, incostituzionale e disumano. Ed è fuori da ogni realtà mettere Mimmo Lucano in stato di arresto e disporre per la compagna Tesfahun Lemlem il divieto di dimora, dopo aver cercato di mettere in ginocchio la sua buona amministrazione bloccando i fondi pubblici che utilizzava non solo per fare assistenza ma per ricostruire, restaurare, creare lavoro.

Per questo il 6 ottobre saremo a Riace in suo sostegno. Sabato è una giornata importante non solo per dire no al razzismo e alla xenofobia oggi al governo in Italia. Ma anche per dire no a un governo che continua a umiliare le competenze e il lavoro proponendo l’elemosina del reddito di cittadinanza condizionato invece di combattere la disoccupazione, un governo che come quello precedente nega il valore della formazione, della conoscenza, delle competenze, preferendo sfruttare il volontariato, promuovendo occasioni di lavoro gratuito (che altro è il reddito di cittadinanza, ribattezzato da più parti reddito di sudditanza?). Il governo giallonero annuncia di aver abolito la povertà, quando in realtà ha criminalizzato i poveri negando il diritto all’abitazione, inasprendo il Daspo urbano (inaugurato da Minniti), imbrigliando la lotta sociale.

Un reddito universale come quello che molti Paesi europei hanno attivato sarebbe stato una misura equa, per cominciare. Invece il governo premia i più ricchi con la flat tax e regala qualche briciola a chi non ce la fa con spregio di quei giovani che non avendo alternativa studiano e cercano di costruirsi un futuro dovendo intanto appoggiarsi al divano di casa. La realtà alla rovescia: un ministro che non ha mai lavorato davvero se la prende con quelli che a suo dire sarebbero bamboccioni. Concedendo l’elemosina per soddisfare i bisogni primari e negando le loro esigenze di realizzazione personale, sociale e professionale. Gli archeologi, gli storici dell’arte, i musicisti, gli attori e i professionisti della cultura che scendono in piazza a Roma il 6 ottobre hanno investito moltissimo nella propria formazione, hanno talento, capacità. Left è con loro. È una battaglia decisiva, che riguarda tutti.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 5 ottobre 2015


SOMMARIO ACQUISTA

Il lavoro gratuito è un furto

Esistono cambiamenti che apparentemente sembrano coglierci di sorpresa, stravolgendo le nostre quotidianità, ma che arrivano in un batter d’occhio a farne parte con naturalezza. Il lavoro gratuito è uno di questi cambiamenti, lentamente insediatosi tra i tanti volti del mondo del lavoro. A guardarlo oggi, il lavoro gratuito appare davvero come una novità perché caratterizza completamente alcune fattispecie di rapporti di lavoro. Eppure, mettendo insieme le varie sfumature con cui si presenta più o meno limpidamente ai nostri occhi, è possibile ritrovare la radice comune e mai invecchiata del lavoro gratuito, come furto salariale, insito in ogni rapporto di lavoro. Perché cos’è il lavoro gratuito, se non quella parte di valore creata dai lavoratori che rimane all’impresa? Quel valore a cui senza alcun imbarazzo è possibile rivolgersi chiamandolo per nome, “plusvalore”.

Se è vero, com’è vero, che ogni rapporto di lavoro nel sistema capitalistico si basa (anche) su quel furto salariale, versioni più rapaci si verificano in contesti ad alta vulnerabilità e ricattabilità dei lavoratori che si ritrovano ad allungare la giornata lavorativa senza vedersi corrispondere nulla in cambio degli straordinari, della reperibilità. Ma è anche vero che si può rimanere stupiti di fronte al dilagare di fenomeni di lavoro gratuito tout court, cioè senza nessun tipo di remunerazione. Ma anche questo fenomeno non si configura storicamente come una novità, è sempre esistito e ha nel tempo assunto nuove forme. Quel che appare come una novità degli ultimi anni è l’istituzionalizzazione del lavoro gratuito obbligatorio per segmenti crescenti della forza lavoro, spesso quelli già strutturalmente più vulnerabili: giovani, immigrati, disoccupati.

La progressiva istituzionalizzazione di queste forme di lavoro si ritrova nei provvedimenti adottati dai governi che si sono succeduti e in quelli di alcune amministrazioni che li hanno utilizzati. Hanno natura tra loro diversa, leggi, protocolli, circolari, ma sono legati da un’unica ideologia e interpretazione dei fenomeni economici e sociali: la disoccupazione è una condizione volontaria, una scelta del soggetto che…

L’articolo di Marta Fana prosegue su Left in edicola dal 5 ottobre 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Atelier Riace al Macro: un presidio artistico per Mimmo Lucano

«Siccome l’accusa che si muove a Mimmo Lucano è quella di aver organizzato e combinato matrimoni, abbiamo deciso di fare qualcosa, perché qui c’è un problema culturale prima ancora che legale: perché il matrimonio non può essere una scelta tra due persone che vogliono essere una possibilità l’uno per l’altro? Vogliamo rendere visibile per quanto possiamo l’esperienza di Riace e celebrare questo matrimonio, che è combinazione d’amore, un amore verso la possibilità di un mondo nuovo». Lorenzo Romito si infervora. Davanti a quello che lui stesso reputa un’ingiustizia, la migliore risposta è fare in modo che tutti possano celebrare ed essere protagonisti di un «matrimonio combinato» se questo vuol dire assolvere ad un principio di umanità.

È con questo spirito che nasce l’iniziativa «Vuoi sposarmi? Nozze miste, combinate ad arte e con amore», che si terrà al MacroAsilo (via Nizza 138, Roma) domenica 7 ottobre dalle ore 12 per festeggiare un matrimonio diverso e già per questo speciale: «quello con il futuro che, a dispetto della propaganda, è già nomade e meticcio». Ad organizzarlo Atelier Riace, presidio artistico in solidarietà con il sindaco di Riace, promosso dal collettivo Stalker, «un’esperienza – racconta ancora Romito, che ne è il coordinatore – che nasce dopo la Pantera della Facoltà di Architettura e che si fonda, da oltre 20 anni, sulla pratica di camminare attraverso spazi abbandonati». La cultura e la ricerca prima di tutto, dunque. Perché «anche i margini di una città sono ricchi: se bene interrogati ci danno indizi di futuro molto più interessanti di quello che ci si aspetta». Partendo da qui, i ragazzi di Stalker portano avanti da anni esperienze di integrazione con rifugiati, a cominciare dai curdi, con i quali è nato il progetto Ararat.

E nel 2000 proprio con Ararat è stato realizzato il Tappeto Volante, una rielaborazione in corda e rame del soffitto ligneo della Cappella Palatina di Palermo, accompagnata da un viaggio sonoro alla ricerca delle origini iraniche del manufatto. Un progetto incredibile, composto da 41.472 corde di canapa con terminali in rame. E, simbolicamente, i matrimoni combinati si terranno proprio sotto il Tappeto Volante, spazio simbolo degli incroci tra culture. «Saranno matrimoni d’amore, intesi come desiderio di futuro, di risanamento di ferite, di ritorno a casa, di nostalgia, di curiosità, di ascolto, di coraggio, d’avventura». Un’iniziativa che mira, dicono ancora da Stalker, a «festeggiare l’incontro e svelare nel visibile il fantasma oscuro della paura dell’alterità, scatenando una bomba di amori matrimoniali misti». Da qui l’invito di Romito: «Invitiamo tutti a venire e proporsi per un matrimonio e unirsi per le ragioni più diverse, non necessariamente per trovare l’anima gemella, ma per sfruttare l’occasione come un’esplorazione dell’incontro con l’altro». Le idee, almeno quelle, non si possono arrestare.

La verità per noi. Mica per Giulio

Ieri sera avrei dovuto essere a Roma, al Teatro India, a ricordare Giulio Regeni insieme a tanti colleghi, amici e testimoni importanti di una battaglia che per fortuna non si assopisce come avrebbe voluto qualcuno. Non ci sono potuto passare, per stagionali problemi di salute (la serata è stata bella e importante) e non ho potuto leggere il testo che avevo preparato per l’occasione. Stamattina mi sono svegliato e ho pensato di metterlo qui, in questo buongiorno che è seguito con tanta attenzione (grazie!)o e poi ho pensato che non ci sia niente di peggio che riciclare un pezzo scaduto.

Mi spiego. Le occasioni per ricordare per chiedere la verità non esistono. Meglio: ci sono momenti organizzati in cui ci si unisce in coro per rafforzare la richiesta di giustizia ma ricordare (e soprattutto, come nel caso di Giulio Regeni, quando il ricordare fa rima con la richiesta di una verità che quelli debbano sentirsi in dovere di spiegarci) è un lavoro minimo, quotidiano, una di quelle cose come la goccia che scava la pietra, un gesto abituale di cui non si può fare a meno, uno di quei tic sani che ci tiene in piedi in un tempo di sdraiati, un dolore (perché è un dolore, benché ci si impegni nell’indossarlo con ottimismo) usurante e continuo.

Ciò che mi spaventa della storia di Giulio (e di tutte le storie come questa) è il momento in cui gli appelli, gli articoli, le domande e gli editoriali diventano una cosa vecchiauna vecchia storia. Quel momento in cui la rabbia (quella sana, che esige giustizia) si smorza, come se le si fosse strappato un tendine e diventa malinconia. Oh, sì, ma quella è una storia vecchia: la sconfitta ha più o meno il suono di una frase pronunciata più o meno così.

E come si può fare invecchiare una storia perché possa essere seppellita dall’incuria e dalla ricerca di impunità? Togliendole umanità, innanzitutto: per questo la sofferenza dei genitori di Giulio andrebbe stampata e tenuta nel portafoglio insieme al viso di sbrindellato di Giulio. Questa non è solo politica internazionale, no: sono affetti sopraffatti dalla violenza. È più facile provare empatia, uscendo dalla burocrazia narrativa, no? Poi una storia si può rendere inoffensiva parlando d’altro: i rapporti che non possiamo permetterci di guastare con l’Egitto, il se l’è cercata che sta bene su tutto, il lasciamo fare agli inquirenti anche se in Egitto di inquirenti con la schiena dritta su questa vicenda sembra non esserci nemmeno l’ombra. E infine una storia si smussa lasciando passare il tempo: ogni settimana Giulio è un po’ più morto e i suoi assassini un po’ più vivi. Il tempo è il miglior viatico verso l’impunità.

Allora si potrebbe, nei nostri piccoli vizi giornalieri, aggiungere anche quello di Giulio Regeni, e insieme a lui delle storie che non possiamo permetterci di dimenticare. Perché, pensateci, commemorare una storia senza che nessuno ci abbia ancora raccontato come va a finire è qualcosa di goffo, a guardarlo da fuori. E perché la verità è un bene prezioso, e proprio per questo qualcuno tenta sempre di risparmiarla.

Buon giovedì.

A Macerata fu strage razzista. L’attentatore Luca Traini condannato a 12 anni con rito abbreviato

Luca Traini, l'autore del raid a colpi di pistola contro i migranti, lascia il Palazzo di Giustizia di Macerata dove si apre il processo a suo carico per strage aggravata dall'odio razziale, tentato omicidio, porto abusivo d'arma e danneggiamento a Macerata, 9 maggio 2018. ANSA/Fabio Falcioni

Dodici anni di carcere per strage, tre anni di libertà vigilata che dovrà eventualmente scontare dopo il periodo di reclusione, riconosciuta l’aggravante dell’odio razziale e del porto abusivo d’armi, la pena tiene tuttavia conto della riduzione di un terzo prevista dal rito abbreviato e delle attenuanti generiche visto che, in apertura di udienza, Luca Traini, aveva letto una dichiarazione spontanea in cui ha dichiarato di non essere razzista e di essere pentito. «Non provo nessun odio razziale – ha riferito – volevo fare giustizia contro i pusher per il bombardamento di notizie sullo spaccio diffuso anche a causa dell’immigrazione». Successivamente ha chiesto scusa alle vittime a cui dovrà comunque un risarcimento con somme da quantificare in sede civile. La Corte di Assise di Macerata ha sentenziato, dunque, nel pomeriggio che Luca Traini è uno stragista razzista, capace di intendere e di volere al momento dei fatti. Il 29enne è l’autore, lo scorso 3 febbraio, del tiro a segno, a Macerata, contro diversi migranti in cui rimasero ferite sei persone.

Gli spari di Traini, a Macerata, risuonarono per ore in un sabato di febbraio, all’inizio della campagna elettorale per le politiche che, da Minniti a Salvini, in troppi vollero giocare sulla criminalizzazione dei migranti. Da subito il dilemma fu: ordinaria follia oppure ordinario fascismo? Quando lo catturarono si fece portar via avvolto in un tricolore, ostentando il saluto romano. Nel 2017, Luca Traini, è stato candidato della Lega Nord alle amministrative. È armato, con regolare licenza, e tatuato con un simbolo nazista teoricamente illegale. Il Comune, dai social network, invitò a rimanere chiusi in casa, nei luoghi di lavoro e nelle scuole, i mezzi pubblici fermati fino a nuovo ordine. Salvini – coda di paglia – provò a smarcarsi puntando l’indice su chi avrebbe riempito l’Italia di clandestini. Forza nuova, in evidente affanno rispetto all’aggressività di Salvini, si offrì di pagare le spese legali al razzista avvolto nella bandiera italiana che dice di aver voluto vendicare la giovane uccisa da un pusher nigeriano. No, non fu ordinaria follia: per il Procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, si tratta di «crimini d’odio commessi da persone schierate per le loro scelte ideologiche di estrema destra e di orientamento razzista». «Comunque – ha aggiunto il pm – le dichiarazioni spontanee dell’imputato dimostrano che è in corso un processo di ravvedimento». Quanto al verdetto, ha osservato: «Non si può essere soddisfatti quando si eroga una pena comunque la Corte ha accolto tutte le richieste del nostro ufficio». Il magistrato ha poi espresso soddisfazione invece per «una sentenza emessa in un tempo ragionevole in presenza di un fatto grave» e cioè otto mesi dagli eventi oggetto del processo.

Troppo poco 12 anni di carcere è stato il filo conduttore di alcune arringhe difensive delle 13 parti civili (sei le persone ferite) al processo in Corte d’assise: le richieste di risarcimento danni avanzate nei suoi confronti vanno dai 20mila ai 750mila euro chiesti da Jennipher Otiotio, nigeriana, una delle persone rimaste ferite più gravemente. Il suo legale, l’avvocato Raffaele Delle Fave, ha contestato l’entità della richiesta di condanna e il parere favorevole dell’accusa alla concessione delle attenuanti generiche: «L’imputato merita il massimo della pena» ha detto l’avvocato che ha ricordato poi una pronuncia del presidente di Corte d’assise Claudio Bonifazi, innescando un dibattito e il richiamo dallo stesso giudice. Anni fa inflisse dieci anni di carcere per possesso di 75 grammi di droga, ha affermato, rimarcando per Traini la necessità di una pena molto più alta. Ricordando i vari sconti di pena previsti nel corso della detenzione, calcolati per ogni sei mesi in carcere e la successiva semidetenzione, secondo Delle Fave, «si rischia che entro cinque anni l’imputato torni in libertà». «La pena deve servire come espiazione ma anche come opportunità di ravvedimento – ha affermato Gianfranco Borgani (per due parti civili) chiedendo una “pena equilibrata” – in modo che il condannato capisca la gravità del reato commesso».

Luca Traini «non ha avuto una particolare reazione ed è rimasto tranquillo» alla lettura del verdetto in quanto «avevamo valutato anche tra le altre cose una sentenza di questo tipo», dice il suo legale, Giancarlo Giulianelli, dopo la decisione dei giudici che depositeranno la motivazione entro 90 giorni. Già da ora la difesa annuncia il ricorso in appello la cui impostazione dipenderà da come l’Assise motiverà la condanna. «La sentenza – ammette il legale che contesta però la configurazione giuridica di tutti gli addebiti, a patire dall’accusa di strage aggravata dall’odio razziale – ci sta per questo tipo di reati». «La cosa più importante – ha proseguito – sono le sue dichiarazioni (di Traini; ndr): ha espresso idee con le quali conferma di avere sbagliato. Quello che ha scritto – ha aggiunto Giulianelli sui fogli letti in aula dal suo assistito -, lo ha fatto per se stesso e per i suoi cari». Anche per le parti civili sarà importante leggere le motivazioni per tirare le conclusioni.

«Ci auguriamo che si arrivi a una sentenza equa, giusta come in qualsiasi processo. Non ci interessa e non sappiamo nulla di questo processo, lo seguiamo come ne seguiamo altri sui giornali e qualsiasi accostamento con Pamela, fin dall’inizio, non ci piace», aveva detto all’Adnkronos Marco Valerio Verni, zio e legale della famiglia di Pamela Mastropietro, la 18enne romana che dopo essersi allontanata da una comunità di recupero fu uccisa e fatta a pezzi a Macerata. «Riteniamo che l’accostamento con la vicenda di Pamela – ha proseguito l’avvocato – all’inizio sia servito a qualcuno per far parlare di meno di quanto accaduto a Pamela». «Noi siamo concentrati sulle indagini» sull’omicidio di Pamela, ha continuato l’avvocato spiegando di non avere aggiornamenti ufficiali dalla procura. «Confidiamo nel lavoro della procura – ha concluso Verni – e speriamo che abbia fatto indagini a 360 gradi e che continui a svolgerle perché crediamo che Oseghale non possa aver fatto tutto da solo».

Prima e dopo Traini, il tirassegno al migrante, gli episodi di discriminazione e violenza razzista sono continuati. Il sindaco Pd di Macerata provò a far vietare la quantomai opportuna manifestazione antifascista convocata per il sabato successivo, il 10 febbraio. Invece, nonostante la città blindata, alcune migliaia di persone manifestarono, fuori dalle mura medievali perché quel sindaco pavido aveva ordinato negozi, teatri, musei e scuole chiusi, niente autobus, c’erano posti di blocco, elicotteri fare da rumore di fondo, i preti hanno interrotto anche messe e catechismo. Il corteo dai giardini di piazza Diaz, farà il giro delle mura e tornerà ai giardini, senza entrare in centro storico. Una manifestazione (fiancheggiata da decine di appuntamenti del genere in città lontane) che non s’è fermata nemmeno di fronte alle feroci minacce del ministro Pd dell’Interno, Minniti, di vietare i cortei e alla sconcertante “scioglievolezza” di Anpi, Arci, Libera e Cgil, di fronte all’equiparazione tra razzisti e antirazzisti, tra fascisti e antifascisti compiuta dal primo cittadino della città marchigiana. Dentro le organizzazioni coinvolte i dissensi furono evidenti, molti circoli e attivisti dell’Anpi e dell’Arci hanno aderito al corteo.